
Una sera che la melanconia prende le ossa
nella desolata osteria dei marinai sulla foce
tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore
delle sabbie,
non volgere l’occhio al mare spento
e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,
ma guarda la notte che cresce di grilli
e di stelle
a coprire i deserti del cuore.
Foce del Cinquale, luglio 1942
Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.
Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.
Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.







Che cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
Anna Maria D’Ambrosio, scrittrice di raccolte poetiche come ‘’Di fiori e di foglie’’ Interlinea e di romanzi dall’indiscusso successo, in primis ‘’Devi solo cadere con me’’ Interlinea, e della raccolta di racconti “Le parole del pettirosso” Giovane Holden, vincitrice di diversi premi nonché riconoscimenti letterari tra i quali il Premio Rhegium Julii 2011 per l’inedito di poesia, Premio F. Kafka 2015 e Premio Giuria della Città di Pontremoli 2017, è tornata a emozionare con ‘’Attorno a un giardino’’.
L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.
La donna è la corona della creazione scrive il grande Gogol’. Questo lo sa sicuramente anche Fabrizio Raccis, giovane scrittore e poeta sardo, che alla donna ha appena dedicato un libro di poesie.























