Posts Tagged ‘Narrativa letteraria’

:: L’età d’oro di Joan London (e/o edizioni 2017) a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2017

età d' oroFrank Gold è il protagonista de “L’età d’oro”, romanzo di Joan London, libraia e scrittrice australiana. La storia è ambientata nella terra dei canguri dopo la Seconda guerra mondiale e ha per protagonista Frank, un ragazzo ebreo ungherese, scampato al conflitto bellico e trasferitosi con la sua famiglia nel nuovo continente. Fin qui tutto bene ma, purtroppo, non sempre le cose vanno bene e allora, scopriamo che Frank è ricoverato al The Golden Age, un sanatorio nel quale ci sono molti ragazzi affetti da poliomielite. Frank, vive in ospedale, perché le sue gambe non sono come tutte quelle degli altri, ma questo non gli impedisce di godere di una sana curiosità che lo spinge a voler conoscere la realtà nella quale si trova. I problemi di salute accomunano Frank a Sullivan e a Elsa. Il primo è un altro paziente ricoverato nella casa di cura anche se, rispetto a Frank, le sue condizioni sono molto più gravi (lui proprio non cammina). I due ragazzi entrano in empatia, perché entrambi hanno una passione comune: la poesia. Per loro creare versi poetici è una sorta di mezzo di salvezza per aver un contatto (anche se solo immaginato) con la realtà esterna che non possono vedere e vivere. Poi c’è Elsa, una ragazzina con la quale Frank lega subito, poiché tra loro c’è empatia e anche una profonda complicità che li unirà sempre più. Sarà proprio la trasformazione della loro amicizia in qualcosa di più simile all’amore a scombinare per sempre le loro esistenze. “L’età d’oro” della London è un romanzo di vita che affronta il senso di spaesamento determinato dalla malattia e il titolo del libro non è solo il nome del sanatorio dove stanno i personaggi principali. È anche la fase dell’età nella quale Frank ed Elsa vivranno esperienze e sentimenti così intensi, da volerli custodire come se fossero dei beni preziosi. Nel caso di Frank e di Elsa, è vero entrambi si rendono contro di essere “diversi” e di vivere in una dimensione tutta loro, ma con la fantasia e con l’immaginazione riescono ad andare avanti giorno per giorno. In verità, la malattia grava molto di più sulle loro madri. Ida, mamma di Frank e pianista, non solo non riesce ad accettare quello che ha il figlio. No. Lei non ce la fa ad amalgamarsi con la nuova casa e nemmeno con la nuova terra nella quale si è trasferita. Dall’altra parte Margaret, la mamma di Elsa, pure lei completamente incapace di accettare la sindrome della figlia e di sperare in una possibile guarigione. La London prende il lettore per mano e lo trascina nell’Australia degli anni Cinquanta, dove ci sono molto immigrati sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, dove arriva la Regina d’Inghilterra a fare visita alle sue gente e dove impera –purtroppo- la poliomielite. La famiglia di Frank rappresenta il Vecchio continente arrivato in quello Nuovo del tutto sconosciuto (l’Australia con la sua gente). Un mondo del passato che prova, a fatica, a dimenticare e superare i ricordi della sofferenza scatenata dal conflitto. La sfera adulta presente del libro è minata da una sorta di pessimismo che le impedisce di capire che per molti ostacoli esistono i mezzi giusti per superarli. Frank ed Elsa sono sì separati dalla vera realtà, ma la loro capacità di osservare il mondo con curiosa attenzione e sincera meraviglia, saranno gli elementi che daranno a loro, protagonisti di “L’età d’oro”, la forza, il coraggio e la speranza per affrontare il domani e provare a fare ciò che davvero desiderano.

Joan London è libraia e scrittrice, vive a Perth. È autrice di tre raccolte di racconti e tre romanzi tra cui il bestseller internazionale L’età d’oro. Ha vinto il Patrick White Award, il Prime Minister’s Literary Award e il Nita Kibble Literary Award.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa E/O.

:: Dall’ oblio più lontano di Patrick Modiano (Einaudi 2017) a cura di Nicola Vacca

30 ottobre 2017

dall' oblio più lontanoEinaudi continua la pubblicazione dei libri di Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura 2014.
Esce in questi giorno Dall’oblio più lontano, un romanzo del 1996 (tradotto da Emanuelle Caillat).
Una nuova indagine nella memoria in cui lo scrittore francese attraversa con i suoi personaggi smarriti il mistero del tempo.
Siamo a Parigi, nei primi anni Sessanta, dove un giovane vive la sua condizione precaria nel cuore del quartiere latino. Sbarca il lunario vendendo vecchi libri. Vuole fare lo scrittore, intanto vive in vecchi alberghi e si aggira per le strade improvvisando la sua vita.
Un giorno, in place Saint –Michel fa la conoscenza di Gérard e Jacqueline. Tra i tre si stabilisce una strana intesa. Il giovane resta affascinato dalla donna misteriosa e per un po’ di tempo accompagna la coppia di nuovi amici nelle loro imprese di perdigiorno.
Tra le strade e i bistrot di Parigi il tempo è sospeso e si rivela al narratore con il peso ingombrante delle rivelazioni mancate.
Anche quando Jacqueline e il nostro protagonista scapperanno, dopo aver rubato dei soldi, a Londra il senso sfuggente della memoria e l’impossibilità di catalogare il ricordo avranno sempre a che fare con un malessere inquietante.
L’orbita misteriosa e malinconica del tempo vissuto non sempre porta al recupero di un tempo ritrovato.
Il protagonista senza nome ha coronato il suo sogno, oggi è uno scrittore affermato. Di passaggio da Parigi, quindici anni dopo aver perso le tracce di Jacqueline, si ritrova a fare i conti con l’oblio lontano dei ricordi e nella sua mente in quei giorni parigini la sua vita è senza presente perché la memoria lo riporta indietro nel tempo ai suoi giorni trascorsi con quella donna misteriosa.
Ma la memoria lascia tracce enigmatiche ed è proprio dall’oblio più lontano che quando meno ce lo aspettiamo ci presenta il suo conto amaro, mettendoci di fronte tutti i nostri limiti.
Durante il suo soggiorno a Parigi, il protagonista si ritrova improvvisamente tutto il suo vissuto davanti e una sera riconosce Jacqueline nel viso di una donna che adesso si fa chiamare Thérese.
Patrick Modiano anche in questo romanzo breve con la sua scrittura poetica e ipnotizzante scrive un altro capitolo del grande libro straordinario della memoria.
Come sempre le sue pagine sono un invito esplicito alla lettura della nostra interiorità in lotta con il tempo.
Dall’oblio più lontano tutto ciò che sopravvive ha il suo nome nella letteratura dei ricordi.
Quello che resta sono le pagine di un libro che raccontano una fuga verso e dalla memoria :

«Poi i quindici anni successivi si sfaldavano: appena qualche volto confuso, qualche vago ricordo, un po’ di cenere… Non provavo alcuna tristezza, anzi un certo sollievo. Sarei ripartito da zero. Del triste susseguirsi di giorni, gli unici che ancora spiccavano erano quelli in cui avevo conosciuto Jacqueline e Van Bever. Perché quell’episodio e non un altro? Forse perché ero rimasto in sospeso».

Modiano è uno scrittore universale della memoria. Quando scrive si sente un annegato che tenta di tornare in superficie. Ogni suo libro è un frammento necessario della nostra identità di esseri umani, ancora capaci di provare emozioni, nonostante il grande freddo della parola e dei sentimenti.

Patrick Modiano,è nato nel 1945 a Boulogne- Billancourt, alle porte di Parigi. Nel 1978 si è aggiudicato il Prix Goncourt e nel 2012 il Premio Bottari Lattes Grinzane. Nel 2014 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato il destino umano piú inafferrabile e fatto scoprire il mondo vinto sotto l’occupazione». È autore di numerosi romanzi e racconti, tra cui, tradotti in italiano, Dora Bruder (Guanda) e, pubblicati con Einaudi, Bijou, Un pedigree, Sconosciute, Nel caffè della gioventù perduta, L’orizzonte, L’erba delle notti, Perchè tu non ti perda nel quartiere, Incidente notturno e Dall’oblio più lontano.

Source: libro inviato dall’editore al recenore, ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

:: Guest post – Niente di Janne Teller (Feltrinelli 2012) di Emanuela Brumana

25 ottobre 2017

nientePensare di scrivere un romanzo sul senso della vita deve far paura. Paura perché il tema trattato rischia di essere così immenso da non portare da nessuna parte. Paura perché c’è la seria possibilità di diventare pesanti e autoreferenziali. Paura, soprattutto, di andare in cerca di una risposta fenomenale, che apra a tutti gli occhi, ma di non riuscire a trovarla e doversi così arrendere all’idea che niente, nella vita, ha senso. Scusate il gioco di parole, ma questo non è il caso di Niente.
Leggere Niente è un’esperienza davvero forte: si tratta di un centinaio di pagine, ma diventano via via più dense man a mano che la lettura prosegue.
La storia in sé è semplice è lineare: un giorno un ragazzo di nome Pierre Anthon si alza dal suo banco di scuola e afferma che nulla ha senso, quindi piuttosto che far qualcosa, meglio adattarsi da subito e non far più niente. Questa affermazione scuote i compagni, tutti così presi dal proprio cammino volto a diventare qualcuno, a fare qualcosa. La questione potrebbe chiudersi così, ma Pierre Anthon sale su un albero lungo la via che i suoi compagni fanno per andare a scuola e da lassù demolisce ogni loro progetto. Stanchi di farsi prendere di mira dalle invettive dell’ex compagno, i ragazzi decidono di dimostrargli che nella vita, un senso c’è. Per scovarlo, elaborano un meccanismo all’apparenza funzionale ma che si trasformerà via via in un gioco al massacro: ognuno dovrà consegnare al gruppo un oggetto che per lui ha un significato. Si comincia con oggetti materiali, come una palla o un paio di sandali, ma il climax cresce sempre più e chi è stato derubato indica a un altro che cosa deve sacrificare, alzando di volta in volta la posta in gioco. Prende vita un gioco chirurgico, dove si vuole infliggere la stessa sofferenza che si è sperimentata su di sé, ma aumentata di un pizzico di crudeltà.
Sorge così una catasta del significato, dove si possono vedere oggetti, ma anche animali morti, una bara di bambino e tanti altri frammenti che rappresentano non solo il significato, ma anche la cattiveria e l’orrore di cui branco è capace.
L’effetto dilaniante è ottenuto dal contrasto tra il tono di voce della protagonista, una delle ragazzine che partecipano alla costruzione della catasta del significato, che si colloca sul labile confine tra l’infanzia e l’età adulta, e le terribili azioni che narra. Se all’inizio si legge il libro con fame di sapere che risposta darà all’importante quesito posto, man a mano che la ricerca dei ragazzi prosegue si ha paura di voltare pagina e scoprire in quale inquietante luogo andranno a cercare il significato della vita.
Niente è un libro che ti mastica e ti fa a pezzetti, inquieta e dà spunti di riflessione, perché è inevitabile che alla fine il lettore si chieda a sua volta qual è il senso della vita, che cosa abbia davvero significato per lui e soprattutto se è pronto a rinunciarvi.

L’autrice, Janne Teller è nata nel 1964 e dopo diversi anni passati lavorando per le Nazioni Unite, dal 1994 si dedica alla scrittura, scegliendo di declinare in diverse forme narrative (saggi, romanzi per ragazzi, racconti) i grandi interrogativi dell’esistenza.

Guest blogger:

Sono Emanuela Brumana.
Sono una redattrice e copywriter.
E sono anche molto di più…

Da piccola passavo le giornate inventando storie e leggendo quelle create da altri.
Oggi, dopo una maturità artistica, due lauree in Filosofia con indirizzo Estetica e diversi anni di esperienza lavorativa nel mondo che ho sempre amato, quello editoriale, lavoro come freelance.

Per scoprire che cosa faccio e le ultime novità, seguitemi sul sito: emanuelabrumana.wordpress.com

:: Piano Americano di Antonio Paolacci (Morellini 2017) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2017

indexLa scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo ester­no, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Ho letto Piano Americano, ultimo libro (in senso letterale, non solo cronologico come tappa di passaggio per un dopo) di Antonio Paolacci, edito da Morellini e ora sono qui a parlarvene, anzi a riflettere con voi su cosa mi ha lasciato, su come ha modificato la percezione che avevo della letteratura, o dell’editoria in genere. Sarà una recensione non canonica, come non canonico è il libro (un ibrido tra narrativa autobiografica e metanarrazione di borgesiana memoria, dove forse tutto, badate bene, è finzione).
Che il Paolacci smetta di scrivere è dura da mandare giù. Proprio non lo si crede, ma è così che afferma, è la tesi principale che regge il costrutto, è la maschera che nasconde il volte, forse davvero la chiave di lettura di tutto il romanzo (permettetemi di definirlo così).
Ricordo anche io l’esame universitario dove studiammo la teoria delle maschere e anche quella del mana (popolazioni autoctone delle isole che spendevano tutti i loro averi per celebrare una grande festa nel loro villaggio) un po’ come gli americani negli anni ’50 che facevano di tutto per comprarsi macchinoni scintillanti per esporre orgogliosi al mondo il loro stato sociale (magari riempiendosi di debiti che mai sarebbero riusciti a pagare).
Insomma gli esseri umani sono strani, e gli scrittori ancora di più. Se mi dicessero da domani non scrivi più una riga, sinceramente preferirei farmi anni di carcere che accettare questa imposizione. Ma il Paolacci, persona o personaggio (me lo domando ancora), ha deciso che basta, non ne vale la pena, l’editoria italiana non permette spazio di manovra.
C’è di meglio, tipo vivere. Tipo cercare un lavoro che renda di più. Tipo amare la propria donna. Tipo crescere i propri figli. Tipo insegnare. Di stringere mani sudaticce nei salotti della cultura è stanco, di lottare contro i mulini a vento (dai un po’ di Cervantes lo si nota) pure. Dunque il Paolacci non scriverà più un rigo, questo è il suo ultimo libro. (Crederci o non crederci sono fatti vostri).

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato.

Ma dice solo quello? Aspetta vediamo: ci sono tante citazioni letterarie (alla fine del libro c’è una bibliografia delle citazioni così per avere in ordine perlomeno i libri da cui sono state tratte), intelligentemente amalgamate alla narrazione, mi è piaciuta soprattutto questa:

Nel romanzo Running Dog di Don DeLillo, c’è un perso­naggio che a un certo punto dice:
Ricordo che in quel periodo vidi Zabriskie Point, con quella sce­na finale in cui la casa esplode e tutti quegli oggetti sgargianti volano nell’aria al rallentatore. Dio, continuai a pensarci per un anno intero. Fu il momento più importante di tutto l’anno. […] tutte quelle confezioni di detersivo e minestra in polvere e cotton fioc e eyeliner che saltavano in aria insieme alla casa, boom.

Sapremo molti fatti suoi, della sua adolescenza, dei suoi studi, del suo lavoro di scrittore e di insegnante di scrittura, di marito, di neopadre. Si parlerà di cinema, di Hitchcock e del suo Psyco (provate voi a far morire la protagonista e star del film quasi all’inizio, fregandovene delle regole dello star system e della cinematografia tutta). E poi c’è Luigi, David Foster Wallace, Don De Lillo e Valter Binaghi, per chi non lo conoscesse era uno scrittore strepitoso, recuperate a caso un suo libro (Blackjack venne pure a commentarmi). E poi c’è un romanzo di cui sappiamo tutto, conosciamo i personaggi, ma mai verrà scritto. Per le regole del marketing forse era troppo.

Non ci sono conquiste, non c’è felicità di parola, non c’è verità, non ci sono idee. Le nostre passioni di scrittori contemporanei, le nostre battaglie, i nostri sogni sono tenuti insieme da un vocabolario squisitamente aziendale, un – peraltro scarso – vocabolario da lavaggio del cervello dove la produzione culturale è un pendolo che oscilla tra due forze e due soltanto: successo o fallimento? Fallimento o successo? La parola comunicazione viene usata abitualmente in sostituzione della parola marketing. L’atto stesso del comunicare è diventato un lavoro e una strategia da usare per vendere e quindi per ingannare, perché il marketing fagocita i rapporti tra persone, li ingloba e li spoglia di nutrimento.
Così la letteratura ha consegnato le armi al nemico nell’istante stesso in cui ha smesso di inseguire la sincerità per mettersi in fila alla cassa.

E poi c’è una nascita, una crescita, il coraggio di una madre, la bellezza dell’ insegnamento e di avere degli allievi, c’è amore per la letteratura e per la parola scritta, insofferenza per tutto ciò che vincola la libertà, personale e creativa.
Insomma tanta carne al fuoco.
Ma che il Paolacci smetta di scrivere. No, no io non ci credo. Dai è troppo bravo.

Antonio Paolacci è nato nel 1974 e vive a Genova. È editor e consulente editoriale. Ideatore e direttore di alcune collane di narrativa e saggistica, ha curato anche premi letterari e rassegne. Ha tenuto corsi di scrittura creativa in diverse città italiane. Dal 2014 insegna scrittura creativa alla scuola Officina Letteraria di Genova. Come autore ha scritto: Flemma (Perdisa Pop, 2007 – Morellini Editore, 2015), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010), Accelerazione di gravità (Senzapatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e Piano Americano (Morellini, 2017). Per saperne di più o contattarlo: antoniopaolacci.blogspot.it

Source: inviato dall’ autore.

:: Abigail di Magda Szabó (Edizioni Anfora 2017) a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2017

abigailAbigail”, è un romanzo scritto da Magda Szabó, pubblicato in Italia da Edizioni Anfora di Milano. La storia è avvincente, nel senso che il libro della scrittrice ungherese può essere interpretato come un romanzo di formazione vissuto dall’adolescente Gina. La storia di svolge nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Gina, 15 anni, orfana di madre vive con il padre, un generale dell’esercito ungherese che, ad un certo punto, la obbliga a lasciare il paese d’origine e tutti gli affetti di Budapest per andare in una prestigiosa scuola. La meta è un collegio calvinista noto con il nome di Istituto di Educazione Femminile Matula. Per Gina inizia un periodo esistenziale assimilabile ad un incubo: il padre la lascia in questa scuola e centellina sempre più i loro contatti; Gina viene spogliata di ogni singola cosa (abiti compresi) che possa rappresentare un segno di legame con l’alta società di Budapest dalla quale proviene. La ragazza deve fare i conti con delle compagne di istituto che non riescono ad accettarla, perché lei non vuole stare ai loro giochi, tipo il fingersi fidanzate con un busto di una statua o, come tocca a lei, con il terrario. L’adolescente è costretta a vivere in una scuola dove vigono leggi e regole indiscutibili, tanto è vero che ogni tentativo di violarle viene smorzato sul nascere, come la sua vana fuga. Tutti emarginano Gina e sembra che agiscano per renderle la vita impossibile. Ad un certo punto la ragazza scopre una verità nascosta e decide che per il bene suo e di chi le sta attorno è meglio che lei segua le regole del Matula, affidando poi le proprie paure, timori e speranze ad Abigail. Un’amica? Un professore? No. Abigail è una statua nel giardino della scuola che, secondo le matuline, avrebbe poteri magici con un’identità sconosciuta per le ragazze. Abigail venne scritto negli anni Settanta dalla Szabó, la quale prese spunto dal suo vissuto personale di giovane donna (era nata il 5 ottobre del 1917) ai tempi del dilagante Nazismo. Nelle pagine del libro la creatura letteraria di Gina subisce un vero e proprio percorso di trasformazione, nel senso che all’inizio è una ragazzina un po’ viziata, abituata alle comodità e a fare come vuole. Per lei il Matula è una sorta di prigione, di negazione della libertà ma, solo con la scoperta della vera ragione per la quale il padre l’ha portata in quel collegio e le “dritte” di Abigail, Gina cambia, rendendosi conto che deve smetterla di fare la capricciosa, poiché ogni suo gesto immaturo potrebbe mettere a repentaglio lei e chi le sta attorno. Nel 2005, “Abigail”, ammesso al concorso dello show televisivo Big Read (A nagy könyv), è stato proclamato il terzo libro più amato in Ungheria, ed è una storia nella quale accanto al conflitto tra una figlia che non comprende le decisioni del padre, si innestano temi importanti come la crescita, la presa di coscienza del proprio sé, l’importanza del valore della propria patria e la salvaguardia dell’integrità individuale. Traduzione Vera Gheno. Nella postfazione un saggio sulla genesi del libro della stessa Szabó.

Magda Szabó (Debrecen, 5 ottobre 1917 – Kerepes, 19 novembre 2007) è stata una scrittrice ungherese autrice di romanzi, drammi e raccolte di poesie. Le furono assegnati molti riconoscimenti per le sue opere. È stata una delle scrittrici ungheresi più tradotte al mondo. Di lei Anfora ha pubblicato “Per Elisa”, “Il momento” (Creusaide) entrambi del 2016 e “Affresco” del 2017.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Il corso dell’ amore – Alain De Botton (Guanda, 2016) a cura di Nicola Vacca

2 ottobre 2017

il corso dell'amoreAlain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.
Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.
Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento? Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.
L’amore romantico è la tomba dell’amore, sembra suggerirci De Botton e penso abbia perfettamente ragione.
La storia di Rabih e Kirsten è soprattutto immersa nelle vicende quotidiane. Il corso del loro amore si sporca di realtà e soprattutto ha a che fare con tutto ciò che di non romantico c’è in una relazione matrimoniale.
Le piccole cose di tutti i giorni, essere genitori, le delusioni, i traguardi mancati, le aspettative non corrisposte e anche le incomprensioni che sfociano nell’adulterio.
Alain De Botton smaschera senza alcuna finzione l’amore romantico e paradossalmente ci dice che sarà proprio l’amore non romantico con la sua lucida visione della realtà (non esiste l’anima gemella, la coppia perfetta e altri luoghi comuni del genere) a insegnare al genere umano un nuovo modo di amarsi.
De Botton analizza con una spietata freddezza tutte le fasi dell’amore dei due protagonisti raccontando la terra di mezzo, che è quella che comincia dove le belle storie finiscono.
Lo scrittore del corso dell’amore racconta il normale e non l’eccezionale, che è una fantasia sublime dietro la quale si è sempre nascosto l’inganno dell’amore romantico.

«Dobbiamo avvicinarci all’amore con più intelligenza e psicologia, e sposarci con più consapevolezza e saggezza. Anzi, diciamo che dobbiamo far sposare il matrimonio alla conoscenza».

Questo è uno dei motivi per cui Alain De Botton è tornato a scrivere sull’amore consigliano ai lettori di tenere sempre i piedi per terra e di allontanarsi una volta per tutta dall’idea romantica del’amore.
La durezza del quotidiano ci dice che non si potrà mai essere felici trovando la persona perfetta, perché in amore non esiste una idea saggia del giusto e nessuno di noi è perfetto.
Dobbiamo imparare ad amare tenendo conto delle nostre imperfezioni, perché per essere felici non abbiamo bisogno di essere perfetti, ma di persone che siano capaci di vivere con le nostre imperfezioni.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Alain De Botton con Il corso dell’amore racconta la storia di tutti i giorni di due persone che viaggiano insieme per imparare ad amare e ad amarsi affrontando tutto quello che a loro chiederà la vita.
È questa sarà la loro storia d’amore, vera. Perché troppo sappiamo di come comincia l’amore, ma sciaguratamente poco di come potrebbe continuare.

«È un romanzo contro il romanticismo. Contro l’ideale di perfezione. E contro una sorta di ingenuità sull’amore. Volevo andare oltre, raccontare la storia di due persone che si innamorano, si sposano e, con gli anni, imparano ad amarsi. È un viaggio per imparare ad amare, alla fine del quale scoprono che l’amore è una abilità, un talento».

Alain De Botton ha scritto il romanzo più convincente e sorprendente dell’amore non romantico.

Alain de Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. I suoi libri, Esercizi d’amore, Il piacere di soffrire, Cos’è una ragazza, Come Proust può cambiarvi la vita, Le consolazioni della filosofia, L’arte di viaggiare, L’importanza di essere amati, Architettura e felicità, Lavorare piace, Una settimana all’aeroporto, Del buon uso della religione, Come pensare (di più) il sesso, L’arte come terapia (insieme a John Armstrong) e News. Le notizie: istruzioni per l’uso, sono pubblicati in Italia da Guanda. Il suo sito internet è: http://www.alaindebotton.com

Sfoglia le prime pagine: qui.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ Ufficio stampa.

:: Solo sabbia tranne il nome, Paolo Fiore (Manni 2017) a cura di Nicola Vacca

18 settembre 2017

solo sabbia tranne il nomeAbbiamo lasciato Paolo Fiore cinque anni fa quando dava alle stampe Fu chiaro appena oltre lo zenith, il romanzo storico e filosofico ambientato nel cuore dell’intolleranza del Seicento. Intorno alla figura di Giordano Bruno l’autore affronta il tema del rapporto tra conoscenza e libero pensiero alla luce di tutte le eresie asistematiche messe al rogo da una Santa Inquisizione, che in nessun modo tollerava i punti di visti diverso dal suo. E sappiamo come è andata a finire.
Oggi Fiore, sempre per i tipi di Manni, pubblica Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena, un altro romanzo filosofico in cui il medico scrittore decide di misurarsi con la contemporaneità. Qui lo scrittore attraversa le narrazioni del Novecento e le supera, mettendo al centro della sua storia Walter Benjamin, un altro pensatore asistematico che privilegia la forma del saggio e dell’aforisma per prendere posizione e negare l’ordine esistente.
Il Benjamin ossessionato dall’Angelus Novus di Paul Klee. Per il filosofo questo è l’angelo della storia che appare in un momento ben preciso e introduce una questione sola :«cosa fare delle rovine?».
Al centro della storia raccontata da Paolo Fiore c’è Marco, studente universitario che sta preparando una tesi su questi temi, e una serie di personaggi contemporanei al dramma della narrazione che ruotano intorno all’Angelus Novus di Paul Klee e alle riflessioni di Benjamin
Solo sabbia tranne il nome non è solo un romanzo di formazione del suo protagonista che si perde nel labirinto della conoscenza per ritrovare la dimensione di sapere che sappia scavare nelle rovine del tempo, ma è il romanzo di formazione di un’epoca intera, la nostra e soprattutto di quel Novecento che ha visto l’angelo della storia volare sulle macerie.
Per Benjamin il dipinto di Klee rappresentò un’ossessione. Nel 1921, infatti, il filosofo lo acquistò e nel 1940 scrisse Tesi della filosofia della storia in cui definì Angelus Novus una rappresentazione dell’angelo della storia che tanto turbava la sua speculazione.

«C’è un quadro di Klee che s’ intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Paolo Fiore scrive un romanzo – ideario in cui tra narrazione e pensiero filosofico cerca di rubricare per voci tutta l’incertezza della nostra epoca seguendo il percorso di formazione di Marco, studente mosso da una curiosità enciclopedica che si sente uomo spacciato del proprio tempo su cui l’angelo della storia continua a volare sulle catastrofi.
Marco, cittadino globale di questo liquido terzo millennio, non si sottrae ai nuovi disastri della contemporaneità (Paolo Fiore al suo protagonista fa fare i conti con tutte le questioni aperte del proprio tempo che in un certo senso hanno a che fare con la violenza immanente della Storia) e diventa esegeta delle macerie su cui cammina.

«Testo colto, ironico –scrive Alessandro Vergari nella prefazione – avvolto nelle stesse fascinazioni che racconta Solo sabbia tranne il nome assorbe linfa vitale da molteplici vene di pensiero. Paolo Fiore, medico di professione (non omeopata) e scrittore per talento, si spinge alla ricerca di una sacralità immanente, sottesa alle cose, e stimola il lettore ad interrogarsi sul mistero che è in lui, a porsi domande sul senso dell’identità in questi tempi di grande incertezza».

L’autore di questo libro continua a frequentare il pensiero asistematico e inattuale, questa volta per attraversare la contemporaneità e le sue rovine. Accanto a Giordano Bruno, ci mette Walter Benjamin ma anche Cioran e Ceronetti, perché oggi come ieri andare verso il futuro è inevitabile, ma a patto che gli occhi appunto siano incollati sul passato, tutto è stato già detto una volta sola nelle nostre radici, perfettamente e per sempre. Apax legomena, appunto.
Se alziamo gli occhi al cielo lo vediamo ancora l’angelo della storia che a occhi aperti plana sulle macerie apocalittiche di oggi.

Paolo Fiore è nato nel 1965 a Fondi dove vive ed è medico.
La passione per la lettura e la scrittura lo accompagna da sempre e ha dato il via ad opere creative che gli hanno già procurato in Italia significativi riconoscimenti.

Source: inviato dall’ autore al recensore.

:: Il carattere antropologico della scrittura di Wanda Marasco in La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 settembre 2017

La-compagnia-delle-anime-finte-01Nel romanzo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza, candidato al LXXI Premio Strega, Wanda Marasco racconta Napoli.
Quella di metà secolo scorso. Tra la fine della guerra e l’inizio della miseria. Tra la sporcizia e le malattie. Tra l’amore e la prostituzione. Tra i debiti e gli strozzini. Tra la morale e l’omosessualità. Tra la follia e il pianto. Tra la rabbia e gli schiaffi. Tra il dialetto e i gesti. Tra le parole e gli sguardi. Tra la realtà e il sogno.
Una Napoli che nasce e muore nel ventre di una madre. Una madre che, all’inizio del romanzo, respira gli ultimi minuti di esistenza su questa terra. Una madre che torna, nelle parole della figlia, a ripercorrere tutta una vita. E in questa vita ci sono tutte quelle anime, anime finte, attrici nel palcoscenico della realtà, che la scrittrice incontra dall’infanzia fino all’età adulta.
Ogni personaggio che abita la pagina viene caratterizzato attraverso un particolare fisico, che ne diventa l’elemento fondante della personalità. E ogni personaggio altro non è che una parte di Napoli, unica grande protagonista del narrare. La bellezza della madre Vincenzina, la malattia del padre Rafele, l’omosessualità dell’amico Mariomaria, lo stupro dell’amica Emilia, le bocche spaventosamente grandi delle pettegole vicine di casa, i denti gialli dell’usuraio, la risata pazza della zia Iolanda, lo sguardo freddo della nonna Lisa Campanini, altro non sono che uno spaccato della città partenopea.
Il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno di uno di quei film di Tornatore che indaga, dietro la macchina da presa, quei segreti silenziosi che abitano le vie delle città del Sud. Segreti ben nascosti agli occhi stranieri che guardano. Quei misteri che solo chi ci nasce dentro conosce, ma anche non riesce a spiegarsene la motivazione. Come Rosa, la scrittrice/narratrice che ha origine nel ventre della madre ma non riesce a comprendere i misteri della donna, neanche sul finire dei suoi giorni. Ecco che il finale del romanzo è un sogno. Una narrazione sfumata e leggera nella quale Rosa si ritrova a percorrere le vie della sua infanzia e, occhiata dopo occhiata, incontra nuovamente tutte le anime finte.
Un profondo sentimento di attaccamento viscerale alla terra materna è tradotto in una scrittura focosa e tragica. Confusa a tratti. Che quasi si perde nel racconto del ricordo. Una scrittura dalla forte valenza antropologica che mira a raccontare il vivere quotidiano, ponendo sotto una lente di ingrandimento tutti quei gesti ripetuti che caratterizzano l’Italia del dopoguerra.

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Diplomata in Regia e Recitazione all’Accademia d’arte drammatica «Silvio D’Amico» di Roma, è autrice di romanzi e di raccolte poetiche. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003), prefato da Giovanni Raboni, e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). Ha lavorato in teatro come regista e autrice; in questo doppio ruolo ha messo in scena l’Asino d’oro di Apuleio e, con Quei fantasmi del presepe, una rivisitazione del teatro di Eduardo, oltre al poemetto Tre donne di Sylvia Plath e a Tutti quelli che cadono e Giorni felici di Samuel Beckett. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza.

Source: acquisto del recensore.

:: Memoria di ragazza di Annie Ernaux (L’orma 2017) a cura di Nicola Vacca

14 settembre 2017

ormaAnnie Ernaux sa fare della scrittura un’impresa insostenibile. Tra tutti i suoi libri Memoria di ragazza è quello in cui la scrittrice francese reinventa se stessa seguendo la lezione di Proust.
Anche in queste pagine (tradotte magnificamente da Lorenzo Flabbi) Annie va alla ricerca del tempo perduto e di un futuro che ancora non è stato scritto.
L’autobiografia si fa materia di questa sua scrittura, diventa strumento di una narrazione che diventa romanzo e non solo.
La scrittrice racconta da sempre la propria vita, non rinuncia mai al distacco che impone una memoria da coltivare come un’impresa collettiva che parla di noie a noi.
Memoria di ragazza è il libro che l’autrice ha inseguito per tutta la vita. Proprio per questo è il suo romanzo più bello.
La ragazza del 1958, che tanto le somiglia, va alla ricerca di se stessa come educatrice in una colonia di vacanze.
Annie trova una fototessera che la ritrae diciottenne. Così parte l’indagine intorno a se stessa e con un tuffo nel passato torna a quel 1958 dove tutto ebbe inizio.
Con una rinuncia all’io, la scrittrice inizia a scavare nell’inquietudine della sua scrittura per restituire all’oggi il suo modo di affacciarsi al mondo, la sua formazione, le sue vecchie amicizie, forse nel tentativo disperato di trovare un baricentro tra il passato e il presente.
Ernaux racconta, di lacerazione in lacerazione, la sua giovanile immanenza che si affaccia al mondo.
Per fare questo ha bisogno di riflettere sulla scrittura, di esternare (durante il racconto della sua formazione) riflessioni universali sul suo modo di fare letteratura: «Bisogno di scrivere su qualcosa di vivente, con il rischio di metterlo a repentaglio, e non nella tranquillità conferita dalla morte delle persone, restituite all’immaterialità delle creature di finzione. Fare della scrittura un ‘impresa insostenibile. Espiare il potere di scrivere – non la facilità, nessuno ne ha meno di me – tramite la paura immaginaria delle conseguenze».
Annie Duchesne/Ernaux è consapevole che la memoria è una forma di conoscenza. Tornare indietro di oltre mezzo secolo e andare alla ricerca di una diciottenne che in una colonia inizia il suo cammino nella vita per la scrittrice significa una sola cosa. Capire se tra la ragazza del 1958 e Annie di oggi ci sia una somiglianza.
«E quale desiderio c’è oltre a quello di capire, in questo accanirsi a cercare, tra le migliaia di nomi, verbi e aggettivi, quelli che diano la certezza – l’illusione – di aver raggiunto il più alto grado possibile di realtà?»
Annie Ernaux va alla ricerca del suo tempo perduto seguendo sempre una corrispondenza tra vita e scrittura. Scrivere della ragazza che è stata è un esercizio per diseppellire cose, ma soprattutto scrivere significa sopportare ciò che accade e ciò che facciamo.
Annie Ernaux scrive questo libro per cogliere la vita e comprendere il tempo, ma soprattutto godere di esso.
«Ho iniziato a fare di me stessa un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte».
Questo ha pensato la ragazza quando una domenica pomeriggio di fine agosto o inizio settembre 1960 seduta su una panchina dei giardini accanto alla stazione di Woodside Park deicide di scrivere un romanzo.
Alla fine è arrivato Memoria di ragazza, che la stessa Ernaux definisce il racconto di una perigliosa traversata verso il porto della scrittura.
Quello che per lei conta non è ciò che succede, è ciò si fa di quel succede.
Anche qui la grande scrittrice francese ha saputo reinventare l’autobiografia senza mai tradire il legame tra la vita e la scrittura e allo stesso tempo è riuscita a esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.
La ragazza del ’58, grazie a Annie Ernaux, ha un posto nella letteratura. Adesso la scrittrice con lei ha fatto i conti entrando magistralmente nell’abisso dell’essere della memoria. Il risultato è questo libro straordinario, materia immanente di un vivente che ci coinvolge e appartiene.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.
Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato nel 2016 L’altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile.

Lorenzo Flabbi è critico letterario e editore. Ha insegnato letterature comparate nelle università di Paris III e Limoges dedicandosi in particolare agli aspetti teorici della traduzione. Ha tradotto, tra gli altri, Apollinaire, Rushdie, Valéry, Rimbaud, Stendhal e, di Ernaux, Il posto, Gli anni e L’altra figlia.

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio stampa.

:: Le parole degli altri di Michaël Uras (Editrice Nord 2017) a cura di Nicola Vacca

12 settembre 2017

parole degli altriLa biblioterapia, ovvero quando i libri si prendono cura di noi. La terapia attraverso la lettura è una bella strada da percorrere. Un buon libro è un compagno di viaggio per chi avverte nella sua esistenza momenti di profondo disagio e decide di intraprendere con un professionista un percorso terapeutico.
«La biblioterapia, la terapia attraverso la lettura, – si legge sul sito www.biblioterapia.it – fa parte degli home works, dei  “compiti a casa “, che molti clinici adottano e “ prescrivono” ai loro pazienti come strumento di crescita cognitiva e socio-affettiva nel trattamento psicoterapeutico. La lettura di un libro stimola la riflessione, la conoscenza, l’approfondimento e lo sviluppo di contenuti emersi in terapia e il confronto. Il libro stesso diventa “un altro luogo”, come osservano alcuni autori, condiviso da terapeuta e paziente, comunque parte di un programma terapeutico».
Michaël Uras, tra i più importanti scrittori francesi dela sua generazione, a questa disciplina e al suo amore per i libri dedica Le parole degli altri, il suo nuovo romanzo uscito per i tipi dell’Editrice Nord e tradotto da Francesco Graziosi.
Alex, il protagonista, decide di mettere a frutto la sua sconfinata passione per i libri e si inventa il mestiere di biblioterapeuta.
Quando le persone si rompono, Alex è lì con le parole dei libri. Invece di medicine consiglia ai suoi pazienti, dopo averli ascoltati, letture e parole di libri e romanzi.
Uras segue Alex nelle sue sedute e nei suoi incontri. Sono davvero suggestivi i racconti dell’autore. In ogni consiglio di Alex si apre un mondo sul potere salvifico delle parole: per ogni paziente e per il suo disagio c’è sempre un libro e i suoi infiniti labirinti in cui trovare il benessere.
Yann, Robert e Antony, sono alcuni dei pazienti di Alex. Entrambi, anche se sono diverse le forme di disagio per cui si sono rivolti al biblioterapeuta, hanno in comune qualcosa: il desiderio di ritrovare se stessi.
Il biblioterapeuta sa che per ognuno di loro c’è un libro. Così dispensa ai tre pazienti i suoi consigli di lettura. Le parole degli altri saranno di conforto al loro disagio e la letteratura come terapia sarà davvero utile e risolutiva.
Uras scrive un libro straordinario sui libri e sui loro infiniti mondi. Lo scrittore francese, dopo Io e Proust, si conferma uno scrittore di talento e anche in questo romanzo si avventura nei labirinti magici della letteratura che con il suo straordinario universo di carta e di parole aiuta le nostre esistenze a essere decisamente migliori.
La letteratura e le sue facoltà terapeutiche che aprono sempre altre vie da esplorare.
«La mia fiducia nel futuro della letteratura – scrive Italo Calvino a proposito delle sue Lezioni americane – consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici».
Anche Alex sa che nella sua vita qualcosa si è rotto dopo che Mélanie lo ha lasciato.
Ma lui non è solo, perché gli restano i libri. Diventa paziente di se stesso, anche lui vuole guarire.
Le parole degli altri gli vengono incontro. Sicuramente anche lui troverà nella passione per i libri quelle giuste per ricominciare.

Michaël Uras è nato in Francia nel 1977 da padre sardo e madre francese. La sua passione per la lettura l’ha spinto a dedicarsi agli studi letterari, culminati in una laurea all’università di Besançon e successivamente in una alla Sorbona di Parigi. Attualmente insegna Lettere in una scuola superiore francese.

 

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

:: Motel Chronicles – Sam Shepard (Il Saggiatore 2016) a cura di Nicola Vacca

11 settembre 2017

motel sam shepardLo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.
Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders
Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.
In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.
Wim Wenders sì innamorò dei racconti di «Motel Chronicles» e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.
Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni di questo libro non si seppe più nulla.
Nel 2016 il Saggiatore riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.
Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.
Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.
Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard (di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Motel Chronicles e gli altri suoi libri raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.
Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.
Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin, nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.
E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.
Lo scorso anno esce per i tipi di Playground Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro. Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri si trova sempre la fotografia di un’ America che cambiava mentre stava tradendo se stessa, di cui Shepard è stato lucido testimone.

Sam Shepard, nato nel 1943, è attore, commediografo e scrittore. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. È apparso in film come I giorni del cielo (1978), Uomini veri (1983) e Black Hawk Down (2001) e ha collaborato alla sceneggiatura di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1970) e Paris, Texas di Wim Wenders (1984).

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: La felicità vuole essere vissuta – Loredana Limone (Salani 2017) a cura di Viviana Filippini

7 settembre 2017

la felicità vuole essere vissutaViene sempre il momento in cui bisogna rendere ciò che si è preso...”

Nell penultimo romanzo con protagonista Borgo propizio (Un terremoto a Borgo propizio, ed Salani) la piccola comunità era sconvolta dal sisma. Di certo il destino della popolazione del paesino nato dalla penna di Loredana Limone non poteva restare sconosciuto e, non a caso, l’autrice napoletana di nascita, ma milanese d’adozione, è tornata con un quarto volume dedicato al magico borgo. “La felicità vuole essere vissuta” è il titolo del romanzo edito da Salani, nel quale la popolazione del borgo è raccontata mentre sta cercando di tornare alla vita quotidiana dopo la distruzione causata dall’evento sismico. Loredana Limone non tradisce gli appassionati lettori delle vicissitudini del simpatico borgo medievale, e così, accanto all’arrivo di turisti stranieri, alla squadra di calcio locale che sale sempre più nelle classifiche, passando per l’apertura di nuovi negozi- compresi i parrucchieri cinesi e la boutique alternativa Amandissima- si scopre che tutti gli abitanti sono in fermento, perché presto arriverà una troupe cinematografica pronta a girare un film su Borgo Propizio e su Aldighiero il Cortese, suo fondatore. Questo evento crea curiosità, ma non impedisce alla scrittrice di trascinarci in un trama, come sempre ben costruita, dove le storie personali dei diversi personaggi si intrecciano le une alle altre con situazioni quotidiani velate a volte da ironia e altre da comicità, a dimostrazione di come un piccolo borgo possa essere considerato un mondo in miniatura dalle infinite sfumature. Pagina dopo pagina ritroviamo i personaggi di sempre, quelli che conosciamo e che, nel corso del tempo, sono diventati amici di noi lettori. C’è Belinda, moglie e mamma della piccola Letizia, non possono mancare le simpatiche Mariolina e Marietta alle prese con una terza sorella sbucata da chissà dove. Non è finita, perché ci sono anche Claudia e Cesare, alle prese con un matrimonio dalla crisi conclamata e Antonia con il suo travagliato amore per Rocco Rubino. Come sempre Loredana Limone, con la sua scrittura scorrevole, crea situazioni di vita quotidiana nelle quale gli imprevisti, i doppi sensi nascosti e momenti di riflessione sul senso dell’esistere sono sempre presenti. Loredana Limone ci fa sì sorridere, ma il suo scrivere è curato e mai banale, ci fa pensare a quello che succede nella vita di ogni giorno. Questo suo modo di raccontare ci trascina dentro ad un mondo fatto di personaggi di fantasia che rispecchiano tanti caratteri e comportamenti di noi umani, impegnati – come le creature letterarie della Limone- nelle piccole lotte del quotidiano per trovare un po’ di sana felicità da vivere e condividere. “La felicità vuole essere vissuta” della Limone ha un altro personaggio importante, lo stesso Borgo Propizio stesso, non solo set di ambientazione delle diverse vicissitudini dei propiziani, ma parte attiva e fondamentale di una storia dalla quale si impara che, a volte, nella quotidianità si devono riconoscere anche i propri errori, e non solo quelli degli altri, per trovare serenità.

Loredana Limone, napoletana di adozione milanese, dopo una decina di libri tra fiabe e gastronomia, ha esordito nella narrativa con Borgo Propizio, premiato con la menzione speciale al Premio Fellini 2012, tradotto in Spagna, Germania e Bulgaria. Gli altri libri sul borgo sono “Borgo Propizio”, “E le stelle non stanno a guardare” e “Un terremoto a Borgo Propizio”, è in arrivo il quarto capitolo dell’amatissima saga: La felicità vuole essere vissuta.

Source: acquisto personale del recensore.