Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Recensione di Disastri di Daniil Charms a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2011

DisastriDecisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati  a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.

Daniil Charms, nato a Pietroburgo nel 1905 e morto nel 1942, è diventato, a partire dagli anni Settanta, uno degli scrittori russi per adulti piú letti e piú pubblicati. La sua fama si deve a un sodale, Jakov Druskin, che durante l’assedio di Leningrado salvò dalle macerie della casa bombardata di Charms la valigia che conteneva i manoscritti dell’amico.

:: Recensione di The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2011

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan ElliotMesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare (qui). Mentre Maus raccontava la Shoa e Palestina parlava del conflitto arabo-israeliano, The Rabbits tratta il tema del colonialismo senza espliciti riferimenti a fatti storici precisi anche se sono più che evidenti le analogie con la storia del colonialismo in Australia. Più che un fumetto a dire il vero è un libro illustrato scritto da John Marsden e illustro da Shaun Tan, entrambi australiani e  pubblicato lo scorso ottobre da Elliot, una favola non destinata ai bambini dalle forti connotazioni simboliche raccontata dal punto di vista dei colonizzati. Un narratore invisibile infatti portavoce di un popolo oppresso e devastato racconta con tono epico da leggenda l’arrivo di misteriosi visitatori, dei conigli, non molti, molti gentili, che suscitano nei nativi curiosità non ostante l’avvertimento degli anziani di stare attenti. L’incontro in un primo tempo amichevole prende subito i connotati di una vera e propria invasione, a volte si combatte ma gli invasori sono troppi, i nativi perdono sempre. Il libro accusato di fare propaganda politica dalle frange più estreme della destra conservatrice ha vinto numerosi premi in Australia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è usato come testo di studio nelle scuole secondarie. Oltre che per il suo valore artistico di notevole pregio, le illustrazioni sono tratte da dipinti in acrilico, olio su canvas, inchiostro, l’opera racchiude un messaggio di immediata comprensione, pur nella sua drammaticità, e lascia nel lettore nuovi interrogativi che restano anche dopo che il volume sia chiuso.

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan Elliot, Collana Scatti, Traduzione di Irene Pepiciello, 2010 32 pagine, illustato , rilegato, Prezzo 17,50 Età consigliata da 7 anni in su.

:: Intervista Roberto Zacco. Uno sguardo sull’antico Egitto a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2011

ZaccoBenvenuto Professore su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista, Medico, docente universitario, scrittore, cultore di archeologia. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Roberto Zacco?

Io sono sostanzialmente un medico che da sempre ha avuto un grande interesse per la letteratura e per la civiltà egizia che ho studiato a fondo anche grazie ai miei viaggi in questo magnifico paese che è l’Egitto.

Appassionato di archeologia, membro di diverse società egittologiche in Italia e all’estero, collaboratore presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Pavia. Come è nata la sua passione per l’archeologia e in particolare per l’antica e affascinante civiltà egizia?

E’ nata in modo banale, con un’ esperienza turistica nel 1977. Dopo questo viaggio è nato l’amore per questa civiltà che mi ha spinto ad approfondire il suo studio.

Ha esordito come narratore nel 1986 con il romanzo Nudo di donna con cane. Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura

E’ sempre esistito sin dal liceo. Mentre svolgevo la professione di medico non avevo nè il tempo e nè la forza per coltivarlo fino a che questa passione ha preso il sopravvento.

Nel 2002 ha pubblicato il saggio La cultura medica nell’Antico Egitto (Edizioni Martina Bologna). Un interessante saggio che tratta un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente comprensibile anche per coloro che non sono specialisti della materia grazie al suo stile vivace e immediato. Lei professore di semeiotica medica all’Università di Milano e autore di numerosi articoli scientifici come ha mediato l’oggettività scientifica con la struttura prettamente narrativa?

Diciamo che sono due cose parallele. Poi dipende dai momenti, a volte prevale l’uno a volte l’altro.

Il suo ultimo libro Dove guarda la sfinge edito da Persiani Editore uscito il dicembre scorso, è il terzo libro ad ambientazione egizia e completa la trilogia iniziata con Le braccia del sole e Gli occhi della luna entrambi editi da Mondadori. Come si è documentato nella stesura di questi testi?

La documentazione risale prevalentemente al primo libro della trilogia, Le braccia del sole, che mi ha imposto un approfondito lavoro di ricerca e di analisi storica.

In Dove guarda la Sfinge il protagonista, Tutmhose, abile scultore e seguace della nuova religione introdotta da Amenophi IV, si interroga sul senso della vita, sul potere della bellezza, sull’arte. Ci può parlare più approfonditamente di questo personaggio?

Tutmhose è un personaggio storicamente esistito. E’ l’autore del ritratto di Nefertiti conservato al museo di Berlino, la cui bocca viene ripetuta nella copertina di Le braccia del sole. Sicuramente è caratterizzato da una grande sensibilità artistica.

Nel mondo antico, quasi completamente politeista, la rivoluzione religiosa promossa da Amenophi IV che proponeva Aton come Dio unico è sicuramente singolare. Lei che ha studiato attentamente questo periodo cruciale della storia antica che idea si è fatto? Era solo una rivoluzione religiosa o anche sociale e politica? 

Era indubbiamente anche una rivoluzione politica contro la strapotere del clero, che adorava il dio Amon. Era diciamo uno stato dentro lo stato e sicuramente questo non era ben accetto dal potere centrale.

Ha conosciuto Bruno Tacconi? E’ stato in qualche modo influenzato da questo autore?

No, purtroppo no.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi romanzi?

Promesse che si trascinano da anni e mi hanno reso piuttosto incredulo. Comunque c’è stato un interessamento anche da parte di Hollywood.

In questi giorni l’Egitto vive un momento molto drammatico, non solo politico. Ci sono stati numerosi saccheggi e distruzioni di reperti preziosissimi al Museo del Cairo? Cosa ne pensa? Cosa si può fare per preservare questi tesori inestimabili?

Questi tesori vanno difesi e preservati anche con la forza se è il caso. Comunque ritengo che quello che sta succedendo adesso in Egitto ha una valenza più mediatica. I danni sono modesti.

Per concludere può anticiparci qualcosa sui progetti ai quali sta lavorando in questo momento?

Ho cominciato a scrivere un libro ambientato nei nostri tempi. La parentesi egizia credo si sia conclusa con la trilogia. Non penso che scriverò più storie ambientate in Egitto.

:: Intervista a Leonardo Bragaglia: una vita per il teatro a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2011

1Benvenuto Maestro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Attore, regista teatrale, saggista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Leonardo Bragaglia?

Sono figlio d’arte. Mio padre era il grande Alberto Bragaglia. I miei zii erano Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia registi teatrali ed è grazie a loro che scoppiò in me l’amore per il teatro frequentando i maggiori teatri di Roma. A quindici anni decisi d’intraprendere la carriera artistica di attore e fui scritturato nella compagnia dello zio Anton Giulio, che dopo essere stato epurato, tornò direttore del Ridotto di Venezia. L’anno dopo mi iscrissi all’Accademia nazionale di Silvio d’Amico dove venni ammesso. Per avere un contratto fisso andai a Milano dove feci l’attore e l’aiuto regista ed ebbi l’occasione di incontrare Riccardo Bacchelli che stava lavorando ad un dramma sull’eutanasia e volle farmi assumere come aiuto regista. Diventammo amici e ci frequentammo per i due mesi di prova di Giorni di verità dove figurava la regia di Bacchelli – Bragaglia. Da oltre sessant’anni faccio l’attore e ho potuto recitare con tutti i miei maestri come Memo Benassi. Poi indignato dal fatto che Ruggero Ruggeri grande interprete di D’Annunzio e di Pirandello figurava solo in brevi trafiletti di giornale ho scritto il primo volume dedicato appunto a Ruggeri.  Sono anche condirettore del Premio Ermete Novelli insieme a Paolo Emilio Persiani.

Ha iniziato la sua carriera recitando per il cinema con Vittorio De Sica, Totò, Anna Magnani, Nino Manfredi, nei film di suo zio Carlo Ludovico Bragaglia.Ci racconti un ricordo, un’ aneddoto curioso riguardante Totò.

Sì, ho fatto delle particine nel cinema come lavori estivi. Di Totò ricordo la grande bontà e generosità. Per farti un esempio posso raccontarti un aneddoto. Un giorno stavamo girando e un tecnico arrivò sul set con grande ritardo. Fu pesantemente rimproverato e Totò si informò e gli chiese cosa fosse successo. Il tecnico gli spiegò che gli si era rotta la motoretta. Allora Totò seduta stante gli firmò l’assegno per ricomprarla. Ecco chi era Totò.

In teatro ha debuttato con la compagnia dell’altro suo zio Anton Giulio Bragaglia al Ridotto di Venezia con Memo Benassi. Oltre che con Benassi, ha lavorato con Antonio Gandusio, Lamberto Picasso. Attori che forse le nuove generazioni non conoscono. Che ricordi ha di questi grandi attori?

Ricordo Antonio Gandusio, era un comico, un severo direttore artistico. Lavorammo assieme al Teatro dell’Università di Roma dove già ottantenne dopo tante pochade accettò di tornare a recitare i classici, Moliere, Goldoni. Durante le prove cadde, ricordiamolo aveva ottant’anni, e si ruppe un braccio. Con il braccio ingessato partecipò a tutte le prove e recitò trionfalmente la sera del debutto nel ruolo di Arpagone.

Ci parli di come è nato il suo amore per il teatro. Quale è il primo ricordo che ha di un palcoscenico teatrale?

Mio zio Anton Giulio Bragaglia dirigeva il Teatro delle Arti in una traversa di Via Veneto. Era un teatro d’avanguardia dove Anna Magnani debuttò nell’ Anna Christie di Eugene O ‘Neill. Da bambino avevo l’entrata libera e potei così assistere a tantissime rappresentazioni. Poi ci fu l’incontro con Ruggeri che fu determinate del quale scrissi 4 libri rendendo pubblico pure tutto il suo carteggio.

Negli anni successivi si è dedicato alla regia sia teatrale che radiofonica celebri le sue riduzioni per la RAI Commedie in 30 minuti. Un ricordo di Mario Scaccia.

Mario era soprattutto un grande amico. Era reduce da 10 anni di guerra. Appena sedicenne partì volontario, come ebbe modo di dire in parecchie interviste, per le guerre d’Africa. Entrò in arte con Diego Fabbri nella Filodrammatica. Dopo la prigionia in Africa tornò in Italia dopo la guerra e debuttò nel teatro. Era elegante, spiritoso. Mi ricordo un aneddoto divertente. Era così elegante e ricercato che Benassi quando lo vide per la prima volta lo soprannominò la Baronessa.

Come è cambiato il teatro dai suoi esordi fino ad oggi?

Non ci sono più attori, Mario Scaccia è da pochi giorni mancato, Arnoldo Foa ha ormai 95 anni. Ripeto non ci sono più attori.

Delle nuove generazioni chi l’ha particolarmente colpita?

Mi sono occupato dei Ritratti d’attore e sulla Finestra sul Futuro cito Kim Rossi Stuart che è molto bravo, si occupa principalmente di cinema, ma è molto serio e spero che torni al più presto al teatro.

Dopo una vita dedicata al teatro oggi per lo più si dedica alla pagina scritta, pubblicando oltre una quarantina di libri. Cosa la ha spinta a questo cambiamento?

Come ho detto un momento d’ira. Del grande Ruggeri c’erano solo brevi trafiletti sui giornali, così ho voluto rimediare con i miei libri. Ho scritto molti saggi e biografie, circa una sessantina  tra cui, la più famosa quella di Maria Callas, alla quale ero molto legato .

Per celebrare il 120° anniversario dalla nascita di Riccardo Bacchelli ha appena pubblicato il libro Riccardo Bacchelli e il teatro edito da Paolo Emilio Persiani. Come ha conosciuto Bacchelli?

Ho prima accennato al mio incontro con Bacchelli. Era un uomo affascinante. Adorava come me il melodramma. Siamo andati tante volte assieme alla Scala ad ascoltare Rossini e parlavamo di vocalità, di impegno drammatico. Siamo andati a vedere il Mosè più volte. Era il 1965 ormai 45 anni fa.

Riccardo Bacchelli è soprattutto conosciuto nella sua veste di romanziere, come non citare Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Lei in questa sua opera invece ne traccia un profilo inedito, quello di autore teatrale, evidenziandone sia i successi che le delusioni. Perché questa scelta?

Riccardo Bacchelli aveva un grande amore per il teatro, non del tutto ricambiato. Soprattutto perché aveva un linguaggio aulico, un po’ duro, prezioso, da tragedia greca, austero.

In occasione dell’uscita del libro la Persiani Editore con il patrocinio del Comune di Bologna, in collaborazione con L’Associazione “Amici delle Muse” e con la Casa Lyda Borelli, ricorda Bacchelli con un incontro che si terrà giovedì 17 febbraio alle ore 17,30 nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. L’evento sarà arricchito dalla partecipazione straordinaria Giuliana Lojodice, che leggerà dei brani tratti dal libro. Perché pensa che questo autore sia in un certo modo trascurato e dimenticato?

Tutti questi enti si sono risvegliati in occasione dell’uscita del mio libro dedicato al teatro di Bacchelli. Bacchelli aveva sempre sognato di avere successo a teatro. Cito La notte di un nevrastenico opera lirica di Nino Rota di cui Bacchelli scrisse il libretto. Venne rappresentata ma non ebbe un buon successo. Andrebbe rivalutato.

Per Persiani Editore attualmente dirige la collana dello spettacolo. Quali sono le prossime opere in programma?

Abbiamo in programma un paio di libri su Mario Scaccia. Un libro di poesie, l’autobiografia e un libro sul metodo e sulla tecnica di recitazione sperimentato nella sua Scuola di recitazione. Anche io ebbi modo di scrivere Manuale dell’attore. Recitazione, dizione, interpretazioneedito da Persiani Editore.

Ha mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Sì l’ho fatto. Ce l’ho nel cassetto ma sarà pubblicata solo dopo la mia morte. Sono molto violento, troppo sincero.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Riguardo e rivedo alcuni libri che ho già pubblicato come ho fatto per Shakespeare in Italia. Personaggi interpreti e vita scenica del teatro shakespeariano in Italia.

:: Recensione di Gratitudine di Joseph Kertes (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2011

Gratitudine di Joseph KertesNella mia vita mi sono documentata e ho letto numerosi libri riguardanti la Shoah, le persecuzioni antisemite, la questione ebraica, alcuni saggi, racconti biografici, libri fotografici, alcuni libri più spiccatamente fiction e sicuramente non posso dire di avere letto tutto. Le pubblicazioni sono smisurate e ogni anno escono sempre nuovi libri caratterizzati da un fatto irreversibile: chi li scrive è sempre più lontano dai fatti succeduti. I sopravvissuti dei campi, i testimoni di quegli anni, le generazioni che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale,  presto non saranno più in vita, non potranno più raccontare le loro storie. Oggi ci sono i loro figli, i nipoti, persone che hanno vissuto l’Olocausto in maniera riflessa e non per questo meno drammatica. La storia dell’Olocausto è un storia in cui il male ha mostrato la sua faccia peggiore, la crudeltà dei carnefici ha potuto causare tali sofferenze da essere difficilmente concepibili, però non dimentichiamolo non fu solo una storia di orrore ma anche di coraggio, di abnegazione, di uomini che misero a repentaglio le loro vite per salvare più persone possibili, di giusti tra le nazioni. Come non citare Schindler, conosciuto dal grande pubblico grazie al film di Spielberg,  Perlasca, Wallenberg, e i numerosi, che forse resteranno per sempre sconosciuti, che furono deportati e persero la vita nel tentativo di proteggere amici, o semplici estranei, di religione ebraica. Forse la storia delle persecuzioni degli ebrei ungheresi è la meno conosciuta, o almeno lo è per me. Gratitudine fa luce proprio su questo. Pubblicato per la prima volta in Canada del 2008 e vincitore del 59° “U.S. National Jewish Book Award for Fiction” e del “Canadian Jewish Book Award” questo romanzo spiccatamente corale unisce alla storia di fantasia, che drammatizza le vite di una ricca famiglia ebrea ungherese che visse durante l’ultima guerra, l’azione eroica di Raoul Wallenberg, personaggio realmente esistito, che salvò e protesse migliaia di ebrei ungheresi fornendogli falsi passaporti svedesi e case che non potevano essere violate, esattamente come fece l’italiano Giorgio Perlasca nella ambasciata spagnola a Bucarest.
La famiglia Beck, di cui Gratitudine racconta la storia, è una famiglia dell’alta borghesia, una famiglia facoltosa di professionisti, avvocati, medici segnata dagli stessi drammi di migliaia di famiglie ungheresi, accomunate tutte dai rastrellamenti eseguiti dai nazzisti che iniziando dai confini fino ad arrivare a Budapest deportavano tutti gli ebrei che riuscivano a stanare. I tre fratelli Beck Paul avvocato, Istvan dentista e la più giovane Rozsi, accomunati dal dolore, dal coraggio, dalla voglia di sopravvivere alla follia che li circonda danno vita a una saga familiare in cui anche i personaggi minori, come gli zii e i cugini, assumono un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama. Storie private che si confrontano con la storia con la “s” maiuscola. Paul aiuta Wallenberg in tutti i modi strappando letteralmente gli ebrei in partenza dai treni che li portavano nei campi di concentramento. Istvan viene nascosto nelle cantine dalla sua assistente Marta che viene deportata ad Auschwitz proprio per averlo aiutato. Rozsi vive una bellissima storia d’amore con un fotografo che viene catturato e deportato. Finita la guerra dato che il fidanzato non torna per il dolore si suicida. La cura delle ambientazioni, lo scavo psicologico dei personaggi, l’abilità con cui l’autore alterna e amalgama storia e fantasia, fanno di questo romanzo un commovente affresco dell’Ungheria occupata, dando soprattutto grande risalto al senso di sgomento e vera e propria incredulità con cui gli ebrei vissero questo stato di cose, perfettamente integrati da secoli nella vita di un paese moderno, amante della pace e cosmopolita. Il lettore, come i personaggi, vengono chiamati in causa e ognuno deve prendere posizione, schierarsi, cercare di capire quali sono le radici del male e come queste radici si insinuinino nella mente degli uomini. La bassezza, la codardia, l’egoismo di coloro che approfittarono della situazione gareggiano quasi con la crudeltà di coloro che torturarono, depredarono, uccisero e non si può far altro che guardare in faccia cosa gli uomini furono capaci di fare per trovare la forza di fare tesoro delle esperienze del passato e cercare così di creare un futuro, se non più giusto, perlomeno più umano. Nonostante il volume sia piuttosto corposo, 530 pagine, si legge molto facilmente in un paio di giorni.

Gratitudine Joseph Kertes, Elliot Edizioni, collana Raggi,  530 pagine, 2011, Traduzione Cosetta Cavallante, Prezzo di copertina 19,50.  

:: Intervista con Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2011

Kjell Ola DahlSalve Mr Dahl. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kjell Ola Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Lati forti: beh vediamo sono un gran lavoratore, scrivo ogni giorno; debolezze: sono facilmente sedotto, da libri, film, misteri, vino e donne (non sempre in quest’ordine).

Raccontaci qualcosa del tuo background,  dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre era un giornalista. Ci siamo spostati in giro per diverse città della Norvegia. Negli ultimi anni della fanciullezza ho vissuto a Oslo. Prima di finire gli studi ho viaggiato molto per conto mio. Continente americano, Asia, Europa. Ho studiato economia e psicologia presso l’Università di Oslo.

Quando hai capito che diventare uno scrittore era la tua strada?

Quando ero un bambino. Credo di aver sempre voluto essere uno scrittore.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo 35 ho detto a me stesso: ora o mai più. Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma solo allora ho capito che era il momento di farlo! Volevo scrivere un romanzo  poliziesco. Ho sempre amato i misteri e mi piaceva leggere i classici americani, come Chandler, Thompson, Hammett, Ross MacDonald e anche Ed McBain che ha molte somiglianze con autori svedesi come  Sjöwall & Wallhö. Volevo scrivere un poliziesco, una storia moderna, con una trama realistica, con personaggi al tempo stesso realistici ma molto particolari. Ho cominciato a scrivere il primo libro su Gunnarstranda e Frolich alla fine del 1989 (che sarà pubblicato in Inghilterra nel mese di settembre con il titolo Lethal Investments – Il quarto libro in inglese, sarà il primo!). A Natale del 1989 ho scritto per una settimana a diverse case editrici e ho inviato il manoscritto ad una casa editrice dopo capodanno. Tre giorni dopo l’editor mi ha chiamato e mi ha detto che il libro gli piaceva, ma era da rivedere. Questo mi ha richiesto tre anni 😉 ho imparato molto. Il libro è stato pubblicato nella primavera del 1993 e ha ricevuto buone recensioni. Il libro è stato il primo di una nuova ondata di crime fiction incentrati sulla polizia in Norvegia.

Perché hai deciso di scrivere Il quarto complice ora pubblicato in Italia da Marsilio editore?

E ‘un noir tipico, una storia di ossessioni, incentrata sull’importanza della qualità in una relazione. L’ho scritto molto velocemente. Parte tutto da una storia d’ amore di Frolichs con una donna che ben presto diventa per lui un’ ossessione. Penso che molti abbiano avuto delle relazioni così a volte. Allo stesso tempo, questa ragazza è un classico luogo comune –  è una femme fatale. Essendo un luogo comune, ne consegue che anche i suoi rapporti con il poliziotto, fanno parte di un cliché. Credo che questo sia quello che mi piace di più nei buoni polizieschi, quando c’ è quilibrio tra l’essere e l’ agire e i personaggi non agiscono come uno ci si aspetta ma ci sorprendono. E’ una sorta di  rituale. Mi piace leggere questo tipo di storie. Tutti i gialli di solito vertono sulla ricerca della verità. Qualche volta però non sappiamo quale sia davvero la verità, e questo è un fatto con cui mi piace giocare quando scrivo.

Cosa ti ha ispirato?

Diverse cose. A quel tempo ci furono molti furti e rapine molto violente svolte da professionisti ad Oslo. Questo ha significato una sfida per la polizia di Oslo. Ho fatto qualche ricerca in giro su questo argomento. E ho anche voluto creare una storia su cosa significasse essere un poliziotto. Mi sono posto la domanda: cosa sarebbe successo se un poliziotto avesse incontrato una ragazza molto cattiva? Volevo scrivere una storia di ossessioni e ha scoperto che descrivere un rapporto d’amore può essere un modo perfetto per farlo. E mi è stato ispirato soprattutto dalla storia avvenuta a Venezia di un dipinto rubato,  che è una storia vera.

Quanto è durato il processo di scrittura del Il quarto complice?

L’ho scritto velocemente, in meno di un anno. In qualche modo conoscevo l’intero racconto quando ho iniziato. Era una sensazione strana, ma anche bella.

Quali altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Come ho detto sopra, è un noir classico, mi può avere ispirato Il Falcone Maltese di Hammett, The Killer Inside Me di Jim Thompson e, naturalmente, Addio mio amata di Chandler. Mi sono ispirato anche a molti film noir classici, come Out of the past di Jack Torneur.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza svelarci il finale?

Ok, una breve introduzione: Il poliziotto Frolich incontra per caso una ragazza. Poi la incontra ancora una volta e si innamora di lei. Allo stesso tempo, egli nota che lei gli sta raccontando un sacco di bugie. Comincia a seguirla, a scoprire cose su di lei, la affronta e lei gli racconta ancora più bugie. Scopre che suo fratello è un criminale molto pericoloso. Una notte, mentre dormono nello stesso letto, egli è chiamato dal suo superiore sul luogo di un omicidio avvenuto nel porto di Oslo. Una guardia di sicurezza è stata uccisa da un uomo di nome Johnny Faremo – fratello della ragazza. Quest’ uomo è arrestato, ma ben presto viene rilasciato perché ha un alibi, dato da sua sorella. Frolich sa che è falso. Era con lui quando la guardia giurata è stata uccisa. Frolich vuole un chiarimento ma la ragazza scompare. Inizia così a cercarla, per scoprire la verità.

Puoi dirci un po’ di più sul tuo protagonista, Frank Frolich?

E’ un uomo molto ordinario, gli piace la birra, il calcio e la musica degli anni settanta. Non è sposato e si lascia facilmente sedurre dalle donne. Prima di Il quarto complice, ha avuto una relazione con una donna che ha avuto un bambino. Lei voleva molto sposarlo. Alla fine si sono lasciati. Penso che sia un personaggio in cerca di qualcosa. Né lui né io però sappiamo effettivamente cosa. Lui non ne è sicuro perché è un poliziotto. Ma l’azione legata al suo lavoro è una parte che apprezzo molto.

Elisabeth è una sorta di femme fatale, personaggio tipico dell’ hard boiled, l’ossessione di Frank Frolich. Si riprenderà mai da questa malattia?

Penso che gran parte della storia parli proprio di come cerchi di recuperarsi, molto lentamente.

Oslo è quasi un personaggio secondario, una sorta di presenza costante. Potresti descriverci il collegamento tra Frolich e Oslo?

Frolich è cresciuto lì. I suoi genitori sono della classe lavoratrice, è cresciuto nei quartieri operai sul lato est della città. Questo gli dà un background importante. E’ un uomo moderno, ha studiato legge e ha anche un grado. Conosce le strade e la sociologia della città molto bene.

Il finale è praticamente un’ interpretazione psicanalitica della realtà. Cosa simboleggia il mare?

Non sono sicuro di conoscere la risposta a questa domanda (sorride) ma – penso che la maggior parte degli psicologi interpretino l’ acqua come qualcosa di emotivo.

I tuoi libri sono di enorme successo in Norvegia e in tutto il mondo. Il successo come ha cambiato la tua vita?

Negli ultimi dieci anni sono stato in grado di vivere facendo quello che mi piace di più, scrivere storie.

Il successo del romanzo poliziesco nordico è un fenomeno globale. Qual è il segreto? Cosa ha di nuovo?

Amo solo i misteri non conosco le risposte dei segreti. Ma se si guarda al noir nordico in generale ci sono alcune somiglianze. La maggior parte dei gialli nordici tende a mettere la criminalità in relazione alle tematiche sociali. Questo non è sbagliato a mio avviso, perché la criminalità è un fenomeno sociale. Al tempo stesso un reato è commesso da persone reali. Da persone vere intendo persone che sono comuni con lo scrittore. Il difficile è provare a stabilire una connessione tra la realtà e i libri. Cosa che si fa ovunque, nella maggior parte della narrativa contemporanea. Ma può essere che gli scrittori nordici abbiano una buona tradizione nel gestire la criminalità nella fiction. Sai, il primo libro di saghe è il classico nordico Snorri og Sturlasson Viking 1000 pagine di uccisioni (Sorride)

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Sono mattiniero. Mi sveglio alle 6.30. Scrivo fino a mezzogiorno. Poi faccio altre cose. Io vivo in una fattoria e felicemente, posso lavorare con gli animali e fare altre cose, non passo tutto il tempo a scrivere. E leggo un po’, guardo un film o parte di un film ogni giorno.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Difficile domanda. Sono più concentrato sui libri che sugli scrittori. Se mi dai un libro di James Ellroy o di John Le Carré scommetto che è buono.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro di uno scrittore che è morto. Ficciones di Borges.

Qual è il ruolo di Internet nella scrittura, ricerca e marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica? 

Internet è molto importante per la ricerca e la scrittura. Ho un blog (norvegese) e un webside. Penso che tali siti aiutino ad  essere visibili per i lettori. Gli e-books sono in una posizione di partenza. Con la crescente domanda di Ipad  penso che il mercato degli ebook crescerà.

Come ti sei sentito una volta che hai finito di scrivere questo libro?

Molto felice. Ho avuto un buon feeling con questo libro sempre.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Non smettere di cercare. Leggere molto. Imparare. Quando c’è qualcosa che ti piace in un libro. Prenditi un momento e rifletti. Perché mi piace? Cerca di darti una risposta.

Quando sarà pubblicato il tuo prossimo romanzo in Italia?

Credo che dovrebbe uscire un mio libro quest’anno.

Infine un’ultima domanda, a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un noir, sempre nello stesso distretto di polizia ma che ha per protagonista una donna poliziotto. La storia coinvolge i giacimenti di petrolio norvegese e gli investimenti all’estero, e le connessioni tra stampa e politica. Ho un gran buon presentimento ( sorride).

:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Il volo della cicalaGiorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16  caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.     

:: Intervista a Filippo Kalomenidis a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Sotto la bottigliaBenvenuto Filippo e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni.Sei nato a Sassari nel 1976 e vivi a Roma. Ti sei diplomato in regia e sceneggiatura alla Scuola D’Arte Cinematografica di Genova. Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono uno che scrive. Scrivo per spingere il lettore a “riconoscere l’abisso”, direbbe Heidegger. Perdonami questa cazzo di partenza pomposa, ma cerco di rendere ogni mio racconto o romanzo un’esperienza in cui “l’abisso deve essere subìto fino in fondo”. Vivo per accompagnare per mano chi legge le mie storie verso quella voragine dell’anima di cui si ha paura. Dove il versante di tenebra e la voglia di fare del male al prossimo si mescolano con l’incanto e con la voglia di amarlo e accudirlo. Quella voragine è il solo luogo interiore che forse ci avvicina alla verità. In una realtà dove la miserabilità emotiva domina, voglio mostrare che si può tenere testa al dolore estremo e alla bellezza assoluta. Fissandoli entrambi. Pur sapendo che il dolore e la bellezza sono crudeli quanto il tempo che ci si spende sopra. Come ha detto qualcuno che apprezza il mio lavoro, “sono un terrorista psicologico che scrive”.

Un ragazzo di provincia nella grande metropoli come difendi le tue origini?

Ho il sangue sporcato da talmente tante etnie che mi viene naturale proteggere la mia visione balcanica e sarda dell’esistenza e allo stesso tempo imparare dai variegati e affascinanti sguardi sul mondo che s’incontrano sull’asfalto romano. E’ normale che chi è nato e cresciuto in un buco di culo di provincia come Sassari si senta una formica quando comincia a camminare tra la folla e i marciapiedi sconnessi di Roma. L’importante è capire che essere una formica a un picnic è una condizione incredibilmente fortunata. C’è tanta di quella vita da raccontare, tanto di quel cielo da azzannare, da trasformare in storie laceranti da scrivere.

Mia curiosità, dove cade l’accento nel tuo cognome?

Cade sulla prima i: Kalomenìdis. A scuola, all’appello, il mio cognome faceva diventare gli occhi storti agli insegnanti nel tentativo, vano, di leggerlo come si deve. Stiamo parlando della Sardegna degli anni ottanta e novanta poco avvezza all’incontro con gli immigrati di seconda generazione. Ho avuto poi modo di scoprire che le forze dell’ordine (i “caschi blu” come li chiama Luna & Sole, il protagonista del mio romanzo “Sotto la bottiglia”), con cui ho avuto in passato a che fare, pronunciano invece alla perfezione gli strani cognomi dei “barbari”. Tanto di cappello. Sono molto più precisi dei professori di lingue morte e di lingue straniere…

Padre greco, madre sarda, nonna georgiana e bisnonna turca «ti manca solo un parente albanese e sei a posto» disse qualcuno in vena di scherzi. Come vivi questa tua multiculturalità? Dove ti senti veramente a casa?

E’ una grande ricchezza di storie, di approcci all’esistenza, di saggezza feroce, di aneddoti, di modi di dire brutalmente lirici, di ficcanti espressioni popolari e gergali che mi diverto spesso a italianizzare nei romanzi e nei racconti che scrivo. Nel mio albero genealogico puoi trovare di tutto: non battezzati, ortodossi, musulmani, cattolici. E soprattutto esseri umani che hanno dovuto difendere la loro pelle dalla violenza della Storia. Un annidarsi disperato negli anfratti della vita che credo mi abbia insegnato sia attraverso i geni, sia attraverso le parole di mio padre, a non rinunciare mai alla pienezza di due sentimenti che aiutano gli uomini ad allontanarsi dalla mediocrità emotiva: la Rabbia e l’Amore.

Dove mi sento a casa? Dove si trova la Ragazza che amo, ovunque si trovi. E poi a Piramide, sull’Ostiense e sulla Tuscolana più periferica. Roma, sapendocisi immergere, è un insieme di isole. Ogni quartiere periferico, parafrasando le fiabe balcaniche, è una sorta di vilaiet oscuro oltre la fine del mondo. Guadi quel fiume di asfalto, ti sembra di scalciare pietre. E in realtà sono diamanti…Ti trovi di fronte gli esclusi, gli scarti di fabbrica del nostro mondo, la loro infinita consapevolezza, il loro slancio umano autentico, il loro linguaggio aguzzo. Sono lontani anni luce dalla triste minoranza dei “figli del kleenex” che vengono rappresentati dalla maggior parte della narrativa di questo paese. Normale che Roma sia il massimo per uno “tzigo” come me.

Scrittore, autore teatrale e sceneggiatore per la televisione e il cinema. Così giovane e già così impegnato. Cosa ami più fare? Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho lavorato per il teatro sperimentale e underground; ho scritto per serie televisive innovative e di successo come Ris e Intelligence, visionarie e spettacolari come Il 13°Apostolo (uscirà nel 2011 su Canale 5), consolidate e tradizionali come La Nuova Squadra; ho sceneggiato con Nicoletta Micheli e Guido Chiesa un film dal forte impatto visivo ed emozionale come Io sono con Te. E da tutte queste esperienze sono uscito rafforzato per dedicarmi alla “sacra terra inviolabile” della narrativa. Trovo naturale confrontarmi con svariati mezzi espressivi, tant’è che ho in cantiere anche un progetto di romanzo collettivo a fumetti (oggi per fare i fighetti le chiamano graphic-novel, io preferisco dire a voce altissima la parola “fumetto”). Al contrario di quel che pensano molti romanzieri, tanti sceneggiatori, innumerevoli teatranti, con la passione per i fiori di plastica e per le opere friabili come il polistirolo, la televisione e il fumetto possono essere strumenti taglienti. Da cui si possono trarre insegnamenti che tornano utili anche per scrivere narrativa. I romanzi e i racconti sono da sempre “la mia situazione creativa privilegiata”. Scrivo da quando ero adolescente (solo che allora buttavo giù cazzate che mi aiutavano soltanto a respirare meglio). Non posso vivere senza storie che inghiottiscono come pozzi, senza raccontare personaggi estremi e il loro linguaggio. Questa necessità nasce dal desiderio di dare voce ai marginali, ai sottoprivilegiati, alle “vite infami” e cancellate.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo il lavapiatti in ristoranti cingalesi, dormendo nelle soffitte, mangiando scatolette di tonno a mezzogiorno e sera?

Non sono uno di quegli autori che sono cresciuti “in serra”, che non mettono mai in gioco la loro soggettività, e si tengono bene al riparo dalla vita. Non ho niente a che spartire con coloro che per raccontare la strada hanno bisogno di consultare google maps tra un aperitivo cool e l’altro. Ne ho passate tante, molto peggiori degli esempi giocosi che fai. Aver vissuto esperienze dure non aiuterà la sana e robusta costituzione fisica, ma ti rende perlomeno estraneo alla dominante schiera di autori borghesi il cui immaginario non va oltre la porta del sofisticato wine bar dove incontrano i colleghi.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Un critico letterario, fortunatamente morto, a cui ebbi l’incauta idea di mandare dei miei raccontini quando avevo vent’anni esatti…Disse che sapevo scrivere, ma che quel materiale era talmente osceno e insopportabile da fargli pensare che il mio destino naturale fosse imbrattare con scritte scurrili le pareti dei cessi pubblici. Credo che un calcio nei denti simile avrebbe fatto passare la voglia di sfiorare la tastiera a chiunque. Invece ho continuato a lavorare con rabbia a storie ancora più feroci, spinte e allucinate. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente. Ma più ci rifletto, più mi convinco che quello sia stato un momento chiave: se quando sei ragazzino continui ad andar per la tua strada nonostante provino a tagliarti le gambe per puro piacere senile, vuol dire che la tua vita è afferrare storie e raccontarle. Costi quel che costi. Alla faccia del defunto “solone”, terrorizzato dall’autenticità del mondo sporco e sommerso che la mia “robaccia” evoca.

Hai lavorato come soggettista e sceneggiatore per diverse serie televisive. Com’è lavorare per la televisione. Molti giovani vorrebbero fare lo stesso. Che consigli ti sentiresti di dargli?

Come ho già detto, lavorare per la televisione fa crescere, è divertente, stimolante e consente di ragionare a pancia piena. Un grosso privilegio nella diffusa disperazione causata dall’anarco-capitalismo in cui ci dibattiamo. Quanti ai ragazzi che vogliono trovare spazio in questo ambiente, non amo la parola “consiglio”. Mi limito a dire che è importante immergersi nelle realtà nascoste, vivere visceralmente ogni giorno. Amare chi se lo merita con tutta l’anima e tutto il corpo, odiare chi se lo merita con tutta il cuore e tutti i muscoli. E non solo studiare alla moviola film e telefilm. Basare la propria esistenza sulla scrittura sta diventando sempre più una scelta per chi ha nobili natali, un grasso conto in banca aperto dai nonni ed è cresciuto sulle ginocchia di caporioni dell’editoria e del cinema. Chi viene dalla strada, come me, ha il dovere di terremotare lo stanco mondo della scrittura e di ferire lo sguardo di chi legge. Coloro che vengono fuori dal nulla devono provare a ribaltare i canoni narrativi asettici, triti e autoreferenziali che appesantiscono tanta fiction, tanti libri, tanti film. Grazie al cielo in questi ultimi anni vedo emergere in Italia una nuova leva di autori che ha voglia di tirare coltellate allo stomaco dei lettori e degli spettatori e di scansare chi si nutre di manualetti del bravo narratore e di citazioni da opere già realizzate.

Va di moda una televisione molto buonista, più c’è crisi più spopolano serial tv come Don Matteo per i quali i fondi si trovano. Non ti va un po’ stretta questa televisione?

Sinceramente non è un mio problema. Ma una disgrazia per gli spettatori che s’imbattono in quel tipo di produzioni e scelgono di “stonarsi” e sedarsi con visioni zuccherose e plastificate. Ho la fortuna di lavorare spesso, da parecchi anni ormai, per una struttura coraggiosa come la Taodue dove si punta su un altro genere di prodotti. Niente affatto buonisti.

Tagli alla culture, proteste, scioperi, se dipendesse da te che misure prenderesti per uscire dalla crisi?

Ti rispondo da uomo che scrive e non da stratega. In Italia non esiste più il minimo rispetto per alcuna forma di creatività. E’ dunque importante che gli autori protestino. Ma è fondamentale rendersi conto del dislivello che si è creato tra le opere realizzate e gli spettatori e i lettori. Le nuove generazioni si riconoscono sempre meno nei libri, nei film, nelle fiction che gli vengono serviti precotti. Abbiamo l’obbligo di emozionare e scuotere fino alle midolla chi si confronta con i nostri lavori. Abbiamo il dovere di fargli vivere nuove esperienze, chiamare le cose con il loro nome e dare il colpo di grazia al cavallo morente del “citazionismo”. Basta con la metaletteratura, il metacinema, basta con Godard, Tarantino e i fratelli Coen, basta con gli scopiazzatori della commedia all’italiana anni ‘60, basta con i nostrani romanzi mainstream che raccontano  una borghesia che non esiste più, basta con gli autori che pubblicano solo perché hanno un nome altisonante e non vendono più di mille copie nonostante lanci stampa martellanti. La loro funzione si è esaurita. La vita poteva essere “un noioso impedimento allo scrivere” per Thomas Mann. Non per loro. Se questa gente trova la vita noiosa, continui a sbadigliare tra i soldi e la pianti di tediare il prossimo. La nostra società è oscurata da un’infinita apocalisse: occorrono storie urgenti, acuminate, potenti.

A proposito del film Io sono con te mi sono imbattuta in un sito dove venite tacciati di ateismo e blasfemia. Ma cosa c’è di così rivoluzionario nel vostro film?

Io sono con Te è un film controverso, molto scomodo. Dal mio punto di vista è stato il porre l’accento sulla centralità del femminile all’interno di una religione, il cristianesimo delle origini, a turbare alcuni. Un femminile animale, istintivo, caldo, che contiene la “grazia” genuina, la grazia arcaica degli “ultimi”. Non quella simbolica e incomprensibile con cui ci ammorbano tanti sacerdoti e teologi che credono ancora di vivere ai tempi degli amanuensi, e nemmeno la grazia “linta e pinta”, come si dice a Roma, delle modelle o delle attrici di soap-opera indicata inconsciamente come riferimento dai campioni dello scientismo tecnologico. Quanto alla blasfemia, si è detto un po’ di tutto sul film…E’ stato allo stesso tempo consigliato pure dalla Conferenza Episcopale Italiana. Cosa che la Micheli, ideatrice del soggetto, e Chiesa tengono a sottolineare, ma che a me frega poco. Sai com’è, con la curia non ci ho mai bazzicato molto…

Sotto la bottiglia Ed. Boopen LED è il tuo romanzo d’esordio. Vuoi parlarcene?

Il mio romanzo “Sotto la bottiglia” racconta i moderni “rum runners” nella Roma di oggi, i contrabbandieri del cosiddetto  “alcol nero”. Ragazzi sardi, rumeni, polacchi, albanesi  che rubano le cisterne di “alcol greggio” da una distilleria per rivenderlo a un’altra, che trafugano le bottiglie dai magazzini dei grossisti per smerciarle a proprietari di locali notturni e wine bar senza troppi scrupoli. Sono la manovalanza dell’odierno “proibizionismo dei prezzi alti”. Aumenta il consumo di alcolici e aumenta il prezzo degli alcolici. Di conseguenza in tanti si organizzano per procurarsi illegalmente bocce a quaranta gradi  e piazzarle a basso costo al miglior offerente. Una realtà micro-criminale.  Bevono forte e diffondono litri e litri di alcol per le strade. Quasi volessero disinfettare una città e un mondo luridi.  Uno di loro, Luna & Sole, un trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica, s’innamora  di LA’. Una quindicenne a cui nessuno, prima di lui, ha mai insegnato a vivere a pieno le proprie emozioni e la propria bellezza.  Una storia d’amore estremo, vissuto come contagio di cose incantevoli e terrificanti, in una Roma inedita. La Roma dei non romani. La Roma dei Barbari, degli immigrati italiani e stranieri che cercano di conquistare ogni notte la strada e guardano ai monumenti e alle bellezze storiche come a giganteschi parchi giochi. La Roma di coloro che compiono il rituale di pisciare sulle Mura per avere l’illusione di impossessarsi della città. Proprio come facevano i soldati delle orde barbariche quando erano convinti di poter impadronirsi per sempre della capitale più bella del mondo.

Tratti un tema scomodo, forse sconosciuto, prima del tuo libro nessuno ne parlava. Mi ha fatto pensare alle distillerie clandestine del periodo del proibizionismo americano, a Bonny e Clyde. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Questo romanzo nasce grazie all’amicizia con alcuni ladri, consumatori e smerciatori di “alcol nero”. Li ho conosciuti qualche anno fa nelle interminabili notti romane. Giovani devianti troppo sinceri per fare numero nel mondo di chi tiene l’ora, ragazzi che dicono fulmineamente la verità e la vivono spietatamente. Nello scrivere Sotto la Bottiglia ho dovuto diventare come loro e al contempo mettere tanti miei aspetti atroci nei protagonisti. E’ stato un lavoro viscerale, così estremo da procurarmi attacchi di panico nella stesura di alcuni passaggi. Ma, dai riscontri dei lettori, ho capito che lo shock che ho provato nel narrare questa storia raggiunge chi la incontra. Ed è una soddisfazione enorme. Ho trasfigurato la realtà  dei rum runners contemporanei attraverso la chiave visionaria e allucinatoria della malattia e dell’alcol. Stavolta raccontato senza l’epica di tanta “narrativa etilista”, ma semplicemente come una droga amniotica e bruciante.

Ami spiazzare i tuoi lettori, non lasciarli tranquilli. Già dal tuo protagonista Luna & Sole, contrabbandiere di alcolici per passione e necessità, trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica e una passione per le ragazzine, decisamente non politicamente corretto. E’ poi così difficile tifare per lui?

Sotto la Bottiglia ha toccato nel profondo e coinvolto tanti lettori di ogni età ed estrazione. Ha emozionato un attore straordinario come Vinicio Marchioni, ha scosso scrittori diversissimi tra loro che ammiro da morire e che fino a qualche tempo fa conoscevo soltanto attraverso la lettura dei loro libri da Andrea Cotti a Francesca Melandri, da Francesco Trento ad Angelo Petrella, da Luigi Pingitore ad Antonia Iaccarino. Si prendono addirittura la briga di venirlo a presentare con me, raccontando al pubblico l’impatto che hanno avuto con un personaggio come Luna & Sole. Sono convinto che Luna & Sole rappresenti un lato spaventoso che ognuno di noi ha dentro. I più bravi, beati loro, sanno vederlo e tenerlo molto bene a bada…

Sotto la bottigliaè caratterizzato da una sorta di amore per gli ultimi molto pasoliniano. Ti trova d’accordo questo accostamento?

L’accostamento mi lusinga più che altro. Ti ringrazio di cuore.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo già pronto, un terzo su cui sto lavorando, la versione collettiva a fumetti di Sotto la Bottiglia e una passeggiata notturna fino a Piazza Don Bosco per prendere le sigarette al distributore. Me ne è rimasta soltanto una.

:: Intervista con Alan Furst a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2011

Alan Furst

Benvenuto Alan e grazie per aver accettato questa mia intervista. Chi è Alan Furst?

Alan Furst è uno scrittore dall’età di 11 anni. Ho infatti pubblicato il mio primo lavoro nel giornalino della scuola quando ero in quinta elementare. Ho sempre saputo in cosa avevo talento e quello che sarei voluto diventare. Il successo o il fallimento non mi sono mai davvero importati. Ho iniziato facendo il poeta, fino a quando nella mia tarda adolescenza, ho scritto alcune storie brevi poi, a 29 anni, ho scritto il mio primo romanzo.

Raccontaci qualcosa del tuo background.

Sono stato cresciuto dai miei genitori che erano figli di immigrati ebrei provenienti dai ghetti della Lettonia. Sono cresciuto nella Upper West Side di Manhattan (New York) in una famiglia che lottava per rimanere nella classe media. Entrambi i miei genitori lavoravano. Non abbiamo mai avuto un auto (non ne avevamo bisogno). Sono andato a una scuola di preparazione molto buona (il denaro poi è stato trovato) e ho scoperto che non ero il bambino più intelligente del mondo. Ho avuto un’educazione molto dura e conservatrice (grazie al Cielo). Al college ho passato la maggior parte del mio tempo con le donne e occasionalmente ho scritto qualcosa.

Il tuo background ha determinato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?

No, affatto il mio background non ha avuto mai importanza.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Completamente senza denaro, scrissi quello che pensavo fosse un lavoro letterario di cassetta ma che alla fine fu pubblicato, con mia somma, sorpresa da un editore con molta fantasia (Atheneum) e pensai: “Forse sono un romanziere!” Il libro (Your Day in the Barrel) si rivelò un totale fallimento, ma fu tradotto e pubblicato in Francia da Gallimard. Mi sono detto: “Come è possibile?”

Sei un autore di romanzi di spionaggio con sfondo storico. Quali scrittori ti hanno influenzato maggiormente?

Sono stato influenzato da diversi romanzieri che definisco autori di opere politiche e d’avventura iniziando da Stendahl, poi Malraux, Conrad, un po’ Hemingway (Per chi suona la campana) Orwell, Isaac Babel, Bulgakov, Gregor von Rezzori, Malaparte, Moravia, Durrell, Lawrence e ho imparato a scrivere leggendo Anthony Powell.

I tuoi libri sono ambientati appena prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Che tipo di ricerche hai fatto? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti durante la creazione delle trame?

Io leggo solo libri del periodo di cui scrivo. Leggo di tutto, libri di storia, di giornalismo, narrativa, autobiografie: è tutto lì. Le mie trame sono tutte completamente basate su reali situazioni politiche, le sottotrame sono se si vuole derivati autentici di queste situazioni, i personaggi anche.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto scrivendo un libro ambientato nel Sud-est dell’Europa nel ’40 / ’41. Non dico troppo fino a quando non finisco un libro.

Conoscevi Margaret Mead?

Ero un suo studente quando avevo 20 anni. Mi piaceva e pensava che io fossi qualcuno che avrebbe potuto combinare qualcosa nella vita. Era senz’altro la persona più intelligente che abbia mai incontrato.

Hai lavorato in pubblicità. Puoi dirci qualcosa della tua esperienza?

Scrivere per la pubblicità è una delle cose migliori che mi sia mai capitata. Devi scrivere efficacemente e rapidamente e fare centro con poche parole. Migliore formazione non c’è.

Raccontaci qualcosa della serie “Night Soldiers”.

Non ho mai pensato che potesse nascere nè l’ho mai pianificata. Una volta ho cominciato a leggere intensamente (non scherzo) libri del periodo, mi sono completamente innamorato dei paesi dell’Europa continentale, di Parigi,  delle persone che hanno cercato di sopravvivere agli incubi politici del periodo cercando di restare dei decenti esseri umani. Il periodo tra il 1933 e il 1945 è stato un momento difficile per amare, ma la gente ha cercato di vivere dignitosamente e con onore in mezzo al male e al caos. Così, come non amarli per questo?

The foreign correspondent” è un libro interessante ambientato nel 1938, quando molti intellettuali italiani fuggirono dal governo fascista di Mussolini e si rifugiarono a Parigi. Raccontaci qualcosa di questo libro.

Ho letto un sacco di libri di storia di quando in Italia ci fu la “svolta” e mi sono stupito di quanti uomini e donne meravigliosi fuggirono a Parigi, senza badare a quanto fosse pericoloso, per resistere a Mussolini in ogni modo possibile. Gli americani non sono a conoscenza della profondità e dell’impegno e dell’ampiezza della resistenza italiana, mi dispiace dirlo, ma ciò è stato un bene per me dato che così ho potuto avere molto da dire poiché molte poche persone sapevano la verità.

Che cosa sono la libertà e il coraggio per te?

La libertà è qualcosa per cui si deve sempre combattere. E richiede coraggio fare la cosa giusta, non badando alle conseguenze.

Ci sono film tratti dai tuoi libri?

Ho successo altrove, ma non con i film. Non ci sono ragioni reali o risposte per questo.

I tuoi libri sono stati tradotti in diciassette lingue. Chi è il tuo editore italiano?

Per molto tempo è stato Rizzoli, adesso ho uno nuovo editore Giano.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori sono invitati a scrivermi e-mail all’indirizzo del mio sito web. L’e-mail è alan@alanfurst.net

Pensi che ci sia un revival della spy story?

Beh, la gente ancora scrive romanzi di spionaggio; ci fu una specie di crisi solo dopo la fine della Guerra Fredda. Ma ora scrivono di terrorismo, di estremisti islamici, o di qualsiasi altra cosa faccia notizia. Questo genere è quasi sempre (non per me, comunque) connesso alla situazione politica. Si sta evolvendo nell’attualità.

:: Recensione di Darling Jim di Christian Mørk a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2011

Darling Jim di Christian MørkSiete stanchi dei soliti gialli nordici ambientati in interni surriscaldati, pieni di paesaggi innevati, di maglioni di lana a treccia da pescatore dei fiordi, d’introspezione psicologica alla Ingmar Bergman, di badilate in capo al mito che la società scandinava sia all’avanguardia mille e mille anni luce da noi? Allora vi presento Christian Mørk, danese di Copenaghen, da anni trapiantato negli States, autore di uno strano libro Darling Jim, che io non stenterei a definire un horror ma che molti hanno classificato come thriller gotico con sfumature noir cosa che mi fa un po’ storcere il naso ma forse sono troppo rigorosa. Mørk ha scelto un tranquillo villaggio irlandese per ambientarvi una storia in cui i miti che popolano le fiabe celtiche scorrazzano dentro e fuori dalla realtà evocati dalla voce ipnotica e affascinante di Darling Jim un cantastorie itinerante che attraversa l’isola di Smeraldo a bordo di una sgargiante moto rossa. Una scia di sangue segue Darling Jim e toccherà a Niall giovane postino dublinese mettersi sulle sue tracce e svelarci la sua storia. Vicenda inquietante e anche piuttosto cruenta con risvolti decisamente macabri e raccapriccianti degni appunto di un horror tendente al fantasy che non piacerà ai puristi del thriller ma appunto a mio avviso si discosta da questo genere e si avventura in terre ancora inesplorate. In Darling Jim il fantastico prende il sopravvento per cui per apprezzarlo è necessaria un’attitudine all’ irreale. Se si cerca un rigore logico e una precisione chirurgica si finirà per contestare ogni singola scena. Bisogna lasciarsi trasportare dalle parole e della magia del racconto, credere alle favole insomma, lasciare che l’immaginazione ci trasporti in una terra dove l’uomo licantropo non è solo una leggenda. Forse il lato sentimentale è un po’ troppo accentuato come qualcuno ha notato con un certo fastidio ma a me non è dispiaciuto, anzi mi  ha divertito. Infondo è anche una storia d’amore e di mistero, un piccolo divertissement senza pretese scritto bene con intelligenza e vivacità. Marco Piva del sito Corpi Freddi ha avuto modo di conoscere Mørk  a Courmayeur e l’ ha trovato brillante e simpatico, spero di intervistarlo al più presto, dopo tutto Darling Jim seppure con alcuni suoi limiti è un opera che si discosta dalla solita banalità e denotata non pochi tratti originali. Interessante. 

Darling Jim di Christian Mork Traduttore  Giorgio Puleo Prezzo di copertina  Euro 18,00, 2010, 378 pagine, brossura, Editore Marsilio Collana Le Farfalle. Disponibile anche in ebook. 

:: Recensione di Il quarto complice di Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone

9 gennaio 2011

coverIn una Oslo autunnale e piovosa dominata dall’oscurità notturna o immersa in una spettrale e grigiastra luce crepuscolare un poliziotto, l’ispettore Frank Frolich incontra la sua ossessione. Per caso, come spesso succedono queste cose, quando uno meno se l’aspetta, quando la propria vita scorre monotona sui binari della normalità, durante le operazioni di polizia per la cattura di un trafficante di carne e sigarette Frolich conosce Elisabeth.
Ed è amore, o perlomeno qualcosa di molto simile alla frenesia amorosa, qualcosa di cui prima di allora l’ispettore Frolich aveva solo letto, o sentito dire, considerandola una fantasticheria.
Elisabeth esercita su di lui un potere oscuro non solo fisico ma anche mentale risvegliando in lui una brama, un desiderio intenso e tormentoso, una passione sconosciuta che lo porta a capire di stare pericolosamente giocando con il fuoco. I campanelli di allarme ci sono tutti.
La sfuggente Elisabeth nasconde dei segreti e Frolich non è ben sicuro di volerli conoscere ma una forza irrefrenabile lo sovrasta, lo spinge a pedinarla, ad indagare su di lei e così scopre la relazione di Elisabeth con una donna innamorata di lei, la relatrice della sua tesi, e soprattutto qualcosa che Elisabeth gli ha di proposito tenuto nascosto e che si decide a svelargli solo messa alle strette, ormai convinta che lui l’abbia già scoperto: è la sorella di Jonny Faremo personaggio di spicco della malavita della capitale norvegese, un balordo, un delinquente che ha scontato tre anni per rapina a mano armata.
Il buon senso, la prudenza a questo punto gli imporrebbero di troncare la relazione, di sottrarsi a questo legame potenzialmente distruttivo, ma lui li ignora e continua incurante di tutto a farsi consumare dall’illusione di un amore senza futuro.
L’atmosfera che si respira sembra uscita da un film noir degli anni 40, i classici archetipi del genere ci sono tutti: il poliziotto duro e tormentato se non proprio corrotto (ma ci siamo quasi), la famme fatale di una bellezza ipnotica e pericolosa, i gangster senza scrupoli violenti e amorali, il colpo che cambia la vita, l’epilogo tragico.
Molto più hammettiano che chandleriano Il quarto complice più che un poliziesco convenzionale è molto simile ad una gangster story in cui il protagonista inizialmente retto e irreprensibile si trova ad un certo punto a guardare nell’abisso, a scoprire lati oscuri del suo carattere che prima non sospettava minimamente di avere.
Il fascino del proibito, l’ossessione amorosa scavano gallerie, producono sconvolgimenti e anche farsi coinvolgere in un omicidio diventa il prezzo da pagare, un incidente inevitabile come immergersi nei bassifondi di una Oslo molto Chicago anni 40, ben lontana dall’idea che ci facciamo delle città nordiche tutte fiordi e salmoni affumicati. Kjell Ola Dahl che ha già pubblicato con Marsilio Un piccolo anello d’oro e L’uomo in vetrina e ci ha piacevolmente sorpreso gettando uno sguardo decisamente nero sul classico giallo scandinavo tutto ottimismo e digressioni sociali  non sta alle regole, improvvisa utilizza l’intreccio, le tematiche, i dialoghi tipici dell’ hardboiled e dalla materia grezza crea qualcosa di nuovo e destabilizzante. Da seguire.

Titolo originale: Den fjerde raneren Traduzione di Giovanna Paternità.

:: Intervista con Lisa See a cura di Giulietta Iannone

7 gennaio 2011

Lisa SeeCiao Lisa. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lisa See? Punti di forza e di debolezza.

Wow! Subito al dunque! Vediamo. Penso che i miei punti di forza siano che sono una buona madre, moglie e figlia. (Mio figlio si è sposato questa estate e mi auguro che presto sarò anche una buona nonna. Ma mi raccomando non dire a mio figlio e sua moglie quanto desidero diventarlo!) Sono una persona piuttosto solitaria e molto introspettiva, ma non ostante questo mi sono spinta a uscire nel mondo per condividere i miei pensieri attraverso la mia scrittura. Mi sono anche spinta ad uscire dalla stanza dove lavoro per uscire e far parte di una comunità più grande. Faccio volontariato per diverse organizzazioni e sono anche Commissario della città di Los Angeles. L’arte, la musica, la storia, e la mia città significano molto per me, così faccio quello che posso per contribuire a mantenerli vivi e vibranti. Punti deboli? E’ divertente ma penso che alcuni dei miei punti deboli si siano rivelati essere alcuni dei miei più grandi punti di forza o, almeno, le cose che mi hanno aiutato a crescere come persona. Io sono solitaria, ma anche una scrittrice. Sono introspettiva (qualcuno potrebbe definirmi Moody), ma è un qualcosa che uso anche nella mia scrittura. Sto male molto facilmente, e certamente chi ha letto qualcuno dei miei libri sa che io uso anche quello per i miei personaggi. Posso anche essere orgogliosa. Io lo odio questo! Ma ho usato questo in molti dei miei personaggi, e non va mai a finire bene per loro. Infine, non mi piace fare ginnastica, ma mi sforzo di farla cinque giorni a settimana. Per ora, devo ammettere a malincuore l’ho un po’ trascurata .

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata a Parigi ma cresciuta a Los Angeles. Sono in parte cinese. Il mio bis-bisnonno proveniva dalla Cina e arrivò in California per lavorare alla costruzione della ferrovia transcontinentale. Il mio bisnonno è stato il padrino / patriarca della Chinatown di Los Angeles. Non sono tutti  cinesi, ma sono cresciuta in una famiglia in cui la parte cino americana è molto numerosa. Ho circa 400 parenti di Los Angeles, tra cui ci sono circa una dozzina che mi assomiglia, con i capelli rossi e le lentiggini. Ho vissuto con mia madre quando ero una bambina, ma ho passato un sacco di tempo con i miei nonni e altri parenti nella Chinatown di Los Angeles. Quel posto significava e significa tanto per me. La mia mamma e io ci muovevamo molto, quindi Chinatown è stato una costante nella mia vita. Ho amato il negozio di antiquariato della mia famiglia. Il negozio era situato in un edificio ultimo residuo della città cinese, un’attrazione turistica che aprì nel 1937 ed è l’ ambientazione principale di SHANGHAI GIRLS. Naturalmente, io uso molte delle persone, dei luoghi e della cultura della parte cinese della mia famiglia nella mia scrittura. I lettori più esigenti potranno riconoscere un personaggio cardine in ognuno dei miei libri. Prende forme diverse, fa diversi lavori, e vive in tempi diversi, ma c’ è sempre mia nonna. Scrivere personaggi di finzione basati su mia nonna mi permette di stare con lei ogni giorno, anche se è andato via ormai da molti anni. Sapevo tre cose su di me quando ero piccola. Non avrei mai voluto sposarmi, non volevo avere figli, e ho sempre voluto vivere con la valigia. Ho trascorso due anni fuori dal college viaggiando per l’ Europa. Per tutto il tempo mi chiedevo come avrei potuto vivere la mia vita nel modo che avevo immaginato e come avrei potuto essere in grado di permetterselo. Una mattina, quando vivevo in Grecia, mi sono svegliato e come nei fumetti mi si è accesa una lampadina nella mia testa. Ho pensato, Oh, potrei fare la scrittrice! Ma è chiaro che non mi conoscevo molto bene, perché poi mi sono sposato e ha avuto figli. Ho trascorso un sacco di tempo con la valigia però! Sono andata alla Loyola Marymount University, dove gli studi di greco moderno erano molto importanti. Sono sposata con un avvocato. Ho due figli, Alexander e Christopher.

La parte cinese della tua famiglia ha avuto un grande impatto sul tuo lavoro. Ti senti più cinese o americana?

A questo tipo di domanda è molto difficile per me rispondere. Che cosa ti rende cinese? Dipende da come uno si guarda, da come ti senti dentro, da come allevi i tuoi figli? La maggior parte delle persone non sanno rispondere a questo tipo di domanda ma io proverò a farlo. (Anche se devo dire che paragonandomi con i miei parenti di sangue cinese, si vede che sembriamo molto simili. Noi siamo della stessa altezza, della stessa generazione, delle stesse proporzioni dal ginocchio al piede, fianco a fianco. Ho la stessa mascella e gli occhi stessi del mio bisnonno. Solo la mia colorazione è diversa.) Comunque, per rispondere alla tua domanda, il mio background cinese ha influenzato tutta la mia vita. Dal modo in cui ho cresciuto i miei figli, a quello che mangio. Dalle  piante nel mio giardino a come decoro la mia casa. Ho un medico occidentale, ma il mio medico principale è cinese  e pratica la medicina tradizionale cinese. Ma per come la vedo io sarò sempre “fuori”. Nella Chinatown di Los Angeles la gente mi conosce. Ma quando vado in altre comunità cinesi o in Cina, la gente mi vede come un outsider a causa del mio aspetto. Quando vado nella comunità bianca qui negli stati Uniti la più numerosa, la gente mi guarda e mi parla come se ci appartenessi anche io, ma dentro mi sento molto spesso straniera. Non mi piace il loro fanatismo e razzismo. In entrambi i mondi, sono un po ‘fuori. Penso che questo mi abbia fatto diventare una scrittrice migliore e certamente più interessante.

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?

Per lungo tempo, non volevo essere una scrittrice. Mia mamma è una scrittrice e il padre di mia madre era uno scrittore. Volevo fare qualcosa di diverso. Ma poi sono diventata uno scrittrice! Mi sento come se fossi stata in un apprendistato permanente. Ho imparato molto sulla scrittura da mia madre cose che molte persone ci impiegheranno anni e anni ad imparare o che non si potranno imparare mai . La scrittura era letteralmente nel mio sangue. Ho sempre detto che era una buona cosa che i miei non fossero idraulici.

Sei un giornalista e scrittrice. Sei stata una corrispondente del Los Angeles Times, del Washington Post, di Cosmopolitan e del Publishers Weekly. Dimmi qualcosa su questa esperienza.

Ho passato molto tempo facendo la giornalista. Quel lavoro mi ha insegnato due cose importanti che io uso tutti i giorni come scrittrice anche adesso. In primo luogo, sempre rispettare le scadenze! Quando si scrive per un giornale o una rivista, si deve rispettare la scadenza. Non ne ho mai persa una e spero di non farlo mai. Non posso dirvi quanto il mio editore apprezzi questo. In secondo luogo, saper porre domande e saper ascoltare. Come giornalista, ho intervistato un sacco di gente. Ora, durante le ricerche per i miei libri ancora di più. (Per SHANGHAI GIRLS, probabilmente ho intervistato circa 100 persone.) Ho fatto domande emotivamente difficili: come è morto il tuo bambino ? Come ti sei sentita dopo? Come è stato quando siete stati rapiti? Come ti sei sentito quando eri a Angel Island? Com’è stato avere i piedi legati? Dovete sapere come e quando fare le domande. Ma bisogna anche sedersi, aspettare, ed ascoltare. Questo richiede grande pazienza e un sacco di tempo, soprattutto quando si sta intervistando qualcuno e gli si chiede di ricordare cose avvenute degli anni Ottanta o Novanta.

Perché hai deciso di scrivere Montagna d’Oro: L’Odissea di cento anno della mia famiglia cino-americana ?

Sono cresciuta ascoltando storie dei miei bisnonni e sempre le ho trovate interessanti. Non ero la sola. Molte persone nel corso degli anni hanno voluto scrivere un libro, un articolo di giornale, o anche fare un film sulla mia famiglia. Per oltre 100 anni, la mia famiglia ha detto di no. Penso che ci siano state due ragioni principali. Da un lato essi sono stati piuttosto arroganti, come in “Perché dovremmo partecipare al vostro progetto?” D’altra parte, erano profondamente imbarazzati e provavano vergogna per alcune delle cose che erano accadute nella mia famiglia. Poi, circa venti anni fa, qualcuno ha avvicinato la famiglia per raccontare la  nostra storia in un libro su importanti famiglie cinesi americane. Ancora una volta, mia zia ha detto di no. Quando ha compiuto 80 anni, le ho dato una copia del libro, che era appena uscito. Il giorno dopo, mia zia mi ha chiamato e ha detto: “Credo di aver fatto un errore. Perché non vieni e ti dirò alcune storie. “Quel primo giorno, ho sentito cose sulla mia famiglia che non avevo mai sentito prima. (Per esempio, il mio bisnonno aveva quattro mogli, non due, come avevo sempre sentito dire.) Ho continuato a tornare e a sentire sempre più storie, e una cosa tira l’altra.

I tuoi romanzi Flower Net, The Interior, Dragon Bones, Snow Flower and the Secret Fan, Peony in Love and Shanghai Girls sono tutti best sellers. Qual è il segreto del tuo successo?
Non tutti i miei libri sono stati bestseller. I miei primi libri sono stati acclamati si ma è successo un fatto strano. Ho avuto ottime recensioni, ma la gente non ha letto i libri. Sono molto grata  per quei primi anni di relativa oscurità, perché mi hanno permesso di fare ciò che è più importante per uno scrittore: scavare a fondo per trovare la verità della vita delle persone e delle emozioni. Le emozioni sono quello che ci guida. Alla fine della giornata o alla fine della nostra vita, sono le emozioni  che contano veramente. Siamo stati amati e abbiamo amato? Hmmm …. Vedo che questo non risponde alla tua domanda. Quindi, mi permetta di provare di nuovo. Non so se ho un segreto. Scrivo ciò che il mio cuore mi dice di scrivere. Io personalmente voglio scavare in profondità e scoprire la verità della vita delle persone, compresa della mia. Sono fortunata che la gente voglia affrontare quel viaggio con me.

Quale è il tuo romanzo preferito?

Ecco è come chiedere quale è il mio figlio preferito! Dipende dal giorno!

Sia Shangai Girls che Snow Flower and the Secret Fan sono stati elogiati dall’ Asian Pacific American Awards per la letteratura. E ‘un grande onore?

In realtà, entrambi i libri hanno vinto numerosi premi sia negli Stati Uniti e in altri paesi. Da ragazzina, non ho mai vinto niente. Così ora, vincere un premio letterario è una grande sorpresa, un piacere enorme, e un grande onore. Amo tutto cio!

Fiore di neve e il ventaglio segreto mette a fuoco la vita delle donne cinesi nel 19 °. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fiore di neve e il ventaglio segreto parla di amicizia, amore e rimpianto. Si svolge in Cina nel diciannovesimo secolo, quando le ragazze avevano i loro piedi legati e poi passavano il resto della loro vita in solitudine con una sola finestra per guardare fuori. Analfabete e isolate,non avavano modo  di pensare, di essere creative, o di provare emozioni. Ma in una contea le donne hanno sviluppato il proprio codice segreto, nu shu – “la scrittura delle donne” – l’unico linguaggio del genere in tutto il mondo. Alcune ragazze hanno vissuto amicizie che sono durate tutta la vita. Hanno dipinto le lettere su ventilatori, ricamato messaggi su fazzoletti, e composto storie, riuscendo così a uscire fuori dalle loro finestre e condividendo le loro speranze, i loro sogni, e realizzandoli. Nella storia, una donna anziana, Lily, racconta del suo rapporto con Snow Flower (il suo “vecchio-stesso”), dei loro matrimoni combinati, delle gioie e delle tragedie della maternità, fino a quando un terribile equivoco scritto su un loro messaggio segreto minaccia di distruggere tutto e separarle. Io credo che la storia abbia ancora oggi una sorta di risonanza e di pertinenza. Molte donne vivono ancora in isolamento. In India e in altre parti del mondo, le donne devono ancora accettare  matrimoni combinati. In Africa, le donne soffrono per le mutilazioni genitali. E in Occidente, le donne subiscono la chirurgia estetica, nel tentativo di essere più belle nella speranza di non perdere il proprio marito. Ciò che mi ha stupito del nu shu è che le donne attraverso la loro scrittura segreta erano in grado di volare fuori dalle loro stanze solitarie, trovando altre donne che volevano ascoltarle, con le quali hanno potuto condividere le loro vite. Anche se le circostanze sono molto diverse oggi, penso che abbiamo ancora tempo per volare fuori dai confini della nostra vita, raggiungere attraverso i campi (in qualsiasi forma), e trovare altre persone che ci ascoltino, ci amino, per condividere le nostre vite.

Puoi dirci un po’ di più sulla tua protagonista, Lily?

Lily è nata in una famiglia povera. Lei è ignorante, e anche quando impara il linguaggio segreto non è mai come dovrebbe essere. I suoi piedi perfettamente legati cambiano completamente la sua vita e lei è in grado di sposarsi in una buona famiglia. (Alla fine lei diventerà Lady Lu.) Ha buone qualità – lealtà e grande amore per Snow Flower – ma le sue cattive qualità sono ciò che la definiscono. Può essere troppo critica. Non è molto indulgente. Personalmente odio queste qualità, e sono cose che ritrovo in me stessa. Quindi cosa ho fatto quando stavo creando il personaggio di Lily, ho preso quegli aspetti di me che veramente non mi piacciono – ma suppongo che ognuno di noi ha queste qualità a un certo punto – e li ho spinti fino all’estremo fino a vedere cosa sarebbe successo.

Shanghai Girls racconta la vita di due sorelle che arrivano a Los Angeles per contrarre dei matrimoni combinati. Stai scrivendo il sequel?

Sto lavorando su un sequel di SHANGHAI GIRLS. Si chiama SOGNI DI GIOIA. Inizia in realtà un po ‘prima della fine dell’ultimo libro, con Gioia che cerca di tornare a casa dopo aver ascoltato la discussione tra la madre e la zia, e aver scoperto la verità sulla sua nascita. Gioia poi fugge in Cina e Pearl la segue. E ‘un’altra grande storia d’amore – tra madre e figlia, sorelle, e tra  quelle donne e gli uomini delle loro vite.

Raccontaci qualcosa della Chinatown di Los Angeles.

In primo luogo, vi posso dire che è cambiata molto da quando ero una bambina. Quando ero piccola, era ancora molto un ghetto. Una serie di leggi obbligavano i cinesi a vivere, a lavorare, e ad andare a scuola a Chinatown. Quasi tutti parlavano cantonese. La gente era povera e senza istruzione. Quando ero una ragazza, la gente si sentiva molto incerta ma piuttosto ottimista. Le leggi erano appena state cambiate. Le persone avevano appena iniziato ad uscire da Chinatown e ad andare in altri settori. I primi americani cinesi stavano andando al college. Allo stesso tempo, la Cina stessa ha “chiuso”. La gente sapeva che non avrebbe mai potuto tornare a casa. L’ America doveva essere la loro casa, così hanno dovuto fare il meglio che potevano. Oggi Chinatown è molto diversa. La maggior parte delle antiche famiglie sono scomparse o si sono trasferite. E ‘ancora un luogo di immigrati cinesi però. Si tratta di etnie cinesi provenienti  dal Vietnam, dalla Cambogia, dalla Tailandia, da Taiwan, e dalla Repubblica popolare cinese. Continuano a venire a vivere e lavorare a Chinatown perché è a buon mercato e perchè possono ottenere posti di lavoro. L’influenza della cultura cinese è ancora molto forte, ma ha un sapore diverso. Ora c’è un tempio cambogiano e un tempio che fu costruito dai boat people vietnamiti per ringraziarele divinità  di aver fatto un viaggio sicuro fino in America. Tutti questi cinesi provenienti da diverse parti del mondo, letteralmente danno a tutti i ristoranti e caffè un sapore diverso. C’è un’altra cosa che rende Los Angeles molto diversa da quando ero piccola. Dato che le vecchie famiglie se ne sono andate e gli affitti sono a buon mercato, gli artisti e le gallerie si sono spostate qui. Quindi è un mix molto interessante di gallerie alla moda, di atelier d’arte all’avanguardia, di ottimo cibo, e si possono trovare gli ultimi negozi di souvenir dei vecchi tempi .

Leggi altri autori contemporanei?

In realtà sono molto attenta a quello che leggo. Quando sto scrivendo un romanzo, non leggo fiction. Non voglio che quelle voci entrino nel mio lavoro, anche inavvertitamente. Ho letto un sacco di non-fiction sul periodo di tempo su cui sto scrivendo approfondendo ogni aspetto della cultura e della vita cinese ho perfino letto poesie di quel periodo. Quando ho finito di scrivere un romanzo, poi divento pazza a leggere tutti i romanzi che ho perso. Trascorro circa tre mesi a leggere praticamente non-stop. E ‘come una vacanza  tutta lettura.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo due libri: REPRODUCING WOMEN: MEDICINE, METAPHOR, AND CHILDBIRTH IN LATE IMPERIAL CHINA (perché sto sempre facendo ricerca), e Spooner (perché Pete Dexter è uno dei miei scrittori preferiti, e essendo in fase di revisione finale per il mio nuovo libro posso permettermi di farlo).

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È questo eccitante?

Molto più che eccitante! E ‘una cosa divertente, ma quando scrivo non penso mai ai lettori. Sto scrivendo la storia che voglio raccontare. E ‘molto solitario il mio lavoro e, di nuovo non penso che la gente lo leggerà. Sono molto fortunata perché la gente di tutto il mondo legge i miei libri. E ‘emozionante, meraviglioso, assolutamente mind-blowing. Sulla mia scrivania, ho una foto incorniciata del poster francese per Snow Flower che era appeso nella metropolitana di Parigi. Questa è una cosa eccitante e pazzesca! Quando sei nella tua camera e scrivi non pensi mai che ci sarà un poster del tuo libro nella metropolitana di Parigi. Almeno io non lo faccio. E tuttavia quel poster era lì!

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di FIORE DI NEVE E IL VENTAGLIO SEGRETO è stato fatto un film. Ho sentito che andrà in anteprima al Festival di Cannes il prossimo anno, ma ho già imparato che tutto può cambiare nel mondo del cinema. PEONIA IN LOVE è stato opzionato da Ridley Scott. Lo script è stato scritto, ma non so ancora se sarà girato.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai nostri lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Moltissimo! Sono riuscita ad andare in posti in cui non avrei mai pensato di andare e non solo in altre parti del mondo, ma anche nel mio paese. Ad essere onesta è molto più divertente e interessante andare in tour a Roma o a  Milano, come ho fatto io un paio di anni fa, che  è in luoghi come Wichita o Cleveland. Ma vuole sapere  cosa c’è di davvero divertente?  La cosa davvero bizzarra è come i lettori in diverse parti degli Stati Uniti o in paesi diversi siano in grado di interpretare sempre i miei libri in modo diverso. Ricordo in particolare il mio primo tour europeo in assoluto del libro Fiore di neve e il ventaglio segreto. Sono andata nei Paesi Bassi, in Germania e in Polonia in circa sette giorni. In Olanda, i giornalisti mi ha chiesto se il libro era stato fatto per una sorta di  espiazione religiosa. In Germania, i giornalisti mi ha chiesto se il romanzo era il mio “manifesto femminista.” In Polonia, numerosi giornalisti mi hanno detto che hanno pensato che il libro fosse un’allegoria per la Polonia! (Cosa che mi ha fatto piuttosto impressione pensando che il modo in cui le donne fossero trattate dagli uomini nella Cina del diciannovesimo potesse essere paragonato a come sono trattate in Polonia  oggi.) E pensare che era un libro sull’amicizia! Questa esperienza mi ha insegnato che ognuno di noi ha una diversa visione di uno stesso libro. Non ci sono interpretazioni giuste o sbagliate. Ognuno di noi porta le sue emozioni. Mi piace molto questo!

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

E ‘cambiato molto. Basta guardare gli e-book! Per quanto tempo crede che saremo ancora in possesso effettivo di libri in mano da leggere?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho già risposto a questa domanda. Sto finendo il sequel di SHANGHAI GIRLS. Sto anche iniziando a pensare a cosa potrei scrivere successivamente.