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:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Recensione di Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 Maggio 2012

Arrivo in piazza costeggiando i tigli del castello. Il loro profumo per me è quello della festa patronale. Realizzo che mancano solo due settimane al 29 giugno SS. Pietro e Paolo, quindi festeggerò il mio ritorno con le giostre e i fuochi d’artificio, e questo pensiero, che immediatamente è anche ricordo (conta dei giorni, danza rituale contro lo spauracchio della pioggia rovinafeste, conquista della mezz’ora in più sull’orario di rientro, krapfen bisunti, ragazzi nuovi, musica, luci e ancora luci), spalanca la voragine del mezzogiorno, l’ora destata, l’ora tannica. Mi appoggio al muro settecentesco, chiudo gli occhi e aspetto che la vertigine passi, poi mi allontano svelta dall’assedio nauseante dei tigli e ritorno a casa.

Laura Liberale, dopo il suo esordio nel 2009 con Tanatoparty edito da Meridiano Zero, torna al romanzo con Madreferro. Saga familiare minima edito nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci di Perdisa Editore e si assume la responsabilità di portare la scrittura ad un livello superiore e ben poco superficiale. Interpretando la scrittura come rituale catartico, come vera e propria cerimonia di iniziazione, l’autrice ci accompagna in un breve viaggio affascinati e quasi ipnotizzati dalla voce seducente e da sirena della protagonista, voce narrante del romanzo non privo di picchi inquietanti e delicati al tempo stesso, in cui il sangue, penso che ferro nel titolo richiami a questa sostanza, si fa veicolo di continuità e rugginosa percezione del reale attraverso gli occhi di una donna-bambina che cerca di comprendere cosa è difficilmente percepibile con la sola razionalità.
Laura, giovane ricercatrice alterego piuttosto manifesto dell’autrice o perlomeno sua incarnazione letteraria trasfigurata e liberatoria, grazie ad un congedo temporaneo di sei mesi torna a Fabrica piccolo paese della campagna canavesana in Piemonte, che l’ha vista bambina e ha abbandonato sette anni prima per la grande città. Apparentemente per svolgere delle ricerche per l’università, forse in realtà per iniziare a scrivere un romanzo, quello che non sa e che prenderà coscienza durante la narrazione, è che una chiamata l’ha attratta come una calamita in quel luogo di memoria e di ritorno, di rientro nel grembo materno, di riscoperta delle radici familiari e mitiche, dove le storie familiari si intrecciano indissolubilmente alla memorie fantastiche del luogo, alle masche, le streghe della mitologia piemontese, arse sul rogo secoli prima accusate di commerci con il Diavolo in persona, di cui esiste pure un’ immagine piuttosto inquietante nel sottotetto della canonica e che i bambini si divertono ad evocare nei loro giochi irriverenti Bade bade bade eh!.
Ora sono di nuovo a Fabrica, per inseguire orme vecchie di centosessant’anni, per parlare con i morti, visto che con i vivi non mi riesce più di farlo. Sono tornata da Angela, l’ultima donna di un mio matriarcato potente e invasivo. Dice la voce narrante e introduce i due temi centrali di questo misterioso romanzo breve: la morte o meglio i morti che come fantasmi affollano il mondo dei vivi e l’essere madre, condizione richiamata dal titolo, femminile potere vivificante e devastante nello stesso tempo che riflette quello ancora più terribile della Magna Mater.
Georgina de Martignac e il suo album di disegni, la zia Angela, la madre che riposa nell’urna a fiori viola che condivide con suo padre,  la giovane Elsa sono tutti personaggi femminili che declinano uno stesso volto di donna, la femminilità oscura e terribile che si autoafferma e porta a compimento una misteriosa missione di vita o di morte sta al lettore trovare la strada.
In libreria dal 6 giugno.

Giuseppe Iannozzi intervista Laura Liberale

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Dietro le sbarre di Allan Guthrie (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2012

Dietro le sbarre (Slammer, 2009), edito in Italia da Revolver collana noir-crime diretta da Matteo Strukul delle Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, è l’ultimo romanzo dell’agente letterario e scrittore scozzese di romanzi crime Allan Guthrie, esponente del Tartan Noir. Ambientato nel carcere “Hotel” Hilton di Edimburgo,  ha per protagonista Nick “Cristallo” Glass una giovane e inesperta guardia carceraria schiacciata da troppe responsabilità e da un lavoro per cui non è portata che la porteranno a perdere il suo equilibrio mentale e a distruggere la sua vita. Usato e abusato dai suoi stessi colleghi e dai detenuti Nick infatti perderà sempre più i contatti con la realtà sprofondando in un abisso di disperazione e violenza che l’autore descrive in maniera così accurata e minuziosa che più si avanza con la lettura e più ci si sente come se una mano ci afferrasse alla gola. Asfissiante, claustrofobico, delirante più che un dramma carcerario è una tragedia della follia che descrive gli stadi in cui la psiche si disgrega disintegrata da varie forze oltre le quali si raggiunge un punto di rottura. Nick in fondo è un bravo ragazzo, onesto, pulito che vive per la sua famiglia, per sua moglie e per sua figlia, il suo mondo è elementare, semplice non ha grandi ambizioni, non è eccessivamente coraggioso o altruista, non vuole cambiare il mondo, vuole solo sopravvivere tra delinquenti e guardie non meno feroci e corrotte, ma naturalmente non gli sarà concesso con esiti del tutto inarrestabili. Tutto inizia quando Nick subisce un vero e proprio ricatto da parte di Cesare un detenuto che controlla la circolazione della droga all’interno del penitenziario. Fare da mulo non è decisamente coerente con le sue aspettative ma quando Cesare tramite il fratello di Mafia minaccia la sua famiglia, Nick è costretto ad accettare. Naturalmente Cesare non vuole da lui solo questo, il suo obbiettivo è la fuga. Il piano è ben congegnato, ma un evento imprevisto farà precipitare tutti gli equilibri in un vortice di violenza che non risparmierà nessuno. Dietro le sbarre  è un romanzo  angosciante, in cui il grado di violenza, più psicologica che fisica, ma anche quella non manca, e i meccanismi che rendono il più debole schiavo del più forte hanno ripercussioni drammatiche e terribili. Nick sarebbe in fondo un debole, incapace in circostanze normali di atti veramente violenti e invece arriva a commettere i crimini più atroci senza rendersene quasi conto. Il finale è piuttosto aperto, la follia del protagonista si presta a diverse interpretazioni, lascio a voi lettori di trovare la giusta chiave di lettura. Se amate le atmosfere cupe e malate di Irvine Welsh non potrete non amare anche questo libro. Sconsigliato alle guardie carcerarie fresche di diploma e in attesa del primo incarico.

:: Un’ intervista con Jeffrey Moore a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2012

Ciao, Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e bentornato su Liberi di scrivere. La società degli animali estinti è il tuo terzo romanzo, ora pubblicato in Italia da ISBN Edizioni, dopo Una catena di rose (2000) e Gli artisti della memoria(2004), entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Come comincia? Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Comincia con un uomo di città del New Jersey spettacolarmente incasinato, che sta cercando di sfuggire ai suoi problemi, problemi di droga e alcol, emotivi, romantici, finanziari e giuridici, e cerca di trovare un po’ di pace e tranquillità nella natura. Quindi, dopo aver scoperto in vendita su Internet una chiesa abbandonata nel Quebec, si dirige a nord, oltre il confine illegalmente, e arriva nelle Laurentian Mountains a mezzanotte. Lì scopre non la pace e la tranquillità, ma un corpo insanguinato in una palude, avvolto in un sacchetto di tela. All’interno c’è una ragazzina di quindici anni, la cui testimonianza potrebbe mettere dietro le sbarre il leader di una banda locale di bracconieri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La società degli animali estinti ?

La morte di Huxley. Non l’autore britannico, ma il mio gatto che non c’è più. Non ho prove, ma ho il sospetto che la trappola d’acciaio di un cacciatore lo abbia ucciso. Ho trovato parecchie di queste trappole nelle Laurentians tutte illegali e tutte le ho smontate o almeno sabotate. E poi c’era il caso documentato in un noto film del 2004 chiamato Casuistry: the Art of Killing a Cat, in cui un gruppo di studenti di Toronto torturano e infine uccidono un gatto come un esperimento “artistico”. Questo ed altri eventi mi hanno spinto a esplorare il tema della crudeltà umana verso gli animali. Il maltrattamento del golden retriever in La società degli animali estinti, per esempio, può essere correlato a qualcosa che ho osservato nelle vicinanze. Un residente locale, era solito tenere un cane incatenato in una casa tutto l’anno, mai lasciandolo fuori e mai libero. Era la cosa più triste. Così ho lasciato un biglietto minaccioso, contro questo comportamento criminale, nella cassetta postale del proprietario. Il giorno dopo, e nei giorni successivi, ho notato che il cane era libero di vagare senza la sua catena fuori dalla sua prigione. Quindi suppongo che il romanzo sia un tentativo di fare qualcosa di simile, su scala più ampia.

Altri libri ti hanno ispirato a esplorare questo tema?

Sì, dopo aver deciso il tema generale, ho cominciato a leggere i mysteries di alcuni dei maestri del genere, un genere per cui avevo poco rispetto fino a quando non ho letto alcuni dei suoi migliori professionisti del settore, tra cui Elmore Leonard e PD James. E poi ho letto qualche eco-thriller di artisti del calibro di Carl Hiaasen e David Liss (The Ethical Assassin) e romanzi “ambientalistici”, tra cui due grandi: That Old Ace in the Hole di Annie Proulx e Libertàdi Jonathan Franzen.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?

Quattro lunghi agonizzanti anni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho studiato le attività di bracconaggio in Quebec e in Nord America, e ho letto testi sulle pratiche di caccia in generale e sul mercato illegale di bile dell’orso bruno in particolare. E rapidamente ho scoperto che le leggi sul bracconaggio in Quebec non sono applicate veramente. Che non ci sono abbastanza agenti che lavorano sul campo, né vi è un desiderio reale da parte del Ministero della Fauna Selvatica di contrastare i cacciatori, dato che sono la fonte di reddito maggiore. Dai turisti, da chi vende attrezzature, dalle guide, dai diritti di licenza, questo genere di cose. E c’è corruzione e collusione, naturalmente, quella che vi è in molti ministeri.

Quanto è importante un buon titolo?

Spero che ponendomi questa domanda, stai implicando che  il mio titolo è buono. Penso che i titoli siano estremamente importanti. Anche se molti scrittori li trascurano, o lasciano che sia il loro editore a decidere. Quanti libri hanno titoli atroci, o blandi, come Bob and Jane? Non l’ho mai capito.

Può dirci un po’ di più sui protagonisti, Nile e Celeste?

Celeste è l’eroina  precoce, orfana e che va ancora a scuola del libro e la co-narratrice. Nile è un uomo in fuga proveniente da una misteriosa scuola americana di medicina abbandonato da una ricca famiglia. Egli decide di salvare Céleste quasi morta, un atto che può a sua volta salvarlo.

Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile è stato sicuramente Céleste. La cosa più difficile per la maggior parte degli scrittori è quella di creare un credibile personaggio in prima persona del sesso opposto. Il problema è stato aggravato in questo caso dal fatto che Celeste è un adolescente, una razza aliena per me. Non solo per me, ma per la maggior parte dei genitori. Così ho provato a fare Celeste un po’ stravagante, che non parla nel modo in cui parlano le altre ragazze della sua età, che non è stata plasmata dalla televisione o di Internet, dalla pubblicità ipersessualizzata, e così via. Il personaggio più semplice da scrivere è stato Nile, dal momento che io e lui abbiamo un paio di cose in comune. La misantropia, per esempio. Inoltre sono affascinato dai narratori inaffidabili nella finzione perché la maggior parte di noi siamo narratori inaffidabili nella vita reale. Con ogni storia che vi raccontano, dovete filtrare gli elementi soggettivi, le emozioni che la agitano, gli elementi personali, gli abbellimenti, le fioriture retoriche, e così via. Una volta che un lettore si rende conto che il narratore in un romanzo non è affidabile, allora come un autore sei introdotto in un regno di drammatica ironia. Un bel posto dove stare.

È per questo che il romanzo è così insolito, e utilizza una doppia voce in prima persona?

Bingo. Per drammatica ironia. Si vede una situazione in un modo, e l’altro la vede in un modo radicalmente diverso. Che cosa ne consegue è la commedia o l’ironia, almeno in teoria.

Da quello che hai detto a proposito di Nile, suppongo che ci siano elementi autobiografici in La società degli animali estinti?

E ‘difficile evitarli, anche se stai scrivendo fantascienza. Nel mio caso, come Nile, ho un grande amore per gli animali e una generale avversione per gli esseri umani. E come la quindicenne Céleste, sono un “evangelico ateo.”

Il tuo stile è molto particolare: un acuto senso del dettaglio, un amore per la semplicità, frasi poetiche, grande attenzione per le descrizioni. È uno stile naturale per te o nasce da numerose riscritture?

A me viene naturale, nel senso che è quello che ho subito ammirato in altri scrittori. Ma certamente non viene subito, completamente formato, la prima volta che scrivo. I miei testi sono rivisti, poi rivisti di nuovo, poi ancora e ancora … praticamente ad infinitum.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o uno in particolare che abbia influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Stranamente, ho spesso detto che il mio stile è cinematografico, ma non ho mai cercato coscientemente di fare così. Tutti e tre i miei romanzi sono stati opzionati per il cinema, quindi ci può essere qualcosa di vero in questo…

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro? Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nelle parti di Nile e Celeste?

Ebbene, “l’Hollywood del Nord” ha chiamato, nella forma di un triumvirato che include il primo produttore del Canada, l’uomo dietro a Chicago e altri mega-hits. Vediamo. Per Nile, forse Michael Fassbinder o Clive Owen e Johnny Depp (perché ha bisogno di lavoro). Per Céleste, forse Abigail Breslin (Little Miss Sunshine) e Chloe Moretz (Kick-Ass) e Dakota Fanning.

Come è nato lo stile “poema in prosa” che utilizzi in La società degli animali estinti?

La poesia è di gran lunga la più alta forma d’arte letteraria, per cui la tua domanda è per me un grande complimento, per il quale ti ringrazio. Leggo sempre i grandi poeti, soprattutto quando sono a corto di ispirazione, perché possono fare cose che nessun’altro può fare e non farà mai.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Close Range di Annie Proulx e Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov.

Dal punto di vista artistico, piuttosto che economico, quale libro vorresti aver scritto?

La lista è lunga. The Collected Stories di William Trevor o The Collected Stories di Annie Proulx e Humboldt’s Gift (Bellow) o Pale Fire (Nabokov) o If on a Winter’s Night a Traveler (Calvino) o Cousine Bette (Balzac) o Orgoglio e pregiudizio (Austen).

Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, come scrittore?

Punti di debolezza? Di che cosa stai parlando? Non ho punti deboli. Punti di forza? Un tocco comico, almeno mi piace pensare così.

Verrai in Italia ancora una volta per presentare i tuoi romanzi?

Lo farò certamente. Sarò a Torino per la Fiera del Libro 2012, il 12 e 13 maggio. Non vedo l’ora di visitare il mio paese preferito. E no, non dico questo di tutti i paesi.

:: Intervista a Massimo Carlotto a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Bentornato Massimo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. E’ appena uscito per Einaudi il tuo nuovo romanzo Respiro corto. Nella tua precedente intervista ci avevi anticipato che in questo romanzo, a cui tieni molto, avresti superato le frontiere geografiche e di genere e ci sarebbe stata una donna molto “intensa”. Dunque hai mantenuto le promesse?

Penso di sì. Anzi di donne intense ce ne sono almeno un paio e la storia viaggia in lungo e il largo per il mondo. E anche il genere, a mio avviso, travalica i confini del noir italiano.

Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

Da un lato la consapevolezza che il “sapere” viene applicato all’agire criminale, dato che ora i mafiosi di tutto il mondo iniziano a concepire l’università come luogo di formazione. Dall’altro la percezione della velocità con cui gli affari criminali si innestano con le dinamiche dell’economia legale.

La Marsiglia di Jean Claude Izzo non c’è più. Com’è la nuova Marsiglia?

In mano agli immobiliaristi, infognata in una guerra di bande e saccheggiata da cordate politico-affaristiche con forti legami con il gangsterismo corso-marsigliese. Non a caso la situazione difficile, e per certi versi insostenibile, è diventata una delle bandiere agitate dalla destra  lepenista durante la campagna presidenziale. La Marsiglia di Izzo non esiste più. Purtroppo.

Anche la criminalità sta cambiando. La vecchia mala marsigliese, l’idea stessa di un potere gestito verticalmente con leggi d’onore fisse, ordine, disciplina, vive ancora solo nella mente di alcuni vecchi boss, incarni bene questo in Armand Grisoni. Ora non c’è più niente di romantico, sono solo numeri, conti svizzeri, asettiche transazioni finanziarie, speculazioni in borsa, affari edilizi, traffici illeciti di tutti i generi. I criminali vogliono diventare uomini d’affari a tutti gli effetti?

Esatto. La globalizzazione ha aperto nuovi mercati agli affari criminali ma ha determinato anche una sorta di rivoluzione necessaria nell’universo dell’illegalità che ha eliminato regole e modelli di comportamento.

Le nuove alleanze, le nuove associazioni criminali, si creano davvero a livello universitario? I nuovi protagonisti sono davvero i figli dei boss arrivati da ogni parte del mondo che studiano economia, vestono alla moda, disprezzano i loro padri e si sentono al di là di ogni legge?

Sì, la corsa al sapere è una necessità vitale perché il crimine è stratificato per livello culturale, appunto. Solo i più “ignoranti” si limitano a gestire solo i vecchi affari come droga e prostituzione  e soprattutto non hanno le conoscenze necessarie per riciclarli e investirli in modo vincente.

In Respiro corto tra tutti emerge il personaggio di Bernadette Bourdet. E’ lei la vera protagonista? Come è nato il suo personaggio?

Osservando il portone del comando della BAC a Marsiglia. Ho visto uscire una signora molto, molto simile, salutata con rispetto dal piantone e mi è scattata l’idea di B.B. Non è la vera protagonista anche se è fondamentale nella narrazione perché ho preferito costruire un intreccio complesso dove i personaggi entrano ed escono con grande velocità e …il respiro corto.

C’è un patto tra il commissario e i suoi superiori: conserva il distintivo solo se non tocca la “cricca Bremond”. Non approfondisci la cosa, lasci nel vago, ma la polizia è complice di questo asfissiante sistema di corruzione che impantana la società? E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere? C’è un messaggio che vuoi trasmettere?

Non sono una novità, soprattutto in Francia, le inchieste insabbiate. Quando il paziente lavoro di un poliziotto rischia di mettere in crisi gli equilibri sociali, economici e politici su cui si regge una città dedita al malaffare, è molto facile che tutto finisca in una bolla di sapone. La storia, quella vera di Marsiglia, può contare su diversi esempi. Anche recenti.

A Marsiglia si combatte ogni giorno una guerra per i territori tra bande criminali. Ogni giorno si muore per le strade di Marsiglia, cadono i piccoli spacciatori, cadono i poliziotti, i giudici, i giornalisti. E’ una guerra silenziosa che si protrae all’infinito. Perché non se ne parla, perché questa situazione non scuote l’opinione pubblica, la cosiddetta gente per bene? Sì ha quasi paura di toccare l’argomento?

In Francia il silenzio è durato fino alla campagna elettorale, nel resto d’Europa continua. Il conflitto criminale di Marsiglia è un effetto collaterale della crisi economica. Parlarne significherebbe provocare allarme in un’opinione pubblica confusa e sempre più ostile alla politica. I governi non fanno altro che difendere se stessi.

E’ un romanzo ma parla di episodi reali, concreti, che presuppongono anche uno studio meno superficiale che il semplice elenco dei fatti. Come ti sei documentato per scrivere questo libro?

Viaggi, interviste, letture, internet. E fonti. Ormai sono indispensabili per raccogliere materiale utile a un plot complesso.

A un certo punto nel romanzo alcuni membri della Dromos gang vanno in un particolare locale dove le prostitute sono donne comuni, casalinghe, mogli di disoccupati, con a casa figli piccoli. Proprio l’altro giorno ho sentito per televisione che aumentano i furti e le rapine e si è diffuso il furto per necessità, se prima rubavano caviale e gioielli ora rubano scatole di fagioli. Quanto incide la crisi economica nella diffusione così capillare della corruzione, del crimine?

Certo. La corruzione sta dilagando grazie alla crisi e al timore di soffrirne le conseguenze. Siamo di fronte a una vera e propria modificazione antropologica sulla percezione sociale dei reati. Alcuni, come la corruzione appunto, sono stati “depenalizzati” nel sentire comune. La Grecia inoltre insegna che la necessità comporta spesso disperazione ma la microcriminalità non è pericolosa…

Respiro corto termina in modo piuttosto improvviso, il finale sembra quasi troncato, molti nodi rimangono irrisolti. Prevedi di scrivere una continuazione? Conosceremo come procede la lotta tra Bernadette Bourdet e la cricca Bremond?

I nodi rimangono apparentemente irrisolti ma non è detto che in futuro non ci sia BB alle prese con Bremond e magari la Dromos Gang…

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?   

Sí e uscirà tra un anno, ambientato a Roma e sarà una vera sorpresa… non vedo l’ora!

:: Recensione de L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

30 aprile 2012

Presi il sentiero che Robertson aveva percorso la sera in cui aveva scoperto il cadavere del fratello. Lo seguii lentamente. Superai i resti del nastro della scena del delitto, lasciati disseminati sul lato del sentiero. Impigliati nel fitto della vegetazione. Un brutto ricordo di quello che era accaduto lì.
Abbandonai il sentiero, spingendo via rami spessi e foglie.
Di fronte a me c’era l’albero a cui era stato trovato appeso il cadavere di Daniel Robertson. Uno spregevole e nero scherzo di natura, eruttato dalla terra come se si fosse fatto strada artigliandola direttamente dall’inferno. L’albero stava là: una cosa morta al centro della foresta viva. Foglie ricoprivano il terreno fangoso alla sua base. Crocchiavano e si rompevano sotto il mio peso.
Chiusi gli occhi, tentai di visualizzare il copro che aveva dondolato dai rami anneriti.
Il vento si alzò.
La silhouette del cadavere di Daniel apparve e scomparve come un fantasma che non voleva essere visto.

L’impiccato (The Good Son, 2008), edito in Italia nella collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul, è il romanzo di esordio dello scrittore scozzese Russel D McLean con cui ha ottenuto una nomination allo Shamus Award 2010 nella categoria migliore opera prima, premio letterario assegnato annualmente dall’associazione Private Eye Writers of America a quei romanzi gialli che hanno un investigatore privato come protagonista. Autore di due romanzi, oltre a L’impiccato anche di The Lost Sister, sempre con protagonista il detective privato John “Steed” McNee ancora inedito in Italia, Russel D. McLean arriva da noi accompagnato dall’entusiasmo di numerosi suoi colleghi del calibro di John Connolly, Tony Black e Ken Bruen tra gli altri, e dalle recensioni a dir poco esaltanti dei maggiori giornali e riviste di settore. Basta questo per suscitare una certa curiosità tra gli appassionati di noir e hardboiled, che vedono nel tartan noir, termine coniato da quel mattacchione di James Ellroy, una scuola di indubbio interesse, e sicuramente nella sottoscritta più che propensa a vedere l’evoluzione di un genere che sembrava già con Raymond Chandler aver detto tutto. L’America degli anni Trenta è ben lontana, ma la Scozia degli anni Duemila non è da meno come scenario di una storia torbida e traboccante violenza con al centro i classici stilemi e le iconografie tipiche del genere. Non mancano un detective privato tormentato, un cliente che non la racconta giusta, una vittima che decisamente non era uno stinco di santo, una dark lady troppo truccata e quasi grottesca, un poliziotto stronzo ma infondo onesto, vecchi gangster riciclatici come cittadini onesti e killer psicopatici destinati a fare una ben brutta fine. Sullo sfondo Dundee ex città industriale in via di trasformazione situata sull’estuario del fiume Tay a un centinaio di chilometri a nord-est della più affascinante e suggestiva Edimburgo. La storia raccontata non presenta picchi di eccessiva eccentricità anzi si adegua in modo quasi certosino alle regole della detective story proponendo uno stile lineare e uniforme che stranamente ha la capacità di sedurre il lettore attirandolo pagina dopo pagina in un vortice di oscura bellezza. John “Steed” McNee, ex poliziotto burbero e solitario, ora riciclatosi come investigatore privato, ancora in lutto per la fidanzata Elaine, la sola capace di vedere qualcosa di buono in lui, e afflitto dal senso di colpa per la sua morte che si somatizza in una zoppia quasi invalidante, riceve la visita di un cliente James Robertson, un agricoltore con coppola in testa deciso a fare chiarezza sul suicidio del fratello Daniel, trovato impiccato ad un albero della foresta di Tentsmuir nei dintorni della sua fattoria. Robertson dichiara di non vedere il fratello da trent’anni, quando aveva lasciato Dundee per fare fortuna a Londra ed era finito a fare lo scagnozzo e il buttafuori di un gangster di un certo prestigio di nome Gordon Egg. McNee non esita a credergli desideroso di tenersi un lavoro sicuro, uno di quelli che pagano subito e inizia a investigare consapevole che: “In Gran Bretagna la vita di un investigatore di rado è considerata affascinante. Non godiamo della stessa aura da lupo solitario che contraddistingue i nostri colleghi americani. Quando la gente pensa a noi, pensa a una squallida, modesta ultima spiaggia. E in Scozzia la gente a noi non pensa proprio”. Lo strano atteggiamento della polizia troppo solerte nel chiudere la cosa come un suicidio senza importanza, l’arrivo della moglie di Egg con cui la vittima aveva una relazione e che morirà in modo violento poco dopo, il coinvolgimento di David Burns, un imprenditore coinvolto in affari sia legali che illegali, una strana aria restia in Robertson che è troppo evidente nasconde qualcosa, spingono McNee, oltre a combattere con i suoi demoni interiori, senza riuscire a fare chiarezza nel rapporto irrisolto con suo suocero e con la poliziotta Susan che ha conservato per lui una parvenza di amicizia e forse qualcos’altro, ad andare in fondo alla faccenda anche a rischio di vedersela esplodere tra le mani. Tutto si giocherà in un cimitero sotto una pioggia torrenziale, in uno scontro decisivo in cui McNee dovrà decidere se l’oscurità sia la parte che ha prevalso nella sua anima.

:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Recensione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2012

Quando il fucile sparò di nuovo, lo seppi. Capii perché ero venuto qui, che cosa dovevo fare. Ogni cosa divenne chiara come il vasto cielo azzurro. Non ero venuto al Nord per un nuovo inizio, per sfuggire alla città per trovare la pace e la felicità nella natura. Il mio destino non era di essere felice; non ero stato programmato per esserlo. Non ero nemmeno venuto al Nord per salvare qualcuno, anche se quella era una parte di quanto dovevo fare, una parte importante. No, ero venuto qui per uccidere qualcuno.

La società degli animali estinti (The Extinction Club, 2010), edito in Italia nella collana Special Books di Isbn Edizioni e tradotto da Dafne Calgaro, è il terzo romanzo dello scrittore canadese Jeffrey Moore dopo Una catena di rose e Gli artisti della memoria, libri che i lettori che hanno avuto la fortuna di leggerli avranno sicuramente apprezzato per la bellezza poetica che contengono, per l’ironia sottile e dissacrante, per lo stile ricercato, che fa di ogni frase, cesellata e perfezionata quasi esasperatamente, un piccolo capolavoro che rasenta quasi la perfezione. Amo molto Jeffrey Moore e quando mi è stato proposto questo nuovo libro ho accettato di recensirlo con un certo entusiasmo e con idee precise su cosa avrei trovato. Come al solito Moore mi ha spiazzato proponendomi una favola ambientalista amara e dolorosa, sì resa più sopportabile dallo humour pieno di vita che caratterizza l’autore, ma con sfumature più malinconiche e arrabbiate rispetto ai libri precedenti. La società degli animali estinti è la storia di un’ amicizia tra un uomo, Nile Nightingale, e una ragazzina, Celeste Jonqueres, e di un amore verso la natura incontaminata, che è ancora possibile trovare nelle terre del Nord del Canada, minacciata da uomini senza scrupoli mossi unicamente dal profitto e dalla stupidità. Oltre che una favola nera il romanzo è anche un atto di denuncia efficace e lontano dalla retorica ambientalista che molti praticano per essere alla moda, e politicamente corretti. Moore riesce nel difficile compito di essere educativo e morale senza appesantire la sua opera con intenti propagandistici o demagogici. La delicatezza con cui delinea il rapporto tra l’adulto e la ragazzina più che commuovere cercando facili scorciatoie, emoziona e intenerisce lasciando nel lettore un senso di pulito e di incorrotto. La società degli animali estinti inizia con l’incontro tra i due protagonisti, avvenuto in circostanze drammatiche. Nile trova Celeste rinchiusa in un sacco, ferita e gettata in una palude a morire dissanguata. Abituato a fare sempre la cosa sbagliata l’uomo la raccoglie e la porta a casa sua. La cura, e si chiede le ragioni di quella aggressione così feroce. Celeste non vuole che sia avvisata la polizia, mente scrivendo (non può parlare avendo la laringe compromessa) che è stata aggredita da dei bulli che la pensano una ragazzina secchiona. Ma la verità emerge e i due si trovano alleati nella lotta contro i bracconieri che la ragazzina combatte con coraggio per salvare gli animali in via di estinzione e l’ambiente naturale del Quebec. Il finale è inevitabile. Bellissimo.

Jeffrey Moore divide il suo tempo tra Montreal, dov’è nato, e Val Morin, in Québec. Ha studiato all’Università di Toronto e all’Università della Sorbona (Parigi). Svolge professionalmente l’attività di traduttore, insegna al dipartimento di francese dell’Università Concordia e al dipartimento di traduzione dell’Università di Montreal, ma attualmente si dedica prevalentemente alla scrittura.
Con il suo primo romanzo “Una catena di rose” ha vinto il Commonwealth Writers Prize e si è fatto amare dai lettori di tutto il mondo.

:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2012

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.