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:: Un’intervista con Brian McGilloway autore di Terra di confine (Revolver, 2012) a cura di Giulietta Iannone

10 agosto 2012

Ciao Brian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Brian McGilloway? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per avermi invitato. Sono un padre di 38 anni di quattro ragazzi che lavora a tempo pieno come insegnante di inglese. Il mio primo romanzo crime, Borderlands, è uscito nel 2007 e  da allora ho pubblicato un libro all’anno.

Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho sempre amato la scrittura. La cosa che mi ha spinto a scrivere Borderlands, che è il mio primo romanzo, è stato il fatto che molte delle serie che mi piaceva leggere, Rebus, Robicheaux, e Morse per esempio, sembrava stessero volgendo al termine, con gli investigatori che o morivano o erano vicini alla morte o erano in via di pensionamento. Ho deciso di scrivere il libro che mi sarei divertito a leggere se avessi perso quegli amici immaginari. Borderlands è stato scritto come il tipo di romanzo crime che avrei voluto leggere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Penso che i buoni scrittori dovrebbero portarti in luoghi in cui non sei mai stato prima, dovrebbero far si che nuovi luoghi e personaggi prendano vita, conservando sempre una voce autentica.

Parlami del tuo processo di scrittura?

Quando sto fisicamente scrivendo un libro, cerco di scrivere 1000 parole al giorno. Scrivo per circa due ore e, in una buona giornata, supero questo obiettivo. In una brutta giornata potrei scrivere 200 parole. Tendo a scrivere ogni libro un terzo alla volta. Ideato il primo terzo della trama inizio a scrivere. Poi mi fermo, torno su quello che ho già fatto e pianifico la sezione successiva. Questa è spesso la parte più lenta da scrivere perché devo far sì che tutti i fili si tendano intorno alla vicenda. La terza parte finale tende ad essere molto veloce da scrivere, perché a quel punto so dove tutto sta andando.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho scritto Borderlands nel 2003/2004. L’ho presentato ad un certo numero di editori e agenti e ho sì avuto qualche feedback positivo, ma niente di fatto. Infine, l’ho presentato a Macmillan come parte della loro New Writing Imprint. Circa quattro mesi dopo la presentazione, ho saputo che lo volevano pubblicare. Era il 2006 e il libro è uscito nel 2007, circa tre anni dopo aver finito la prima bozza.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Sono un grande lettore di crime ed amo il lavoro di James Lee Burke, Ian Rankin, John Connolly, Michael Connelly, Dennis Lehane … Inoltre c’è un intero gruppo di grandi scrittori irlandesi – Adrian McKinty, Declan Burke, Tana French, Declan Hughes, Stuart Neville, Arlene Hunt e William Ryan per citarne alcuni. Suppongo come un sacco di autori di crime, che i luoghi siano una parte vitale della storia, al punto che un detective diventa strettamente connesso con il suo ambiente. Certo che hanno influenzato la mia scrittura.

Ti capita mai di utilizzare una qualsiasi delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Tutto il tempo. Ho descritto Devlin come un uomo sposato e padre di famiglia perché al momento della scrittura, ero sposato e mia moglie aveva il nostro primo figlio. Ciò ha fatto sì che il mio personaggio mi permettesse di riflettere ed esplorare le questioni che mi riguardavano. Cosa che ho continuato a fare per tutta la serie.

Ora, parlaci di Borderlands da poco pubblicato in Italia da Revolver BD con il titolo Terra di confine e tradotto da Marco Piva Dittrich. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come ho già detto, ho voluto scrivere un romanzo poliziesco che prendesse il posto di tutti quei romanzi delle serie che sembravano essere finite. L’idea originale è nata effettivamente mentre stavo camminando con il mio cane lungo il confine. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi trovato un corpo. Poi ho lavorato a ritroso – come mai il corpo si trovava li, il suo posizionamento era intenzionale o accidentale, come la persona era morta, perché? La storia è cresciuta da questo. Ho cambiato molto nella scrittura e riscrittura, ma l’ idea originale, di un corpo sul confine, è restata l’apertura del libro.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Il libro parla del ritrovamento di un corpo sul confine e di come è collegato con la scomparsa di una donna nel 1970. Suppongo che ciò sia per l’impatto del passato sul presente, che è qualcosa di cui siamo acutamente consapevoli nell’Irlanda del Nord.

Il primo capitolo presenta la scoperta del corpo di Angela Cashell. Potresti dire ai nostri lettori cosa succede?

Questa scena è stata volutamente scritta per fare due cose – in primo luogo introdurre Ben Devlin il detective della Garda. Il suo primo pensiero quando vede il corpo nudo della vittima è quello di coprirlo con il suo cappotto. Volevo questo per delineare il personaggio come un uomo ricco di bontà e di empatia – è spinto anche  a rendere sicuri i confini, non solo per la sua famiglia, ma perché è moralmente la cosa giusta da fare. Il secondo scopo in quella scena è stato quello di presentare al lettore il territorio e il fatto che è sorvegliato da due diverse forze di polizia su entrambi i lati del confine. Queste due forze stanno lavorando insieme dopo anni in cui tradizionalmente non sempre furono cooperative l’una con l’ altra. E ‘stato un modo per me di esaminare la natura mutevole della vita in Irlanda del Nord attraverso il microcosmo della natura mutevole della polizia della frontiera.

Puoi dirci qualcosa in più sul protagonista, Ben Devlin?

Ben è un padre di due bambini abbastanza felicemente sposato. E ‘un ispettore dell’ An Garda della Repubblica d’Irlanda, con sede a Lifford sul confine irlandese. E’ un cattolico, frequenta regolarmente la messa e deve equilibrare la vista delle scene del crimine con la lettura di fiabe della buonanotte ai suoi figli. Deliberatamente non è il tipico anticonformista alcolizzato e divorziato che è un classico della letteratura poliziesca. Sono più interessato a come un uomo normale bilanci tutti i diversi aspetti della sua vita.

Raccontaci gli altri personaggi del libro.

In aggiunta alla sua famiglia, il personaggio principale di questo libro, che caratterizza tutta la serie è la controparte di Devlin nel PSNI, Jim Hendry. Jim è un personaggio più divertente di Devlin e più incline a piegare le regole un po’ per soddisfare se stesso. Il loro rapporto di lavoro è quello che mi interessa maggiormente. Il libro parla anche di una coppia di sposi Johnnie e Sadie Cashell la cui figlia è la vittima ritrovata sul confine. Johnnie è un delinquente, ma Devlin sente una grande pietà per la moglie, Sadie, che sembra non avere altra scelta che subire la vita che non ha scelto.

Quale è la tua scena preferita in Borderlands?

Sono passati alcuni anni da quando l’ho riletto, ma mi piaceva l’apertura. C’è anche una bella scena con Devlin e Sadie durante la veglia funebre per la figlia. E c’è una scena che coinvolge una caccia ad un gatto selvatico, che mi è piaciuto molto scrivere.

In Borderlands quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Ad essere onesti, mi è piaciuto scrivere tutti i personaggi – nessuno è stato particolarmente difficile da delineare. Detto questo, sto trovando sempre più difficile scrivere ogni libro successivo, ma penso che sia un’ esperienza abbastanza comune. In ogni libro, si vuole migliorare e costruire su quello che si è fatto prima, e dare ai lettori qualcosa di diverso.

Perché hai raccontato una storia di confine? Come il posto ha influenzato la tua scrittura?

I libri esplorano il fatto che non c’è mai niente di bianco o di nero – tutto è sempre fatto di varie tonalità di grigio, sia se sei un eroe o un cattivo. Le terre di confine rappresentano questo. Inoltre, la zona dà la sensazione del selvaggio West e questo tema attraversa tutti i miei libri – il terzo libro tratta proprio di una miniera d’oro al confine.

Raccontaci qualcosa del noir irlandese. Chi sono i migliori esponenti di questa scuola?

C’è stata di recente un’esplosione della letteratura crime irlandese. Oltre agli scrittori che ho citato sopra, ci sono Alan Glynn, Jane Casey, Gene Kerrigan, Gerard O’Donovan e Alex Barclay, che hanno goduto di grande successo. Conor Fitzgerald è uno scrittore irlandese, i cui libri davvero superbi sono ambientati in Italia. C’è anche un piccolo, ma laborioso movimento irlandese di crime comici, oltre a Declan Burke, c’è Colin Bateman, Ruth Dudley Edwards e Garbhan Downey come esempi indiscussi. Nuovi nomi si aggiungono quasi ogni settimana, in questo momento si è aggiunto al gruppo dei crime irlandesi il nuovo libro di Claire McGowan, The Fall, che ha avuto un feedback fantastico e Louise Phillips ha un nuovo romanzo in uscita a settembre, Red Ribbons, che sembra davvero interessante.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

In realtà ero in Italia a luglio in vacanza con la mia famiglia ma non ho partecipato a nessun evento promozionale, temo.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sia la serie di Devlin e una seconda serie di libri basati su un personaggio chiamato Lucy Black sono stati opzionati per la TV qui in Irlanda. Sono a diversi stadi di produzione e sono fiducioso, almeno uno di loro ce la farà ad arrivare sullo schermo. Detto questo, ci crederò solo quando vedrò scorrere i titoli di coda dopo il primo episodio.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Eye Contact di uno scrittore che si chiama Fergus McNeill. Dopo di che ho intenzione di leggere Belle Creole di James Lee Burke.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, James Joyce, John Connelly, Tony Black, Ken Bruen.

Potrei diventare molto ripetitivo. Stai elencando un sacco di maestri. Connelly e Bruen sono due grandi scrittori che sono stati molto generosi con quelli di noi che sono venuti dopo di loro, e sono stati ispirati dalla loro scrittura.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

La scrittura è un lavoro solitario, ma la promozione è completamente l’opposto. Può essere un po’ deprimente quando nessuno si presenta per un evento. Una delle mie presentazioni più recenti è stata organizzata la notte stessa della partita dell’Irlanda durante i campionati europei. Sono rimasto scioccato che ci fosse qualcuno. Tendo a non vedere questi eventi come promozione ma semplicemente come un modo per parlare dei miei libri con i lettori ringraziandoli per il sostegno.

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Tendo a leggere sia le recensioni buone che quelle cattive. Penso che se una critica è stata fatta più e più volte, potrebbe essere necessario considerarne la sua validità. In ogni caso, sia nel bene che nel male, si deve ricordare che è la considerazione di una singola persona. Intendiamoci, è più facile a dirsi che a farsi e si tende a fissarsi sulle recensioni negative a discapito di quelle eventualmente positive. I propri libri sono come figli – si è orgogliosi di ciascuno, e si è profondamente consapevoli dei punti di forza e di debolezza di ciascuno. Quando qualcun altro mette in luce i punti deboli può essere difficile a volte!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e sono sempre incredibilmente grato che qualcuno possa passare il suo tempo, non solo a leggere i miei libri, ma anche a volere entrare in contatto con me. Posso essere contattato attraverso il mio sito www.brianmcgilloway.com

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il quinto romanzo Devlin, The Nameless Dead è uscito qui in Irlanda pochi mesi fa. Sto lavorando ora ad un secondo romanzo con Lucy Black, che è il seguito di Little Girl Lost.

:: Un’intervista con Ben Kane autore della serie La legione dimenticata a cura di Giulietta Iannone

9 agosto 2012

Grazie Ben per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi Di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Kane? Punti di forza e di debolezza.

Ben Kane: sono un irlandese, un padre, un ex veterinario, e uno scrittore best-seller di romanzi storici. Punti di forza: Sono molto concentrato sulla mia scrittura. Non ho mai rinunciato. Punti di debolezza: posso farmi distrarre da cose come Twitter e Facebook. Non faccio abbastanza esercizio fisico.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Nairobi, in Kenya, dove ho vissuto fino all’età di sei anni. Il resto della mia infanzia l’ho trascorsa in Irlanda. Ho letto un gran numero di libri sin dalla più tenera età, soprattutto fantasy e romanzi storici. Quando ho lasciato le superiori, ho studiato medicina veterinaria, quello era tutto quello che avevo sempre voluto fare. Quella è stata la mia carriera per sedici anni, fino a quando sono diventato uno scrittore.

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Decisi di diventare scrittore una notte quando ero ancora in servizio come veterinario, ed ero così occupato che stavo ancora lavorando a mezzanotte. In precedenza avevo avuto idee di scrivere su Roma, ma quello è stato il momento in cui ho iniziato.
Seppi che si era trasformato in un vero e proprio lavoro quando ottenni il mio primo contratto editoriale, nel mese di agosto del 2007!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Preferiti:
Rosemary Sutcliff, autrice di The Eagle of the Ninth, JRR Tolkien, Michael Scott Rohan, autore di The Winter of the World trilogy. Guy Gavriel Kay.
Influenze:
Bernard Cornwell, Wilbur Smith e altri.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie de La Legione dimenticata?

Il mio amore per Roma, il desiderio di raccontare la storia della battaglia di Carre del 53 aC in gran parte sconosciuta, e quello che è successo ai soldati romani che sono stati fatti prigionieri dopo.

Quanti libri comprende la serie Legione dimenticata?

Solo tre. Figli A Roma è il libro finale.

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Ho dovuto decidere tra vichinghi e Roma, e Roma ha vinto! Fin da quando ero ragazzo, ho amato tutte le cose che avevano a che fare con l’antica Roma.

Ho letto con molto piacere The Silver Eagle, pubblicato in Italia da Piemme. Puoi riassumerci la trama?

Si riprende la storia dei personaggi principali dopo la fine del primo libro, The Forgotten Legion. Tre di loro sono in Margiana (l’attuale Turkmenistan / Afghanistan), con migliaia di legionari che erano stati fatti prigionieri dopo la battaglia di Carre. Si trovano ad affrontare una lotta feroce per la sopravvivenza contro i nemici dal di fuori e dentro il campo. Fabiola, la sorella del protagonista, affronta la sua lotta per sopravvivere a Roma.

Quale è stata la tua scena preferita in The Silver Eagle?

La scena finale è la mia preferita, a causa di ciò che accade (non voglio dire niente, nel caso in cui i lettori non abbiano ancora letto il libro.)

In The Silver Eagle, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più facile e perché?

Tarquinio è stato il più difficile, perché volevo che avesse molte più difficoltà di quante ne aveva avute nel primo libro. Brenno è stato il più facile, perché è un uomo di gusti semplici, come me!

Parlaci un po’ dei personaggi.

Romolo è il personaggio principale. E’ qualcuno che ha un profondo senso del giusto e dello sbagliato, ma la vita lo ha reso uno schiavo, e qualcuno che subisce la vita, piuttosto che il contrario. Egli brucia dal desiderio di essere libero, e di ritornare a Roma.
Fabiola, sua sorella, è il personaggio più oscuro. Cosa le è successo (è stata venduta a un bordello), l’ha trasformata in una persona molto manipolativa e intrigante. Il suo intero scopo nella vita è quello di scoprire chi è suo padre, e ucciderlo.
Tarquinio, l’indovino, è il personaggio più enigmatico. E’ pieno di conoscenza, ma non sa veramente dove il futuro lo porterà. Odia Roma per quello che ha fatto al suo popolo, ma si assoggetta al suo potere.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Avrei voluto dire di sì, ma non al momento.

Raccontaci qualcosa di Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator.

Hannibal è il primo di quattro libri ambientati al tempo della seconda guerra punica. Ha sia personaggi romani che cartaginesi, e mostra come i due popoli erano sì molto simili, ma anche diversi. Comincia poco prima dell’inizio della guerra, e continua fino alla battaglia presso il fiume Trebbia.
Spartacus: Il Gladiatore è il primo di due libri sull’ uomo che ha guidato la rivolta degli schiavi più grande nella storia antica. Si ripercorre la sua storia dalla Tracia alla scuola dei gladiatori di Capua, e continua fino all’inizio della sua rivolta. Spartacus è il personaggio centrale, ma lo è anche sua moglie, e un giovane romano che diventa suo amico. Il sequel, Spartacus: Rebellion, esce nel Regno Unito il 16 agosto.

Com’ è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Molto molto buono. Mi piace sentire i miei lettori – da qualsiasi parte del mondo. Essi possono sempre mettersi in contatto con me tramite e-mail ben@benkane.net, su Twitter @ BenKaneAuthor o sulla mia pagina di Facebook: https://www.facebook.com/benkanebooks

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Wow, che domanda! Immagino che continuerò a scrivere per un tempo molto lungo. Speriamo che i miei libri diventino ancora più di successo, così sarò in grado di scrivere su qualsiasi periodo storico che voglio.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Qualche volta, ma molto meno di quanto facevo appena pubblicato. Per fortuna, ho così tante email e tweet da parte di persone che amano i miei libri che non soffro più molto quando vedo una recensione negativa.

Hai avuto un insegnante che ti è stato particolarmente di ispirazione?

Non di storia o di inglese, no.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Attualmente, sto scrivendo il secondo libro della serie di Hannibal. Saranno quattro libri alla fine. Presto inizierò pure a scrivere due libri sul disastro di Kalkriese in Germania nel 9 dC.

:: Recensione di Il respiro del drago di Michael Connelly (Piemme 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 agosto 2012

Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è la quattordicesima avventura giunta in Italia che Michael Connelly dedica all’amatissimo Harry Bosch, ne esistono ancora due pubblicate negli Usa tra cui l’ultima The black box sarà pubblicata il 26 novembre per onorare il 20° anniversario del personaggio. Questa volta Harry Bosch è coinvolto in un caso che lo tocca nei suoi affetti più cari arrivando a colpire la sua ex moglie e sua figlia Maddie, e costringendolo a lasciare Los Angeles per recarsi ad Hong Kong per liberare quest’ultima. Tutto ha inizio con una chiamata di ordinaria amministrazione. L’omicidio di un commerciante cinese di liquori  John Li avvenuto nella periferia sud di LA una delle zone più pericolose della città. Quando Harry si reca sul posto assieme al suo compagno Ferras, subito riconosce l’emporio di liquori e si ricorda dell’anziano proprietario con cui fece amicizia o meglio scambiò qualche parola e quest’ultimo gli offrì l’ultima sua sigaretta durante la rivolta di Los Angeles del 1992. Basta questo per fargli sentire un’ intima comunione con la vittima e a spingerlo ad impegnarsi ancora di più sul caso. Le apparenze fanno pensare ad una rapina ma alcune cose non tornano. Intanto se fosse stato un membro delle bande che infestano il quartiere si sarebbe impossessato come trofeo del costoso liquore alle spalle della vittima, poi il fatto che Li pur possedendo un’ arma non abbia tentato neanche di difendersi subito gli sembra per lo meno insolito. Dal figlio della vittima scopre che il negozio non navigava in buone acque e dalle registrazioni dell’ impianto di sorveglianza capisce che era solito pagare una tangente ad un emissario delle Triadi Cinesi. Appena arrestato l’uomo apparso nel dvd nel momento in cui ritira una mazzetta Bosch riceve prima una telefonata di minaccia poi sul telefonino un video della figlia legata e imbavagliata. Il messaggio è apparentemente chiaro o smette di indagare sul caso o non rivedrà più la figlia. Ma le apparenze come sempre in questo libro sono lontane dalla verità. Comunque ha disposizione solo poche ore per recarsi ad Hong Kong e liberare la figlia prima che il presunto colpevole venga rilasciato e lasci per sempre gli Stati Uniti. Gli basteranno? C’è davvero un nesso tra il rapimento e l’omicidio del commerciante Li? E soprattutto riuscirà tornato a Los Angeles a risolvere il caso? Vi basterà leggere Il respiro del drago per dare una risposta a queste domande.Come lettura estiva è un libro di certo consigliato. Forse non è un Connelly al suo meglio, i primi a mio avviso sono sempre i migliori e tra tutti ho molto amato Il poeta della serie con Jack McEvoy, forse la narrazione è un po’ troppo lenta nella prima parte rispetto agli standard a cui siamo abituati e la parentesi hongkonghese è un po’ slegata dal resto della narrazione, con un evento drammatico non necessario all’economia della storia ed evitabile o per lo meno le cui ripercussioni sono gestite un po’ troppo frettolosamente, tuttavia Connelly è sempre Connelly, il libro si legge, ci si interroga quale colpo di cena l’autore abbia in mente per spiazzare il lettore, e il ruvido ma infondo paterno Bosch come sempre si fa valere. Ho amato molto l’evoluzione che Connelly ha fatto vivere al suo personaggio, ormai vecchio e stanco, appassionato di jazz e diffidente verso colleghi e amici, forse ancora innamorato dell’ex moglie, costretto a combattere con le unghie e coi denti per sua figlia, un po’ mi ha ricordato la malinconia dell’ultimo Wallander di  Mankell.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2012

Benvenuto Piergiorgio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Nato a Cagliari nel 1982, vivi a Padova. Editor, scrittore. Chi è Piergiorgio Pulixi?

Grazie a voi. Chi sono… Essenzialmente sono un grande lettore, e un drogato di storie che assumo nelle più svariate forme: libri, graphic novel, cinema, serie tv, manga, etc. Un anno fa circa avevo più o meno una vita normale con tanto di un bel lavoro con contratto a tempo indeterminato, poi ho fatto la pazzia di mollare tutto, cambiare città e provare a puntare tutto sulla scrittura e sul mondo che le gira intorno. Inevitabilmente questo ti porta a dare il meglio di te e tirare fuori le più belle parole che hai… e anche le parolacce migliori.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho fatto studi classici e il mio approccio alle lezioni era abbastanza anarchico e intermittente, nel senso che prediligevo alcune materie – e nemmeno sempre – e altre le ignoravo quasi del tutto con grande gioia dei professori. Inoltre facevo altro mentre alcuni insegnanti spiegavano – altro come leggere e disegnare – però mi volevano bene perchè tutto sommato entravo in modalità ninja e risultavo quasi invisibile e li lasciavo in pace. La cosa curiosa è che una mia insegnante di lettere quando avevo più o meno quindici anni dopo l’ennesimo sei in un tema, mi disse che studiavo e avevo buone argomentazioni ma non andavo oltre al sei e non sarei andato oltre al sei perchè non avevo quella cosa in più che da spessore e profondità a uno scritto. Non mi offesi, però mi chiesi perchè e se aveva ragione. Iniziai a leggere Stephen King stando attento a come scriveva e come narrava. Feci lo stesso con Connelly ed Edgar Allan Poe… un paio di mesi dopo presi il primo dieci. Poi ne presi parecchi altri… La mia infanzia è stata interessante… nella mia mente! Fino ai nove anni non avevo molti amici, ma ne avevo parecchi nella mia testa non nel senso che sono uno schizofrenico paranoico (non allora perlomeno) ma perchè in quel periodo mi piaceva creare storie e mondi miei, popolati da personaggi alla Huckelberry Finn e Tom Sawyer. Poi iniziai a frequentare amici in carne e ossa ma  l’abitudine non l’ho mai persa, e questo  tende a farmi essere una persona apparentemente silenziosa e distaccata… in realtà quando sono così e perchè sono in un altro mondo, accidenti a me.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Da quali letture? Quali persone ti hanno incoraggiato, spronato, consigliato?

Ripeto: un po’ da quella “sfida” con la professoressa di Lettere, un po’ perchè leggevo già tanto. Prima di incontrare Massimo Carlotto e quella che poi sarebbe stata la mia agente, Colomba Rossi, mi hanno spronato e incoraggiato parecchie fidanzate, questo è un dato curioso. Poi dall’incontro con Massimo, la scoperta del noir e l’ingresso nel Collettivo Sabot tutto è cambiato e ha assunto contorni più professionali… Sulle letture: tutto Stephen King, fino ai vent’anni tutti i thriller su cui riuscivo a mettere le mani, in cima: Thomas Harris, Michael Connelly, Robert Crais. E poi tutti i grandi classici da Omero a Dickens, passando per Tolstoj e Alexander Dumas che rimane uno dei miei scrittori preferiti in assoluto.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. C’è un consiglio che ti sentiresti di dare ai giovani esordienti che a te è stato utile, o che hai compreso grazie alla tua esperienza?

Guarda, se c’è una cosa che accomuna gli scrittori esordienti – da quello che ho vissuto personalmente, dalle esperienze che ho sentito in questi anni, e da quello che ho imparato lavorando sui libri degli altri – è la fretta e un bel po’ di ambizione che sfocia in presunzione. La seconda ci starebbe anche, se però non andasse a braccetto con la prima, la fretta, che invece rende il connubio fastidioso per gli editori, e odioso per i critici. La fretta per uno scrittore o uno che vorrebbe diventarlo è deleteria. La fretta ti spinge tra le braccia dell’editoria a pagamento che nel 99 % dei casi ti rovina, perchè ti porta a veder pubblicato “il più grande capolavoro del mondo” senza editing, senza revisioni, senza un minimo di critica costruttiva; e questo non serve a nulla. Chi crede che comunque un libro pubblicato anche solo da una casa editrice a pagamento faccia curriculum, si sbaglia; non sono quelle le cose che un editor e una casa editrice guardano. Il mio consiglio è aspettare, farsi leggere da più persone possibili che possano consigliare e indicare dove migliorare il proprio lavoro. Per fare seriamente questo lavoro bisogna avere solide basi di grammatica, sintassi e  un po’ di drammaturgia. Bisogna leggere tanto e ricacciare dentro la presunzione di essere migliori degli altri. Su nove casi su dieci non lo si è. Quindi: umiltà, pazienza, studio, preparazione e costanza. Queste credo che siano le strade che portano alla pubblicazione. Per lo meno per me e per parecchie persone che conosco sono state queste.

Fai parte del collettivo di scrittura Sabot, nato grazie a Massimo Carlotto. Parlaci di questa esperienza. Come sei stato “reclutato”? Come è strutturato?

Massimo stava lavorando a un grosso progetto – quello che sarebbe divenuto il romanzo Perdas de Fogu – che lo vedeva impegnato in un’indagine e in una raccolta di materiale davvero estenuante e pressochè infinita. Così decise di mettere insieme un gruppo di giovani autori che gravitavano intorno ai suoi lavori e che condividevano la sua “poetica” e si è fatto aiutare nell’indagine sul Poligono del Salto di Quirra. Ha sfruttato quest’occasione per insegnarci come svolgere un’inchiesta giornalistica e formarci dal punto di vista della letteratura noir. Abbiamo avuto un lungo periodo di formazione che prosegue tutt’ora e poi l’esperienza si è arricchita con altre pubblicazioni collettive e singole. La nostra formazione si concentra soprattutto sullo studio e l’elaborazione delle trame in una maniera quasi scientifica/cinematografica.

Hai esordito pubblicando insieme a Carlotto e ai Sabot il romanzo Perdas de Fogu (edizioni E/O 2008). Ce ne vuoi parlare?

E’ stato un romanzo molto importante che ha avuto qualche problemino perchè toccava  temi scottanti come quello delle servitù militari, delle società miste stato/multinazionali delle armi sulla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma molto pericolose, e perchè abbiamo tirato in mezzo persone pericolose. Alla fine però la magistratura ci sta dando ragione perchè il poligono ora è sotto sequestro giudiziario e sta per partire un processo con indagati eccellenti.

Successivamente hai pubblicato Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Raccontaci in breve la trama.

Anche se non sembra è una storia d’amore. Un ragazzo soccorre per strada una bellissima ragazza. Capisce subito che è una prostituta albanese. Stando con lei in ospedale scopre che in realtà il suo destino è ancora peggiore: è una schiava sessuale, costretta a prostituirsi contro la sua volontà per conto della mafia albanese che l’ha comprata come un sacco di grano. Il ragazzo scopre anche di essersi innamorato di Miriana, questo è il suo nome. Decide così di portarla via agli aguzzini e scappare in Australia. Ma quelli scoprono tutto e si vendicano uccidendo la ragazza. Credono di avere ucciso anche lui. Si sbagliano… da qui parte la storia.

Parliamo ora del romanzo Una brutta storia edito da E/O nella collana Sabotage diretta da Colomba Rossi. A cosa ti sei ispirato? Prevalentemente fatti di cronaca, o altri romanzi, film, telefilm, fumetti?

Il romanzo parte da uno spunto reale, quello dell’arresto di un’intera Sezione di Polizia, o quasi. Quello mi ha fatto scattare l’idea di una famiglia di poliziotti corrotti e delle dinamiche che si vengono a creare tra loro. Dopo la ricerca sulla corruzione delle forze di polizia in Italia e quindi fatti di cronaca realmente avvenuti, mi sono poi lasciato influenzare da tanto altro; in particolare scrittori come Piergiorgio Di Cara, Mauro Marcialis, De Cataldo, Angelo Petrella e Massimo Carlotto, le serie tv The Shield e Sons of Anarchy, tutti i libri di Ellroy e Don Winslow, film come Training Day e Il Padrino, e un fumetto italiano di grande spessore a mio avviso, una sorta di romanzo per immagini, chiamato Rusty Dogs, disponibile su Internet gratuitamente, che mi ha insegnato a osare.

Raccontaci in breve la trama.

Quella dell’ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale. E una famiglia composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma Mazzeo e i suoi ragazzi non sono poliziotti comuni: sono una banda di sbirri corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro. Mazzeo guida i suoi come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l’integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, Mazzeo e la sua squadra non si tirano indietro. Ma il caso vuole che sulla loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, non un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov, un potente mafioso ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta: quella che scateneranno contro Mazzeo e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà che colpirà i poliziotti negli affetti più cari, e li costringerà a sfruttare fino all’ultima stilla il potere che un distintivo può dare.

Quali generi di ricerche sono state necessarie?

Articoli giudiziari e di cronaca. Interviste e consulenze con persone del settore. Una buona serie di fonti interne. Questo per quanto riguarda le procedure poliziesche.

C’è stata una gestazione piuttosto impegnativa, hai impiegato tre anni per scriverlo. Quale è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

L’elaborazione, il tratteggio e la profondità dei personaggi. Cioè, quello a cui tenevo di più.

Parliamo adesso del protagonista Biagio Mazzeo. Raccontaci come è nato questo personaggio e come si è evoluto durante i tre anni di scrittura.

Biagio è un personaggio complesso, contraddittorio, forte e sanguigno. Un giornalista l’ha definito “un Don Corleone con un distintivo” e onestamente ci ha preso abbastanza. E’ ispirato a una figura reale di un poliziotto che aveva costruito intorno a sé un clan, una famiglia composta solo da poliziotti, grazie al suo carisma e alla sua forza. Io lo vedo un po’ come un patriarca disposto a tutto pur di proteggere la sua famiglia.

Nel capitolo di apertura in cui avviene un fatto che darà il via a tutta la vicenda lo incontriamo alle prese con una scelta che necessita una rapida presa di posizione. Puoi raccontarci cosa succede?

Certo. Lui e la sua squadra negli anni hanno preso il controllo delle strade e del narcotraffico in città. Quando una piccola banda di ragazzini nigeriani mette in pericolo la sua sicurezza, li uccide e insabbia tutto, fabbricando prove false. Ma non basterà, perchè il destino si accanirà su lui e la sua squadra sotto le sembianza di Sergej Ivankov, padrino della mafia cecena.

Biagio Mazzeo è a capo di una squadra narcotici composta da poliziotti violenti e corrotti. Come hai gestito tanti personaggi? L’approccio corale era voluto, o è nato col tempo?

Era assolutamente voluto. Volevo una storia di ampio respiro, corale, epica e tragica in un certo senso, che avesse il ritmo e il respiro di una serie televisiva o di un romanzo ottocentesco con tanti intrighi, tanti segreti e tante scelte drammatiche. Per farlo era necessario avere tanti personaggi e portare ognuno di loro ai limiti.

Dove è ambientato? C’è una città del nord est in cui possiamo collocare la storia? Padova forse?

Ti direi sicuramente nel Nord, Nord-Est, ma non in una città particolare. La città che racconto in realtà è un concentrato di più città. Volevo che il lettore si immaginasse la sua città, che fosse lui a delineare i contorni di questa metropoli.

Il finale aperto fa presumere che ci sarà una continuazione. Puoi parlarcene? Hai in mente una trilogia o una serie più lunga?

Sì, Biagio e i suoi sono protagonisti di una lunga serie; per ora ho in mente altri due libri, ma  se avrò l’appoggio dei lettori e quello di un editore, ma soprattutto l’energia, vorrei continuare anche più a lungo perchè Una brutta storia in realtà getta le basi per delle storie più grandi e complesse dove i protagonisti sono tanti.

Dammi una tua personale definizione di noir. Come si colloca Una brutta storia in questo genere? Possiamo definirlo un poliziesco, una saga criminale?

Il noir a mio avviso racconta la discesa agli inferi di un personaggio che diventa paradigamtico di una società che genera mostri ed è incapace di rendersi conto che sta guidando bendata, con l’acceleratore schiacciato a tavoletta verso uno strapiombo. Racconta le storture e le distorsioni delle nostre città. Sono tragedie moderne, possiamo dire, dove i personaggi entrano in conflitto diretto con l’ambiente in cui vivono… E’ difficile definire a che genere appartiene “Una brutta storia” perchè la mia idea era proprio quella di contaminare più generi possibili: è sicuramente noir, così come è un poliziesco, ma ci sono venature di thriller, action, ed elementi derivanti dalle tragedie di autori come Euripide e Shakespeare.

Dimmi un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, James M Cain, Jean- Patrick Manchette,  Jean- Claude Izzo, Ross Macdonald, Massimo Carlotto, Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Donald E Westlake.

James Ellroy: cazzuto. Cornell Woolrich: disturbante. James M Cain: tagliente. Jean- Patrick Manchette: cinico.  Jean- Claude Izzo: malinconico. Ross Macdonald: duro. Massimo Carlotto: sconvolgente. Giorgio Scerbanenco: magistrale. Loriano Macchiavelli: coraggioso. Donald E Westlake: folle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Quelli che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Impossibile rispondere a questa domanda. Sono davvero troppi… Stephen King, Dumas, Dickens, Carlotto, Lansdale, Lucarelli, Simenon, James Lee Burke e Derek Raymond sono solo alcuni dei tanti.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo libro? Edizioni per l’estero?

Non lo so e non ho voluto chiedere niente. Preferisco concentrarmi sulla scrittura.

Quanto è importante un buon titolo?

Moltissimo. A volte i titoli sono propulsivi a livello commerciale. Pensa a “Va dove ti porta il cuore”, “La solitudine dei numeri primi” o “L’oscura immensità della morte”.

Cosa stai leggendo al momento?

“Dove tutto brucia” di Mauro Marcialis. Avevo letto tempo fa il suo romanzo d’esordio “La strada della violenza” e dopo poche pagine avevo capito che avevo davanti un autore dal talento naturale bruciante. Quest’ultimo lavoro è una conferma della sua scrittura corrosiva e sconvolgente. Negli Usa uno come lui verrebbe osannato.

Quale è il segreto di un buon racconto?

Se intendi per racconto una storia breve, direi l’incisività della scrittura e la capacità di entrare sotto la pelle del lettore con poche parole. Se invece alludi all’arte di narrare in generale allora direi l’assoluta mancanza di noia.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Sì, sto scrivendo al momento il seguito di “Una brutta storia” che spero uscirà presto, editore e tempi editoriali permettendo, e un romanzo collettivo con i Sabot su una storia molto bella e dura che parte dall’Italia per arrivare all’estero dov’è è totalmente ambientata. E’ un noir veloce e scattante per gli amanti di Don Winslow, Il Padrino e Scarface. Entrambe sono storie di perdizione e redenzione dove l’onore e l’amore sono armi a doppio taglio… Grazie a voi, è stato un grande piacere.

:: Recensione di L’aquila d’Oriente di Ben Kane (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

l'aquila dimenticataPer gli appassionati di romanzi storici ambientati nell’Antica Roma consiglio la lettura di un autore che ho scoperto quasi per caso trovando un suo libro su una bancarella dell’usato. Facendo un po’ di ricerche ho scoperto che L’aquila d’Oriente  (The Silver Eagle, 2009) uscito per Piemme nella collana economica Piemme bestseller nel marzo di quest’anno è il secondo volume della trilogia della Legione dimenticata che comprende anche La legione dimenticata, (The Forgotten Legion, 2007) già pubblicato per Piemme nel 2011 e Road To Rome ancora inedito in Italia. Oltre a questa trilogia Ben Kane ha anche pubblicato Hannibal : Enemy of Rome e Spartacus: The Gladiator uscito nel gennaio 2012 in versione originale. Ecco la trama di L’aquila d’Oriente: dopo la sconfitta di Crasso a Carre nella Margiana Orientale i superstiti, divenuti la Legione dimenticata, per sopravvivere devono accettare di combattere per i Parti. Tra questi soldati ci sono anche Romolo, Brenno e Tarquinio che essendo schiavi si erano arruolati a Roma. Intanto in Occidente Fabiola sorella di Romolo, decide di partire per la Gallia in cerca del fidanzato Bruto partito a sua volta al seguito di Cesare. Ricongiunta a Bruto assiste all’orrenda fine della città di Alesia che viene conquistata e distrutta da Cesare. Intanto i legionari che sono in Margiana grazie ad una visione concessa dal dio Mitra trovano una via di fuga in Occidente. Ad Alessandria d’Egitto dove Fabiola ha seguito Bruto al seguito di Cesare nella campagna contro Pompeo, riesce a vedere il suo gemello Romolo ma viene separata da lui quasi subito. Sogno di tutti i personaggi è di ricongiungersi a Roma e il titolo dell’ultimo capitolo della trilogia Road To Rome fa ben sperare. Che dire scritto bene, scorrevole, storicamente molto accurato, anche se l’autore ammette di aver unito parti storiche e parti di fantasia. I personaggi sono simpatici e caratterizzati in modo interessante e l’avventura domina su tutto. Per la qualità della scrittura e l’amore per i particolari decisamente superiore alla norma. Consigliato.

:: Recensione di Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 luglio 2012

Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.

Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.

Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:

appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.

Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2012

E dove sono adesso, dove io e Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra la Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto e ne prenderanno possesso.
Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero. 

La fabbrica delle vespe (The Wasp Factory, 1984) libro d’esordio dell’autore scozzese Iain Banks, tradotto da Alessandra Di Luzio, (autrice anche della interessante postfazione da leggere rigorosamente dopo aver letto il romanzo fino all’ultima parola), fu edito per la prima volta in Italia con il titolo La fabbrica degli orrori da Fanucci nel 1996, per poi passare a Guanda e Tea alcuni anni dopo.
Ora, dopo che Alessandra Di Luzio ha rivisto e revisionato la traduzione, approda a Meridiano Zero e inaugura la collana “de te fabula narratur” punta di diamante del nuovo corso della gloriosa casa editrice padovana intrapreso con la acquisizione da parte di Odoya.
In più occasioni definito romanzo di culto La fabbrica delle vespe è un romanzo decisamente surreale e inquietante e per alcuni versi anche scioccante non tanto per gli aspetti macabri e per la violenza descritta fin nei minimi dettagli contro animali e bambini, sottolineata da abbondanti dosi di humour nero, ma per la totale naturalezza con cui il protagonista descrive il suo essere percepito come normale e deprivato quasi da ogni senso di colpa, sebbene abbia la consapevolezza di avere crimini spaventosi sulla coscienza.
Frank Cauldhame, il sedicenne antieroe e narratore in prima persona di questa terribile favola macabra, possiede o è posseduto dal Male nella sua forma più velenosa e eccessiva. La sua infanzia, la sua adolescenza sono dominati da un segreto che verrà rivelata nell’ultimo capitolo, forse nel finale più sconcertante che abbia mai letto.
La tentazione di rivelarvi questo segreto è tanta e la capacità della traduttrice di non fare trapelare nulla durante la traduzione è davvero eroica, per cui cercherò di resistere e di parlarvi di questo libro senza rovinarvi il salto sulla sedia che farete nel leggere di cosa Frank è vittima, fatto che ribalterà probabilmente in parte la pessima opinione che vi sarete fatti di lui o anche se non giustificherà del tutto il suo comportamento perlomeno gli darà una spiegazione comprensibile e quasi razionale.
Dite che è impossibile? Non conoscete il sottile amore per il paradosso di Iain Banks, conosciuto in Italia forse più per i suoi libri di fantascienza con il nome di Iain M. Banks, ma capace di costruire trame contaminate di horror e critica sociale davvero sinistre.
Frank Cauldhame adolescente complicato e fuori dalla società, non ha certificato di nascita né è mai andato a scuola, vive con il padre in una piccolissima isola della Scozia in uno stato di quasi completo isolamento sacerdote di un culto quasi religioso che implica le immolazioni come vittime di piccoli animali e anche di tre bambini, uccisi quando non aveva ancora compiuto dieci anni.
La sua sete di sangue e di dolore sembra avere origini oscure probabilmente legate a cosa succede dietro la porta dello studio di suo padre, sempre chiusa a chiave. La strana normalità in cui Frank è immerso sembra precipitare quando vengono avvertiti che il fratello Eric, piromane da anni rinchiuso in ospedale psichiatrico, è scappato e la polizia pensa che sia stia dirigendo nell’isola per tornare a casa.
Per palati forti.

Iain Banks (Dunfermline 1954-2013), grandissimo scrittore scozzese, è considerato dalla critica e dai lettori l’autore più significativo emerso nella fantascienza britannica contemporanea. Dopo aver girato l’intera Europa in autostop svolgendo i più svariati lavori, negli anni Ottanta è clamorosamente salito
alla ribalta letteraria con la pubblicazione del romanzo La fabbrica delle vespe (Meridiano Zero 2012). Fra le sue opere fantascientifiche magistrali sono i romanzi appartenenti al celebre “Ciclo della Cultura”.

:: Recensione di La notte che sono andata via di Cristiana Danila Formetta (MilanoNera, 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2012

Gli amanti hanno sempre qualcosa di speciale che li lega, un posto che ha un significato segreto, una canzone. Noi invece avevamo Godard, frammenti di bianco e nero senza musica. La nostra colonna sonora era la strada, le stazioni ferroviarie dove mi vedevi arrivare, il fischio monotono dei treni di passaggio, lo stridore delle rotaie, il frastuono del metallo che copriva le banali melodie da spot pubblicitario che entrambi fingevamo di odiare. Eravamo corpi in transito, viaggiatori distratti che si perdevano di stazione in stazione. Nessuno faceva caso a noi, nessuno pareva notare quanto lunghi fossero i nostri abbracci.

Parlare di erotismo è sempre difficile e complesso un po’ perché ognuno di noi ha una propria percezione di cosa sia erotico o meno, un po’ perché fa parte di qualcosa di così profondo e antico insito nell’uomo che è sempre necessario usare rispetto e sensibilità per definirlo. E sensibilità e rispetto utilizza Cristiana Danila Formetta in questo suo racconto/lettera/monologo La notte che sono andata via uscito in ebook per la collana pink di MilanoNera. Una donna per metabolizzare, spiegarsi, decifrare un amore che si è chiuso con un abbandono si espone in prima persona e tenta di raccogliere i frammenti di una storia fatta di sentimenti, necessità, sensualità, sesso e amore. Una storia semplice, anche se le persone coinvolte sono complesse, una storia che può richiamare alla mente nostre stesse storie conclusisi con un addio. E cosa c’è di più erotico dell’assenza, del desiderio che sempre ci sfugge, che ci eccita, ci emoziona, a volte ci fa soffrire perché implica scelte, decisioni non sempre facili non sempre prive di rischi. E l’autrice sfuma tutte queste gradazioni d’amore senza essere mai volgare, senza turbare la sensibilità di nessuno, con naturalezza, spontaneità, sincerità. Una bella storia, forse troppo breve, dove i protagonisti si materializzano come ombre che si trasformano in persone, persone reali, fatte di carne e sangue, fatte di ricordi, sogni, necessità, ma anche debolezze. La protagonista arriva ad analizzare il rapporto con il marito senza nascondere a se stessa la sua necessità di sicurezza, di stabilità, che con l’amante sfugge, perché anche lui è sposato, ha una figlia, si sente in colpa. Leggetela se ne avrete occasione, non ci sarà un lieto fine apparente, ci sarà una donna che forse è avvolta da un po’ di amarezza e rimpianto ma tuttavia lascerà qualcosa in noi, e non è poco.

:: Recensione de Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord Edizioni, 2012) a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2012

Nessuno può proteggere un altro per sempre. Prima o poi, anche lei sarebbe diventata grande, e avrebbe dovuto affrontare il mondo da sola. Ci pensava spesso, quando vedeva quei ragazzi, non ancora maggiorenni, che uscivano dalle discoteche stravolti, con lo sguardo perso, come se fossero stati catapultati fuori da un tunnel, ritrovandosi in un mondo sconosciuto e ostile. O quei gruppi di liceali che passavano il sabato sera a ubriacarsi accanto alla stazione, lasciando il piazzale coperto di bottiglie di birra vuote. In che momento i maghi abbandonavano la mente dei bambini, lasciando il posto alle forme astratte della notte o a quelle del crimine? Magari anche Patricia Palmer aveva avuto il suo mago vestito di verde, come quello appena descritto da Candela, con un cilindro pieno di stelle. Castro non riusciva ad immaginare lungo quali labirinti potesse perdersi una studentessa di Filosofia, ma ormai non aveva dubbi sul fatto che quella ragazza si fosse infilata da sola nella bocca del lupo cattivo.

Santiago de Compostela, cuore sacro della Galizia, con la sua cattedrale che conserva le reliquie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, meta sin dal Medioevo di pellegrinaggi irrinunciabili per tutta la cristianità, è lo scenario principale del nuovo thriller a carattere religioso di Susana Fortes Il cammino del penitente (La Huella del Hereje, 2011) tradotto dallo spagnolo da Patrizia Spinato e edito in Italia da Nord Edizioni. Susana Fortes è un nome piuttosto noto tra i lettori di thriller che hanno al centro misteri che traggono le loro origini in periodi storici lontani, ha raggiunto infatti una certa fama internazionale con il suo thriller d’esordio Quattrocento edito dalla Nord nel 2008, con al centro la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici.
Tutto ha inizio con il ritrovamento del cadavere di una giovane studentessa di Filosofia, Patricia Palmer, uccisa un venerdì di febbraio nella Cattedrale di Santiago de Compostela e depositaria e scopritrice di un segreto che sembra averne determinato la morte. Il commissario Lois Castro, poliziotto fuori dagli schemi, magro e spigoloso, divorziato e padre di una splendida bambina, si trova ad indagare sul suo omicidio incerto su come comportarsi. Non può dimenticare che la scena del delitto è un luogo di culto per milioni di fedeli, e pur non essendo credente sente che quel luogo rende il delitto diverso da tutti gli altri.
Primo sospettato il fidanzato della ragazza, Robin, improvvisamente scomparso e una traccia se pur esile sembra condurre le indagini verso il passato ambientalista della ragazza. Sembra infatti che Patricia Palmer, membro attivo di un piccolo gruppo ecologista L’arca di Noè, avesse passato alcune notti in commissariato per via di un incendio ad un’ azienda di fertilizzanti, la Ferticeltia, responsabile di uno dei più gravi disastri ecologici della Galizia e che questo le avesse attirato parecchi nemici.
A capitoli alterni le indagini di Castro si intervallano con quelle di una giovane giornalista Laura Marquez incaricata dal suo giornale l’Heraldo Gallego di indagare sulla scomparsa di un antichissimo manoscritto del Liber apologeticus, un testo del IV° secolo attribuito a Priscilliano, vescovo di Avila, condannato a morte per eresia dal concilio di Bordeaux. Laura sospetta che questa scomparsa nasconda un mistero ben più fitto e quando scopre che la ragazza uccisa nella Cattedrale fu l’ultima a visionare il testo i suoi dubbi diventano certezze.
Questa scoperta porta la ragazza ad affiancare il collega Villamil sul caso e da questo momento in poi le indagini del commissario e dei due giornalisti proseguono parallele. Tanti i possibili colpevoli, oscuro il movente poi inaspettatamente la confessione del vero colpevole, l’unico che aveva una ben valida ragione per uccidere, l’unico che vedeva in Patricia Palmer un pericolo che solo la morte avrebbe fermato.
Il cammino del penitente è un thriller ambientato ai giorni nostri in cui il movente dell’omicidio al centro della storia trae le sue origini addirittura nel IV° secolo, e in cui mistero, interessi economici e criminali, sette panteistiche, culti eretici, danno origine ad una vicenda per alcuni versi inquietante e ricca di suspense che in mani diverse avrebbe potuto essere ben ostica e indigesta, ma la Fortes ha dalla sua una leggerezza e semplicità espositiva che fanno del romanzo un testo piacevole e veloce da leggere.
Il cammino del penitente è un libro scritto bene, interessante, caratterizzato da descrizioni che quasi danno lampi visivi della narrazione: la pioggia che costantemente cade, le scalinate della cattedrale, la vita del commissariato, gli incontri nei caffè di Santiago, il rapporto tra Lois Castro e sua figlia, il senso di vita vissuta, rimandi letterari, versi di poesie. L’autrice ammette di essersi ispirata a Michael Blomkvist e Lisbeth Salander per i personaggi di Laura Marquez e Villamil, ma la somiglianza a mio avviso è molto velata, forse più accentuata per il personaggio femminile con un passato doloroso e un carattere molto solitario.

:: Un’intervista con Russel D. McLean a cura di Giulietta Iannone

12 giugno 2012

Ciao Russel. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Russel McLean? Punti di forza e di debolezza.

E ‘un piacere essere qui, e grazie per avermi invitato. Se volete scusarmi, mi limiterò a scivolare in terza persona per un momento:
Russel D McLean è uno scozzese di 31 anni con la barba e un amore sconfinato per la buona narrativa. Ama i libri, crede nel potere della parola scritta ed è assolutamente appassionato di buona narrativa convinto che possa cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Sì, anche narrativa di genere. Ha una laurea specialistica in Filosofia, ha trascorso alcuni anni pensando che potrebbe essere un attore, e ha trascorso oltre un decennio nel settore del libro.
E’ appassionato, autoironico e orgoglioso della sua barba. Probabilmente rimugina troppo sulle cose come è un po’ troppo goloso di cibo. Condivide il suo appartamento con una maschera maledetta. Questa ultima parte è al cento per cento vera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia piuttosto comune per molti versi. Se stai cercando di chiedermi come sono diventato uno scrittore, mia madre e mio padre mi hanno incoraggiato nel mio amore per i libri e per la narrazione. Come hanno fatto i miei insegnanti. La mia scuola elementare forniva libri in estate permettendomi di leggere durante le vacanze, così ho letto molto velocemente e molto spesso. Mio padre ha scritto alcune storie per la BBC e fu allora che ho capito che si poteva essere pagati per scrivere storie. All’università ho studiato inglese, filosofia e psicologia per i primi anni. Il fattore principale nella scelta di questo è stato andare a vedere Iain Banks al Festival di Edimburgo. Sembrava una buona idea all’inizio, ma alla fine ho scartato inglese e psicologia. Ho trovato che  studiando inglese stavo distruggendo il mio apprezzamento per la narrativa. E la psicologia era molto più noiosa di quanto mi aspettassi (ho letto un sacco di statistiche). La filosofia era la cosa migliore che avrei potuto fare per la mia scrittura. Influenza una grande quantità di quello che faccio. E, naturalmente, Wittgenstein riteneva che ci fosse più filosofia in una rivista pulp che in volumi di discorso filosofico!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime?

Come molti scrittori, mi raccontavano storie da quando ero molto piccolo. Alle elementari avremmo dovuto tenere un diario, annotare ogni mattina quello che avevamo fatto il giorno prima. Ho usato il mio diario per raccontare storie. Di solito queste storie sarebbero dovute continuare il giorno successivo. Dopo un po ‘il mio maestro ha smesso di cercare di farmi scrivere la verità e mi ha incoraggiato a scrivere queste storie strane. Ma ho iniziato davvero a scrivere in vista della pubblicazione circa intorno all’età di quattordici o quindici anni. Mio padre scriveva racconti per la radio e quindi sapevo che era possibile guadagnare una certa somma di denaro scrivendo. A circa quattordici anni, mi resi conto che avere qualche soldo in tasca era una cosa utile, mi misi di impegno e scrissi il mio primo romanzo per la pubblicazione. E ‘stato un tie-in per per la serie tv della BBC Doctor Who. La Virgin Publishing stava, a quel tempo, pubblicando romanzi che avevano come protagonista il personaggio base del programma e accettavano contributi da scrittori esordienti. Naturalmente per quando finalmente presentai il mio libro, persero la licenza. Ma era troppo tardi, ormai ero deciso a continuare a scrivere. Volevo essere uno scrittore di fantascienza, e per anni, e stato questo il genere su cui mi sono concentrato. Fu solo più tardi, dopo mio padre mi fece conoscere le gioie della letteratura crime grazie a scrittori come Elmore Leonard, che mi sono dedicato al  crime. Dopo poche false partenze, sono riuscito a pubblicare una storia breve nel Alfred Hitchcock Mystery Magazine e il resto, come si dice, è storia …

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada per la pubblicazione è durata circa quindici anni da quel primo tentativo di scrivere un romanzo per un’ eventuale pubblicazione. Quegli anni sono stati riempiti con un sacco di rifiuti. Alcuni di loro davvero dolorosi. Il peggiore è stato quello per una sceneggiatura originale SF che avevo presentato ad un produttore. Ha chiesto di vederlo dopo la mia lettera di presentazione che avevo inviato. Lo script mi è tornato indietro strappato a brandelli, con strani disegnini a matita in tutto le pagine che sono stati lasciati. Ho cercato invano nella busta una parola di spiegazione e finalmente ho trovato una nota scarabocchiata in fretta in fondo alla prima pagina: ” Come potete vedere, neanche ai miei figli piace”. Forse quello era il momento in cui avrei dovuto rinunciare. Ma non l’ho fatto. Ho lavorato per ottenere un risultato migliore. Ho lavorato per mostrare a questo stronzo arrogante (che sono portato a credere ora non sia più nel business, che liberazione, finalmente!) che ero meglio di quello che lui poteva immaginare. Ho ancora avuto un sacco di rifiuti. Una volta mi fu respinto un libro per e-mail, in quindici minuti, da un agente. Ma ho continuato a lavorare e imparare. Il rifiuto è molto utile e istruttivo per uno scrittore. Non sarei lo scrittore che sono oggi senza di essi. È per questo che mi preoccupa la facilità con cui alcuni scrittori possono ora auto-pubblicare il proprio lavoro molto tempo prima di essere effettivamente pronti. Un bravo scrittore, come un buon whisky o un buon formaggio, ha bisogno di tempo per maturare. Anche dopo la mia pubblicazione su Hitchcock, ci sono voluti alcuni anni e due agenti per ottenere che i miei romanzi crime finissero nelle mani degli editori. Ma a quel punto, ero pronto. Devi soffrire un sacco di calci nel culo e imparare da loro. Un successo immediato nel business della scrittura, credo, non sia del tutto positivo. Devi lavorare e imparare e migliorare.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Questa è una di quelle domande che potrebbero andare avanti per ore! Tuttavia, cercherò di essere più rapido ecco i  primi tre:
1) James Ellroy
2) Elmore Leonard
3) Philip K. Dick
Ellroy mi stupisce per come ha preso il romanzo crime e ha fatto quello che fatto. La politica, la storia, l’economia di parole combinate con le trame che si snodano e che si uniscono in modi inaspettati … è vero, di tanto in tanto è anche scivolato (con THE COLD SIX THOUSAND, forse), ma mi piacerebbe riuscire a trovare quel livello di dettaglio, quella voce e quell’autenticità che trasuda da ogni suo libro.
Leonard è stato uno dei primi scrittori crime che abbia amato. Per i personaggi, i dialoghi, il narratore invisibile è lui il ragazzo giusto. Credo fermamente nelle sue dieci regole di scrittura, sono fondamentali.
Philip K. Dick era il mio idolo adolescenziale. Amavo i suoi libri. Ancora li amo. La prosa lascia un po’ a desiderare, questo è vero ma il gran numero di idee che gettava fuori, e il potere che aveva di farti rivedere il tuo modo di guardare il mondo, sono semplicemente incredibili.

Parlami del tuo processo di scrittura.

Come molti autori, ho anche un lavoro di giorno. Nel mio caso, io lavoro per una libreria. Così ho la tendenza a scrivere la sera, anche se grazie al mio fidato netbook posso scrivere anche in movimento. Le prime bozze possono essere scritto ovunque, in qualsiasi momento, anche se preferisco la comodità della mia scrivania per la riformulazione del lavoro.
In termini di processo per ogni libro è diverso l’approccio. Ho occasionalmente fatto scalette, altre volte ho fatto tutto di getto e ha usato il primo progetto come una guida estesa a quello che volevo fare (andando indietro e rimontando alcune parti finchè il tutto non si avvicinasse ad un romanzo leggibile). Dipende molto su ciò che ritieni giusto per la storia. Seguo una struttura a cinque atti, almeno nelle bozze iniziali. Proviene da una ossessione che ho avuto con la scrittura per la TV. Ed è stato utile per avermi aiutato a trovare il flusso di lavoro. Anche se salto alcune parti senza una vera pianificazione, in genere dopo aver scritto qualche migliaio di parole, annoto i cinque punti essenziali che voglio coprire dall’inizio alla fine. Il resto, naturalmente, è un mistero, e in generale l’atto finale (e il finale) tendono ad essere completamente diversi da quelli che mi inizialmente avevo previsto. Stranamente, ho ideato i romanzi McNee seguendo una sorta di struttura in cinque atti. Non dico che non ci saranno più libri della serie dopo il quinto volume, ma il quinto romanzo certamente segnerà una sorta di conclusione di una storia più grande che ho raccontato con questi libri.

L’Impiccato (The Good Son, 2008), ora edito in Italia da Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul è il tuo romanzo d’esordio. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Quando un agricoltore locale, James Robertson, trova il cadavere di suo fratello che non vedeva da anni appeso ad un albero, assume il detective privato J. McNee – un uomo con i suoi propri problemi profondamente radicati – per indagare sulla vita del morto, per scoprire ciò che ha portato al suo suicidio . McNee durante le indagini scopre una connessione con il mondo sotterraneo di Londra e una connessione ancora più pericolosa nella sua città di Dundee. Attira l’attenzione di un paio di pericolosi gangster di Londra, e fin troppo consapevole del fatto che tutti stanno nascondendo la verità, McNee si ritrova attratto inevitabilmente verso uno scontro sanguinoso che minaccia di non lasciare nessuno in vita.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come tutte le cose, è iniziato con un’immagine. Ero fuori per una passeggiata nei boschi di Tentsmuir – dove si trova il corpo di Daniel Robertson– e mi sono imbattuto in questo albero che è stato inaspettatamente imponente. Basta guardare quei rami spessi che mi hanno fatto pensare a cadaveri appesi (lo so che suona un po’ psicotico, ma questo è il modo in cui funziona il cervello di uno scrittore di crime) e improvvisamente ho avuto questa idea di un uomo che trovava un cadavere appeso. Più tardi, l’idea ha preso forma e sapevo che l’uomo aveva trovato suo fratello … da lì, beh, il romanzo ha iniziato a svilupparsi.

Può dirci un po’ di più sul protagonista, John “Steed” McNee ? Cosa lo rende diverso da gli altri investigatori privati?

Quello che è davvero affascinante nel processo di traduzione è che sembra che McNee abbia subito un leggero cambiamento di nome. Nella versione in lingua inglese, c’è una battuta circa il fatto che non abbia nome. Abbiamo sempre e solo visto un altro personaggio che inizia a chiamarlo “Ja-” prima di essere interrotto. Eppure, un certo numero di riviste italiane che ho visto si riferiscono a lui come “John”. Io non sono in realtà troppo preoccupato che lui venga chiamato “John” per il mercato italiano, ma è un po ‘strano. Comunque, per rispondere alla domanda, penso che McNee sia un personaggio incredibilmente tornito. Un sacco di PI hanno un “espediente” che li fa sembrare diversi dal branco, ma per McNee credo dipenda dal carattere, e dove McNee si distingue per me è che lui non è semplicemente una “cinepresa” utilizzata per visualizzare l’inchiesta. Il libro riguarda tanto il suo viaggio emotivo quanto le cose che scopre o il suo caso in esame. E ‘complesso, e ammetto che ho corso un rischio, rendendolo a volte difficile da piacere. Può essere molto testardo e talvolta frustrante, ma sotto tutto questo è qualcuno che cerca di dare un senso a un mondo che ha preso così tanto lontano da lui.

Raccontaci qualcosa degli altri personaggi.

Mi piace il cast di supporto. Susan era inizialmente ispirata a qualcuno che conoscevo, ed è cresciuta in questo carattere brillante che persino mi sono un po ‘innamorato. Sembra che tutti vogliano che lei e McNee si mettano insieme. Vedremo cosa succederà … Susan è incredibilmente equilibrata e una professionista assoluto. Lei non lascia che le sue emozioni abbiano la meglio su di lei cosa che invece succede a McNee stesso e fa di lui un personaggio un po’ pazzo. Ma credo che si preoccupi troppo per certi versi, soprattutto di McNee, e ho la sensazione che c’è una vulnerabilità che può funzionare contro di lei un giorno. Spero di no, però.
George Lindsay è il tipo burbero, un detective anziano che era iniziato come uno scherzo ed è diventato, durante la continuazione della serie, uno dei miei personaggi preferiti. E ‘un professionista che si nasconde dietro questo muro di profanità. Egli non vuole come chiunque, non si fida di nessuno. E ancora alla fine della giornata, si vede in alcuni squarci che fuori dal lavoro è un uomo molto diverso.

David Burns è un duro che sta invecchiando. Amo questo tipo di personaggio – il delinquente pericoloso. Ai suoi occhi ogni sua azione è giustificata, non riesce a vedere che è un truffatore. Invece si vede come un padre di famiglia che fa quello che deve fare. E ‘veramente pericoloso proprio perché pensa di essere uno dei buoni.

In L’impiccato, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Penso che Susan sia stato un personaggio molto difficile da scrivere. Gli uomini hanno l’abitudine di scrivere personaggi femminili semplicemente come “interessi amorosi” in misura diversa, anche quando cercano di renderli qualcosa di più. Non volevo che Susan cadesse in questa trappola. Né volevo che diventasse un personaggio maschile vestito da donna. Un sacco di gente voleva che lei e McNee finissero a letto entro la fine del primo libro. Non potevo lasciare che questo accadesse, perché nella mia esperienza, una cosa del genere semplicemente non sarebbe successa soprattutto in considerazione delle situazioni che stanno dietro. Ma c’è speranza. E mai dire mai.

Quanti libri sono previsti per la serie?

Se riesco a farla franca, ci saranno cinque romanzi. Siamo di nuovo ad un atto definitivo di una struttura a cinque. So che più o meno è ciò che accade con ogni libro. E so quale sarà l’ ultima scena. Ma, naturalmente, tutto potrebbe cambiare radicalmente lungo la strada.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, James Lee Burke, John Connolly, Tony Black, Ken Bruen, Allan Guthrie.

Si prega di tenere presente che sto descrivendo il loro lavoro e non necessariamente la persona:
James Ellroy: geniale. Cornell Woolrich: da leggere (una lacuna scioccante nella mia carriera di lettore, lo so). David Goodis: influente. James Crumley: insostituibile. Jim Thompson: psicotico. Charles Willeford: unico. Joseph Wambaugh:  vero. James Lee Burke: che toglie il respiro, John Connolly: nervoso, Tony Black: grintoso, Ken Bruen: poetico, Allan Guthrie: intenso.

Dammi la tua definizione di “tartan noir”. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Io non sono un grande fan della definizione “Tartan Noir”. Penso che in realtà suoni un po’ “troppo delicata”. E ‘la giustapposizione di un cliché l’essere scozzese contro questa idea di qualcosa di molto oscuro e imponente. Ma io credo che il romanzo poliziesco scozzese sia tra i migliori al mondo e spesso tra i più oscuri. Alcuni dei miei lavori preferiti di narrativa scozzese noir proviene da nuovi autori che stanno cominciando a prendere i loro spunti dal noir classico degli Stati Uniti con l’aggiunta di un taglio distintivo scozzese. Ragazzi come Tony Black, Allan Guthrie e Ray Bank sono davvero formidabili. Di recente ho scoperto Denise Mina e penso che sempre di più avrebbe potuto adattarsi alla descrizione di noir. Direi che mentre sono dannatamente bravi, gente come Stuart MacBride e Ian Rankin, in realtà non scrivono “noir” tanto quanto io non scrivo hardboiled. Ma fanno bene accidenti. E ‘una definizione molto sottile. Fondamentalmente, non è possibile definire per iscritto il crime scozzese. Penso che per definirlo in modo esauriente sia troppo poco il tempo che abbiamo qui.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ho letto le recensioni. Ma sono selettivo in quello che prendo da loro. Non prendo le lodi troppo sul serio, e sto attento a non prendere il negativo troppo sul personale. Credo che a volte le recensioni di Amazon siano un buon barometro anche se mettere uno o cinque stelle penso che sia un po’ povero e che alcune recensioni siano inutili o iper-critiche con l’autore nella misura in cui ti chiedi se la persona ha davvero letto il libro. Si prende il buono e il cattivo. Uno o due recensioni mi hanno davvero ferito e alcune mi hanno esaltato. Ma una volta che il libro è là fuori, non c’è niente che tu possa fare. Ma le ho letto tutte perché a volte si può imparare qualcosa di utile e perché è sempre interessante vedere quello che i lettori e i critici hanno da dire.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

L’ultimo libro che ho finito è stato Getway l’ottimo secondo romanzo di Lisa Brackman –ambientato in un resort messicano, con protagonista una recente vedova coinvolta accidentalmente  con bande di droga e spie della CIA. Mi ha fatto pensare un po’ a Don Winslow in uno dei suoi momenti più d’evasione – vale a dire che si tratta di intrattenimento di altissimo livello con alcuni sprazzi reali sotto tutte le azioni. Ora sto cercando il suo primo romanzo… In questo momento, però, sto leggendo YOU CAN DIE TRYING di Gar Anthony Haywood. E ‘un libro brillante. Ho amato le cose di Haywood per anni. Se si riuscisse a ottenere una traduzione dei libri di Haywood, sarebbe consigliabile leggerli. Assolutamente fantastico. Il suo PI, Aaron Gunner merita di essere riconosciuto come uno dei grandi.

È molto importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?

Sono incerto su questo. In alcuni casi, forse. In altri casi, no. Penso che è più importante per i professionisti del settore che per i lettori. Ma non può far male vincerne alcuni. Tuttavia, sono sicuro che se non fossi mai stato nominato per il Booker, molti lettori non mi avrebbero conosciuto. L’impiccato è stato nominato per un PWA Shamus Award nel 2010. Questo è stato un piccolo e prezioso pezzo di “kudos”. Ma penso importi più alla gente del settore che ai lettori, anche se aiuta a far si che il tuo libro sia notato. Fondamentalmente, finchè la gente continua a leggere e godersi i miei libri, non mi interessa come abbiano scoperto la loro esistenza. Preferisco i miei lettori di vincere premi ogni giorno.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Penso di avere un rapporto abbastanza buono con i miei lettori. Io preferisco incontrarli in occasione di eventi e conventions e in libreria. Online, è tutto un po’ strano, anche se parlo un sacco con la gente su Twitter (@ russeldmclean) e su facebook (ho una fan page e una pagina personale – basta cercare Russel D McLean). Il mio sito web deve essere aggiornato, e una volta che trovo il mio webmaster lo sarà (sembra essere svanito dalla faccia del pianeta – se ci stai leggendo, basta che ti metti in contatto, uomo). Ho anche un blog http://www.dosomedamage.com e meno frequentemente sono raggiungibile sul mio blog theseayemeanstreets.blogspot.com

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per promuovere i libri e incontrare i lettori. Chiunque legga questo dovrebbe bombardare Revolver con le richieste per farmi venire in tour. Adoro fare eventi e parlare con la gente sui libri e la letteratura crime in generale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho un progetto top secret in lavorazione al momento. Ma a settembre, scatenerò il terzo romanzo McNee sul Regno Unito. Sono molto, molto eccitato al riguardo. Spero che i miei lettori in Italia si divertano a leggere L’Impiccato, e, se il libro si rivelerà essere popolare, mi piacerebbe che anche il 2 e il 3 della serie trovassero la loro strada e fossero anche tradotti.