Grazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.
Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così il tuo interesse per la scrittura?
No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.
Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?
Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.
Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?
Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.
Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su un‘urna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.
Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?
La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.
Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?
Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.
Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?
Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.
Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?
In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.
Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?
Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.
Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?
Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.
Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?
Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.
Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?
Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.
Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?
Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.
Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?
Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)
Cosa stai leggendo in questo momento?
Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.
Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:
David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante
Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?
Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere, a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.
Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.
Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui
Paura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Oggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.
Ciao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.
Quel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
Benvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?
Il mondo dei teenager è un mondo a parte, noi adulti possiamo solo osservarlo ricordandoci come eravamo alla loro età, con certo meno internet, smartphone, e-reader e tutti quei congegni tecnologici che oggi sembrano indispensabili e che rendono simili, e forse un po’ omologati, i ragazzi di Seattle, come quelli di Milano o quelli di Madrid, come in questo romanzo Buongiorno Principessa (Buoenos dias, Prinsesa!, 2012) di Francisco De Paula, tradotto dal casigliano da Silvia Bugliolo ed edito da Corbaccio. La copertina molto simpatica, raffigurante un cuore con le ali, dà subito l’idea del pubblico di lettori a cui è indirizzato: giovanissimi, ragazzi come Bruno, Elisabet, Ester, Maria, Raul e Valeria, sedicenni madrileni, legati da una profonda amicizia, che insieme cercano di crescere, e di conoscere il mondo degli adulti, di vincere la timidezza, di conquistare l’amore. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, sono infatti temi importanti a quell’età, quasi scoperti per la prima volta, resi preziosi forse come in nessun altra età della vita e Francisco De Paula si impegna a cercare di analizzarli con un stile semplice e fresco, spiritoso e moderno. Forse se avessi letto questo libro a sedici anni mi sarei immedesimata maggiormente, ora vedo le loro storie un po’ con l’occhio critico di chi sorride con tenerezza per avvenimenti che a quell’età sono serissimi, o di chi considera superficialità certi atteggiamenti forse solo spontanei e spensierati. Premetto che non ho letto Moccia a cui il libro è accostato e tendo a diffidare delle opere generazionali, ma considerando il pubblico a cui è rivolto, è un romanzo piacevole, forse troppo lineare e senza malizia, ma il tipo di lettura che una volta si diceva i genitori avrebbero apprezzato che i figli leggessero. Il mondo tratteggiato nel romanzo, soffuso dai tratti della commedia più che del dramma, anche se piccoli drammi ce ne sono nel romanzo dalla separazione dei genitori, alla crisi economica che non permette di spendere soldi in svaghi superflui, dai sentimenti non corrisposti agli abbandoni, ha comunque un che di fiabesco; ma a volte è bello sognare, sperare che le avversità siano sempre limitate, che la vita non ci gravi con i suoi pesi di sofferenza e infelicità a volte troppo grandi da sopportare. E la storia di questi ragazzi ha questo di bello, non ferisce, non scoraggia, non causa amarezza. Forse mi sono maggiormente identificata con Valeria, personaggio che più mi somiglia, e infatti la sua storia è quella che ho seguito con più interesse ricordandomi come ero un tempo, e forse sono ancora sotto la maschera che da adulti indossiamo. Il libro finisce con un interrogativo, dovremo aspettare i prossimi romanzi per sapere di più del misterioso César, ma non si dovrà aspettare troppo, uscirà infatti già il 30 maggio il prossimo episodio dal titolo Il Club degli incompresi.
Non è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.
Ciao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.
Salve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.
























