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:: Un’ intervista con Matt Bondurant a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2013

Matt BondurantGrazie Matt per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Matt Bondurant? Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Mount Vernon, all’estremità sud di Alexandria, a due passi dal fiume Potomac  e dalla casa di George Washington. La tipica vita di periferia degli anni Settanta: grandi cantieri, recinzioni, il fiume in fondo al quartiere. D’estate uscivo la mattina e non tornavo a casa fino all’ora di cena. Trascorrevo molto del mio tempo in piscina, nel fiume, o in uno qualsiasi dei numerosi torrenti, ruscelli e canali della zona. Tornavo a casa bagnato tutte le volte. Ricordo che quando ero alle elementari scrivevo delle storie e mi sembrava di avere una certa facilità a farlo. Certamente ammiravo e perfino adoravo gli scrittori e sin da quando ero al liceo e al college ho scritto un sacco di (cattiva) poesia, ma non mi sono mai considero seriamente uno scrittore – nel senso di una vocazione di una vita – almeno fino all’ultimo anno del mio programma MA.
Sin da quando ero molto giovane ho sviluppato un grande amore per la lettura, per lo più a causa del rapporto di mia madre con i libri. Andavamo in biblioteca ogni settimana, portando ogni volta a casa una bracciata di libri, molti di più di quelli che potevamo leggere. Devo ancora incontrare un libro scritto prima del 1950 che mia madre non abbia letto. Inoltre i miei genitori nei fine settimana tenevano una bancarella d’antiquariato, e in quei giorni (era il 1970) si poteva lasciare solo un ragazzo di 8 anni in una bancarella di libri usati per l’intero pomeriggio. Dalla 4 elementare al mio ultimo anno di liceo trascorsi la maggior parte del mio tempo a scuola cercando di nascondere i libri sotto il banco. Volevo averne diversi, così li cambiavo quando me li confiscavano. Ho sempre amato la tranquillità e la solitudine, e così trascorrevo intere giornate da solo. Ero presumibilmente un bambino normale: facevo sport, giocavo con gli amici, e tutto il resto. Solo leggevo un sacco di libri.

Sei attualmente docente di letteratura e scrittura creativa presso l’Università del Texas a Dallas. E’ iniziato così  il tuo interesse per la scrittura?

No, scrivevo già da circa dodici anni prima di iniziare a insegnare all’ UTD.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro? Perché hai scelto di scrivere fiction?

Ho scritto un paio di cose in un workshop che hanno funzionato bene. Così in qualche modo sono andato alla Florida State University e quando mi sono presentato a Tallahassee, in fondo gettato nella fossa dei leoni, il mio apprendistato è davvero iniziato. E ancora non è diventato un “un vero lavoro” – almeno non lo considero un lavoro. Finora.

Sei l’autore di tre libri: The Third Translation, The Wettest County in the World e The Night Swimmer. Come trovi di solito le idee per un libro?

Nascono da una combinazione tra le mie esperienze di vita, le storie che ho sentito da altre persone, le cose lette, e quasi nient’altro. Sono anche molto ispirato dai luoghi e dalle ambientazioni, e poi succede che un personaggio prenda vita e non posso lasciarlo andare via.

Ora parliamo di The Wettest County in the World, ambientato nella Virginia rurale, durante la Grande Depressione e l’era del proibizionismo, romanzo che  racconta la storia di tuo nonno, Jack Bondurant, e dei suoi fratelli. Ora pubblicato in Italia da Dalai Editore con il titolo La Contea Più fradicia del Mondo. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando ero giovane, un paio di volte l’anno, la mia famiglia viaggiava in macchina fino a Snow Creek, quattro ore da Alexandria, per visitare i miei nonni. I fratelli e le sorelle di mio padre vivevano tutti nella zona, così che questi raduni di solito si trasformavano in vere riunioni di famiglia in vasta scala piene di Bondurant ogni volta che venivamo in visita; tutti gli zii, le zie, i cugini e altri affollavano la vecchia fattoria dei miei nonni per grandi e interminabili pranzi, e lunghe chiacchierate intorno alla stufa a legna in cui in realtà ben poco veniva effettivamente detto. Ho trascorso la maggior parte del tempo facendo la lotta nei fienili con i miei cugini più grandi, alla guida di trattori, al mattino presto, lungo le rive fangose del torrente, e afferrando a mani nude le recinzioni elettrificate del bestiame come prove di coraggio. Mio nonno è morto quasi a novant’anni, il giorno prima aveva appena acquistato un nuovo camion ed stava costruendo una nuova casa.
Ho molti ricordi di quel periodo, e di mio nonno, la sua tranquillità, la sua faccia simile ad un falco, le uscite all’alba con il pick-up per governare il bestiame, lo stoicismo impressionante di quest’ uomo. Ricordo anche il ripostiglio dove erano appesi al muro i suoi fucili. Questo non era così insolito, in quei giorni nella Contea di Franklin i fucili da caccia erano appesi su quasi tutte le superfici piane disponibili, e in molte case lo fanno ancora. Ciò che mi ha colpito di questa particolare rastrelliera  era la coppia di tirapugni arrugginiti appesi a un chiodo appena sotto la rastrelliera. Da ragazzo l’idea di un uomo che si mette quel pesante attrezzo metallico, unicamente progettato per devastare la faccia di un altro uomo, era una cosa entusiasmante e ho trascorso lunghi periodi di tempo guardando quei tirapugni. Per me hanno rappresentato qualcosa di straordinariamente primordiale, appeso sotto le armi, come a dire: se sei è ancora vivo quando avrò finito le cartucce, prenderò questo pezzo di metallo dal muro e ti prenderò a pugni fino a farti perdere i sensi. Tornavo a tavola, e il volto placido di mio nonno assumeva una luce completamente nuova. Ero terrorizzato di lui e nello stesso tempo affascinato dalla vita che aveva condotto.
Non seppi del suo vero passato e del suo coinvolgimento nelle vicende che caratterizzarono i primi anni Trenta fino a molto più tardi, solo pochi anni prima della sua morte. Mio padre non sapeva nemmeno che fosse stato ferito fino a pochi anni prima della morte di nonno Jack, quando durante alcune ricerche genealogiche si è imbattuto in una serie di articoli di giornale che documentavano gli eventi di Maggodee Creek, del dicembre del 1930. Interrogato sulla sparatoria mio nonno si limitò a dire: “Oh sì, mi hanno sparato proprio qui”, e ha sollevato la camicia per mostrare a mio padre la cicatrice sotto il braccio. Non aggiunse molto di più, ma nella mia famiglia a dire il vero non si parlava molto. Questo successe quasi venti anni fa, ed è giusto dire che ho lavorato sul romanzo da allora. Ho lottato molto chiedendomi se scrivere la storia della mia famiglia poteva in qualche modo offendere qualcuno. Ma alla fine ho dovuto chiudere l’argomento nella mia testa e ho cercato di scrivere la storia nel modo migliore possibile. Ho pensato che avrei ripulito e revisionato tutto, ed è così che ho fatto. In termini di verosimiglianza storica ci sono un sacco di lacune nella storia della mia famiglia. Queste persone non scrivevano diari, non scrivevano lettere, e a malapena scattarono qualche foto. La mia strategia di base è stata quella di basarmi su alcuni dati storici reali di cui ero a conoscenza, i fatti che sono state documentati nei giornali e nelle trascrizioni del tribunale, ad esempio, e poi li ho usati come una sorta di punti di una costellazione, collegando i puntini per gli altri eventi, cercando di tener conto dello spazio che passa tra il drammaticamente interessante, e lo  storicamente plausibile. Guarda, Faulkner ha detto che una buona storia vale un numero infinito di vecchie signore. (NdT Se uno scrittore deve rapinare sua madre non esiterà a farlo: Ode su unurna greca vale un numero infinito di vecchie signore- Paris Review interview, -1958. ) Questa era una buona storia.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro, senza rivelare il finale?

La trama di La contea più fradicia del mondo? Ok, tre fratelli, contrabbandieri d’alcool durante il proibizionismo, si scontrano con il racket, imposto da uomini di legge. Uno scrittore, un tempo famoso, indaga.

Quale è la tua scena preferita ne La contea più fradicia del mondo?

Amo molto alcune scene con Howard. Lui è forse il mio personaggio preferito. Mi piacciono anche le scene con Forrest e Maggie.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che hanno particolarmente influenzato il tuo stile?

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson. Uno dei libri più importanti della letteratura americana del 20 ° secolo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

In un certo senso ho lavorato su questa storia per la maggior parte della mia vita. Ho avuto la fortuna di trascorrere negli ultimi 35 anni o giù di lì un sacco di tempo nella Contea di Franklin, in Virginia, con i miei numerosi parenti, e così ho potuto conoscere di prima mano molte cose. La cosa grandiosa delle aree rurali è che cambiano ad un ritmo diverso, molte cose non sono cambiate molto negli ultimi 60 anni, a volte in modo allarmante. Almeno la gente, in genere. Ho preparato questo libro negli ultimi venti anni, e ho cercato di narrare le storie e gli aneddoti sulla mia famiglia che amici e la gente mi hanno raccontato ai cocktail party. Ci sono scrittori che non parlano molto del loro lavoro, di cosa stanno scrivendo, come se ciò fiaccasse la loro forza o togliesse qualcosa della freschezza della loro creazione. Cosa che ha senso, anche se a me piace provare il materiale sulle persone, mentre scrivo.
Detto questo ho investito un sacco di tempo nelle ricerche tradizionali, consultando libri, articoli e siti web per approfondire i dettagli. Non è troppo difficile scoprire cose come il prezzo del latte nel 1932, o come il tabacco viene raccolto e lavorato, o ciò che un ragazzo potrebbe mangiare per colazione. Ciò che è stato difficile è stato ricreare la miriade di pensieri interiori, desideri e sogni di questi personaggi. Che cosa fa un adolescente nel 1932, cosa pensa seduto sul bordo del letto durante la notte, o mentre va  in città? Mio padre si avvicinò con la risposta migliore: le stesse cose che fanno ora. Gli istinti fondamentali e i desideri delle persone non cambiano molto. Un diciottenne (in qualsiasi momento) vuole una ragazza / ragazzo, soldi, notorietà, la possibilità di dimostrare quanto vale, dare un senso alla sua vita. E una macchina. Mio padre ricorda che suo padre gli diceva che la cosa che voleva più di tutto nel 1930 era un paio di stivali (costavano $ 2 – lui non ce l’aveva). Voleva anche essere qualcuno che le persone notassero, qualcuno di valore.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, nostalgico, molto poetico. Quali poesie sono tornate più spesso nel corso della tua vita?

Sono molto affezionato al lavoro dei romantici del 19 ° secolo, da Whitman a Wordsworth, e mi piace molto anche la poesia di maestri contemporanei come Philip Levine, Larry Levis, Edward Hirsch, Jane Springer.

Puoi raccontarci un po ‘di tuo nonno, il protagonista, Jack Bondurant? Lo hai conosciuto? Quali ricordi hai di lui?

Purtroppo l’ho conosciuto solo quando io ero molto giovane e lui era molto vecchio. Era taciturno, tranquillo, e in generale molto spaventoso.

Il regista John Hillcoat ha girato un film basato sul romanzo La contea più fradicia nel Mondo dal titolo Lawless. Cosa ne pensi di questo film?

Sono contento che la gente sia così entusiasta del film, anche se penso che dipenda molto più  da alcuni attori, come Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jessica Chastain, di quanto dipenda dal mio libro. Non penso che i cambiamenti siano stati importanti, ma ce ne sono alcuni significativi. Tutti gli eventi principali, le scene centrali, ci sono, e anche tutti i personaggi, salvo Anderson. Un sacco di dialoghi sono presi direttamente dal mio libro. Ma molti dei personaggi sono stati modificati, a volte in modo significativo, e un paio di scene sono state alterate, e alcune decisamente tolte. Fondamentalmente tutto è stato accorciato, amplificato, ed esagerato, e mi hanno detto che è una procedura standard per i film tratti da un libro. Naturalmente la maggior parte degli aspetti importanti sono sfumati, come ad esempio il rapporto tra i due fratelli, ma come potrebbe non esserlo? Si tratta di una variazione necessaria perché un film diventi un oggetto d’arte, per essere visualizzato di luce propria. Penso spesso che la relazione tra il film e il libro sia molto simile al rapporto che c’è tra il libro e la vera storia di mio nonno e dei suoi fratelli: un mix di realtà e finzione, cercando di rimanere fedele al contenuto originale, ma costretti ad alterare il materiale per rendere il lavoro una forma d’arte. Penso che il regista John Hillcoat e lo sceneggiatore Nick Cave (che ha composto anche la colonna sonora) abbiano fatto un tentativo nobile e sincero di rimanere fedeli al libro e alla storia, e di questo sono grato.

Quali libri ti hanno accompagnato nel corso della tua vita? Hai un autore contemporaneo preferito?

Sì, c’è un libro che mi ha accompagnato nella mia infanzia: The Children’s Anthology of Folktales, Myths, and Legends. Ho letto questo libro quasi ogni notte per un decennio, i racconti di Odino e Loki, Robin Hood, Jack the Giant Killer, li ho letti tutti più e più volte. Penso che questo libro abbia influenzato il mio modo di intendere una storia e gli aspetti elementari della narrazione. Ci sono solo, dopo tutto, una manciata di storie, e le grandi leggende e i miti sono i migliori archetipi della narrazione, distillate nel corso dei secoli.
Ma in tutto questo tempo non ero uno scrittore. Ero un lettore. Ancora non mi considero uno scrittore. John Updike è uno scrittore. Margaret Atwood è una scrittrice. Pynchon, McCarthy, Dellilo, quelli sono scrittori. Io sono solo un tizio che ha scritto un paio di cose. Cerco di scrivere. Tengo in grande stima il titolo di “scrittore”, e non credo che dovrebbe essere usato con tanta leggerezza. Mi piace molto anche il lavoro di Adam Johnson, Barry Hannah, Annie Proulx, Russell Banks, e Martin Amis.

Descrivici una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Beh abbiamo due bambini a casa al momento, uno di quattro e uno di due anni, per cui lavoro molto poco in questi giorni. Se non sto insegnando a scuola, cerco di barricarmi nel mio ufficio a casa, sperando che le mie piccole pesti non mi disturbino. Sono fortunato se riesco a scrivere un paio d’ ore al giorno. Non ho nessuno schema fisso, e la mia disciplina fa pietà. Nessuno dovrebbe imitare i miei metodi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono. Non succede molto spesso che ne faccia però. Oltre al tour per il film, ho fatto molte poche presentazioni per i libri. Non si fa molto di più di questi tempi, se non si è super-famosi.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Quand’e ‘che mi inviti? (E paghi il mio volo, il mio alloggio, ecc? Quindi non tanto presto, immagino)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un grande romanzo intitolato The Son di Phillip Meyer, una epopea del West americano.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori:

David Goodis – scusa, non ho mai sentito parlare di lui.
Flannery O’Connor – gloriosa
James Crumley – non so chi sia
Charles Willeford – neanche questo
Joseph Wambaugh – o questo
Joyce Carol Oates – prolifica
Nabokov – genio
Cormac McCarthy – ipnotizzante

Com’è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso sia buono. Mi possono scrivere una email, o su facebook, o su twitter, ecc non ricevo un sacco di richieste o di lettere,  a dire il vero. Mi piacciono i miei lettori in generale. Spero di piacere altrettanto io a loro.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì. Un romanziere è sempre al lavoro su un nuovo romanzo. Credo. Ora sto lavorando a un programma TV per la HBO, ma chissà come andrà a finire.

Liberi di scrivere recensisce La contea più fradicia del mondo: qui

:: Recensione di Paura nella notte, di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 Maggio 2013

hansenPaura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Piaga sociale che l’autore descrive con asprezza e precisione in tutto il suo potenziale destabilizzante di incertezza sociale e desolazione, non ignorando tuttavia coloro che si adoperarono per migliorare le condizioni di vita della popolazione, (è infatti descritto per esempio il picnic organizzato dal reverendo Luther Prentice e il suo tentativo di mettere pace e di offrire un pasto a gente che difficilmente mette d’accordo il pranzo con la cena).
Questa volta l’investigatore assicurativo della Pinnacle Assicurazioni Dave Brandstetter e il suo compagno Cecil Harris si trovano a indagare sulla morte di un camionista, Paul Myers, morto in uno strano incidente, apparentemente andando fuori strada una notte a una curva del Torcido Canyon, (in realtà qualcuno ha messo un congegno esplosivo sotto il camion provocandone l’esplosione). Compito di Brandstetter è scoprire se la moglie Angela Myers è in qualche modo implicata in questa morte, essendo la beneficiaria di una cospicua assicurazione di centomila dollari sulla vita del marito, o se l’assicurato ha mentito, trasportando per esempio carichi pericolosi, condizioni che permetterebbero all’Assicurazione di non versare l’importo stabilito.
Per la polizia non c’è nemmeno bisogno di indagare, il tenente Salazar, della squadra omicidi, è convinto che l’unico ad avere una ragione per volere il camionista morto è un certo Silencio Ruiz, un teppista di strada, che Paul contribuì a far condannare testimoniando per una rapina e che in Tribunale gridò al mondo la sua intenzione di vendicarsi una volta uscito di prigione. Ma Brandstetter non è affatto convinto. Di persone con un movente ce n’è più d’una, come per esempio Bruce Kilgore amante della Myers, o una misteriosa “Duchessa” implicata sicuramente in un traffico illegale di rifiuti tossici. E perché De Witt Gifford, bizzarro ed eccentrico vecchietto, proprietario di una specie di castello con tanto di torrette, ha pagato la cauzione e l’avvocato di Silencio Ruiz? Brandstetter nella sua ricerca della verità dovrà fare i conti con tutte queste piste e alla fine si troverà a considerare che la natura umana è piuttosto prevedibile e mossa non sempre solo dalla sete di denaro.
Ecco in breve la trama di Paura nella notte, romanzo che conferma le abilità narrative di Hansen, capace di tratteggiare efficaci affreschi sociali, colorire la narrazione con dialoghi pieni di spirito e di intelligenza, parlare d’amore con tenerezza e sensibilità, anche solo descrivendo una carezza, come quella che Brandstetter da a Cecil. Nessuna sbavatura, nessuna parola superflua, nessuna esibizione sopra le righe che possa cadere nel grottesco anche quando da vita al personaggio di De Witt Gifford, e sarebbe bastato veramente poco a trasformarlo in una caricatura o in una macchietta.
Hansen ha una pacatezza e un senso della misura che gli consentono, con naturalezza ed eleganza, di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi con pochi tratti, quasi in uno schizzo narrativo, che se si osserva con attenzione ha nell’essenzialità la sua dote maggiore. La trama investigativa è come al solito robusta e unisce sprazzi di slancio ambientalista ad una calibrata esposizione dei fatti.
I problemi sociali della periferia di Los Angeles –  disoccupazione, povertà, violenza, crimine più o meno organizzato- emergono sullo sfondo come riflesso di una società malata e ingiusta e proprio il senso di giustizia tormenta il protagonista. E’ più giusto scoprire la verità o essere mossi dalla compassione e dalla generosità?
Traduzione di Franco Salvatorelli. Illustrazione di copertina di Onze.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Un’intervista con Giovanni D’Alessandro a cura di Giulietta Iannone

10 Maggio 2013

tanaOggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.

L’hai già fatto tu. Aggiungo solo che da due anni non scrivo più sul quotidiano abruzzese, col quale continuo ad avere un rapporto di amicizia. Ho collaborazioni con quotidiani nazionali che considero preziose, perché intercettano il pubblico nella vita di ogni giorno ed è una frequenza cui tengo molto. Un esempio: il recente, copiosissimo, appassionato ritorno, soprattutto da imprenditori del nord Italia, che ho avuto per la “Lettera a un aspirante suicida” ospitata su Avvenire qualche giorno fa mi ha lasciato senza parole. Ho sentito il polso, ferito e pulsante, robusto e combattivo, teso e pronto a captare nuovi segmenti di mercato, di una fascia sociale, oggi piegata, ch’è stata l’orgoglio dell’hand made italiano. Hanno chiesto i miei riferimenti alla redazione e mi hanno scritto o telefonato imprenditori che fino a ieri avevano 200 operai e oggi vivono in un miniappartamento in affitto. Ho parlato con loro, anzi stabilito rapporti già profondi anche se nati da poco, con loro. Ci incontreremo. Il giornalismo è una scrittura preziosa, è il vissuto reale e quando riesci a sollevarlo verso una dimensione di dialogo, ti accorgi, a volte il giorno stesso della pubblicazione di un pezzo, se hai fatto centro. La narrativa pratica altri pentagrammi. E’ astrazione dal reale, fascinazione, affabulazione, ciò che non esclude possa avere anche valenza di approccio più avanzato alla realtà stessa. Sono due forme di scrittura autonome e  molto importanti per ogni “scrittore”, termine che non dev’essere sinonimo, come avviene di solito, di narratore. Io mi sento scrittore di pezzi per giornali almeno quanto lo sono di romanzi.

Hai esordito nel 1996 con il romanzo Se un Dio pietoso, edito da Donzelli. Un debutto felice, caso letterario dell’anno, tradotto in diverse lingue, finalista al premio Viareggio. Come è nato il tuo amore per la letteratura, specialmente anglosassone, e poi per la scrittura?

E’ nato dal fascino per i libri, maturato fin da bambino. Vengo da una famiglia di lettori, poco intellettualoidi, molto “sostanziali”. Casa mia era una casa di porte che si chiudevano, con gente ritirata a leggere ognuno nella sua stanza. Una tacita tregua di non interruzione delle alchimie magiche che avvenivano dietro quelle porte chiuse era condivisa naturalmente, senza bisogno di essere ricordata o formalizzata: se vedevi  uno sui libri, dicevi a chi lo cercava per telefono: chiama dopo.  Poi – usciti dall’antro delle alchimie- rientravamo nella vita di ogni giorno, con una decisa ironia e con divertimento. Ma restare ognuno col suo libro in mano, nel proprio habitat mentale e spirituale, era una parte della nostra quotidianità: un atto naturale quanto il respirare. Penso avessimo una predisposizione genetica ad affrontare la vita così. Eravamo e siamo, anche quelli che non ci sono più, born reader, lettori nati; con la stessa fascinazione anche per altre forme d’arte come il cinema o la musica. Il lettore nato è come un violino Stradivari o un Guarnieri del Gesù che deve essere scaldato dalla pratica, affinato dalla disciplina, premuto e sollecitato sulle corde per cavare da sé le note, fonde e acute, del buon legno da cui viene; per farsi strumento cioè di veicolazione di armonia, melodia, ritmo. Il lettore nato è come una nave che solo andando per mare entra nel suo elemento naturale e impara a navigare. Noi eravamo maneggiatori di libri. Grandi navigatori di storie – con solido ancoraggio alla realtà, se posso aggiungere. Il mio esordio nella narrativa avvenne in modo casuale nel 1996, con la pubblicazione del romanzo ambientato nell’Abruzzo del 1708 Se un Dio pietoso, il quale prende le mosse dal rovinoso terremoto che aveva devastato la città di origine della mia famiglia, Sulmona (oggi in provincia dell’Aquila) nel 1706, causando mille morti. Prima ero stato solo un lettore, non avevo scritto neanche una lettera d’amore a una fidanzatina o una mezza poesia; soltanto pubblicazioni giuridiche, in cui alcuni rilevavano per la verità un certo gusto per la parola. Ma a parte questo, nulla. Ero preda della classica ritrosia a scrivere del forte lettore. Tuttavia dopo il Classico, nel ’96 erano vent’anni ormai che gli studi tecnici di legge e la mia attività mi avevano allontanato dalla letteratura classica… qualcosa mi spingeva a cimentarmi col rimettere i piedi sul mio terreno di formazione. Risposi alla sollecitazione di un editore che chiudeva un punto vendita in Abruzzo, lamentando l’assenza di proposte narrative da autori abruzzesi. Penso adesso che non si riferisse neppure agli esordienti, ma io lo intesi così e buttai  giù un plot come se fosse stata un’ipotesi di pubblicazione giuridica. Lo faxai a mezzogiorno a lui e un altro notissimo editore nazionale. Il secondo mi chiamò due ore dopo per dirmi che voleva assolutamente pubblicare un romanzo con quel soggetto. Lo scrissi e l’anno dopo, il 1997, prese molti premi, fu lodato dalla critica, popolò le pagine dei media,  venne tradotto dai più importanti editori europei, per essere recensito e premiato anche all’estero. Poi stop. Totale. Per 8 anni. Era stato troppo? Non lo so. Incise anche una fase personale un po’ travagliata, ad allontanarmi da un terreno di bellezza che mi sembrava di non poter o voler ripercorrere in quella fase. Dal punto di vista editoriale, un suicidio, comunque, dopo un esordio del genere.

In seguito sono venuti i grandi editori: nel 2004 hai pubblicato con Mondatori I fuochi di Kelt, vincitore dello Scanno 2005; due anni dopo con Rizzoli La puttana del tedesco, vincitore del premio Fenice Europa 2007. Una carriera costellata di premi e riconoscimenti. In che misura il talento e il duro lavoro incidono in un successo? Di quali autori, italiani e stranieri, ti senti debitore?

La disciplina è il talento della costanza. Ripartire a scrivere dopo otto anni me l’ha insegnato. Una volta ripreso, non ho smesso più. O non entri in palestra o ti alleni costantemente. O non fai venir su i muscoli o li tempri, sennò si afflosciano. Gli autori italiani e stranieri di cui mi sento debitore? Tanti. Troppi per fare alcuni nomi, senza recar offesa agli omessi. Una certa predilezione c’è per i classici, perché nel classico c’è l’appeal universale, c’è la scintilla del genio nascosta in questa o quella pagina. Oggi si spacciano per classici dei non-scrittori che hanno pubblicato per contiguità e contatti, non sempre confessabili, con la grande editoria; non-scrittori che, dopo aver afflitto magari svariate generazioni di lettori, si autocelebrano in raccolte consuntive, postume o, com’è oggi invalso, in vita. Così la non-scrittura protratta per decenni si musealizza… in operazioni in “parallelo” (intelligenti pauca) e simili. E’ l’apoteosi del grottesco. Lo spaccio della bestia trionfante. Torno alla domanda: ho letto gli anglosassoni dal 1800 in poi. Ma anche i francesi. I tedeschi. I russi. Anzi no, non li ho letti. Li ho amati. Non importa quanto si legge, importa quanto si ama. Un rigo che da una pagina ti entra, e ti dilaga, nell’anima per accompagnarti tutta la vita, vale più di cento libri scorsi ma non posseduti, non fatti propri. Tra gli italiani come si fa a non amare Manzoni?  E’ così inquieto e inquietante. E la commossa profondità di Pomilio? La visionarietà di Bufalino? Il sognante desiderio di oblio di Tomasi di Lampedusa? L’incandescente distacco di Fenoglio, la panica magia di Buzzati, la lunare eleganza di Landolfi, l’appassionata asciuttezza di Magris… basta, ci fermiamo qui, sul limitare della selva selvaggia degli omessi in cui non dovevamo metter piede.

Quest’anno hai pubblicato La tana dell’odio, un romanzo doloroso su una ferita aperta dell’Europa, la guerra nell’ex Jugoslavia. Quando si parla di guerra la si immagina sempre lontana, in Iraq, in Afganistan, separata dalla nostra quotidianità. Invece Sarajevo è ad un passo da noi, solo varcato l’Adriatico, il suo lungo assedio, documentato dai mezzi di informazione ci ha presentato un dramma che avveniva nel cuore dell’Europa. Come hai trattato questo tema nel tuo romanzo?

Partendo proprio dalle tue parole, dalle interrogazioni sul mistero del male – centro di ogni teologia e  filosofia, inesausta domanda che l’uomo rivolge a se stesso dagli albori della storia, anche il più vulnerato agnostico, anche il più fervido credente – perché questa assurda guerra colma di atrocità ne è un simbolo. Si è svolta nel cuore dell’Europa pochi anni fa, dal ’92 al ’95, con uno dei suoi epicentri nel martirio della capitale della Bosnia-Erzegovina Sarajevo, città iconica di una secolare integrazione  multietnica, multiculturale, multireligiosa, sulle cui bellissime montagne solo otto anni prima, nell’84, tutto il mondo era convenuto per le olimpiadi invernali. La storia non è magistra vita, non ha insegnato niente, né quella remota né quella recente; è maestra di rimozione, semmai. Le tane dell’odio sono sempre attive, sono tra noi, ma noi disimpariamo di volta in volta a individuarle e cercarle. Disimpariamo a riconoscere l’odio al suo stanarsi e prendere a strisciare tra di noi  perché non ripete mai le forme assunte in passato, le diversifica. Diabolico, cangiante, il male assume forme sempre più avanzate di quelle che può cogliere la labile percezione prodotta in noi dalla rimozione, dall’abbassamento del livello di guardia e dalla colpevole ignoranza, mascherata da informazione, che caratterizza questa società.

Protagonista de La tana dell’odio è Giuseppe Vegagni, nato Jusuf Samirovic. Allo scoppio della guerra era solo un bambino, anni dopo lo troviamo in Italia, adottato da una famiglia italiana, diventato medico. Parlaci del tuo personaggio, si ispira ad una persona realmente esistita? Assistere alla distruzione della sua famiglia di origine incide dolorosamente nella sua coscienza. In che misura la vendetta e il perdono si fanno largo nella sua anima?

Non è un romanzo sulla vendetta e lo avrebbe ucciso essere un romanzo dal facile accesso al  perdono: sono dimensioni troppo intime perchè uno scrittore possa violarle trasferendole in una narrazione. La tana dell’odio è un romanzo-monito sulla reviviscenza del male, sulle mortali ferite che produce nell’anima e sulla esigenza di sopravvivere ad esse per tornare a vivere. E’ una storia  sulla difficile mediazione tra memoria e cancellazione, dinamiche entrambe vitali. E indomabili.

Alla ricerca di se stesso, di un equilibrio che sembra incerto, minato dall’assassinio dei suoi genitori, decide di ritornare nei luoghi della sua infanzia in cerca della verità. Cosa trova?

Trova il passato, destinato però a rovesciarsi nel suo presente in un modo particolarissimo e crudele, come se fosse sempre stato in agguato per lui. Un passato che il protagonista sperava sepolto coi suoi cari, sulle cui tombe torna per la prima volta dopo vent’anni, dopo avere assistito alla loro tragica uccisione; mente non era affatto seppellito con loro. Ciò rende per lui più drammatica la mediazione di cui parlavamo prima.

Rimozione e memoria, in che misura questo binomio influenza la vita del protagonista?

Totalmente; rimozione, immagino intenda tu, non nel senso di allontanamento della memoria, bensì di riemersione da essa: il protagonista Jusuf-Peppe, nelle mie pagine è animato, lacerato, mosso da questo binomio.

Ricordare è dolorosamente necessario, penso per esempio alla tragedia della Shoah. Che relazione c’è tra il bisogno di cancellare il male e il perdono?

Secondo me? Il perdono (che  – torno a  dire – non è tema di questo mio romanzo politematico) nasce dalla coscienza del male subito e quindi dalla memoria. Il vero perdono se è tale, vale a dire dimensione finale di un approdo spirituale trascendente, non giustificato da logiche umane, non può che nascere, umanamente, dal doloroso ricordare che tu dici. Di più: dal coltivare il ricordo.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico del tuo romanzo, che regista sceglieresti, quali attori?

Giacomo Battiatio, autore del bellissimo Résolution 519, film poco distribuito in Italia e molto lodato all’estero dov’è stato prodotto e realizzato, sulla tragedia della Bosnia-Erzegovina: prende  nome dalla risoluzione dell’ONU la cui inapplicazione portò all’eccidio di Srebrenica e alle altre centinaia di stragi ed  efferatezze di questa guerra.

Nel finale c’è spazio per la luce della speranza?

Sì. Thanatos  – odio violenza morte – non prevale su Eros, forza vitale

Parlaci del titolo: come l’hai scelto, nasce da un proverbio?

Nasce da un proverbio prodotto dalla dolorosa saggezza dei Balcani, che funge da leitmotiv del romanzo : “L’odio dorme in una tana di neve, temi ogni giorno che si leva il sole”. L’odio nella sua tana dorme un sonno leggero, sotto un esile strato di neve che il sole, ogni giorno senza colpa sorgendo, può sciogliere, ridestandolo.

Grazie della tua disponibilità, nel concludere questa intervista, permettimi un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

I muscoli vanno tenuti tonici! La palestra di cui parlavamo prima è aperta h24. E’ una dura palestra. Dopo la quale ci vorrà un po’ di riposo, dopo. Ma siamo già quasi a metà del nuovo romanzo che uscirà tra le strenne del ’14 e le prime settimane del ’15 con un nuovo editore. Sempre che l’editoria italiana sia ancora in piedi tra due anni.

:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013
Matt Bondurant

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“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.

Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma  mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

Liberi di scrivere intervista Matt Bondurant: qui

Source: acquisto personale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: questo libro appartiene alla promozione Remainders -50%

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Recensione di Buongiorno Principessa di Francisco De Paula (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2013

Buongiorno principessaIl mondo dei teenager è un mondo a parte, noi adulti possiamo solo osservarlo ricordandoci come eravamo alla loro età, con certo meno internet, smartphone, e-reader e tutti quei congegni tecnologici che oggi sembrano indispensabili e che rendono simili, e forse un po’ omologati, i ragazzi di Seattle, come quelli di Milano o quelli di Madrid, come in questo romanzo Buongiorno Principessa (Buoenos dias, Prinsesa!, 2012) di Francisco De Paula, tradotto dal casigliano da Silvia Bugliolo ed edito da Corbaccio. La copertina molto simpatica, raffigurante un cuore con le ali, dà subito l’idea del pubblico di lettori a cui è indirizzato: giovanissimi, ragazzi come Bruno, Elisabet, Ester, Maria, Raul e Valeria, sedicenni madrileni, legati da una profonda amicizia, che insieme cercano di crescere, e di conoscere il mondo degli adulti, di vincere la timidezza, di conquistare l’amore. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, sono infatti temi importanti a quell’età, quasi scoperti per la prima volta, resi preziosi forse come in nessun altra età della vita e Francisco De Paula si impegna a cercare di analizzarli con un stile semplice e fresco, spiritoso e moderno. Forse se avessi letto questo libro a sedici anni mi sarei immedesimata maggiormente, ora vedo le loro storie un po’ con l’occhio critico di chi sorride con tenerezza per avvenimenti che a quell’età sono serissimi, o di chi considera superficialità certi atteggiamenti forse solo spontanei e spensierati. Premetto che non ho letto Moccia a cui il libro è accostato e tendo a diffidare delle opere generazionali, ma considerando il pubblico a cui è rivolto, è un romanzo piacevole, forse troppo lineare e senza malizia, ma il tipo di lettura che una volta si diceva i genitori avrebbero apprezzato che i figli leggessero. Il mondo tratteggiato nel romanzo, soffuso dai tratti della commedia più che del dramma, anche se piccoli drammi ce ne sono nel romanzo dalla separazione dei genitori, alla crisi economica che non permette di spendere soldi in svaghi superflui, dai sentimenti non corrisposti agli abbandoni, ha comunque un che di fiabesco; ma a volte è bello sognare, sperare che le avversità siano sempre limitate, che la vita non ci gravi con i suoi pesi di sofferenza e infelicità a volte troppo grandi da sopportare. E la storia di questi ragazzi ha questo di bello, non ferisce, non scoraggia, non causa amarezza. Forse mi sono maggiormente identificata con Valeria, personaggio che più mi somiglia, e infatti la sua storia è quella che ho seguito con più interesse ricordandomi come ero un tempo, e forse sono ancora sotto la maschera che da adulti indossiamo. Il libro finisce con un interrogativo, dovremo aspettare i prossimi romanzi per sapere di più del misterioso César, ma non si dovrà aspettare troppo, uscirà infatti già il 30 maggio il prossimo episodio dal titolo Il Club degli incompresi.

Francisco de Paula è nato a Siviglia. Si è iscritto alla facoltà di Legge ma dopo un anno ha deciso di cambiare vita e si è trasferito a Madrid dove ha studiato giornalismo all’Università Europea. Ha collaborato con diverse testate e parallelamente ha coltivato la sua grande passione per la scrittura, alla quale ormai si dedica a tempo pieno. È autore della trilogia «Canciones para Paula», una serie di romanzi nati in rete, così come Buongiorno Principessa! Che, una volta pubblicato in Spagna, è diventato un caso editoriale entrando subito nella classifica dei libri più venduti e affermandosi come il romanzo dei teenager del terzo millennio.

:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2013

Hannah-Non è come pensiNon è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.

Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.

:: Un’intervista con Mark Pryor

16 aprile 2013

il libraio di parigiCiao Mark. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mark Pryor? Punti di forza e di debolezza.

Chi sono io? Domanda complicata … ma prima di tutto penso a me stesso come un marito, e padre di tre bellissimi bambini. Sono una persona molto attiva. Gioco a calcio in un campionato competitivo, e mi piace viaggiare ogni volta che posso. I miei punti di forza sarebbero … beh, mi piace far ridere la gente. Non prendo me stesso o il mondo troppo sul serio, e penso che non ci sia mai abbastanza da ridere. Per quanto riguarda i punti deboli, penso che quello più grande sia la mia  totale incapacità di parlare delle mie debolezze. Cosa ne pensi del mio modo di glissare?!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una fattoria in Inghilterra e mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 25 anni. Devi sapere che mia madre è americana, e sono venuto in America solo in viaggio, ma mi sono innamorato del paese e ho deciso di trasferirmi. Sono stato molto fortunato, il posto in cui sono cresciuto aveva un parco giochi enorme per me e per il mio migliore amico e mi ha dato la capacità si apprezzare la natura e il paesaggio. Anche se vivo in una città ormai, ho sempre voglia di uscire in ampi spazi aperti e con la mia famiglia vado in campeggio ogni volta che posso. Per quanto riguarda i miei studi, beh, ho un diploma in giornalismo presso un college in Inghilterra, e un altro diploma conseguito in una università qui negli Stati Uniti. Ho anche una laurea americana in legge.

Che lavori hai svolto in passato? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

In Inghilterra ho studiato giornalismo e ho lavorato come giornalista a Colchester per tre anni. Mi occupavo di cronaca nera, ma devo dire che era un posto molto tranquillo – nulla di davvero violento, e niente di molto eccitante insomma! Era una città molto diversa dalla città in cui vivo ora, Austin, Texas. Poi, quando sono arrivato negli Stati Uniti, ho deciso di diventare avvocato e così ho studiato legge qui. Dopo di che, ho lavorato per un grande studio legale di Dallas prima di trasferirmi ad Austin e diventare un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale. Lavoro qui da circa quattro anni, e gestisco i casi di omicidio, stupri, rapine … praticamente ogni tipo di grave procedimento penale che si possa pensare. E ‘un lavoro molto gratificante, mi sento davvero di stare facendo qualcosa di utile per rendere più sicura la mia comunità e aiutare le vittime dei reati.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

E ‘qualcosa che è sempre stato dentro di me. Sono sempre stato occupato a scarabocchiare idee per delle storie, a scrivere racconti. Così non è stato che improvvisamente sono diventato uno scrittore, ho solo deciso, circa dieci anni fa, di prendere tutto sul serio, e ho iniziato a cercare di scrivere un romanzo con l’obbiettivo di farlo pubblicare. Ho una fantasia molto attiva, quindi ho deciso che mi sarei allontano dal giornalismo e avrei provato con la fiction.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Beh, per darti un’idea, Il libraio di Parigi è stato il terzo romanzo che ho finito e ho cercato di vendere. Dei primi due non se ne è fatto niente, ho il sospetto che proprio non fossero molto buoni. E sì, attraverso questa esperienza ho imparato molto sui rifiuti, probabilmente ho contattato e sono stato respinto da più di 100 agenti per quei libri. Il libraio di Parigi ha riscosso più interesse da parte degli agenti letterari, e abbastanza rapidamente, quindi ho saputo di aver scritto qualcosa di buono. Ma anche così, è stato un processo lungo e talvolta faticoso.
Il libro mi ha richiesto circa sei mesi per scriverlo, e l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi con mia moglie. Ho afferrato una penna e un taccuino da un negozio nelle vicinanze e ci siamo seduti in un bar fino a quando ho avuto l’idea di base della storia. Poi, una volta scritto il romanzo, il mio agente mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato a migliorare il libro. Le è voluto circa un anno per trovare un editore, ma sono rimasto basito quando volevano offrirmi un contratto di tre libri per la serie. Avevo scritto il secondo, The Crypt Thief, ma nemmeno pensavo ad un terzo!

Il tuo primo romanzo, The Bookseller (2012), ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo Il Libraio di Parigi, è un romanzo fantastico per chi ami Parigi e i libri. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Cosa ti ha spinto a scriverlo? E ‘ispirato ad una storia vera?

Grazie. Come ho già detto, l’idea mi è venuta mentre ero a Parigi. E’ quel tipo di posto, capace di ispirarti. Se ricordo bene, ho visto i librai della Senna e ho capito che dovevo scrivere una storia in cui non solo fossero presenti, ma avessero un ruolo fondamentale. Poi ho fatto una partita di  “E se?” Allora, che cosa sarebbe successo se un libraio fosse scomparso? E se fosse stato un amico del mio personaggio principale? Che cosa sarebbe successo se un altro libraio fosse scomparso … e così via, creando piccole risposte per ciascuna domanda. Volevo anche, come avrete notato, creare un romanzo in cui Parigi fosse la star. Volevo che il lettore che già conosceva la città desiderasse tornarci, e il lettore che non ci fosse mai stato, desiderasse visitarla per la prima volta. So che molti miei lettori l’hanno fatto​​, proprio questa settimana un mio collega mi ha detto che sua moglie ha letto il libro e gli ha ordinato di portarla a Parigi! Non è tratto da una storia vera, no, e infatti ho dovuto inventare alcuni elementi per rendere il complotto. Sono contento che sia finzione, però, odierei vedere quei meravigliosi librai scomparire!

Perché hai deciso di scrivere Il libraio di Parigi?

Oltre ad avere una idea solida per la storia, penso che fosse il momento giusto per me di impegnarmi per mettere insieme un romanzo completo. Mia moglie mi ha sostenuto, nel senso che mi a dato il tempo a casa per scriverlo, e il mio lavoro mi ha permesso di dedicare tempo ed energia mentale per il libro. E, onestamente, è bastato scrivere di Parigi per avere una fonte di ispirazione, era lei il carburante di quello che ho scritto.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Hugo Marston. Potresti dire ai lettori che cosa succede?

Assolutamente. Hugo è il capo della sicurezza presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Il suo capo, l’ambasciatore, gli ha detto di prendersi una vacanza, anche se lui non ne ha alcuna voglia. La moglie di Hugo l’ ha appena lasciato e lui non sa dove andare in vacanza, e nessuno con cui andarci. Il libro inizia con lui che vaga lungo le rive della Senna. Si ferma a comprare un libro, o due, da un libraio di nome Max, un uomo più anziano che è diventato negli ultimi anni amico di Hugo. Vedete, Hugo è collezionista dilettante di libri. Mentre stanno accordandosi per l’acquisto di due libri, un uomo appare dal nulla e punta una pistola alla testa di Max. Lo trascina verso il fiume e lo costringe a salire su una barca, che si allontana. Hugo deve stare lì a guardare mentre il suo vecchio amico viene rapito, e quando la polizia mostra una strana mancanza di interesse,  decide che il tempo della sua vacanza può essere ben speso a caccia di Max, e di chi lo ha rapito.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Certamente. La trama ruota intorno a Hugo che cerca di ritrovare Max. Ma qualcuno lo aiuta nella nella sua ricerca, però. Il suo amico Tom Green, un ex agente della CIA, un amico di lunga data di Hugo, un po’ un ubriacone, con un debole per le donne e le parolacce. Hugo incontra anche Claudia, una giornalista francese, che gli offre il suo aiuto. Quando diversi librai cominciano a sparire, Hugo deve capire se Max sia stato coinvolto in qualcosa di illegale, o se ci fosse qualcosa nel suo passato che abbia iniziato a innescare questa catena di eventi. (Mi dispiace essere vago, ma non voglio svelare troppo!)

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Hugo Marston?

Fisicamente, Hugo è un uomo imponente. Alto, bello, e ha un modo di fare affascinante e gentile con le persone. Lo descriverei più come un osservatore che non un giocatore, vale a dire che preferisce in un contesto di gruppo lasciare che gli altri prendano l’iniziativa fino a che non è certo di sapere che cosa stia succedendo. Parte di questo deriva dal suo lavoro passato come ex profiler comportamentale per l’FBI, è stato infatti ben addestrato nell’individuare i difetti e le motivazioni delle persone. Così, è tranquillo ma non introverso. E ‘un uomo molto sicuro di sé, ma non arrogante. Ama piuttosto leggere un libro che guardare la TV e ama vivere a Parigi. E’ di Austin, Texas, e per tutta la sua carriera ha indossato gli stivali da cowboy, e ne ha tre coppie tra cui scegliere: casual, funzionale per il lavoro, e formale.

Max è un vecchio bouquiniste con un passato come “cacciatore di nazisti”. Ci puoi parlare di lui?

Sì. In un primo momento e anche se sono amici, Hugo non sa molto di Max. Nemmeno il suo cognome. Lo conosce davvero solo dopo che è stato rapito, e una delle cose che scopre è che Max è un sopravvissuto all’Olocausto. Non solo, ma il vecchio ha trascorso diversi anni dando la caccia ai nazisti dopo la guerra, così Hugo deve indagare se forse quella parte della storia di Max è tornata a tormentarlo. Anche Max è un uomo divertente, leggermente amaro e sarcastico, ma in modo onesto, ed è molto affascinante. A volte penso a lui come ad una versione precedente di Tom, sono molto simili e ciò spiega perché Hugo e Max vanno così d’accordo.

Claudia è una giornalista, una tipica parigina. Il nuovo amore di Hugo. Potresti dirci qualcosa su di lei?

Claudia è un po ‘come Hugo. E’ molto indipendente, forte, fieramente leale con suo padre, e ha un po’ paura di impegnarsi. Inoltre, come Hugo era sposata con qualcuno che è morto tragicamente, in un certo senso indossano la stessa cicatrice, per così dire. E’ romantica, ma anche molto realista, quindi sarà interessante vedere come lei e Hugo continueranno a sviluppare la loro romantica amicizia.

Tom Green è un agente della CIA, ex agente dell’FBI come Hugo. Qual è il suo ruolo nel tuo libro?

Tom è il migliore amico di Hugo. E’ in un certo senso controbilancia il personaggio di Hugo,  può dire e fare tutto quello che è grossolano e pericoloso (e legalmente discutibile!) Cose che Hugo non fa. Da scrittore, il suo personaggio è un gioiello – Posso inserirlo in situazioni uscite fuori dal nulla e farlo attingere alle sue risorse nella CIA se c’è un problema che deve essere risolto, e risolto in fretta. Ma lui è un uomo complesso. Tutta la sua millanteria e la sua passione per il bere, le sua caccia alle donne  e il suo essere sempre in cerca di guai, sono in parte il risultato del suo tempo passato nella CIA. E’ provato e stanco, ha visto un sacco di cose che avrebbero fatto impazzire chiunque altro, così come tutti gli altri cerca di avere a che fare con i propri demoni nel modo migliore che può.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Non consapevolmente, no. Sono più propenso ad inserire i miei interessi personali (l’analisi comportamentale, Parigi, ecc.) E le mie esperienze di vita reale non sono così interessanti come quelle di Hugo o di Tom, quindi non sono sicuro che varrebbe la pena scriverle!

Immagina che Hollywood ti chiami, quali attori indicheresti per le parti di Hugo, Tom e Claudia?

Ooh, grande domanda. Per Hugo mi piace George Clooney. Lo so che non è una scelta molto originale ma realmente penso che Clooney sia adatto. Per Tom, qualcuno come Philip Seymour-Hoffman. Lui è un grande attore e perfetto per il ruolo. Per Claudia, mi piacerebbe una attrice francese, Marion Cotillard sarebbe l’ideale. Spero che uno o tutti loro leggano questa intervista …!

Il tuo secondo romanzo, The Crypt Thief, sarà pubblicato in maggio in America. Potresti parlarne? Quando uscirà in Italia?

Mi piacerebbe parlarne, infatti ecco il riassunto della trama:
E ‘estate a Parigi e due turisti vengono uccisi nel cimitero di Père Lachaise di fronte alla tomba di Jim Morrison. Il cimitero è bloccato e messo sotto sorveglianza, ma l’assassino ritorna, svolazza dentro come un fantasma, ed entra nella cripta di una ballerina del Moulin Rouge morta da tempo. Poi scompare con il favore della notte con una parte del suo scheletro. Uno dei turisti morti è un americano e l’altra è una donna legata ad un sospetto terrorista, così l’ambasciatore degli Stati Uniti manda il suo uomo migliore Hugo Marston – capo della sicurezza dell’ambasciata -per aiutare la polizia francese con le indagine. Quando il ladro irrompe in un’altra cripta in un cimitero diverso, rubando le ossa da una seconda famosa ballerina, Hugo è perplesso. Come agisce questo killer invisibile? E perché sta rubando le ossa di alcune famose ragazze del can can? Hugo indaga nei segreti dei cimiteri, ma presto si rende conto che le vecchie ossa non sono tutto quello che l’ assassino vuole. . .  Sono abbastanza contento perché ha già ottenuto alcune ottime recensioni, sono molto impaziente che esca sugli scaffali. E sì, sicuramente uscirà in Italia, ma ho paura di non sapere la data esatta (è ancora vaga). Non sono stato in stretto contatto con il mio editore per questo, probabilmente perché stanno lavorando con Il libraio di Parigi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certo, ce ne sono molti che amo. Uno è Alan Furst, che ambienta anche i suoi libri in Europa. Lui è un grande scrittore di spionaggio, e ha un dono incredibile, quando si tratta di fare sentire il lettore veramente come se stesse in qualunque città stia descrivendo. Ho sicuramente cercato di imparare da lui. Altri scrittori moderni, fammi pensare. Mi piace Fred Vargas, la giallista francese. Adoro gli elementi leggermente mistici che si insinuano nei suoi libri, e lei è brava a creare personaggi memorabili. Tana French è anche meravigliosa, un genio con il linguaggio e le immagini, e per il suo modo avvincente di raccontare amo molto William Landay.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un romanzo ‘noir’ di James Crumley, si chiama The Last Good Kiss. Un amico della mia libreria locale me l’ha consigliato, e mi sto divertendo molto. Inoltre ho deciso che leggerò più libri noir.

Ti piace fare tour letterari ? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piacciono molto le presentazioni. Mi piace parlare del mio viaggio verso la pubblicazione e mi piace condividere la mia esperienza con i lettori che sono anche scrittori che stanno cercando di farsi pubblicare. E mi piace incontrare le persone che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti, è un vero onore perché mi sento in debito con loro in qualche modo. A volte non riesco a credere di essere in questa posizione, uno scrittore pubblicato con i libri che vendono, per cui questi eventi sono un segno che sta succedendo davvero! Quindi, ecco una storia: in uno di questi eventi una donna si avvicinò al tavolo dove stavo firmando i libri e mi porse il libro che aveva comprato. A quel punto, mi aspettavo che mi dicesse il suo nome in modo da poter personalizzare la firma, ma lei mi fissò. Mi sorrise e disse: “Ciao, come stai?”  Ma lei non mi disse chi era, si limitò a fissarmi. Allora io dissi: “A chi devo dedicare questo libro?” Stavo cercando di essere gentile come potevo, perché, bene, non ero sicuro di quello che stava succedendo e se non altro questa donna aveva preso il tempo e la briga di venire all’ evento. Lei mi guarda e dice: “Per me.” E poi inizia a sillabare il suo nome. E ‘a metà strada mi rendo conto, Oh mio Dio, io la conosco! Beh, avevamo lavorato insieme per un anno ed eravamo stati amici, ma erano passati un paio di anni da quando l’avevo vista e lei aveva cambiato la sua acconciatura e cambiato completamente il colore dei capelli! Ero abbastanza imbarazzato, ma lei è una grande e ha semplicemente riso.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Amo stare in contatto con i miei lettori, davvero. Rispondo personalmente a tutti coloro che sono così gentili da scrivermi, e il modo migliore per contattarmi è tramite il modulo di contatto sul mio sito, che è http://www.markpryorbooks.com (non mi piace mettere il mio indirizzo di posta elettronica direttamente su Internet, dopo ti trovi sempre un sacco di spam.)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho ancora mai visitato l’Italia, ma mi piacerebbe. Infatti, dato che il mio editore mi ha dato il via libera per ambientare i futuri libri di Hugo Marston in diverse parti d’Europa, forse l’Italia è in cima alla lista. E dove va Hugo, devo andare prima anche io per fare ricerche!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

In questo momento sto lavorando al terzo romanzo di Hugo. Si intitola The Blood Promise e sono letteralmente ad una settimana di distanza dal finire la prima stesura. Una volta finito, dovrò passare un mese a fare editing, che è sempre piuttosto faticoso. Ma poi spero di essere in grado di prendere un periodo di pausa (una settimana, due settimane …!) E poi iniziare a pensare al quarto della serie. Ho Londra e Barcellona, ​​in fila, ma ora sto pensando a Firenze? Roma? Qualche luogo in Italia dovrebbe essere il prossimo della lista, non pensi?

:: Recensione di Il libraio di Parigi di Mark Pryor (Time Crime, 2013)

15 aprile 2013
il libraio di parigi

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Il libraio di Parigi (The Bookseller, 2012) esordio del texano Mark Pryor, edito da Time Crime e tradotto da Tommaso Tocci, è una piacevole sorpresa che sono certa apprezzerete quanto ho apprezzato io. Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima, uscirà in libreria il 18 aprile, e so per certo che l’intervista che farò all’autore è la prima che concede all’estero, per cui mi sento un po’ come quei talent scout che scovano bei libri, quasi per caso.
Già leggendo la trama avevo capito che era uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto leggere: innanzitutto è ambientato a Parigi, una Parigi un po’ deformata dalla fantasia dell’autore, che si premura di dirci delle libertà che si è preso riguardo alla Storia e alla geografia dei luoghi, una Parigi vista con gli occhi di uno straniero, il protagonista è un americano nato e cresciuto in un ranch del Texas, ma pur sempre una città ricca di atmosfera, di caffè tipici, di ristoranti galleggianti sulla Senna, di bouquiniste con le loro bancarelle di libri preziosi.
Poi una sottotrama del libro ci riporta alla Seconda Guerra Mondiale, alla caccia data ai Nazisti e ai collaborazionisti nella Francia del dopoguerra. Il protagonista, Hugo Marston, una sorta di Cary Grant con gli stivali da cowboy, seppure smaccatamente americano, è decisamente simpatico, onesto, coraggioso, un po’ sbruffone ma mai quanto l’amico Tom Green, agente della Cia obeso e sboccato, sempre tentato di risolvere le cose piuttosto radicalmente, che l’aiuterà nell’indagine.
Poi siamo a Parigi, volete che non ci sia una storia d’amore con una bella parigina? E soprattutto come tutti i bibliofili più accaniti non potevo non essere affascinata del fatto che si parli di libri, di prime edizioni che possono valere 500.000 Euro trovate quasi per caso e comprate per cifre irrisorie dai bouquiniste, un’ istituzione a Parigi con tanto di sindacato e tradizioni, di libri che contengono segreti terribili rimasti sepolti per decenni, per cui si è disposti a tutto pur di ritrovarli, anche a rivolgersi senza volerlo a chi non è quello che sembra, a chi non ha remore di uccidere pur ti ottenere quello che vuole.
Tutto ha inizio una giornata di inverno nei pressi di una bancarella di libri a Pont Neuf. Hugo Marston capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti, e suo malgrado in vacanza, vaga lungo la Senna in cerca di un libro da regalare alla sua ex moglie Christine, che da poco l’ha lasciato, e  che forse vuole riconquistare. Arrivato alla bancarella del suo amico Max, un anziano bouquiniste un po’ bizzarro che conosce da anni, scova due libri interessanti: Une saison en enfer di Rimbaud con tanto di dedica a Paul Verlaine, e un Agatha Christie prima edizione. Sfoglia casualmente un Della guerra di Carl von Clausewitz, ma Max si affretta a metterlo via, dicendo che quello non è in vendita. Poi sotto i suoi occhi Max viene rapito.
Non ostante la sua testimonianza la polizia non è intenzionata a dare l’avvio all’inchiesta per la dichiarazione di alcuni che asseriscono che Max sia andato via di sua spontanea volontà. Hugo certo non ha intenzione di rimanere con le mani in mano e inizia una sua personale indagine alla ricerca del suo amico. Scoprirà di lui cose strane, che si chiama Max Koche, che la Cia ha un dossier su di lui, e che collaborò con Serge e Beate Klarsfeld, famigerati cacciatori di nazisti.
Sempre ostacolato dalla polizia, e dallo stesso ambasciatore Taylor che gli intima di non mettersi in mezzo in una storia di competenza dei francesi, troverà come alleati l’amico Tom, agente della Cia venuto a Parigi e stanco di essere stato messo a passare carte dopo una vita sul campo e la giornalista Claudia Roux, con la quale vivrà una storia d’amore e si scoprirà essere la figlia di un conte legato alla sparizione di Max. Quando altri bouquiniste vengono rapiti e ritrovati morti nella Senna, la polizia finalmente decide di intervenire e le indagini passano a Garcia, un poliziotto francese che sospetta del marcio all’interno della polizia. Quello che scopriranno grazie all’intuito di Hugo, e che di certo non vi anticipo, è un piano diabolico che spero nessun delinquente prenderà mai in seria considerazione.
A maggio in America uscirà la prossima avventura di Hugo Marston dal titolo The Crypt Thief e quello che posso ancora dirvi è che mi è venuta una voglia pazzesca di visitare Parigi. Buona lettura.

Mark Pryor è nato in Inghilterra, e lavora come assistente del procuratore distrettuale ad Austin in Texas. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Fanucci.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …