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:: Un’intervista con Dale Furutani a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2014

imagesBenvenuto Dale e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dale Furutani? Punti di forza e di debolezza.

Sono probabilmente la peggiore persona al mondo capace di dare una descrizione oggettiva di me stesso. Se costretto, direi che sono una persona comune, benedetta con opportunità eccezionali.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia biografia puoi trovarla sul sito DaleFurutani.com. In breve, sono nato nel 1946 a Hilo, Hawaii. La famiglia di mia madre era di Suo- Oshima nel Mar interno di Seto, in Giappone. I miei nonni emigrarono alle Hawaii nel 1896, dove è nata mia madre. Quando avevo cinque anni, mia madre ha sposato un caucasico che poi mi ha adottato. Ci siamo trasferiti in California, dove sono cresciuto e sono stato educato. Ho una laurea in scrittura creativa presso la California State University di Long Beach. Ho anche un MBA presso la Graduate School of Management presso l’ UCLA.
Oltre a scrivere, ho avuto una carriera imprenditoriale di successo negli Stati Uniti e in Giappone. Ho visitato il Giappone più di 30 volte e vi ho vissuto per periodi che vanno dai tre mesi ai tre anni. Oltre a svolgere consulenze, ho avuto incarichi di Marketing Manager per la Yamaha Motorcycles negli Stati Uniti e sono stato Direttore dei Sistemi Informatici di Gestione per la Nissan negli Stati Uniti. Diversi anni fa ho iniziato a dare maggior spazio alla scrittura fino a quando la malattia ha interrotto definitivamente il mio lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Il mio patrigno, che mi ha adottato, aveva un QI di 75. Nonostante queste doti intellettuali limitate leggeva sempre. Lottava duramente anche solo per leggere una rivista, impiegando un grande sforzo per capire quello che stava leggendo. Il suo sforzo mi ha fatto capire che la scrittura era un’ attività molto importante.
Ho iniziato a scrivere in quarta elementare. Ero solito stilare una lista delle parole della settimana  che poi usavo per scrivere una storia. Il mio insegnante mi ha permesso di leggere queste storie in classe e mi ricordo le reazioni positive dei miei compagni.
Quando ero al liceo ho scritto alcune poesie e alcuni testi di saggistica, e ho avuto la fortuna di vendere alcuni testi di saggistica e vincere alcuni premi locali per la poesia.
In realtà, ho scritto per la maggior parte saggistica. Ho pubblicato più di 300 articoli e tre libri.
Dopo il college ho scritto un breve racconto per vedere se riuscivo a venderlo. L’ho inviato ad una rivista e ho ricevuto una lettera di tre pagine da un editor piuttosto famoso. Era una dettagliata analisi della mia storia con suggerimenti per migliorarla. Ero così ignorante che non sapevo che questa era una cosa straordinaria per un editor che aveva ricevuto una storia non sollecitata da uno scrittore del tutto sconosciuto. Non mi rendevo conto che avrei dovuto riscrivere la storia facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’editor. Tutto quello che invece vidi era che la mia storia non era stata acquistata, così smisi di scrivere romanzi e mi concentrai sulla saggistica e nella mia carriera di affari .
Quando mi sono avvicinato ai 50 sono diventato amico dello scrittore Michael Nava. Mi piaceva parlare con lui di scrittura e dei problemi tecnici legati ad essa. Michael mi suggerì di provare a scrivere un mistery. Dal momento che questa era una cosa che avevo sempre voluto provare, l’ho fatta. Sono stato fortunato e il mio primo romanzo giallo ha avuto un agente nel giro di poche settimane, è stato venduto quasi subito, e ha vinto diversi premi (sono stato il primo scrittore asiatico-americano a vincere importanti premi di scrittura gialla), e ha ricevuto diverse recensioni positive. Non so se il mio successo nella narrativa possa essere definito lento o veloce. Dopo tutto, mi ci sono voluti quasi 30 anni per sviluppare sufficienti capacità di scrittura, acquisire abbastanza esperienza di vita, e sviluppare le conoscenze del business necessarie per diventare un autore pubblicato di narrativa.
Sono stato molto felice quando Marcos y Marcos ha deciso di pubblicare in Italia i miei libri della serie del Samurai e di Holmes. Marcos y Marcos ha una reputazione per la fiction di qualità, e vedere da parte loro tanto entusiasmo per il mio lavoro è stato davvero incoraggiante. Dovrai chiedere a Marco y Marcos, se vuoi sapere che cosa pensano di me, ma so che hanno trovato divertente che io abbia sviluppato una dipendenza dal Chinotto quando ero in Italia!

Sei il padre del personaggio di Matsuyama Kaze, un detective samurai sullo sfondo del Giappone feudale. Come ti sei avvicinato al personaggio?

Il personaggio di Kaze è motivato da tre fattori fondamentali nella cultura giapponese. Il primo è il Bushido, che è la via del guerriero. E’ una filosofia di vita dura e violenta. Il secondo è il Buddismo Soto Zen. Come tutti i tipi di Buddismo, si basa sulla compassione e serve a temperare l’asprezza del Bushido. Il terzo è l’ ideale confuciano della struttura e dell’ ordine. Kaze è spesso motivato a cercare di ristabilire l’equilibrio con il mondo intorno a lui, che gli dà un senso di giustizia. Questi tre fattori sono tutti combinati con l’amaro, e sardonico senso dell’umorismo di Kaze.

The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, ora edito in Italia da Marcos y Marcos Editore con il titolo Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, è una raccolta di racconti in cui i protagonisti sono Sherlock Holmes e un medico giapponese, il signor Watanabe. Ho avuto l’opportunità di recensirla (questo è il link: qui) Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho avuto un decennio di gravi problemi di salute, durante i quali non ho scritto. Alla fine di questo periodo, quando pensavo che la mia salute fosse tornata alla normalità, ho scoperto di avere una forma molto aggressiva di cancro. Durante la convalescenza dal trattamento per il cancro non mi sentivo di scrivere un romanzo, così ho iniziato a scrivere una serie di racconti collegati tra loro. Per queste storie ho voluto tornare alle mie radici del romanzo poliziesco (proprio come i miei libri di Matsuyama Kaze esploravano le mie radici giapponesi). Così ho riletto tutti i racconti e  i romanzi di Sherlock Holmes e ho capito che c’era un periodo mancante nella cronologia di Holmes, durante il quale fingeva di essere un norvegese di nome Sigerson che stava esplorando l’Asia. Da lì è stato un attimo portare Holmes in Giappone.

Crimini, indagini, avventure, l’incontro dell’Occidente con l’Oriente sono i temi principali. Ma c’è anche una storia di amicizia, tra due persone non così diverse. Potresti dirci qualcosa di più riguardo le trame di questi racconti?

Ho cercato di mantenere lo spirito delle storie originali di Holmes, ma facendo sì che ogni mistero avesse in sé qualcosa di tipicamente giapponese, per cui Holmes non può risolvere i vari misteri senza l’aiuto del Dott. Watanabe. Le storie coinvolgono fantasmi, il concetto giapponese del galateo, e l’umorismo che può sorgere quando culture così diverse entrano in contatto.

Cosa hai aggiunto di tuo al personaggio di Sherlock Holmes?

Holmes è un grande eccentrico. Ho cercato di immaginare come queste eccentricità potessero essere viste attraverso gli occhi dei giapponesi del 1890. Questo porta ad alcune situazioni davvero divertenti. Per quanto possibile, ho cercato di non cambiare Holmes o il suo carattere.

Ci sono progetti cinematografici tratti da questo libro? Guy Ritchie è magari interessato? Quale attore contemporaneo vedresti bene nel ruolo del Dottor Watanabe?

L’ unico interesse cinematografico per i miei libri è stato quello di cambiare i miei libri sui Samurai in western (proprio come “Seven Samurai” divenne ” The Magnificent Seven ” ). La mia esperienza con Hollywood è stata come un petardo inesploso – un sacco di emozioni quando la miccia viene accesa, senza il botto alla fine!

E per quanto riguarda il tuo stile di scrittura?

Cerco di scrivere con uno stile pulito. Ho passato un sacco di tempo nel fare in modo che ogni parola fosse la parola esatta, necessaria a descrivere quello che volevo trasmettere. Questo è probabilmente un retaggio della mia formazione di poeta . Sono sempre alla ricerca di quello che io chiamo ” il dettaglio rivelatore” che fissa una scena in luogo o nel tempo. Per le sequenze d’azione ho coreografato ogni movimento, così i personaggi si muovono da una posizione all’altra senza problemi e con grande grazia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho letto tonnellate di saggistica e molto poca narrativa. Se uno scrittore di fiction è migliore di me, ho paura che possa influenzare il mio stile. Se uno scrittore è peggiore di me, non finisco neanche il libro, perché è difficile che me lo goda ed è impossibile che possa imparare qualcosa ( tranne, forse, le cose da non fare). Amo le biografie, la storia (soprattutto la storia romana e in particolare la guerra civile americana), l’aviazione, e le auto da corsa. Uno scrittore di fiction da cui non posso stare lontano è Tony Hillerman, e ho anche riletto alcuni autori classici di fiction.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Caesar: Life of a Colossus di Adrian Goldsworthy. Mi interessa molto il periodo compreso tra Silla e Augusto.

Hai un agente letterario?

Sono stato con Sterling Lord Literistic, una grande agenzia di New York, per quasi 20 anni.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace andare in un posto e starci un po’, ma non mi piace il tipico tour dove trascorri solo un giorno o due in ogni città. Viaggi troppo e non hai abbastanza tempo per vedere le cose. Mi piace incontrare i lettori e parlare con loro (soprattutto se sono miei lettori)!
I miei libri vengono spesso regalati nelle comunità giapponesi- americane. Una volta durante una presentazione alla firma dei libri un uomo prese un mio libro e lo guardò intensamente. Pensando che potevo aiutarlo a decidere se il libro fosse un regalo adatto, dissi: ” Questo libro non contiene né violenza né sesso gratuito.” L’uomo disse: “Grazie” e prontamente mise giù il libro. Credo che avesse idee molto precise su ciò che voleva in un romanzo.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

Nel 2013 mia moglie ed io abbiamo trascorso un mese in Italia. Era la nostra prima visita e abbiamo viaggiato in diverse città grandi e piccole. La gente era molto gentile e ci siamo trovati benissimo. Il cibo italiano è il nostro genere di cibo preferito e abbiamo assaggiato molti deliziosi piatti regionali.
Ho fatto presentazioni a Roma, a Milano, a Piacenza e a Fidenza e le ho apprezzate molto. Marcos y Marcos anche organizzato una lettura di una troupe professionale di attori di ” Strane Avventure di Sherlock Holmes in Giappone ” per il suo evento del 2013 “Libri a Teatro”.
Ho trovato i lettori italiani molto intuitivi e interessati a cose che andavano al di là della trama o dei personaggi. Spesso mi facevano domande sulla cultura, sulla filosofia e sull’etica. Spesso ricevo questo tipo di reazione da parte dei lettori accademici, ma in Italia questo tipo di commenti arrivava da lettori di tutti i tipi. Nel 2014 trascorrerò due mesi in Francia, ma probabilmente non arriverò in Italia. Io e mia moglie comunque abbiamo adorato l’Italia e non vediamo l’ora di avere la possibilità di ritornarci.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Apprezzo chi usa parte del suo tempo per leggere il mio lavoro. Cerco di rispondere a tutti, a seconda della mia salute, ma di solito non riesco a impegnarmi in una lunga corrispondenza. Eppure, apprezzo moltissimo ricevere lettere e mail. Un indirizzo email è incluso nel mio sito web, DaleFurutani.com, in alternativa i lettori possono chiedermi l’amicizia e seguirmi su Facebook (“Dale Furutani”).

Grazie per la tua gentilezza. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti se c’è una nuova avventura di Sherlock Holmes in programma o altri progetti.

Ho altri progetti in cantiere. Ma non so quando sarò in grado di farli. In questo momento sono felice che il mio libro di Holmes sia disponibile in Italia.

:: Un’intervista con Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

17 marzo 2014

alcazarBenvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.

Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.

E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?

E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.

Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?

Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.

La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?

La mia Marsiglia,  è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…

Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?

Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.

Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile.  Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza.  Che ricordo hai di lei?

Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.

Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?

Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.

La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?

Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.

Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi  che non hai inserito nel tuo romanzo?

Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.

L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.

Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.

:: Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto, (e/o, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2014

mondo non mi deve nullaLise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E solo volendo esaminare a fondo le pagine, scopriamo una Rimini di viali alberati, e case da ricchi, da una parte e dall’altra case di ringhiera, balere, bar dove giocare a carte e farsi un bianchetto, oltre alla Stazione, a Rimini gente in arrivo e in partenza ce ne è sempre, dove è facile essere scippati dai ladri locali o più che altro da sudamericani e gente dell’Est “si muovono in gruppo, alcuni distraggono la vittima altri la ripuliscono”.
Racconto noir? Direi di sì, anche se non ci sono poliziotti, investigatori, sangue sparso, violenza o efferatezze. Tutto è giocato in uno scontro di volontà cadenzato da dialoghi in punta di penna, con qualche affondo che a volte graffia il lettore stesso, nello stile tipico di Carlotto. Una battaglia combattuta da due personaggi, un uomo e una donna, diversi in tutto, incontratisi per caso, complice una finestra aperta in un elegante palazzo che si affaccia su viale Principe Amedeo.
Lui, Adelmo, superati i quaranta, è un ladro per necessità, licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, c’è la crisi, in Italia licenziano tutti, per pagare mutui e bollette e mantenere la moglie, Carlina, che si spezza la schiena facendo le pulizie, si è ritrovato a fare il delinquente con poco successo, lo conoscevano tutti, in giro per Rimini con la sua bicicletta.
Lei, Lise, sessant’anni, ancora una bella donna, piena di fascino, elegante e di classe, tedesca, una vita in giro per il mondo sulle navi da crociera come croupier. Una donna abituata a convivere con le menzogne, la sua intera vita è una menzogna, anche se ha sempre vissuto nel lusso, prendendosi gli uomini che voleva, libera, senza legami o obblighi, ora si trova truffata e derubata dai risparmi di una vita dalla sua banca, la sgualdrina. Già per colpa dei derivati, solo dal nome il saggio Adelmo sentiva puzza di fregatura, ora le sono rimasti solo più 120 mila euro, tutto il necessario per vivere un anno con il tenore di vita a cui è abituata,  ma ha un’altro progetto, un progetto che potrebbe fare di Adelmo un assassino.
Una storia d’amore? Forse. Il legame che si crea tra i due protagonisti non è esente da una sottile tensione erotica, che si stempera nelle contingenze della vita, nelle sue necessità economiche, nella consapevolezza di fallimenti e sconfitte. Lise non ha più tempo per l’amore, ha preso una decisione irreversibile, consapevole che il mondo non le deve nulla, frase che ripete come un mantra. Adelmo vorrebbe costruirsi un futuro con Lise, ma non ne ha la forza, non è all’altezza di competere con i demoni interiori della donna, che sì si concede a lui, ma una volta per trattenerlo e esporgli il suo piano, una seconda volta per dare vita ad un’illusione, un sogno che da solo non basta. La voce caustica di Lise, le sue battute sferzanti, capaci di ferire e umiliare Adelmo, non trovano un contraltare della stessa forza. E in questo sbilanciamento di prospettive si gioca l’intera narrazione fin verso l’epilogo, colpo di scena compreso, in cui si sciolgono, finalmente, tensioni e drammi.
Racchiude una morale questo racconto? Difficile dirlo senza svelare il finale, posso solo dire che al dunque ogni personaggio ottiene ciò che vuole. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Sco­perto dalla scrittrice e critica Grazia Cher­chi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fug­giasco, pubblicato dalle Edi­zioni E/O e vincitore del Pre­mio del Gio­ve­dì 1996. Per la stessa ca­sa editrice ha scritto: Ar­ri­ve­­derci amo­re, ciao (se­con­do posto al Gran Pre­mio della Let­­te­ra­tura Po­­li­zie­sca in Francia 2003, finalista al­l’Ed­gar Al­lan Poe Award nella ver­sione inglese pubblicata da Europa Edi­tions nel 2006), La ve­rità del­l’Al­li­ga­tore, Il mi­stero di Man­­­giabar­che, Le ir­re­go­­lari, Nes­suna cortesia al­l’u­sci­ta (Pre­mio Des­sì 1999 e menzione speciale del­la giu­­ria Pre­mio Scer­­ba­nen­co 1999), Il corriere co­lom­­­bia­­no, Il mae­stro di nodi (Pre­mio Scer­­ba­­nen­co 2003), Niente, più niente al mondo (Pre­mio Gi­ru­là 2008), L’o­scu­ra im­men­sità della mor­te, Nord­est con Mar­co Vi­det­­ta (Pre­­mio Se­le­­­zio­ne Ban­ca­rella 2006), La ter­ra del­la mia ani­ma (Pre­­mio Grinzane Noir 2007), Cri­stia­ni di Al­lah (2008), Per­das de Fogu con i Ma­ma Sa­bot (Pre­mio Noir Eco­lo­gista Jean-Clau­de Izzo 2009), L’amore del bandito (2010) e Alla fine di un giorno noioso (2011). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sce­­neggiatore e collabora con quotidiani, riviste e mu­sicisti.

:: L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod, (e/o, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2014

attrice teheranSheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi. 

L’attrice di Tehran, (Elle joue, 2012) di Nahal Tajadod, edito in Francia da Editions Albin MichelParis,  e in Italia da e/o con traduzione di Federica Alba, è un romanzo ispirato alla vita di due donne, due artiste, un’attrice e una scrittrice, unite dall’esilio e separate da trent’anni, trent’anni fondamentali per la storia dell’Iran, trent’anni in cui tutto è cambiato, non solo politicamente.
Dalla monarchia costituzionale dello scià Mohammad Reza Pahlavi alla repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla modernizzazione forzata al più intransigente tradizionalismo religioso e sociale, alla guerra con l’Iraq, l’Iran di Nahal Tajadod, moglie dello scrittore e sceneggiatore di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière, sinologa e scrittrice, ha poco o niente di simile all’Iran di Sheyda (personaggio ispirato all’attrice Golshifteh Farahani). Niente più collegi francesi, minigonne, musica occidentale, relativa libertà di pensiero, di religione, di autodeterminazione. Tutto spazzato via dalla rivoluzione del 1979.
E proprio questi mutamenti emergono in filigrana in questo libro raro e prezioso, che si legge davvero con interesse, grazie anche alle doti narrative della Tajadod. La questione femminile nei paesi islamici per quanto in modo sommerso è una questione aperta, esiste il femminismo islamico, in molti paesi vige una sorta di matriarcato almeno familiare, esistono le lotte per la rivendicazione di diritti,  per la propria presa di coscienza. A volte queste lotte possono essere condotte nel paese di origine, nei paesi islamici più progressisti, a volte l’unica strada è l’esilio, come succede alle protagoniste di questo romanzo.
La libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione, l’uguaglianza sono tematiche fondamentali spesso negate, ma mai completamente trascurate, e la realtà è così complessa e variegata, che è bene sentire la voce di tante donne per farsi un quadro più veritiero della situazione. E questo libro, la cui sincerità impressiona e a volte sgomenta, aiuta ad aggiungere tessere al puzzle, tenendo presente che la questione femminile è comunque aperta anche in Occidente.
L’attrice di Tehran nasce come uno scambio di esperienze, di racconti di vita, anche dolorosi, anche scomodi. Sheyda la giovane e bella attrice che sceglie un abito occidentale invece del chador alla presentazione di un suo film a New York, non conosce solo il successo, l’adorazione dei fan, la possibilità di lavorare con artisti stimati e brillanti, nel suo passato ci sono ombre, un’infanzia abusata, un’ aggressione con l’acido, l’espropriazione della propria casa, gli interrogatori feroci da parte dei Guardiani della Rivoluzione, l’accusa di essere una spia della CIA.
Tutto scorre davanti ai nostri occhi fino al finale, quel volo che la porterà in Occidente, cadenzato dalla speranza che succeda qualcosa, che qualcuno la fermi, perché la sua identità culturale e l’amore per la sua terra sono più forti, della censura, della paura, dell’infelicità. Sheyda partirà, il destino ha per lei in serbo altre sfide, altri traguardi, e noi lettori in fondo ammiriamo il suo coraggio e ci domandiamo se davvero la sua esperienza possa in qualche modo aiutare a cambiare le cose per le nuove generazioni.
Come le protagoniste di questo libro, ce l’auguriamo.

Nahal Tajadod è una scrittrice iraniana, dal 1977 stabilitasi in Francia. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi. In lingua italiana è apparso, per Einaudi nel 2008, il romanzo Passaporto all’iraniana. Ora è nelle librerie un altro suo romanzo, si intitola L’attrice di Teheran ed è pubblicato da E/O.

:: Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, Dale Furutani (Marcos, Y Marcos, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2014

imagesDavvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori[1], coordinato da Paola Mazzarelli.
Che il personaggio di Sherlock Holmes abbia ispirato schiere di apocrifi non è una novità, originale invece è senz’altro lo scenario scelto da Dale Furutani, già autore di una raffinata trilogia, edita sempre da Marcos Y Marcos, con al centro le indagini di un samurai, tale Matsuyama Kaze, sullo sfondo di un quanto mai suggestivo Giappone feudale.
Dunque siamo in Giappone, tra il 1892 e il 1893, in pieno periodo Meiji, periodo in cui era imperatore Mutsuhito, famoso come fautore della progressiva occidentalizzazione del paese. Sherlock Holmes, sotto le mentite spoglie di un quanto mai fantomatico esploratore norvegese di nome Sigerson, (nel racconto L’avventura della casa vuota sarà lui in persona a svelare a Watson, la sua identità occulta), per sfuggire alla banda del professor Moriarty, dopo l’incidente alle cascate di Reichenbach, dove aveva inscenato la propria morte, vaga per l’Asia, toccando la Persia e il Tibet. E a quanto pare anche… il Giappone, stando all’affermazione che fa Holmes su un tipo particolare di arti marziali, informazione a quanto pare confermata dai taccuini di un medico, un certo dottor Junichi Watanabe, che l’autore (espediente letterario già noto al Manzoni) dice di aver ricevuto in dono da una simpatica vecchia obaasan di Karuizawa, villaggio turistico a nord di Tokyo, in cui, singolare coincidenza è possibile trovare in un giardino pubblico vicino alle scuole superiori una statua di un uomo con indosso una mantellina e un cappello ben noti.
La segretezza quindi è la maggior priorità del nostro, che appunto giunto a Yokohama fugge grandi alberghi e luoghi pubblici e trova ospitalità nella casa del dottor Watanabe, presentato dal solerte colonnello inglese Montague Ashworth, misterioso personaggio che gravita intorno alla ambasciata britannica. Sarà l’inizio di una bizzarra convivenza, (Sigerson –san sembra affatto interessato a usi e costumi giapponesi, con grande rammarico del suo ospite, quanto ad indagini e delitti), che porterà i due molto vicini ad una vera e sincera amicizia.
In otto racconti, che vanno da L’avventura dell’henna gaijin a Il caso del cuore infranto, Sigerson –san avrà modo di mettere alla prova il suo acume e il suo talento investigativo, (tenendosi lontano dalla cocaina, a quanto pare suo unico strumento per combattere la noia), in compagnia della sua guida e traduttore, sorta di Watson con gli occhi a mandorla, che del precedente assistente di Holmes conserva la qualifica di medico, le iniziali di nome e cognome e ben poco altro.
Junichi Watanabe è un perfetto giapponese del suo tempo, affascinato dall‘Inghilterra, (ma non dalla Germania), dalla medicina “olandese”, dalle modernità portate dall’occidente, ma fedele a un codice antico, appartenuto ai samurai, e all’usanze di buona educazione e discrezione, peculiari del suo popolo. Solo un bambino rende palesi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giapponese adulto e beneducato, evita la volgarità dell’esibizione di cose che debbono restare private e nascoste. E Holmes questo sembra stranamente capirlo, uniformandosi, forse grazie alla sua estrema sensibilità, a questo modo di comportarsi non del tutto estraneo al suo essere più profondo. E questa è senz’altro l’intuizione, più originale e compiaciuta, di Dale Furutani, che con uno stile semplice e pulito, ci accompagna in questo viaggio nel Giappone antico sulle tracce di un incontro che tramite la stima reciproca e la curiosità, si trasforma inaspettatamente in qualcosa di più, capace di avvicinare oriente e occidente.
Per chi già conosce lo stile di Furutani, sicuramente una piacevole conferma, per chi come me si avvicina per la prima volta a questo autore, una scoperta davvero gradita.         

Dale Furutani. Originari dell’isola di Oshima, a sud di Hiroshima, i Furutani si stabiliscono alle Hawaii quando Dale è ancora in fasce. L’esercito americano confisca al nonno — sospettato di essere una spia — il peschereccio di famiglia, e i Furutani si trovano in condizioni precarie. A cinque anni, Dale viene adottato da una famiglia americana e si trasferisce in California. Nonostante i pregiudizi razziali di cui è vittima durante gli anni scolastici, Dale si mette in luce e si laurea brillantemente. Fonda una propria società di consulenza, poi entra nella grande industria, diventando un alto dirigente della Nissan Motors Usa. Passa più tempo che può in Giappone, intanto: la terra d’origine di cui cerca di cogliere l’essenza rendendola materia delle sue storie. Nel 1993, pubblica con successo Death in Little Tokyo, è finalista in numerosi premi, ed è il primo scrittore asiatico a vincere il prestigioso Anthony Award. Con Marcos y Marcos ha pubblicato la fortunata trilogia che ha per protagonista il samurai Matsuyama Kaze: Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun.


[1] Traduzione dall’inglese realizzata dagli allievi della scuola di Specializzazione in traduzione editoriale Tuttoeuropa, Torino – corso 2012- 2013, lingua inglese: Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci, e Angela Tursi.

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.

:: Giuseppe – Il padre di Gesù, Gianfranco Ravasi, (Edizioni San Paolo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2014

giuseppeLa figura di San Giuseppe mi ha da sempre affascinato, per cui ho colto l’occasione di leggere Giuseppe – Il padre di Gesù di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, con un misto di curiosità e aspettativa, e devo ammettere che sono tante le cose che ho appreso, alcune decisamente lontane dall’iconografia classica. Giuseppe, c’è poco da dire, è una figura misteriosa, circondata da un‘aura di riserbo e di silenziosa discrezione. Cosa sappiamo realmente di lui? Dai vangeli canonici poco, appare più come una figura dimessa, sullo sfondo della vita di Gesù, di Maria e degli apostoli. Sappiamo che era un uomo giusto e gentile, di età in un certo senso avanzata, dotato di una fede forte e profonda (messaggeri divini gli apparivano in sogno e lui non esitava a eseguire cosa gli veniva comandato) e di un certo coraggio, fidanzato e poi sposo di Maria, padre legale di Gesù, un gran lavoratore, un falegname, discendente della stirpe di Davide sebbene la sua condizione sociale fosse modesta. Ravasi comunque non si limita a presentarci la figura di Giuseppe che emerge dai vangeli canonici, e qui sta sicuramente la parte più interessante del libro, ma aggiunge anche notizie tratte dai vangeli apocrifi, quei testi anche molto antichi che non rientrano nei testi giudicati dalla chiesa di ispirazione divina. In appendice troviamo per esempio il testo integrale della Storia di Giuseppe il falegname, testo apocrifo in cui viene descritta la morte di Giuseppe, e apprendiamo per esempio che era vedovo quando sposò Maria e già padre di numerosi figli (i celebri fratelli di Gesù?). O a pagina 46, notizie tratte dal Vangelo arabo dell’infanzia, da cui apprendiamo i nomi dei due condannati che saranno crocifissi con Gesù a Gerusalemme, e le circostanze un po’ avventurose del loro incontro precedente in Egitto con la sacra famiglia. Curioso il capitolo intitolato Un falegname high-class in cui Ravasi riporta la polemica tra chi “vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverlo al rango della media borghesia”. Polemica della quale ero del tutto all’oscuro. Naturalmente è un testo scritto da un teologo, che riporta versetti e citazioni bibliche, ma con una certa leggerezza che permette anche ai meno avvezzi ai testi teologici di trovare spunti di riflessione interessanti. Curioso per esempio anche l’accostamento tra Lenin  e San Paolo di pagina 65, che non vi anticipo, lo scoprirete durante la lettura, o l’elenco di rappresentazioni pittoriche in cui appare l’effige di Giuseppe. Bella per esempio la copertina con la riproduzione di San Giuseppe con Gesù bambino, 1640-1642, di Guido Reni. Sebbene sia un testo relativamente breve, perfetto come regalo per la festa del papà, Giuseppe – Il padre di Gesù racchiude un ritratto approfondito della figura di Giuseppe, con un occhio all’universo bliblico e un altro alle tracce culturali, come sintetizza lo stesso autore nell’ introduzione. Letto in un pomeriggio, senza sforzo grazie a uno stile semplice e discorsivo, privo di asperità.                  

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato ordinato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Il 20 novembre 2010 è entrato a far parte del Collegio cardinalizio. Tra le opere pubblicate presso le Edizioni San Paolo segnaliamo la “trilogia” Che cos’è l’uomo? (2011), Chi sei Signore? (2011) e Dove sei, Signore? (2012), come pure il commento ai Salmi (20072) e quello al Qohelet (20085). Per il Gruppo San Paolo ha diretto opere di prestigio come la Bibbia Via, Verità e Vita (2009), i diversi volumi della Nuova Bibbia per la Famiglia (2009) e il Dizionario Temi Teologici della Bibbia (2010).

:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Un’intervista con Arne Dahl a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2014

image001Benvenuto Jan, e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di scrivere. Jan Arnald è il tuo vero nome. (Arne Dahl è il tuo pseudonimo.) Raccontaci qualcosa di te. Scrittore, giornalista, critico e editor. Chi è Arne Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’invito. Arne Dahl è una parte importante di me. E’ il ragazzo che scrive, indubbiamente. Ma non proprio. Io sono un’ unica persona naturalmente, ma scrivo con due nomi diversi, a seconda del genere. Senz’altro è vero che AD è la parte più produttiva di me. L’altra parte, Jan Arnald, appartiene al mondo della letteratura alta, e lui è molto più lento.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Stoccolma, ero il maggiore di tre figli, e i nostri genitori erano entrambi insegnanti. Eppure non ho ricevuto un’educazione unicamente intellettuale, per lo più era importante lo sport, davvero, così ho dovuto nascondere le mie preferenze letterarie per un po’. Forse ho iniziato troppo presto a leggere romanzi polizieschi e mi sono piaciuti molto. Comunque ho iniziato seriamente a occuparmi di letteratura – all’università a circa ventun’ anni –. Ho subito abbandonato la crime fiction e mi sono dedicato alla cosiddetta letteratura alta. Ci sono voluti quindici anni per tornare alla letteratura poliziesca.

Hai lavorato come giornalista per il quotidiano svedese Dagens Nyheter. Ho intervisto un altro scrittore svedese, Håkan Östlundh, che lavora come giornalista per il tuo stesso giornale, perciò questo nome non mi è nuovo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ero soprattutto un critico letterario, e ho scritto davvero tanto per ricordare tutto. Ma mi ricordo chiaramente la prima intervista che feci ad un grande intellettuale. Era l’ autunno del 1989, avevo venticinque anni, ed ero estremamente nervoso quando incontrai, nella hall di un albergo di Stoccolma, il meraviglioso Umberto Eco. L’intervista con il filosofo italiano, davvero paziente e riflessivo, durò due ore e mi ricordo che pensai: quando sarò più vecchio voglio essere come quest’uomo, saggio e loquace e alla mano senza le maniere di una diva. E ‘stato anche uno dei fattori chiave che molto più tardi mi hanno trasformato in uno scrittore di crime. Non sarebbe mai potuto accadere senza ” Il nome della rosa “.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto davvero molto in una fase molto precoce della mia vita, intorno ai 13-14 anni, quando non facevo sport, come i miei fratelli minori. Ho smesso, tuttavia, e in realtà stavo studiando per diventare un ingegnere quando improvvisamente mi sono reso conto che la letteratura rappresentava per me il senso della vita. Scherzi a parte. Avevo diciannove anni quando presi la decisione. Non più scienza, non più tecnologia, solo letteratura, arte, e filosofia.

Sei il creatore di un gruppo immaginario di investigatori svedesi, chiamato A group, protagonisti della tua prima serie poliziesca, che ti ha dato una grande celebrità internazionale. Ora Paul Hjelm, il personaggio principale, torna in una nuova serie, la serie OpCop. Un tipo di poliziesco innovativo, nell’era di internet e della globalizzazione, che verte sulla internazionalizzazione della criminalità, e sulla conseguente internazionalizzazione delle forze moderne di polizia. Pensi che la narrativa aiuti a riflettere meglio sulla realtà?

O sì. La Fiction è troppo spesso sottovalutata come strumento per analizzare più in profondità la realtà. La Fiction è troppo spesso considerata anche come una sorta di fuga dalla realtà. Ma non c’è modo migliore di andare sotto la pelle della realtà apparente che la finzione. La Fiction ti insegna come far fronte a ciò che può accadere realmente e ti permette di indossare i panni di altre persone. E ‘ il modo migliore per collegare tutti i punti della realtà e trasformarli in una storia valida. Penso che in realtà ti permetta di diventare anche un po’ più saggio. Se leggete con attenzione …

Chinese Whispers (Titolo originale: Viskleken ), ora uscito in Italia grazie a Marsilio Editore con il titolo Brama, è il primo romanzo poliziesco della serie OpCop. Ho avuto l’opportunità di recensirlo qui. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

Ti sono molto grato, mi sembra una recensione molto ben argomentata. Grazie mille per questo. Il punto di partenza è stato che avevo trascorso una decina d’anni scrivendo polizieschi, in tutto undici libri, sulla criminalità svedese, e mi sono accorto che questo approccio nazionalistico non era più sufficiente. Volevo analizzare la criminalità internazionale, la criminalità europea, come è nella vita reale. Nessuna grande criminalità organizzata è più nazionale. E ‘ sempre internazionale. E il confine tra il legale e l’attività illegale è sempre più difficile da distinguere. Così ho deciso di scrivere qualcosa sui crimini che avvengono in Europa.

Tra le cose che mi hanno colpito di più: la tua conoscenza della mafia italiana, (la mafia cinese o russa è sicuramente internazionalmente più nota che l’Ndrangheta), l’uso di Twitter per piazzare una trappola, il piano per rovinare finanziariamente la Lettonia, per poi comprarla a buon mercato. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fa tutto parte di un quadro più ampio, dove le grandi imprese – legali e illegali – hanno iniziato a lavorare insieme. E fondamentalmente il romanzo parla di democrazia e umanesimo. Possiamo davvero creare un’ Europa senza credere nella vera democrazia? Il punto di partenza è stato la grande crisi finanziaria del 2008-09, dove era evidente il fatto che così tante grandi banche (non solo svedesi) sono riuscite a distruggere praticamente un certo numero di paesi più piccoli. La Lettonia è sopravvissuta, e da allora i problemi si sono spostati a sud. E davvero tutto si riduce all’ avidità.

Non c’è un protagonista, ma un gruppo di dodici elementi. Quanto è difficile gestire così tanti personaggi ?

Sin dall’ A Group,  sono abituato ad una prospettiva collettiva. Penso che abbia molti vantaggi rispetto alla prospettiva singola. È possibile spostarsi molto più velocemente da un luogo all’altro nel mondo globalizzato, per esempio. Mi dà l’opportunità di fare un ritratto molto migliore di un’Europa con così tante culture diverse, rispetto a ciò che mi permetterebbe una sola prospettiva. Ma naturalmente è importante far sì che tutti i personaggi siano realmente vivi e tridimensionali. Penso comunque che si ottenga una miglior aderenza alle dinamiche del mondo contemporaneo, con più personaggi.

Il romanzo è ambientato tra l’Europa e gli Stati Uniti d’ America. Puoi descriverci questo scenario?

E’ coinvolta una banca d’investimenti americana, la mafia russa e italiana sono coinvolte; e una grande rete di crimini sono intrecciati. Quindi andiamo a Londra, a Riga, a New York, in Italia, a Berlino – per seguire il denaro. Tutto inizia a Londra, con il grande vertice dei G20, avvenuto nel aprile del 2009, quando Barack Obama fece la sua prima apparizione internazionale. Due persone tra la folla – indipendenti l’una dall’altra – stanno, per ragioni diverse, cercando di entrare in contatto con il nuovo, promettente giovane presidente americano. Questo è il punto di partenza.

Progetti di film tratti da questo libro?

I primi cinque libri della mia prima serie (compresi i quattro precedentemente tradotti in italiano) sono stati trasformati in una serie TV che è stata trasmessa in tutto il mondo, dal Giappone alla BBC in Inghilterra, e gli episodi tratti dai seguenti cinque libri saranno girati quest’anno. Tutto sommato sarà una serie di 20 episodi basata su 10 libri. Ancora niente per Brama – ma ho un contratto per un film tratto da questo romanzo, quindi c’è speranza .

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certamente. So per certo che autori svedesi come Sjöwall / Wahlöö e Henning Mankell mi hanno influenzato, ma oggi leggo soprattutto crime fiction in lingua inglese. Alcuni tra i miei preferiti sono James Ellroy, Denis Lehane, Peter Temple, Don Winslow, Ian Rankin, Mark Billingham, Val MacDermid… E i miei buoni amici svedesi Roslund / Hellström e Håkan Nesser.

Il tuo romanzo è diverso dal tipico thriller scandinavo lento e introspettivo, è più simile ai thriller americani per ritmo e azione. E’ una scelta voluta?

Pensavo che la tradizione scandinava stesse cominciando a diventare molto omogenea. Tutto doveva essere scuro e cupo e – come tu dici – lento e introspettivo. Sentivo che avevo bisogno di altre dinamiche, e credo veramente di aver imparato molto di più dagli scrittori americani (e dalle serie TV) che dalla tradizione scandinava. Oggi mi considero più un europeo che uno svedese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

L’ultimo di Denis Lehane.

Hai un agente letterario?

Sì, è assolutamente necessario quando si è tradotti in 30 lingue. Altrimenti non ci sarebbe più tempo per scrivere.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri .

Sì, moltissimo. Di solito viaggio con mia moglie e cerco di fare più esperienze possibile, combinandole con le ricerche per i miei libri. Un sacco di posti in cui ho viaggiato compariranno prima o poi nei miei libri. Ho fatto, per esempio, un viaggio molto particolare e bello in Giappone con giornate piene di interviste per la Tv e i Magazine, e alcuni grandi reading a Tokyo. Poi sono stato ad Osaka, dove avrei dovuto parlare all’università. Avevo preparato il mio discorso in inglese, ma quando sono arrivato nell’aula magna, mi sono reso conto che tutti i giapponesi presenti parlavano svedese! Così ho pronunciato un discorso in svedese, ad Osaka. E ‘stato un po’ surreale.

Come è  il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Oggi ho un rapporto molto attivo con i miei lettori, soprattutto attraverso Facebook . Curo la pagina di Arne Dahl su Facebook io stesso, e i lettori possono chiedere quello che vogliono, e io rispondo sempre. È https://www.facebook.com/ArneDahl.Crimefiction

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Senza dubbio. Sono stato in Italia diverse volte come scrittore (per non parlare come turista, mi piace molto l’Italia). L’ultima volta sono stato al Festival del poliziesco un anno fa a Senigallia, e questa primavera verrò a Venezia per il Venice International Literary Festival – Incroci di civiltà –  il 3-5 Aprile. Vorrei anche venire a Cremona per il festival – Le Corde dell’Anima – dal 30 Maggio al 1 Giugno. Sarà fantastico come sempre.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri. Ora so che sei impegnato a scrivere il tuo quarto romanzo della serie OpCop, che  dovrebbe essere pubblicato in Svezia nel mese di giugno. Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo della serie OpCop?

Grazie per le belle domande. Sì, sto finendo proprio adesso il nuovo OpCop, è stato un lavoro complesso, un ritratto piuttosto unico (mi permetto di crederlo) della criminalità internazionale. Così ora sono un po’ perso. Ma presto inizierò un nuovo progetto, sempre un crime, ma separato dalla serie, con non tanti personaggi principali. Tornerò alle radici della letteratura poliziesca. E credo che avrete il secondo OpCop in lingua italiana entro un anno o giù di lì …

:: La legge della notte, Dennis Lehane, (Piemme, 2014)

15 febbraio 2014

la-legge-della-notte-di-dennis-lahane-L-kGe805La legge della notte (Live by Night, 2012) pubblicato in quest’inizio 2014 da Piemme, è una classica gangster story,  (ambientata nell’arco di una decina d’anni, dal 1926 al 1935, tra Boston e Cuba), che ci porta nell’America degli anni del Proibizionismo, tra  distillerie clandestine, speakeasy, bootlegger, gangster, e famme fatale. Periodo, il Proibizionismo, che sembra aver vissuto un grande revival in questi ultimi anni, forse grazie al film, Il grande Gatsby, diretto da Buz Luhrmann, o al fatto che il periodo di crisi che stiamo vivendo ci porta direttamente nel 1929. Sta di fatto che di libri ambientati in questo periodo ce ne sono stati davvero tanti da La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, a Unamicizia pericolosa di Suzanne Rindell, a Pieno giorno di JR Moeringer, sono i primi che mi ricordo, ma ce ne sono molti altri.
Tradotto da Stefano Bortolussi e romanzo dell’anno al Edgar Awards 2013, La legge della notte è il secondo volume di una trilogia (ma i libri potrebbero essere anche quattro) dedicata da Dennis Lehane ai Coughlin, una famiglia di poliziotti irlandesi nella Boston di inizio Novecento. Nel novembre del 2009 Piemme aveva già pubblicato il primo episodio Quello era l’anno (The Given Day, 2008), ma chi se lo fosse perso non tema, lo può recuperare anche in seguito, questa è una saga in cui ogni libro si può leggere come standalone con lo stesso divertimento.
Personaggio principale è Joseph “Joe” Coughlin, classica pecora nera, un ragazzo, e poi uomo, che decide di mettersi dall’altra parte della legge, diventando prima ladro poi vero e proprio gangster, anche se si considera più un fuorilegge che un semplice criminale, con un guizzo di orgoglio e fierezza. Le ragioni di questo suo  passaggio al lato oscuro ci riportano forse al suo rapporto conflittuale col padre, e alla sua infanzia, in una ricca e benestante famiglia della Boston bene, ma povera di affetti e caratterizzata da un vuoto e una disperazione che solo in parte il protagonista cercherà di esorcizzare prima nell’amore per la bella Emma Gould, e poi per la moglie Graciela Corrales.
L’autore di Shutter Island – L’isola della paura e Mystic River – La morte non dimentica, sembra voler dipingere un affresco di un’ epoca, sì ormai lontana, ma nello stesso tempo fondamentale nella storia americana. In fondo la parabola e l’ascesa di Joe Coughlin non è altro che il racconto di un uomo che insegue il suo sogno (americano) di felicità in un mondo in cui dominano corruzione, violenza e insensatezza, e Joe una sua morale la conserva, forse solo non piegata alle leggi comuni di rispettabilità e onestà, per cui la sua dimensione di eroe la conserva, seppure il retrogusto amaro non scompare. Tra bische clandestine, bordelli, distillerie d’alcool, fabbriche di tabacco, in compagnia di poliziotti corrotti, mafiosi italiani, guerriglieri cubani, gangster irlandesi e associazioni criminali ebraiche, il destino o chi per lui ha in serbo per Joe prove durissime, dal pestaggio da parte della polizia, al carcere, al tradimento di un amico, alla lotta contro Albert White, il boss di Boston, l’uomo con cui divideva l’amore della bella Emma Gould.
Infine, per concludere Leonardo Di Caprio ne ha comprato i diritti e Ben Affleck dovrebbe dirigere la trasposizione cinematografica. Il canovaccio è ottimo per una storia di violenza, solitudine, amore e ascesa di un gangster forse per caso, a cui il destino sembra togliere molto di più di quello che dà.          
Il suo prossimo libro World Gone By, uscirà nel marzo del 2015.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2014
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Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé.
McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui.
E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori.
Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere.
Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa.
Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti.
Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa frase, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre.
Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia.
In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente.
Non questa volta.
Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto.
McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni.
Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge.
Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama.
Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti.
Come andrà  finire? Non è difficile supporlo.
McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo.
Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70).
Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn.
Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Brama, Arne Dahl, (Marsilio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2014

image001Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A,  serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso.  Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.                     

Arne Dahl, tra i cinque candidati all’European Crime Fiction Star Award per il suo diffuso riconoscimento internazionale, è lo pseudonimo di Jan Arnald (1963). Editor, scrittore, critico letterario, a Stoccolma collabora con l’Accademia di Svezia e cura una rubrica sul «Dagens Nyheter». Autore di romanzi e racconti, ha raggiunto le classifiche internazionali con la serie del Gruppo A, di cui Marsilio ha pubblicato quattro episodi.