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:: Un’intervista con Paolo Cortesi, autore de Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries a cura di Giulietta Iannone

7 luglio 2014

cortesi_250X_Benvenuto, Paolo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Raccontaci qualcosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo background, del tuo esordio come scrittore.

– Liceo classico, laurea in filosofia, alcuni anni come insegnante: tutto molto normale. Nelle mie note biografiche non posso scrivere nulla di intrigante, come quelli che dopo aver fatto tutt’altro (cercatori di diamanti, cantanti, calciatori, fachiri, eremiti, pittori ecc. ecc.) regalano al mondo i loro capolavori letterari. Resto ammirato da chi può scrivere “vive tra New York e Londra” (e mi chiedo: ma questo vive in mezzo all’Oceano?). La sola cosa un po’ fuori dal consueto che posso dire è che ho scritto il mio primo “romanzo” (!?) a otto anni. Lo feci leggere al mio maestro. Me lo restituì corretto, tutto coperto di segni rossi: ci restai di pietra.
Il primo romanzo (questo vero, senza virgolette) è stato “Il fuoco, la carne”, Premio Todaro Faranda 2003. Poi è arrivato “Il patto” (Nexus), e poi ancora “La velocità dei corpi” (Piemme).
Ho pubblicato molti saggi di storia. La mia biografia “Cagliostro” (Newton Compton) ha vinto il Premio Castiglioncello nel 2005.
Per i pochi benemeriti che volessero sapere qualcosa di me e dei miei libri, non mi resta che segnalare il mio sito http://www.paolo-cortesi.com

E’ appena uscito per Piemme, in una collana esclusivamente di ebook chiamata Originals, il romanzo breve Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries. Un giallo storico ambientato nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective, più che altro per necessità. Come è nata l’idea di scrivere questo racconto? Quale è stato il punto di partenza nel processo narrativo?

– Era una domenica pomeriggio di molti mesi fa. Ero in auto con Michela, la mia compagna, e stavo pensando con lei, ad alta voce, su quale poteva essere la trama di un giallo originale. Pensai che l’ingrediente più indispensabile per un giallo davvero insolito doveva essere il protagonista, del tutto imprevedibile. Volevo scrivere un giallo in cui realtà e fantasia fossero strettamente mescolati. Volevo un personaggio storico, reale, al centro della vicenda. Chi poteva essere l’antidetective per eccellenza? Insomma: quale figura era la meno probabile, e dunque la più suggestiva, come investigatore? Marcel Proust mi balzò in mente come se mi fosse stato suggerito da qualcuno. L’idea del romanzo mi venne in mente proprio mentre ci trovavamo davanti al cimitero di Cesenatico, dove riposano Marino Moretti, uno dei più grandi poeti del Novecento, e Dante Arfelli, uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo dopoguerra: per scherzo, ed anche per civetteria, dico che la trama me l’hanno trasmessa loro telepaticamente…

Come ti sei documentato per ricostruire la Parigi del 1912, quali libri hai letto, quali film, fotografie, documentari hai visionato?

– Conosco veramente bene Parigi, è la città che conosco meglio dopo quella in cui vivo. Ho letto molti libri sulla storia di quella straordinaria città, ed in particolare sono state utilissime le guide turistiche dell’epoca. Le fotografie di inizio secolo (il secolo scorso) di Atget sono state fondamentali per poter possedere l’atmosfera, il sapore di Parigi nel 1912.
E davvero utili sono stati i film muti girati da Louis Feuillade fra il 1913 ed il 1914, che hanno per protagonista Fantomas.
Sono stato quanto più fedele possibile alla realtà storica. Un esempio: in un punto del romanzo, si parla di una ditta di taxi e noleggio auto, la Comoy et Perrin: bene, quella ditta esisteva davvero: ne ho ricavato il nome dal Baedeker di Parigi del 1911.

Perché tra tutti i personaggi storici hai scelto proprio Proust? Che legame ti unisce a questo scrittore?

– Proust lo si ama o lo si subisce: in ogni modo, non può lasciare indifferente uno scrittore. Non è il mio autore preferito (leggendo la tua recensione ho capito che te ne sei accorta), ma è sicuramente una presenza letteraria con cui si devono fare i conti. Certe sue pagine miracolosamente raffinate, istoriate, vertiginosamente impeccabili, fitte di intarsi e di volute come vetrate di chiese gotiche fanno dimenticare pesantezze e puntigli in cui l’uomo zittisce l’artista.
Mi piaceva avere Proust nel mio romanzo e farlo muovere come credevo che fosse nella vita: generosissimo e sospettoso, mite e inflessibile, acuto e smarrito, fragile e tenace: insomma, uno scrigno di contraddizioni ma con una luce interiore, con un dono meraviglioso che si può chiamare solo Arte (e nota che la A maiuscola qui non è senza significato).

La storia inizia con un invito che riceve Proust da parte di un gruppo di amici altolocati, nobili, militari d’alto grado, borghesi facoltosi, attribuitosi il titolo goliardico di gaudenti – che hanno organizzato, tutto nella massima segretezza, un festino particolare, eccentrico direbbe uno dei personaggi. Proust arriva tardi all’appuntamento e il giorno dopo scopre…

-Scopre che i suoi quattro amici gaudenti sono stati trovati cadaveri all’alba, da un netturbino; ciascuno con la gola tagliata da orecchio a orecchio, i polsi legati, allineati su un prato del giardino delle Tuileries. E Proust comprende, presto, che la quinta vittima sarebbe dovuta essere lui.

Per sottolineare il clima omofobo che vige anche dell’alta società della Belle Époque, utilizzi termini dispregiativi come “invertiti” e “pederasti”. Come ti sei documentato per ricostruire la situazione degli omosessuali in questo periodo?

-Esiste un bel saggio che si intitola “Proust in love” di William Carter (edito da Castelvecchi); lì ci sono molte notizie sul mondo omosessuale in cui viveva e si muoveva Proust.
Tengo a precisare che io descrivo una situazione sociale, non la giudico. E se comunque dovessi farlo, darei tutto il mio sostegno a persone che furono perseguitate per i deliri moralistici di una società classista che ammetteva ogni “perversione” nei ricchi e puniva nei poveri, come colpa atroce, le stesse scelte sessuali.

Hai scelto di cambiare i nomi dei domestici di Proust, che nella tua storia si chiamano Octave e Jeanne. Octave è un anarchico, un difensore della lotta proletaria. Ti sei ispirato al vero servitore di Proust o è una tua invenzione?

– I veri domestici di Proust, cioè quelli più lungamente al suo servizio, erano Celeste e Odilon. Celeste scrisse, o meglio dettò, un libro di memorie, o meglio di venerazione della memoria del suo amatissimo Monsieur Proust. La mia Jeanne si ispira a lei: votata a Marcel che considera un eterno malato bisognoso di cure amorevoli. Octave, invece, l’ho immaginato anarchico, esasperato dalle ingiustizie sociali, in contrasto con la moglie. In effetti, nella Parigi dei primi del Novecento, gli anarchici non erano pochi, nonostante la repressione capillare e durissima (proprio nel 1912 verrà ucciso dalla polizia Jules Bonnot, il capo della banda di rapinatori anarchici; ma loro si definivano “recuperatori”). Octave, arrabbiato e deluso, è un personaggio che -a mio parere- movimenta la storia e che dà alla ricostruzione un dettaglio veritiero in più.

Non anticipo certo il colpo di scena finale, ma rassicuro i lettori che sebbene per buona parte del racconto non si sa bene dove si andrà a parare, poi tutto torna e tutto si spiega. E’ davvero un intrigo che metterà a dura prova i lettori che di solito scoprono sempre chi è l’assassino. Come hai avuto l’ispirazione per questo finale?

-Come ti dicevo prima, la trama si è sviluppata anello dopo anello, a partire dall’idea di base: Proust coinvolto in una storiaccia di morti ammazzati amici suoi che, come lui, si concedevano -con mille precauzioni perché personaggi di spicco- si concedevano piaceri “proibiti”.
Direi quindi che la trama, nel suo intreccio, ha seguito il corso verosimile degli eventi a partire da un episodio tragico e misterioso. Volevo che il lettore non avesse alcuna idea delle vere cause di ciò che accadeva; volevo che il lettore si sentisse come colui che entra in un cinema a film iniziato: vede immagini, ascolta dialoghi ma tutto pare non avere collegamento con il resto. Il coup de theatre finale è quello che più mi ha divertito: l’apparizione in scena di un personaggio storico famosissimo (scommetto che non ci sarà un solo lettore che non ne abbia sentito il nome almeno una volta) che risolve l’intrico, ma non da osservatore esterno, bensì da protagonista, certo in un ruolo che nessuno sospetterebbe. E che ovviamente non svelerò neppure sotto tortura.

Grazie Paolo della disponibilità nel salutarti mi piacerebbe sapere se sono previste altre avventure del tuo Marcel Proust detective?

-Sai che pensavo proprio ad un thriller in cui tornano Marcel, Octave, Jeanne, Reynaldo? I presupposti per continuare ci sono tutti. E se il pubblico mi dà fiducia, sarei felicissimo di raccontare ancora una avventura gialla di Proust…

Gentili lettori, l’autore si presta a rispondere ai vostri commenti o alle vostre eventuali domande. Se avete delle curiosità potete scriverle nei commenti a questo post.

:: Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, Paolo Cortesi (Piemme, Originals, 2014) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2014

cortesi_250X_Molti scrittori, tra cui numerosi autori di gialli, hanno eletto a protagonista delle loro narrazioni personaggi storici realmente esistiti, da Aristotele a Platone, da Dante a Machiavelli, improvvisamente diventati detective per accontentare i gusti dei lettori che amano sia i romanzi storici, che appunto i gialli più deduttivi. Paolo Cortesi ha scelto Marcel Proust e per l’occasione ci porta nella Parigi del 1912, ricreata con dovizia di particolari e un raffinato gusto per l’intrigo e il coupe de theatre, che sul finale metterà in gioco un altro personaggio storico, arrivato provvidenzialmente sulla scena.
Che gli scrittori siano ottimi osservatori, e perciò ottimi investigatori, è un’intuizione che ci accompagna per tutta la lettura di questo breve romanzo, (niente più che 150 pagine, a caratteri grandi) e piacevolmente getta una luce, trasfigurata dalla fantasia, su uno scrittore che partendo da una madeleine, un delizioso dolce a forma di conchiglia, ha ricreato un mondo, che altrimenti sarebbe andato perduto, facendo rivivere l’ alta società della Belle Époque.
L’omosessualità di Proust non è un mistero, come non è un mistero il clima omofobo che gravava, almeno apparentemente, su quella società. L’omosessualità era un segreto da custodire, l’amore omosessuale un piacere proibito, che portava con sé solo vergogna e disonore. E da questo clima persecutorio nasce lo spunto per raccontare la storia narrata in Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries.
Un piacevolissimo divertissement, narrato con leggerezza e brio. Marcel Proust ne esce un po’ malconcio, ma indubbiamente l’autore lo descrive come un uomo buono, generoso, certo con le sue fisime, i suoi vezzi, la sua eccessiva gelosia che trasformerà un amore in un’ amicizia, ma capace di dare 500 franchi a una vedova di un taxista sola con due figli piccoli. Oltre a Proust altri due personaggi prendono la scena: i due domestici Jeane e Octave. Lei fedele, gentile, quasi materna; lui anarchico non redento, convertitosi alla lotta sociale contro i ricchi e socialmente dominanti, ma capaci di correre in soccorso del ‘padrone’, quando aveva spergiurato che mai l’avrebbe fatto se l’avesse visto con un coltello alla gola.
Della trama dico poco, il racconto è così breve che vi rovinerei il piacere della lettura, ma posso dirvi che la curiosità che mi ha spinto a leggerlo è stata ampiamente ricompensata.

Scrittore e saggista, Paolo Cortesi è nato a Forlì, dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi saggi di storia della cultura occidentale (il più recente è Medioevo sconosciuto, Nexus) ed è autore del programma televisivo Testimoni, trasmesso da Rai Storia. Il suo romanzo d’esordio, Il fuoco, la carne (Perdisa), ha vinto il Premio Todaro-Faranda nel 2003, mentre con la biografia Cagliostro (Newton Compton) si è aggiudicato il Premio Castiglioncello 2005. Ha pubblicato i romanzi Il patto (Nexus) e La velocità dei corpi (Piemme), che hanno ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Il suo sito è http://www.paolo-cortesi.com

:: Albergo Italia di Carlo Lucarelli (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 luglio 2014
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A sei anni da L’ottava vibrazione, romanzo sperimentale metà storico e metà noir sulla disfatta di Adua, Carlo Lucarelli torna in libreria, sempre per Einaudi, con un nuovo romanzo del cosiddetto ciclo coloniale dal titolo Albergo Italia. Un agile volumetto, su per giù 120 pagine, più un racconto lungo che un vero romanzo, pubblicato in collaborazione con L’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicenetenario dei Carabinieri. Un’opera su commissione, forse, sta di fatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità narrativa di questo autore che più che altro conoscevo per apparizioni televisive, articoli giornalistici e sceneggiati tratti dai suoi libri (De Luca e Coliandro).
Sull’originalità della trama avrei qualche riserva, troppi punti in comune con l’opera di un altro scrittore italiano specializzato in noir coloniali, ma non ho prove per affermare che Lucarelli sia stato influenzato da questo autore, solo un senso di dejavu. Poi L’Ottava vibrazione, in cui appare per la prima volta il personaggio di Colaprico, apparve in tempi non sospetti, nel 2008, quando anche l’altro autore iniziava i primi passi. Coincidenze? Forse più che altro frutto del junghiano immaginario collettivo.
Dunque siamo ad Asmara, nuova capitale della colonia d’Eritrea, Africa Orientale, nell’ultimo anno dell’Ottocento. La disfatta di Adua è ancora nell’aria come memento di una fallimentare impresa coloniale, che sembra così inadatta all’ indolente popolo italico. Ma anche l’ostinazione non manca e cosa c’è di meglio che erigere un nuovo albergo, il più grande, il più moderno, il più elegante – e ancora l’unico – della nuova Asmara, per testimoniare la grandezza, e i sogni di gloria di un popolo che bada al sodo, agli affari, agli investimenti che la madrepatria avrebbe fatto in colonia. E dove c’è ricchezza, c’è corruzione, e molto spesso delitti.
E proprio il giorno dell’inaugurazione dell’Albergo Italia, battezzato da una violenta grandinata, viene rinvenuto il corpo nudo e appeso per il collo alla ventola del soffitto, di Farandola Antonio, di anni 46, residente a Torino, professione tipografo. Un apparente suicidio a funestare l’allegria della festa, con ospite di eccezione pure sua eccellenza il governatore in giro per le colonie prima del suo ritorno in Italia, non ci bastava la grandine. Ma un suicidio non è. Ci mette poco lo zaptiè Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico, incaricato delle indagini, a capirlo. Manco la punta dei piedi del morto ci arriva allo sgabello, particolare che non sfugge pure al militare italiano, forse solo un attimo dopo.
E’ così che inizia Albergo Italia, anzi sarebbe necessario fare un passo indietro. Nel prologo un fatto, un furto di una cassaforte, dal contenuto misterioso, sembra essere l’inizio di tutto, ma a pensarci bene bisognerebbe andare ancora più indietro, a un grande scandalo, forse il maggiore dell’Italia postunitaria, che vide coinvolti Giolitti e il suo predecessore Crispi. In un gioco di scatole cinesi Lucarelli trova modo di parlare dell’Italia di ieri e di oggi, l’Italia del malaffare, degli scandali sepolti, dei crimini per cui nessuno paga.
Un ritratto insomma non tanto edificante di un’ Italia, (trova modo pure di fare accenni alla maffia, e all’uccisione sul treno che porta a Palermo del marchese Notabartalo, presidente del Banco di Sicilia), di arraffoni, traffichini, faccendieri, servizi segreti (quanto deviati non si sa), e avventurieri, anche donne a caccia di un ricco marito come il personaggio di Margherita di cui Colaprico si scoprirà innamorato. (Sì, per colpa della solitudine, impantanato in quella colonia dal clima insopportabile, così lontano da casa sua).
Particolarmente riuscito il personaggio del buluk-basci Ogbà, ”lo Sherlok Holmes abissino”, con la sua testa calva e la sua rassegnata accettazione della presenza italiana come un male necessario. Lui contadino, costretto ad abbandonare la sua terra arida e avara e per dare da mangiare alla famiglia costretto ad arruolarsi. Lui più acuto e scaltro dei suoi superiori, anche se legato da un legame di fraterna amicizia con il capitano Colaprico. Lui che non sa scrivere o leggere ma imparerà sui libri di Sir Arthur Conan Doyle. Troppo breve forse per non accennare solo e costruire tracce per nuovi romanzi con questi personaggi. La lettura è stata piacevole quindi, da lettrice, me lo auguro.

Carlo Lucarelli (Parma 1960) ha pubblicato per Einaudi Stile Libero Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo Caduto (2001), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000), Lupo mannaro (2001), Falange armata (2002), Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008), Il lato sinistro del cuore (2003), Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), con allegati i Dvd del ciclo televisivo Blu notte, G8. Cronaca di una battaglia, con un Dvd sui fatti di Genova, La faccia nascosta della luna. Storie di delitti e misteri tra musica, cinema e dintorni (2009), il romanzo epico L’ottava vibrazione e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste (2008), I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia (2010). Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002). Suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005), Crimini italiani (2008) e Sei fuori posto (2010). Nel 2009 è uscito il graphic novel Protocollo (con Marco Bolognesi). Nel 2011 ha pubblicato, insieme a Andrea Camilleri e Giancarlo De Cataldo, Giudici. Nel 2013 ha pubblicato, sempre per Einaudi Stile Libero, Il sogno di volare e il volume L’ispettore Grazia Negro (che riunisce i tre romanzi Lupo mannaro, Almost Blue e Un giorno dopo l’altro); nel 2014 Giochi criminali (con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Giancarlo De Cataldo) e Albergo Italia. L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie L’ispettore Coliandro e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Conduce da alcuni anni in Tv Blu notte. Il suo primo film, L’isola dell’Angelo Caduto, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Rebecca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mistero della cripta sepolta, Mark Pryor, (TimeCrime, 2014)

1 luglio 2014

TimeCrime_IlMisteroDellaCriptaSepoltaDopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Se ne Il libraio di Parigi si scavava nel passato sulle tracce di cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra, ne Il mistero della cripta sepolta tutto torna ai giorni nostri, con sullo sfondo una delle minacce più ricorrenti di questi anni, ovvero il terrorismo islamico. Minaccia che porta in campo Tom Green, amico di Marston e agente della CIA. Ma andiamo con ordine perché la storia è più complessa di quanto sembri.
Tutto ha inizio con la morte del figlio di un senatore degli Stati Uniti, ucciso in compagnia di una ragazza pachistana con legami non si sa quanto stretti con Mohamed al Zakiri, presunto estremista islamico giunto a Parigi non si sa bene per far cosa. I due vengono freddati da alcuni colpi pistola, una notte di luna, nel cimitero di Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison. Ad ucciderli, lo Sacarabeo, un killer che lascia al suo passaggio piccoli scarabei di vetro.
Per il senatore, Norris Holmes, è sicuramente al Zakiri, e grazie alla sua influenza infatti arriva la cavalleria: CIA, antiterrorismo, comunicati stampa di caccia all’uomo, estromissione dalle indagini dei pur solerti poliziotti francesi. Per Marston invece il terrorismo non centra per niente, anzi il killer imprendibile, che attraverso cunicoli sotterranei (le antiche catacombe sotto Parigi) si muove come un fantasma da un cimitero all’altro, ha un piano ben preciso ben diverso dal dominio del mondo. A lui interessano le ossa di alcune ballerine del Mouline Rouge, tra cui Jane Avril, che faceva furore ai tempi di ToulouseLautrec. Perché? Si chiede Marston. Che se ne fa delle loro ossa? E perché per perseguire questa sua ossessione, uccide senza pietà chiunque si trovi sul suo cammino? (Sparando anche contro di lui e ferendo gravemente Tom).
Penso che un’idea della storia ve la siete fatta, dunque tutto il romanzo è una doppia caccia all’uomo in una Parigi estiva, vista da un americano che infondo la ama. Strade, caffè, ristoranti, luoghi turistici e quartieri più degradati, tutto scorre come scenario tra le pagine, caratterizzate da scrittura sincopata e suspense. La bella Claudia, giornalista intraprendente, darà una mano a trovare nuove piste (e sul finale farà qualcosa di o oltremodo stupido o dannatamente coraggioso); Tom dovrà vedersela con il suo attaccamento al bere per fugare i suoi fantasmi personali; Garcia, il poliziotto francese amico di Marston, darà anche lui una mano e chi non centra niente finirà per rimetterci le penne.
Un po’ di ironia, un personaggio eroe infondo simpatico in aggiunta. Una storia da seguire insomma. Forse solo il titolo può trarre in inganno. No, non è un thriller esoterico, alla Dan Brown per intenderci. Niente monaci assassini, libri maledetti, congiure di sette segrete, anche se la follia del serial killer può essere condotta in un certo qual modo a qualcosa di trascendente (già lo scarabeo dovrebbe condurvi nella giusta direzione). In America è già uscito il terzo episodio, The Blood Promise, prossimamente nelle nostre librerie. Buona lettura.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra, e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D. A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con il suo romanzo d’esordio, Il libraio di Parigi, (Timecrime, 2013). Il mistero della cripta sepolta è il secondo romanzo che vede protagonista Hugo Marston e sarà seguito da The Blood Promise.

:: Un’intervista con Blake Crouch a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2014

I-misteri-di-Wayward-PinesBenvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.

Sono, naturalmente, uno scrittore. Punti di forza: la suspense, i personaggi, la creazione di atmosfera, le grandi idee. Ma la mia forza nel pensare grandi idee può anche essere la mia debolezza. Per iniziare un nuovo progetto ho sempre bisogno di una grande idea, e come sai le grandi idee non vengono tutti i giorni, per cui ritardo spesso di iniziare i miei libri.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel Sud degli Stati Uniti, ho studiato letteratura e scrittura creativa all’università e mi sono trasferito a Ovest dopo la laurea.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da sempre, da quanto posso ricordare. Credo che tutto sia iniziato quando ero bambino, e inventavo per i miei fratelli minori (spaventose) favole prima di dormire. Al liceo ho scritto un sacco di poesia di pessima qualità, alcuni brevi racconti, e una volta all’università ho iniziato a perseguire attivamente il mio sogno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Pines è il mio primo romanzo a essere tradotto in italiano, ma non è il mio primo romanzo in assoluto. In realtà è il mio 10° libro. Gli altri sono stati pubblicati in America dal 2004, anno in cui è uscito il mio primo romanzo, Desert Places. Sì, la mia strada verso la pubblicazione è stata costellata di rifiuti, un sacco di crepacuore, ma poi ho finalmente avuto la fortuna di attirare l’attenzione di qualcuno.

Pines è stato appena pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo I misteri di Wayward Pines e tradotto da Stefano Di Marino. Ho avuto la fortuna di recensirlo e mi è davvero piaciuto.  Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono stato ispirato da un piccolo paese di montagna in Colorado chiamato Ouray, dove la mia famiglia ed io spesso trascorriamo le vacanze. Mentre stavo camminando per le tranquille strade di Ouray una notte ho sentito uno squillo del telefono e allora ho pensato: Che cosa succederebbe se un uomo solo possedesse l’intera città? Che cosa succederebbe se, per quanto mi sforzassi, non riuscissi a lasciarla? Che cosa succederebbe se l’intera città cercasse di uccidermi, o di farmi impazzire?

Il capitolo di apertura presenta il protagonista. Potresti dire ai lettori cosa succede?

Ethan Burke si sveglia nella strana città di Wayward Pines, Idaho, e in un primo momento non riesce a ricordare dove si trova, perché è lì, o chi sia. Vaga in giro per la città, cercando di mettere insieme i suoi ricordi, e alla fine del primo capitolo si rende conto che è stato coinvolto in un brutto incidente stradale. Si ricorda che è un agente dei servizi segreti, e che è a Wayward Pines in missione per trovare la sua ex-partner.

Parlaci dei personaggi principali del libro.

Il protagonista/eroe è Ethan Burke, un agente dei servizi segreti che viene inviato a Wayward Pines in cerca della sua collega scomparsa (con la quale ha avuto una recente relazione). Questa partner scomparsa è Kate Hewson, e lei è bella, intelligente, e sta cercando accettare la realtà, che lei è stata intrappolata in questa città per 12 anni. Naturalmente, c’è l’ infermiera Pam, uno dei miei personaggi preferiti. Ci appare subito come una psicopatica nelle prime pagine di Pines, ma andando avanti ci rendiamo conto che è molto di più di una semplice infermiera. Infine, c’è David Pilcher, il grande uomo dietro Wayward Pines. Ha visto quello che stava arrivando, ha costruita la città, e l’ha popolata con i residenti. Egli è il “Dio” di Wayward Pines.

Non vorrei entrare troppo nella trama, o spoilerare il finale. Eppure, mi piacerebbe sapere come hai costruito la trama.

Sapevo di voler scrivere la storia di un uomo intrappolato in una città che non poteva lasciare. Avevo in mente gran parte della storia, ogni cosa sulle esperienze di Ethan a Wayward Pines, ma non sapevo dove tutto ciò avrebbe portato. Allora ho fatto un patto con me stesso che non avrei iniziato il libro fino a quando non avessi saputo quale sarebbe stato il finale, la grande rivelazione. Ho pensato che il pubblico meritasse una storia che contenesse una grande rivelazione. Non mi ricordo il momento esatto in cui ho capito che cosa Wayward Pines era in realtà, ma mi ricordo la sensazione che provai e fu qualcosa di molto speciale.

C’è una tua scena preferita in Pines?

Senza dubbio, la scena in cui Ethan è inseguito da tutta la città. Questa è stata la prima scena che ho avuto in mente quando ho avuto l’idea per il libro ed è stato il motivo per cui ho deciso di scriverlo.

Pines è un thriller, con un pizzico di fantascienza e di horror. E’ anche una parabola ecologista? Un memento per una società che viaggia verso la distruzione?

Mi piace la tua frase “parabola ecologista.” E’ certamente anche questo. Volevo che il libro portasse un messaggio circa l’atteggiamento sconsiderato dell’ umanità verso la terra, che è la sua casa, ma senza sembrare troppo predicatorio.

Wayward Pines è un’ imminente serie televisiva americana, basata sul tuo romanzo Pines e diretta da M. Night Shyamalan. Hai già visto l’episodio pilota? Puoi parlarci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Sì, l’ho visto! Ed è davvero incredibile. Non vedo l’ora che anche il pubblico possa vederlo. Per il resto è un tale rompicapo. Io credo che il mio stile sia cinematografico, sì. E probabilmente è dovuto al fatto che quando sto scrivendo un romanzo vedo sempre le scene e i personaggi piuttosto vividamente, come in un film o in uno show televisivo che sta scorrendo nella mia testa. E cerco solo di trasportare questa visione dalla mia testa nella pagina.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

No, attualmente non c’è nessun progetto, ma mi piacerebbe visitare l’Italia. Non sono mai stato nel vostro bel paese.

Grazie per la tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti notizie su Wayward, il secondo episodio e The Last Town, la terza e ultima parte.

Wayward continua la storia iniziata in Pines. E ‘stato pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti e sarà presto disponibile in Italia. The Last Town, è l’ultimo libro della Wayward Pines Trilogy uscirà negli Stati Uniti, tra tre settimane, e speriamo esca in Italia il prossimo anno. Tutti e tre i libri avranno spazio nello show in tv.

:: Lunedì nero per il commissario Dupin, Jean-Luc Bannalec (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 giugno 2014

Bannalec_250X_Giallo classico per Jean- Luc Bannalec, pseudonimo dell’editore, critico letterario e traduttore tedesco Jörg Bong, già autore di Natura morta in riva al mare, sempre edito da Piemme. Con Lunedì nero per il commissario Dupin (Bretonische Brandung, 2013), tradotto da Giulia Cervo ed edito in Germania da Kiepenheuer & Witsch GmbH, dunque ci presenta un nuovo caso per Georges Dupin, commissario della polizia di Concarneau, sullo scenario di una Bretagna incontaminata, descritta con vivide pennellate di colore locale. In Germania è già uscito il terzo episodio Bretonisches Gold – Kommissar Dupins dritter Fall a sancire un successo decisamente notevole, per una serie di romanzi che omaggiano la tradizione del poliziesco francese classico alla Simenon per intenderci, con tutti i distinguo del caso ovviamente. Ambientato nel piccolo arcipelago delle isole Glénan (senza s, non è un errore è più che altro una licenza grammaticale), nel nord dell’Atlantico, poco lontano dalle coste della Bretagna, Lunedì nero per il commissario Dupin è un’ indagine classica che parte dal ritrovamento di tre cadaveri, presumibilmente annegati, scoperti sulla spiaggia bianchissima di una delle tante isole. La tempesta del giorno precedente lascerebbe pensare ad un incidente ma il commissario Dupin, incaricato delle indagini ha qualche dubbio. Per prima cosa bisogna risalire all’identità dei morti, indagando tra coloro di cui è segnalata la scomparsa, poi capire che legami potessero avere tra loro e soprattutto chi poteva volerli morti. Non sarà facile ma il burbero ispettore, amante della buona cucina, con una segretaria al corrente di tutti pettegolezzi in circolazione e con una passione per la proprietaria dei Quatre Vents ce la metterà tutta per poi trovarsi con una versione ufficiale e la verità. Parigino, con una madre ingombrante, innamorato di una dottoressa del reparto di chirurgia dell’ospedale Georges Pompidou, con cui ha una relazione complicata, straniero in una regione ligia alle tradizioni e al senso di appartenenza (una terra di pirati infondo, sempre a caccia di tesori) il commissario Dupin ricalca in breve il modello dell’ investigatore di tanta letteratura poliziesca francese, rivisitata da un tedesco romantico e sensibile con forti legami in Bretagna. Tratto distintivo dell’autore, l’attenzione per i dettagli e l’amore per la natura, descritta con dovizia di particolari in lunghe divagazioni dal sapore nostalgico (letto il romanzo saprete cos’è una marea sigiziale). Poi certo c’è l’indagine, fulcro dell’intreccio, condotta in modo classico, tra un astice cotto a puntino, un entrecôte con pommes sautèes e vino rosso e uno dei mille caffè di chi è sempre in debito di caffeina. Una scrittura placida, sorniona, a tratti divertente ci accompagna per tutta la narrazione dando verve a un romanzo che intrattiene, senza eccessiva esibizione di sangue e violenza. Una lettura estiva insomma, adatta ai lunghi pomeriggi di quiete e di riposo.  Strepitosa la copertina.

Jean-Luc Bannalec è lo pseudonimo di uno scrittore tedesco che ha ottenuto un clamoroso successo di pubblico e critica in Germania con il giallo Natura morta in riva al mare, seguito da Lunedì nero per il commissario Dupin, che ha conosciuto altrettanta fortuna. Vive tra la Germania e la Bretagna.

:: Scompartimento N° 6, Rosa Liksom (Iperborea, 2014) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2014

scompartimento 6Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini, i pensieri.
La ragazza si chiedeva come facesse ad amare quel paese bizzarro, il suo popolo umile, anarchico, ubbidiente, ribelle, indifferente a tutto, inventivo, sofferente, fatalista, fiero, saccente, astioso, triste, allegro, disperato, soddisfatto, rassegnato, affettuoso, perseverante, e che si accontenta di poco. Possibile che amasse entrambi, Mitka e Irina? Un ragazzo e sua madre.

Un viaggio, un lunghissimo viaggio aspetta i nostri protagonisti, un uomo e una ragazza, (metalmeccanico e operaio edile lui, Vadim, studentessa lei) partiti dalla stazione di Mosca e diretti a Ulan Bator, in Mongolia. Un viaggio che ha il sapore dell’intimità violata, della costrizione a dividere, tra sconosciuti, uno spazio ristretto, quasi claustrofobico, uno scompartimento sul treno della Trasiberiana. I compagni di viaggio non si scelgono, ti capitano, così deve pensare la ragazza, forse rassegnata con un misto di accettazione e orientale fatalismo, mentre lui mangia sottaceti, beve vodka, suda, straparla cercando si sedurla con approcci sessuali quantomeno grotteschi.

Tirò fuori di tasca un coltello col manico nero, tolse la sicura e premette il pulsante. Si sentì un clic metallico e la lama uscì con uno scatto secco. L’uomo posò delicatamente il coltello sul tavolo e prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijski, un’ intera pagnotta di segale, una bottiglia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tasca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra.

Ingombrante, dagli appetiti pantagruelici, carnale, detentore di una fisicità fastidiosa, (ci vedrei bene un Depardieu se facessero una trasposizione cinematografica) il russo si scontra con la giovane finlandese, (lui logorroico, lei taciturna) mentre il paesaggio fuori dal finestrino muta e ci presenta gli sconfinati paesaggi della vecchia Unione Sovietica degli anni ‘80, vertiginosamente in bilico tra assoluta bellezza e degradazione, e proprio per questo affascinanti e ricchi di quel pathos, che rendono la Russia un paese assolutamente irresistibile per una finlandese (anche l’autrice lo è) e per il lettore.
Tra richiami letterari (numerosissimi, a partire dal titolo checoviano) e uno stile limpido e ipnotico Rosa Liksom ci regala un romanzo luminoso e al contempo complesso, strutturato su una serie di canti e controcanti, scardinando certezze, giocando con la nostalgia. Comunque Scompartimento n. 6 (Hytti nro 6, 2011) edito da Iperborea e tradotto da Delfina Sessa (autrice anche della postfazione) e scritto con una sorta di ostinata immedesimazione da una Rosa Liksom in gran spolvero, è e resta un libro duro, quasi feroce. Non aspettatevi un’ elegia, infarcita di retorica e aulica agiografia, (di solito la nostalgia trasfigura il passato snaturandolo, e l’autrice non cade in questa trappola), anzi, l’estremo realismo che caratterizza il romanzo in alcuni punti può risultare persino molesto, pur tuttavia si accompagna ad una sorta di ruvida poesia, capace di commuovere con ostinata tenerezza, la tenerezza di lei quando pensa all’antico (e sfortunato) amore moscovita.
La dissoluzione dell’elefantiaco impero sovietico è imminente e Vadim percepisce questa crisi incarnandola, con rabbia, con speranza. Quale futuro attende la Russia? sembra domandarsi intrecciando i destini di questo paese con il suo percorso personale, con la guerra in Afghanistan, quasi un rantolo di colonialismo in salsa socialista, o meglio una sua (forse inevitabile) degenerazione.
Ma lo spirito russo, quasi avvolto da una sua epicità, sembra accomunare popoli ed etnie, di un paese che va dall’Europa all’Asia, e che tanto magnetismo esercita sui popoli nordici a cui appartiene l’autrice anch’essa studentessa a Mosca negli anni ’80, anch’essa passeggera di quel treno il cui viaggio è descritto in questo libro. Molto di sé quindi trasfonde nel personaggio della ragazza, molta della sua esperienza, delle sue sensazioni, del suo stupore. (Anche se questa è la “sua” Unione Sovietica come argomenta la Sessa). E questo sapore autentico traspare nelle pagine e ci accompagna nel viaggio, nel tempo e nello spazio, svolto da noi lettori senza muoverci da casa nostra. Se volete leggere un’intervista all’autrice abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei, qui trovate il link.

Rosa Liksom, nata a Ylävaara nel 1958, è una delle più famose scrittrici e artiste finlandesi, tradotta in 17 paesi. Apprezzata fin dagli esordi da critica e pubblico, ha debuttato nel 1985 con una raccolta di racconti ottenendo il premio J.H. Erkko. Dopo gli studi di antropologia a Helsinki e a Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi, come Stazione spaziale Gagarin (1987) e Go Mosca Go (1988). Con Scompartimento n.6  ha vinto il Premio Finlandia 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese, ed è candidata al Premio del Consiglio Nordico 2013 e al Prix Médicis 2013.

:: La bella addormentata, Ross Macdonald, (Polillo, collana I Mastini, 2014) a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2014

rossProbabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Da lettrice, pur confessando la mia assoluta venerazione per Raymond Chandler, autore che, a forza di rileggerlo, ha inesorabilmente cambiato il mio stile di scrittura, devo ammettere che pur conoscendolo meno, per cui è ancora fonte per me di novità e stupore, Ross Macdonald e la sua nerissima assolata California sono parte del mio immaginario, e parte considerevole pure. Dei tre forse è Dashiell Hammett quello che ho colpevolmente trascurato, sebbene conservi gelosamente parecchi dei suoi libri da Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese. Raymond Chandler ha dalla sua uno stile letterario strepitoso, da ultimo romantico, sebbene tratti nei suoi libri di crimini e delitti. Ross Macdonald invece dei tre è il più attento alle dinamiche sociali, oltre che il più giovane, (morì nel luglio del 1983, all’età di 67 anni, mentre Hammett e Chandler nacquero a fine ottocento) per cui per interessi e sensibilità è quello che mi è più vicino.
Marito di Margaret Millar, (leggete se vi capita Quando chiama una sconosciuta, originalmente pubblicato nel 1955, sempre edito da Polillo nella collana i Mastini), Ross Macdonald è un autore che merita attenzione e merita di essere letto, per lo meno più di quanto oggi si faccia. Per cui ringraziamo la Polillo, che ha dedicato il suo 18° Mastino a La bella addormentata (Sleeping Beauty, 1973), tradotto da Giovanni Viganò, penultimo romanzo dedicato al ciclo di Lew Archer. (L’ultimo sarà The Blue Hammer, Lew Archer e il brivido blu, edito originalmente nel 1976.)
La trama non si discosta dai canoni classici del hardboiled, né brilla per eccessiva originalità, ma sarebbe un errore farsi scoraggiare, è la qualità della scrittura dell’autore a fare la differenza e a rendere questo libro uno dei capolavori del genere. La famiglia è un tema cardine della narrativa di questo autore, legami tra padri e figli, mogli e mariti (e amanti), intrighi, macchinazioni, tradimenti, insomma tutto l’arsenale che entra in gioco quando il denaro ci si mette di mezzo, trascinando i personaggi in un vortice (e per l’appunto Il vortice, (The Drowning Pool) è un titolo della serie) di menzogne e vendette, che lasciano quasi sempre ben poco scampo. La critica sociale ha un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, unita a un disincantato sguardo su vizi e (poche) virtù di una generazione per lo più allo sbando, per lo più incapace di trovare un proprio baricentro, morale soprattutto.
Lew Archer (a differenza di un Philip Marlowe, apparentemente cinico “fustigatore” ma in realtà personaggio “interno”) è soprattutto un osservatore, seppur non privo di debolezze, una voce fuori dal coro, un testimone, ecco il termine giusto, di questa disgregazione e degenerazione della società americana. Consideriamo anche solo la differenza tra un carismatico Humphrey Bogart (gentiluomo vecchio stile, con una rigida seppur personalissima moralità) e uno scanzonato e dissacrante Paul Newman, (capace di telefonare in piena notte alla moglie, mettendo in scena uno dei suoi soliti scherzi) attori che portarono rispettivamente i due personaggi di detective privati sullo schermo.
In La bella addormentata abbiamo un padre facoltoso, una figlia ribelle e un presunto rapimento. Il padre crede di comprare tutto con i soldi, i segreti di famiglia si moltiplicano, spuntano delitti commessi anni prima e intanto il lettore si trova catapultato in un’ epoca apparentemente luminosa e sfolgorante, in cui il marcio è nascosto nelle pieghe delle ombre. E Lew Archer, eroe fondamentalmente onesto e incorrotto, scava e indaga, non lasciando che il fango (o la marea nera di petrolio, del simbolico incipit) lo sommerga, restando più un uomo che un personaggio letterario, proprio come era nelle intenzioni dell’ autore. Da riscoprire, non ve ne pentirete.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, assunse uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia — I Mastini n. 13), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre — I Mastini n. 4) e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Tutti all’inferno, Stefano Di Marino, (Novecento media, 2014) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2014

dimarinoinfernoSullo sfondo di una Milano noir, gelida, grigia, brumosa, di un autunno che sembra già inverno, Stefano Di Marino tira le fila di un noir metropolitano, (genere che se vogliamo è capace di trarre da questo autore il suo meglio), dal titolo significativo Tutti all’inferno, edito nella collana Calibro 9 di Novecento media.
Tra le mille ambientazioni dei suoi racconti e romanzi, Milano è lo scenario che Di Marino conosce meglio. E’ la sua città, e come un animale notturno ne conosce i mille angoli, le sue insegne al neon, i cambiamenti che in questi anni ha subito, l’atmosfera che si respira nei quartieri più popolari, nelle palestre di arti marziali, nelle sale massaggi cinesi, nelle officine, nei bar e locali frequentati da tutto quel sottobosco ai margini della legalità, fatto di prostitute, papponi, spacciatori, scippatori, piccoli truffatori, ricettatori, giocatori d’azzardo.
Una Milano molto diversa dall’immagine glamour e patinata della Milano da bere degli anni ’80 e ’90, che ancora resiste forse nelle settimane della moda, con i suoi riti, gli aperitivi, le feste. E Di Marino sa sporcare questo immaginario con la realtà, come pochi altri autori sanno fare, aggiungendoci forse un pizzico di violenza in più rispetto ad altre sue storie.
La mala milanese di una volta, la ligera, il lato oscuro degli anni dopo il boom, quella che vive nei canti popolari (molti in dialetto) portati al successo da Ornella Vanoni o Nanni Svampa, è un topos letterario che di cantori ne ha avuti molti da Scerbanenco, il più conosciuto, ad altri meno noti come Bruno Brancher, (ma da riscoprire) e se vogliamo Di Marino prende il testimone proprio da questi autori e ci narra come è mutata, come la criminalità organizzata, (per lo più straniera) l’ha modificata corrodendo alla radice molto del romanticismo che una volta l’ammantava.
Ora mafiosi dell’est, cinesi, turchi, africani, arabi, hanno dato alla criminalità un volto più cattivo, cinico, spietato, e proprio questo volto Di Marino ci narra, con il suo stile asciutto, e ruvido, nato dalla visione di tanto cinema noir francese, dalla lettura di tanta letteratura di genere, non solo la più commerciale. Come sempre, consapevolmente o meno, ne nasce una affresco sociale, attento ai cambiamenti, alla crisi economica sempre più devastante (il rito dell’aperitivo, trasformato in una patinata mensa per poveri che con pochi euro permette di sfamarsi, quando una volta era un rito sociale), alle guerre tra antico e nuovo, venato di amaro disincanto, ma carico di quell’amore fou che rifugge dalla lucidità a tutti i costi per parlarci di sogni e aspirazioni di emarginati, sconfitti, disperati.
Dunque una nuova serie con nuovi personaggi, un pizzico di cattiveria in più, e nuovi scenari da indagare. Un legame tra i personaggi principali che forse diventerà una storia d’amore, ma ancora tratteggiato, niente di definito. Un grisbi da recuperare che scatena una spirale di vendetta e di violenza. Guardie e ladri che si inseguono. E sullo sfondo come dicevo all’inizio Milano. La Milano di oggi, con i suoi palazzi tirati su per Expo 2015, le strade piene di traffico, tutte luci nella notte, i commissariati di polizia con le loro beghe interne.
Dialoghi realistici e convincenti impreziosiscono uno stile apparentemente (e volutamente) spoglio e disadorno, ma funzionale all’azione, sincopata, veloce, dura (fatta di pestaggi, aggressioni, vere e proprie esecuzioni, sparatorie, rapine) come in ogni nero italiano che si rispetti. Capitoli brevi, repentini cambi di scena, ripropongono uno schema narrativo classico, capace di tenere alta l’attenzione del lettore, fino al finale in cui bene o male tutti arrivano alla resa dei conti. Buona lettura.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: L’assassino scrive di notte, Elizabeth Daly (Polillo, collana I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2014

assassinoL’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Con credenziali simili un po’ di curiosità è lecita, sebbene il suo nome non sia tra i più conosciuti, almeno in Italia. Per farsene un’idea la Daly esordì nel 1940 con Unexpected night edito in Italia nei classici del Giallo Mondadori con il titolo Notte d’angoscia n 812-1998, in cui per la prima volta apparve il personaggio di Henry Gamadge, giovane e coltissimo appassionato di libri antichi, detective dilettante alle prese con casi bizzarri che vedono protagonisti personaggi del bel mondo, ricchi e annoiati.
L’assassino scrive di notte ci porta a Underhill, vecchia villa di campagna poco lontana da New York, dove è ambientata la vicenda che coinvolge la proprietaria Florence Hutter Mason e lo stretto circolo di amici e conoscenti suoi ospiti. Qualcuno, sicuramente uno dei suoi ospiti, o dei suoi dipendenti, non escludendo tra i sospettati pure il giovane e sfaccendato marito, inserisce nella notte all’interno del dattiloscritto che sta scrivendo, (un romanzo d’amore), frasi minacciose che ben presto si scopre sono citazioni di autori famosi: Poe, George Herbert, John Ford e Christopher Marlowe.
Spaventata si rivolge al nipote Sylvanus Hutter, il quale contatta al suo club il vecchio amico Henry Gamadge invitandolo a Underhill per qualche giorno, per svolgere l’indagine e scoprire chi è il misterioso burlone, sempre che di una burla si tratti. Gamadge accetta, e subito capisce che lo scherzo non è così innocuo come sembra, e ben presto i suoi sospetti vengono confermati: Sylvanus viene trovato morto nel suo studio. La sua morte, svincolando il patrimonio, lascia Florence erede di un ingente patrimonio, mettendola ancora più in pericolo.
Ormai è chiaro che c’è un assassino in azione, una assassino spietato e deciso ad ottenere quello che vuole, che forse si nasconde tra i beneficiari dei sempre nuovi testamenti di Florence. Gamadge si ingegna, interroga i probabili sospetti, aiutando la polizia che brancola nel buio, ma non fa in tempo a scoprire qualcosa che l’assassino colpisce ancora, questa volta con il cianuro.
Tra testamenti, moventi riconducibili al denaro, (ma sarà solo il denaro il vero motore di questa storia assai intricata?), litigi, accuse, Gamadge si districa con la sua solita eleganza e nella conclusione classica per ogni mystery con tutti riuniti in una stanza a pendere dalle labbra dell’investigatore, scopriremo chi è l’assassino e tutti i retroscena del suo diabolico piano in cui anche la pazzia ci ha messo lo zampino.
Con stile scorrevole e una certa semplicità espressiva la Daly tesse una storia di faide familiari e intrighi, complessa e piena di vicoli ciechi, che si stempera in un finale piuttosto tradizionale. Punti forti del romanzo la simpatia di Gamadge, e lo spaccato sociale di un mondo in piena Seconda Guerra Mondiale, un mondo di ricchi naturalmente con appartamenti in città e ville in campagna, legati e lasciti, a volte vittime di matrimoni di interesse e quasi sempre di noiose conversazioni con cocktail in mano. Un mondo vano, inutile, in cui qualcosa stride ma mai abbastanza. Sempre avvolto da una nuvola rosa di leggerezza e superficialità. La Daly evidentemente parla di un mondo che consce bene e lo fa con una certa benevolenza, senza picchi di critica sociale, caratteristica che in un certo senso la accomuna alla stessa Christie, specie per l’attenzione alle strutture sociali dell’alta borghesia inglese di quest’ultima, accettate e mai messe in discussione.
Pur tuttavia la lettura è piacevole, scorre senza intoppi, divisa in capitoli preceduti da titoli ironici e esplicativi. Che il delitto non paga, è il tipico messaggio sotteso alla trama, che il denaro, a volte la vendetta, sono i moventi più comuni che spingono ad uccidere, persone anche apparentemente innocue e inoffensive, e un altro messaggio tipico di questi romanzi, in cui la figura positiva dell’investigatore si erge contro il crimine senza zone d’ombra tipiche del noir. Lieto fine naturalmente incluso, ristabilitatore di quell’ordine che il delitto incrina, anche se funestato da un senso di inevitabile tragedia che l’eroe protagonista non riesce ad evitare. Dunque sì affidabile, ma non infallibile. Buona lettura.

Elizabeth Daly (1879-1967) nacque a New York da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia americana dell’epoca. Dopo la laurea alla Columbia University, a partire dal 1904 insegnò per alcuni anni al Bryn Mawr College, che già aveva frequentato da studentessa. Il suo interesse principale fu il teatro, per il quale lavorò come autrice, produttrice e regista di compagnie amatoriali. Da sempre accanita lettrice di detective stories — uno dei suoi autori preferiti fu Wilkie Collins — intorno al 1930 cominciò a cimentarsi, inizialmente senza successo, nella stesura di gialli. Solo nel 1940, quando aveva già compiuto sessant’anni, diede alle stampe il suo primo romanzo, Unexpected Night (Notte d’angoscia), al quale fecero seguito altre quindici opere. Il personaggio principale, presente in tutte le sue storie, è Henry Gamadge, un raffinato bibliofilo con l’hobby delle investigazioni. Nel 1960, a poco meno di dieci anni dalla sua ultima fatica letteraria (The Book of the Crime, 1951), l’associazione dei Mystery Writers of America le assegnò il premio Edgar per l’insieme della sua produzione. Tra i grandi estimatori della Daly va ricordata Agatha Christie.

:: L’ombra dolce, Hoai Huong Nguyen, (Guanda, 2014) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2014

ombraBreve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.

Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.