Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

15 ottobre 2014

9788830431843_niceville_-_la_resa_dei_contiBentornato Carsten su Liberi di scrivere. E’ appena uscito per Longanesi Niceville- La resa dei conti (The Reckoning), dunque non puoi sottrarti ad alcune domande sul libro e sul tuo futuro di scrittore. Iniziamo con una domanda facile facile, sei soddisfatto di questa serie, di come è giunta al termine?

In primo luogo dovete perdonare il mio terribile italiano. Sto cercando di imparare la lingua – che è molto bella – ma mi sembra di essere un idiota e ho problemi a fare le cose giuste. Ma se sarete così gentili da capire questo, devo dire che a mio parere la Niceville Trilogy è il miglior lavoro che abbia mai fatto. Sono stato prima un giornalista e poi uno scrittore per 25 anni e ho scritto diciotto libri, sotto il mio nome e sotto un altro nome che devo per ora mantenere segreto (non per molto). Credo di aver creato un mondo molto strano in Niceville, un mondo originale che è allo stesso tempo spaventoso e buio, eppure illuminato da lampi di umorismo sardonico. Quindi, sì, sono molto soddisfatto, e sono anche felice che così tanti lettori italiani abbiano così bene accolto i miei libri, che devo dire la verità hanno avuto molto successo. Sono davvero grato.
Comunque sì, sono soddisfatto, ma è stato molto difficile e ha richiesto mesi di attenta riflessione. Per onorare il lettore è necessario premiare la sua fede in voi, dando loro più di quello che desidera. Ma lo si deve fare nel rispetto delle regole dei libri. Nessun Deus Ex Machina. Nessuna sequenza di sogno. Nessun inganno. E questi obblighi sono molto impegnativi ma per i miei lettori credo di aver tenuto fede alla loro fiducia e credo anche che Niceville La resa dei conti sia il miglior libro della trilogia.

Niceville – La resa dei conti è l’ultimo episodio della trilogia. Molti misteri troveranno una spiegazione, sapremo cos’è il “raccolto”, il ruolo di Rainey Teague, chi è la presenza oscura che funesta Crater Sink e tutta Niceville. C’è qualcosa che hai voluto tenere oscuro, non risolto?

Sì. Ho mantenuto alcuni misteri per me. E ‘meglio lasciare questo mondo con alcuni segreti che ancora vivono nei luoghi oscuri di Niceville.

Il romanzo inizia con eclatanti episodi di violenza, assieme al ritorno di molta gente che era scomparsa, che non ricorda niente del tempo trascorso lontano da Niceville. Cosa determina questa accelerazione? Questo precipitare degli eventi?

L’entità che ho chiamato Nulla è cresciuta, è impaziente con le persone di Niceville. E dal momento che “lei” è stata sola per molti eoni, desidera avere un’altra mente con cui unirsi, e questa mente ha bisogno di un corpo vivente da abitare. Per questo vuole Rainey Teague. Lei è cresciuta ed è stanca di aspettare. La sua forza la porta alla lotta. E così Niceville diventa più pericolosa, più caotica. Più violenta.

Abel Teague e Rainey Teague, sono padre e figlio? Che legame li lega?

Sì, Abel e Rainey Teague sono padre e figlio, ma non in modo sacro. Rainey è stato concepito da un crimine violento, seguito da un uccisione. Questo è stato il modo di fare dei Teague per duecento anni. E ora per Rainey è arrivato il momento di diventare parte di questa eredità.

Un ruolo piuttosto determinante in questo episodio lo riveste Charlie Danziger. Un bel personaggio, quasi ruba la scena a Coker. E’ vivo? E’ morto? E’ legato a Glynis Ruelle? Il Male ha quasi paura di lui. Quale è il suo ruolo nella narrazione?

Charlie Danziger è un uomo molto cattivo che però diventa meno malvagio e forse trova anche un modo per essere buono. Gli viene data una possibilità di redenzione, e lui ha il coraggio di prenderla. Questo tipo di spirito è spaventoso per entità veramente malvagie come il Nulla.
E inoltre tra i suoi lati positivi, ha un senso dell’umorismo molto oscuro. Come molti uomini buoni-cattivi che ho conosciuto nel mondo reale. Poliziotti. Soldati. Killers. Tutti hanno una parte in Charlie Danziger. Ecco perché gli ho dato tutte le battute migliori.

Sul finale è Kate praticamente che affronta il Male e gli tiene testa. Perché non hai scelto, per esempio, che fosse Nick? Le donne sono più forti degli uomini?

Perché Kate e non Nick? Non lo so. In tutti i libri della serie le persone avevano vita propria. Hanno fatto molte cose che non mi aspettavo. Avevo programmato che Nick fosse l’ultimo strumento di giustizia. Ma non lo è stato. Le donne sono più forti degli uomini? Forse, in molti modi, sì, lo sono. So che la mia vita è stata resa meravigliosa da tutte le donne forti che ho conosciuto e amato. Un mondo gestito solo da uomini sarebbe un posto molto oscuro. Se dubitate di questo, guardate solo il Medio Oriente.

Mi ha fatto meno paura degli altri due episodi, forse perché le spiegazioni, per quanto fantastiche, rendono la paura meno paralizzante. E’ stata una scelta, o la storia ti ha preso la mano e ha voluto così?

No, non è stata una scelta. Non avevo idea di come i buoni di questi libri potessero sopravvivere all’Inferno che avevo creato per loro. Ma lo hanno fatto. Tutto da soli. So che suona ridicolo. Ma è vero. Questo libro sembra si sia materializzato davanti ai miei occhi. Qualcosa di molto strano stava succedendo. E io sono stato abbastanza intelligente da farne parte.

In questo episodio prevale la componente thriller o horror?

Questo romanzo è sia horror che thriller. Volevo che fosse qualcosa di molto diverso da ogni altro libro che avevo letto. E, anche secondo Stephen King – che ha detto ” è un libro come nessun altro che abbia mai letto” – mi è riuscito.

Un po’ misterioso l’episodio del ferimento di Nick. Che cosa succede davvero quella notte?

Avevo intenzione di ucciderlo. Non solo che rimanesse ferito. Ma lui non è morto!

Non ti mancheranno un po’ i personaggi di Nick e Kate, di Mavis Crossfire, di Coker, di Lemon Featherlight, di Glynis Ruelle, di Charlie Danziger? Ritorneranno in una nuova trilogia?

Sì, mi mancheranno molto. Ma li sento là fuori. Sono ancora vivi nel mondo. Questo mi rende felice. Ma di tutti loro, più di tutti mi mancherà Mavis Crossfire. Penso di essermi innamorato di lei. Ma non parlare di questo a mia moglie Linda. E’ molto pericolosa se si arrabbia.

La trilogia di Niceville ha qualcosa di speciale, di oscuro, ti sei chiesto anche tu cosa sia?

Sì, c’è qualcosa di molto strano che vive all’interno di queste pagine. Che cos’è? In fondo tra le parole, c’è qualcosa di oscuro e crudele, che vive ancora. L’ho visto nel mondo – nel profondo Sud dell’America, sotto piccoli ponti in pietra di Venezia, sui campi di battaglia. Questa crudeltà ha avuto un nuovo parco giochi in Medio Oriente questo autunno. Ma in un istante si stancherà e troverà qualcosa di nuovo con cui giocare. Questo è ciò che vive a Niceville. Quindi, forse le persone che stanno leggendo i libri della serie non li dovrebbero lasciare aperti quando vanno in un’altra parte della casa.

Non sei solo l’autore di Niceville, puoi parlarci anche degli altri tuoi libri, molti mi pare non ancora editi in Italia.

Ho scritto diciotto libri. Alcuni di loro storie vere, molti dei quali thriller. La mia speranza è che molti di loro siano pubblicati in Italia, e che un giorno mia moglie Linda ed io – stiamo entrambi studiando l’Italiano – trascorreremo parte dell’ anno ad Arezzo e Cortona.

A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Una società televisiva di Los Angeles sta cercando di sviluppare la Niceville Trilogy come una serie televisiva. Questo è ciò a cui io e mia moglie stiamo ora lavorando! Auguraci buona fortuna!

Buona fortuna Carsten!

:: Criminali, Philippe Djian, (Voland, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2014

indexPhilippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Caustico, dissacrante, tagliente, politicamente scorretto, i suoi libri, non veri e propri noir, (anche se in senso lato, perchè no?) più che altro, storie sul male di vivere contemporaneo, lasciano sempre un’ eco di inquietudine e disillusione nei lettori. Io lo trovo un autore notevole, più che altro per il senso di autentica empatia che provo verso i suoi personaggi, sconfitti, falliti, incapaci di attraversare la vita senza riempirsi di piaghe e di ferite esistenziali. E la capacità di esprimere autenticità tramite una scrittura variegata e composita, volutamente letteraria, non è un pregio da poco.
Criminali (Criminels, 1996) rientra a pieno titolo tra i romanzi più neri di questo autore, che non sembra, perché lo fa con una certa leggerezza e immediatezza, ma è capace di ferire e di lasciare il lettore stordito e disorientato.
Tradotto da Daniele Petruccioli ed edito in Italia da Voland (in Francia sempre dalla storica Gallimard), secondo romanzo della trilogia Sainte-Bob che comprende anche “Assassini” (Voland 2012), “Sainte-Bob” in prossima pubblicazione sempre da Voland, Criminali ci porta di peso nella vita di Francis, cinquantenne appesantito da una serie di scelte più o meno consapevoli, più o meno libere.
Divorziato, con un figlio con cui non comunica, una compagna che rischierà di perdere, un fratello omosessuale, un padre malato d’Alzhaimer che deciderà di assistere in casa sua con ripercussioni impreviste, un lavoro che per problemi alla schiena è sempre sul punto di perdere perdendo anche la precaria stabilità economica, un gruppo di amici, non più psicologicamente solidi e realizzati di lui, un nemico contro il quale concentrerà tutto il suo odio e la sua frustrazione, insomma Francis ha una vita complicata, ed è o non è un criminale lo deciderete a fine lettura, quando l’irreparabile si compirà.
Stessa domanda si pone per gli altri personaggi. Sono o non sono criminali? Se lo sono lo sono di piccoli crimini, di tradimenti più che altro verso gli altri e soprattutto verso se stessi, forse solo in due casi, due soli personaggi compiranno davvero qualcosa che si può avvicinare a un delitto. Uno pagherà, l’altro non lo sapremo mai. Sono infatti i crimini senza punizione, quelli per cui non si va in galera, le disattenzioni, gli atti mancati, le piccole meschinità che incidono più a fondo nell’anima creando disagio e scurendo il male di vivere, l’esistenziale incapacità ad essere felici.
E’ un romanzo triste, malinconico, privo di certezze, ma nello stesso tempo sincero, e umanamente credibile. Djian non pone i suoi personaggi in zone completamente bianche o nere, gioca con i chiari scuri. Non scaglia invettive, né cerca giustificazioni, espone i fatti, e lascia che la storia avanzi a sbalzi, senza grandi colpi di scena, ma appunto trasportata come dalla corrente di un fiume, lo stesso fiume che aleggia sullo sfondo, un fiume inquinato, un fiume che da e riceve morte, conservando una sua certa disperata bellezza.

Philippe Djian, nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Un’ intervista con Barbara Garlaschelli

21 agosto 2014

barbara[Mia intervista apparsa su Shenoir il 30 Maggio del 2010]

Benvenuta Barbara è un vero piacere ospitarti su Shenoir. Parlaci un po’ di te, descriviti anche fisicamente non tralasciando pregi e difetti…

Intanto grazie a voi per lo spazio dedicatomi. Parlarvi di me… posso dirvi che il mio mestiere è me, che scrivere è ciò che ho sempre desiderato nella vita e che sono stata una donna fortunata riuscendo a realizzare un desiderio così grande. Come tutti gli esseri umani sono un groviglio di pregi e difetti. Ciò che amo di più in me è la lealtà a qualunqe costo, e ciò che non amo, la mia durezza. Fisicamente sono bellissima e, come mi diverto a ripetere, molto ben carrozzata…

Come ti sei avvicinata alla scrittura. Era una tua aspirazione già da bambina? C’è stato qualcuno che ti ha consigliato, incoraggiato, trasmesso l’amore per la parola scritta?

In parte ho risposto prima: scrivere è ciò che ho sempre voluto fare. L’amore per i libri, anzi direi, la passione per i libri, è parte di me e in parte mi è stata trasmessa dai miei genitori. La nostra casa, da che io ricordi, è sempre stata invasa dai libri. Sia mio padre sia mia madre sono dei forti lettori. E io pure. E la casa con il mio compagno è anch’essa assediata dai libri. Mi è inconcepibile la vita senza libri.

Parliamo del tuo debutto. Raccontaci del tuo percorso verso la pubblicazione. Com’è avvenuto l’incontro con il tuo primo editore?

La primissima pubblicazione (che ogni tanto scordo) è avvenuta con un racconto inserito nell’antologia Crimini, uscita per Stampa Alternativa, nel ’95 mi pare, quando faceva i mitici raccoglitori simili ai pacchetti di sigarette. Laura Grimaldi lo aveva letto, ne era rimasta colpita e mi aveva suggerito di farlo partecipare al concorso nato alla Libreria del Giallo di Milano, della mitica Tecla Dozio (che allora non conoscevo). E’ piaciuto e l’hanno pubblicato. Poi è seguito O ridere o morire, una raccolta di racconti di humor nero, edita da Marcos y Marcos (anche qui lo zampino di Tecla Dozio è stato fondamentale). L’editore, Marco Zapporoli, decise in due giorni di pubblicarlo.

Raccontaci un episodio buffo, divertente che ti riguarda legato al tuo lavoro di scrittrice. O al contrario qualcosa che ti ha fatto profondamente arrabbiare.

Un episodio divertente è quando ho fatto parte della giuria del premio Azzeccagarbugli, un paio di anni fa. Il conduttore della serata era Luca Crovi, con cui ci conosciamo da anni: ha intervistato i giurati per presentarli al pubblico. Quando è stato il mio turno, mi ha chiesto: “Barbara, che qualità deve avere un libro per inchiodarti alla sedia?”, e mentre formulava la domanda ho letto nei suoi occhi il panico, perché mi conosce e sa quanto posso essere tremenda. I suoi occhi dicevano: “Non fare commenti!”, e io, con sorriso sornione, ho risposto: “Per inchiodarmi alla sedia? Pochissimo”. Il particolare piccolo, ma fondamentale è che sono su una sedia a rotelle 🙂

La memoria è un tema che ti è caro e tratti con sensibilità e originalità. Che sia la memoria storica o quella personale, quanto incide su chi siamo e chi eravamo?

Incide in modo fondamentale: noi siamo la somma di tutto ciò che è venuto e avvenuto prima di noi. Sia da un punto di vista storico e sociale sia personale. Siamo la somma anche di ciò che non è avvenuto. E la memoria è uno dei doni più preziosi che abbiamo e una delle maggiori responsabilità. Un popolo senza memoria storica è destinato all’inivisibilità.

In Non ti voglio vicino tratti un tema molto delicato: gli abusi sessuali sui bambini. La cronaca ci racconta troppo frequentemente di queste violazioni dell’infanzia, spesso devastanti e spesso origini di un circolo vizioso che trasforma le vittime da bambini in carnefici da adulti. Come hai affrontato questa realtà, come ti sei vaccinata contro l’orrore?

Non c’è vaccino contro questo orrore e non ci deve essere. Nel momento in cui non dovessimo più essere in grado di indignarci, di sentire rabbia, furore, disgusto, pietà saremo morti. Intendo,culturalmente ed eticamente morti. E il mio modo di affrontare l’orrore è stato ascoltando e scrivendo, per non dimenticare.

Nei tuoi libri tratti argomenti importanti per il pubblico femminile: l’amore, l’amicizia, la famiglia. Molte tue lettrici sono donne. Ti consideri femminista? Pensi che un giorno la parità uomo e donna sarà finalmente raggiunta o resterà per sempre un’aspirazione frustrata, un’ occasione mancata?

Mi sento una donna che ha molto chiari quali sono i propri diritti e i propri doveri, che sa quanto è stata dura e difficile la strada delle donne per arrivare dove sono arrivate e sa che non è ancora finito il viaggio, che nulla è stato donato, ma tutto è stato sudato. Che la parità di cui si parla sempre è ancora di là da raggiungere, anche se molti progressi sono avvenuti e molte battaglie sono state vinte. Ma viviamo in un momento storico pericoloso, in cui l’oscurantismo è tornato a essere un problema tangibile. La tentazione di manipolare il corpo delle donne è ancora forte.

Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, t’influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Il mio rapporto con la critica è sereno. Leggo le recensioni e se sono di persone che stimo, ci rifletto ma non mi esalto e non mi abbatto. Su Non ti voglio vicino mi hanno resa felice praticamente tutte, soprattutto quelle di Giuliano Aluffi e Alessandro Castellari.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticipare qualcosa in esclusiva per i lettori di Shenoir?

Non sto scrivendo, ma sto pensando al prossimo… per ora nessuna anticipazione, è un progetto ancora molto vago.

Un’ultima domanda, più che altro una mia personale curiosità, se dovessi vincere lo Strega, a chi lo dedicheresti?

A mio padre, a mia madre e a Giampaolo, il mio compagno.

:: Un’intervista con Drew Chapman a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2014

indexBenvenuto Drew su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Dopo la laurea hai lavorato a Los Angeles come sceneggiatore sia per il cinema che per la tv. Per grandi studi come Disney, Fox, Universal, Warner Brothers and Sony, e per canali come ABC, Fox, ABC Family, and Sony TV. Raccontaci qualcosa di te, del tuo background, dei tuoi studi.

Sono nato a New York, ho fatto il liceo lì, sono andato all’Università del Michigan e poi mi sono trasferito a Los Angeles per scrivere per la TV e per l’industria cinematografica. Quel percorso per me è stato più facile che per altri perché mio padre, Michael Chapman, era un cineasta, e anche piuttosto famoso. Attraverso di lui incontrai una quantità di persone nell’ambiente, e quei contatti mi procurarono il mio primo agente, che è cruciale nell’industria cinematografica americana. Dopo di che, dovetti cavarmela da solo. Ho cominciato come staff writer per gli studi della Disney Animation, e poi passai a scrivere per loro Pocahontas. Ho lavorato come sceneggiatore cinematografico per alcuni anni, facendo soprattutto revisioni di sceneggiature altrui, prima di passare alla televisione. Al momento, negli USA, la TV è un gran posto per gli scrittori perché viene prodotta una gran quantità di ottimi show, e ci sono tantissimi canali che li trasmettono. Recentissimamente sono stato autore e produttore esecutivo per una mini-serie della ABC intitolata The Assets; uno spy-show su CIA e KGB negli anni ’80.

Da sceneggiatore a romanziere. The Ascendant è il tuo romanzo di esordio. Un thriller politico-finanziario sulla scia di maestri come Robert Ludlum e Tom Clancy. La terza guerra mondiale combattuta tra la Cina e gli Stati Uniti con armi non convenzionali. Non eserciti, armi e soldati, ma una guerra combattuta in Borsa, tramite internet, tra disinformazione e guerrilla psicologica. E questa la guerra del futuro?

Beh, non sono un esperto di guerra, ma ho certamente fatto un sacco di ricerca per il libro, e la gente con cui ho parlato riteneva che sì, una combinazione di guerra cibernetica, guerra economica e guerra informatica sia il futuro dei campi di battaglia. Si potrebbe anche arrivare a sostenere che questo sia lo stato attuale della guerra. Una guerra cibernetica si sta certamente aprendo fra USA e Cina, e la guerra di disinformazione fra Russia e Occidente sul destino dell’Ucraina è in pieno svolgimento. C’è anche una guerra psicologica e di guerriglia fra Israele e Hamas. Perciò immagino che quando si tratta di guerra, il futuro sia adesso. E tra l’altro, il Pentagono si sta già organizzando per combattere le prossime guerre su Internet, e stanno spendendo molti miliardi di dollari per prepararsi per una simile eventualità.

Protagonista un eroe atipico, un trader di Borsa. Uno che vede schemi e correlazioni nei dati apparentemente caotici che riceve nel suo terminale. Un ragazzo di ventisei anni, che ha una sua opinione sui militari e sui governativi. In un primo tempo proprio non esattamente un mostro di simpatia. Come è nato questo personaggio?

Mi piacciono i romanzoni thriller alla maniera di Tom Clancy e Robert Ludlum, ma volevo aggiornare l’eroe del thriller. Non volevo un eroe capace di ucciderti con un colpo di karate o una pistola, ma piuttosto qualcuno capace di fare a pezzi il nemico spingendo un bottone, ingannandolo con la propria intelligenza. Io sono ossessionato da tutto ciò che ha a che fare con l’economia e la finanza, e sono anche un fanatico della tecnologia, quindi la parte coi computer è stata facile. Non sono un mago dei numeri – e mi piace considerarmi un tipo più simpatico del mio protagonista – ma non sono sempre a mio agio con le cose che fa il mio governo, perciò volevo inserire anche quello nel mio personaggio. Ciò che intendevo scrivere era un thriller moderno e sovversivo, con un anti-eroe complicato e vagamente oscuro.

Il suo rapporto con Alexis Truffant non è una classica love story. Lei è una militare, imbevuta di ideali patriottici, e di senso dell’onore. In un certo senso usa a e strumentalizza Garrett, ma fino a che punto? Quando lo porta al cimitero militare di Washington, lo fa in un’ottica si manipolazione psicologica? La loro storia, l’attrazione che provano reciprocamente è sincera, reale?

Beh, quello è il mistero della storia d’amore, e sarà un mistero che continuerà col procedere delle prossime storie. È amore o è manipolazione? Mi piace un bel doppio gioco in una storia d’amore, come nelle vecchie storie di Sam Spade. Una femme fatale è sempre un ottimo personaggio. Inoltre, volevo davvero scrivere un thriller che avesse un sacco di personaggi femminili forti. Mi annoiano le storie che non hanno altro che eroi “machi” e fanciulle in pericolo. Dove sta scritto che anche le donne non possono dare calci in culo?

Tutta inizia quando Garrett scopre una svendita sottocosto di moltissimi T-Bond sul mercato americano. Una manovra finanziaria che potrebbe mettere in ginocchio l’economia americana e il dollaro. Poi una speculazione immobiliare, il crack di Google, un virus che paralizza il sistema elettrico di una centrale nucleare. Insomma tutta una serie di mosse tese a provocare gli Stati Uniti e a spingerli a dichiarare guerra alla Cina. Ma c’è Garrett Reilly pronto a combatterli con la stessa moneta. Realtà e finzione si sovrappongono. Pensi che la crisi finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi dei subprime rientri in un’ottica del genere?

La finanza moderna è così complicata e il metodo che le banche e i governi hanno per far soldi sono così opachi, che io credo sia molto difficile districare ciò che è veramente accaduto in un qualsiasi momento della grande crisi finanziaria del 2007/2008. Ma questo è anche ciò che lo rende tanto affascinante e drammatico. Io credo che l’Armageddon finanziario sia una possibilità reale, e credo che permetta la costruzione di una narrativa di forte presa, perciò immagino che sì, finzione e realtà si sovrappongano. Credo che la base di qualunque buon thriller sia che qualunque cosa accada nel libro debba poter accadere anche nel mondo reale. Se il pubblico non crede che possa capitare, non ne sarà catturato.

Non tutti gli americani sono eroi, i due agenti della Sicurezza Interna, per esempio, sono dei veri e propri bastardi, arrivano a usare la tortura per ottenere ciò che vogliono. Perché questa scelta, perché non tutto è bianco o nero, ma esistono varie sfumature di grigio?

Io non credo ai cattivi. Credo che chiunque, qualunque cosa faccia, razionalizzi le proprie decisioni, e finisca per dirsi che sta facendo ciò che sta facendo per delle buone ragioni. Talvolta è per fare soldi, o conquistare la ragazza, talvolta è per proteggere la nazione. Mi piacciono i libri – e i film – nei quali i cattivi hanno delle motivazioni comprensibili per ciò che fanno, non solo “voglio dominare il mondo!”. Il mondo moderno è complicato, e il mio paese – gli USA – è coinvolto sia in attività moralmente rette che in attività moralmente discutibili, come capita a tutte le nazioni. Amo le aree grigie fra il bianco e il nero, e le scelte difficili che le persone devono fare per garantire la sicurezza propria e della propria nazione. La geopolitica è una faccenda complicata e feroce.

La Cina è sicuramente una potenza in ascesa, economicamente proiettata nel futuro, politicamente ancora ancorata a strutture burocratiche obsolete che favoriscono corruzione e malgoverno. Per te, personalmente, c’è un futuro democratico che attende questo paese? E’ realmente possibile un movimento di protesta interno che sfoci in una vera e propria nuova Rivoluzione?

Quella è la parte della mia storia che è stata maggiormente criticata. Tuttavia, avendo vissuto in Cina, dopo essermi guardato attorno e aver parlato con le persone, penso che verrà assolutamente il momento in cui i poveri e/o la classe media in Cina si solleveranno contro i loro leader del Partito. La sollevazione può essere violenta, può essere pacifica, non lo so. Ma sì, succederà, e prima di quanto la gente pensi. Comunque, la sollevazione può anche semplicemente esprimersi con masse di cittadini cinesi che votando mandano a casa i propri leader. La democrazia non è dietro l’angolo in Cina, ma sta arrivando. Prima o poi arriverà. Contateci.

A un certo punto ci troviamo davanti a un personaggio misterioso, Hans Metternich. E’ una spia? Un agente di qualche governo europeo? Che puoi dirci di questo personaggio?

Adoro un buon uomo del mistero, e per noi americani è sempre un uomo con quel leggero accento europeo che risveglia il nostro interesse. Non dirò troppo su di lui, perché compare anche nel secondo volume, ma basti sapere che è sempre disponibile per dare una mano – a chiunque paghi di più.

Quale è la tua scena preferita in The Ascendant?

La mia scena preferita è all’inizio del libro, quando Garrett incontra Alexis per la prima volta in un bar di lower Manhattan, e poiché sta facendo attenzione, e poiché è bravo a rilevare gli schemi, si rende conto che lei lo sta spiando. La scena prende due interi capitoli, ma è assolutamente la mia preferita. Entrambi i personaggi principali vengono messi a nudo in quella scena: tutte le loro aspirazioni, paure, ossessioni.

Ti sei ispirato a fatti reali? Quanto la cronaca geo-politica ti ha influenzato nella stesura di questo romanzo e nella sua continuazione?

Non ho usato alcun evento reale, ma ho certamente usato delle complicazioni degli eventi reali. I black-out e i cyber-attacchi e i crash istantanei a Wall Street sono tutti accaduti di recente, ed io ho usato delle estrapolazioni di quegli eventi per dare mordente al dramma. Quanto alla geopolitica – sì, studio costantemente il mondo, sempre alla ricerca di buoni sfondi per le mie storie, ed ho assolutamente usato la tensione fra USA e Cina come carburante per il romanzo.

Da laureata in Scienze Politiche il testo Della guerra di Carl von Clausewitz è un testo fondamentale, come hai pensato di utilizzarlo per decriptare un messaggio via mail?

Amo il trattato Sulla Guerra di Clausewitz, e mi piace la storia della sua vita. Lo trovo affascinante. È stato uno dei primi teorici della guerra nell’Occidente moderno, e la teoria della guerra sottende una certa parte della trama del mio libro, perciò fare riferimento alla sua opera pareva una associazione naturale. I nuovi meccanismi della guerra ed i vecchi meccanismi della guerra si scontrano costantemente, come accade in The Ascendant, e allora perché non mettere anche il vecchio maestro – Clausewitz – nel romanzo?

Stai lavorando alla continuazione di The Ascendant. Cosa ci puoi dire di questo nuovo romanzo?

Sì, sto lavorando sul secondo volume, e dovrebbe uscire – negli Stati Uniti – nell’inverno del 2015. La geopolitica sarà leggermente diversa – Russia anziché Cina – ma ci saranno tutti i personaggi principali: Garrett Reilly, Alexis Truffant, e la squadra Ascendant. Ancora una volta entrerà in gioco la guerra cibernetica, ma questa volta l’obiettivo è più finanziario, e tutto il mondo è fuori per dare la caccia a Garrett Reilly.

Quali scrittori ti hanno influenzato? Pensi con il tuo romanzo di aver iniziato un nuovo genere di thriller?

Non so se il mio romanzo sia l’inizio di un sotto-genere. Dovrei essere davvero fortunato per avviare qualcosa di davvero nuovo nel mondo delle lettere – a me piace semplicemente scrivere storie d’avventura eccitanti e intelligenti. Quanto agli autori che mi hanno influenzato, attraversano davvero tutto lo spettro. Credo per Ascendant di aver guardato indietro al machismo americano dei grandi a partire da Hemingway e Jack London. Ma per ciò che riguarda il thriller, il mio preferito è probabilmente John LeCarre. Se riuscissi a scrivere bene anche solo la metà di quanto bene scrive Le Carré, mi considererei un uomo felice. È un vero maestro.

Sei uno sceneggiatore, che differenze hai trovato tra lo scrivere una sceneggiatura e un romanzo? Quale forma di scrittura amai di più?

Mi piacciono entrambe. La sceneggiatura è una forma artistica più collaborativa: lavori con produttori, dirigenti degli Studios, scrittori a contratto, attori, registi. È divertente, e non ci si sente mai soli. Ma al contempo, il lavoro non è mai completamente tuo, e soltanto tuo. Scrivere un libro è un lavoro solitario, ma hai la soddisfazione di scrivere qualunque cosa tu desideri. Credo, alla fine, che scrivere romanzi sia più divertente, e più soddisfacente. Io spero solo di poter continuare a farlo per gli anni a venire.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Purtroppo no, non ci sono piani immediati per un book tour in Italia. Tuttavia sono stato in Italia l’estate scorsa per vedere dei miei amici al nord e voglio semplicemente dire – per la cronaca – che adoro il vostro paese, e adoro gli italiani. Ci sono stato un certo numero di volte, ed è un paese davvero speciale. L’Italia è il paese dei miei sogni. Quando sarò vecchio e decrepito, voglio un appartamentino a Roma dove io possa fare un giro fino all’angolo e comprarmi una bottiglia di birra e del formaggio, e poi guardare la gente che passa sotto al mio balcone. Saluterò i turisti con la mano e coccolerò i gatti randagi e mi farò delle lunghe sieste nel caldo estivo. Questa è la mia idea di Paradiso.

Grazie Drew, come ultima domanda vorrei chiederti come sta andando in America il tuo romanzo e quanto prevedi che uscirà il prossimo?

Il libro sta andando bene, meglio in ebook che come hardcover. Il paperback uscirà a ottobre di quest’anno. Il secondo volume verrà pubblicato negli USA nei primi mesi del 2015, ma non so quando verrà tradotto in italiano. Presto, spero.
Grazie per avermi rivolto delle domande così interessanti, e spero di avere presto l’opportunità di venire in Italia per fare un book tour!

:: Traduzione a cura di Davide Mana

:: Caccia alla Tigre, Drew Chapman, (Sperling & Kupfer, 2014) a cura Giulietta Iannone

31 luglio 2014

indexDiciamolo subito per me la borsa e il mercato azionario sono sempre stati un mistero. Sì, a grandi linee conosco gli attori internazionali in gioco, le logiche legate al profitto, in borsa non si bruciano mai capitali davvero, semplicemente passano di mano, c’è chi ci guadagna e chi ci perde. Principio che la bolla sui derivati ha leggermente messo in discussione. (L’ammontare dei derivati è circa dieci volte superiore al valore del PIL mondiale, fatto che dovrebbe fare tremare le vene nei polsi a qualsiasi economista). Va be’ c’è stata la crisi del ’29, la Grande Depressione, e ora viviamo in un periodo di crisi seguito allo scoppio di una grande bolla immobiliare del 2007, vi dice niente la crisi dei subprime? Ma dove c’è chi ci perde, come dicevo tecnicamente c’è chi ci guadagna. La Cina? L’India? E se le nuove guerre mondiali si combattessero in borsa, se non fossero più armi ed eserciti a mettere in ginocchio paesi e superpotenze, ma solo numeri, azioni, T-Bond e flussi di denaro? Questa è l’idea, e Drew Chapman ci ha costruito su un thriller finanziario, metà spy story, metà war story. Che le guerre siano state combattute da che mondo e mondo per motivi economici è una verità piuttosto assodata, diciamo che già l’uomo primitivo usava la clava sulla testa del suo vicino per accaparrarsi cibo, pelli, animali, e se sempre dico sempre, anche se ammantati da alti proclami retorici, una guerra ha radici economiche, perché non combatterla proprio con armi finanziarie? Perché non combatterla sul fronte ormai ipertecnologico di uno schermo di computer? Internet stesso nacque come progetto militare, quindi fantasia e realtà non vanno tanto in direzioni diverse. Forse davvero la crisi 2007-2014, è una guerra occulta e non dichiarata tra Cina e USA, dall’esito incerto e ancora non del tutto scontato? In fondo l’effetto domino in una guerra simile non è poi così difficile da immaginare. Ma i telegiornali non lo dicono, e come sapete se i mass media non ne parlano, non è vero. Ma torniamo al romanzo. Allora tutto ha inizio quando un giovane analista finanziario, Garrett Reilly, un tipo piuttosto alternativo, non un mostro di simpatia, fumatore compulsivo di marijuana, con fratello morto in Afghanistan e perciò allergico ad autorità e soprattutto militari in genere, scopre che qualcuno sta svendendo qualcosa come 200 miliardi di dollari di T-Bond, a una velocità di 4 e quattordici minuti. Come faccia a capirlo è presto detto: Reilly ha una mente analitica diversa dalla media, lui vede in flussi di numeri apparentemente caotici correlazioni e schemi, un po’ come il bambino autistico, che decifrava codici in Codice Mercury con Bruce Willis. Una speculazione simile potrebbe in breve tempo mettere in ginocchio il dollaro, con la possibilità di generare ingenti profitti per chi cavalca l’onda. Così Reilly avvisa il suo capo, il quale intuendo qualcosa di profondamente sbagliato e pericoloso, avvisa il Ministero del Tesoro. La crisi rientra, in tempo il governo ordina di riacquistare le azioni ma l’allarme è massimo. Dietro tutta questa speculazione c’è la Cina? E’ l’inizio di una guerra non dichiarata? I più alti papaveri del governo e dell’esercito americano si mettono in moto e decidono di assoldare Reilly nelle loro file, per sferrare le loro contromosse. Dall’altro capo del globo, Hu Mei, la tigre, sta combattendo la sua guerra contro il governo comunista cinese, obbiettivo: scatenare una Rivoluzione. Chi vuole fermarla? Chi vuole aiutarla? In che misura le storie di Garrett Reilly e Hu Mei sono collegate? Be’ la storia è complessa, ma il testo è scorrevole e non eccessivamente ostico anche quando parla di mercato finanziario. E’ in fondo un grande romanzo di avventura all’americana con un protagonista atipico, non il classico eroe supermuscoloso e invincibile. Qui abbiamo un ragazzo di ventisei anni, che prenderà coscienza di sé, che inizierà a capire la differenza tra il bene e il male, che crescerà come essere umano su uno sfondo da action movie ipertecnologico. Caccia alla Tigre (The Ascendant, 2013), edito da Sperling & Kupfer e tradotto da Annamaria Biavasco e Valentina Guani, è in fondo un thriller insolito, forse precursore di un genere, adatto a quest’estate anomala, che almeno ad agosto spero porti un po’ di sole. E’ l’ultimo romanzo che recensisco prima della pausa estiva, e comunque non smetterò di leggere. Le mie prossime recensione le ritroverete a settembre. Buona estate!

Drew Chapman è nato a New York. Laureatosi in storia alla University of Michigan, si è trasferito a Los Angeles, dove ha intrapreso una carriera di sceneggiatore che lo ha visto collaborare con i maggiori studios di Hollywood, come la Walt Disney Pictures (Pocahontas) e la 20th Century Fox (Iron Man). È anche autore televisivo per importanti network: ABC, Fox, Sony TV. Dopo il successo del suo romanzo d’esordio, Caccia alla tigre (subito opzionato per una serie tv), è già all’opera su un secondo libro. Vive tra Seattle e Los Angeles.

:: Un’ intervista con Roberta Gallego

29 luglio 2014

Gallego_Doppia ombra2Ciao Roberta, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. E’ nata a Treviso, classe 1968, di professione magistrato. Ci parli di sé, punti di forza e di debolezza.

Proprio l’altro giorno una persona mi ha detto che sono una donna forte che sa di essere fragile.

Ha esordito l’ anno scorso con Quota 33, da magistrato a scrittrice. Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Leggo molto da sempre, provengo da una famiglia che ha sempre considerato i libri come nutrimento quotidiano, della mente e dell’anima. Ho sempre traslocato di casa in casa scegliendo le abitazioni anche per il numero di muri in grado di fare da appoggio alle mie librerie. La scrittura arriva in seconda  battuta, con la presunzione dei vent’anni.

Quest’anno ha pubblicato Doppia ombra, secondo episodio della serie, un affresco corale di una immaginaria procura italiana. Tanti casi intorno al caso principale, l’uccisione di un farmacista nella sua villa. Per creare la trama si è ispirata a casi reali che ha incontrato nella sua carriera di magistrato o anche solo che hai visto in tv o letto sui giornali, o sono solo frutto della sua fantasia? Cosa c’è di vero, a parte l’iter procedurale di un’indagine?  

Tutto è realistico, tutto è verosimile, nulla è realmente accaduto. Certamente l’esperienza professionale e l’arricchimento culturale contribuiscono a solleticare la fantasia.

A seguire le indagini il sostituto procuratore Alvise Guarnieri. Come è nato questo personaggio?

Alvise Guarnieri è una scommessa, perché è la rappresentazione di un personaggio senza velleità di protagonismo istrionico. Si muove in sordina, trasporta il lettore con il suo sguardo attento e riflessivo da un soggetto ad un altro, da una situazione ad un’altra, senza imporsi o prevaricare. Offre la storia, non se stesso. Low profile.

La cronaca nera dal dopo guerra in poi ha attirato in modo esponenziale l’interesse dell’opinione pubblica. Oggi esistono programmi tv,  addirittura riviste, documentari, sui casi di cronaca più eclatanti. Penso all’omicidio di Meredith Kercher o Yara Gambirasio. Non trova che c’è un aspetto quasi ossessivo, se non morboso, che forse parte dagli stessi organi di informazione, con un gran proliferare di esperti, a volte improvvisati, che disquisiscono di DNA, prove, perizie, controperizie. Da magistrato come se lo spiega?

Trovo che la cronaca nera non sia di per sé morbosa, può essere confezionata con cattivo gusto o con superficiale imprecisione, ma risponde sempre a quello che interessa alla gente. Il circo paragiudiziario che agita certe trasmissioni televisive propone un prodotto commerciale che vende, a prescindere da valutazioni morali o etiche. I mass media hanno abdicato da tempo ad obiettivi educativi dell’utente, quindi nell’ottica capovolta dovrà essere l’utente ad educare il mezzo televisivo o giornalistico, rifiutando l’offerta quando è gratuitamente volgare, inutilmente pruriginosa, colpevolmente insensibile e oscena.

Cosa pensa della pena di morte? In Italia non è in vigore, ma in molti paesi è prassi comune anche se controversa. Il carcere ostativo per crimini prevalentemente di mafia e terrorismo, il nostro equivalente della pena di morte, pensa sia invece una pena capace di rieducare o per lo meno di dissuadere dal compiere atti criminosi?

Gli studi criminali preventivi condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato che la pena di morte non ha effetto deterrente per la commissione dei reati per i quali è stata mantenuta. La sanzione penale è dissuasiva nella misura in cui è efficace e proporzionatamente afflittiva, senza sconti. E’ riabilitativa nella misura in cui è associata a programmi di rieducazione alla socialità.

Il sovraffollamento delle carceri è un punto assai doloroso che sembra senza soluzione. Non pensa che per certi crimini come quelli finanziari, o per lo meno in cui i colpevoli non sono un pericolo per la collettività, gli arresti domiciliari potrebbero essere una buona alternativa?

Lo sono già, e non solo per i reati finanziari.

Nei suoi romanzi c’è un sottotesto educativo, o sono opere puramente di intrattenimento?

Nessun sottotesto educativo, solo un fondale etico da condividere con chi si riconosce in certi valori.

Quali sono i suoi autori preferiti, che libri legge nel suo tempo libero?

Leggo molti romanzi, non necessariamente gialli. Invecchiando, ho cominciato anche a rileggere. Non ho un riferimento unico, sono molto affezionata agli autori della formazione giovanile: Kundera, Roth, Grass,  Marquez, Tolstoj, Pennac, ma anche Starnone, De Luca, Quino.

Quando uscirà il prossimo episodio della serie? Può anticiparci di cosa parlerà?

Il prossimo romanzo della serie La Procura Imperfetta s’intitola Il Sonno della Cicala e sarà ambientato fra i vigneti del Barolo. Può la cicala dissipare la propria “estate” e permettersi la sfrontatezza di riposare innocentemente dopo, senza sensi di colpa?

Attualmente sta scrivendo?

Certo, sempre.

L’intervista è terminata nel salutarla m i permetta un’ultima domanda. Ci può parlare dei suoi progetti per il futuro?

I progetti che elaboro di continuo riguardano prevalentemente… viaggi! Viaggerei molto più di adesso, se me lo potessi permettere. L’aeroporto è l’habitat ideale del mio buon umore, il non luogo fra una destinazione e un’altra.

:: Chi bacia e chi viene baciato, Rosa Mogliasso, (Salani, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 luglio 2014

chi baciaPremesso che non è un noir, né un vero e proprio giallo, Chi bacia e chi viene baciato della torinese Rosa Mogliasso, quarto episodio delle avventure del commissario Barbara Gillo, una via di mezzo tra Grace Kelly e Franca Valeri, è un romanzo surreale in cui con umorismo e leggerezza si trattano sì crimini e omicidi, (questa volta avremo a che fare niente meno che con la mafia russa, per poi scoprire che i tatuaggi nelle carceri sovietiche si facevano con l’inchiostro ottenuto fondendo il cuoio delle scarpe mischiato all’urina del tatuatore o del tatuando) ma quello che più conta forse è il personaggio principale, con la sua vita sentimentale, la sua bellezza algida e la sua torinesità.
Un po’ se vogliamo trovare un genere preciso per questo romanzo potremo accostarlo ai romanzi della Gazzola, spumeggianti, ironici, più rosa appunto che gialli, anche se la Mogliasso utilizza a tratti un linguaggio forse più crudo e grezzo. E questo suo giocare con il linguaggio è senz’altro la caratteristica più interessante del romanzo. La Mogliasso alterna registri linguistici, utilizza schegge di dialetto, punta tutto sui dialoghi, realistici quel tanto che basta per dare maggiore verve e lo fa in modo simpatico e informale con il tipico understatement sabaudo. E Torino e la sua provincia (per la precisione il Monferrato) senza dubbio emergono sullo sfondo, importanti quasi come personaggi del romanzo. E questo è assai piacevole, soprattutto per chi Torino la conosce e ci vive.
Se siete appassionati di gialli e noir forse non fa per voi, ma se amate i romanzi umoristici, vi divertirete sicuramente. La Mogliasso ha una certa facilità nel legare assieme gag, freddure, motti di spirito, battute sarcastiche e lo fa con naturalezza e vivacità nella più che brillante tradizione dardiana.
Ma diamo un’occhiata alla trama, a dire il vero un po’ esile, e giusto capace di legare i vari personaggi coinvolti. Tutto ruota intorno ad un inspiegabile delitto. Una giornalista francese, Chantal Morini, in possesso di informazioni sulle attività della mafia russa in Italia, viene assassinata con un colpo in fronte in un bed end breakfast di via Plana, vicino alla centralissima Piazza Vittorio. (Ah, se la conosco via Plana, la frequentai spesso al tempo dell’Università). Nella camera d’albergo gli inquirenti trovano in uno spazzolino da denti una chiavetta USB con immagini di nudi di gente famosa, scattate (poi si scoprirà) da un fotoreporter italiano piuttosto cialtrone, tale Mario Teiera, all’occorrenza un paparazzo, sempre in compagnia di starlett in cerca di notorietà. Che legame c’è tra le foto e il delitto? Chi può aver ucciso la bella giornalista famosa per i suoi reportage coraggiosi e sempre occupata in cause umanitarie, considerata in patria poco meno che un’ eroina nazionale?
Chiamata ad indagare, Barbara Gillo, dovrà prima riprendersi dalla notizia che il suo braccio destro, Peruzzi, vuole dimettersi dalla polizia per aprire un’agenzia investigativa per sistemare la figlia disoccupata, per poi scoprire che…
Naturalmente Barbara Gillo arriverà alla verità, non prima di aver conosciuto un simpatico poliziotto a cavallo, atleta delle fiamme oro, disciplina salto ad ostacoli, e solo nelle ultime pagine del romanzo avremo concentrata la parte gialla del libro, ma come dicevo le ragioni per leggere questo libro sono altre.

Rosa Mogliasso è nata a Susa e vive a Torino. Laureata in storia e critica del cinema, da alcuni anni si dedica al teatro d’ombra e alla scrittura. In un’intervista ha rivelato che per lei «a Torino c’è tutto, basta farci un po’ di rumore intorno e la magia della narrazione ha inizio». L’ambientazione delle sue pagine è Torino, «tra il Bar Elena di piazza Vittorio e il Circolo Amantes di via Principe Amedeo». L’assassino qualcosa lascia edito da Salani è il suo primo romanzo. A gennaio 2011 è uscito il secondo: L’amore si nutre di amore. Nel 2012 La felicità è un muscolo volontario.

:: Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, (Feltrinelli, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 luglio 2014
il-caso-di-tony-veitch-191x300

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.

Glasgow, primi anni Ottanta. Un venerdì sera. Al Royal Infirmary, in Cathedral Street, è una serata tranquilla, se non fosse per un barbone alcolizzato ricoverato in fin di vita che vuole a tutti i costi parlare con Jack Laidlaw.
Fortuna, si fa per dire, vuole che un informatore di Eddie Devlin del “Glasgow Herald” colga i suoi rantoli e avvisi il giornalista, che per senso del dovere telefona a casa a Laidlaw. Ora se vi trovaste alla fine di un matrimonio alla deriva, seduti in soggiorno a chiacchierare con gli amici di vostra moglie fingendo di trovarli interessanti, non cogliereste qualsiasi occasione a braccia aperte per fuggire via? Così fa Laidlaw quando riceve la telefonata e si precipita al Royal Infirmary.
Qui trova Eck Adamson ormai morente, ma disperatamente intenzionato a fare capire di essere stato vittima di un avvelenamento, perché il vino che aveva bevuto non era vino. Quest’ultima frase almeno è l’unica che Laidlaw capisce chiaramente. E quando tra gli effetti di Adamson trova un biglietto con un indirizzo di Pollockshields, i nomi Lynsey Farren e Paddy Collins, le parole “The Crib” e il numero 9464946 in penna a sfera nera, è l’inizio per lui di un’ ossessione.
Eck Adamson come previsto muore avvelenato dal paraquat, un diserbante che qualcuno gli aveva aggiunto nel vino, e a chi vuoi che importi, a chi vuoi che importi scoprire l’assassino, quando per giunta solo Laidlaw crede che sia un delitto? Per lui ogni vita è degna di rispetto, e ogni morte merita un’ indagine.
Poi per giunta anche Paddy Collins, una figura di spicco della malavita di Glasgow, sta morendo in un altro ospedale, il Victoria, accoltellato da qualche sconosciuto, probabilmente per un regolamento di conti tra bande rivali. Ma che ci faceva il suo nome nel pezzo di carta appartenuto a Eck Adamson? Questo proprio non se lo sa spiegare, e così inizia a indagare, accompagnato da un Brian Harkness sempre più scettico, che vede il collega già in crisi coniugale, pure intenzionato a dare un calcio a quel che resta della sua carriera.
Le indagini lo portano sulle tracce di uno studente universitario, tale Tony Veitch, improvvisamente scomparso. Ma non è il solo a cercarlo, anche alcuni delinquenti, tra cui Mickey Ballater giunto appositamente da Birmingham per mettere su un affare che vedeva coinvolto pure Paddy Collins e una prostituta. Il cerchio si chiude, tutto torna. E Laidlaw come al solito, lottando contro tutti, avrà la sua verità. Perché dopo tutto c’è sempre una verità, basta a aver voglia di cercarla.
Il caso Tony Veitch (The Papers of Tony Veitch, 1983) di William McIlvanney, edito da Feltrinelli e tradotto da Alfredo Colitto, giunge in libreria dopo Come cerchi nell’acqua a continuare la trilogia di Laidlaw, che si concluderà con Strange Loyalties. Un noir bellissimo, in cui le luci sono puntate sulla Glasgow di trent’anni fa, su i suoi pub, controllati dalla malavita, le sue strade, i suoi parchi, i suoi palazzi.
Personaggi perfettamente caratterizzati con i loro odi, le loro fobie, pure i minori, quelli che appaiono per poche scene per poi scomparire tornare a rivivere solo nelle parole di altri personaggi.
Come lo stesso Tony Veitch che mai consoceremo, ma che colma di sé tutto il romanzo, diventando a tratti simpatico, poi commovente, poi dolorosamente colpevole solo per ingenuità e troppo idealismo.
Come Eck Adamson, della cui morte sembra dolersi solo Laidlaw, per poi scoprire che aveva anche una sorella.
Come Paddy Collins, l’accoltellato in stato “comico”.
Poi ci sono gli altri: la prostituta italiana che parla male inglese e si trova coinvolta in un “affare” in cui non vorrebbe partecipare, la lady innamorata dei bassifondi, che cerca nel pericolo quello che le manca nella sua vita da privilegiata, e i vari delinquenti di piccolo e grande cabotaggio come lo scassinatore Macey, informatore della polizia e sempre terrorizzato dalla paura di venire scoperto, Dave McMaster, Hook Hawkins, John Rhodes, Cam Colvin e naturalmente il malinconico e violento Mickey Ballater, a cui McIlvanney regalerà una degna uscita di scena.
Oh, sia chiaro recensire William McIlvanney è un po’ come scalare una vetrata insaponata a mani nude, ma pur sempre un privilegio. Adoro come scrive, perché McIlvanney scrive in modo meraviglioso, pur se ci metto un po’ a capire le sue trame. Perché lui arriva alle cose non per le vie più facili. Ti presenta personaggi quasi a tradimento, e ci metti un po’ a capire chi sono, cosa fanno, qual è il loro ruolo nell’economia del romanzo. Non ti permette di distrarti, ti colpisce subito sotto la cintura dandoti la sensazione di non essere tanto sveglio. E ben pochi scrittori possono permettersi questo pur continuando a farti pensare che quello che stai leggendo sia davvero bella roba. Ma McIlvanney è unico, oltre che il primo scozzese ad aver inventato il Tartan noir. Prima di lui nessuno, quindi può permettersi ciò che vuole, pure scrivere un noir sporcato di poesia.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: Come cerchi nell’acqua (2013; Ue, 2014) e Il caso Tony Veitch (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Morte all’Acropoli – Le indagini di Apollofane, Andrea Maggi (Garzanti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2014

indexPer gli amanti della Grecia classica, cultori del bello scrivere, cadenzato da digressioni colte, periodi ampi e ariosi, termini greci che pian piano diventano familiari, abituali, parte della nostra cultura e del nostro patrimonio di conoscenze, Garzanti ha appena pubblicato, dopo le fatiche del torneo Ioscrittore, Morte all’Acropoli Le indagini di Apollofane del pordenonese Andrea Maggi.
Un thriller storico, di impianto classico per stile e linguaggio, ambientato nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, non l’Atene dell’Età dell’Oro di Pericle, ma l’Atene sulla via della decadenza, del tramonto della polis, della sconfitta militare, della crisi politica, della corruzione capace di minare le fondamenta della più antica democrazia della storia. Un periodo storico insomma di crisi e conflitto, che ben si presta ad aggiungere un tocco di drammaticità in più a una storia appunto che parla di furti, omicidi, innocenti ingiustamente accusati, padri che per salvare il buon nome della famiglia coprono i reati dei figli scapestrati mettendo a repentaglio il destino di Atene.
Laureato in Lettere a Trieste con una tesi sul poeta Giacomo Noventa, Andrea Maggi, (è insegnante, ha come vocazione trasmettere sapere ed educare), deve aver pensato, cosa c’è di meglio del genere giallo, per dare sfogo a una passione quella della storia antica, e trasmettere questo amore ai giovani o a coloro che appunto si avvicinano alla lettura sempre titubanti, preoccupati di annoiarsi. E in questo libro tempo per annoiarsi non ce n’è, tutti gli strumenti classici che rendono piacevole la suspense sono usati con competenza e divertita ironia: c’è l’indagine, seguita dal brillante Apollofane, un mercante che per una promessa si trova a diventare investigatore e improvvisarsi logografo, un omicidio di un addestratore di galli, un processo tenuto alla presenza dell’Arconte Re, la scomparsa dell’oro custodito nel Tesoro dell’Acropoli, una bellissima e indipendente filosofa di nome Filossene, una madre che a tutti i costi vuole trovare al figlio una moglie onesta e parsimoniosa, uno schiavo fedele al suo padrone ed esperto nella lotta, e un asino Mida, proprio come l’antico re che trasformava in oro tutto quello che toccava, che si trasforma in un più che efficiente… cane da guardia.
La ricostruzione storica è più che fedele, capace di far rivivere l’atmosfera del tempo, la folla dei mercati, dell’Agorà, il chiasso assordante delle bische tra le urla di incitamento degli scommettitori, e i guaiti dei cani da combattimento, le raffinatezze dei simposi, i templi con i loro sacrifici in cambio delle predizioni degli dei. In più appunto c’è la componente gialla con l’indagine vera è propria, la ricerca di indizi, l’interrogazione dei testimoni, le intuizioni, la scoperta dell’assassino, e del piano che il delitto nascondeva. Buona lettura.

Andrea Maggi è un giovane professore di lettere appassionato di storia. Morte all’Acropoli è il suo primo romanzo.