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:: La cucina del Casale di Luisanna Messeri (Rai Libri 2018) a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2020

CasaleChi di voi non ha mai sognato di vivere in un casale toscano, immersi nella natura, con il proprio orto, un prato fiorito, un cane, dei cavalli, e una meravigliosa cucina piena di pentole, piatti di ceramica, mobili di legno rustico, taglieri, e dotata di tutti gli ingredienti necessari per cucinare piatti sani e sostanziosi? Ecco il libro di cui vi parlo oggi vi aiuta a rendere un pochino più concreto questo sogno. La cucina del Casale di Luisanna Messeri è un manuale di cucina che illustra tutti i segreti e la bellezza della cucina toscana, una cucina ricca, saporita e molto semplice. Una cucina casereccia ma non per questo meno saporita e ricca di tutti quegli ingredienti necessari al benessere e alla salute. Oltre alle ricette, Luisanna Messeri ci dispensa mille consigli dal come fare la spesa, a come ordinare la dispensa elencandoci perfino quegli ingredienti che mai dovrebbero mancare. Diviso per stagioni e ingredienti, accompagnato da un linguaggio semplice e diretto ci insegna tra le altre cose quanto è importante mettere molta cura nei piatti che cuciniamo e che serviamo in tavola per noi e le nostre famiglie. È un modo di volersi bene, di tramandare le nostre tradizioni culturali e sociali, di accrescere quel patrimonio di conoscenze e abilità che si tramanda di generazioni in generazioni. E poi è divertente, cretivo, e rilassante, in questi giorni di ansia e tensione potere mettere alla prova la nostra abilità ai fornelli è un’attima attività che soprattutto apprezzeranno i vostri commensali. Buon appetito!

Luisanna Messeri cuoca e popolare volto televisivo, dal 2011 è stata presenza fissa alla “Prova del cuoco” come maestra di cucina.
È autrice e interprete di vari programmi, tra cui “Il club delle cuoche”, una food comedy di grande successo trasmessa da Sky.
È stata autrice e conduttrice per Rai Radio 2 di “Chef ma non troppo-Decanter”, il primo corso di cucina radiofonico.
È comparsa in diversi film di amici registi, tra cui La pazza gioia di Paolo Virzì.
Dirige la collana “Audiocook” della casa editrice Emons. Tra i suoi libri precedenti, 111 ricette italiane che devi saper cucinare (Emons, 2015).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Rai Libri.

:: Un’ intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2020

PandemiaBenvenuto Tiziano e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Data la gravità del momento, e la difficoltà di tracciare scenari possibili una volta finita la pandemia, inizierei col chiederti una valutazione prettamente personale della situazione. In che misura secondo te cambieranno gli equilibri geopolitici e strategici una volta che l’allarme sanitario sarò rientrato? C’è un rischio reale per la tenuta democratica degli stati?

Sicuramente andremo incontro ad un peggioramento delle nostre, già precarie, condizioni economiche. Con il risultato di far aumentare il malcontento nei confronti di una classe politica che si è dimostrata inadeguata (una situazione che ricorda l’8 settembre). L’Unione ha mostrato il suo vero volto, ovvero quello di un gruppo di inutili burocrati incapaci di fronteggiare la crisi. Gli altri Stati hanno fatto affidamento ai propri leader costituzionalmente riconosciuti, mentre da noi assistiamo alle apparizioni facebook della coppia social Casalino-Conte, con un Parlamento, de facto, sospeso.

Il ridimensionamento dell’esercitazione Defender Europe che ripercussioni avrà secondo te? Un’unificazione delle forze armate europee sotto un’unica autorità è ancora sul piatto delle consultazioni e trattative o la pandemia in corso ha incidentalmente provocato un ritorno più spiccato ai vari nazionalismi? 

La Defender Europe è una esercitazione finalizzata a mostrare ai russi chi comanda in Europa (ne ho descritto il senso geopolitico in un articolo per Difesa online), cioè gli americani. Il dispiegamento di 25.000 uomini, o meno, è solo un atto dimostrativo.
Unificazione di forze europee? Fantasia! La NATO non verrà mai soppiantata, almeno per i prossimi vent’anni.
I nazionalismi sono sempre esistiti, solo noi italiani facciamo finta di non vederli. Prendiamo il surplus di Bilancio con l’Estero della Germania, da anni Bruxelles sostiene che è troppo alto e che Berlino deve diminuirlo. Ma la Germania lo reinveste nel suo welfare (il migliore in Europa) perché altrimenti non esisterebbe una Germania unita.

Stiamo assistendo a un utilizzo delle forze armate non più per meri scopi bellici, ma forse per la sua accezione più nobile di difesa della popolazione e mantenimento dell’ordine. È un’evoluzione prevista o si è fatta come si suol dire di necessità virtù? 

Le Forze Armate di una nazione esistono per difendere la stessa da nemici esterni, quindi già difendono la popolazione. Quando i militari vengono utilizzati per l’ordine pubblico vuol dire che la situazione interna è critica.

Per quanto riguarda la tenuta dell’Unione europea, esiste un piano comune, una qualche forma di coordinamento in caso di minacce pandemiche? Prevede che comunque venga messo in atto nei prossimi mesi?

Piani comuni per simili eventi non ne esistono, perché ogni paese dell’Unione agisce secondo i propri scopi e, come ci hanno dimostrato, ignorando le difficoltà degli altri.

In che misura la disinformazione e le fake news stanno influenzando l’opinione pubblica?

Io avrei più paura delle fake dei governi. Per quanto riguarda la disinformazione il nostro esecutivo non è stato secondo a nessuno.

Nel caso di un’ipotetica guerra batteriologica diciamo tradizionale, esiste una strategia e un piano comune europeo per fronteggiare la questione?

Esiste solo in ambito NATO. Ovvero secondo quanto stabiliscono gli USA.

E in che modo si potrebbe fronteggiare un eventuale attacco terroristico che utilizzasse armi batteriologiche?

Non si potrebbe.

La NATO non ha attivato alcun protocollo in caso di pandemia? Come si collocano in questo quadro di instabilità l’invio di medici militari e non, derrate e aiuti all’Italia da parte di paesi esterni alla NATO come la Russia, la Cina e Cuba? Non dovrebbe essere per prima Bruxelles, e poi Washington a coordinare gli aiuti nei paesi europei più colpiti? 

Dovrebbe essere così. Ma questa pandemia sta evidenziando la finzione di certe alleanze.

Finita l’emergenza come si ovvierà all’inevitabile disturbo post traumatico sofferto dalla popolazione? Servono dunque non solo virologi, e immunologi ma anche medici militari esperti di queste problematiche?

Serviranno sostanziosi investimenti pubblici, unico rimedio efficace.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza con informazioni chiare e attendibili e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Un’intervista con Sam Stoner a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2020

Sam StonerBenvenuto Sam su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Raccontaci qualcosa di te, dove sei nato? Che studi hai fatto? Dove vivi attualmente?

Grazie a te, è un piacere essere presente su Liberi di Scrivere.
In accordo con la mia biografia non ufficiale scritta da Angelica C. Gherardi le mie origini sono eterogenee a partire da un bisnonno “ […] un diamantario ebreo fuggito da Anversa nel ‘39. […] arrivato a New York aveva cambiato il suo nome in Stoner, “pietraio”, riprendendo a esercitare il suo mestiere, tagliando e vendendo pietre preziose; era sempre rimasto un oscuro lavorante nascosto nel retrobottega di un’altrettanto oscura gioielleria del quartiere yiddish”. Bisnonno che io non ho mai conosciuto. Mia madre, una ragazza cattolica di origini italiane, per la precisione partenopee. E questo spiega il particolare legame con la cucina napoletana (come quella romana) che non solo gusto ma che preparo, anche se sono molti i segreti che devo ancora apprendere. La mia nascita si colloca a metà tra due continenti come anche la mia infanzia (comunque di base a Roma) e questo spiega il legame con gli Stati Uniti. Ho studiato economia all’università, un passatempo del tutto inutile visto che non c’è stato seguito nel mondo lavorativo. Oggi sono a Roma, nel quartiere dell’Eur, protagonista di molti racconti, alcuni presenti in Linea d’ombra e in alcuni romanzi. L’Eur non è solo una zona di Roma, è una realtà architettonica unica al mondo, metafisica, estraniante, di grande fascino se vissuta nelle varie ore del giorno e soprattutto della notte.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Ho iniziato a scrivere per soddisfare un richiamo interiore, nato spontaneamente. Le storie apparivano, e appaiono, per immagini e io le trascrivo. Ogni storia, che sia un racconto o un romanzo, nasce sempre da una suggestione, un particolare colto per caso in strada, una foto, un articolo di cronaca, un dialogo tra estranei. Devo essere sincero, appena vedo una persona la prima domanda che mi pongo è quali segreti si celino dietro la sua apparente normalità, quale dolore abbia ricevuto o inflitto. Mi chiedo se si tratti di un carnefice o una vittima, ricordando bene che i ruoli sono interscambiabili.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

I contemporanei che leggo sono dei mostri sacri dai quali, insieme ai grandi del passato, traggo continuamente ispirazione: James Ellroy, David Peace, Irvine Welsh, Paul Beatty, Stephen King e… Tom Robbins, lo scrittore più pericoloso del mondo.
I miei preferiti, in ordine cronologico: Sofocle, Shakespeare, Dante (sapevo a memoria quasi tutto l’Inferno, merito di un mio insegnante di lettere al liceo – uno dei tanti avendo cambiato otto scuole e dieci classi tra medie e superiori). Seguono, restringendo la lista: Edgar Allan Poe (‘49), Fëdor Dostoevskij (‘81), Oscar Wilde (’900), Raymond Chandler (’59), Dashiell Hammett (’61), Jim Thompson (’67), Cornell Woolrich (‘68), Donald Westlake, Elmore Leonard, Philip Roth.

Hai da poco pubblicato un volume di racconti noir dal titolo Linea d’ombra. Ce ne vuoi parlare?

La raccolta è nata con l’idea di selezionare i racconti più rappresentativi della mia scrittura, alla fine mi sono ritrovato con una raccolta noir con una forte connotazione sociale. In ogni racconto è trattata una tematica ben precisa: prostituzione, alcolismo, senzatetto, violenza domestica, stupro, personalità doppia, pulizia etnica, criminalità. La mia scrittura nasce sempre con un’emozione legata alle vittime, di altri o di se stessi. Del resto si tratta di Noir. Un particolare che caratterizza l’opera è il linguaggio piuttosto crudo e forte, ma si tratta di storie che si svolgono in quelle zone d’ombra spesso nascoste, realtà lontane dalla quotidianità della massa. Ritornando alla domanda di prima legata ai miei scrittori preferiti, ho voluto omaggiarli in Linea d’ombra, con un collage di estratti delle più grandi opere hard boiled che compongono un breve e intenso racconto.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi libri? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

Ho riscontrato buone vendite negli Stati Uniti, credo si debba alla generosità della estesa comunità italiana visto che al momento non ci sono mie opere tradotte.

Pratichi Qi Gong e meditazione, vero? Ci sono libri, manuali che illustrano i segreti di queste discipline, molto utili e benefiche anche oggi?

Nessun segreto, sono esercizi semplici e potenti. Servono a rilassare ma sono nati con un altro intento: fortificare le difese immunitarie, apportare energia e vigore. Ci sono manuali interessanti come “Zhineng QiGong” di Vito Marino e Ramon Testa, ma si possono trovare esercizi spiegati perfettamente anche in internet. Per questo periodo consiglio gli “Otto Pezzi di Broccato”, esercizi di semplice esecuzione anche per un anziano, e duemila anni di pratica ne garantiscono l’efficacia. E poi consiglio di cercare l’esercizio LAQI davvero semplice da eseguire, anche da seduti, ma straordinariamente efficace per apportare energia e benessere. Bastano dieci minuti al giorno.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

Al momento ce ne sono quattro: “Cronaca nera” di James Ellroy, “Il tempo di uccidere” di Laurence Block, “Crime” di Irvine Welsh e “Il giallo di Villa Nebbia” di Roberto Carboni.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro?

Sono in fase di rilettura di un romanzo crime e di una raccolta mistery, sto anche pensando a una nuova storia, non so ancora se sarà un racconto o un romanzo, lo scoprirò scrivendo.
Sono io che ringrazio te per l’ospitalità e le piacevoli domande.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2020

StefanoBentornato Stefano, è un piacere riaverti su queste pagine per questa nuova intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Immagino tu abbia sospeso le presentazioni in questi giorni, come ti tieni occupato?

SDM Sì, purtroppo ho dovuto rinunciare a diversi impegni, ma verrà il momento più opportuno in cui ci ritroveremo tutti con animo più leggero. Io lo smart–working già lo facevo da casa, da sempre praticamente. Divido la mia giornata tra i compiti essenziali per la vita quotidiana, il lavoro e il divertimento. Ho allestito anche uno “spazio spot” dove posso tenere in esercizio il fisico soprattutto con il taiji ma anche con esercizi a corpo libero e boxe a vuoto. Ho sempre lavorato anche in altri momenti di crisi con la convinzione di proseguire come se tutto fosse normale. Io so raccontare storie e questo continuerò a fare. Una forma di sopravvivenza per me e, mi auguro, anche per gli altri. Le ore libere sono dedicate alla visone di film, alla lettura e allo studio. Dispongo di una vasta biblioteca e videoteca per cui non ho che l’imbarazzo della scelta. Quando scrivo ascolto sempre musica. Nella mia routine ho aggiungo l’approfondimento dello spagnolo che parlo e capisco abbastanza ma in questo periodo ho l’occasione di approfondire leggendo alcun i testi che mi sono procurato questa estate.

È uscito in questi giorni per Il Giallo Mondadori L’ amante di pietra, disponibile anche in ebook. Una nuova avventura per Bas Salieri, personaggio molto amato dai tuoi lettori, esistono già due episodi: Il palazzo dalle cinque porte e La torre degli scarlatti. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea per scrivere questo nuovo episodio?

SDM. Il romanzo l’ho scritto nel 2017 ma l’idea risale al 2015. Devo ammettere che dallo spunto iniziale alla realizzazione avevo lasciato trascorrere troppo poco tempo. Avevo un titolo, uno spunto (che vagamente si rifaceva al Mulino delle donne di pietra) ma la trama era abbozzata. Così mi ero fermato due volte, poco convinto del risultato. Infine ho gettato via tutto mantenendo solo il titolo. Infine nel 2017, durante una vacanza, stavo leggendo cose diverse e, ad Amsterdam, ho avuto una folgorazione. In meno di due ore avevo tutto in mente. Al mio ritorno ho messo giù lo “scalettone” e, quando terminai di scrivere il Professionista che stavo lavorando, ho ripreso in mano tutto. In cinque settimane il romanzo era lì.

Sei stato il primo in Italia, per Urania mi pare, a scrivere una serie wuxia, ibrida, contaminata anche dal puro fantasy occidentale alla “Il trono di spade“. Diversi episodi, anche in ebook, raccolti in un unico volume dal titolo “L’ultima imperatrice”. Nel dibattito in corso della cosiddetta “appropriazione culturale”, come ti poni? So che sei uno scrittore molto aperto alle contaminazioni culturali, all’accrescimento comune tramite il confronto.

SDM. Devo dire che questo dibattito non ha molto senso. Se escludiamo il vero e proprio plagio, ricordiamo che nessuna storia è veramente originale. Per quel che riguarda L’ultima imperatrice, che scrissi nel 2000, volevo scrivere un wuxiapian e mi piaceva l’idea che non avesse magia. Avevo letto da poco Il trono di spade quando ancora pochi lo conoscevano ed era proprio questa cosa della storia fantasy senza magia che mi piaceva. Il trono di spade era ispirato non solo alla guerra delle Rose ma anche a moltissimi altri classici della narrativa storica e fantastica. Io ero interessato all’Oriente e, per la verità, volevo raccontare la storia (che invece è reale e contemporanea) dell’ultima imperatrice Cixi. Poi entrano suggestioni di Howard e, qualcosa, anche di un bellissimo film indiano di Mira Nair, Kamasutra.

L’ossigenazione è importante, soprattutto in questo periodo, tu sei un esperto di arti marziali e pratichi anche il tai chi. Hai scritto manuali che possano avvicinare a queste pratiche anche principianti di tutte le età?

SDM. Moltissimi anni fa pubblicai negli Oscar una guida alla preparazione fisica e al Self Training. Non so se sia ancora reperibile. Di manuali veri e propri ne ho scritti sulla Kickboxing e il karate. La verità è che pratiche come il taiji si dovrebbero imparare con un maestro. Io cominciai quando avevo ventisei anni e mi sembrava quasi un po’ ridicolo con la forza della gioventù apprendere una “ginnastica dolce”. Invece feci un investimento per il futuro. Dopo tanti anni il taiji mi ha aiutato anche a riprendere l’uso delle ginocchia dopo che aveva avuto qualche problema dovuto al sovra allenamento delle arti “dure”. L’importante è non restare mai troppo fermi. Anche in casa. A intervalli regolari, alzarsi, sgranchirsi, respirare sempre molto bene, prendere una boccata d’aria al balcone (questo si può!). il corpo come la mente deve essere sempre in movimento.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi romanzi? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

SDM. Il genere di narrativa che pratico io all’estero, con nome italiano, è difficile da proporre. Dovrebbero farlo gli editori, ma purtroppo chi pubblica in edicola … non è molto considerato. A torto, ma è una questione differente. In realtà pubblicai in Germania Il cavaliere del Vento (2002) edito da Goldmann che lo prese da Piemme. I manuali sportivi invece sono andati bene.

Stiamo tutti più a casa, l’ideale è passare il tempo occupandoci di attività piacevoli come guardare un film, ascoltare buona musica, leggere un libro. Iniziamo con il cinema. Che serie televisivi o film consigli?

SDM. Ho recuperato tutte e tre le stagioni di Muskeeters, una bellissima serie della BBC che ripropone con spirito moderno ma con grande aderenza di ambienti e costumi, l’epopea di Dumas. Magnifica. Per chi vuole cose moderne, invece, consiglierei Blacklist Legacy che, sebben inferiore alla serie originale che adoro, è interessante.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

SDM. Sto rileggendo un vecchissimo western di Gordon D. Shirreffs L’unico che si salvò. Poi come dicevo studio spagnolo con un libro che si intitola Comanche di Juan Meso de la Torre e sto leggendo molti fumetti e un libro di storia sulla Legione Straniera per un lavoro che sto facendo.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: hai in programma una nuova serie molto diversa dalle precedenti? Vuoi anticiparci qualcosa?

SDM. Sì, la nuova serie su Segretissimo debutterà a settembre e si intitola Killer Élite. È un contesto totalmente diverso dal Professionista e non è collegato alla serie. La storia di un killer e della poliziotta che gli dà la caccia. Vivono in un mondo dominato da una organizzazione criminale che si chiama L’Aquila e ha avuto origine nell’antichità. La maggior parte dei personaggi ha soprannomi invece di nomi e le ambientazioni son esotiche ma anche italiane. Spero che vi piaccia. Ne potrete avere degli assaggi in tre racconti che usciranno in appendice ai miei romanzi su Segretissimo a maggio, luglio e agosto. Con questo ti ringrazio e vi saluto tutti con un abbraccio virtuale. Ce la faremo!

:: La vera felicità. Come realizzare il potenziale presente nella nostra anima di Anselm Grün (Edizioni San Paolo, 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2020

La vera felicitàLa tradizione cristiana propone, come punto di riferimento per la costruzione di una vita pienamente realizzata, l’esercizio di tre virtù che non sono riducibili all’umano, ma aprono la nostra esistenza al divino: si tratta della fede, della speranza e della carità.

Anselm Grün riprende questa tradizione e la traduce con finezza teologica e psicologica nella vita attuale, a partire dall’assunto che vede ogni donna e ogni uomo alle soglie della realizzazione della propria felicità, del proprio benessere. Infatti, egli sottolinea,

«la fede è già dentro di te come potenzialità che ti è stata data con la tua natura umana. La speranza è infusa in te. Ti fa vedere di cosa sei capace. E l’amore è la tua realtà più intima».

Perciò, riflettere oggi sulle virtù significa ritrovare un angolo profondo di noi stessi, riprendere in mano il filo della gioia che ci attende, e metterci all’opera per realizzare quello che già siamo nel cuore di Dio.

Forse avete già sentito parlare di Anselm Grün, tra i filosofi e pensatori cristiani di questi anni travagliati è uno dei più conosciuti, anche grazie alla grande prolificità dei suoi scritti. Teologicamente ineccepibili, umanamente fecondi. Ho avuto modo di leggere questo suo libro quest’estate, e fino a oggi non mi sono sentita di scrivere nulla al riguardo, un po’ perchè la dimensione spirituale è una delle cose più intime e personali che ci siano, e poi vige la regola che ogni percorso spirituale ha un moto suo proprio. Insomma ognuno deve scoprire le cose da sè, a volte è controproducente imporle, sia a credenti che non credenti. Credo un libro come questo sia più utile ai secondi, a patto che rispettino alternative visioni del mondo. Non ho fatto studi teologici, quindi la mia analisi sarà puramente emozionale, come si suol dire. Anselm Grün parte da un assunto molto semplice: che l’uomo sia nato per essere felice. Questo è il progetto, questo è l’essenza più profonda del “cuore” di Dio. Per raggiungere questa felicità dobbiamo percorrere un percorso terreno che inevitabilmente termina con la morte. Ma questo stadio dell’esistenza è solo l’inizio. Per conquistare questa felicità, già terrena come espressione massima delle nostre potenzialità, un cristiano ha tre doni molto speciali: la fede, la speranza e l’amore.  Fede in Dio, in sè stesso, negli altri. Speranza nel futuro, nel presente, nell’uomo come essere razionale e aperto all’eterno. E poi l’amore, già San Paolo nel suo “Inno all’amore” Prima Lettera ai Corinti, ci aveva detto che questo dono/virtù è il fondamento di tutto. Ecco se privilegiate la dimensione spirituale dell’essere questa lettura potrebbe farvi bene. A me l’ha fatto.

Anselm Grün è monaco nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania). Dopo aver compiuto gli studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 è “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le edizioni San Paolo ricordiamo: Autostima e accettazione dell’ombra. Come ritrovare la fiducia in se stessi (20033); Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico (20062); Lottare e amare. Come gli uomini possono ritrovare se stessi (20072); Regina e selvaggia. Donna, vivi quello che sei! (2005); La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2007); Felicità  beata (2008), Il libro delle risposte (2011).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ufficio stampa di Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo.

:: Un’intervista con Maurizio de Giovanni, a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2020

Maurizio

Bentornato Maurizio, è un piacere riaverti su queste pagine per questa nuova intervista. La situazione è seria in Italia, e nel mondo, in questi giorni, ma ognuno continua a fare la sua parte, noi continuando a parlare di libri. Immagino tu abbia sospeso le presentazioni in questi giorni, come ti tieni occupato? A uno scrittore non si chiede, ma io te lo chiedo lo stesso: stai scrivendo un nuovo libro?

R. Ciao Giulietta, un abbraccio a te e un affettuoso saluto agli amici di Liberidiscrivere che, come sai, sono da sempre nel mio cuore. Sì, la situazione è difficile e gli incontri e le presentazioni sono state sospese. Io, a dire la verità, avrei volentieri continuato anche per dare un segnale di resistenza culturale, ma se c’è un rischio reale è opportuno dirsi arrivederci speriamo a presto. Sono felice di dirti che ho appena consegnato il testo del romanzo che uscirà il 31/3, Una lettera per Sara, di cui sono molto contento. Spero piaccia alle lettrici e ai lettori come è piaciuto a me scriverlo.

La serie dedicata al commissario Luigi Ricciardi è giunta al termine, non ho ancora letto Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, ma spero di farlo presto. Nonostante questa decisione, prevedi di scrivere ancora dei racconti con protagonista l’amato commissario? O è proprio un capitolo chiuso della tua creazione letteraria?

R. Credo che la linea narrativa ambientata negli anni Trenta sia conclusa: il paese, dopo il 1934, perde molto di fascino per il consolidarsi del regime. Torna a essere bello da raccontare nei primi anni Sessanta, e non escludo di andare in quell’epoca per capire cosa è successo a tutti quei personaggi. Prima, però, devo ai lettori una serie di racconti di Bambinella, magari da un rifugio antiaereo nel 1942, che ci dirà cosa è successo nel frattempo. Non subito, però.

Sul fronte televisivo, quando uscirà lo sceneggiato RAI dedicato a Ricciardi? Ce ne vuoi parlare? A me sarebbe piaciuto tanto Giampaolo Morelli nella parte (finalmente in un ruolo drammatico), ma anche Guanciale è molto bravo. Ti hanno consultato durante le riprese? C’è un episodio bizzarro accaduto durante le riprese che ci vuoi raccontare?

R. Non sono molto interessato ai prodotti televisivi, nei quali intervengono molte professionalità che legittimamente effettuano delle scelte, che possono non concordare con quelle dello scrittore che, forse, è troppo abituato a lavorare da solo. Auguro alla fiction su Ricciardi, di cui ho comunque firmato le sceneggiature, il miglior successo e sono certo che sia una bellissima fiction, ma non ti so dire molto di più di questo.

Per quanto riguarda la serie de I Bastardi di Pizzofalcone, dopo Nozze, hai in programma un nuovo capitolo?

R. Certo che sì. Come sempre nel tardo autunno ci sarà un nuovo episodio della serie dei Bastardi, che amo molto e che hanno sempre nuove storie da raccontare.

Come vanno le pubblicazioni all’estero dei tuoi romanzi? In quali paesi hai trovato un’accoglienza più calorosa?

R. Molto bene, grazie. I miei romanzi sono tradotti in molte lingue e pubblicati in 31 paesi, e sono molto letti per fortuna in Francia, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito e America Latina. Ogni volta che vado in questi luoghi vengo accolto da molti lettori appassionati, e ne sono sempre veramente felice.

Immagino anche tu stia leggendo di più in questi giorni, quali libri ci sono sulla tua scrivania, e sul tuo comodino?

R. Quando scrivo non posso leggere, purtroppo, perché la scrittura altrui mi influenzerebbe. Ma non vedo l’ora di leggere l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone, Inventario di un cuore in allarme, quello di Massimo Carlotto, La signora del martedì e quello di Carlo Lucarelli, L’inverno più nero, col mio amatissimo commissario De Luca.

Sei un appassionato di calcio, non negarlo, hai mai pensato di scrivere un romanzo incentrato su questo sport? Magari sugli albori del Napoli, ricordo la società fu fondata nel 1926.

R. L’ho già scritto. Si chiama Il resto della settimana, edito da Rizzoli, e secondo me è di gran lunga il mio miglior romanzo.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: hai in programma una nuova serie molto diversa dalle precedenti? Vuoi anticiparci qualcosa?

R. Sì, ce l’ho. Prima però uscirà per Einaudi Stile Libero un nuovo romanzo con Mina Settembre, protagonista di Dodici rose a Settembre che è uscito l’anno scorso per Sellerio riscuotendo un lusinghiero successo. Poi ci sarà questo nuovo romanzo per Rizzoli, e ti assicuro che ci sarà da divertirsi. Per ora ti dico che i due protagonisti sono soprannominati “Il Bufalo” e “Sammarzano”. Non posso dire di più, se non raccomandare a te e a tutti gli amici di restare collegati.

:: Un’intervista con Riccardo Esposito a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2020

 

Scrivere per informare

Ciao Riccardo, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista.

Grazie a te, mi fa sempre piacere scrivere per il tuo blog.

Scrivere per informare è il tuo nuovo libro, un manuale tecnico, scritto a quattro mani con Cristina Maccarrone. Ci vuoi parlare di Cristina, come l’hai conosciuta?

Allora, veramente difficile ricordare questo evento. Se non sbaglio ci siamo conosciuti durante il Joomla Day ma non ne sono sicuro. In ogni caso la collaborazione professionale con Cristina si è sviluppata nel tempo ed è cresciuta anche la stima nei suoi confronti.

Cristina ha pubblicato anche degli articoli su My Social Web (tipo come aprire una partita IVA) e oggi è mia complice in quest’avventura editoriale. Perché mi fido di lei, ha quelle competenze che mi mancano nel mondo del giornalismo. E che mi hanno aiutato a completare questo lavoro.

Dunque una giornalista e un blogger, due visioni della scrittura online a confronto. Insomma da nemici/rivali ad alleati. Giusto?

Assolutamente alleati. Sono due modi di intendere il lavoro della scrittura, non c’è bisogno di creare un contrasto. Anzi, vogliamo arricchire la prospettiva con le competenze comuni.

https://www.youtube.com/watch?v=76f-J0c62lg

Ad esempio, qual è la differenza tra un comunicato stampa e una notizia? Ognuno ha la sua opinione, un punto di vista differente. E lo abbiamo definito anche in uno degli appuntamenti online con i webinar formativi che stiamo organizzando per creare consapevolezza.

Cosa un blogger ha da imparare di più da un giornalista, e viceversa?

Un blogger può prendere come riferimento una serie di regole che il giornalista conosce e rispetta per sua formazione professionale. Come la buona struttura comunicativa di un articolo informativo o il diritto/dovere di citare le fonti in un certo modo per dare valore al proprio lavoro.

Tutto questo può essere sconosciuto a un blogger che, invece, ha tanto da insegnare dal punto di vista del web writing. Nel lavoro di scrittura del libro ho analizzato diversi quotidiani online e lo dico senza timore: spesso si ignorano le regole tecniche che comprendono tag title, meta description, ottimizzazione delle immagini… Insomma, le relazioni sono tante.

Chi ha avuto l’idea di scrivere questo libro? E come è nato il progetto?

L’idea di scrivere questo libro è nata a Palermo. Ero in un mercato a mangiare street food insieme a Enrico Flaccovio, mio mentore e complice nei lavori di Etno Blogging e Fare Blogging che ho già pubblicato per Flaccovio Editore.

Qui è sorta l’idea: lavoriamo su un libro che guidi blogger e giornalisti in questo lavoro di scrittura online? Poi abbiamo chiamato Cristina Maccarrone e abbiamo concluso tutto a Napoli, davanti a un piatto di spaghetti aglio e olio. Più peperoncino. Quindi, un libro molto Made in Sud 😉

A chi è rivolto Scrivere per informare?

Io direi a chi ha voglia di scrivere bene online. C’è una sezione che prende a piene mani dal mondo del giornalismo e un’altra (la mia) concentrata sugli aspetti tecnici del web writing. Lo consiglierei soprattutto a chi studia sul serio la buona comunicazione scritta. Quindi a blogger che non si accontentano delle nozioni personali, giornalisti che vogliono aggiornare le proprie competenze, uffici stampa e web agency.

Come è strutturato il libro?

Ci sono due sezioni speculari. Una è dedicata ai consigli che un blogger può dare al giornalista e un’altra si concentra a ciò che quest’ultima figura può comunicare a chi si occupa di scrittura online. Ci sono capitoli tecnici che affrontano temi specifici, come titoli e immagini.

Poi si affrontano argomenti di ampio respiro come i tipi di articoli e i comunicati stampa: come si scrivono, in che modo si diffondono, quali sono i consigli per evitare rifiuti.

Nasce da un crowdfunding editoriale che sembra andare, tra l’altro, molto bene, mancano 32 giorni e già 79 copie prenotate. Un crowdfunding di successo, in un paese, l’Italia, dove questa formula fa così fatica a decollare. Quale è il segreto del vostro successo? 

L’unione fa la forza. Posso contare sulla promozione di Cristina e su quella di Enrico, poi sulla mia. Abbiamo idee e contenuti da mettere in pubblica piazza, proprio come il piano di webinar che abbiamo strutturato per creare attenzione intorno al tema. Un progetto del genere scommette sui nomi. Anzi, no: investe sulle persone e sulle idee che trasmettono.

Chi volesse prenotare il libro dove deve andare?

Semplicemente sul sito di Flakowski, nella pagina dedicata a Scrivere per Informare. Ancora pochi giorni e scade il periodo di sconto con un risparmio del 20%, quindi conviene fare in fretta!

Progetti per il futuro?

Godermi i risultati di questo libro e continuare a scrivere. Purtroppo o per fortuna questa malattia della scrittura non ti lascia mai, e sono sempre felice quando ho una nuova sfida da affrontare nel campo. Non sono il tipo da un libro all’anno e non critico chi lo fa, anzi. Però non vedo l’ora di riuscire a raggiungere le persone a cui ho pensato nel momento in cui scrivevo queste pagine.

:: Un’intervista con Carmen Giorgetti Cima su “Il medico di corte” di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2020

Il medico di corteOggi parliamo di Il medico di corte di Per Olov Enquist con la sua traduttrice italiana Carmen Giorgetti Cima, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

Il medico di corte uscì per la Norstedts Forlag nel 1999. In Italia per Iperborea, poco dopo, nel novembre del 2001. Sono passati ormai vent’anni ma è un libro che non ha perso la sua freschezza. Come hai scelto di tradurlo? Avevi tradotto altri libri di Per Olov Enquist?

Anzitutto concordo quando dici che Il medico di corte è un libro che non ha perso la sua freschezza – e non solo perché narra una vicenda storica e quindi non soffre di legami con tematiche o ‘mode’ effimere. È il linguaggio narrativo stesso di Enquist, così particolare e forte, a consacrarlo fra gli evergreen. Non a caso è uno dei libri di Iperborea che viene regolarmente ristampato. In precedenza avevo tradotto, sempre per Iperborea, un libro sul celebre e discusso scrittore norvegese Knut Hamsun, Processo ad Hamsun, uscito nel 1996 sia in Svezia che in Italia, che è in pratica la sceneggiatura del film di Jan Troell Hamsun. Nel 1999 quando uscì Il medico di corte lo lessi subito (anzi, in anteprima – l’Editore svedese mi mandava le novità più importanti prima che fossero sul mercato) – e me ne innamorai perdutamente, per cui non fu difficile convincere l’Editore italiano ad acquistarne i diritti.

Autore interessante, Per Olov Enquist, svedese, scrittore e drammaturgo, con una spiccata propensione nel trasformare vite vere di personaggi storici in romanzi. Spesso nominato per il Nobel, schivo, riservato, dotato di una ricca vita interiore. Definito una delle “coscienze critiche” della società scandinava. L’hai mai conosciuto personalmente? Pensi che il suo lavoro sia giustamente conosciuto anche fuori dai confini della Svezia?

Enquist è uno dei miei ‘autori del cuore’, lo adoro. Lo incontrai per la prima volta alla fine degli anni Ottanta proprio nella sede del suo Editore svedese, aveva saputo che avevo un appuntamento con la responsabile dei diritti esteri e desiderava conoscermi per capire meglio la situazione del mercato italiano. Considerava i suoi libri veramente come una parte di sé e teneva moltissimo a che finissero nelle mani giuste. Iperborea allora era appena nata ma lo rassicurai sull’enorme passione, serietà e professionalità della sua creatrice Emilia Lodigiani. Successivamente l’ho incontrato ancora molte volte, sia in Svezia sia in Italia. Sono stata nella sua casa di Stoccolma a discutere con lui dei libri che traducevo ed è stato importantissimo per me conoscerlo a fondo di persona, un aiuto ineguagliabile per capire le sue opere e il suo linguaggio così compresso e carico di significati. Ho sempre sostenuto che in Enquist le parole hanno un peso specifico enorme, e alcuni termini che ricorrono costantemente nella sua produzione sono autentiche ‘chiavi’ di una sorta di codice in cui svela se stesso, in perfetto stile con la sua riservatezza. Uno dei momenti ‘pubblici’ che ricordo più volentieri fu quando dialogammo insieme alla Fiera del Libro di Göteborg nel 2007 sul suo capolavoro La biblioteca del Capitano Nemo (uscito in Italia nel 2004 per Giano Editore), il libro che secondo me (e anche secondo Enquist) meglio lo rappresenta e che avevo fortissimamente desiderato portare in Italia. Se c’è un autore scandinavo che meriterebbe il Nobel, a mio parere è proprio lui. E la sua fama anche fuori dei confini nazionali è assolutamente giustificata – Enquist è e rimarrà uno degli autori più significativi del nostro tempo. Sì, adoro Enquist, come autore e come persona. Quando non parliamo di libri, parliamo di cani, passione che condividiamo. In occasione dei rispettivi compleanni ci mandiamo gli auguri anche da parte dei nostri amici quadrupedi…

Il medico di corte è sicuramente il romanzo di Enquist più famoso all’estero, e giustamente, tra i suoi tanti suoi meriti sicuramente ha quello di aver fatto conoscere all’opinione pubblica la Rivoluzione Danese, che anticipa di pochi anni la ben più famosa, e cruenta, Rivoluzione Francese. Un concatenarsi di fortuite circostanze che ha permesso in pieno assolutismo di far fioriere un periodo di riforme innovative, se vogliamo innovative anche oggi. Ce ne vuoi parlare?

In effetti uno degli aspetti più interessanti di questo libro è proprio l’aver messo in luce il fatto, poco noto al di fuori della Scandinavia, che la Danimarca fu il primo paese europeo a dotarsi di una legislazione ‘moderna’, anticipando la Francia e comunque facendolo tramite riforme e non tramite una sanguinosa rivoluzione. Certo non andò tutto liscio, e il febbrile impegno di Struensee per cambiare le cose nel regno di Cristiano VII non fu né accettato dalla corte, fortemente contraria a tali cambiamenti, né capito dal popolo che invece ne avrebbe tratto vantaggio, poiché si trattava comunque di una visione riformista ‘imposta dall’alto’, ma il seme di una visione diversa della società era stato comunque gettato. Personalmente ho apprezzato moltissimo questo aspetto del romanzo, mi piace sempre imparare qualcosa di nuovo dal mio lavoro, e traducendo i grandi autori questo è più la regola che l’eccezione.

Johann Friedrich Struensee, il medico di Altona, ateo, illuminista, sognatore, figlio di un teologo evangelico, è sicuramente un personaggio sorprendente. Fu uno dei primi a usare il dentifricio, a diffondere il vaccino contro il vaiolo, a impegnarsi per la libertà di stampa e di pensiero, a combattere la tortura e le condizioni di vita disumane di servitù dei contadini. Non hai avuto la sensazione anche tu che fosse come dire fuori posto nel suo tempo? Un uomo moderno, possiamo dire.

Certamente Struensee era già molto ‘avanti’ nella sua visione della società, possiamo dire che, considerata la situazione generale dell’Europa dell’epoca, fosse quasi un utopista, e come tale destinato a non essere né capito né apprezzato. Ma certamente era un personaggio fuori del comune, un uomo che precorreva i tempi.

Illuminismo filosofico e pietismo religioso si contrappongono forse un po’ troppo manicheamente, dibattito sicuramente ancora aperto, il libro ha sicuramente il dono di approfondire queste tematiche nella contrapposizione tra Ove Hoegh-Guldberg (appoggiato dalla Regina Madre Giuliana Maria) paladino dell’oscurantismo e lo stesso Struensee innovatore e progressista. È ancora vivo questo dibattito nelle società nordiche?

Non credo che nelle attuali società nordiche un dibattito del genere sia più attuale. Il pietismo religioso appartiene largamente al passato. Un altro grande scrittore dell’estremo nord svedese, Torgny Lindgren (stessa area geografica da cui proviene Enquist) in uno dei suoi ultimi romanzi, Acquavite, racconta per esempio con ironia come ormai la miscredenza regni sovrana in un’area che era un’autentica roccaforte del pietismo religioso. Semmai oggigiorno la contrapposizione è fra il neo nazionalismo e l’apertura verso altre culture.

Un tema che mi ha molto colpito è la critica severa dei sistemi educativi coercitivi (di cui il re danese Cristiano VII è una vittima illustre). Sistema mirato a piegare la volontà del sovrano per creare quella sorta di vuoto di potere atto a dare campo libero allo spadroneggiare della corte. Punizioni corporali anche severe, umiliazioni, vessazioni. Insomma la “pazzia” di re Cristiano, fu in un certo senso anche indotta?

Certamente Cristiano VII fu un bambino particolarmente sfortunato, perse la madre Louise quando era molto piccolo, aveva un padre totalmente assente e ricevette un’educazione, affidata al collerico conte Reventlow, che definire ‘severa’ è esagerare per difetto. Senza nessuno che lo proteggesse (e lo amasse), divenne la vittima predestinata di una corte che rappresentava il vero centro del potere. In un quadro del genere, credo che la sua pazzia fosse in realtà più indotta che congenita. Già il suo precettore svizzero, Reverdil, si era reso conto ben presto di questa triste realtà.

Un altro tema molto interessante, approfondito credo anche per il fatto che Enquist è anche un drammaturgo, e la vita come rappresentazione. Insomma alla fine Cristiano VII confonde realtà e azione scenica. Anzi non è mai così vivo proprio come quando recita nelle rappresentazioni teatrali che si svolgono a corte. Tema affascinante non trovi?

Considerato quanto fosse oppresso e spaventato nel quotidiano, circondato com’era da gente falsa e crudele che lo costringeva a vivere in un incubo perpetuo, non stupisce che paradossalmente il teatro rappresentasse per Cristiano l’unico momento di normalità in cui esprimere se stesso liberamente…

Il grande Voltaire scambiò una fitta corrispondenza con Cristiano VII, che nel suo viaggio a Parigi cercò tanto di incontrarlo, ma senza successo, arrivando a dire che Voltaire gli aveva insegnato a pensare. Nel romanzo si riporta anche un ode scritta da Voltaire proprio per Cristiano. Insomma molti illuministi posero molta fiducia in questo giovane sovrano danese, vero?

Cristiano aveva per Voltaire una sincera venerazione, e il suo dialogo epistolare intelligente e appassionato con il filosofo francese dimostra che tanto pazzo non era. Del resto anche il suo precettore svizzero Reverdil era un illuminista (ancorché meno ‘conclamato’ di Struensee) e nell’insieme, e dall’esterno, poteva veramente sembrare che il giovane re danese avrebbe rappresentato un esempio positivo per tutte le monarchie europee.

Il medico di corte è un romanzo anche con forti venature erotiche e sensuali, non a caso lo stesso Enquist ha detto che voleva solo scrivere una storia d’amore. E così in parte è. È stato difficile tradurre le pagine dedicate all’amore tra la giovane regina Carolina Matilde di Hannover e Johann Friedrich Struensee. Che toni hai privilegiato?

Il medico di corte è un grande romanzo d’amore. Enquist è stato superlativo nel saper descrivere la storia fra la regina Caroline Mathilde e Struensee (ma anche quella, più ‘modesta’ ma in fondo altrettanto commovente, fra Cristiano VII e la popolana Catherine) dicendo esattamente quanto bastava, non una parola di più, non una di meno. La sua sobrietà verbale (che è frutto di ‘concentrazione’ non di ‘semplicità’ e come tale non comunica distacco ma al contrario ha una carica fortissima) nel descrivere sia i sentimenti sia la loro espressione erotica e sensuale è stata anche qui vincente. Io mi sono semplicemente adeguata, cercando una forma e una terminologia che fossero altrettanto evocative e forti, senza cadute di stile.

Puoi raccontarci qualche aneddoto curioso legato alla traduzione di questo romanzo?

Nel marzo del 2000 ero a Stoccolma, avevo letto Il medico di corte e mi apprestavo a tradurlo. In una libreria antiquaria che frequentavo abitualmente – a caccia di libri ormai fuori commercio – m’imbattei (o forse ero effettivamente in cerca di qualcosa del genere, spinta dalla curiosità di approfondire gli aspetti storici della vicenda narrata) in un testo dal titolo irresistibile: Christian VII, Caroline Mathilde och Struensee. Risaliva al 1920 ed era la traduzione svedese dell’opera, documentatissima, uscita nel 1890 e basata su un enorme e approfondito lavoro d’archivio, di un dotto enciclopedista danese. Avevo probabilmente ‘scoperto’ la fonte principale delle innumerevoli informazioni sul contesto storico che fa da sfondo al ‘romanzo d’amore’ di Enquist…

Hai visto il film Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel? Che impressioni ti ha fatto?

Non ho visto Royal Affair (in genere la riduzione cinematografica di libri che ho amato finisce sempre per deludermi, soprattutto se i libri in questione li ho pure tradotti e quindi massimamente interiorizzati: nel mio immaginario i personaggi hanno un certo aspetto, parlano e si muovono in un certo modo eccetera eccetera) ma dopo aver letto la tua recensione forse cambierò idea!

Grazie del tempo che ci hai dedicato, spero che questo nostro breve colloquio avvicini ancora tanti altri lettori a questo bellissimo libro. Terminerei questa intervista con una domanda dedicata a te: che libro stai traducendo attualmente, quali sono i tuoi progetti prossimi futuri?

Mi fa sempre piacere parlare dei ‘miei’ libri – in fondo il traduttore finisce per diventare co-autore e i libri sono anche ‘figli suoi’, e Il medico di corte è uno dei miei prediletti.
La mia traduzione più recente (appena terminata!) è una raccolta di racconti di un altro dei miei autori preferiti, Lars Gustafsson. È un testo che risale al 1981 e che dimostra – se poi ce ne fosse bisogno – che anche le ‘opere minori’ degli scrittori veramente grandi valgono immensamente di più di tanta pseudo-letteratura che circola oggigiorno.
Nel prossimo futuro spero di potermi dedicare a un testo per cui penso valga assolutamente la pena impegnare il proprio tempo e la propria energia – ma ancora non ho certezze quindi non posso sbilanciarmi. Il mondo dell’editoria è ormai guidato da logiche un po’ (molto) diverse da quelle di qualche decennio fa. Sono sempre più felice di aver vissuto buona parte dei miei quarant’anni e passa di attività professionale in tempi migliori!

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

:: Un’ intervista con Annelise Heurtier a cura di Giulietta Iannone

10 febbraio 2020
Annelise Heurtier

LBP-Mayalen Gauthier

Benvenuta Annelise su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Prima di parlare di L’età dei sogni, tradotto in italiano da Ilaria Piperno per Gallucci e finalista della quinta edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria +11, mi piacerebbe conoscere qualcosa di più su di te. Dove sei nata, che studi hai fatto, da quanto scrivi narrativa per ragazzi?

Ciao e grazie per questa intervista!
Sono nata a Villefranche sur Saône, vicino Lyon, nel 1979. Ho studiato marketing e comunicazione e ho lavorato in questo settore per una dozzina di anni, prima di lasciare tutto per dedicarmi soltanto alla letteratura. Era il 2011, mi stavo trasferendo a Tahiti (un ricordo bellissimo).

L’età dei sogni è un libro molto emozionante, ispirato a un fatto reale forse poco conosciuto all’esterno dei confini nordamericani. Ce ne vuoi parlare?

È vero, questo romanzo tratta un episodio molto importante per il Movimento per i diritti civili. Non conosco la situazione in Italia, ma in Francia la storia dei Nove di Little Rock è assai poco conosciuta. Quando la casa editrice Casterman ha pubblicato questo libro, nel 2013, si trattava dell’unica opera in francese dedicata a questo argomento. Sono molto felice di aver contribuito a far conoscere il percorso fatto da questi 9 ragazzi. Oggi c’è ancora molta strada da fare riguardo a queste problematiche (in relazione alle etnie, alla religione, al genere…)…e credo che scoprendo percorsi di questo tipo sia possibile fare passi avanti! Alcuni anni fa, una giovane lettrice mi ha confessato che, grazie a questo romanzo, aveva smesso di essere razzista, cosa in cui credeva fin da piccola, soltanto per imitare la sua famiglia. Quanto potere può avere la letteratura…e che grande regalo per l’autore.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di questa vicenda? E quando hai deciso di trasformarla in un romanzo?

Non so quando ne ho sentito parlare per la prima volta. Il ricordo, comunque, non era così nitido in me, tanto da pensarci quando ho deciso di scrivere un romanzo ambientato negli Stati Uniti durante gli Anni Sessanta.
Mentre mi stavo documentando su questo periodo storico, ho incrociato una fotografia dei Nove di Little Rock ed è stata una sorta di elettroshock! Mi sono detta che quello era il tema di cui volevo impossessarmi.

Come ti sei documentata? Che tipo di ricerche hai fatto?

Ho usato tutte le fonti che avevo a disposizione, sia internet (video, archivi, blog…) sia libri (saggi, romanzi). Sono stati 5 mesi di intense ricerche! Non si è trattato soltanto di conoscere in modo approfondito la storia dei Nove di Little Rock, ma anche di arrivare a ricreare un’ambientazione, un’epoca. Penso che sia questa la cosa più difficile nel mio lavoro (scrivo soprattutto romanzi che si svolgono in ambientazioni o epoche diverse dalla nostra…per questo, ogni volta, è necessario un lavoro di ricerca).

Tutto inizia a cambiare nel maggio del 1954, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti rende incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Ma la strada per l’integrazione è ancora lunga. Cosa ti ha colpito di più del coraggio e della perseveranza di questi giovani che vedevano nell’istruzione e nella scuola una via per la liberazione, e l’uguaglianza?

Quello che mi preoccupa e mi dispiace, è che oggi, al contrario, moltissimi giovani hanno perso interesse per la scuola e per l’istruzione (perlomeno in Francia) o non ne comprendono l’importanza. È un’opportunità così grande avere accesso a un’istruzione gratuita, laica, accessibile e uguale per tutti, indipendentemente dallo status sociale, l’etnia, il genere! E non è affatto così in tutte le parti del mondo.

La segregazione razziale non portò solo casi di ingiustizia, discriminazione e aggressioni verbali. Ma atti di brutalità inaudita, che anche se non in quel caso specifico portarono al linciaggio e alla morte delle vittime. Citi per esempio l’omicidio di Emmet Till, un adolescente nero assassinato nel 1955 in Mississippi, per avere guardato negli occhi una donna bianca. Ma la giustizia non interveniva in questi casi? Come giustificava queste inadempienze?

Su questo aspetto non vorrei si creasse confusione… ho scritto un romanzo sui Nove di Little Rock ma non sono né una storica né un’esperta dell’argomento, e non credo che la mia opinione possa avere una qualche legittimità in più rispetto a quella di chiunque altro. Per rispondere alla sua domanda, non so bene cosa dirle, sinceramente. Niente può giustificare un sistema di giustizia due livelli diversi. È un’atrocità.

Molly Costello, assieme a Grace Anderson protagonista de L’età dei sogni, è liberamente ispirata a Melba Pattillo, tra l’altro autrice di Warriors dont’ Cry. A Searing Memoir of the Battle to Integrate Little Rock’s Central High. Come hai dosato fantasia e realtà?

Ho scelto di ispirarmi alla storia di Melba Patillo, è vero. L’equilibrio tra finzione e realtà si è creato in modo abbastanza naturale, in realtà non mi sono fatta troppe domande. Credo di aver mantenuto i punti che mi erano apparsi i più importanti.

Naturalmente è una storia per ragazzi, dedicata a giovani lettori, tuttavia utilizzi un linguaggio e uno stile molto franco e diretto. Trasmetti insomma tutta la difficoltà che incontrarono i nove ragazzi di Little Rock e anche quella dei bianchi progressisti e contrari a queste discriminazioni. Pensi che la lettura del tuo libro possa essere utile anche ad aiutare ad affrontare fenomeni di bullismo anche non legato unicamente a questioni razziali?

Certamente, la riflessione e le emozioni suscitate dalla lettura di questo libro possono essere applicate ad altri contesti. Il rifiuto dell’altro, purtroppo, è dovunque. Ho un figlio che frequenta la scuola media, è un contesto incredibilmente violento, per non parlare delle problematiche etniche o sociali.

Del tuo libro mi ha colpito la scelta di alternare i capitoli dal punto di vista di Molly e di Grace. Mettendo a confronto le vite di due ragazze di quindici sedici anni accomunate dagli stessi sogni: andare bene a scuola, avere amici, avere un fidanzato. C’è un punto soprattutto in cui fai dire a Grace che per la prima volta ha pensato a Molly come a una coetanea ferita e non caratterizzandola per il colore della sua pelle. È un punto di svolta nella tua storia? Un atto di consapevolezza?

È possibile!

Grazie della tua disponibilità, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti di parlare dei tuoi progetti futuri.

Non sono ancora abbastanza maturi da poterne parlare.

[Traduzione dell’intervista a cura di Ilaria Piperno.]

:: Un’ intervista con Emanuele Termini a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2020

Stalin_Copertina_Provvisoria.qxp_Layout 1Benvenuto Emanuele sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ha esordito l’anno scorso con libro bellissimo, me lo lasci dire, dal titolo L’Acqua Alta e i denti del lupo, un’ indagine investigativa sui generis, svolta comunque in modo serio e scientifico, con tutte le armi dello storico che cerca documenti in favore di una tesi tutta da dimostrare. Come è nata l’idea di dedicarsi alla stesura di questo libro?

L’Acqua Alta e i denti del lupo è il mio primo libro, nato forse, credo, quasi per sbaglio. In realtà io non cercavo di scrivere un libro, cercavo di risolvere il mistero di Josif in Italia, il libro è arrivato dopo, quando la mia ricerca era, per così dire, finita. La storia di questo georgiano mi aveva incuriosito; quando arrivai alla presunta soluzione del mistero, decisi di trasformare la mia ricerca storica in un romanzo. Alla fine è stato definito un libro che non appartiene a nessun genere, o a molti generi insieme; io comunque sono ancora convinto di aver scritto un romanzo.

Già nel sottotitolo Josif Džugašvili a Venezia viene praticamente svelato ai lettori chi sarà il protagonista. Josif Džugašvili era il vero nome di colui che è conosciuto e passato alla storia principalmente con lo pseudonimo di Stalin. Le biografie principalmente approfondiscono il periodo istituzionale, diciamo, quando prese il potere. Il periodo precedente giovanile è piuttosto oscuro, soprattutto perché visse in clandestinità da giovane anarchico con la polizia segreta zarista che lo voleva catturare per sicuramente condannarlo a morte. Una vita pericolosa, in clandestinità, con documenti falsi, falsi nomi, inserito insomma nel fumoso mondo dei rivoluzionari e anarchici di inizio Novecento. Quindi già questo rende difficile l’indagine. Ma lei nella sua ricerca ha avuto proprio la sensazione che qualcuno abbia voluto volontariamente cancellare e nascondere traccia delle sue attività, ci sia stata una specie di congiura, di omertà diffusa, anche dopo quando svelare questi fatti non l’avrebbe più messo in pericolo?

Sul giovane Josif è stato scritto molto, la biografia più completa, più bella forse, è quella di Simon Sebag Montefiore; quasi un racconto, che aggiunge dettagli a quanto già si sapeva e traccia un profilo psicologico della sua infanzia e gioventù. La vita da clandestino rivoluzionario ha lasciato moltissime ombre sulla biografia del georgiano, subito dopo aver abbandonato il seminario iniziò, in modo molto scrupoloso, a nascondersi e a cancellare ogni sua traccia. Questo comportamento gli valse la sopravvivenza: molti dei suoi compagni rivoluzionari venivano catturati, esiliati o giustiziati.
Certo è che nel periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1953 non c’era molta voglia di approfondire nulla in merito alla vita di Josif. Omertà, propaganda ideologica, paura forse; nessuno voleva indagare, nel senso stretto del termine, per ricostruire dettagliatamente la vita di quest’uomo. Poi forse le cose sono cambiate, ma ormai molto di ciò che aveva fatto era andato perso, cancellato, omesso e il tempo ha fatto la sua parte. Cent’anni non sono molti, ma le testimonianze dirette non erano più disponibili. Scomparsi i suoi alleati e i suoi antagonisti diventò difficile ogni ricostruzione.
Io avevo la sensazione che ci fosse ancora qualcuno, davanti a me solo di qualche passo, ma intenzionato a non farmi scoprire nulla. Avevo letto molto su di lui, sulla prima parte della sua vita e la suggestione ha fatto la sua parte.

Quando ha sentito parlare per la prima volta di questa “leggenda”, del soggiorno a Venezia di Josif Džugašvili tra il febbraio e il marzo del 1907. Si ricorda il momento esatto?

Il momento esatto non lo ricordo, perché a Venezia è una storia che si racconta dai primi del Novecento e molto probabilmente mi è capitato più volte di sentire qualche racconto che la citasse. Ricordo però il momento esatto in cui questa storia mi ha incuriosito al punto da indurmi a scavare. È tutta colpa di Alberto Toso Fei, del suo “Misteri della laguna e racconti di streghe”. Alberto è riuscito a incuriosirmi al punto che la prima cosa che feci dopo aver letto il suo libro fu chiamarlo, per chiedergli se potevo continuare la sua ricerca.

È una leggenda veneziana dunque tramandatasi oralmente, sostenuta però storicamente da alcuni documenti tra cui forse il più significativo un articolo di due pagine comparso sul “Candido”, settimanale di Giovannino Guareschi, numero 51 del 22 dicembre del 1957 scritto dal giornalista romano Gustavo Traglia. Dunque Josif Džugašvili è stato davvero in Italia? Che prove aveva scoperto Gustavo Traglia?

Gustavo Traglia era la chiave per risolvere completamente questo mistero. Il suo lavoro in merito al viaggio del georgiano in Italia però era concentrato nel periodo in cui era meglio non indagare: a cavallo tra il 1940 e il 1950. Traglia morì improvvisamente, non fece in tempo a lasciare un testamento giornalistico, un archivio, nemmeno i suoi appunti sono stati trovati. Le prove di Traglia sono scomparse con lui; credo che aspettasse il momento migliore per pubblicare ancora, per tornare sulla carta stampata, magari con qualche dettaglio in più. Anche se morì nel 1958, cinque anni dopo Josif, gli anni Cinquanta rappresentavano ancora un ostacolo per chi voleva attaccare la politica russa.

Insomma secondo la figlia non era un giornalista che si inventava le notizie, e poi a suffragare l’importanza di questa indagine giornalistica sembra sia avvenuto un fatto che lega l’allora redattore dell’Unità, Pietro Ingrao, e il Traglia, vero? Ce ne può parlare?

Con Pietro Ingrao ero arrivato in tempo, l’allora direttore de L’Unità era ancora vivo quando tentai di contattarlo. Purtroppo però non ricordava quel fatto e forse era stata veramente una cosa di poco conto per lui. Forse solo un rimprovero, nemmeno severo, nei confronti di Traglia, per dissuaderlo dal continuare la sua ricerca. Io me li sono immaginati, con le loro idee opposte, mentre cercavano di imporsi a vicenda, nel tentativo di arrivare a una soluzione. Ingrao ebbe la meglio, riuscì a mettere a tacere Traglia, ma erano tenaci tutti e due e proseguirono ognuno per la propria strada. A volte mi capita di immaginare cosa sarebbe successo se Ingrao avesse concesso più libertà a Traglia: forse questa vicenda sarebbe sui libri di storia, occuperebbe qualche riga nella storia di Venezia. Il giornalista romano era affidabile, era uno di quelli che indagavano a fondo; molto probabilmente quel suo pregio è diventato, in quel periodo molto complicato, la sua condanna professionale.

Ha avuto l’idea che questo giovane anarchico georgiano in visita a Venezia avrebbe potuto anche non essere Josif Džugašvil?

Non ho mai pensato a questo. Un georgiano qualunque avrebbe di certo lasciato qualche traccia più evidente, non avrebbe avuto senso nascondersi. Avrebbe viaggiato utilizzando il suo vero nome probabilmente. Le date in ogni caso mi facevano tornare sempre al lavoro di Traglia e tutto coincideva, o meglio, tutto faceva pensare a quello che si sospettava. Il fatto che non si trovasse nessun documento ufficiale non faceva altro che confermare quello che si sapeva di Josif e di quel preciso periodo della sua vita.

Venezia è quasi un personaggio a sé nella sua storia. Una Venezia crepuscolare, silenziosa, rarefatta, fatta di calli segrete, lontana dalla Venezia turistica che tutti conosciamo, una Venezia che non si svela a chi come dice lei la visita una sola volta nella vita. Una Venezia anche senza tempo, simile forse a quella vista da Josif Džugašvili?

Quella che descrivo io è una Venezia che si può ammirare sempre, basta allontanarsi dal flusso di turisti che vanno sempre nella stessa direzione; a volte basta semplicemente cambiare calle e perdersi. La Venezia che ha visto Josif non era molto diversa, forse mancavano i grandi volumi di turisti a cui siamo abituati oggi, ma era comunque una città molto viva. Credo che Josif abbia visto lo stesso numero di presenze, composto però da un maggior numero di veneziani e un minor numero di turisti giornalieri. Mancavano le grandi navi, ma il commercio era molto sviluppato anche nei primi anni del secolo scorso. Josif non ha visto il campanile; un immagine di Venezia che nessuno di noi ha negli occhi. Piazza San Marco senza l’ombra del “paron de casa”, una vista della Basilica completamente diversa da quella che abbiamo noi.

Nel suo libro accenna al genocidio armeno. A San Lazzaro i monaci tengono in vita la cultura del popolo armeno, lei ha avuto modo di parlare con diversi monaci, ha idea che siano stati reticenti in qualche modo, che nascondessero un segreto, che essere accostati a Josif Džugašvili, dopo tutti questi anni per giunta, in qualche modo potesse ancora metterli in pericolo?

Non credo che ci sia stata una vera e propria reticenza; credo che i monaci mechitaristi non vogliano che il monastero di San Lazzaro diventi meta di un turismo diverso da quello religioso. L’isola rappresenta la cultura armena in Italia, ma è anche un luogo che gli abitanti dell’isola dedicano alla preghiera e alla formazione dei novizi.
Nell’isola di San Lazzaro sono custoditi sicuramente molti segreti; alcuni custoditi gelosamente dai monaci, altri che il tempo è riuscito a cancellare o a nascondere. La biblioteca, il vero tesoro armeno in laguna, sicuramente custodisce altri misteri; le stanze del monastero sono piene di tesori e di storia, quel posto nasconde tre secoli di cultura e di passaggi di uomini.
I monaci non si sentono in pericolo se accostati a questa storia, potrebbe però essere in pericolo il rispetto che si deve a quella che viene chiamata tutt’ora “La piccola Armenia”, alla sua pace e alla sua vocazione religiosa.

Che idea si è fatto lei personalmente del motivo per cui Josif Džugašvili si recò proprio a visitare quel luogo? Proprio la sua idea personale, anche non suffragata da testimonianze o documenti.

Credo che Josif fosse a conoscenza dell’isola di San Lazzaro, credo avesse dei contatti con qualche monaco conosciuto durante gli anni del seminario. Arrivato a Venezia, tappa quasi obbligatoria per chi arrivava dal mare e doveva dirigersi nel nord Europa, era l’unico posto dove poteva comunicare nella sua lingua e dove poteva organizzarsi per raggiungere la Germania.
Nel 1907 il georgiano di cui parliamo si era presentato a San Lazzaro e aveva probabilmente ricevuto l’accoglienza che i monaci riservavano a tutti i viaggiatori, ma né lui né i monaci di allora immaginavano cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. Nessuno immaginava che quel ragazzo sarebbe diventato anni dopo uno degli uomini più importanti e influenti del secolo.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandola ancora del tempo che ci ha concesso mi piacerebbe ancora chiederle se sta attualmente scrivendo un nuovo libro, e di cosa tratterà.

Al momento leggo, raccolgo informazioni e studio, nella speranza che qualche storia mi colpisca e mi sproni a indagare.

:: Violette di marzo di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2020

unnamedDopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Fazi dà alle stampe Violette di marzo (March Violets, 1989) primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, composta inoltre da Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), e Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991).
Il grande successo di questo personaggio portò l’autore a continuare la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), l’inedito in Italia Field Grey del 2010, La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), e gli ancora inediti in Italia A Man Without Breath del 2013, The Lady From Zagreb del 2015, The Other Side of Silence del 2016, Prussian Blue del 2017, Greeks Bearing Gifts del 2018, e l’ultimo, quattordicesimo della serie pubblicato postumo, Metropolis del 2019.
Speriamo che Fazi abbia il coraggio di pubblicare l’intera serie, facendo anche tradurre i romanzi ancora inediti, perché sicuramente merita. I lettori del blog sicuramente ricordano La notte di Praga, allora edito da Piemme, qui recensito ormai nel 2013.
Innanzitutto va fatta una premessa doverosa, per chi non conosce il personaggio e non ha ancora letto nessun romanzo della serie: linguaggio, temi e situazioni sono caratterizzati da una notevole crudezza e durezza che ben rispecchia il periodo storico trattato, e non risparmia quasi nulla all’immaginazione.
Insomma è una detective story storica con tocchi noir capaci di trasmettere tutta la brutalità e la violenza che si respirava in Germania durante il regime hitleriano. Sebbene naturalmente è una ricostruzione romanzata, l’attenzione storica è massima, e personaggi fittizi e realmente esistiti intrecciano i loro destini con una certa dose di naturalezza e autenticità.
Scritta in un periodo in cui la condanna del nazismo aveva ben poche voci discordanti, sicuramente Kerr si sarebbe stupito se fosse ancora vivo delle derive negazioniste di questi ultimi tempi, ci porta a riflettere oltre che su temi di interpretazione storica, anche su dubbi e dilemmi che toccano la nostra società e la natura umana più in generale. Spesso ci domandiamo come nascano le dittature, come la popolazione accetti di vivere adattandosi alla totale perdita della propria libertà e autodeterminazione, leggendo questa serie si ha un quadro molto preciso e realistico di tutto ciò.
Molto amato dai suoi colleghi, Philip Kerr, forse trascende il genere e porta il discorso ben oltre ai normali canoni di letteratura di genere tipicamente di intrattenimento e commerciale. Insomma si respira quel tipo di letteratura capace di essere a servizio di ideali più alti e a una precisa e vera presa di coscienza, se non collettiva, perlomeno individuale.
Leggendo soprattutto la seconda parte del romanzo, quella ambientata a Dachau, mi ha colpito una riflessione singolare che condivido con voi: sicuramente Philip Kerr non ha vissuto direttamente l’esperienza di un campo di concentramento tedesco, né era tedesco lui stesso, ma mi ha trasmesso la sensazione di quanta pietas i veri sopravvissuti abbiano nel raccontare le loro esperienze passate.
Ma torniamo al romanzo, Violette di marzo è ambientato nella Berlino del 1936. L’anno delle Olimpiadi che videro Jesse Owens vincere ben quattro medaglie d’oro sotto gli occhi di Hitler, quasi facendosi beffe delle teorie sulla cosiddetta razza superiore. Bernhard “Bernie” Gunther, reduce di guerra ed ex poliziotto, riciclatosi investigatore privato (Quasi su tutto, tranne i divorzi) specializzato in persone scomparse, viene assunto da Hermann Six, milionario magnate dell’acciaio (uno dei più grossi industriali della Ruhr) perché gli ritrovi una preziosissima collana di diamanti rubata, danno collaterale della morte della figlia Grete e del genero Paul Pfarr, uccisi nel loro letto a colpi di pistola, e poi dati alle fiamme.
Paul Pfarr era una delle cosiddette violette di marzo, termine dispregiativo con cui venivano etichettati coloro che aderirono al partito nazista solo in un secondo tempo, salendo letteralmente sul carro dei vincitori, e Bernie non tarda a scoprire che non era proprio in rapporti idilliaci con il suocero. Sarà l’inizio di un’indagine dura, serrata, imprevedibile soprattutto per il fatto che Hermann Six manco si sognava lontanamente che Bernie, seppure allettato dal gran mucchio di soldi dell’onorario, la prendesse così seriamente, pronto a tutto per scoprire la verità.
Sebbene la detection poliziesca sia il filo conduttore della storia quello che più colpisce è il quadro di insieme, quell’intreccio di corruzione e rassegnazione che ammorba la quasi totalità dei rapporti sociali, in un mondo in cui predominano i toni cupi della brutalità, della crudeltà e della violenza non solo delimitati nel sottobosco della criminalità.
Tutta la società tedesca del periodo sembra inquinata da questi rapporti di forza che danno campo libero ai potenti del periodo di giocare indisturbati le loro partite di potere. La rivalità tra Himmler e Goering non tarderà a stagliarsi sullo sfondo e a dettare i tempi dell’indagine, in cui Bernie si troverà quasi stritolato.
Antieroe di stampo classico, Bernhard “Bernie” Gunther, il cui umorismo amaro e sarcastico combatte la rassegnazione dilagante che si propaga tra gli altri berlinesi, non è esattamente uno stinco di santo: bevitore, donnaiolo, interessato soprattutto al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza, si insinua nelle pieghe della società e pur disprezzandola, si limita a manifestare il suo dissenso verbalmente (anche con un certo coraggio come quando apostrofa Heydrich) ma tuttavia inserito in un contesto di odio e sopraffazione, dove vince il più forte.
Buona lettura.
Traduzione di Patrizia Bernardini.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.