Posts Tagged ‘Einaudi’

:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2017

donde(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva

:: Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2017

Esce l’ ̶1̶1̶ ̶l̶u̶g̶l̶i̶o̶.

Dato il grande numero di prenotazioni Einaudi anticipa al 5 luglio.

Intervista all’autore sul libro qui.

Sipario per il commissario

Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura la propria innocenza, ma in pochi gli credono. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore. Lei, però, cosí dice chi la conosceva, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora piú oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda.

Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, decimo romanzo della serie del commissario Ricciardi, edito da poche settimane da Einaudi, è un romanzo che attendevo da un po’. Fosse per me de Giovanni dovrebbe stare agli arresti domiciliari nel suo studio (diamogli qualche caffè di inverno e qualche bevanda fresca d’estate), sempre e solo a costruire storie di questo personaggio. E dei suoi figli, e dei suoi nipoti.
Naturalmente lo farei sposare con Enrica, lo farei guarire dal fatto, e magari emigrare in Argentina, per salvarlo dalla Seconda Guerra Mondiale, dal fascismo, dalla follia che attraverserà l’Europa. Lo metterei insomma al riparo dal male. Magari, sì la nostalgia di Napoli lo colpirebbe, magari alla sera, al suono di una canzone, nel sentire un suo conterraneo parlare napoletano dall’altro lato della strada, anche lì oltremare, nelle terre del Sud America.
Sì, mi rendo conto che queste scelte non spettano a me, non sono io l’autore, e probabilmente non le saprei scrivere storie come queste. Sì a volte i lettori esagerano, vorrebbero interferire con il processo creativo, addirittura decidere trame e numero dei romanzi di una serie. Non si può. Questo romanzo è il terzultimo della serie di Ricciardi. L’autore ha già in mente il suo finale, qualunque sia il migliore possibile per il suo personaggio, il suo mondo, la sua poetica. Forse poi Ricciardi mancherà anche a lui, ma anche la malinconia delle cose che finiscono ha una sua lirica, un suo senso.
Un ciclo narrativo sta finendo, e lo si percepisce da una maggiore malinconia che si respira nelle pagine. Rondini di inverno è una storia tragica, parla di un attore sul viale del tramonto; parla di un mutilato sopravvissuto alla Grande Guerra ferito nell’anima e nel corpo; parla di una prostituta massacrata in un letto di ospedale ad aspettare la fine; parla di follia, dolore, crudeltà, disperazione, vendetta, tradimento.
Giusto il talento narrativo di de Giovanni rende tutta questa materia in un certo senso sopportabile. Ma se analizziamo i fatti sono crudi, neri, tremendi. Ci riportano alle radici del noir filtrate dalla sensibilità di un autore che come dissi altrove avvicina l’arte presepiaria (nella costruzione di personaggi) al melodramma, al cuore di Napoli e della napoletanità. Per alcuni le sue storie sono troppo sentimentali per essere definite noir, (ricordo di aver sentito questa accusa anche rivolta a Chandler, contrapposto al più rude Hammett, o al più credibile Cain).
Sentimentalismo, melodramma, liricità, garbo, eleganza in effetti si coniugano poco col noir, ma è proprio l’uso di queste modalità narrative, queste tecniche di rappresentazione (tipiche del teatro partenopeo) ne costituiscono la cifra distintiva, l’originalità, come i tocchi mutuati dall’ horror (nelle visioni dei morti, nella macabra descrizione delle ferite di guerra), e in questa ibridicità si evince una precisa scelta artistica che fa dei suoi romanzi noir di sostanza ma non di forma, la sua forma è letteraria svincolata da generi, nella sua semplicità, nella sua immediatezza, nella facilità con cui accosta a sé lettori delle più disparate estrazioni politiche, culturali, sociali.
Gli anni ’30 sono uno scenario perfetto per questa rappresentazione scenica, (è molto teatrale ripeto la sua arte), rende credibile un corteggiamento fatto di sguardi, (da una finestra all’altra) educati sorrisi, timidezze, baciamani, pudori. Una storia d’amore come quella tra Ricciardi e Enrica è credibile nella misura in cui trascende le convenzioni, l’educazione, le consuetudini. Quando Enrica rifiuta la proposta di matrimonio di Manfred (ricordiamo un ufficiale tedesco con simpatie naziste) dice no a un futuro sicuro, a una solida posizione sociale ed economica, per l’ignoto.
Alla sua età si avvia ormai a diventare una zitella, socialmente reietta (la dittatura fascista socialmente obbligava a sposarsi e ad avere molti figli per dare alla patria soldati) e questo tipo di mentalità di allora è dipinta in modo riflesso dagli scrupoli di Ricciardi che non vuole rovinarle la vita. Perché naturalmente la ama.
L’enfatizzazione dei sentimenti, tipici del melodramma, non scade mai nella farsa, perché la compostezza formale lo impedisce in un equilibrio chiaroscurale elegante e cesellato come un merletto. A questo si contrappone la violenza, che esplode inumana nella guerra (riflessa e lontana, del primo conflitto mondiale, una guerra di trincea, corpi dilaniati, vigliaccheria e orrore), o nel pestaggio bestiale della prostituta (amica di Modo).
La parte investigativa è piuttosto classica, abbiamo un crimine condotto con le più frequenti regole del giallo all’inglese (una pallottola vera tra tante a salve), un uomo che uccide la moglie durante una rappresentazione scenica in teatro. Una moglie che molto probabilmente lo tradiva e meditava di lasciarlo. Movente perfetto per il delitto. Capire chi ha sostituito la pallottola sarà il tipico enigma da mistery, e un gioco di parole, un eco di parole lette e dette, illuminerà Ricciardi nella risoluzione del caso.
E poi un colpo di pistola, e si chiude il sipario. In attesa del prossimo penultimo romanzo. Poi ci sarà il gran finale. Poi il silenzio.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, nel 2015 il quarto, Cuccioli e nel 2016 il quinto, Pane). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore, Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017)

15 marzo 2017
20170314_173013

Clicca sulla cover per l’acquisto

Avevo promesso che ve ne avrei parlato. Ho anche cercato di fotografare qualche scatto, qualche immagine contenuta in questo volume, ma il riflesso è fastidioso, senza flash vengono sgranate, insomma mi sono arresa. E poi forse non sarebbe neanche giusto. Ma veniamo al dunque, parliamo del libro. Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone è un agile volumetto fotografico – con 134 foto del set di Anna Camerlingo – dedicato all’uscita in tv de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Finalmente i personaggi di una sua serie hanno un volto, una voce, una dimensione “reale”, ed è bello quando letteratura e cinema o televisione trovano quasta commistione. Alessandro Gasman è un ottimo ispettore Lojacono, credo davvero il migliore attore italiano adatto al ruolo, (adesso voglio proprio vedere chi sceglieranno se mai decidessero di fare una trasposizione televisiva delle storie del commissario Ricciardi), l’autore non può che esserne contento, così come i suoi lettori. Se siete fan della serie, insomma questo libro non può mancare nella vostra libreria. Le foto sono in bianco e nero, un po’ dietro le quinte, un po’ foto ricordo, insomma scatti interessanti e non banali. Il volume è diviso in sei parti, ognuna per un personaggio, (Lojacono, Pisanelli, Alex, Ottavia, Romano, Aragona), accompagnata da una parte scritta. E’ un volume curato, l’ho sentito definire una mera operazione commerciale, credo sia ingiusto, esistono da sempre memorabilia legati al cinema, collezionati, conservati. Se proprio non vi interessa non credo che de Giovanni vi corra dietro perché l’acqustiate ;). Io comunque sono contenta di averlo. Ora solo vogliamo anche Ricciardi in tv!

Maurizio de Giovanni è nato a Napoli nel 1958 ed è autore di una serie di romanzi gialli di grandissimo successo. La sua carriera di scrittore è cominciata nel 2006 con il romanzo “Le lacrime del pagliaccio”, pubblicato dall’editore Graus e ripubblicato l’anno successivo da Fandango con il nuovo titolo “Il senso del dolore”. Questo romanzo, ambientato nella Napoli degli anni Trenta, ha per protagonista il commissario Ricciardi, eroe di tanti successivi lavori di De Giovanni come “La condanna del sangue”, “Il posto di ognuno”, “Il giorno dei morti”, “Per mano mia”, “Vipera”, “In fondo al tuo cuore”, “Anime di vetro”. Questi romanzi devono il loro grandissimo successo alla peculiarità della loro ambientazione, nella Napoli del periodo fascista, e al fascino del loro protagonista, un poliziotto intuitivo, tormentato e animato da un’insaziabile sete di giustizia. Accanto alla serie del commissario Ricciardi De Giovanni ha pubblicato anche un’altra serie di romanzi, ambientata nel commissariato di Pizzofalcone (“Il metodo del coccodrillo”, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Buio per i bastardi di Pizzofalcone”, “Gelo per i bastardi di Pizzofalcone”), da cui è stata tratta una fiction televisiva, e svariati racconti, molti dei quali dedicati all’altra grande passione dell’autore: quella per lo sport, al centro del recente romanzo “Il resto della settimana”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ora dei gentiluomini, Don Winslow (Einaudi, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

22 febbraio 2017
ora2

Clicca sulla cover per l’acquisto

Setacciare le registrazioni catastali nella sede amministrativa della contea è un ottimo antidoto per chi prova il desiderio virile di fare l’investigatore privato. La (triste) verità è che un investigatore privato non passa il tempo a sorseggiare bourbon in ufficio, con in braccio una bionda dalle gambe lunghe che lo supplica di fare sesso con lei mentre il lamento di un sax tenore echeggia in sottofondo. No, la maggior parate del lavoro è un lento esaminare scartoffie, e Boone non ha ancora udito un riff di John Coltrane.” (1)

San Diego, oggi.
Da quando ha lasciato il distretto di polizia per via di qualche “piccola divergenza” con il collega Steve Harrington, Boone Daniels si guadagna la vita lavorando, saltuariamente, come investigatore privato. Il resto del tempo lo passa in spiaggia, o meglio in mare, sulla sua tavola, con gli amici di sempre, Dave “the love god”, High Tide, Johnny Banzai e Hang Twelve. La “Pattuglia dell’alba”, gli ultimi che surfano ancora secondo le vecchie regole; gli ultimi allevati dalla vecchia guardia del surf californiano, in un tempo in cui nessuno ancora accampava diritti sulla spiaggia. Un’epoca in cui diritto di proprietà e surf non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro, e in cui nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare in giro dei cartelli con scritto “se non vivi qui non surfare qui”.
Oggi, invece, la territorialità è un fenomeno sempre più diffuso, e l’etichetta, be’, chi se la ricorda… ma un conto è giocare senza seguire le regole, e un altro è  far fuori uno come K2, una sorta di nume tutelare, una leggenda della scena surf di Pacific Beach.
Eppure è proprio questo che è successo: Corey Blasingame, stupido rampollo di una ricca famiglia di La Jolla, ha colpito K2 con un “superman punch” e lo ha ucciso.
Oppure no?
Un po’ per intervento della bella avvocatessa Petra, e un po’ in ossequio al senso di giustizia del defunto, Daniels si trova costretto a indagare sull’omicidio di K2 e, in men che non si dica, tutti i surfisti di Pacific Beach gli voltano le spalle.
Tutti.
In fondo non sta cercando di scagionare un ragazzo che ha fatto fuori uno dei loro?
Eppure, se davvero vuole risolvere il caso e far luce sulla morte di K2, Daniels avrà bisogno dell’aiuto dell’intera Pattuglia dell’Alba…

Uscito negli USA nel 2009, e proposto solo recentemente in Italia, L’ora dei gentiluomini è il seguito di La pattuglia dell’alba, romanzo pubblicato nel 2010 da Stile Libero nella traduzione dell’allora attivissimo Luca Conti.
All’epoca dell’uscita, La pattuglia dell’alba era stato accolto piuttosto freddamente: si trattava infatti della prima opera surf-noir(2) di un autore appena scoperto dal pubblico italiano come innovatore della formula proposta da Ellroy nella sua Trilogia Sporca. Al colossale affresco del narcotraffico tracciato nel Potere del cane, l’editore faceva seguire a stretto giro, e in maniera forse un po’ sconsiderata, un testo ben diverso: un romanzo “leggero, estivo”, come hanno commentato alcuni. Un romanzo che ritraeva con partecipazione quello stile di vita tipicamente californiano che Winslow avrebbe poi raccontato, anche se con toni e intenzioni diverse, ne I re del mondo e Le belve. Un testo anche stilisticamente “anomalo”, diviso com’era tra brillanti scene d’azione, battute giovanilistiche e difficilmente traducibili e toni apertamente dichiarativi(3).
Di Le belve (2011) e I re del mondo (2012) si era molto parlato, anche in vista dell’uscita del film Le Belve di Oliver Stone (2012), e quindi il pubblico era in un certo senso avvertito; nel caso del precedente La pattuglia dell’alba, invece, i lettori erano del tutto impreparati, e per questo, credo, il romanzo è stato accolto maluccio.
Quanto detto riguardo allo stile di La pattuglia dell’alba vale, nel bene e nel male, anche per L’ora dei gentiluomini; a questo punto, però, dopo la pubblicazione di altri romanzi come Missing New York, e in pieno ripescaggio delle vecchie serie poliziesche di Winslow, è ora di rimettere tutto in prospettiva e rivalutare questo filone surf noir, che, per quanto non sia il più amato della produzione dell’autore, di certo non è il peggiore, né il meno originale.

L’ora dei gentiluomini di Don Winslow, è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto.

(1)Don Winslow, L’ora dei gentiluomini, Einaudi Stile Libero, Torino 2016, p. 280. Traduzione di Alfredo Colitto.
(2)In realtà la seconda, se si considera L’invero di Frankie Machine (Einaudi, Torino 2008), c’è però da dire che il vero successo, nel campo del poliziesco, Winslow lo ha ottenuto solo nel 2009 con l’uscita di Il potere del cane e solo a quel punto molti lettori sono andati a recuperare L’inverno di Frankie Machine.
(3)A questi, poi, ci siamo abituati: romanzi come La lingua del fuoco, ma anche Il potere del cane e Il Cartello vedono infatti un’alternanza di pagine puramente narrative e brani dal taglio quasi giornalistico.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L’ora dei gentiluomini.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

28 ottobre 2016
978885842406gra

Clicca sulla cover per l’acquisto

La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un’altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Giuseppe Culicchia (Einaudi, 2016)

28 Maggio 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Esiste il preconcetto che noi torinesi non abbiamo il senso dell’umorismo. Sì, esiste non è il caso che tu, proprio tu con la t-shirt blu con Batman e gli occhiali di tartaruga, nicchi. Siamo falsi e cortesi, ma senso dell’umorismo nisba. E invece ce l’abbiamo, particolare certo, un po’ british se vogliamo, pronto a ridere più di se stessi che degli altri, pronto a fare più una parodia della realtà che a essere cattivo davvero come l’umorismo dei fiorentini, per esempio.
E un esempio di questo umorismo ce lo dà Giuseppe Culicchia, torinesissmo, classe 1965, con il suo Mi sono perso in un luogo comune. Sottotitolo: Dizionario della nostra stupidità. Me l’ ha passato mio fratello, come merce di contrabbando, manco fosse della mariagiovanna, ma di quella buona. Un po’ per dirmi: smettila di prenderti così sul serio, ridici su, infondo un po’ di stupidità ci contagia tutti, e il linguaggio è il veicolo privilegiato per diffonderla e espanderla.
Nessuno è immune, tutti abbiamo usato frasi fatte, autentiche come il cellophane che avvolge i carciofi (ormai vecchiotti) al supermercato, magari distratti da un jingle in tv. Viviamo nell’era del conformismo e dell’omologazione, c’è poco da fare, tra tv, internet, social network, si gioca sempre a fare gli spiritosi, (magari senza riuscirci) riciclando battute dette da altri, o rubandole ai comici in tv (che a loro volta le rubano dal cinguettio di Twitter).
Dove è finito il sano sarcasmo, nobile e ruspante, di un Calvino o di un Buzzati? Vivessero oggi forse scriverebbero anche loro aforismi su Facebook, o assocerebbero alla parola aborrire il Mughini. Va beh, forse no. Comunque il sistema stesso in cui vegetiamo ormai è caratterizzato da un appiattimento, anche del linguaggio, che non costa fatica, che è rassicurante, che non è infestato da parole difficili o metafore complesse. Ci sarebbe da scrivere un trattato di sociologia sul testo di Culicchia, e magari lo faranno davvero.
Stereotipi, cliché, modi di dire, motti di spirito, riuniti dalla a alla zeta, un po’ inquietano, un po’ esaltano il senso del grottesco di questa nostra società gravata dalla crisi, e molto dal senso del ridicolo. Va avanti tu che mi viene da ridere. La situazione è disperata ma non seria.
Ho scelto alcune voci, le più spiccatamente associabili al mio precario ambito, la cultura. So che mi ringrazierete. Già vi vedo con il sorriso sulle labbra.

K Fattore. Evocarlo di tanto in tanto sulle pagine di cultura senza interrogarsi su quanti siano coloro che sanno di che cosa si tratta.

Jovanotti Maître à penser e intellettuale di riferimento del Partito Democratico. Vedi PARTITO DEMOCRATICO.      

Hemingway Noto inventore di cocktail.

Gaffe Ricordare quelle di Mike Buongiorno associando la signora Longari a una presunta caduta sull’ uccello. Anni fa, un tipo che doveva presentarmi in pubblico esordì così: “Ed eccoci finalmente con l’autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. E’ anche per questo che non faccio più presentazioni, ma solo reading comici. Certo non così comici, Però sto migliorando.

Non sono in ordine alfabetico, e forse neanche le voci più divertenti, ma che devo fare, trascriverle tutte? Poi quelli di Einaudi me li trovo sotto casa, e sanno il mio indirizzo.

Source: prestito dalla Biblioteca Civica di Givoletto.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2016

Spesso i lettori arrivano sul blog usando come chiave di ricerca: “il nuovo romanzo di Ricciardi”, per tutti loro una buona notizia. C’è, uscirà il 28 giugno e si intitolerà Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi. Ecco a voi la copertina e il blurb. E la recensione.

ricciardi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Torna a casa, Vinnie Sannino, ventidue anni dopo essere emigrato in America poco più che ragazzino. Ha avuto successo, è diventato campione di boxe dei pesi mediomassimi: un vanto del Regime, il simbolo vivente del maschio italiano nel mondo. Ma nell’ultimo incontro il suo avversario è morto, e lui non se l’è più sentita di continuare. Adesso è qui per inseguire l’amore mai dimenticato, la bella Cettina, che il giorno della sua partenza, al porto, aveva pianto in modo disperato. La vita, però, è andata avanti anche per lei, che ora è moglie e madre. Vedova, anzi: perché all’improvviso il marito, un ricco commerciante, viene trovato morto in un vicolo. Qualcuno lo ha colpito alla tempia. Un pugno, forse, simile a quello che, in una sera maledetta, Vinnie ha vibrato sul ring dall’altra parte del mondo. Per venire a capo del mistero, Ricciardi sarà costretto a un’indagine serrata, che lo obbligherà a uno sforzo per non farsi distrarre dalle sue vicende personali.

Si ‘sta voce te scéta ‘int’a nuttata,
mentre t’astringne ‘o sposo tujo vicino,
statte scetta, si vuò’ sta scetata,
ma fa’ vedé ca dorme a suonno chino.

Nun ghi vicino e lastre pe’ fa ‘spia
Pecché nun può sbaglià ‘sta vpoce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quando tutt’e duje,
scrurnuse, nce parlavano cu ‘o vvuje.

Nono romanzo della serie dedicata a Ricciardi, Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero Big, ci riporta nella Napoli dei primi anni Trenta, alle prese con le indagini del commissario della Regia polizia che vede i morti. Ormai la fama di de Giovanni ha abbondantemente varcato l’Oceano, e forse proprio in omaggio ai suoi nuovi lettori americani ha costruito questa volta una storia di emigrazione, di povertà, di amore, di speranza. Una storia che si inserisce nella poetica ricciardiana, con la consueta malinconia che aggiunge tocchi vintage a noir solidi e nello stesso tempo caratterizzati da una scrittura lieve e essenziale, a tratti familiare.
Romanzi corali, dove ogni personaggio, anche il più marginale, acquista consistenza e profondità, dando vita a una commedia umana, vivida e partecipe. L’arte di de Giovanni ha molto in comune con l’arte presepiale napoletana, un’ arte popolare, per certi versi povera, ma fatta di cura, riti, delicatezza, attenzione per i particolari e di quella napoletanità calda e sentimentale, che ha punti di contatto con la tradizione del melodramma e di una certa teatralità, nella sua più nobile accezione.
La Napoli degli anni Trenta, ricostruita da de Giovanni, è insomma realistica e nello stesso tempo incantata, seppure i tocchi del noir, a volte addirittura dell’ horror, sfiorano una prosa misurata e sempre sorvegliata.
Serenata senza nome non perde queste caratteristiche, sebbene forse è percepibile una maggiore tristezza, non dovuta al tempo atmosferico (siamo in autunno, in ottobre, e piove continuamente), ma proprio per i tempi dei personaggi, tra cui emerge quello di Ricciardi sempre più prigioniero della sua follia, della sua disperazione, che gli fa sfuggire (ormai sembra definitivamente) l’unico amore che gli potrebbe dare un po’ di pace e di normalità.
Ma si sa chi vede i morti non può aspirare a nessuna normalità, e la visita alla villa di salute (sul finale), non fa che prospettargli il futuro che l’attende, in uno dei momenti più drammatici del romanzo. Ma il lettore difficilmente si arrende, difficilmente smette si sperare per questo personaggio un futuro felice con Enrica (sebbene le donne della sua vita sembrano moltiplicarsi, da Livia, ora acquista importanza Bianca, forse quella a lui più simile).
Comunque ricordiamoci che è un noir, con le cadenze di un’ indagine poliziesca, la componente per così dire sentimentale si inserisce nella tradizione del periodo storico, ne è parte integrante, capace di donare quel sapore d’altri tempi così lontano dal nostro sentire contemporaneo. E questo contrasto sicuramente arricchisce il romanzo, e giustifica se vogliamo il grande spazio che l’autore da agli amori tormentati dell’affascinante commissario dagli occhi verdi come il mare.
Dicevo all’inizio che questa è una storia di emigrazione, e infatti centrale è la vita e gli amori di Vinnie Sannino, che lasciò l’Italia durante la prima Guerra Mondiale, per trovare fortuna in America. Nella terra delle opportunità divenne pugile, e un campione, osannato persino dal Duce come campione del valore italico. Poi durante un incontro, il suo pugno micidiale causò la morte del suo avversario. Da quel momento Vinnie chiuse con la boxe, guadagnandoci accuse di vigliaccheria e la fine del suo mito. Si sa il regime non perdona chi tradisce la fiaba che ha saputo costruire, i beniamini devono restare tali, monumenti viventi alla propaganda più che persone.
E quando Vinnie è il maggior sospettato di un delitto, quale occasione migliore per schiacciarlo con tutto il peso del potere ora in mano a gerarchi e faccendieri. Certo Ricciardi, appena liberatosi da un’accusa infamante, non cede alle pressioni di Garzo di incastrare il pugile, dal pugno maledetto, e anche se costretto a porlo in stato di fermo, trova il tempo, lui e Maione, per indagare e trovare il vero colpevole.
Sarà lui l’assassino del commerciante di stoffe Costantino Irace (marito della donna che in gioventù Vinnie ha amato e per la quale canta una straziante serenata sotto il suo balcone, Voce ‘e notte)? Sarà Nicola Martuscelli, il mediatore con cui Irace aveva appuntamento al porto per concludere un grosso affare? Sarà il rivale Merolla, un negozio più in la, da Irace ridotto al prossimo fallimento, forse quello che ha il maggior movente? Sarà Jack Biasin il manager di Vinnie, per aiutare l’amico? Sarà Michelangelo Taliercio, socio di Irace e fratello di Cettina? Sarà l’avvocato Capone, cugino di Cettina? Sarà Cettina stessa, non dimentica dell’antico amore?
Di candidati ce ne sono parecchi e solo l’intuizione di Ricciardi saprà metterlo nella giusta direzione svelando chi era il tu a cui il fantasma di Irace si rivolgeva angosciosamente durante il Fatto. Questa è la trama principale, a cui si aggiungono le numerose sottotrame secondarie: Bambinella e il suo amore per Gustavo Donadio, detto ‘a Zoccola, i preparativi per il compleanno di Enrica, in cui Manfred finalmente si dichiarerà, il misterioso compito che Falco affida proprio a Livia, l’influenza che colpisce la famiglia di Maione, il ricevimento della marchesa Bartoli, la nuova cucina di Nelide, (con un capitolo tutto a lei dedicato, come splendido e poetico cammeo). Insomma tanti personaggi intrecceranno le loro storie, tutti importanti, tutti dotati di una propria caratura, fino al direttore dell’albergo Vesuvio, alle sorelle, figlie di Marolla, a Modo e il suo cane, al portiere dello stabile dove abita Cettina, ad Alfonso il più bravo e noto posteggiatore della città.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, e nel 2015 il quarto, Cuccioli). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’auore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mia amata Yuriko, Antonietta Pastore (Einaudi, 2016) a cura di Elena Romanello

14 aprile 2016
yu

Clicca sulla cover per l’acquisto

Antonietta Pastore, traduttrice dal giapponese e cultrice del Paese del Sol Levante, dove ha vissuto e lavorato per molti anni, racconta tra realtà e fantasia un suo incontro all’inizio degli anni Ottanta, quello con la zia del suo marito giapponese di allora.
Mia amata Yuriko, più una novella che un romanzo ma capace comunque di colpire, è sospeso tra il presente degli anni Ottanta (con una postilla oggi, dopo che l’autrice ha cambiato vita e interrotto i rapporti con l’ex coniuge e la sua famiglia, ormai tutta scomparsa, soprattutto per quello che riguarda le vecchie generazioni) e il passato tra anni Trenta e Quaranta, per una storia sullo sfondo di uno dei fatti più tragici della Storia del Novecento, il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e le sue conseguenze sulla popolazione civile.
Yuriko, figlia di una famiglia contadina dell’isola di Etajima, dove c’è l’Accademia navale in cui studia una generazione che verrà quasi tutta distrutta dalla guerra, attratta dalla modernità più che dalla tradizione, si innamora di Yoshi, discendente di una stirpe di samurai, costretto dai suoi genitori a intraprendere la carriera militare anche se preferirebbe dedicarsi a poesia e letteratura. La guerra e la mobilitazione generale delle truppe fanno sì che comunque le due famiglie acconsentano alle nozze dei due, poi Yoshi parte per il Pacifico, dove per mesi non dà più sue notizie.
Il 6 agosto del 1945 Yuriko prende il traghetto da Etajima alla vicina Hiroshima per andare alle Poste centrali in cerca di notizie, ma l’esplosione atomica, che solo tempo dopo verrà capita in tutta la sua gravità, distruggerà per sempre la sua vita senza ucciderla ma minandone la salute.
Mia amata Yuriko non è il primo libro che tratta della tragedia delle due bombe atomiche sul Giappone, ma si distingue perché parte comunque da una storia reale e racconta soprattutto gli effetti che Hiroshima e Nagasaki ebbero sulla vita della popolazione civile, i vinti sempre e comunque di ogni guerra, a qualunque nazione appartengano. Le giovani donne come Yuriko, che pure sopravvissero all’esplosione portandone conseguenze più o meno gravi sulla salute, furono vittime di una discriminazione in un Paese allora molto tradizionalista che vedeva matrimonio e maternità come uniche strade possibili per le ragazze, isolate e costrette alla solitudine, spesso con divorzi, come una sorta di untrici che avrebbero rovinato le stirpi future. Un dramma di cui ancora oggi in Giappone si parla poco e che Antonietta Pastore ha sentito raccontare da una diretta testimone, alla quale regala un possibile ultimo lieto fine, un’ultima compensazione.
Una storia tra invenzione e realtà che fa riflettere, per chi ama il Paese del Sol Levante e non solo.

Antonietta Pastore ha studiato Pedagogia a Ginevra, come allieva di Jean Piaget, e alla Sorbona di Parigi. Ha vissuto sedici anni in Giappone dove è stata visiting professor all’Università di Lingue Straniere di Osaka. Ha tradotto numerosi autori giapponesi tra i quali ricordiamo Abe, Ikezawa, Inoue, Murakami.
Con Einaudi ha pubblicato Nel Giappone delle donne (2004), Leggero il passo sui tatami (2010) e Mia amata Yuriko (2016).

Source: prestito dalla Biblioteca Arduino di Moncalieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: leggi un estratto qui.

:: Il prezzo, Arthur Miller (Einaudi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

25 ottobre 2015
il prezzo

Clicca sulla cover per l’acquisto

A dieci anni dalla morte, e a 100 anni dalla nascita, in un periodo di doppie commemorazioni fuori e dentro i teatri, luogo ideale dove l’anima di Arthur Miller ancora risiede, Einaudi porta per la prima volta in Italia in testo scritto, nella traduzione di Masolino d’Amico (già nel 1969 Raf Vallone la portò a teatro), una pièce di Miller del 1968, Il Prezzo, uscita come dal cappello a cilindro di un prestigiatore. Pochi la conoscono, ancora meno la citano (alcuni l’hanno fatto a sproposito confondendo lavori dell’autore) sta di fatto che Il Prezzo fu coronata dal successo di ben 429 repliche consecutive, dopo il debutto il 7 febbraio del 1968 al Moresco Theatre di Broadway. La Compagnia Orsini la sta portando attualmente a teatro in Italia. Vi confesso che nella sua tappa a Torino, non mi spiacerebbe vederla.
Lasciata la cornice della Grande Depressione e della crisi del 29, sembra scritta oggi; parla della crisi del mondo di oggi. (Qui mangiavamo immondizia, dice Victor al fratello). Quanta gente, specie pensionati, nell’Italia ottimistica di Renzi, sono costretti a rovistare nei cassonetti dei mercati rionali in cerca di pompelmi marci.
Non è singolare? Forse il grande teatro, (sarà una banalità dirlo), è davvero senza tempo. Se no non troveremmo moderno Euripide, o Shakespere, o Moliere. Quindi anche Miller è davvero baciato dall’antica musa, (se ancora qualcuno si ponesse questioni se fu o non fu il più grande drammaturgo della seconda metà del Novecento, spesso accostato a Tennessee Williams a dividersi il titolo) e ci porta a riflettere sul presente con una lucidità che a tratti spaventa.
Leggere testi dedicati al teatro ha limiti e grandezze. Forse il limite più grande è la mancanza del talento degli attori, ma tra le grandezze possiamo sederci in poltrona e creare nella nostra mente uno spettacolo tutto per noi, con luci e scenografie originali e sempre diverse, persino musiche, se vogliamo un sottofondo musicale. Con un po’ di esercizio, perchè l’immaginazione va esercitata, ci si riesce ed ecco a voi una stanza in cui sono accatastati vecchi mobili dal valore indefinito e due personaggi, un marito e una moglie. Rileggendo questa ultima frase sembra che anche i personaggi siano accatastati ed equiparati a oggetti, e non correggo, forse questa è la chiave di lettura del testo, a volte la si trova senza cercarla.
C’è tensione tra i due personaggi, insoddisfazione, risentimento forse legato a motivi economici o a qualcosa di più impalpabile, fumoso, legato a un terzo personaggio, Walter, il fratello medico, quello che nella vita ha raggiunto il successo e il benessere economico, grazie anche ai sacrifici dell’altro fratello che gli permisero di studiare.
E c’è il fantsma di un padre, ormai morto. Personaggio silenzioso ma a mio avviso fondamentale. In qualsiasi rappresentazione scenica lo metterei seduto (anche come manichino) nella poltrona imbottita dalle sfumature rosa. Infondo è lui il cardine su cui ruota tutta la storia, la vittima-carnefice: vittima della fine del sogno (economico) americano, carnefice dei suoi figli, la cui colpa maggiore resta senz’altro avere generato inimicizia tra loro, rispettando quello assente e sfruttando quello presente, a cui tiene nascosto di possedere (salvata in qualche modo rocambolesco dal fallimento) un’ ingente somma di denaro. C’è un prestito in ballo, questa omissione inciderà pesantemente nella storia.
I mobili sono tutto ciò che resta della sua vita e prima di venderli bisognerà dargli un prezzo, concetto ben lontano a quello di valore. Con Miller non si può mai stare tranquilli, usa criteri econmici per parlarci di altro, o per criticare il sistema economico stesso, meglio di un testo di economia. Insomma dare un prezzo a quegli oggetti sembra lo scopo che si persegue con pervicacia durante tutta la pièce e per far ciò viene chiamato in causa un antiquario/mercante ebreo, Gregory Solomon, anche lui perseguitato da un fantasma, quello della figlia suicida. Proiezione benigna del padre assente, Solomon persegue i suoi scopi, spuntare un prezzo favorevole per quegli oggetti, ai danni di Victor, (che non ostante i pungolamenti della moglie) non sa contrattare. La sua onestà resta un enigma, la sua pessima salute (è molto anziano) fa oscillare le certezze sulla consapevolezza che la morte imminente fa sfumare la volontà di essere disonesto e ammassare i beni terreni ai danni degli altri. Ma chi può dirlo, forse tutta la contrattazione è ancora un suo modo di sentirsi abile, forte, capace di fare un mestiere in cui forse si credeva finito.
Chi invece non si faceva scrupoli, e noi tutti della sua onestà dubitiamo, è Walter, che arriva al punto di escogitare un raggiro (perfettamente legale, ma imprevedibile negli esiti) per pagare finalmente il debito che ha contratto con il fratello e guadagnarne finalmente la sua stima e amicizia. Walter, molto più simile al padre di quanto creda nella sua foga manipolatoria, nasconde però debolezze e fragilità che lo rendono diverso da come in un primo tempo potrebbe apparire. Si è disfatto delle cliniche per anziani (non si immagina quanti soldi si possono spillare a figli impotenti che vogliono delegare la cura dei propri genitori anziani) per darsi alla pratica medica con l’intento di salvare vite e spillare soldi ai ricchi solo incidentalmente per mantenersi.
Victor, al confronto, spicca per onestà e simpatia, anche se dotato di una certa colpevole ingenuità che ci fa supporre che non sia tanto sveglio. E questa sensazione è proprio cosa Miller non voleva generare, giocando in un equilibrio di simpatia tra i due personaggi come spiega nella nota finale sull’allestimento, e noi affidiamo questo, senza esitazione, alla bravura degli eventuali attori impiegati nei rispettivi ruoli.
Tra i personaggi forse quello che più facilmente può essere sottovalutato, ma che racchiude sfumature inconsuete è senz’altro quello di Edith, la moglie di Victor, presunta alcolizzata, sempre con la borsetta in mano, come a dimostatre che non vorrebbe essere lì, sempre alla ricerca di una via di fuga. In un primo tempo la sua venalità, se non avidità, sembra relegarla tra i personaggi meschini e gretti a cui non daresti due cent di simpatia. Ma se si fa attenzione non è priva di sensibilità e empatia. Avverte gli stati d’animo degli altri personaggi e non è quella gorgone che potrebbe sembrare a una considerazione più superficiale. Anche lei partecipò ai sacrifici di Victor, e forse solo il suo desiderio di sopravvivere la spinge a vedere le ultime possibilità economiche di un futuro sereno che il marito non sembra cogliere: la pensione, la vendita a un prezzo equo dei mobili, il ventilato impiego nel laboratorio di Walter. Tutti miraggi che le si spengono davanti agli occhi, miraggi, solo miraggi.
Ormai il teatro di Miller sembra una costante nel mio blog, ho avuto modo di parlare di Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano, anche se niente mi toglie la sensazione (piuttosto spiacevole) di vedere Miller, seduto in seconda fila tra il mio ipotetico pubblico, che si alza in piedi, mi indica, e mi dice: “lei signorina non ci ha capito un accidenti del mio teatro”. Ci rido su, ma sapete, il dubbio rimane.

Arthur Miller nacque a New York nel 1915 da una famiglia d’origine austriaca. Studiò giornalismo all’università del Michigan e iniziò a scrivere testi per la radio, racconti e cronache di guerra. Inseguito si dedicò al teatro vincendo il premio Pulizer per “Morte di un commesso viaggiatore”. E’ morto nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Uomini senza donne, Haruki Murakami (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 luglio 2015
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non è un caso che, in letteratura, quel sentimento di vuoto interiore, di perdita che si prova a fine di un amore totalizzante sia percepito come qualcosa di esclusivamente femminile.

Come se gli uomini dovessero (per forza) farsi scivolare tutto addosso. I veri uomini non piangono mai, si sa.
Poi arriva Murakami e, con sette racconti brevi, scardina l’ordine precostituito.

Sette uomini soli protagonisti di altrettante storie brevi. Al centro di ogni racconto una donna: l’amata, irraggiungibile e assente, lascia dietro di sé un carico di emozioni e sensazioni spiazzanti.  Sette “aiutanti”, quasi come a rispettare lo schema classico della fiaba di Propp, sopraggiungono in soccorso del protagonista. Sono loro a raccontarci la storia, secondo un punto di vista straniante, del tutto inaspettato: una prospettiva obliqua, che si tramuta spesso in quell’occhio critico capace di trovare una soluzione, anzi “la” soluzione: quella che il protagonista si rifiuta di vedere.

“A volte perdere una donna significa perderle tutte.”

Esorcizzare e superare un lutto, accettare la fine di un amore o mandare giù un tradimento. Il punto di vista maschile sull’amore e le situazioni ad esso collegate sembra inusuale, ma perché dovrebbe essere così? Gli uomini non soffrono?

Non piangono?

Nulla è lasciato al caso nella narrazione di Murakami. Il registro stilistico legato al fantastico viene messo da parte per far posto ad un impeccabile realismo. Si può parlare di temi amorosi con protagonisti al maschile senza far ricorso ad artifici.
Ricordi, dolore, assenza e distacco si mescolano in un turbine di parole, volti e situazioni.

C’è l’uomo di mezza età che ha perso la moglie, malata di tumore, e non riesce a sopportare il vuoto lasciato nella sua vita. Pur consapevole che in vita la donna l’avesse più volte tradita. C’è quel ragazzo un po’ strano che sembra aver trovato l’amore della sua vita fin dalle elementari, ma che poi, a vent’anni, si rende conto di non meritare. Così spinge il suo caro amico a uscire con la sua ragazza, in modo da “poter stare più tranquillo”. C’è la storia di Gregor Samsa al contrario, che molto ha impressionato la critica qui in Italia: lo scarafaggio che si risveglia uomo, con tutto quello che ne deriva. C’è la narratrice da Le mille e una notte che non può lasciar incompiuta la sua narrazione perché, a volte, l’amore diventa una metastoria, oltre che una promessa da rinnovare ogni giorno.

Tutto questo (e anche di più) è Uomini senza donne – titolo originale “Onna no Inai Otoko-tachi”-, volume uscito nel 2014 in Giappone e pubblicato quest’anno in Italia da Einaudi. Precedentemente i suoi racconti erano già stati pubblicati su alcune riviste all’estero.

Raccolta di racconti che si presta a differenti livelli di lettura, l’ultima creatura di Murakami diventa una cartina da tornasole dei sentimenti umani, offrendoci una panoramica di esistenze ben inquadrate in un Giappone che tutto sembra tranne che asiatico. Molti, infatti, i rimandi alla cultura occidentale, a quella pop culture capace di permeare anche in una società – apparentemente lontana – come quella asiatica sradicandone tutte le strutture più complesse.

E allora via libera ai Beatles con la loro Yesterday, qui reinterpretata dal giovane Kitaru in uno strano dialetto, quello del Kansai, (non suo, addirittura, ma imparato da autodidatta), a Manhattan di Woody Allen visto per la prima volta al cinema, passando per i vari riadattamenti di Tolstoj a teatro (il protagonista della prima storia, attore teatrale, recita a memoria Zio Vanja per calmarsi, prima dello spettacolo vero e proprio) fino a Salinger tradotto (territorio ben conosciuto dall’autore) e a un Gregor Samsa kafkiano assolutamente singolare: da insetto si sveglia uomo ed è del tutto impreparato alla vita.

Come ci fa sapere Murakami: «Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia via, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. Io sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo. […]
Scrivo storie strane, bizzarre. Non so perché mi piaccia tanto tutto ciò che è strano. In realtà, sono un uomo molto razionale. Non credo alla New Age, né alla reincarnazione, ai sogni, ai tarocchi, all’oroscopo. […] Ma quando scrivo, scrivo cose bizzarre. Non so perché. Più sono serio, più divento balzano e contorto».

Sette storie che diventano sette tesori. Sette piccoli capolavori da scoprire e comprendere al meglio per farsi strada nel tortuoso cammino esistenziale (e personale) dell’accettazione. Di una delusione, di un dolore, di un lutto.

Haruki Murakami, classe 1949, è nato a Kyoto ed è cresciuto a Kobe. Autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. Con “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” ha vinto in Giappone il Premio Tanizaki. In Italia Einaudi ha pubblicato i suoi “Dance Dance Dance”, “La ragazza dello Sputnik”, “Underground”, “Tutti i figli di Dio danzano”, “Norwegian Wood”, “L’uccello che girava le Viti del Mondo”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “Kafka sulla spiaggia”,” After Dark”, “L’elefante scomparso e altri racconti”, “L’arte di correre”, “Nel segno della pecora”, “I salici ciechi e la donna addormentata”, “1Q84” (suddiviso in Libri 1 e 2, usciti insieme nel 2011, e Libro 3, uscito nel 2012), “A sud del confine, a ovest del sole” (2013), “Ritratti in jazz” (2013, con le illustrazioni di Wada Makoto), “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (2014) e “Uomini senza donne” (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’esercito delle cose inutili, Paola Mastrocola (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 luglio 2015
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Complici i cinque anni di vagabondaggio che mi porto alle spalle, posso affermare – senza dubbio alcuno- che la libreria della stazione Termini, quella grandissima proprio all’entrata, su Piazza dei Cinquecento è l’unico luogo di Roma che conosco meglio delle mie tasche.

Sono sicura che molti di voi rideranno, altri mi diranno qualcosa tipo “Eh, ma non ci vuole mica chissà quale dote per conoscere a menadito la libreria di una stazione!”. Eh, eppure saprei collocarvi quasi tutte le sezioni. Ad esempio, so perfettamente dove trovare tutti i libri Paola Mastrocola, pur senza (mea culpa – mea culpa – mea grandissima culpa) averne mai letto uno prima del suo ultimissimo “L’esercito delle cose inutili”, pubblicato quest’anno da Einaudi.

Com’è che si dice in questi casi? Ah, sì.

C’è sempre una prima volta. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Gli ultimi saranno i primi.

Bando alle ciance coi proverbi, adesso voglio parlarvi di Raimond, l’asino a distanza regalato a Gulli per Natale. Che volete farci, esistono genitori che amano regalare il telefonino ultimo modello anche ai bimbi di prima elementare e altri (è il caso di Guglielmo, anche detto “Gulli” a casa o “Ulli Gulli”, da quegli insopportabili dei suoi compagni di classe) che, invece, optano per quei regali simbolici: pensierini pregni di un determinato significato.

Come? In che senso “asino a distanza?” Avete capito bene, proprio a distanza. Come un amico di penna, solo con due orecchie e quattro zampe.

Così Gulli, ragazzino di undici anni, molto timido e introverso, “incontra” Raimond, asino fuori carriera che vive nel Paese dei Variopinti, dove “tutti sono inutili, ma felici, in compagnia di altri personaggi fuori dal comune. Tra di loro c’è anche un vecchio libro ammuffito che non viene più letto da nessuno di nome Res. Sarà proprio Res ad insegnare a Raimond a leggere, in modo tale da poter iniziare questa amicizia epistolare con Gulli, che gli scrive tutte le settimane.

Proprio Raimond, l’asinello in pensione, sarà capace di comprendere appieno gli stati d’animo di quel suo piccolo amico e di ricostruire, tramite lettera, il mondo pieno di incertezze e paure di quel ragazzino così chiuso in se stesso.

Si intendono così bene, Raimond e Gulli.

Raimond lo comprende al punto da… decidere di andare a trovarlo! Lui e Res partono per aiutare Gulli con quel bullo che a scuola gli dà tanta pena.

Inizia così il viaggio, anzi la traversata, de “L’esercito delle cose inutili”: favola che diventa racconto volta a spiegare che non sempre sentirsi inutili vuol dire per forza essere infelici.

A volte, ciò che sembra inutile è solo piccolo, inesperto o spaventato. E ancora: non è detto che ciò che oggi ci sembra inutile non possa diventare utile, prima o poi.

Esperienze personali e paradosso si incontrano nell’ultimo libro della scrittrice-insegnante Paola Mastrocola in una favola che, qualora si prefiggesse una morale “utile”, come prima cosa mirerebbe al cuore delle persone (bambini, soprattutto) per fare in modo che non si sentano inutili. Soprattutto in una società come quella in cui viviamo in cui tutti, per essere “accettati”, dovrebbero rispettare certi standard.

Questo libro tutt’altro che inutile, di sicuro, vi strapperà un sorriso. In particolare a quelle persone che, come la sottoscritta, si sono sentite per anni e anni veramente… inutili!

Paola Mastrocola, classe 1956, nella sua vita fa quello che le riesce meglio: scrive. Dopo la laurea in Lettere (e la pubblicazione di diversi saggi letterari), ha insegnato al liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO). Da subito riesce a coniugare il suo amore per la scrittura con la passione per l’insegnamento, dando vita prima a libri per ragazzi e poi a romanzi che riprendono in chiave allegorica e fantastica tanti di quei problemi che interessano il mondo della scuola. Sono passati ormai quindici anni dal suo primo libro, “La gallina volante”, pubblicato da Guanda, ma da lì al suo ultimo “L’esercito delle cose inutili” il suo stile e la sua verve graffiante non si sono spostati di una virgola.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.