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:: Ora dimmi di te. Lettera a Matilda di Andrea Cammilleri (Bompiani, 2018) a cura di Daniela Distefano

24 dicembre 2018

ANDREA CAMMILLERI - Ora dimmi di teÈ Natale, e la fine dell’anno. Tempo di bilanci come quelli che fa in questo libro lo scrittore Andrea Camilleri. Rivolgendosi alla nipotina, il papà del commissario Montalbano traccia una parabola della propria esistenza, senza recriminazioni o troppi rimorsi.

Ma perché sento il bisogno impellente di scriverti? Rispondo alla mia stessa domanda con una certa amarezza: perché ho piena coscienza, per raggiunti limiti di età, che mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare i tuoi primi ragionamenti, di seguire la crescita del tuo cervello. Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te. Allora queste mie righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi. Perciò, prima di tutto, credo sia necessario che io ti dica qualcosa di me”.

Tra gioie e dolori, buona parte della sua clessidra, che tutti abbiamo a disposizione in questo mondo, è trascorsa bypassando le dannazioni irrimediabili.

Non vorrei che ti facessi di me un’idea errata. Anche io ho commesso errori, anche io ho sbagliato, ma ho sbagliato, credimi, non sapendo di sbagliare. Certe volte ho avuto torto, però quando me ne sono reso conto, ho domandato scusa. Anche io, soprattutto nel periodo della giovinezza, ho detto delle menzogne. Menzogne, attenzione, non falsità. Poi ho smesso e ho detto sempre la verità, non per un fatto etico ma perché avevo potuto sperimentare che dire la verità era il modo più comodo per uscire da certe situazioni incresciose. La menzogna, per poterla sostenere nel tempo, comporta la necessità di dire altre menzogne e ci fa entrare così in un labirinto tortuoso che sembra non avere vie di uscita. La verità invece è come un punto fermo. Oltre non si può andare. Può produrre situazioni di rottura, può produrre la fine magari di un’amicizia o di un rapporto di lavoro ma comunque non può avere un seguito. La verità è sempre una”.

Forse il cammino è stato pieno di buche ma anche di salti stellari, ed è arrivato il successo a coronamento di una crescita interiore, non solo materiale.

Altra idea errata che tu potresti farti leggendo queste mie parole non è che l’età mi abbia reso alquanto pessimista. Non è così, io non patisco dell’ ”umore nero del tramonto” di cui scriveva Alfieri. Credo di non avere nessun rimpianto per il tempo passato, non ho mai detto la frase che è sulla bocca di molte persone di età avanzata, quella che comincia con “Ai miei tempi…”, anzi credo che la vecchiaia mi stia dando un certo ottimismo. Il fatto è che io credo nell’umanità, io ho fiducia nell’uomo”.

Cosa dire ai ragazzi del pianeta?

Ai molto giovani, che mi vengono a trovare in questi ultimi tempi domandando consigli, io rispondo che hanno un preciso dovere: quello di fare tabula rasa di noi. Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita”.

Questo volumetto ci spiega la strada che ha percorso un uomo dal destino speciale; ognuno tragga le conclusioni che più ritiene idonee, più giuste per imparare a cogliere i preziosi suggerimenti impliciti. Da vero affabulatore dei nostri giorni, Camilleri incanta con le sue storie, ed invita a riflettere con beffarda bonarietà, a sperare, a non abbandonarsi alla viltà delle sconfitte, anche queste sono pietre che consentono di attraversare il personale fiume della vita.

Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Padre del Commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti, tradotto in tutto il mondo, dopo una vita dedicata al teatro è diventato il più amato scrittore italiano.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

:: Attualità in ordine alla scelta tra legalità ed illegalità, Vanni Spada (Autopubblicazione, 2018) a cura di Daniela Distefano

17 dicembre 2018

Legalità ed illegalitàNella Presentazione di questo agile opuscoletto – affidata ad Osvaldo Terranova (Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana) – sono racchiuse le linee guida per comprendere l’analisi e l’indagine critica svolte da Vanni Spada, “un volto non associabile ad alcun egoismo, interesse privato di partito o di corrente”. Oggetto della sua dissetarzione, l’attuale crisi economica ed etica che caldeggia riflessioni sulle antinomie tra legalità ed illegalità. Inoltre, il libretto sprona i giovani desiderosi di armonie sociali. I temi sono molti, tutti di scottante attualità: “reati nei rapporti con la pubblica amministrazione”; “delitti informatici e trattamento illecito di dati”; “delitti di criminalità organizzata”; ” reati di concussione e corruzione” etc.. L’autore si premura di far conoscere, anche in modo dettagliato, i settori economici in cui opera la criminalità: pizzerie, alberghi, ristoranti, commercio ed altro. Emerge la consepevolezza di una coesistenza di economia legale ed illegale, laddove è oltremodo auspicabile una prevalenza della legalità sull’illegalità, ma su basi democratiche per un rinnovamento morale, economico e culturale del tessuto sociale. Scendendo nei particolari, si esaminano i vari reati come quelli cosiddetti “spia”: l’autoriciclaggio, le false fatturazioni, i reati ambientali, l’estorsione e l’usura. Una realtà affiora in superficie: l’economia criminale presidia di norma attività semplici come mercati economici in cui è richiesta una bassa tecnologia e compretenze esecutive. Insomma, tutto quello che sfugge ai radar degli organi di controllo, e che si mimetizza acutamente nell’economia sana. Il metodo violento però non tarda ad materializzarsi. Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, è ormai noto che bar e pizzerie sono un’ottima base per accumulare denaro di origine illegale. I bar sono punti di ritrovo. Niente che abbia a che fare con la scoperta dell’acqua calda, però l’autore giustamente fa notare come “ gruppi criminali puntano ad ottenere dei vantaggi di sistema”. Quello che ne viene fuori è un girone infernale alimentato dalla corruzione e dalle regole di potere. Importante sottolineare che il crimine in economia è molto presente al Sud del nostro Paese. Il libro è prezioso anche per questo voler offrire su un vassoio di decreti, articoli e commi, la fotografia, o forse è meglio dire radiografia, delle nostre piaghe sociali, quelle che ci trasciniamo strutturalmente da decenni, e quelle dovute alla contingente marea recessiva.

Vanni Spada è Dottore Commercialista, Revisore Contabile, nonché docente di ruolo di Scienze Economico-Aziendali; da sempre studioso del dibattito sulla scelta tra legalità ed illegalità.

Source: Libro inviato dall’Autore. Ringraziamo Paola Liotta per l’affettuosa mediazione.

:: Nostra Signora dei Dolori – Le apparizioni della Madonna in Rwanda a Kibeho di Vincenzo Mercante (Edizioni Segno 2016) a cura di Daniela Distefano

11 dicembre 2018

NOSTRA SIGNORA DEI DOLORI - V. MercanteEra il 28 novembre del 1981, quando, in un fazzoletto di terra africana, la Madonna apparve ad alcune ragazze invitandole a pregare per la salvezza del mondo. Perché scelse di manifestarsi in questo paese martoriato? Nel 1980 Kibeho era una tipica cittadina della regione di Gikongoro, dove continuavano vivissime le influenze dei riti tribali. La prima apparizione ebbe come protagonista Alphonsine Mumureke, alunna di 16 anni, pia e mite. Sabato 28 novembre 1981 si trovava nel refettorio quando, mentre serviva a tavola le compagne, sentì una voce che la chiamava: “Figlia mia”. Sebbene intimorita, rispose: “Eccomi”, inginocchiandosi e facendo il segno della croce. Improvvisamente si ritrovò in un altro luogo pieno di luce e gradualmente vide uscire da una nuvola la figura di una donna bellissima, vestita di bianco con un velo candido che le cingeva la testa, mentre le mani erano giunte sul petto. Fattasi coraggio, Alphonsine chiese: “Chi sei?”. Ella rispose: “Sono la Madre del Verbo, ma tu cosa pensi della religione?”. “Io amo Dio e sua Madre che ci ha dato il Figlio che ci ha salvati”, replicò. “Se è così – continuò la bella Signora – vengo a rassicurarti perché ho ascoltato le tue preghiere. Vorrei però che le tue compagne avessero più fede, perché non credono abbastanza”. E la ragazza: “Madre del Salvatore, se veramente sei tu che vieni a dirci che nella nostra scuola la fede è poca, vuol dire che vieni ad aiutarci. Sono proprio contenta che tu sia apparsa a me”.
Il 28 novembre 1989 si verificò l’ultima apparizione con l’accorato messaggio:

Figli miei, il fatto che vi dico addio non significa che mi dimentichi dell’Africa e del mondo. Attraverso Alphonsine vi ho manifestato i miei desideri. Pregate, seguite il vangelo di mio Figlio e sarete felici nell’intimo della vostra anima. Vi benedico tutti come siete. La benedizione non la do solo a coloro che sono venuti qui a Kibeho ma al mondo intero. Le vostre dififcoltà presentatele come offerta, siano il vostro sacrificio quotidiano. Figli miei, non c’è sotto il cielo un luogo in cui si possa trovare riparo dalle disgrazie. Ciò che importa è saperle accettare ed offrirle per la conversione dei peccatori. Ditemi sempre tutti i vostri desideri, perché io vi amo, vi amo assai! E sono venuta perché vedevo che avevate bisogno del mio aiuto”.

Come è facile prevedere, dilagarono incredulità, dubbio e scetticismo tra le ragazze, le suore e i sacerdoti, in quanto non si era mai sentito che la Madonna conversasse per ore con una veggente. Ma il 12 gennaio 1982 un’altra alunna, Nathalie M., di 18 anni, ebbe il dono di una manifestazione celeste nel dormitorio del collegio e ricevette il seguente messaggio:

Figlia, sono triste! E ciò che mi affligge è che ho comunicato un messaggio e voi non l’avete accolto come desidero”.

In lunghi colloqui la Madonna educa Nathalie a intercedere per il mondo e a pregare.

Prega molto per il mondo, perché sta scomparendo la fede. Prega ininterrottamente . Mentre tu sei ancora su questa terra, devi contribuire alla salvezza di molti uomini togliendoli dal pericolo di dannarsi. Ti renderò animatrice di preghiera”.

Fu triste Nathalie quando la Santa Vergine Maria le rivelò che la sua vita sarebbe stata segnata dalla sofferenza. Amorevolmente la educò ad accettare il dolore con serenità, insegnandole che anche la sofferenza viene dalle mani di Dio con una finalità prestabilita, quasi sempre ignota alla ragione umana, perché la vita non è assurda è solo misteriosa. La Madonna apparve anche ad altre compagne, un dono di incalcolabile valore in un luogo oggetto di attività infernale (Terribile calamità, il genocidio tra Hutu e Tutsi. In Rwanda furono massacrate circa un milione di persone, perlopiù di etnia Tutsi. Ma atroce fu pure la persecuzione contro i cristiani). A ricordo delle apparizioni, a Kibeho, è stato eretto il Santuario di Nostra Signora dei Dolori visitato da milioni di persone.

Vincenzo Mercante vive ed opera a Trieste. Laureato in lettere moderne all’Università di Padova, già insegnante di materie letterarie nei licei scientifici statali, diplomato in Sacra Scrittura a Roma, ha frequentato corsi in psicologia, cinematografia e biblioteconomia conseguendone attestati di merito. In qualità poi di giornalista-pubblicista ed esperto di comunicazione massmediale collabora con vari settimanali, riviste di argomento storico-letterario e numerosi periodici. Fondatore del Centro Culturale David Maria Turoldo, organizza incontri musicali,  storici e letterari, sia di prosa che di poesia, nonché dibattiti cinematografici. Il 25 maggio 2008 Vincenzo Mercante ha ricevuto una Menzione Speciale da parte dell’Associazione Altamarea nell’ambito del Premio Letterario Internazionale  Trieste “Scritture di Frontiera dedicato ad Umberto Saba 2007”. Precedentemente, oltre ad una segnalazione nel Concorso Nazionale Ibiskos Città di Salò per la narrativa, il 28 aprile 2008 gli è stato assegnato il secondo premio internazionale di letteratura Portus Lunae città di La Spezia per il saggio sul popolo ebraico intitolato Il dolore bimillenario.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la signora Miriam dell’Ufficio Stampa di “Edizioni Segno”.

:: I nuovi poteri forti. Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi di Franklin Foer (Longanesi, 2018) a cura di Daniela Distefano

23 novembre 2018

FRANKLIN FOER - I nuovi poteri fortiFino a poco tempo fa, era semplice definire le aziende più famose. Exxon vende petrolio, McDonald’s serve hamburger, Walmart è un posto dove si comprano cose. Ma la situazione è cambiata con Amazon, Google… Dove iniziano e dove finiscono queste aziende? Un tempo, Amazon si accontentava di essere the everything store, ma ora produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. Le aziende tecnologiche più ambiziose – Facebook, Microsoft e Apple – si contendono il ruolo di nostro “assistente personale”; vogliono svegliarci al mattino, guidarci durante la giornata con il loro software di intelligenza artificiale e restare sempre al nostro fianco. Insomma, le big tech stanno facendo a pezzi i principi che proteggono l’individuo. Offrono dispositivi e siti web che annientano la privacy. Qual è il loro obiettivo? Alterare l’evoluzione umana, rendendoci tutti un po’ cyborg. Il libro parla delle idee che spingono queste aziende e della necessità di contrastarle. Google ha trasformato la liberazione del cervello in un’impresa ingegneristica. L’idea di fondo è che se la filosofia non è riuscita ad emancipare la mente, potrebbe farlo la teconologia procedendo a tutta velocità e modificando in modo significativo pratiche umane consolidate da tempo. Cosa non va in tutto questo? Il problema è che i media non solo dipendono dalle imprese della Silicon Valley, ma anche dai loro valori: il giornalismo ha cominciato a venerare i dati, e ne è stato corrotto. I media hanno bisogno di dare al pubblico quello che vuole, in un circo che sfrutta tendenze inconsce e pregiudizi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che le inquietanti dimensioni raggiunte da Amazon, Facebook e Google sono una minaccia all’autonomia degli individui. Internet è straordinario, ma non dobbiamo comportarci come se esistesse al di fuori della storia o fosse immune alle nostre strutture morali, soprattutto quando in gioco ci sono il destino dell’individualità e il benessere della democrazia. Questo libro è un formidabile j’accuse che evoca altri moniti, altri avvertimenti. E’ affascinante il riferimento al saggio del 1914 di Karl Kraus, “In questa grande epoca”, divenuto assalto frontale alla mendacia del giornalismo in un’epoca che ancora doveva conoscere drammi, tragedie e abominio. Allora ci si scagliava contro l’egemonia giornalistica, anche allora erano di scena un timore, un inganno, e una scarsità di sicurezza per eventi imprevedibili. I big tech di oggi sono lo spauracchio del giornalismo per Karl Kraus. Forse non c’è da aver paura, in fondo l’evoluzione umana porta con sé effetti collaterali che generano prima terrore e poi abitudine, ma una cosa è certa: non sottovalutiamo questi segnali stradali, non aggrappiamoci troppo al carro del vincitore, camminiamo tra le meraviglie di un palazzo incantato e ammiriamo le sue bellezze preziose tenendo sempre d’occhio il cucchiaio con l’olio che non deve cadere. Lo afferma Paulo Coelho ne “L’alchimista”. Lo consiglia Foer davanti al dominio di monopoli pericolosi e dannosi.

Franklin Foer ha diretto per sei anni la rivista The New Republic. Fratello dello scrittore Jonathan Safran Foer, vive a Washington ed è corrpispondente del magazine The Atlantic. “I nuovi poteri forti” è stato inserito tra i migliori libri dell’anno dal New York Times.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Tommaso Gobbi dell’Ufficio Stampa Longanesi.

:: Lezioni di tenebra di Helena Janiczek (Guanda 2011) a cura di Daniela Distefano

18 novembre 2018

HELENA JANECZEK- Lezioni di tenebraI genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.

Con il libro “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011) Helena Janiczek ci trasporta nel cuore nero della Storia: Auschwitz. E lo fa dal peculiare punto di vista di chi appartiene alla generazione successiva, di chi esiste grazie a superstiti come la madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove Helena è cresciuta sentendosi estranea al mondo tedesco e alla sua cultura.

“Non credo che mia madre abbia mai deciso di affidarmi la sua storia, neanche nella versione più stringata. Ha invece deciso di tornare in Polonia, una volta almeno, e io ho voluto accompagnarla: rivedere la sua casa, la casa di mio padre, la città. Ma è un caso che siamo partite con quel gruppo, che il giorno della partenza fosse il giorno della deportazione di sua madre, suo padre, suo fratello”.

Quasi le uniche visitatatrici a Birkenau, il cui territorio è enorme, le due donne – madre e figlia – si sono incamminate tra le rovine dei crematori.
E l’impressione è stata abnorme, per entrambe. Strideva il tepore del cielo di quel giorno con l’inverno dei giorni nel lager. Raccontare a volte serve ad elaborare un ricordo, ma quando si fanno certe epserienze fatali mescolate alla morte, solo gli occhi possono parlare, dire tutto l’orrore dell’inferno che viene sprigionato dalla Terra. Il libro si propone di descivere l’oscurità marmorea del Male che non potrà essere mai più cancellato e rimane nella memoria di chi l’ha affrontato e vinto. Forse per questo l’astio nel rapporto madre-figlia è così stringente, così pauroso anche se non manca l’amore, anche se fiorisce l’affetto. La generazione di Helena è succube di questo fardello, rivive con gli sguardi smarriti dei genitori la giara di azioni disumane, compiute perché questo fosse destino, sofferenza, atavica propensione all’autodistruzione umana. Un resoconto delicato, gonfio di rimandi sensoriali, aggrappato al desiderio che tutto un giorno sarà relegato in fondo al cestino dei fatti irripetibili, delle catene che mai più scatteranno ai polsi del nostro pensiero. Un giorno ci sveglieremo e sapremo con certezza che tutto quello che accadde, non accadrà mai più. Speriamo.

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ autrice dei romanzi Le rondini di Montecassino (vincitore di prestigiosi premi) e La Ragazza con la Leica (2017) che quest’anno ha vinto il Premio Strega e Il Premio Bagutta.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Guanda”.

:: La dea di Morgantina. Il ritorno della madre terra (Bonfirraro, 2015) di Emilio Sarli a cura di Daniela Distefano

12 novembre 2018

La dea di Morgantina - BonfirraroIl plot di questo libro ci parla di un nostos singolare: il ritorno a casa della dea di Morgantina, di un mitologico capolavoro sganciato dal castone di terra, costretto in mani furtive, peregrino per le botteghe d’oltralpe e d’oltreoceano.
Dopo aver vagato per il mondo, la statua – dal 2011, nel Museo archeologico di Aidone- incanta di nuovo la Sicilia. Attraverso le vicende del protagonista Alfeo Rosso, prende corpo la parabola della dea di pietra. Il lettore si ritrova così catapultato nel tempo di Ducezio da Mineo e del suo sogno di dominio e libertà, duemilacinquecento anni prima. E la narrazione si trasforma in fiaba, un favola triste ma anche destinata a sovvertire i limiti e lacci del Tempo.

Una mattina di primavera sotto i portici dell’agorà (Ninfodoro)incontrò l’amore. Le chiese il nome, si chiamava Castalia, come la figlia del dio fiume; i primi raggi del sole erano gradevoli e nello zéfiro svolazzava la chioma d’oro della fanciulla, scapricciata, col sorriso dolce sulle labbra e tanta luce negli occhi. Si guardarono intensamente, si abbracciarono con passione, si baciarono a lungo”.

Erano felici Ninfodoro e Castalia. Ma una febbre letale s’impadronì del corpo di Castalia e, pian piano, si spense la luce dei suoi occhi. Il suo amato Ninfodoro vorticò nel precipizio, della mente e del corpo. Fu in una di quelle nottate nelle quali l’assillo fa male e graffia il cervello, le voglie sono trafitte e uccise dagli abissi del cuore, che un tarlo s’insinuò, come un chiodo fisso, nella sua testa: una statua per Castalia, perenne ricordo di un amore bello e fugace. Non perse tempo e si mise subito all’opera.

Allora, se Castalia non tornerà più, voglio fare per lei il monumento più bello del mondo, dev’essere la prova della bellezza del nostro amore!”.

Nella valle di Morgantina echeggiavano gli schiocchi delle mazzuole, il picchettio delle martelline di Demetrios, Kalistos e Philippos accompagnati dalla poesia di Alexandros. La statua doveva essere alta come dieci palmi di mano e ancora più. La testa doveva essere di marmo e così i piedi e le mani.
Gli abiti dovevano aderire bene al corpo, quasi fossero bagnati, la figura poteva essere ammirata da ogni parte. La scultura assunse così le sembianze della madreterra che – abbandonato l’Olimpo, arrabbiata con Zeus e tutti i numi – si fa donna calata sull’ecumène per trovare la Kore. La dea di Morgantina divenne e resta il simbolo di un amore immortale, carico di quel magnetismo che allontana ogni bizzarro schiaffo della sorte.
E incarna anche quel bisogno di ‘leggenda personale’ insito nel cuore di ogni essere umano. Forse per questo ne siamo così affascinati,oggi più di ieri, e smuoviamo mari e monti per andare a vedere se davvero quei panneggi, quelle pieghe, quel corpo di moderna eternità, sono in grado ancora di intrecciare l’anima. Un libro dallo stile sostenuto, posto ad un livello superiore di narrazione, lingua, immaginazione. Volutamente aulico, per affondare le incertezze che circondano i misteri, gli enigmi, i rebus della Sicilia, una terra attraversata da quadrati bianchi e neri come un cruciverba.

Emilio Sarli (Padula, http://www.emiliosarli.it) è avvocato, componente del Centro Studi e Ricerche Pietro Laveglia del Vallo di Diano e presidente del Caffè Letterario Il Meridiano. Segue tematiche giuridiche, storiche e ambientali, ha collaborato con riviste di diritto e ha pubblicato opere di narrativa e saggisitica.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Alberto Bonfirraro della casa editrice “Bonfirraro”.

:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Viaggio in Africa di Giorgio Manganelli (Adelphi 2018) a cura di Daniela Distefano

25 ottobre 2018

MANGANELLI - Viaggio in AfricaL’Africa è abitata, ma è inabitabile.

Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli

L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.

Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?

“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.

La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.

“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.

Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche  recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).

Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: “Meno male che non siamo nati Lui” (2018) di Angelo Zabaglio feat. Andrea Coffami. A cura di Daniela Distefano

16 ottobre 2018

ANGELO ZABAGLIO- Meno male che...Delirante litteram

Mare in tilt e prendi la scossa se ti bagni
stacca la spina di pesce prima di mangiare
devi nuotare per almeno tre ore altrimenti ti strozzi.
Titoli sballati per film doppiati peggio
peggio per te che armeggi nella pirateria
assolata in casa della prateria di pianto.
Delirante litteram
in rami e teli.
Tenda da campeggio per lei che si asciuga.
Pioggia fredda in estate torrida
corrida di toro sanguinante litteram.
Delirante litteram
in lite a rate.
Ante socchiuse che sbattono senza certezza
noi che balconi o terrazzi
o finestra pericolante litteram.

“Anarchico e corrosivo outsider”. E’ così che Angelo Zabaglio (alias Andrea Coffami e viceversa) è stato definito sulla scorta delle sue recenti pubblicazioni. Ed è una definizione esatta, anche alla luce di queste poesie che rivelano uno stato d’ animo sul bordo della ribellione; quasi impiastricciate di parole sudicie e insieme sfolgoranti. Il libro si avvale delle illustrazioni di Liz Castelletti e reca come titolo della prima poesia “Carboni senza Luca”, un vero e proprio manifesto della sua aguzza poetica.

Da dove

…Io sono uno scherzo di mestiere culturale,
rido di gioviali correzioni editoriali.
Fortunatamente ho cromosomi di
un anarchico suicida.
Con la stima sotto i piedi e la speranza
che mi aiuta.

Si tratta di una maniera in cui si percepisce l’autore, che di lirico mantiene l’ossatura di versi non precipitosi.
L’amore è qualcosa che difficilmente eleva. Si dipana l’ossessione del sesso che compensa questa granata di emozioni.

Cerchi in testa

Cerchiamoci a mo’ di amo
rompiamoci a mo’ di noci
strizziamoci a mo’ di mocio
baciamoci a mo’ di baco che ha sete.

Nella altre poesie di questa silloge – autoprodotta, ed è giusto precisarlo – ricorrono temi che forse tabù non sono più. Ma è fresca l’inventiva di associarli ad una lingua vivace, veloce, a volte torbida però sincera, fruttifera di associazioni mentali, rigorosa per l’affettazione giudiziosamente evitata.
I miti dei nostri giorni, le parole che rimbombano nel cervello per via degli stimoli pubblicitari, per via del moto elettronico della nostra ottusa comunicazione, sono serviti con la sagacia del demolitore.
Al macero l’idea stessa di vivere, di vederci topi microscopici che ruotano ciclicamente, che non hanno tempo per fissare sulla carta quello che più conta davvero nella vita, cioè la vita stessa per volare “liberi come un tozzo di pane”.
Meno male non siamo nati Lui” è una prova di come galleggiare tra gli impulsi esterni e il bisogno interiore di un canale, di una via d’uscita per gridare col megafono che, se esistiamo, un cammino potremmo sempre farlo tra le rocce del grottesco, le pietre della dissacrazione, le nuvole dei pensieri marci.

Angelo Zabaglio è nato a Latina. Dopo variegate esperienze lavorative, è approdato nel cosmo letterario pubblicando le raccolte poetiche “Ne prendo atto” (2013); “Serio f’aceto” (2012); il saggio umoristico “Sovvertire il cinema”(2010); la raccolta di racconti “Lavorare stronca” (2008) e la raccolta di poesie “Non tutti i dubbi sono di plastica” (2007). Nel 2016, è uscito il suo libro “L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire”, edito da Gorilla Sapiens Edizioni.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Suite francese di Irène Némirovsky (Adelphi 2005) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2018

SUITE FRANCESESuite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.

Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme”.

Il libro – a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein, con postfazione di Myriam Anissimov, e traduzione di Laura Frausin Guarino – presenta allegata pure la corrispondenza tra il 1936 e il 1945. Come sappiamo, la scrittrice Némirovsky morì ad Auschwitz nel 1942, ma fino a quando questa morte non divenne una certezza l’animo dei suoi cari fu ininterrottamente rivolto a lottare per non crederla perduta.

Irène Nemirovsky nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di origini ebraiche, di ricchi banchieri, che lasciano la Russia rivoluzionaria per stabilirsi per un breve periodo, in Finlandia e poi in Francia. E’ qui che la scrittrice passerà un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa per la quale lei proverà  sempre un sentimento d’amore e d’odio congiuntamente all’assenza di un padre molto impegnato ad accumulare affari proficui. E’ sempre in Francia, a Parigi, che si sposerà, diventerà madre, combatterà contro le ristrettezze economiche e raggiungerà il grande successo letterario. Irène continuerà a scrivere, ma sono tempi bui; nessuno vuole pubblicare gli scritti di un ebrea e per di più straniera e, per potersi mantenere (il marito ha perso il lavoro) pubblicherà alcuni racconti sotto falso nome fino alla sua deportazione nel 1942.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La Madonna e Benedetta Rencurel – 54 anni di apparizioni di Vincenzo Mercante (Edizioni Segno, 2017) a cura di Daniela Distefano

23 settembre 2018

1“Ebbe il privilegio del viaggio in paradiso. Il 15 agosto 1698, giorno dell’Assunzione, la veggente sta recitando le litanie lauretane, quando fra le 19 e le 20, accompagnata da 4 angeli con il volto da bambini, le viene a far visita la Madonna che la inviata a seguirla: “Figlia mia, oggi voglio mostrarti delle cose che non hai mai visto e ti riempiranno di grande felicità”.

Questo libro racconta la vita di una veggente, la storia di una povera pastorella che ebbe in dono la comunicazione con l’aldilà. Benedetta Rencurel nacque nel settembre 1647 a Saint-Etienne- le- Laus. Una popolare leggenda fissa la nascita il giorno della festa di San Michele, quasi presagendo il suo forte legame con gli angeli. L’esistenza è dura sin dai primi anni di vita, gli stenti aumentano a dismisura con la morte del padre nel 1654, e la fame diviene pungente e quotidiana, ma i biografi annotano un’affermazione di Benedetta: “Il buon Dio e la sua Madre non possono lasciarci soli”. Non imparerà mai a leggere e a scrivere e fino al termine della vita firmerà con la consueta croce. Era un’ umile fanciulla, venne iniziata fin da bambina a zappare i campi altrui, a portare sulle spalle legna per il focolare, ad attingere l’acqua. Ne sortì un fisico tarchiato e resistente alla fatica e alle malattie.

Il poveraccio solitario e reietto – afferma l’autore del libro, Vincenzo Mercante – sortisce solitamente un carattere chiuso, ottusamente fissato sui piccoli beni materiali. La roba, per chi ne ha un pugno, diventa sacra, intoccabile, da custodirsi con gelosia. Ma l’animo di Benedetta, reso sensibilissimo dalla miseria che l’attorniava, la spingeva invece a gesti di generosità”.

Dagli occhi di quella giovane traspariva qualcosa di strano, di non definibile a prima vista e i più si astenevano da ogni giudizio nell’attesa di qualcosa che sapeva di mistero. A 14 anni le nasce dentro un desiderio fortissimo: “Ho provato, ridirà più volte negli interrogatori, un bisogno insaziabile di sofferenza”. Un giorno le appare San Maurizio che le dice: “Dirigiti verso la vallata sopra Saint-Etienne, e lì ti sarà concesso di vedere la Madre di Dio”. Ai margini di un bosco, in una grande cava di gesso, si apriva una piccola grotta chiamata le Fornaci, è qui che alla umile pastorella appare una bella Signora che tiene amorevolmente per mano un bimbo di rara bellezza. Nelle successive apparizioni, la Madonna si presenta: “Io sono Maria, la Madre di Gesù. Recati a Laus e cerca un’angusta cappella da cui si sprigionano profumi celestiali; lì mi vedrai molto spesso ed io ti comunicherò i miei desideri”. Dal 1673 fino alla morte, la vita di suor Benedetta (ha infatti preso il velo nell’ordine di San Domenico) si svolge in maniera armoniosa illuminata dalla presenza della Vergine e del suo Angelo che la spingono a chinarsi su una dolente umanità, desiderosa di sollievo nel corpo e nello spirito, bisognosa di pace interiore. Tra accanimenti del maligno, persecuzioni fisiche e morali, trascorrono 54 anni di apparizioni e fede senza interruzioni. Suor Benedetta muore il 28 dicembre 1718, nel pieno della gioia per la comunione con il Cielo.

Vincenzo Mercante (San Vito di Leguzzano, 2 agosto 1936) è uno scrittore e presbitero italiano. Vive ed opera a Trieste. Laureato in lettere moderne all’Università di Padova, già insegnante di materie letterarie nei licei scientifici statali, diplomato in Sacra Scrittura a Roma, ha frequentato corsi in psicologia, cinematografia e biblioteconomia conseguendone attestati di merito. In qualità poi di giornalista-pubblicista ed esperto di comunicazione massmediale collabora con vari settimanali, riviste di argomento storico-letterario e numerosi periodici. Fondatore del Centro Culturale David Maria Turoldo, organizza incontri musicali,  storici e letterari, sia di prosa che di poesia, nonché dibattiti cinematografici. Il Centro, gemellato con la missione don Bosco di Diamond Harbour nella provincia di Calcutta (Bengala – India), offe un costante aiuto per la realizzazione di  opere socialmente utili come scavo di pozzi di acqua dolce ed istallazioni di apparecchiature per fornire luce e gas a persone bisognose; infine mediante le adozioni a distanza incrementa la scolarizzazione di ragazzi volonterosi. Particolarità del Centro Turoldo è l’apertura alla mondialità e al dialogo interculturale aderendo alle iniziative del Centro Interdipartimentale di ricerca sulla Pace “Irene” dell’Università di Udine e del Centro interreligioso di Trieste. Il 25 maggio 2008 Vincenzo Mercante ha ricevuto una Menzione Speciale da parte dell’Associazione Altamarea nell’ambito del Premio Letterario Internazionale  Trieste “Scritture di Frontiera dedicato ad Umberto Saba 2007”. Precedentemente, oltre ad una segnalazione nel Concorso Nazionale Ibiskos Città di Salò per la narrativa, il 28 aprile 2008 gli è stato assegnato il secondo premio internazionale di letteratura Portus Lunae città di La Spezia per il saggio sul popolo  ebraico intitolato Il dolore bimillenario.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la signora Miriam dell’Ufficio Stampa “Edizioni Segno”.

:: I Maigret 14 (Adelphi 2016) di Georges Simenon a cura di Daniela Distefano.

17 settembre 2018

I MAIGRET 14“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.

“Maigret a Vichy”: Maigret non era il solo a tentare con tutte le sue forze, e da tempo, di conoscere il carattere delle vittime. Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi,arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità. Che cosa c’era nella vita, nel comportamento di Hélène Lange, che la predestinava in qualche modo a una morte violenta?.

“Maigret e l’omicida di Popincourt”: “Pure dopo quarant’anni di mestiere, un uomo che ha ucciso mi fa sempre impressione..”. “Perché?”. “Perché ha oltrepassato un limite…”. Chi uccide, è come se si tagliasse fuori dalla comunità degli esseri umani. In un attimo cessa di essere un individuo come gli altri. Anche gli assassini veri, i professionisti, che si mostrano aggressivi, sarcastici, in realtà hanno bisogno di fare i gradassi, di autoconvincersi che esistono ancora come uomini.

Le inchieste del commissario Maigret, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono il frutto della spumeggiante invenzione di Georges Simenon che in questi cinque racconti – “Il ladro di Maigret”, “Maigret a Vichy”, “Maigret prudente”, “L’amico d’ infanzia di Maigret”, “Maigret e l’omicida di rue Popincourt” – mette su carta le proprie idiosincrasie, la deriva alcolica dei suoi personaggi, il tasso di interesse delle proprie manie. Tralasciando plot, trame, e riassunti vari, colpisce in queste storie l’analisi psicologica, quasi patologica, degli attori di drammi comuni a tutta l’umanità. E Maigret di volta in volta si trova coinvolto un microcosmo che somiglia sempre di più ad un acquario. Come pesci, ignari di essere costretti a vivere dentro un’ampolla, i protagonisti che spingono Maigret alla soluzione di rebus esistenziali sono in uno stato di negazione perpetua della normalità. Maigret entra in apnea per capirli, per spogliarli dei loro paraocchi, per ridare loro la vista della realtà. Non è un’operazione facile, richiede mente chirurgica, cuore allenato, e coscienza del male che attacca chiunque, a caso, senza risparmiare cartucce di orrore. La mente umana è un labirinto che non sconvolge il celebre Commissario, ma talvolta lo fa sobbalzare: dove potrà mai arrivare l’uomo con i suoi tentacoli mentali? La risposta non la dà nessuno, neanche lo scrittore Simenon che con queste sue creature letterarie dà voce agli abissi della nostra anima, alterata da un triplo salto carpiato. Un volume che svela le strategie delle contorte fobie umane.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista “Détective”, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret.
Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere.
Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc.
Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell’assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna.
Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d’oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet.
Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia.
Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adeplhi”.