È Natale, e la fine dell’anno. Tempo di bilanci come quelli che fa in questo libro lo scrittore Andrea Camilleri. Rivolgendosi alla nipotina, il papà del commissario Montalbano traccia una parabola della propria esistenza, senza recriminazioni o troppi rimorsi.
“Ma perché sento il bisogno impellente di scriverti? Rispondo alla mia stessa domanda con una certa amarezza: perché ho piena coscienza, per raggiunti limiti di età, che mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare i tuoi primi ragionamenti, di seguire la crescita del tuo cervello. Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te. Allora queste mie righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi. Perciò, prima di tutto, credo sia necessario che io ti dica qualcosa di me”.
Tra gioie e dolori, buona parte della sua clessidra, che tutti abbiamo a disposizione in questo mondo, è trascorsa bypassando le dannazioni irrimediabili.
“Non vorrei che ti facessi di me un’idea errata. Anche io ho commesso errori, anche io ho sbagliato, ma ho sbagliato, credimi, non sapendo di sbagliare. Certe volte ho avuto torto, però quando me ne sono reso conto, ho domandato scusa. Anche io, soprattutto nel periodo della giovinezza, ho detto delle menzogne. Menzogne, attenzione, non falsità. Poi ho smesso e ho detto sempre la verità, non per un fatto etico ma perché avevo potuto sperimentare che dire la verità era il modo più comodo per uscire da certe situazioni incresciose. La menzogna, per poterla sostenere nel tempo, comporta la necessità di dire altre menzogne e ci fa entrare così in un labirinto tortuoso che sembra non avere vie di uscita. La verità invece è come un punto fermo. Oltre non si può andare. Può produrre situazioni di rottura, può produrre la fine magari di un’amicizia o di un rapporto di lavoro ma comunque non può avere un seguito. La verità è sempre una”.
Forse il cammino è stato pieno di buche ma anche di salti stellari, ed è arrivato il successo a coronamento di una crescita interiore, non solo materiale.
“Altra idea errata che tu potresti farti leggendo queste mie parole non è che l’età mi abbia reso alquanto pessimista. Non è così, io non patisco dell’ ”umore nero del tramonto” di cui scriveva Alfieri. Credo di non avere nessun rimpianto per il tempo passato, non ho mai detto la frase che è sulla bocca di molte persone di età avanzata, quella che comincia con “Ai miei tempi…”, anzi credo che la vecchiaia mi stia dando un certo ottimismo. Il fatto è che io credo nell’umanità, io ho fiducia nell’uomo”.
Cosa dire ai ragazzi del pianeta?
“Ai molto giovani, che mi vengono a trovare in questi ultimi tempi domandando consigli, io rispondo che hanno un preciso dovere: quello di fare tabula rasa di noi. Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita”.
Questo volumetto ci spiega la strada che ha percorso un uomo dal destino speciale; ognuno tragga le conclusioni che più ritiene idonee, più giuste per imparare a cogliere i preziosi suggerimenti impliciti. Da vero affabulatore dei nostri giorni, Camilleri incanta con le sue storie, ed invita a riflettere con beffarda bonarietà, a sperare, a non abbandonarsi alla viltà delle sconfitte, anche queste sono pietre che consentono di attraversare il personale fiume della vita.
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Padre del Commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti, tradotto in tutto il mondo, dopo una vita dedicata al teatro è diventato il più amato scrittore italiano.
Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.
Nella Presentazione di questo agile opuscoletto – affidata ad Osvaldo Terranova (Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana) – sono racchiuse le linee guida per comprendere l’analisi e l’indagine critica svolte da Vanni Spada, “un volto non associabile ad alcun egoismo, interesse privato di partito o di corrente”. Oggetto della sua dissetarzione, l’attuale crisi economica ed etica che caldeggia riflessioni sulle antinomie tra legalità ed illegalità. Inoltre, il libretto sprona i giovani desiderosi di armonie sociali. I temi sono molti, tutti di scottante attualità: “reati nei rapporti con la pubblica amministrazione”; “delitti informatici e trattamento illecito di dati”; “delitti di criminalità organizzata”; ” reati di concussione e corruzione” etc.. L’autore si premura di far conoscere, anche in modo dettagliato, i settori economici in cui opera la criminalità: pizzerie, alberghi, ristoranti, commercio ed altro. Emerge la consepevolezza di una coesistenza di economia legale ed illegale, laddove è oltremodo auspicabile una prevalenza della legalità sull’illegalità, ma su basi democratiche per un rinnovamento morale, economico e culturale del tessuto sociale. Scendendo nei particolari, si esaminano i vari reati come quelli cosiddetti “spia”: l’autoriciclaggio, le false fatturazioni, i reati ambientali, l’estorsione e l’usura. Una realtà affiora in superficie: l’economia criminale presidia di norma attività semplici come mercati economici in cui è richiesta una bassa tecnologia e compretenze esecutive. Insomma, tutto quello che sfugge ai radar degli organi di controllo, e che si mimetizza acutamente nell’economia sana. Il metodo violento però non tarda ad materializzarsi. Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, è ormai noto che bar e pizzerie sono un’ottima base per accumulare denaro di origine illegale. I bar sono punti di ritrovo. Niente che abbia a che fare con la scoperta dell’acqua calda, però l’autore giustamente fa notare come “ gruppi criminali puntano ad ottenere dei vantaggi di sistema”. Quello che ne viene fuori è un girone infernale alimentato dalla corruzione e dalle regole di potere. Importante sottolineare che il crimine in economia è molto presente al Sud del nostro Paese. Il libro è prezioso anche per questo voler offrire su un vassoio di decreti, articoli e commi, la fotografia, o forse è meglio dire radiografia, delle nostre piaghe sociali, quelle che ci trasciniamo strutturalmente da decenni, e quelle dovute alla contingente marea recessiva.
Era il 28 novembre del 1981, quando, in un fazzoletto di terra africana, la Madonna apparve ad alcune ragazze invitandole a pregare per la salvezza del mondo. Perché scelse di manifestarsi in questo paese martoriato? Nel 1980 Kibeho era una tipica cittadina della regione di Gikongoro, dove continuavano vivissime le influenze dei riti tribali. La prima apparizione ebbe come protagonista Alphonsine Mumureke, alunna di 16 anni, pia e mite. Sabato 28 novembre 1981 si trovava nel refettorio quando, mentre serviva a tavola le compagne, sentì una voce che la chiamava: “Figlia mia”. Sebbene intimorita, rispose: “Eccomi”, inginocchiandosi e facendo il segno della croce. Improvvisamente si ritrovò in un altro luogo pieno di luce e gradualmente vide uscire da una nuvola la figura di una donna bellissima, vestita di bianco con un velo candido che le cingeva la testa, mentre le mani erano giunte sul petto. Fattasi coraggio, Alphonsine chiese: “Chi sei?”. Ella rispose: “Sono la Madre del Verbo, ma tu cosa pensi della religione?”. “Io amo Dio e sua Madre che ci ha dato il Figlio che ci ha salvati”, replicò. “Se è così – continuò la bella Signora – vengo a rassicurarti perché ho ascoltato le tue preghiere. Vorrei però che le tue compagne avessero più fede, perché non credono abbastanza”. E la ragazza: “Madre del Salvatore, se veramente sei tu che vieni a dirci che nella nostra scuola la fede è poca, vuol dire che vieni ad aiutarci. Sono proprio contenta che tu sia apparsa a me”.
Fino a poco tempo fa, era semplice definire le aziende più famose. Exxon vende petrolio, McDonald’s serve hamburger, Walmart è un posto dove si comprano cose. Ma la situazione è cambiata con Amazon, Google… Dove iniziano e dove finiscono queste aziende? Un tempo, Amazon si accontentava di essere the everything store, ma ora produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. Le aziende tecnologiche più ambiziose – Facebook, Microsoft e Apple – si contendono il ruolo di nostro “assistente personale”; vogliono svegliarci al mattino, guidarci durante la giornata con il loro software di intelligenza artificiale e restare sempre al nostro fianco. Insomma, le big tech stanno facendo a pezzi i principi che proteggono l’individuo. Offrono dispositivi e siti web che annientano la privacy. Qual è il loro obiettivo? Alterare l’evoluzione umana, rendendoci tutti un po’ cyborg. Il libro parla delle idee che spingono queste aziende e della necessità di contrastarle. Google ha trasformato la liberazione del cervello in un’impresa ingegneristica. L’idea di fondo è che se la filosofia non è riuscita ad emancipare la mente, potrebbe farlo la teconologia procedendo a tutta velocità e modificando in modo significativo pratiche umane consolidate da tempo. Cosa non va in tutto questo? Il problema è che i media non solo dipendono dalle imprese della Silicon Valley, ma anche dai loro valori: il giornalismo ha cominciato a venerare i dati, e ne è stato corrotto. I media hanno bisogno di dare al pubblico quello che vuole, in un circo che sfrutta tendenze inconsce e pregiudizi. Oggi possiamo tranquillamente affermare che le inquietanti dimensioni raggiunte da Amazon, Facebook e Google sono una minaccia all’autonomia degli individui. Internet è straordinario, ma non dobbiamo comportarci come se esistesse al di fuori della storia o fosse immune alle nostre strutture morali, soprattutto quando in gioco ci sono il destino dell’individualità e il benessere della democrazia. Questo libro è un formidabile j’accuse che evoca altri moniti, altri avvertimenti. E’ affascinante il riferimento al saggio del 1914 di Karl Kraus, “In questa grande epoca”, divenuto assalto frontale alla mendacia del giornalismo in un’epoca che ancora doveva conoscere drammi, tragedie e abominio. Allora ci si scagliava contro l’egemonia giornalistica, anche allora erano di scena un timore, un inganno, e una scarsità di sicurezza per eventi imprevedibili. I big tech di oggi sono lo spauracchio del giornalismo per Karl Kraus. Forse non c’è da aver paura, in fondo l’evoluzione umana porta con sé effetti collaterali che generano prima terrore e poi abitudine, ma una cosa è certa: non sottovalutiamo questi segnali stradali, non aggrappiamoci troppo al carro del vincitore, camminiamo tra le meraviglie di un palazzo incantato e ammiriamo le sue bellezze preziose tenendo sempre d’occhio il cucchiaio con l’olio che non deve cadere. Lo afferma Paulo Coelho ne “L’alchimista”. Lo consiglia Foer davanti al dominio di monopoli pericolosi e dannosi.
“I genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore, puoi essere spacciata. Per questo non deve educare solo sua figlia a non sbagliare, deve impedirgli che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra”.
Il plot di questo libro ci parla di un nostos singolare: il ritorno a casa della dea di Morgantina, di un mitologico capolavoro sganciato dal castone di terra, costretto in mani furtive, peregrino per le botteghe d’oltralpe e d’oltreoceano.
“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).
L’Africa è abitata, ma è inabitabile.
Delirante litteram
“Suite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.
“Ebbe il privilegio del viaggio in paradiso. Il 15 agosto 1698, giorno dell’Assunzione, la veggente sta recitando le litanie lauretane, quando fra le 19 e le 20, accompagnata da 4 angeli con il volto da bambini, le viene a far visita la Madonna che la inviata a seguirla: “Figlia mia, oggi voglio mostrarti delle cose che non hai mai visto e ti riempiranno di grande felicità”.
“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.























