:: La malapena di Maurizio Veglio (Edizioni SEB 27, 2020)

17 febbraio 2021 by

Non è un carcere, ma per chi lo subisce è peggio. La detenzione amministrativa dello straniero nei centri per il rimpatrio (Cpt, Cie, Cpr) è un rito di segregazione, un atto di apartheid che avalla la mortificazione della dignità umana. Mentre sperimentano il fallimento del proprio progetto migratorio, i reclusi subiscono il potere statale nella sua forma più invasiva e feroce. Qui deflagra una violenza a grappolo: contro il diritto, che autorizza giudici non professionisti a convalidare la detenzione di persone che non hanno commesso alcun reato; contro i corpi, esposti alla tentazione dell’autolesionismo; e contro i luoghi stessi, bersaglio della rabbia dei segregati e di un continuo maquillage giuridico e materiale. E poi c’è il paradosso dell’inefficienza: nonostante l’enorme impiego di denaro, appena il 50% delle persone trattenute viene rimpatriato. Cosa attende gli stranieri dopo il trattenimento? Cosa può nascere dal rifiuto e dal risentimento? In quale pace può sperare una società che, in nome della sicurezza, sacrifica la libertà e la dignità dei più vulnerabili? Un viaggio nei Cpr, ferita della legalità e delle garanzie civili, obbrobrio giuridico del nuovo millennio.
 
Maurizio Veglio è avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione, socio Asgi e lecturer presso l’International University College di Torino. Dal 2011 collabora con la Human Rights and Migration Law Clinic (Hrmlc), con la quale ha supervisionato la ricerca Betwixt and Between: Turin’s Cie, l’istituzione della Refugee Law Clinic e l’avviamento dell’Osservatorio sulla giurisprudenza dei giudici di pace in materia di immigrazione (Lexilium). Oltre all’attività di formazione e ricerca, è autore di numerose pubblicazioni tra cui il volume Lo straniero e il giudice civile (Utet, 2014) e il saggio Uomini tradotti. Prove di dialogo con richiedenti asilo (“Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” 2/2017). Ha curato il volume L’attualità del male. La Libia dei Lager è verità processuale, pubblicato in questa stessa collana nel 2018.

:: Un’intervista con Susanna Tamaro a cura di Giulietta Iannone

17 febbraio 2021 by

Benvenuta Susanna e grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei con il chiederti di parlarci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi.

ST Ho scritto un intero libro su di me, la mia infanzia e  di come ho scoperto di avere il talento della scrittura. Si intitola ‘Ogni angelo è tremendo’. Non so se è ancora in commercio. Comunque, riassumendo, ho avuto un’infanzia piuttosto difficile, priva di amore,  un rapporto con gli studi pessimo, mi sono trasferita poi da Trieste a  Roma dove a vent’anni mi sono diplomata in regia al Centro Sperimentale di Roma.  Prima di vivere dei miei libri,  ho fatto documentari sulla natura – che è la mia grande passione – per la Rai.

Che libri leggevi da ragazzina e poi crescendo quali sono diventati i tuoi scrittori preferiti?

ST Da bambina non amavo leggere. Capisco tutti i ragazzi che hanno difficoltà nella lettura,  proprio per questo ho scritto  negli anni  libri per bambini  -­ Cuore di ciccia, Il cerchio magico, Papirofobia, Tobia e l’angelo e Salta Bart! –   in cui penso non ci si annoi neanche un secondo. Il primo autore che ho letto e amato  da adolescente è stato Jack London.  Sono stati Il richiamo della foresta e Zanna bianca ad appassionarmi alla lettura: parlavano  di cani, altra mia grande passione. La scuola invece mi ha fatto odiare la letteratura. Ho ricominciato a leggere a 18 anni,  quando mi sono trasferita a Roma. Dovendo fare quattro ore di autobus al giorno per andare a Cinecittà, ho letto moltissimo, iniziando dai grandi classici russi – Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Turgenev –  poi con quelli tedeschi – Thomas Mann, Kafka, Rilke –  i francesi – Stendhal, Balzac, Flaubert – e alla fine gli inglesi: Conrad e Dickens soprattutto, che amo particolarmente.

Come è nato in te l’amore per la scrittura? È stato un percorso inevitabile e naturale o hai incontrato delle difficoltà?

ST Scrivere è stato un percorso naturale, cominciato verso i 23 anni, mentre è stato molto poi difficile riuscire a trovare un editore. Ho impiegato dieci anni per  riuscire a pubblicare il primo libro.  

Hai esordito con il romanzo La testa fra le nuvole (1989). Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo letterario italiano? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato e particolarmente sostenuto che vuoi ringraziare?

ST La testa fra le nuvole ha vinto il ‘Premio Elsa Morante, Opera prima’, e sono grata a Cesare de Michelis della Marsilio, un vero editore di quelli che ormai non esistono più, che ha creduto in me e mi ha scoperta. Per il secondo, Per voce sola, devo invece ringraziare Federico Fellini che ha amato moltissimo il libro e ne ha parlato ai giornalisti, facendomi uscire dall’anonimato.

Poi il grande successo di Va dove ti porta il cuore. Ti ha in qualche modo cambiato? Hai trovato difficoltosa l’improvvisa notorietà?

ST Sì, l’ho trovata spaventosa. So che molti scrittori non desiderano altro, ma per me è stato un grande trauma perchè  ho sempre amato vivere nella penombra e la dimensione pubblica mi turba e mi agita. Ma, non lo nego,  è stata anche una grande gioia perché mi ha permesso di entrare in comunicazione profonda con un grandissimo numero di lettori in tutto il mondo.

Ora vorrei dedicare la seconda parte di questa intervista al tuo ultimo romanzo “Una grande storia d’amore”. Come è nato il progetto di scriverlo?

ST Era da tanti anni che volevo scrivere un romanzo che avesse per tema un amore che dura nel tempo. D’altronde la maggior parte dei grandi romanzi classici, da Anna Karenina, al Rosso il Nero, a Guerra e Pace,  a Jane Eyre,  prendono luce grazie alle contrastate storie d’amore che raccontano. Mi sembrava poi che, in questi tempi così confusi, ci fosse una sorta di imbarazzo di pudore a parlare dell’esistenza di un sentimento capace, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, di trasformarsi e durare nel tempo.  

Come si è sviluppata la scelta di scrivere una storia dal punto di vista di un lui, Andrea. Hai trovato difficile immedesimarti in una psicologia maschile?

ST Sono stata a lungo indecisa su quale punto di vista assumere e poi,  quando ho iniziato, mi è venuto spontaneo usare la voce maschile. L’ho fatto già  in altri libri,  in Anima Mundi,  e in Per sempre e devo dire che mi viene  abbastanza naturale.

Il personaggio di lei, Edith lo consociamo attraverso gli occhi di lui, e tramite alcune lettere che scrive. Come hai costruito il suo personaggio?

ST L’ho costruito cercando di capire le sue passioni, le sue inquietudini, il mondo in cui era cresciuta, collegando i tanti tasselli di cui è fatta una vita.

Narri una profonda e vera storia d’amore tra un uomo e una donna che non potrebbero essere più diversi: lui serio, responsabile, ordinato; lei impulsiva, talentuosa, complicata. Gli opposti si attraggono come dice il detto?

ST Sicuramente. Gli opposti si attraggono e spesso fanno anche faville. Il bello della storia e della vita è proprio questo: che il destino spesso  ci mette accanto persone molto diverse, che ci fanno crescere e ci mantengono sentimentalmente vivaci.

Mi ha colpito molto il punto in cui narri la storia dei Re Magi, e del dono che Gesù gli fece per ricambiare l’oro, l’incenso e la mirra, dono di cui non capirono il valore e il significato. Pensi che nella vita le piccole e umili cose racchiudano tesori e molto spesso siamo troppo orgogliosi e ciechi per accorgercene?

ST Si, l’ho messo proprio per questo. Si tratta di un episodio narrato nel Milione di Marco Polo. I Magi si aspettavano qualcosa di prezioso da un re e vedendo una semplice pietra si sentono traditi e delusi. Ma quella pietra aveva il dono del fuoco eterno che, in qualche modo, è una metafora dell’amore.

Nel tuo romanzo oltre alla storia d’amore principale, narri una bellissima storia di paternità acquisita. L’amore di Andrea per Amy è fatto di scelte consapevoli, di crescita comune, come si sviluppa nella tua storia?

ST Questa era un’altra delle sfide da affrontare. Nella situazione attuale, ci si trova spesso davanti a forme non tradizionali di rapporti e, tra queste, il padre che non è il padre è una delle più frequenti. Mi sono sempre chiesta, e scrivendo ho cercato di rispondermi, che cosa sia veramente importante, che cosa caratterizzi davvero una figura paterna. Quando ho trovato il termine ziopapy ho trovato anche  la chiave d’accesso per comprendere.  Andrea accoglierà Amy, con tutti i suoi problemi, quando lei si sentirà pronta con l’affetto di una figura paterna capace di donarle stabilità.

Ringraziandoti della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti futuri.  

ST Magari un libro di riflessioni su questi tempi. Mi piacerebbe poi scrivere un altro libro per bambini.

Ringraziamo Algisa Gargano e Vicki Satlow e iniviamo a visitare laccount ufficiale di Susanna Tamaro.

Il grande albero al centro del mondo di Makiko Futaki (Kappalab, 2020) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2021 by

Cvr_Albero_OKKappalab propone un nuovo titolo inerente il mondo dei manga e degli anime e la cultura a loro collegati, con un libro a metà strada tra romanzo, fumetto, libro grafico e animazione su carta: Il grande albero al centro del mondo di Makiko Futaki, compianta e poliedrica animatrice dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, oltre che di altri anime per diversi studi d’animazione.
Questa di Kappalab tra l’altro è la prima edizione al di fuori del Giappone in una lingua occidentale, per una fiaba incantata e ricca di significati.
La giovane Sisi vive in un mondo diverso dal nostro, pieno di alberi enormi e lei abita con la nonna ai piedi di uno di questi, in mezzo ad animali e creature sconosciute. Nessuno ha mai raggiunto la cima della pianta e si narra che lassù nidifichi l’onnisciente Uccello d’Oro, un essere che può rispondere ad ogni domanda.
Sisi decide un giorno di scalare il tronco per trovare l’Uccello d’Oro, ma durante il suo viaggio assiste ad un grande sordo degli animali verso terra, per un qualcosa che sta succedendo. Nel corso del viaggio, che la cambierà profondamente, Sisi scoprirà nuovi mondi, farà incontri inaspettati e capirà che quando tutto sembra perduto  l’amicizia e la fiducia sono le forze più grandi dell’universo.
Una storia che riprende molti dei temi dei film dello Studio Ghibli, l’ecologia, l’armonia con gli altri esseri viventi, l’amore per la natura, i rapporti tra generazioni, la collaborazione, che può guarire il mondo, farlo rinascere e far ripartire il tutto. Un inno alla speranza, dove si alternano testo e disegni a colori pastello in cui si ritrovano le atmosfere dei film di Miyazaki, a cominciare da Nausicaa della valle del vento.
Il grande albero al centro del mondo è una fiaba per tutte le età, un libro per i lettori più giovani ma anche per chi è cresciuto per anni con le storie dello Studio Ghibli, un piacere per gli occhi e una storia che resta nel cuore, oltre che un omaggio ad un’artista che purtroppo ci ha lasciati troppo presto.

Makiko Futaki (19 giugno 1957 – 13 maggio 2016) è stata uno dei membri principali dello staff di Hayao Miyazaki fin dagli esordi dello Studio Ghibli, animando per esso capolavori come Il mio vicino TotoroKiki – Consegne a domicilioPrincipessa MononokeLa città incantata e Il castello errante di Howl. Si laurea in Belle Arti all’Università di Aichi, quindi lavora presso Telecom Animation Film e, nel 1991, entra a far parte dello Studio Ghibli. Grazie alla sua particolare abilità nella rappresentazione di animali e piante, si occupa delle animazioni della maggior parte degli iconici film del Premio Oscar Hayao Miyazaki e di Isao Takahata. Tra i suoi libri illustrati figura la serie per bambini di Chiisana Pisuke, ed è stata l’illustratrice ufficiale delle copertine della saga di Moribito scritta da Nahoko Uehashi.
L’opera di Makiko Futaki è già stata apprezzata anche in Italia attraverso numerosi lungometraggi e serial televisivi d’animazione, che comprendono fra gli altri: Le nuove avventure di Lupin III (1980), Space Adventure Cobra (1982), Nausicaä della valle del vento (1984), Il fiuto di Sherlock Holmes (1984), Il castello nel cielo (1986), Le ali di Honneamise (1987), Cara dolce Kyoko (1987), Devilman (1987), Il poema del vento e degli alberi (1987), Il mio vicino Totoro (1988), Akira (1988), Pioggia di ricordi (1991), Porco Rosso (1992), Pom Poko (1994), I sospiri del mio cuore (1995), Principessa Mononoke (1997), I miei vicini Yamada (1999), La città incantata (2001), Il castello errante di Howl (2004), Ponyo sulla scogliera (2008), Arrietty – Il mondo sotto il pavimento (2010), La collina dei papaveri (2011), Si alza il vento (2013) e Quando c’era Marnie (2014).

Provenienza: libro del recensore.

:: Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi (Exorma Edizioni, 2021) di Tommaso Lisa, a cura di Natalina Saporito

15 febbraio 2021 by

Ad un occhio furtivo e poco attento, Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa, Éxòrma editore, potrebbe sembrare il manifesto di una contemplazione irrazionale verso il Diaperis boleti, un insetto appartenente alla famiglia dei Tenebrionidi dell’ordine dei Coleotteri. E in vero l’autore, dottore di ricerca in Lettere, entomologo per passione, con perizia e dovizia di particolari, ci restituisce non solo la carta di identità di questo esemplare (e altri dello stesso ordine) che trova domicilio nei funghi ma il suo intero ciclo di vita. Tuttavia l’opera è molto di più. In primis è un viaggio nel tempo, nel nostro e in quello dell’autore. Lisa ci racconta come nasce l’amore, allo sguardo dei più, insolito per questo insetto (il quale potrebbe, da qui a non molto, essere protagonista della dieta alimentare del mondo), consegnandoci frammenti di vita personale delle sue esperienze di figlio e padre. Memorie dal sottobosco però è anche un viaggio nello spazio, uno spazio chiuso come quello domestico e aperto come i luoghi delle colline fiorentine, in cui Lisa ci porta, facendoci sentire gli odori di un ecosistema a cui, nell’epoca del consumismo, siamo poco inclini, e in Ontario, attraverso la navigazione virtuale su Google maps, una realtà fissa e spopolata che sembra fatta solo per l’autore. Indossando lenti graduate però l’opera risulta l’espressione di un’esperienza più profonda, che dal microscopico trasfigura nel macroscopico, dal soggettivo all’oggettivo, facendoci cogliere la legge sottesa al mondo degli esseri viventi del nostro buon Charles Darwin e, con essa, la nostra vulnerabilità dinnanzi ad una pandemia, al riscaldamento globale, ad un’eclissi e qualsiasi altro fenomeno naturale di cui l’uomo può o no esserne la causa ma di sicuro parte integrante, natura stessa, come l’autore sottolinea. Non è necessario essere esperti di Entomologia o di Scienze naturali in generale per leggere e comprendere appieno il/i significato/i profondo/i di Memorie dal sottobosco, il linguaggio è chiaro, limpido, scorrevole e la straordinarietà di quest’opera è che, pur non essendo un manuale di Entomologia, si presta tanto anche alla consultazione e allo studio, fornendo risposte di carattere scientifico e non solo ma soprattutto instillando molteplici domande e curiosità.

Tommaso Lisa: è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli.

Source: libro del recensore.

L’antologia Gli eroi di Howard della Cooperativa Autori Fantastici a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2021 by

fJgbbjLa Cooperativa Autori Fantastici, editore nato come associazione culturale, presenta un’interessante iniziativa letteraria, l’antologia Gli eroi di Howard, una raccolta di storie di autori e autrici italiani di oggi con cui si omaggia Robert E. Howard.
Un nome che forse di primo acchito non può dire granché, ma basta citare il personaggio di Conan, reso famoso negli anni Ottanta da Arnold Schwarzenegger, per capire di chi si parla: Howard ebbe una vita intensa, solo trent’anni, con una fine tragica, suicida, come un famoso altro scrittore d’avventura, il nostro Emilio Salgari e fu l’inventore dell’heroic fantasy moderna, storie di eroi e eroine in mondi alternativi, sulle pagine della rivista pulp Weird Tales.
Gli eroi di Howard raccoglie una serie di racconti su famosi protagonisti degli universi creati dall’autore, scritti da Michele Tetro, Emiliano Dacavich, Mirko Di Bella,  Christian Balsamo,  Mariateresa Botta, Marco Bertoli, Niccolò Ratto.
Nelle pagine del libro si omaggiano altre figure che non gli eroi più celebri di Robert E. Howard, Kull e Conan, come il pitto Bran Mak Morn e le sue epopee in mondi arcaici, la guerriera Agnes “l’Oscura” de Chastillion, in un Medio Evo alternativo, il nordico Almuric, catapultato in un mondo sconosciuto, il viandante oscuro Turlogh Dubh  in cerca di vendetta, la piratessa Belith, amata da Conan e James Allison, alle prese con continue reincarnazioni.
Un omaggio ad universi tutti da riscoprire, per far capire come un autore che sembra lontano possa ancora ispirare oggi, anche perché ha posti i semi di tante storie che continuano ad appassionare.
Per informazioni su dove acquistare il libro, visitare il sito della Cooperativa Autori Fantastici.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il quarto appuntamento col commissario Ricciardi: Il giorno dei morti di Maurizio de Giovanni

13 febbraio 2021 by

Avevo quella storia da tempo, da prima de “Il posto di ognuno”. Non me l’ero sentita di scriverla, avevo un sacco di remore personali. Per anni ero stato un papà single, stretto dal terrore che a uno dei miei piccoli succedesse qualcosa e che non me ne accorgessi in tempo, notti insonni e giornate col batticuore, così teneri e indifesi in un mondo terribile. La paura di ogni papà amplificata dall’enorme responsabilità della solitudine. Poi però mi chiamò Einaudi, e quindi quello sarebbe stato l’ultimo romanzo per Fandango, che aveva creduto così tanto in me. Glielo dovevo, l’avevo pensata in quel periodo, non era gusto conservarla per altri. Avrei scritto questa storia come regalo di addio. Cominciai. Avevo paura, dovevo maneggiare il peggior sentimento che esista: avrei dovuto difendermi. Così feci in modo che questo bambino, Tettè, avesse una vita così infame e indegna che la sua morte fosse in realtà una liberazione. La balbuzie, il bullismo dei compagni, i maltrattamenti degli adulti. E poi la pioggia, incessante e fredda, i geloni ai piedi nudi, la fame, i topi e i parassiti. Tutto. Andò bene, fino al capitolo 31 (il numero dell’anno che raccontavo, come un messaggio, come un presagio). Me lo ritrovai che correva, sotto la pioggia, col suo cagnolino, l’unico amico che aveva. Lo sentivo alzare schizzi d’acqua sollevando l’ira dei passanti, aveva fatto tardi, doveva andare dal losco commerciante presso il quale lavorava, un’altra giornata infame di una vita infame. Eppure, in quel preciso momento, mi resi conto che il piccolo Diotallevi Matteo, il mio minuscolo Tettè, era felice. Aggrappato a quella vita triste e dolorosa, difficile e rognosa, ma l’unica che aveva, era felice. Assurdamente, incongruamente felice. Ed era morto. E a ucciderlo ero stato io, che lo avevo fatto nascere. Io. Finire il romanzo fu la fatica più enorme e straziante di tutta la mia esistenza. Quando terminai mi alzai dal computer come se la tastiera fosse rovente, e in qualche modo lo era. Non riuscii a guardare lo schermo per una settimana. Piango ancora per il mio piccolo Tettè. Non riesco nemmeno a chiedergli perdono, per avergli dato e tolto una vita minuscola e fatta di cose brutte, e tuttavia bellissima. Non ho più letto il romanzo, non posso. È imperfetto, ha il fiato spezzato ed è costruito male, e tuttavia ancora c’è chi dice sia il mio migliore. Non lo so. So che non riesco a prenderlo tra le mani, quando me lo portano per una dedica, senza sentire una fitta al cuore.”Il quarto appuntamento col commissario Ricciardi”, per voi. Per me “Il giorno dei morti”, la cosa più terribile che abbia mai scritto. E, come dice Bambinella, un fiore sulla bara di Tettè da parte di chi lo ha generato e ucciso.

:: Un’intervista con Diana Johnstone

12 febbraio 2021 by

Bentornata Mrs. Johnstone su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. L’era Trump si è conclusa con i disordini di Capitol Hill. Anche se non c’è stata una vera guerra civile, è anche dovuto al fatto che hanno isolato Trump e chiuso il suo accesso ai social network? Il loro potere è così grande adesso?

DJ. Vorrei iniziare dicendo questo. Dalla caduta di Richard Nixon, il ruolo di un presidente degli Stati Uniti è diventato fondamentalmente quello di un venditore che ottiene il sostegno pubblico per le politiche originate dal complesso militare-industriale, Wall Street e varie potenti lobby, tutte che mirano a promuovere l’egemonia globale degli Stati Uniti. L’elezione del tutto inaspettata di Donald Trump nel 2016 è stata un incidente sorprendente che i veri governanti degli Stati Uniti hanno stabilito che non dovesse mai più accadere. Durante la sua presidenza, i media mainstream hanno ritratto Trump come un mostro orribile. Per mobilitare la sinistra, i Democratici lo hanno accusato di tutti i crimini di Identity Politics – sessismo, razzismo, anti-LGBTQ – culminati nella presunta minaccia dei violenti Suprematisti bianchi di prendere il potere.
Il massiccio passaggio alle votazioni per corrispondenza per le elezioni del 2020, i ritardi e le stranezze in vari seggi elettorali erano destinati a destare sospetti, soprattutto quando l’establishment aveva chiaramente deciso in anticipo che Biden doveva vincere. I sospetti di frode di Trump sono stati apertamente interpretati dall’establishment come prova che fosse un aspirante “dittatore”. Non avrebbe dovuto essere affatto sorprendente che i sostenitori di Trump abbiano preso d’assalto il Campidoglio il 6 gennaio per esprimere la loro indignazione per quella che credevano fosse un’elezione rubata. Le folle di invasori non avevano alcun piano, nessuna organizzazione e il principale atto di violenza è stata la fatale uccisione di una manifestante disarmata, una giovane madre e veterana dell’aeronautica. Denunciare questo evento confuso come una “insurrezione” ha permesso alla leadership democratica di bollare Trump e i suoi sostenitori come nemici della repubblica e “terroristi domestici”, un modo molto gradito per squalificarli politicamente.
I social media sono direttamente collegati allo stato di sicurezza. Dopo diversi anni passati a sviluppare un quasi monopolio della comunicazione interpersonale, FaceBook e Twitter sono in una posizione di forza per mettere a tacere chiunque scelgano. L’opinione dissidente viene sempre più messa a tacere, a cominciare dallo stesso ex presidente Trump.

Welcome back Mrs. Johnstone on Liberi di Scrivere and thank you for accepting this new interview. The Trump era ended with the Capitol Hill Riots. Even if there was no a real civil war, is it also due to the fact that they isolated Trump, and closed his access to social networks? Is their power so great now?

DJ. Let me start by saying this. Ever since the fall of Richard Nixon, the role of a U.S. President has basically become that of a sales person gaining public support for policies originating with the military-industrial complex, Wall Street and various powerful lobbies, all promoting US Global Hegemony. The totally unexpected election of Donald Trump in 2016 was an astonishing accident that the real rulers of the United States determined must never again be allowed to happen. Throughout his presidency, mainstream media portrayed Trump as a horrific monster. To mobilize the left, the Democrats accused him of all the Identity Politics crimes – sexism, racism, anti-LGBTQ – culminating in the alleged threat by violent White Supremacists to seize power.
The massive shift to mail-in ballots for the 2020 election, the delays and oddities in various polling stations, were bound to arouse suspicion, especially when the establishment had clearly decided in advance that Biden must win. Trump’s suspicions of fraud were loudly interpreted by the establishment as evidence that he was an aspiring “dictator”. It should not have been one bit surprising that Trump supporters stormed the Capitol on January 6 to express their indignation at what they believed was a stolen election. The invading crowds had no plan, no organization, and the principal act of violence was the fatal shooting of an unarmed woman protester, a young mother and Air Force veteran. Denouncing this confused event as an “insurrection” enabled the Democratic leadership to brand Trump and his supporters as enemies of the republic and “domestic terrorists”, a very welcome way to disqualify them politically.
The social media are directly linked to the security state. After several years of developing a near monopoly of interpersonal communication, FaceBook and Twitter are in a position of force to silence whomever they choose. Dissident opinion is being increasingly silenced, starting with former President Trump himself.

Trump è uscito momentaneamente dal ring, metaforicamente, ma non il Trumpismo, che riflette il vero sentimento di molti americani (insomma, Trump non ha inventato nulla). Che ruolo giocherà il Trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?

DJ. Non sono sicura di cosa sia il trumpismo. Trump ha raccolto un seguito personale principalmente NON essendo come l’establishment politico. Il suo sostegno è più viscerale che programmatico. Non rispettava il codice vocale “politicamente corretto”. La sua opposizione all’immigrazione di massa gli è valsa la reputazione di razzista, ma sicuramente ha anche ottenuto sostegno. Il suo principale tema politico era combattere la delocalizzazione e favorire l’economia interna rispetto alla globalizzazione, ma non lo ha articolato chiaramente né è riuscito a realizzare un tale cambiamento in modo efficace. Inizialmente sembrava voler migliorare le relazioni con la Russia e persino la Corea del Nord, ma questi desideri sono stati sistematicamente sabotati. È stato sviato verso il sostegno a tutto campo per Israele e l’estrema ostilità verso Cina, Iran e Venezuela.
Trump non ha mai avuto una chiara bussola politica. Non ha mai avuto nemmeno una squadra leale di aiutanti competenti ed è finito per essere circondato da nemici. Certamente, un’efficace opposizione all’establishment esistente ha bisogno di un leader molto più coerente di Trump. Un tale leader potrebbe essere migliore – o molto peggio, a seconda di quale direzione politica viene presa contro l’establishment.

Trump momentarily stepped out of the ring, metaphorically, but not Trumpism, which reflects the true feeling of many Americans (in short, Trump did not invent anything). What role will Trumpism play, in your opinion, in future years?

DJ. I’m not sure what Trumpism is. Trump gathered a personal following mainly by NOT being like the political establishment. His support is more visceral than programmatic. He didn’t respect the “politically correct” speech code. His opposition to mass immigration earned him the reputation of racism, but surely also gained support. His main policy theme was to combat delocalization and favor the domestic economy over globalization, but he neither articulated this clearly nor managed to accomplish such a shift effectively. He initially appeared to want to improve relations with Russia and even North Korea, but these wishes were systematically sabotaged. He got sidetracked into all-out support for Israel and extreme hostility toward China, Iran and Venezuela.
Trump never had a clear policy compass. He never even had a loyal team of competent aides and ended up being surrounded by enemies. Certainly, an effective opposition to the existing establishment needs a much more coherent leader than Trump. Such a leader might be better – or much worse, depending on which policy direction is taken against the establishment.

Quindi Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Cattolico, bianco, democratico, forse anziano ma con una vicepresidente donna molto determinata. Kamala Harris è la vera sorpresa di queste elezioni? Pensi che sarà in grado di esercitare un potere reale?

DJ. Non sorprende che la candidata alla vicepresidenza di Biden fosse una “donna di colore”. Ciò era necessario per accordarsi con la politica dell’identità del Partito Democratico. Kamala Harris ha ottenuto pochi voti alle primarie ed è stata ovviamente scelta dai leader del Partito per il suo aspetto e il suo conformismo. La sua personalità di procuratore dello Stato della California era autoritaria e il suo background indiano di casta superiore poteva essere considerato utile per sviluppare un’alleanza anti-cinese con l’India. Il team Biden-Harris è un puro anti-Trump: due ambiziosi politici di carriera su cui si può fare affidamento per perseguire l’agenda imperiale neoliberista.

So Biden is the new President of United States of America. Catholic, white, democratic, perhaps elderly but with a very determined female vice president. Is Kamala Harris the real surprise of this election? Do you think she will be able to exercise real power?

DJ. No surprise that Biden’s Vice Presidential candidate was a “woman of color”. This was required to accord with Democratic Party identity politics. Kamala Harris won few votes in the primaries and was obviously chosen by Party leaders for her looks and her conformism. Her personality as California State prosecutor was authoritarian and her upper caste Indian background might be considered useful for developing an anti-Chinese alliance with India. The Biden-Harris team is pure anti-Trump: two ambitious career politicians who can be relied on to pursue the neoliberal Imperial agenda.

Come ti sei sentita ascoltando il discorso di inaugurazione di Biden? Gli hai dato fiducia?

DJ. Confido che Biden sarà cattivo come sembra: afferma aggressivamente l’eccezionalismo americano, riportando l’America come “la forza trainante del bene nel mondo”. Ciò significa bullizzare e punire altre nazioni per non essere abbastanza buone, perseguendo l’egemonia globale con tutti i mezzi possibili.
Biden ha parlato di promuovere l’unità nazionale, ma ha anche promesso di affrontare e sconfiggere “razzismo, nativismo, estremismo politico, supremazia bianca, terrorismo interno”, che sono tutti termini che usa per denigrare l’opposizione come malvagia e persino criminale.
Ha promesso di ottenere la “giustizia razziale”. Nel vocabolario del Partito Democratico, il termine ha sostituito la giustizia sociale. Ma l’uno senza l’altro non ha senso.

How did you feel listening to Biden’s inauguration speech? Did you trust him?

DJ. I trust Biden to be just as bad as he sounds: aggressively asserting American exceptionalism, restoring America as “the leading force for good in the world”. This means bullying and punishing other nations for not being good enough, pursuing global hegemony by all means possible.
Biden spoke of promoting national unity, but he also promised to confront and defeat “racism, nativism, political extremism, white supremacy, domestic terrorism”, which are all terms he uses to disparage the opposition as wicked and even criminal.
He promised to achieve “racial justice”. In the Democratic Party vocabulary, the term has replaced social justice. But one without the other does not make sense.

Sta per iniziare una nuova stagione di politica estera per l’America? Biden sarà più intrusivo di Trump?

DJ. Questo è un ritorno alla politica estera di Obama, ma mentre Obama occasionalmente ha mostrato una certa moderazione nell’uso del potere militare (in Siria nel 2013), Biden non mostra tali tendenze. Biden ha costantemente sostenuto ogni guerra aggressiva degli Stati Uniti, dall’Iraq alla Siria. Era in prima linea tra coloro che chiedevano il bombardamento NATO della Serbia e l’imperdonabile distruzione della Libia. La sua ostilità ottusa nei confronti della Russia è rafforzata dal rapporto scandalosamente proficuo di suo figlio con l’Ucraina, uno scandalo che i media statunitensi hanno sistematicamente represso.

Is a new season of foreign policy beginning for America? Will Biden be more intrusive than Trump?

DJ. This is a return to the Obama foreign policy, but whereas Obama occasionally showed some restraint in use of military power (in Syria in 2013), Biden displays no such tendencies. Biden has consistently supported every aggressive US war, from Iraq to Syria. He was in the forefront of those calling for the NATO bombing of Serbia and the unpardonable destruction of Libya. His narrow-minded hostility to Russia is enforced by his son’s scandalously profitable relationship with Ukraine – a scandal that US media systematically repressed.

Pensi che ci sarà un legame stretto o almeno privilegiato tra l’amministrazione Biden e il Vaticano?

DJ. Questa domanda mi sorprende. Se prendi in parola Papa Francesco, parla negativamente del capitalismo e della guerra, non esattamente dei valori morali dell’amministrazione Biden. Certamente l’ostentata pietà cattolica di Biden non si estende a questioni sociali come l’aborto e non vedo il Vaticano condividere il suo entusiasmo per la transessualità. Potrebbero esserci convergenze geopolitiche che non riesco a vedere. Ho avuto la tendenza a vedere il cattolicesimo di Biden come un segnale di virtù e un segno di origine etnica irlandese.

Do you think there will be a close or at least a privileged link between the Biden Administration and the Vatican?

DJ. This question surprises me. If you take Pope Francis at his word, he speaks negatively of capitalism and of war, not exactly the moral values of the Biden administration. Certainly Biden’s ostentatious Catholic piety does not extend to societal issues such as abortion and I don’t see the Vatican sharing his enthusiasm for trans-sexuality. There may be geopolitical convergences which I fail to see. I have tended to view Biden’s Catholicism as a virtue signal and mark of ethnic Irish origin.

Ciò che preoccupa ora è la Russia, con i suoi fenomeni di strada e l’arresto e la condanna di un oppositore di Putin, che sembra avere molto appoggio in Occidente. Perché pensi che sia tornato in Russia, se ha apertamente accusato Putin di essere l’istigatore del suo avvelenamento?

DJ. Siamo in un periodo di malcontento popolare in tutto il mondo e non c’è motivo per cui la Russia non dovrebbe avere la sua parte. La differenza è che gli Stati Uniti ei loro alleati della NATO sono attivamente coinvolti nel sostenere l’opposizione al presidente eletto della Russia, aggiungendo al contempo confusione accusando i russi di fare ciò che stanno facendo loro stessi. Non credo alla storia occidentale dell’avvelenamento di Alexei Navalny per il semplice motivo che la storia non ha senso, in molti modi. A mio avviso, questa è un’operazione di propaganda contro la leadership russa, e i noti legami di Navalny con Stati Uniti, Germania e Regno Unito indicano che sa cosa sta facendo come parte di questa operazione. Gli Stati Uniti vogliono apertamente sostituire Vladimir Putin con un altro Boris Eltsin, un leader debole che consentirebbe alle corporazioni occidentali di prendere il controllo delle risorse naturali della Russia e smantellare il suo potere militare. Navalny è stato condannato per alcune piccole truffe e non è stato punito eccessivamente, ma è un affare russo. Considerando il trattamento riservato a Julian Assange, l’ipocrisia delle potenze occidentali squalifica totalmente la loro tanto pubblicizzata preoccupazione per Navalny.

What is worrying now is Russia, with its street phenomena and the arrest and condemnation of an opponent of Putin, who seems to have a lot of support in the West. Why do you think he returned to Russia, if he openly accused Putin of being the instigator of his poisoning?

DJ. We are in a period of popular discontent all over the world, and no reason Russia should not have its share. The difference is that the United States and its NATO allies are actively involved in supporting opposition to Russia’s elected President, while adding to the confusion by accusing the Russians of doing what they are doing themselves. I do not believe the Western story of Alexei Navalny’s poisoning for the simple reason that the story makes no sense, in many ways. To my mind, this is a propaganda operation against the Russian leadership, and Navalny’s known links to the U.S., Germany and the UK indicate that he knows what he is doing as a part of this operation. The United States blatantly wants to replace Vladimir Putin with another Boris Yeltsin, a weak leader who would enable Western corporations to take control of Russia’s natural resources and dismantle its military power. Navalny has been convicted of some minor swindles and has not been excessively punished – but that is a Russian affair. Considering their treatment of Julian Assange, the hypocrisy of Western powers totally disqualifies their much-publicized concern for Navalny.

Russia e Unione Europea non troveranno mai un accordo? Ho letto che l’UE era interessata ai vaccini di Putin. Mi ero già posto questa domanda, ma alla luce dei nuovi sviluppi, come vede un post Putin?

DJ. Non vedo abbastanza avanti per un post-Putin. Non solo la Russia, ma il mondo è fortunato che al Cremlino ci sia un leader ragionevole, data tutta la pericolosa follia dell’Occidente. Con Putin e Lavrov a capo della politica estera russa, i leader statunitensi potrebbero costruire un mondo pacifico. Ma sono economicamente legati al loro complesso militare-industriale e psicologicamente legati al loro “eccezionalismo” come “faro sulla collina”. E per questo, hanno bisogno di nemici. Così trascinano con sé i loro servili alleati europei nella fantasia di un’eterna egemonia globale euro-atlantica basata su “valori” sempre più ridotti a vuoti slogan.
I russofobi strumentalizzano Navalny per cercare di sabotare il Nord Stream 2, cercando scuse moralistiche per antagonismi moralmente riprovevoli. Sarebbe un passo nella giusta direzione per l’UE rompere questa ostilità artificiale e cooperare con la Russia nella lotta al virus che sta sconvolgendo tutte le nostre vite.

Russia and the European Union will never find an agreement? I read that the EU was interested in Putin’s vaccines. I had already asked this question, but in light of the new developments, how do you see a post-Putin?

DJ. I do not see far enough ahead for a post-Putin. Not only Russia but the world is fortunate that there is a sensible leader in the Kremlin, given all the dangerous insanity in the West. With Putin and Lavrov in charge of Russian foreign policy, U.S. leaders could construct a peaceful world. But they are economically bound to their military-industrial complex and psychologically bound to their “exceptionalism” as “the beacon on the hill”. And for that, they need enemies. So they drag their subservient European allies along with them in the fantasy of eternal Euro-Atlantic global hegemony based on “values” that are increasingly reduced to empty slogans.
The Russophobes instrumentalize Navalny to try to sabotage the Nord Stream 2, seeking moralizing excuses for morally reprehensible antagonisms. It would be a step in the right direction for the EU to break from this artificial hostility and cooperate with Russia in combatting the virus that is disrupting all our lives.

Grazie per la disponibilità, speriamo di aver sensibilizzato i nostri lettori a questi problemi e di aver dato loro una visione più chiara. Come ultima domanda vorrei chiederti quali auspici desideri per il futuro?

DJ. Ho desiderato la stessa cosa per decenni: che gli europei guardassero il mondo da soli e si liberassero dall’occupazione militare statunitense e dall’infatuazione ideologica. Senza il supporto dei satelliti europei per le fantasie globali statunitensi, gli americani avrebbero la possibilità di sviluppare un atteggiamento realistico nei confronti del mondo.

Thanks for your availability, we hope to have made our readers aware of these issues and have given them a clearer vision. As a last question I would ask you what auspices do you wish for the future?

DJ. I’ve been wishing the same thing for decades: that Europeans would look at the world for themselves and liberate themselves from U.S. military occupation and ideological infatuation. Without the support of European satellites for U.S. global fantasies, Americans would have a chance of developing a realistic attitude toward the world.

Diana Johnstone, 8 February 2021

Quando vivere è “Tutta una questione di algoritmo” (Brè Edizioni, 2020). Intervista a Luca Bovino a cura di Viviana Filippini

12 febbraio 2021 by

“Tutta una questione di algoritmo” è il romanzo di Luca Bovino edito da Brè edizioni. Il protagonista – un avvocato- deve fare un immediato viaggio a Bologna per recuperare una somma. Lui parte, ma non sa che qule viaggio da Bari a Bologna gli cambierà per sempre la vita e lo porterà a mettere in discussione ogni aspetto del suo vissuto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea del libro? L’idea è nata dalla volontà di liberarmi di alcuni fantasmi che aleggiavano nella mia testa da diverso tempo.  Ho iniziato dapprima ad immaginare l’episodio centrale del libro, dove il protagonista si trova nella libreria e si imbatte in un libro in cui c’è scritto qualcosa che lo lascia sbigottito. Dopo, a poco a poco, ho ricostruito un percorso per arrivare, e poi per uscire, da quella situazione. Però, in parte, quanto narrato è ispirato ad un fatto accadutomi davvero durante un viaggio di lavoro. Lo spunto per un canovaccio romanzesco ce l’avevo davanti ai miei occhi, dovevo soltanto camuffarlo, e rendere il vero verosimile, e il possibile impossibile.

Quanto c’è di lei nel personaggio protagonista? Sì, c’è tantissimo di me. E forse è necessario che sia così. Ogni testo è idiosincratico, ipersoggettivo. La riprova, diceva Todorov, è che non potrai mai avere due racconti identici di uno stesso fatto. Né due riassunti uguali di uno stesso testo, come sanno bene gli studenti, loro malgrado. Quindi, in ogni scritto c’è il DNA del suo autore, i suoi tic, le sue devianze, le sue ossessioni. Ad ogni modo, il racconto ha effettivamente un antecedente biografico. Una mattina mi trovai in una libreria, tanto lontano da casa, stanco e spossato da un viaggio di lavoro, e mi imbattei in un libro che aveva un contenuto che mi sembrava originale. Mi partì un What if. Provo a spiegarmi con un esempio. Nell’Odissea l’indovino Tiresia diede un oracolo ad Ulisse pieno di immagini assolutamente incomprensibili: c’è un remo, un ventilabro, un popolo che non conosce il sale, e tante altre cose misteriose. Erano delle evidenti allusioni, ma non si capiva bene a cosa. Ero molto deluso del fatto che nessun critico ne parlasse mai, e mi chiedevo perché l’autore l’avesse lasciata così vaga. Poi, per caso, in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges trovai la spiegazione che Omero aveva dimenticato di dare. Allora non ero stato l’unico a pensarci? Provai una sensazione di felicità indescrivibile e travolgente. Ecco, quel giorno, in quella libreria, vissi un’esperienza del genere, ma moltiplicata per mille. Più proseguivo nella lettura, più crescevano le mie aspettative, perché sembrava che lì ci fosse l’intero universo delle risposte su cui mi interrogavo da sempre. Fu piacevole quanto straniante: sentivo come se da un momento all’altro potessi trovarci qualcosa di straordinario, ma sapevo che era impossibile. C’era da ridere e da restare seri. Era questo il what if: se esistesse davvero un libro in grado di sconvolgere la vita al suo lettore, quale contenuto potrebbe avere? Ma prima ancora di trovare una risposta mi sono detto: se hai una storia, con un’idea impossibile e verosimile, allora hai un romanzo! Dovevo solo scriverlo. E in effetti, poi, qualcosa è successo. E sta ancora succedendo.

Il viaggio fisico da Bari a Bologna, può essere visto anche come un viaggio interiore compiuto dal protagonista per la riscoperta del proprio io profondo? Certo, ogni viaggio lo è. Il mio romanzo è certamente picaresco. In fondo, è il racconto di un viaggio, e di frodi, di spostamenti e di illusioni, di movimenti e di immobilismi. E questo tipo di racconto ha metodiche rimaste, più o meno, costanti sin dal Medio Evo. Gli spostamenti a cavallo ora si fanno in automobile o in aereo; non si cerca il Graal ma qualcosa di altrettanto ineffabile; non si combattono i draghi ma mostri ugualmente pericolosi. E poi, una volta in strada, si ha la stessa sensazione di smarrimento del cavaliere errante: la realtà che si immaginava di trovare prima di partire – con i suoi principi, codici, riti, modi – sembra scomparsa.  Ogni viaggio fisico è anche un viaggio morale, e c’è anche una ragione quantistica su questo. In Helgoland il fisico Carlo Rovelli racconta di come gli atomi restino alterati una volta in contatto con altri atomi, e lo stesso accade anche ai corpi che sono fatti di atomi. Quindi ogni nuova interazione provoca nuova informazione con la particolarità che ogni tentativo di volgere uno sguardo verso sé stessi fa perdere parte dell’informazione acquisita in precedenza e ne fa acquisire nuova. Ed è singolare come questa lettura regga benissimo anche dal punto di vista morale. Non accumuliamo conoscenze, le cambiamo sempre. Per questo, ogni volta, ad ogni nuova esperienza ci sembra sempre di non riconoscere più sé stessi. Il punto è che ogni fisico teorico, ogni scrittore, ogni uomo ha sempre lo stesso problema: cercando di scavare nell’impenetrabilità di quel “io profondo” finisce per non avere argomenti per esprimerlo (altrimenti non sarebbe impenetrabile). E ricorre alle formule, al linguaggio, ai simboli. Ma tutti i simboli lasciano sempre nascosto l’elemento che rappresentano; e allora interagiscono, interfacciano, interloquiscono in sua vece, e lasciando nell’ombra, nel profondo, l’elemento cui alludono. Questa è la grande lezione, una delle tante, che mi ha provocato la lettura di Luhmann, un titano del nostro tempo, al quale devo molto pur avendo appreso pochissimo, e ricordandolo qui cerco di ripagare in parte questo debito.

Cosa intende per Algoritmo Esistenziale del quale il protagonista deve occuparsi? Un “algoritmo esistenziale” per me è soltanto un ossimoro; il titolo che ho dato al libro è chiaramente un’antifrasi. E la cosa divertente è che nessun algoritmo potrà mai riconoscerlo: l’ironia è sempre meta testuale; la prima volta che un computer avrà istruzioni per ridere da solo il mondo finirà. In fondo la vita non è razionale. Non ci sarà mai nessuna equazione, o teoria, a spiegarci come funziona davvero la natura. Sono arrivati ad ammetterlo anche i fisici, dopo aver scoperto (o forse inventato) la teoria dei quanti. Woody Allen disse una volta: se Dio esistesse dovrebbe spiegarmi molte cose; e in effetti è così. Però, diciamola tutta, non penso neanche che la realtà sia narrativa; cioè che esista una mano invisibile a distribuire premi e lieti finali. Mi piacciono i romanzi proprio perché sono romanzi. Ma non ci credo. La razionalità e la narratività sono soltanto le proprietà dei nostri emisferi cerebrali. Certo, guardiamo il mondo attraverso loro. Ma appartengono a noi, non al mondo. Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. C’è stato un altro grande pensatore italiano, Emanuele Severino, che aveva ricordato come la cifra del nostro tempo sia la vittoria della tecnica. Cioè della capacità quasi irreversibile dei mezzi di diventare scopi. Il sistema sociale che oggi domina non è il capitalismo o la democrazia o altro, ma è la tecnica: la tendenza di qualsiasi sistema a predisporre mezzi che amplifichino altri mezzi che a loro volta amplifichino altri mezzi che dovrebbero in teoria raggiungere scopi, ma che questa continua amplificazione fa allontanare sempre più. Fino diventare degli scopi solo teorici. L’informatica, a pensarci bene, ha avuto questa evoluzione: i sistemi telematici sono costruiti per migliorare innanzitutto se stessi, e solo accidentalmente per migliorare il tenore di vita delle persone. Eppure era per quello che furono concepiti. Ma lo stesso vale per la politica, per l’economia, per il diritto. Ogni sistema riproduce innanzitutto gli elementi che riguardano se stesso, sono principalmente autopoietici (come ricordava sempre Luhmann) e forse autopoetici (come ricordava Baumann, a proposito della visione di Luhmann) e spostano sempre più al loro esterno i fini, sostituendo i mezzi con altri mezzi. La tecnica non è la serva, ma la padrona del nostro mondo. E la tecnica si esprime attraverso gli algoritmi.

Lei è avvocato come è stato scrivere un romanzo? È stato un po’ come sentirsi allo stesso tempo il narcotrafficante e l’agente antidroga, per usare una felice battuta di David Foster Wallace. L’avvocato ha sempre il panico di essere frainteso, per questo si appoggia ai luoghi comuni del suo gergo: per non farsi scoprire. In fondo nel settore giuridico c’è già un testo (che è la legge) e c’è già un lettore ufficiale (che è il giudice). Quindi lui deve interpretare l’interpretazione, e cerca di farlo in punta di piedi, nel modo meno originale possibile, per non dare l’impressione di essere un usurpatore. Il linguaggio letterario, invece, è creativo; il testo non c’è: lo realizza lo scrittore, con la collaborazione del lettore. Scrittore e lettore sono un’associazione a delinquere finalizzata alla creazione di falsi. Umberto Eco l’aveva detto bene: tra quei due c’è un patto illecito: uno fa finta di scrivere la verità, l’altro fa finta di crederci. E si divertono frodandosi a vicenda. I poeti sono strane creature, ogni volta che parlano è una truffa, cantava De Andrè (che era sia poeta che musicista, e quindi doppiamente illecito). E poi la scrittura non ha vere e proprie regole: si possono usare licenze lessicali, abolire la sintassi, invertire sequenze temporali, alterare la logica. Tutto può andare bene per rendere un’immagine con le parole. Forse la vera incompatibilità la vedrei tra la poesia e la matematica, più che tra questa e la filosofia. Solo due persone nella storia dell’umanità hanno scritto opere matematiche in forma di poesia: Omar Khayyann e Giordano Bruno. Eccezioni irripetibili. Qui, la regola è che non ci sono regole: per questo le metafore vanno continuamente aggiornate. Ecco, se dovessi fare un paragone tra il linguaggio giuridico e quello letterario, direi che i loro discorsi hanno mire invertite, e retoriche speculari. Lo scrittore può anche giocare con i ragionamenti, ma vuole provocare un’emozione. Mentre l’avvocato potrà anche giocare le emozioni, ma vuole provocare un ragionamento.

Tutta una questione di algoritmo”, può essere visto come un romanzo di formazione, dove il protagonista anche se adulto è chiamato a trovare un nuovo sé? La domanda tocca un punto nevralgico. Ogni romanzo è la storia di una quiete infranta, che un protagonista dovrà ripristinare. E se ci riesce, di solito, diventa un eroe. Perché grazie a lui la vicenda collettiva riconquista l’equilibrio che aveva perduto. Qualcuno ha detto che la vicenda collettiva è di solito circolare, mentre quella individuale è lineare. Il meccanismo era già stato studiato nei primi anni del Novecento da Propp nella sua Morfologia della fiaba, a proposito dei racconti popolari. Il protagonista elimina la minaccia del regno e diventa principe. Però non sempre gli va bene. Il cambio di status potrebbe anche diventare una pena. La riconquista del paradiso perduto talvolta esige il sacrificio di un messia. Gli studi di Propp si rivelarono un’autentica miniera d’oro. Cinquant’anni dopo gli strutturalisti francesi provarono ad applicare i suoi studi al romanzo, non sempre con risultati efficaci. Anche in Italia ci sono stati lavori importanti sul tema. Ricordo Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia, secondo cui il romanzo sarebbe un’allegoria dell’adolescenza: dopo aver attraversato il bosco dell’infanzia, nessuno riesce a tornare bambino. E, in effetti, anche nel mio racconto, ad un certo punto, c’è un bosco e un bambino che lo attraversa tornandone cambiato. È una citazione, neanche troppo velata, a questo compianto autore, che oggi avrebbe compiuto cento anni. Nell’ultimo capitolo di Se una notte di inverno un viaggiatore anche Italo Calvino si interrogava su un’altra intuizione del russo: tutti i romanzi potrebbero delle variazioni sul tema di un unico racconto primordiale? Chi può dirlo. Il romanzo è comunque una reazione simbolica all’ineluttabilità dell’entropia. E da questo punto di vista, forse, potrebbe essere formativo.

Se dovessero fare un film chi vedrebbe nella parte del protagonista? Domanda imbarazzante. Dovrebbe essere un soggetto riflessivo, ma anche impulsivo; intraprendente ma anche pigro; determinato ma anche indolente; moderatamente intellettuale però anche molto screanzato; energico ma anche nevrastenico. Non riesco a vedere un attore italiano che oggi riesca a dare voce a tutte queste contraddizioni. Certo, per carità, oggi ci sono attori bravissimi in Italia, ma forse sono un po’ troppo caratterizzati (diciamo che è difficile trovare qualcuno che riesca a non fare sempre la stessa espressione col viso). Io vedrei bene un attore che riesca a trovarsi a suo agio in un’atmosfera iberica, piena di elementi grotteschi e stranianti, uno dei tanti che recitavano per i film di Bunuel, o per Kubrik. Però la domanda è anche cattivella, l’attore è la maschera che sceglie il regista in base a come lui legge il testo, in base alle tensioni e alle pertinenze che lui avrebbe individuato come essenziali nel racconto. Dire ad un regista quale attore dovrebbe scegliere è come dire ad un lettore il modo con cui dovrebbe leggere un romanzo. Un romanzo si legge proprio perché ha moltissimi livelli di fruizione e ognuno più scegliere quale gli aggradi. È come portare un bambino ad un negozio di caramelle e poi scegliere al suo posto quali dovrà mangiare. O scegliere al posto di un allenatore i giocatori che dovrebbe far scendere in campo. Certo, potrà essere molto educativo, molto funzionale, molto pragmatico. Ma è la morte della poesia, della fantasia, del gioco. E forse è anche per questo che il cinema è attualmente in crisi, almeno quasi quanto la nostra nazionale: le scelte le fanno gli altri, e non ci si diverte più.

:: Jean-Claude Carrière (Colombières-sur-Orb, 17 settembre 1931 – Parigi, 8 febbraio 2021)

9 febbraio 2021 by
Credit:Jean-Philippe BALTEL/SIPA/1902041441

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Il terzo appuntamento col commissario Ricciardi: Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni

8 febbraio 2021 by

Avevo scritto inverno e primavera, e questo aveva fatto immaginare al nuovo editore (Domenico Procacci di Fandango) un progetto sulle quattro stagioni, che io avevo finto di avere in mente dall’inizio (avrei detto qualsiasi cosa, comprendetemi). Quindi, adesso toccava all’estate. All’epoca scrivevo durante le ferie, quindi per una volta estate era fuori ed estate era nel mondo di Ricciardi. Pensai per la prima volta, e successivamente mi sono sempre attenuto a questo principio, che un romanzo dovesse avere come un quadro una tinta di fondo: un sentimento base, una nota iniziale sulla quale declinare tutte le storie. Che fosse in sostanziale sintonia col clima, con l’aria esterna, per favorire e velocizzare il processo di immedesimazione del lettore. Scelsi la gelosia. La gelosia è torrida, disperata. Riempie la mente, il cuore, è come una sofferenza sorda e costante. Toglie la voglia di vivere, non ti fa pensare ad altro. Dilata il tempo e lo spazio, ogni minuto dura un’ora, ogni giorno un mese e ogni centimentro di distanza è un chilometro. La gelosia ottunde e avvolge, rende difficile ogni gesto, impossibile ogni passo. La gelosia è la più estiva delle ossessioni. Così Ricciardi vede Enrica con un altro, Enrica vede Ricciardi con un’altra e i loro cuori non respirano più. Maione vede Lucia sorridere a un altro, Lucia vede Maione soprappensiero e i loro cuori non respirano più. E così la storia della bella duchessa Musso di Camparino, vedova col marito ancora vivo; e Achille ed Ettore, come nell’Iliade ma non da nemici; e tutti i personaggi attorno a loro, sospesi in questa aberrazione dell’amore che rende furiosi come il caldo terribile dell’estate del 1931, in cui nessuno, proprio nessuno, sa qual è il suo posto. “Il terzo appuntamento col commissario Ricciardi”, per voi. Per me è e sarà sempre “Il posto di ognuno”. Il romanzo dell’estate e della gelosia.

:: Un’intervista con Amalia Frontali & Rebecca Quasi, autrici di “Centro”

7 febbraio 2021 by

Benvenute su Liberi di scrivere, siete le vincitrici dell’undicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e fatto conoscere libri interessanti magari anche non molto noti. Il mio premio è nato per questo, per dare visibilità ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che siate qui. Parlateci di voi, dei vostri studi, del vostro lavoro, della vostra infanzia.

R: Sono una signora di mezza età, di vero lavoro faccio la maestra di scuola primaria e, durante la mia infanzia, ho avuto il privilegio di crescere con un nonno che ha fatto della narrazione il nostro principale sistema di comunicazione.

A: Ho la stessa età di Rebecca (ma mi rifiuto di dichiarare che sia mezza età), e ho avuto un’infanzia fantastica, immersa nei libri, visto che entrambi i miei genitori erano lettori fortissimi. Lavoro in ufficio, in ambito informatico, un lavoro con poca poesia, che però ha il gran pregio di non essere affatto noioso.

C’è da dire che comunque il vostro libro “Centro” è anche stato finalista al Premio Letterario Amazon Storyteller. Raccontateci come è andata.

R: Quando abbiamo terminato “Centro” casualmente erano aperte le candidature a Storyteller. “Che facciamo, partecipiamo?” ci siamo dette. Perché no? Lo abbiamo iscritto e non sappiamo bene com’è che è arrivato in finale.
E’ un romanzo che non appartiene, a mio parere, a una categoria precisa. l’accanimento nel definire ‘i sintomi’ dei vari generi e categorie mi lascia sempre molto perplessa. Mi piace pensare che “Centro” sia piaciuto perché appunto è difficile collocarlo con precisione.

A: L’emozione prevalente nello scoprire che era arrivato in finale è stata lo stupore. E’ un romanzo particolare, non ci aspettavamo davvero che attirasse l’attenzione. L’esperienza Storyteller nel complesso è stata molto divertente.

“Centro” è il primo libro che scrivete insieme? Come è nata questa collaborazione artistica?

R: A costo di sembrare ripetitiva, anche questo è accaduto per caso.
Ho amato moltissimo la saga epistolare che Amalia ha scritto a quattro mani con Amaryllis. La Saga della Sposa in 4 volumi, ha abitato la mia fantasia durante l’estate del 2019.
Quando Amalia mi ha proposto di scrivere qualcosa insieme, cosa che non avevo mai fatto, mi sono sentita lusingata ma anche impaurita, tuttavia, poichè il nostro motto è “vediamo come viene”, ho ritenuto di poter rischiare.

A: Be’ non proprio “per caso”. Dopo la lettura di “Dita come farfalle”, uno dei romance regency di Rebecca, mi ero ripromessa di conoscere l’autrice, tanto lo avevo apprezzato (il che non è frequente, sono un po’ sofistica sulle ambientazioni nella reggenza). Amo scrivere a quattro mani, la considero un’esperienza stupenda di condivisione, così quando alla fine ci siamo conosciute (si scrive conoscere e si legge abbordare online) le ho proposto un tentativo. Per lei era un salto nel vuoto, ma ho scoperto che Rebecca è una che ha il coraggio di saltare.

È un testo autoprodotto, vero? Avete ricevuto anche proposte editoriali tradizionali da editori? C’è qualcuno che volete ringraziare, che vi ha fatte incontrare?

R: Il libro è autoprodotto. Al momento non abbiamo ricevuto nessuna proposta da editori tradizionali. Il nostro incontro è avvenuto tramite i nostri libri, ci siamo lette a vicenda e ci siamo piaciute, prima come autrici e poi come persone.

A: Va detto che il self-publishing è uno strumento che entrambe amiamo molto. E’ perfetto per la scrittura amatoriale, perché consente di arrivare alla pubblicazione senza dover rendere conto a nessuno di tempi, modi, scelte. Questa è esattamente la filosofia con cui collaboriamo: divertirci senza nessun vincolo.

Avete ricevuto proposte di tradurlo in qualche lingua straniera? Avete progetti in merito?

R: Al momento non ci è stata fatta nessuna proposta per la traduzione del romanzo, devo dire che l’idea, però mi piacerebbe moltissimo, così come mi piacerebbe che diventasse un audiolibro.

A: Mi associo. A dire il vero mi piacerebbe anche moltissimo vederlo trasposto sullo schermo.

Di cosa parla il vostro libro? Quali sono i personaggi principali?

A: “Centro” parla di due atleti, uno schermidore e un’arciera, che gareggiano alle Olimpiadi di Londra del 1908, dove si conoscono e si innamorano, con la consapevolezza che la loro avventura debba in breve tempo terminare con una separazione. Il destino li farà rincontrare sei anni dopo, in una Vienna alle soglie della guerra, dove tutti i nodi verranno al pettine.

R: “Accordi”, il nostro nuovo romanzo, che uscirà il mese prossimo, racconta la storia di un matrimonio aristocratico nell’alta nobiltà, contratto secondo le consuetudini dell’epoca ma che le circostanze e i ‘contraenti’ muteranno in una storia d’amore. I protagonisti di “Accordi” sono personaggi secondari in “Centro”.

Come vi siete documentate nella stesura? Ci sono parti tratte dalla realtà? Essendo un romanzo storico so che avete fatto molte ricerche, ma in alcuni punti avete come dire preso delle licenze poetiche, non è vero?

A: In molti punti, direi che è pieno di licenze. Abbiamo cercato di ricostruire più che altro le atmosfere della belle epoque, sospese su un mondo in equilibrio instabile fra la tradizione e la modernità. Anche i personaggi incarnano questo contrasto, con il rispettivo vissuto. La parte storica legata alle Olimpiadi (che sono molto ben documentate anche online) è piuttosto fedele per quanto riguarda luoghi, tempi e modi, ma i personaggi storici li abbiamo “presi in prestito” offrendo loro destini più clementi di quelli che la storia gli ha riservato. Anche per questo abbiamo inserito un paragrafo di note storiche e di scuse ai personaggi, per le libertà che ci siamo concesse.
Per la cornice storica abbiamo più che altro giocato sui piccoli dettagli, per cercare di trasmettere in modo realistico l’ambientazione.
In che genere può essere collocato? Ne segue le regole principali, o è innovativo e un po’ si discosta?

R: Non credo che “Centro” sia ligio alle regole di collocamento. E’ rosa, ma non rosa rosa. E’ storico ed è anche uno sport-romance. E’ sicuramente una storia d’amore e ha l’intento di mostrare come eventi che non possiamo controllare, influenzino la vita delle persone.

Che accoglienza avete avuto dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

R: In generale l’accoglienza è stata positiva. Come è naturale qualcuno non ha apprezzato il romanzo, alcune critiche le ho trovate molto pertinenti e costruttive. Personalmente sono molto grata a “Centro”, scrivere con un’altra persona, avere un confronto continuo su trama, personaggi, dettagli e sfumature, l’ho trovato molto formativo. E’ assai diverso discutere di una storia ‘strada facendo’ rispetto ad avere un confronto finale con beta readers, editor e blogger.

A: Se parliamo di numeri, non è un romanzo che abbia scalato le classifiche, forse anche a causa della sua atipicità, come si diceva. Ha però ricevuto diversi riscontri positivi, ottime critiche costruttive e soprattutto ci ha permesso di conoscerci, divertirci e far sbocciare un’amicizia, risultato che personalmente considero impagabile.

Quali sono i vostri autori preferiti? Che genere di libri amate di più leggere?

R: Leggo di tutto a parte l’horror. Tra i miei autori preferiti ci sono J. Austen, A. Trollope, E. Wharton, E. Von Arnim. Tra i contemporanei A. Tyler.

A: Sono piuttosto eclettica, l’unico tipo di romanzi che non leggo sono quelli sulle malattie e la disabilità, tipo cancer books e ho qualche riserva sullo spionaggio. Tra i miei autori preferiti posso citare Austen, Wharton, Zweig, Durrenmatt. Più recenti McMaster, McEwan, Ng.

Infine, ringraziandovi della disponibilità, l’ultima domanda. State lavorando a un nuovo romanzo? Quali sono i vostri programmi per il futuro?

R: Non abbiamo materialmente iniziato nulla di nuovo, ma abbiamo diverse idee in cantiere. Senz’altro completeremo la serie “Belle Epoque” con un terzo romanzo che narrerà le vicende di Ernest, comparso in “Centro”.

A: L’unica certezza è che non abbiamo nessuna intenzione di interrompere la collaborazione, ci siamo divertite troppo.

:: I passi di mia madre – La ricerca di un amore mancato di Elena Mearini (Morellini Editore 2021) a cura di Natalina Saporito

6 febbraio 2021 by

“Ci sono giorni in cui mi alzo dal letto e incomincio a fare le cose senza una ragione, mi muovo solo per ricordarmi che esisto oppure per dimenticarmene, non l’ho ancora capito”.

Queste sono le parole d’esordio della protagonista dell’ultimo romanzo della scrittrice milanese Elena Mearini, I passi di mia madre, edito da Morellini, alla quale Mearini, con arte magistrale, presta la sua penna per raccontare di sé e della ricerca di un Amore mancato, quell’amore che ha stipato i suoi quarant’anni nel corpo di una dodicenne.

Agata, questo il suo nome, è un editor milanese, vive e legge tante vite ma attorno alla sua orbitano quella di suo padre e, in un rapporto di luci e ombre, quelle di Marco e Samuele.

Indossa le scarpe della mancanza – Agata – ci cammina dentro da una vita e l’angoscia di questo vuoto che la spinge alla ricerca non si evince tanto dal ritmo narrativo quanto dalla sua struttura itinerante nel tempo e nello spazio. Agata racconta la sua storia in un’altalena fatta di passato e presente, andate e ritorni, fermate e partenze e alla sua intreccia quella di Lucia, la madre, di cui immagina l’esistenza in quasi trent’anni di assenza, partendo da Dio. Così i dodici capitoli di questo romanzo diventano tappe delle stazioni di Cristo per giungere alla resurrezione eterna.

Voglio che tu senta la mia voce. Ti voglio bene, mamma” con queste parole Agata giunge alla fine del suo calvario, porge il segno della pace al mondo e la resa dei conti a sé; smette di sentirsi donna nel corpo di un’adolescente e impara ad amare coloro che si svelano nella presenza e chissà forse a viversi in una nuova dimensione.  

Con questo romanzo Elena Mearini, ancora una volta, come in molti lavori precedenti, affonda la sua penna in storie famigliari fatte più di mancanze che di carne. Ancora una volta ci avvicina al mondo femminile così com’è stato con Vera, in 360° di rabbia, Serena, in Undicesimo comandamento, e Bianca, in Bianca da Morire. E ancora una volta, attraverso uno stile narrativo – fatto di metafore, similitudini, analessi, simbolismi e di un tono accorato ma con ritmo meno serrato – Mearini ci consegna vite imperfette, “siamo il risultato di più errori, viviamo per correggerci”, incastrate perfettamente nella trama dei suoi romanzi.

Elena Mearini: si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo, 360° di rabbia (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Mancini-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio speciale Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia Mancini-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editori) e firma due raccolte di poesia: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Nel 2016 esce Bianca da morire (Cairo editore), selezionato al premio Campiello e, sempre per Cairo editore, pubblica anche È stato breve il nostro lungo viaggio, selezionato per lo Strega nel 2018 e finalista nella cinquina per lo Scerbanenco. Nel 2019 ha pubblicato per Perrone editore Felice all’infinito e curato l’antologia: Tra uomini e Dei, storie di rinascita e riscatto attraverso lo sport per Morellini editori ed è presente in diverse antologie di narrativa, tra cui Lettere alla madre e Lettere al padre, Morellini editore.

Source: libro del recensore.