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Quando vivere è “Tutta una questione di algoritmo” (Brè Edizioni, 2020). Intervista a Luca Bovino a cura di Viviana Filippini

12 febbraio 2021

“Tutta una questione di algoritmo” è il romanzo di Luca Bovino edito da Brè edizioni. Il protagonista – un avvocato- deve fare un immediato viaggio a Bologna per recuperare una somma. Lui parte, ma non sa che qule viaggio da Bari a Bologna gli cambierà per sempre la vita e lo porterà a mettere in discussione ogni aspetto del suo vissuto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea del libro? L’idea è nata dalla volontà di liberarmi di alcuni fantasmi che aleggiavano nella mia testa da diverso tempo.  Ho iniziato dapprima ad immaginare l’episodio centrale del libro, dove il protagonista si trova nella libreria e si imbatte in un libro in cui c’è scritto qualcosa che lo lascia sbigottito. Dopo, a poco a poco, ho ricostruito un percorso per arrivare, e poi per uscire, da quella situazione. Però, in parte, quanto narrato è ispirato ad un fatto accadutomi davvero durante un viaggio di lavoro. Lo spunto per un canovaccio romanzesco ce l’avevo davanti ai miei occhi, dovevo soltanto camuffarlo, e rendere il vero verosimile, e il possibile impossibile.

Quanto c’è di lei nel personaggio protagonista? Sì, c’è tantissimo di me. E forse è necessario che sia così. Ogni testo è idiosincratico, ipersoggettivo. La riprova, diceva Todorov, è che non potrai mai avere due racconti identici di uno stesso fatto. Né due riassunti uguali di uno stesso testo, come sanno bene gli studenti, loro malgrado. Quindi, in ogni scritto c’è il DNA del suo autore, i suoi tic, le sue devianze, le sue ossessioni. Ad ogni modo, il racconto ha effettivamente un antecedente biografico. Una mattina mi trovai in una libreria, tanto lontano da casa, stanco e spossato da un viaggio di lavoro, e mi imbattei in un libro che aveva un contenuto che mi sembrava originale. Mi partì un What if. Provo a spiegarmi con un esempio. Nell’Odissea l’indovino Tiresia diede un oracolo ad Ulisse pieno di immagini assolutamente incomprensibili: c’è un remo, un ventilabro, un popolo che non conosce il sale, e tante altre cose misteriose. Erano delle evidenti allusioni, ma non si capiva bene a cosa. Ero molto deluso del fatto che nessun critico ne parlasse mai, e mi chiedevo perché l’autore l’avesse lasciata così vaga. Poi, per caso, in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges trovai la spiegazione che Omero aveva dimenticato di dare. Allora non ero stato l’unico a pensarci? Provai una sensazione di felicità indescrivibile e travolgente. Ecco, quel giorno, in quella libreria, vissi un’esperienza del genere, ma moltiplicata per mille. Più proseguivo nella lettura, più crescevano le mie aspettative, perché sembrava che lì ci fosse l’intero universo delle risposte su cui mi interrogavo da sempre. Fu piacevole quanto straniante: sentivo come se da un momento all’altro potessi trovarci qualcosa di straordinario, ma sapevo che era impossibile. C’era da ridere e da restare seri. Era questo il what if: se esistesse davvero un libro in grado di sconvolgere la vita al suo lettore, quale contenuto potrebbe avere? Ma prima ancora di trovare una risposta mi sono detto: se hai una storia, con un’idea impossibile e verosimile, allora hai un romanzo! Dovevo solo scriverlo. E in effetti, poi, qualcosa è successo. E sta ancora succedendo.

Il viaggio fisico da Bari a Bologna, può essere visto anche come un viaggio interiore compiuto dal protagonista per la riscoperta del proprio io profondo? Certo, ogni viaggio lo è. Il mio romanzo è certamente picaresco. In fondo, è il racconto di un viaggio, e di frodi, di spostamenti e di illusioni, di movimenti e di immobilismi. E questo tipo di racconto ha metodiche rimaste, più o meno, costanti sin dal Medio Evo. Gli spostamenti a cavallo ora si fanno in automobile o in aereo; non si cerca il Graal ma qualcosa di altrettanto ineffabile; non si combattono i draghi ma mostri ugualmente pericolosi. E poi, una volta in strada, si ha la stessa sensazione di smarrimento del cavaliere errante: la realtà che si immaginava di trovare prima di partire – con i suoi principi, codici, riti, modi – sembra scomparsa.  Ogni viaggio fisico è anche un viaggio morale, e c’è anche una ragione quantistica su questo. In Helgoland il fisico Carlo Rovelli racconta di come gli atomi restino alterati una volta in contatto con altri atomi, e lo stesso accade anche ai corpi che sono fatti di atomi. Quindi ogni nuova interazione provoca nuova informazione con la particolarità che ogni tentativo di volgere uno sguardo verso sé stessi fa perdere parte dell’informazione acquisita in precedenza e ne fa acquisire nuova. Ed è singolare come questa lettura regga benissimo anche dal punto di vista morale. Non accumuliamo conoscenze, le cambiamo sempre. Per questo, ogni volta, ad ogni nuova esperienza ci sembra sempre di non riconoscere più sé stessi. Il punto è che ogni fisico teorico, ogni scrittore, ogni uomo ha sempre lo stesso problema: cercando di scavare nell’impenetrabilità di quel “io profondo” finisce per non avere argomenti per esprimerlo (altrimenti non sarebbe impenetrabile). E ricorre alle formule, al linguaggio, ai simboli. Ma tutti i simboli lasciano sempre nascosto l’elemento che rappresentano; e allora interagiscono, interfacciano, interloquiscono in sua vece, e lasciando nell’ombra, nel profondo, l’elemento cui alludono. Questa è la grande lezione, una delle tante, che mi ha provocato la lettura di Luhmann, un titano del nostro tempo, al quale devo molto pur avendo appreso pochissimo, e ricordandolo qui cerco di ripagare in parte questo debito.

Cosa intende per Algoritmo Esistenziale del quale il protagonista deve occuparsi? Un “algoritmo esistenziale” per me è soltanto un ossimoro; il titolo che ho dato al libro è chiaramente un’antifrasi. E la cosa divertente è che nessun algoritmo potrà mai riconoscerlo: l’ironia è sempre meta testuale; la prima volta che un computer avrà istruzioni per ridere da solo il mondo finirà. In fondo la vita non è razionale. Non ci sarà mai nessuna equazione, o teoria, a spiegarci come funziona davvero la natura. Sono arrivati ad ammetterlo anche i fisici, dopo aver scoperto (o forse inventato) la teoria dei quanti. Woody Allen disse una volta: se Dio esistesse dovrebbe spiegarmi molte cose; e in effetti è così. Però, diciamola tutta, non penso neanche che la realtà sia narrativa; cioè che esista una mano invisibile a distribuire premi e lieti finali. Mi piacciono i romanzi proprio perché sono romanzi. Ma non ci credo. La razionalità e la narratività sono soltanto le proprietà dei nostri emisferi cerebrali. Certo, guardiamo il mondo attraverso loro. Ma appartengono a noi, non al mondo. Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. C’è stato un altro grande pensatore italiano, Emanuele Severino, che aveva ricordato come la cifra del nostro tempo sia la vittoria della tecnica. Cioè della capacità quasi irreversibile dei mezzi di diventare scopi. Il sistema sociale che oggi domina non è il capitalismo o la democrazia o altro, ma è la tecnica: la tendenza di qualsiasi sistema a predisporre mezzi che amplifichino altri mezzi che a loro volta amplifichino altri mezzi che dovrebbero in teoria raggiungere scopi, ma che questa continua amplificazione fa allontanare sempre più. Fino diventare degli scopi solo teorici. L’informatica, a pensarci bene, ha avuto questa evoluzione: i sistemi telematici sono costruiti per migliorare innanzitutto se stessi, e solo accidentalmente per migliorare il tenore di vita delle persone. Eppure era per quello che furono concepiti. Ma lo stesso vale per la politica, per l’economia, per il diritto. Ogni sistema riproduce innanzitutto gli elementi che riguardano se stesso, sono principalmente autopoietici (come ricordava sempre Luhmann) e forse autopoetici (come ricordava Baumann, a proposito della visione di Luhmann) e spostano sempre più al loro esterno i fini, sostituendo i mezzi con altri mezzi. La tecnica non è la serva, ma la padrona del nostro mondo. E la tecnica si esprime attraverso gli algoritmi.

Lei è avvocato come è stato scrivere un romanzo? È stato un po’ come sentirsi allo stesso tempo il narcotrafficante e l’agente antidroga, per usare una felice battuta di David Foster Wallace. L’avvocato ha sempre il panico di essere frainteso, per questo si appoggia ai luoghi comuni del suo gergo: per non farsi scoprire. In fondo nel settore giuridico c’è già un testo (che è la legge) e c’è già un lettore ufficiale (che è il giudice). Quindi lui deve interpretare l’interpretazione, e cerca di farlo in punta di piedi, nel modo meno originale possibile, per non dare l’impressione di essere un usurpatore. Il linguaggio letterario, invece, è creativo; il testo non c’è: lo realizza lo scrittore, con la collaborazione del lettore. Scrittore e lettore sono un’associazione a delinquere finalizzata alla creazione di falsi. Umberto Eco l’aveva detto bene: tra quei due c’è un patto illecito: uno fa finta di scrivere la verità, l’altro fa finta di crederci. E si divertono frodandosi a vicenda. I poeti sono strane creature, ogni volta che parlano è una truffa, cantava De Andrè (che era sia poeta che musicista, e quindi doppiamente illecito). E poi la scrittura non ha vere e proprie regole: si possono usare licenze lessicali, abolire la sintassi, invertire sequenze temporali, alterare la logica. Tutto può andare bene per rendere un’immagine con le parole. Forse la vera incompatibilità la vedrei tra la poesia e la matematica, più che tra questa e la filosofia. Solo due persone nella storia dell’umanità hanno scritto opere matematiche in forma di poesia: Omar Khayyann e Giordano Bruno. Eccezioni irripetibili. Qui, la regola è che non ci sono regole: per questo le metafore vanno continuamente aggiornate. Ecco, se dovessi fare un paragone tra il linguaggio giuridico e quello letterario, direi che i loro discorsi hanno mire invertite, e retoriche speculari. Lo scrittore può anche giocare con i ragionamenti, ma vuole provocare un’emozione. Mentre l’avvocato potrà anche giocare le emozioni, ma vuole provocare un ragionamento.

Tutta una questione di algoritmo”, può essere visto come un romanzo di formazione, dove il protagonista anche se adulto è chiamato a trovare un nuovo sé? La domanda tocca un punto nevralgico. Ogni romanzo è la storia di una quiete infranta, che un protagonista dovrà ripristinare. E se ci riesce, di solito, diventa un eroe. Perché grazie a lui la vicenda collettiva riconquista l’equilibrio che aveva perduto. Qualcuno ha detto che la vicenda collettiva è di solito circolare, mentre quella individuale è lineare. Il meccanismo era già stato studiato nei primi anni del Novecento da Propp nella sua Morfologia della fiaba, a proposito dei racconti popolari. Il protagonista elimina la minaccia del regno e diventa principe. Però non sempre gli va bene. Il cambio di status potrebbe anche diventare una pena. La riconquista del paradiso perduto talvolta esige il sacrificio di un messia. Gli studi di Propp si rivelarono un’autentica miniera d’oro. Cinquant’anni dopo gli strutturalisti francesi provarono ad applicare i suoi studi al romanzo, non sempre con risultati efficaci. Anche in Italia ci sono stati lavori importanti sul tema. Ricordo Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia, secondo cui il romanzo sarebbe un’allegoria dell’adolescenza: dopo aver attraversato il bosco dell’infanzia, nessuno riesce a tornare bambino. E, in effetti, anche nel mio racconto, ad un certo punto, c’è un bosco e un bambino che lo attraversa tornandone cambiato. È una citazione, neanche troppo velata, a questo compianto autore, che oggi avrebbe compiuto cento anni. Nell’ultimo capitolo di Se una notte di inverno un viaggiatore anche Italo Calvino si interrogava su un’altra intuizione del russo: tutti i romanzi potrebbero delle variazioni sul tema di un unico racconto primordiale? Chi può dirlo. Il romanzo è comunque una reazione simbolica all’ineluttabilità dell’entropia. E da questo punto di vista, forse, potrebbe essere formativo.

Se dovessero fare un film chi vedrebbe nella parte del protagonista? Domanda imbarazzante. Dovrebbe essere un soggetto riflessivo, ma anche impulsivo; intraprendente ma anche pigro; determinato ma anche indolente; moderatamente intellettuale però anche molto screanzato; energico ma anche nevrastenico. Non riesco a vedere un attore italiano che oggi riesca a dare voce a tutte queste contraddizioni. Certo, per carità, oggi ci sono attori bravissimi in Italia, ma forse sono un po’ troppo caratterizzati (diciamo che è difficile trovare qualcuno che riesca a non fare sempre la stessa espressione col viso). Io vedrei bene un attore che riesca a trovarsi a suo agio in un’atmosfera iberica, piena di elementi grotteschi e stranianti, uno dei tanti che recitavano per i film di Bunuel, o per Kubrik. Però la domanda è anche cattivella, l’attore è la maschera che sceglie il regista in base a come lui legge il testo, in base alle tensioni e alle pertinenze che lui avrebbe individuato come essenziali nel racconto. Dire ad un regista quale attore dovrebbe scegliere è come dire ad un lettore il modo con cui dovrebbe leggere un romanzo. Un romanzo si legge proprio perché ha moltissimi livelli di fruizione e ognuno più scegliere quale gli aggradi. È come portare un bambino ad un negozio di caramelle e poi scegliere al suo posto quali dovrà mangiare. O scegliere al posto di un allenatore i giocatori che dovrebbe far scendere in campo. Certo, potrà essere molto educativo, molto funzionale, molto pragmatico. Ma è la morte della poesia, della fantasia, del gioco. E forse è anche per questo che il cinema è attualmente in crisi, almeno quasi quanto la nostra nazionale: le scelte le fanno gli altri, e non ci si diverte più.