:: Un’intervista con Enrico Franceschini a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2021 by

Benvenuto Enrico su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Questa intervista verterà principalmente sul suo libro “La fine dell’impero” che raccoglie i suoi reportage dall’allora Unione Sovietica tra l’agosto 1990 e il dicembre 1991 apparsi per Repubblica. Inizierei per prima cosa a chiederle di presentarsi, di raccontarci brevemente qualcosa di lei e di come è nato il suo amore per il giornalismo.

“E’ nato leggendo le cronache sportive del Resto del Carlino, il quotidiano della mia città, Bologna, da bambino: ero tifoso del Bologna e l’edicolante recapitava il giornale a casa ogni mattina, infilandolo sotto la porta, così prima ancora di andare a scuola correvo a prenderlo e lo leggevo facendo colazione. Da lì, e dall’amore per il calcio e poi per il basket, è sbocciato il desiderio di fare il giornalista, dapprima sportivo, quindi negli anni universitari non solo sportivo: ho iniziato a scrivere sui giornali locale a 17 anni, a 24 sono partito per l’America come freelance, cioè senza alcun contratto e con quattro soldi in tasca, e da allora in un certo senso non sono più tornato in Italia, se non per le vacanze, diventando corrispondente di Repubblica quattro anni più tardi e girando il mondo per lo stesso quotidiano, con sede a New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove continuo a vivere”.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

“E’ cambiato come la differenza tra la vecchia Fiat 500 e la Nuova 500 a motore elettrico e magari presto pure che si guiderà da sola, ovvero è cambiato tutto, ma la sostanza resta la stessa: raccogliere notizie e raccontare la realtà nel modo più imparziale possibile”.

La fine dell’impero – Viaggio al termine dell’Unione Sovietica è un documento eccezionale, lei ha potuto assistere in prima persona alle fasi finali di un regime che ha bene o male cambiato le sorti del mondo. Quale è il suo ricordo più vivo della Russia sovietica?

“Ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno, ma provo: l’intervista con Mikhail Gorbaciov il 26 dicembre 1991, nel suo ultimo giorno al Cremlino dopo le dimissioni. Non capita spesso a un giornalista di essere testimone della storia, ancora meno di incontrare da vicino i personaggi che fanno la storia, ma quel giorno mi accadde”.

Come decise di partire per l’Unione Sovietica? Quale erano i suoi sentimenti di allora? Ripensando a quegli anni c’era più inconsapevolezza, o avvertiva che stava succedendo qualcosa oltre la cortina di ferro?

“Ero in America da dieci anni. Mi attirava la perestrojka di Gorbaciov. E mi attiravano i grandi romanzi russi di Tolstoj e Dostoevskij che avevo letto da ragazzo. Infine mi attirava il percorso analogo compiuto da grandi giornalisti italiani che avevano raccontato la Russia prima di me: Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Enzo Bettiza, Paolo Garimberti, Demetrio Volcic. Arrivando a Mosca sapevo, come tutti, che stava succedendo qualcosa di grosso, ma nessuno immaginava che in poco più di un anno sarebbe scomparsa la superpotenza comunista”.

Lei ha incontrato i principali attori di quel frangente così particolare: Gorbaciov, Eltsin, Likachev, il capo del Kgb, ma anche la nuora di Trotzkij e tanta gente comune, operai, contadini, benzinai, poliziotti, soldati. Chi l’ha particolarmente colpita, in bene o in male?

“Più di tutto mi hanno colpito le donne: le babushke, le nonnine, piccole donne, esili, anziane, spesso malate, che avevano resistito a tutto, come la nuora di Trotzkij appunto, o come la soldatessa che aveva chiuso il cranio di Hitler in una scatola portandolo da Berlino a Mosca alla fine della Seconda guerra mondiale, o come l’amante di Pasternak che passò il manoscritto del dottor Zhivago a Giangiacomo Feltrinelli. Donne eccezionali, sopravvissute alla guerra, allo stalinismo, al declino della stagnazione brezneviana e al caos successivo. Fragili ma indistruttibili, per me l’anima della Russia sono loro, le eroine che hanno mandato avanti la nazione. Perché la Russia è femmina, come le matrioshke, le bamboline del folklore infilate una dentro l’altra”.

Chi era più sognatore secondo lei tra Gorbaciov e Eltsin?

“Gorbaciov, perché aveva il sogno di poter riformare il comunismo, di passare dal totalitarismo alla democrazia mantenendo il consenso per lo stesso sistema. Eltsin, più realista, aveva capito che era impossibile: la gente detestava il vecchio sistema sovietico e voleva cambiare. Anche se purtroppo il cambiamento si è poi arrestato e le speranze di allora sono state tradite”.

Gorbaciov alla fine si professava ancora sinceramente socialista, in che misura secondo lei il suo credo politico era sopravvissuto all’esperienza sovietica? Era convinto, e pensa lo sia tutt’ora, che socialismo e democrazia possano convievere? Certo sarebbe una domanda da porgere direttamente a lui, ma lei che impressione ha avuto su questa riflessione?

“Ho intervistato Gorbaciov molte volte e non mi pare che abbia cambiato idea. In parte ha ragione: il socialismo può essere democratico. Ma non probabilmente il socialismo ereditato dall’Urss, che era qualcosa di diverso, un sistema comunista oppressivo, una grande prigione”.

Prima della caduta dell’Unione Sovietica, la gente, la gente comune che legami aveva con la memoria di Stalin e Lenin?

“Gli anziani, in particolare chi ha combattuto la Seconda guerra mondiale, veneravano soprattutto Stalin, vedendo in lui il leader nazionalista che aveva salvato il Paese dall’invasore nazista, come la Russia del generale Kutuzov aveva respinto Napoleone. I giovani non venerano né Lenin né Stalin, sono molto simili ai loro coetanei occidentali, e in loro sta la speranza che la Russia di Putin abbia un avvenire migliore del suo presente”.

Dove si trovava durante il cosidetto golpe rosso? Come filtravano le notizie, e quanto influì sullo svolgimento di quella transizione solo apparentemente pacifica?

“Ero in ferie in Italia, ma una telefonata del mio redattore capo Paolo Garimberti alle 7 del mattino, messo in allarme da Lucia Annunziata, all’epoca nostra corrispondente da Gerusalemme, che aveva sentito la notizia alla radio militare israeliana, solitamente molto bene informata, mi tirò giù dal letto e mi fece prendere il primo aereo per Mosca, in tempo per seguire i tre giorni di quel golpe fallimentare, che tuttavia contribuì a provocare nel giro di sei mesi la fine dell’Urss”.

Oltre che giornalista è anche scrittore, ci parli della sua vita da romanziere. Quale è l’ultimo suo libro pubblicato?

“Oltre a numerosi saggi come questo sulla fine dell’Urss, ho pubblicato mezza dozzina di romanzi, quasi tutti gialli, come l’ultimo: ‘Ferragosto’, un thriller ambientato sulla Riviera romagnola, con un giornalista in pensione improvvisato detective che dà la caccia al tesoro nascosto a Riccione da un romagnolo tristemente famoso, Benito Mussolini”.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

“Il mio prossimo libro, in uscita a dicembre, parla di un famoso scrittore americano e della sua città, ma per ragioni di scaramanzia non voglio aggiungere altro”.

Tutankhamon, Philippe Nessmann (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

23 agosto 2021 by

Carter mise la candela davanti all’apertura e guardò dall’altra parte. Lord Carnarvon chiese: «Vede qualcosa?». L’archeologo dapprima restò in silenzio, poi con un groppo in gola e la voce tremante non trovò nulla di meglio da dire che: «Sì… una meraviglia».

Quante volte è capitato sentire del mistero attorno alla figura del faraone Tutankhamon, alla sua morte e sepoltura? Spesso se ne è parlato, ma ora per i piccoli lettori è in libreria il romanzo “Tutankhamon” di Philippe Nessmann che racconta in modo avventuroso il percorso che portò alla scoperta della tomba del faraone scomparso in modo misterioso. Da una parte, la storia si sviluppa nell’Egitto nel 1922, dove da cinque anni Howard Carter sta cercando la tomba di Tutankhamon. La vita dell’archeologo si intreccia con quella di Lord Carnarvon, committente che vorrebbe terminare quanto prima gli scavi e Carter farà il possibile per trovare la tomba del regnante morto a 18 anni, perché è convinto che essa sia presente, nascosta da qualche parte nella Valle dei Re, ma c’è. Accanto ai fatti del XX secolo, i piccoli lettori faranno un salto indietro nel tempo alla corte di Tutankhamon stesso dove conosceranno lui, il mondo dove nacque e visse, ma anche gli intrighi di corte che cercarono di cancellare per sempre la sua presenza e il suo ricordo nel corso dei secoli di storia. Poi, il 4 novembre del 1922, Carter fece un ritrovamento importante, eccezionale per la Storia. Il romanzo di Nessmann ricostruisce con un ritmo incalzante quella che fu la campagna di scavi messa a punto dall’archeologo Carter e finanziata da Lord Carnarvon per trovare la tomba di Tutankhamon, ma accanto a questo aspetto l’autore si occupa di altri interessanti temi come la possibile maledizione che colpì quelli che parteciparono agli scavi, ma anche il grande interesse- anzi una ossessione- dei media di allora (carta stampata) che fecero il possibile per avere l’esclusiva sulla scoperta che porterà poi ad un rinnovato interesse per l’antico Egitto. Non solo, perché in “Tutankhamon” di Philippe Nessmann c’è la sensazione che la scoperta compiuta dall’archeologo Carter, non si stata importante solo per lui, per la sua squadra e per il mondo di allora e di oggi. La scoperta fatta da Carter fu davvero fondamentale anche per Tutankhamon, per il quale ci fu di nuovo un posto nel corso della Storia antica e nel mondo. Traduzione di Roberta Schiavo.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in ingegneria e un master in storia dell’arte, si è dedicato interamente alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi. 

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa di Gallicci (Marina Fanasca).

La normalità è sopravvalutata, Katiuscia Girolametti (Kimerik 2021) A cura di Viviana Filippini

11 agosto 2021 by

Katiuscia è una giovane romana, mamma di tre bambini tra i quali Daniele autistico. Di Sindrome da Disturbo Autistico se ne parla, ma mai abbastanza e Katiuscia nella sua vita cerca di portare il prossimo alla conoscenza dell’autismo, della disabilità e della diversità e lo fa attraverso la scrittura. L’ultimo libro realizzato dalla Girolametti è “La normalità è sopravvalutata” edito da Kimerik, da pochi giorni nelle librerie. Nel testo Katiuscia racconta con spontaneità la sua famiglia e il loro vivere quotidiano e lo fa interrogandosi e interrogando allo stesso tempo il lettore, su cosa sia la normalità, perché leggendo e ascoltando Katiuscia ci si rende conto che il suo fare ha sempre un occhio di riguardo per la disabilità e per ciò che è differente dal resto. E allora ti chiedi davvero cosa sia il normale. Quello che ha caratterizzato la conferenza stampa online di presentazione del libro, tenutasi lo scorso 6 agosto, sono state la volontà di Katiuscia di scrivere per raccontare il suo vissuto personale con in tre figli, il voler condividere con le persone quelle che sono le emozioni della vita di ogni giorno, dalle gioie agli ostacoli che si possono incontrare e far conoscere quello che è l’autismo. Rispetto al volume precedente (“N.5 non ne è un profumo né un mambo”) dove Katiuscia parla di Daniele bambino, qui si racconta sempre di lui e dell’ingresso in una nuova fase esistenziale che è quella dell’adolescenza con tutte le domande, i dubbi e i cambiamenti che la caratterizzano e che la famiglia sta affrontando assieme. Certo è che la scrittura per la giovane mamma non è un semplice modo per comunicare, perché, come ha affermato Katiuscia stessa, per lei scrivere, raccontare il proprio vivere di ogni giorno è qualcosa che fa bene a se stessa, ma anche ai tanti lettori che, grazie a questo libro, avranno la possibilità di conoscere la disabilità in modo diverso da come siamo abituati a percepirla. Nel senso che se ci pensiamo un attimo ci rendiamo conto che sì si parla di disabilità, vero, ma non se ne parla mai abbastanza.  E mai abbastanza si parla di autismo. Nel libro di Katiuscia la disabilità c’è, è raccontata, condivisa, e non vuole essere presentata come persona malata, sofferenza o tristezza. In “La normalità è sopravvalutata” questa mamma romana narra tutto quello che di positivo accade nel suo mondo, dove è vero che ogni momento vissuto è una sorta di sfida, ma il traguardo è caratterizzato da sorrisi, da amore, da gioie, da terapie faticose e necessarie a stare meglio, e da una purezza di visione del mondo di Daniele che evidenzia quanto sia potente e forte il legame tra una madre e un figlio. Un amore capace di andare oltre gli ostacoli, oltre le fatiche e i pregiudizi. Dall’altro lato, la tenacia di Daniele è il segno di un ragazzo che non si arrende e che, nonostante le difficoltà, vuole esserci nella vita della mamma, del papà, dei fratelli e di chi già conosce e incontrerà. Quando pensi al titolo del libro “La normalità è sopravvalutata” pensi a quello che Katiuscia racconta, mentre la ascolti e quando leggi le sue parole ti domandi cosa sia davvero la normalità, da cosa dipenda la sua definizione. Allora ti rendi conto che a volte la normalità la imbrigliamo in schemi e definizioni che non lasciano spazio a variazioni sul tema, a nuove interpretazioni, mentre grazie a “La normalità è sopravvalutata” ti rendi conto che la normalità può essere anche la disabilità e la diversità che rendono gli individui unici e capaci di andare oltre le barriere e che permettono di trovare nelle parole e nella realtà narrata da Katiuscia Girolametti una madre, un figlio e una famiglia forte e unita.

Katiuscia Girolametti romana, classe 1984, è diplomata in lingue estere con un master in marketing turistico. All’attivo conta diverse pubblicazioni, considerati i vari concorsi letterari e le antologie di prestigio che l’hanno vista finalista, ma è nel 2018 che cambia totalmente genere impastando la sua vita, la disabilità di suo figlio in racconti tragi-comici su come la sua famiglia viva i rapporti con la società: nasce così “N. 5 non è né un profumo né un mambo”, un testo autobiografico che conquista milioni di lettori.

Paola Baratto e i racconti di “Malgrado il vento” (Manni 2021) A cura di Viviana Filippini

8 agosto 2021 by

Oggi abbiamo ospite Paola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, tornata in libreria con il suo nuovo libro, “Malgrado il vento” edito da Manni editore. Con lei abbiamo parlato della nascita del libro, dei diversi personaggi protagonisti che aniamano le pagine delle storie di vita narrate, ma anche del ruolo e del valore della scrittura nella vita delle persone. Buona lettura.

Come è nato l’idea di “Malgrado il vento”? Con Malgrado il vento ho proseguito il lavoro iniziato con Giardini d’inverno, in cui mettevo a fuoco alcune persone molto comuni, ma che a loro modo sfuggivano all’omologazione. Ma mentre là erano dei fermo immagine, qui li ho lasciati più liberi di muoversi, di parlare e di interagire tra loro con maggiore evidenza. Tanto è vero che per Giardini d’inverno e anche per Tra nevi ingenue, uso solitamente la definizione di “prose poetiche”, mentre per Malgrado il vento non mi sembra azzardato il termine “racconti”. Avevo in mente un tipo di film francese corale, che amo molto. Penso a pellicole, per esempio, di Cédric Klapisch, come Parigi, Someone Somewhere, Ognuno cerca il suo gatto… in cui individui che non hanno legami tra loro vengono osservati nella loro quotidianità, anche banale, in cui si sfiorano, a volte inconsapevolmente. Ci sono destini che s’intrecciano, incontri mancati. E vanno a comporre una sorta di “mosaico sociale”, dinamico, curioso, dove anche la tessera più piccola e insignificante ha un suo valore nell’insieme del quadro.

Quanto è stato – ed è importante- per uno scrittore osservare il mondo che lo circonda? Ci sono autori esclusivamente introspettivi ed altri che mettono l’umanità sotto il vetrino della loro capacità di osservazione. Sono modalità altrettanto valide. Per quanto riguarda il mio gusto, amo chi riesce a trovare un equilibrio tra queste due inclinazioni. Mettere a “tacere” la voce interiore, sospendere il proprio giudizio, per ascoltare gli altri, è sempre stato importante per me. E anche cercare d’indagare l’interiorità altrui, partendo da alcuni indizi, da dettagli rivelatori. Così come immaginare le vite degli altri, degli sconosciuti, partendo da poche frasi captate o da suggestioni. È quello che spiega Tomas, nel prologo del libro. È uno scrittore che fa ritratti con le parole. Il suo è uno stratagemma per acquisire materia su cui scrivere. Non gli interessa, tuttavia, il contenuto di quel che gli raccontano le persone. Gli episodi della loro esistenza. Ma i modi in cui li ricordano e li riportano, magari dopo anni, gravati di amarezza, di rancore oppure velati di nostalgia. La stessa esperienza, raccontata da persone diverse finisce per rivelare differenti personalità. È questo che conta per lui. E riesce anche a cogliere quello che le persone non dicono apertamente.

Secondo te, un quartiere –come nel tuo libro- o un piccolo paese possono essere visti come un mondo in miniatura per le diversità che caratterizzano chi ci vive? L’idea del microcosmo ha spesso attratto gli autori. Quello che si riesce ad osservare in una goccia, riproduce in scala ridotta quello che accade in contesti più ampi. Io amo il viaggio, l’altrove, le grandi città. Mi piace l’idea di perdermi nella folla, di scoprire nella stessa città, angoli che non conoscevo. Tuttavia, so che, anche quando si vive in una metropoli, si tende ad individuare punti di riferimento, percorsi preferiti, luoghi in cui si viene “riconosciuti” e in cui si incontrano le stesse persone. Nelle metropoli ci sono le zone, i quartieri. L’abbiamo sperimentato durante i lockdown, in cui il nostro mondo si è come rimpicciolito. E la funzione del negozio di prossimità è diventata all’improvviso vitale, indispensabile. Anche sotto il profilo umano. E mi auguro che questo fattore non venga dimenticato, una volta che questo momento terribile sarà superato.

I racconti sono ritratti di un’umanità variegata. C’è uno dei protagonisti al quale sei più legata? Se sì quale è e perché? Guardo con molta simpatia a Fernanda. Al suo salone di pedicure e callista, che è diventato un luogo di socializzazione. Una sorta di “social” dove le persone condividono cose concretamente, pettegolezzi, musica, cibo. È un personaggio totalmente inventato, ma che mi piacerebbe esistesse. Fernanda è solare ed è riuscita con la forza della sua freschezza e della sua capacità di accoglienza a ribaltare i pregiudizi dei suoi vicini. A conquistarli. E ha fatto del suo salone un luogo dove si curano anche le solitudini.

Nelle tue storie ci sono uomini e donne, italiani e stranieri, professioni differenti, come è per loro la convivenza e come è stato per te raccontarli nelle loro diversità?  Non è stato difficile perché lo vedo nella zona in cui vivo, a Brescia. Non è centro storico, ma diversi palazzi e ville sono sorti nei primi decenni del Novecento, quando lì c’erano solo campi. Vi convivono molti anziani, studenti, stranieri… o professionisti che, come l’architetto Eugenio del libro, hanno ristrutturato appartamenti negli antichi palazzi del Trenta. Convivono e si ritrovano tutti a fare la coda dai fruttivendoli o dai salumieri. Si incontrano persone non conformi a certi schemi, insolite. Io che non amo l’omologazione e apprezzo i contrasti, mi ci trovo molto bene. Non è un modello inedito e accade anche in altre città europee. Non è esente da rischi, e non bisogna mai sottovalutarli. Qualche problema c’è stato, ma siamo fortunati ad avere chi “vigila” e previene conflitti. Tuttavia, non mi piacerebbe vivere in luoghi dove gli abitanti sono conformi per ceto o censo. 

C’è un po’ di te in Marta la giornalista e in Tomas lo scrittore? Marta e Tomas rappresentano due aspetti contrastanti della mia personalità. La prima è più empatica. Anche se non è un’ingenua, mantiene un tratto emotivo nelle relazioni. Tomas è distaccato e molto lucido. Ha maturato quel disincanto cui è destinato ogni scrittore che osserva la realtà in maniera lucida.

Quanto e perché è importante la scrittura? Per alcuni è tormento, per altri piacere. Anche quando non sei davanti alla pagina, è un terzo occhio, un punto di vista che ti accompagna ovunque. Come avere un compagno immaginario. Certe esperienze dell’esistenza le vivi come persona e come autore e sai che qualcosa ti resterà attaccato e lo sublimerai, prima o poi, attraverso la scrittura. Scrivere è tanto cose insieme e lo si fa per le motivazioni più diverse. Ma una di queste è sicuramente la possibilità di sublimare il vissuto. Anche scegliere la parola esatta per definire qualcosa che ci ha ferito ci aiuta a portarlo ad un altro livello e a liberarcene.

:: Stefano Di Marino (Milano, 28 marzo 1961 – Milano, 6 agosto 2021)

6 agosto 2021 by

Ci ha lasciato questa mattina Stefano Di Marino, ha collaborato con il nostro blog per diversi anni e ne è nata una bella amicizia, era una persona schietta e sincera e non per dire, in questi anni mi ha dato molti consigli ed era sempre presente se si aveva bisogno. Questi ultimi mesi sono stati per lui molto difficili, assistere genitori anziani e malati è una prova terribile soprattutto quando si è da soli. Lascia un grande vuoto e la certezza che forse il suo talento sarà riconosciuto ancora di più ora che non c’è più. Aveva una penna felice, una facilità di scrittura rara e scriveva veri noir, cosa ancora più rara in Italia, ed era un grande divulgatore e saggista, cosa forse meno conosciuta ai più. Non è un addio ma un arrivederci, tutti passeremo oltre e sono certa ci rincontreremo ovunque tu sia.

Mi sono ripromessa di scrivere qualcosa in ricordo di Stefano appena avessi ritrovato un po’ di lucidità, ma sono passati 5 giorni e lo shock, lo sgomento, il dolore sono ancora presenti. Tutto luglio sono stata senza computer e questo mi ha impedito di rendermi conto pienamente di cosa Stefano stesse passando. Il senso di colpa però di non essere riuscita a fare niente rimane, che era stanco, prosciugato, tutti bene o male ce ne siamo accorti. Che era un periodo difficile non lo nascondeva, quando gli ho offerto di parlarmene, di confidarsi che questa volta sarei stata io a potergli dare consigli (ho assistito entrambi i genitori malati oncologici e so quanto questo possa usurare) dopo i tanti che mi aveva dato lui, mi ha ringraziato anche solo del pensiero ma non ha voluto aprirsi. In tutta sincerità non so quali siano state le vere ragioni che l’hanno portato a togliersi la vita, io non giudico, nessuno di noi deve permettersi di farlo, possono essere i dissesti economici, la morte di una persona cara, la diagnosi di una malattia incurabile, la depressione, la solitudine, chiunque ne può cadere vittima, chiunque può trovarsi a un punto in cui sembra non ci sia scelta o anche solo si è stanchi di combattere. Ho letto che ha lasciato un biglietto, per ora non ancora reso pubblico, in cui spiega le ragioni del suo gesto, gesto che ha messo fine a tutti i suoi progetti, lasciando orfani i tanti lettori che amavano le sue storie e gli manifestavano costante apprezzamento e appoggio (leggo in questi giorni che la critica lo ignorava e dal poco che lo conoscevo se avesse dovuto scegliere tra il plauso della critica e l’affetto dei lettori avrebbe scelto quest’ultimo), i suoi colleghi, i suoi amici. Per tutti coloro che gli hanno voluto bene, e hanno capito e valorizzato il suo talento posso solo dire che Stefano resta la persona che abbiamo conosciuto, restano i suoi libri, resta il suo ricordo, e appena questi giorni tremendi passeranno ricorderemo solo le cose belle, il tempo sereno che ci ha fatto passare parlando con competenza e intelligenza di film, sceneggiati, libri. Io personalmente ricorderò l’abbraccio virtuale che ha messo al post in cui ricordavo il compleanno di mia madre, è stato il primo a farlo. Come è stato il primo a credere nel mio blog e a collaborarvi con recensioni e articoli. Come autore io lo conoscevo ben da prima e quello che è successo non cambierà una virgola di quello che è stato.

:: Spese impreviste

4 agosto 2021 by

Gentili lettori,

questo luglio abbiamo dovuto affrontare una spesa imprevista per la riparazione del computer e per la connessione internet di cui disponevamo di una chiavetta obsoleta, se volete sostenerci lo potete fare con piccole donazioni, o acquistando i miei ebook, grazie!

Ringraziamo Alessandro per la sua piccola donazione!

La famiglia Sgraffignoni – Il furto di compleanno, Anders Sparring Per Gustavsson (Sinnos, 2021) A cura di Viviana Filippini

3 agosto 2021 by

“Gli Sgraffignoni vivono proprio nelle vicinanze! Basta che tu ti allontani un po’ più del solito, che attraversi il parco con le altalene, che oltrepassi il parcheggio con le auto arrugginite e il negozio di biciclette che ha chiuso l’estate scorsa.
Lo hai fatto? Bene! Ora dovresti vedere la casa. È una normalissima casa azzurra, con la porta verde e una macchina tutta scassata fuori dal garage.
La macchina non può entrare nel garage, perché il garage è pieno di cose che è meglio non far vedere alla gente”.

Simpatica, nuova e intrigante avventura con “La famiglia Sgraffignoni. Il furto di compleanno” nata dalla penna di Andersen Sparring con le illustrazioni di Per Gustavsson, pubblicata in Italia da Sinnos editore. La storia ha al centro la famiglia i cui nomi sono già tutto un programma. Chi sono? C’è Mariolo, il papà esperto scassinatore, Fia la mamma alta e esile, però abile nell’appropriarsi delle cose non sue, la figlia Ale (diminutivo di Criminale) anche lei furba e dalla mano veloce, l’insopportabile cane Sbirro, e poi lui: Fausto. Ecco, Fausto è l’unico diverso della sua famiglia, perché il ragazzino, a differenza di tutti gli altri componenti di casa sua non ruba, non prende le cose senza chiedere, anzi è gentile, garbato, onesto e non riesce a dire bugie! Mentre i suoi familiari sono alle prese con comportamenti che vanno ben oltre il rispetto della legge, Fausto vorrebbe tanto un lecca lecca gigante per il suo compleanno, ma lo vorrebbe in modo onesto. La sua famiglia si mette all’opera per accontentare il desiderio del piccolo, ed è pronta a farlo con un piano strategico per rubare un enorme lecca lecca esposto nella vetrina del negozio di dolci del paese, ma dovrà fare i contri con Paul Iziotto, un vicino di casa rispettoso della legge, di nome e di fatto, e grande amico segreto di Fausto. Il libro per bambini edito da Sinnos è davvero una mirabolante avventura dove l’oggetto del desiderio di Fausto diventa il centro di interesse e di ogni azione sia della famiglia, che vuole soddisfare il desiderio del proprio congiunto, che del poliziotto, che è grande amico del piccolo Fausto, un ragazzino ben diverso dalla sua squattrinata parentela. Grazie al ben costruito intreccio narrativo, alle illustrazioni di Per Gustavsson e alla morale nascosta tra le righe, il piccolo lettore è trascinato in un mondo nel quale gli Sgraffignoni compiono ripetute e anche gravi marachelle per ottenere quello che vogliono senza faticare, ma l’intervento di Paul Iziotto e il comportamento equilibrato di Fausto, costringeranno la strampalata famiglia del ragazzino a fare i conti con il proprio comportamento sbagliato e con chi rappresenta la legge. Traduzione di Samanta K. Milton Knowels.

Anders Sparring, nato nel 1969, è uno sceneggiatore, attore e scrittore di libri per bambini svedese. Nel 2020 pubblica i primi tre volumi della sua serie di libri per bambini, illustrati da Per Gustavsson con il quale mantiene la collaborazione da tempo.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos.

:: Mo Hayder (Essex, 1° gennaio 1962 – Bath, 27 luglio 2021)

31 luglio 2021 by

:: Katitzi nella buca dei serpenti di Katarina Taikon (Iperoborea 2021) a cura di Giulietta Iannone

31 luglio 2021 by

Katitzi nella buca dei serpenti della scrittrice svedese per l’infanzia Katarina Taikon è il terzo episodio della saga ispirata alla storia personale dell’autrice di origini rom, che Iperoborea pubblica nella collana i Miniborei, tradotta da Samanta K. Milton Knowles.
Katarina Taikon ha scritto ben 13 libri con protagonisti la piccola Katitzi e la sua vivace famiglia e Katitzi nella buca dei serpenti ci racconta parte della sua infanzia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui le truppe di Hitler minacciavano di invadere la Svezia mettendo a rischio ebrei e rom.
Ma Katitzi è una bambina vispa e vivace affronta tutto con buffa allegria e fantasia, le difficoltà della vita come le limitazioni e i pregiudizi che le impediscono per esempio di frequentare la scuola svedese o anche solo di abitare in una casa con pareti e soffitto costringendola a vivere in un carrozzone itinerante in giro per la Svezia.
Katitzi non si arrende e nonostante la povertà e il lavoro a cui sono soggetti anche i bambini riesce a fare anche amicizia con alcuni svedesi illuminati che vedono in lei semplicemente una bambina e non qualcuno che appartiene ad un’etnia da isolare e discriminare.
Come finisce in una buca di serpenti?
Ah, questo lo scorpirete leggendo il libro divertente, ironico, anche amaro per certi versi ma capace di illuminare dall’interno la vita e l’infanzia della protagonista che ha deciso di raccontarsi ai lettori bambini perchè convinta che se si vuole davevro cambiare le cose e combattere contro stereotipi e ingiustizie bisogna partire proprio da loro, a cui sarà affidato il mondo di domani.
Un libro per ragazzi certo ma indicato anche agli adulti che rispettano e considerano il mondo dell’infanzia. Un classico della letteratura da poco riscoperto.

Katarina Taikon (1932-1995) è stata una scrittrice e attivista svedese con radici rom. Come molti altri rom della sua generazione, non ha frequentato la scuola e ha dovuto imparare a leggere e scrivere da adulta. Pubblicata tra il 1969 e 1980 e diventati anche una serie tv, i libri di Katitzi sono dei classici della letteratura per l’infanzia in Svezia al pari di molti libri di Astrid Lindgren ed è stata di recente riscoperta in tutta la Scandinavia. Nel 2019 Katitzi ha ricevuto il premio Orbil dell’Associazione librerie indipendenti per ragazzi e il premio Scelte di classe come miglior libro per ragazzi nel 2018.

Samanta K. Milton Knowles, laureata in Studi Interculturali con una tesi sulla traduzione cinese di Pippi Calzelunghe e in Scienze Linguistiche con una tesi dal titolo “Tradurre Astrid Lindgren”, lavora come traduttrice editoriale dallo svedese, dall’inglese e dal danese dal 2014. Oltre che con Camelozampa, collabora con case editrici come Iperborea, Salani, Fandango, Rizzoli, Beisler, Bohem Press, Feltrinelli, Marsilio e UTET. È responsabile del controllo della qualità delle traduzioni italiane delle opere di Astrid Lindgren per conto della società degli eredi della grande scrittrice svedese, la Astrid Lindgren AB. Da febbraio 2019 è uno dei membri della segreteria di StradeLab, associazione nazionale di traduttori editoriali affiliata al sindacato Strade SLC-CGIL. È rielaboratrice e curatrice della versione definitiva italiana di Pippi Calzelunghe, pubblicata da Salani nel 2020, in occasione del 75esimo anniversario della prima pubblicazione del romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

:: Mi manca il Novecento: L’unico e immenso Roberto Calasso – a cura di Nicola Vacca

30 luglio 2021 by

La morte di Roberto Calasso decreta la fine di un mondo. Con lui se ne va definitivamente quel Novecento che già ci mancava da tempo.
L’editore unico, lo scrittore immenso, l’intellettuale raffinato che con la sua (e la nostra) Adelphi, presidio di cultura alta e di libertà intellettuale, ci ha donato la possibilità di un mondo culturale autentico e onesto.
Roberto Calasso sempre lontano e distante dal chiacchiericcio ciarliero delle polemiche culturali ha creduto nei libri unici e negli scrittori di vocazione.
Al centro della sua politica editoriale sempre e comunque quella straordinaria qualità da non barattare mai con le tendenze perverse e dozzinali del mercato.
In un editoria che fabbrica i libri seguendo le indagini di mercato, Calasso ha sempre pubblicato in Adelphi i libri che si devono leggere e non i libri che si vogliono leggere.
Come editore ha lasciato un’impronta indelebile perché Roberto Calasso è l’ultimo editore puro rimasto in questo paese miserabile.
Roberto Calasso di libri unici ne ha pubblicati molti con il suo modo singolare e originale di fare editoria.
Attraverso una cura appassionata e ossessiva della veste di ogni volume, ha praticato la nobile arte dell’editoria non ignorando mai l’elegante criterio della forma: “la capacità di dare forma a una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro”.
È affascinante seguire Calasso nel racconto delle origini della Adelphi. Il cammino insieme a Bazlen e Foà, indispensabili e preziosi collaboratori che avevano il fiuto per la buona letteratura, nella costruzione delle collane che avrebbero ospitato anche libri che avevano rischiato di non diventare libri.
Guardando, infatti, oggi il catalogo della casa editrice milanese ci accorgiamo che moltissimi autori sarebbero rimasti ignoti nella nostra lingua se qualche decennio fa un gruppo di intellettuali fosse rimasto sordo al “suono giusto”, espressione cara a Bazlen, requisito sufficiente per riconoscere un libro unico.
Come non ricordare il viaggio meraviglioso negli autori della Mitteleuropa, da Karl Kraus a Joseph Roth. Oppure la scoperta di autori scomodi come Nicolás Gómez Dávila, considerato il Nietzsche colombiano, e l’intera opera del non conforme e estremo Cioran.
Il mio primo libro Adelphi è stato Squartamento di Emil Cioran.
Sono passati quarant’anni e la mia riconoscenza nei confronti di Roberto Calasso è infinita.
Grazie per avermi fatto diventare un lettore forte.
Grazie per avermi fatto scoprire scrittori che prima di tutto hanno a che fare con la letteratura.
Grazie per aver pubblicato autori che l’oblio aveva condannato alla scomparsa.
Grazie Roberto Calasso, editore puro, e grande scrittore per aver pubblicato i libri che si devono leggere.
Grazie soprattutto per avermi regalato Emil Cioran, lo scrittore che mi ha cambiato la vita.
Di fronte all’ibridazione universale della letteratura, Roberto Calasso è l’ultimo editore che in tempi difficili ha creduto in una civiltà letteraria, come quella del Novecento che tanto amato e ci ha fatto conoscere con Adelphi.
Roberto Calasso ha lasciato la sua impronta con i libri unici che ha pubblicato e ha scritto.
Questa unicità è la sua eredità e ci auguriamo non vada dilapidata.

Fishke lo zoppo, Mendele Moicher Sfurim, Marietti 1820 (2021) A cura di Viviana Filippini

29 luglio 2021 by

“Fishke lo zoppo” è un romanzo scritto da Mendele Moicher Sfurim, pubblicato da Marietti 1820. La narrazione ha appunto per protagonista Fishke con la sua vita e quella della comunità ebraica con la quale lui si relaziona e vive. Fishke ha famiglia, o meglio è sposato con una donna cieca, ma è anche profondamente innamorato di una ragazza gobba. L’autore è bielorusso di origine ebraica – Sholem Ynkev Abramowitsch- che scelse come pseudonimo un nome che significa “Mendele il venditore di libri”, perché è quello che lui stesso voleva essere per la comunità ebraica, un venditore ambulante di libri che portava alla scoperta di storie di vita, tra le quali quella di Fishke lo zoppo. Quello presentato da Sfurim è un mondo composto dagli ebrei più poveri, da quelli che ogni singolo giorno della loro vita, più che vivere, cercano di sopravvivere. In ogni capitolo che compone il libro, comparso per la prima volta nel 1869, ci sono tante vite di ladri, accattoni, vagabondi, uomini miseri sul lastrico che si arrabattano come possono per avere un piccolo guadagno. Sono l’umanità più povera, quella che vive ai margini e che sta sempre lì con un occhio di riguardo per individuare quelle azioni che potrebbero essere, ma non è detto che lo siano, una fonte di guadagno economico. Poi arriva Fishke. Nel senso che di lui si parla, o meglio ne parlano Mendele e Alter, solo nel capitolo undicesimo. Il suo presentarsi al lettore ci pone immediatamente catapultati nella vita di un uomo che diviene nel corso della lettura la rappresentazione di un popolo intero. Perché dico questo? Perché è come se Fishke avesse in sé tutti – o almeno molti- degli aspetti esistenziali del popolo ebreo povero e minato nell’animo e nel corpo da ferite sempre aperte e molto dolorose. Altro aspetto interessante del viandante Fishke che viaggia viaggia fino ad arrivare a Odessa, è la sua incapacità di riuscire ad adattarsi e ad accettare il mondo attorno a lui. Un universo in cambiamento all’interno del quale è nato e cresciuto e dal quale il protagonista non riesce a sradicarsi, in quanto è profondamente legato ad esso. Mendele utilizza l’ironia per raccontare il comportamento dell’ebreo orientale Fishke come se volesse istruirlo e fargli capire che il cambiamento e la trasformazione in qualcosa di meglio, sono possibili. Lo stesso umorismo viene utilizzato anche per narrare l’amore che il giovanotto ha per la ragazza gobba, una relazione con effetto a sorpresa per i lettori. Nel complesso “Fishke lo zoppo” è un romanzo interessante, ironico, curioso perché l’autore fa un vero e proprio ritratto di un individuo e, allo stesso tempo, quello di un intero popolo povero che non è comunque in grado di cambiare la propria esistenza anche nel caso in cui si presentino possibilità di progresso e mutamento per il proprio vissuto.

Mendele Moicher Sfurim (1833-1917), pseudonimo di Sholem Yankev Abramowitsch, è il primo grande autore classico della letteratura ebraica jiddisch dell’Est europeo.

Source: richiesto all’ editore. Grazie all’ufficio stampa 1AComunicazione.

Le rose di Versailles Encore di Riyoko Ikeda (J-Pop, 2021) a cura di Elena Romanello

19 luglio 2021 by

Dopo aver presentato in un cofanetto i cinque volumi della serie originale ufficiale, J-POP rilancia con un nuovo cofanetto con i tre volumi di Le rose di Versailles Encore di Riyoko Ikeda, contenente le storie extra che la mangaka giapponese ha dedicato al suo personaggio più celebre, noto da noi in occidente come Lady Oscar.
Chi è appassionato di questo manga, trasposto anche in uno degli anime più popolari di sempre, anche tra i non otaku, sa benissimo che la conclusione della serie ufficiale è tale da non dare nessuna possibilità di un ulteriore seguito, con uno dei finali più tragici di sempre che, a distanza di anni, continua a spingere chi l’ha amato a scrivere fanfiction in cui cercare di dare una speranza ai due protagonisti, la bellissima Oscar, donna guerriera per antonomasia alla corte di Maria Antonietta, e il suo amato André.
In realtà, Riyoko Ikeda è tornata varie volte in questo mondo, a parte con un seguito, Eroica, su Napoleone, in cui fa morire due dei sopravvissuti della saga precedente, ma anche con storie fuori serie, o parallele alla vita di Oscar o posteriori, in cui esplora nuove avventure o racconta retroscena di personaggi o che fine hanno poi fatto, completamente il mondo che ha creato.
I tre volumi del cofanetto J-POP contengono storie che in parte negli anni sono uscite per vari editori, come il gioiellino gotico La contessa nera, un must per chi ama il genere, ma anche vari inediti mai arrivati, come la storia dedicata a Rosalie e a suo figlio esuli in Svezia, molto interessante e disegnata quasi nello stesso stile del manga originale. Gli appassionati di narrativa fantastica troveranno interessante e curioso il destino di uno dei comprimari della storia, in un omaggio di Riyoko Ikeda all’amica e collega Moto Hagio e alla sua saga vampiresca dei Poe.
Un cofanetto imperdibile per tutte le appassionate e appassionati, con toni thriller, fantastici ma anche struggenti e drammatici come la serie originale, per chiudere il cerchio intorno ad una storia che ha cambiato davvero la vita a tanti, ispirando passioni e interessi, e non è un caso che nel 2008 Riyoko Ikeda sia stata insignita della Legion d’Onore dal presidente francese Nicolas Sarkozy per il contributo che ha dato alla conoscenza della cultura francese nel mondo. 
Del resto, ormai da tempo i personaggi dei manga e degli anime non vengono più considerati di serie B, ma veri e propri eroi dell’immaginario collettivo e patrimonio di tutti.

Riyoko Ikeda è nata nel 1947 ad Osaka: figlia di una donna aristocratica, discendente di una famiglia di samurai e di un uomo della media borghesia, reduce di guerra e fabbricante di biciclette, che si erano sposati contro il volere di tutti, ispirando quindi alla figlia l’interesse per gli amori tormentati. Dopo aver lasciato la facoltà di filosofia, dove era diventata un’attivista femminista e di sinistra, intraprende a fine anni Sessanta la carriera di fumettista, ispirandosi a Osamu Tezuka e alla cultura occidentale. Le rose di Versailles è il suo manga più famoso, è autrice di altre opere anche tradotte in italiano, tra cui Caro fratelloLa finestra di Orfeo, Claudine Elisabetta la regina che sposò la sua patria. Riyoko Ikeda è anche soprano, autrice di libri e opinionista. Ha visitato l’Italia a più riprese, in particolare nel 2010 per il festival Collisioni a Novello e al Romics e nel 2015 ad Etna Comics.

Provenienza: libro del recensore.