:: Recensione di Timidezza e dignità di Dag Solstad (Iperborea 2011) a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2011 by

cDal gelo dei freddi fiordi nordici culla della socialdemocrazia e dello stato sociale, periferia progredita e privilegiata dell’Impero, non arrivano solo gialli e romanzi polizieschi e per farcene un’idea basta dare un’ occhiata al vario catalogo di Iperborea, raffinata casa editrice milanese da anni impegnata a fare conoscere la letteratura scandinava in Italia.
Timidezza e dignità del norvegese Dag Solstad, uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, è un interessante e fulgido esempio di questa effervescenza intellettuale.
Edito per la prima volta nel 1994, ed ora finalmente anche disponibile da noi grazie alla traduzione dal norvegese di Massimo Ciaravolo, da molti considerato il capolavoro di Solstad, Timidezza e dignità è una matura e amara riflessione sulla sconfitta di una intera generazione, quella che era giovane nel 68, imbevuta di alti ideali politici e sociali,  utopisticamente ottimista e proiettata in un futuro in cui la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà avrebbero demolito la società dei consumi e il capitalistico dio denaro, e che  invece si vide sopraffare dalla Storia.
Solstad con spirito lucido e critico fa un’attenta disanima delle ragioni che portarono al fallimento, e tramite il protagonista Elias Rukla, un grigio e triste professore di lettere della Scuola Superiore di Fagerborg a Oslo, un vinto, un umiliato e offeso di dostoevskijana memoria, molto probabilmente suo deformato alter ego, ripercorre a ritroso gli anni della giovinezza, dell’università, dell’impegno politico, dell’amore libero e si chiede come sia stato possibile che dopo tanta passione, e fervida fede in ideali così luminosi  e indistruttibili, la vita l’abbia scagliato in una gabbia di mediocrità ai margini della società.  Come il dottor Relling, personaggio marginale dell’Anitra selvatica di Ibsen che da ormai 25 anni Rukla si ostina a presentare a classi di maturandi svogliati e apatici ai quali i rovelli interiori e la drammaticità della sua condizione di “nullità” non dicono assolutamente niente.
Proprio questo rifiuto, questa apatia dei suoi giovani e immaturi allievi, questa impossibilità di dialogo intellettuale, di seria trasmissione della cultura,  una piovosa mattina d’ottobre, durante una doppia ora di norvegese, farà precipitare gli eventi e darà coscienza a Rukla della sua inutilità e della sua disfatta.
Uscito dalla classe in preda ad una vera e propria crisi di nervi, colpirà la fontana con il suo ombrello insultando i suoi allievi e lasciandosi andare ad una furia che porrà fine per sempre alla sua carriera di insegnate. Mai più metterà piede nella scuola superiore di Fagerborg, mai più metterà piede in qualsiasi scuola, mai più oserà salire in cattedra ed affrontare i suoi studenti.

Questo vuol dire che è proprio finita, pensò. E’ terribile, ma non c’è via di ritorno.

Timidezza e dignità è innanzitutto un romanzo caratterizzato dall’intersecarsi di due piani temporali, e se vogliamo anche narrativi, dove il presente e il passato assumono una doppia valenza sia politica che sociale. Dalla crisi di nervi, che determina la presa di coscienza del protagonista, abbiamo una regressione al passato, alla ricerca spasmodica dei sintomi, delle crepe, forse invisibili, che poi porteranno al conclamarsi della crisi personale, e se vogliamo grazie ad un gioco di proiezioni, epocale.
Il rapporto tra Rukla e la moglie, deteriorato, vittima dell’incomunicabilità e del dissolvimento, getta un’ ombra ancora più pessimistica sulla consapevolezza già dolorosa di per sé che ormai tutto è inutile e il cambiamento tanto auspicato impossibile.
Diciamolo subito è una lettura impegnativa, ricca di rimandi letterari importanti, a Ibsen in primo luogo, tutta la prima parte inserita nella lezione che il protagonista tiene al liceo è incentrata sull’analisi del capolavoro L’anitra selvatica, poi a Thomas Mann e più in generale al romanzo europeo dei primi del Novecento.
Anche i temi trattati sono complessi e articolati, oltre al fatto che il racconto in terza persona è continuamente interrotto dal flusso di coscienza del protagonista. Non ci sono capitoli, raramente si va a capo, stilisticamente una scelta azzardata, che comunque dà compattezza alla narrazione e almeno io non ho trovato pesante, anche se insolita.
Per chi apprezzasse le tematiche, e lo stile dell’ autore, Iperborea ha pubblicato anche Tentativo di descrivere l’impenetrabile.

Titolo originale: Genanse og verdighet  Traduzione di Massimo Ciaravolo.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen.

:: Altri regni di Richard Matheson (Fanucci, 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2011 by

altri-regni-matheson-fanucci-2011-copertinaChi ha detto che horror e fantasy non possano andare a braccetto?
Se avessimo dei dubbi in proposito ci pensa Richard Matheson a fugarli. Grande vecchio della letteratura americana del fantastico incluso nella Science Fiction Hall of Fame, ormai una leggenda.
Nato ad Allendale, New Jersey, da immigrati norvegesi  il 20 Febbraio del 1926, Matheson è la dimostrazione vivente che a ottant’anni suonati non si ha unicamente a che fare con dentiera e pannolone o gite al parco a far volare gli alianti, ma si può ancora essere brillanti di mente e forse più ironici e graffianti di quando si era giovani.
Tramite Fanucci, (che cura molte delle sue opere tra cui Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, Ricatto mortale, The box e altri racconti, Tre ore di pura follia, Duel e altri racconti), ha pensato bene di pubblicare in anteprima in Italia prima ancora che sul suo suolo nativo Altri regni titolo originale Other Kingdoms una storia fatata di magia, amore e mistero in cui l’irrazionale aleggia sinistro e trascina il lettore in un mondo parallelo e sconcertante fatto udite udite, di gnomi e fate.
L’inizio del romanzo è saldamente ancorato alla realtà. Siamo nel 1917. Alex White figlio del capitano di marina Bradford Smith White, un porco calzato e vestito, come amorevolmente lo definisce, non appena gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania, prendendo così parte alla Prima guerra Mondiale decide, il 7 giugno Giornata nazionale del reclutamento, di arruolarsi nell’esercito e non nella marina per fare dispetto al terribile genitore odiato con tutte le sue forze.
Spedito oltremare su una piccola nave di linea britannica su cui il cibo, a essere generosi,  era disgustoso, il puzzo ancora peggiore, e l’acqua appena potabile, si trovò, vera e propria carne da cannone, sul Fronte francese a combattere la guerra di trincea.
Quando dico carne da cannone non è tanto un modo di dire. Dei due milioni che giunsero in Francia in meno di duecentomila tornarono a casa. La trincea in cui Alex White si trovò sepolto era profonda un metro e mezzo e al di sopra c’era un altro metro di sacchetti di sabbia. Il fondo era fatto di fango e più che camminare si strisciava sperando si essere fortunati e sfuggire alle bombe e ai colpi delle mitragliatrici e dei mortai.
Fu così che in una di queste interminabili giornate di morte Alex White conobbe Harold Lightfood e la sua vita cambiò per sempre.
In punto di morte il giovane soldato inglese dal sorriso incantevole e le mani paffute strappò all’amico americano la promessa che sarebbe andato in Inghilterra a Gatford suo borgo nativo. Un idilliaco paesino sperduto nell’amena e bucolica campagna inglese luogo di pace e serenità se non fosse per alcune leggende che narrano che i boschi dei dintorni siano infestati da creature malvagie e capricciose.
Alex per tenere fede alla promessa fatta all’amico e per curarsi dalla ferita che gli aveva fatto sfuggire il Fronte, non avendo la minima intenzione di tornarsene a casa, si reca così a Gatford.
Inizialmente armato di buon senso e cieca razionalità rifiuta di credere alle cupe leggende che sente raccontare dagli abitanti del luogo, ma il fortuito incontro nel bosco con la rossa Madga Variel, da tutti creduta una strega, lo porterà a ricredersi e fare i conti con l’irrazionale, molto di più di quanto avrebbe voluto.
Altri regni è un piccolo gioiello che si ricollega se vogliamo al romanzo gotico e soprannaturale, soprattutto ottocentesco, come alcuni critici hanno evidenziato. Ma a mio avviso sebbene venato da contaminazioni horror e fantasy è un’opera sperimentale che vive di luce propria e rivisita il genere in maniera molto personale.
Innanzitutto è una dolcissima storia d’amore, tra un umano e una fata. Cosa c’è di più romantico, nel senso etimologico del termine?
Ma non solo.
E’ qualcosa di molto più simile ad un romanzo di formazione in cui l’autore parla del processo che lo portò alla scrittura. Non a caso il protagonista è uno scrittore di romanzi gotici e spaventosi che scelse lo pseudonimo di Arthur Black che con ironia e autoironia rappresenta l’autore stesso in un vero e proprio omaggio alla scrittura.
In bilico tra lo shakesperiano Sogno di una notte di mezza estate  e le Fiabe irlandesi di William Butler Yates, Altri regni ha il fascino di un‘ antica ballata surreale e bizzarra in cui il soprannaturale non è che uno specchio deformato della realtà in cui riconoscersi e trasfigurarsi.
Il bosco incantato, e le fantastiche creature che lo popolano, raffigurano un mondo onirico e tenebroso in cui non a caso la paura e l’oscuro terrore scaturito dall’ irrazionale e dal pericolo imminente hanno la prevalenza sul fiabesco e sulla meraviglia.
Matheson scherza di continuo con il lettore accentuandone il rapporto di confidenza e di amicizia e si sente che a lui questo libro è dedicato, come atto di gratitudine e riconoscenza, per avergli permesso di fare per un’ intera vita quello che amava e gli riusciva meglio, raccontare storie.
Forse un addio o più semplicemente un arrivederci.

Altri regni di Richard Matheson,  Fanucci editore, Collezione Vintage, Traduzione dall’inglese di Maurizio Nati, 2011, pagine 291, titolo originale Other Kingdoms.

:: I vermi conquistatori, Brian Keene (Edizioni XII, 2011) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2011 by

vermiRicordo una breve poesia di Robert Frost, forse tra le sue più famose, intitolata Fire and ice, Ghiaccio e fuoco, i cui primi versi dicono:

Alcuni dicono che il mondo finirà nel fuoco/ altri dicono nel ghiaccio.

Ecco a questi versi ho pensato iniziando la lettura di I vermi conquistatori di un maestro dell’ horror americano come Brian Keene, per la prima volta tradotto da Luigi Musolino e pubblicato in Italia da Edizioni XII.
Brian Keene per qualche imperscrutabile ragione è un nome che dirà a molti poco o niente, ma negli Stati Uniti è uno dei massimi autori del fantastico acclamato dalla critica e vincitore di due Bram Stoker Award e uno Shocker Award, erede dei vari King, Barker, Koontz, Matheson, Simmons.
Edizioni XII ha finalmente colmato questa colpevole lacuna segnalata da molti appassionati del genere che fino ad oggi potevano apprezzare il suo lavoro unicamente in lingua originale.
I vermi conquistatori è diciamolo subito un piccolo capolavoro venato di humour lontano mille miglia dal solito trash horror made in Usa. Prende sì a piene mani dal genere pulp o splatter ma evita accuratamente i cliché e gli stereotipi, per fare dell’ originalità un specie di emblema, inserendo tutti gli elementi dell’immaginario fantastico classico, nati dal folklore e dalla mitologia, e plasmandoli con audacia e inventiva.
Ritornando ai versi di Frost di apocalisse si parla. Di una fine del mondo segnata dall’acqua e dalle fantastiche creature marine che la popolano oltre che da giganteschi e voraci vermi mossi da una misteriosa sete di conquista incarnazione di tutte le più striscianti paure che si insinuano negli abissi dell’inconscio.
Keene non cerca una ragione scientifica per questa incessante pioggia che cade dal cielo come una maledizione portandosi via intere città, interi stati con i suoi inermi abitanti sopraffatti e annegati. Accenna sì al buco dell’ozono e allo scioglimento dei ghiacciai, ma non si preoccupa più di tanto di dare logica o verosimiglianza agli eventi. E’ un evento straordinario, quasi magico, forse evocato dalle potenze occulte e malvagie che dominano incontrastate questo mondo e ciò ci basta. Accettiamo l’inevitabile con una sorta di fatalismo e iniziamo a seguire le sorti dei pochi sopravvissuti domandandoci incerti per quanto tempo lo saranno ancora prima che l’ultimo uomo affoghi il suo grido disperato nelle acque nere e melmose che sommergono tutto e l’umanità diventi una razza estinta.
Protagonista principale e voce narrante è un arzillo vecchietto di campagna Teddy Garnett, vedovo ottantenne ancora innamorato della moglie Rose, morta di polmonite qualche anno prima. Dopo aver ostinatamente rifiutato l’invito della Guardia Nazionale a lasciare la sua casa a Punkin’ Center in cima agli Appalachi e i suoi ricordi vive solo in attesa della fine. Pian piano si uniscono a lui altri personaggi, sopravvissuti alla catastrofe, Carl Seaton il suo migliore amico, Earl Harper il vicino di casa pazzo come un cavallo, Sarah una ragazza dai lunghi capelli biondi, Kevin Jensen di Baltimora, del quale Teddy racconta la storia nel capitolo centrale del romanzo. E così veniamo a conoscenza di una setta di Satanisti, di un kraken, di una sirena, di giganteschi lombrichi che scavano voragini capaci far sprofondare case.
Nella disperata lotta per la sopravvivenza che ne segue i vermi assumono il ruolo principale strappandolo ai protagonisti umani che sbiadiscono quasi sullo sfondo. Sono loro gli eroi, forza cieca e imbattibile, dominatori di una natura ostile dove vige la legge del più forte e l’uomo non è altro che una tacca nello stadio evolutivo nulla più destinato ad estinguersi come i dinosauri. Che questi vermi siano il frutto di qualche manipolazione genetica, extraterrestri o esseri preistorici risvegliatisi dopo un letargo di millenni, non lo si saprà mai ma sicuramente focalizzano la paura atavica insita nell’ uomo per quanto civilizzato o capace di credersi invulnerabile.
La creatività di Keene spazia davvero senza limiti  e soprattutto il velo di umorismo è la parte che mi ha divertito di più, anche nei momenti più drammatici basta solo pensare a quando descrive l’uomo delle previsioni del tempo che si suicida in diretta durante la trasmissione che annuncia pioggia, pioggia, e ancora pioggia o a quando fa la stessa cosa Mark Berlitz il d-jey di una radio sgangherata.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

La stazione radio AM di Roanoke aveva continuato le trasmissioni all’incirca fino alla quarta settimana. Mark Berlitz, il conduttore maniaco di teorie della cospirazione e sempre pronto a discorsi di estrema destra, aveva vegliato in solitaria incollato al microfono. Devo ammettere che sono rimasto ad ascoltare in una sorta di orribile incantesimo la sanità mentale di Berlitz che si sgretolava a causa dell’isolamento in quella stanzetta. La sua ultima trasmissione finì con un colpo di pistola nel bel mezzo di Big Balls in Cow-town, una vecchia canzone bluegrass dei Texas Playboys ( un peccato, perchè mi è sempre piaciuta la loro musica). Il pezzo terminò due minuti dopo, poi ci fu solo silenzio.

I vermi conquistatori è sicuramente a buon diritto da inserire tra i capisaldi del genere. Consigliato anche a chi considera l’horror solo unicamente letteratura per ragazzi. Avranno di che ricredersi.

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L’autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

I vermi conquistatori di Brian Keene, Edizioni XII, collana Eclissi, Traduzione di Luigi Musolino revisione di Daniele Bonfanti, titolo originale The Conqueror Worms, 2011, pagine 309, brossura, Prezzo di copertina Euro 15,00.

:: Il corrispondente dall’ estero di Alan Furst (Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2011 by

indexVigilia della Seconda Guerra Mondiale.
L’ombra nera di Hitler oscura l’Europa.
Il nazismo in Germania, il fascismo in Italia, il caudillismo in Spagna, gettano le basi per la guerra imminente e in questo scenario drammatico e pieno di tensione il gioco delle spie si fa frenetico.
Nel dicembre 1938 a Parigi la lunga mano dell’Ovra, la temibile polizia segreta di Mussolini, decide di compiere un atto dimostrativo per dissuadere i numerosi rifugiati politici italiani antifascisti attivi nella capitale francese dal continuare a tenere in vita i numerosi giornali clandestini, creati in appoggio alla Resistenza.
Enrico Bottini, avvocato torinese esule in Francia dal 1935, direttore del foglio clandestino “Liberazione”, viene fatto uccidere in una giornata di pioggia assieme alla sua amante, moglie del politico socialista LaCroix, nella stanza 44 del modesto albergo Colbert “Un albergo piuttosto appartato, il Colbert, silenzioso, discreto, a servizio de les affaires cinq-à-sept, le tresche tra le cinque e le sette”.
Viene inscenato un finto omicidio-suicidio al quale quasi nessuno crede, soprattutto gli  otto appartenenti al movimento Giustizia e Libertà che si riuniscono il mattino dopo in tutta fretta nel retro del Cafè Europa, in una stradina nelle vicinanze della Gare du Nord. Il messaggio è chiaro, diretto a loro: “Facciamo quello che vogliamo non ci potete fermare”. Sgomento, paura, rabbia. Ma la lotta politica deve continuare, la battaglia non è ancora perduta. Bisogna trovare un nuovo direttore di “Liberazione”.
Un nome lascia tutti concordi: Carlo Weisz. Un giornalista che aveva lavorato per il Corriere della Sera di Milano e ora faceva il corrispondente all’ estero alla Reuters. Un triestino con un certo coraggio, in quel momento si trovava in qualche parte in Spagna per scrivere gli ultimi atti della Guerra Civile, un sangue misto metà italiano metà sloveno, uno che conosceva le lingue, l’uomo giusto per quell’incarico.
Carlo Weisz accetta ed è il primo passo che lo porterà nel bel mezzo di un pericoloso intrigo di spie, soprattutto a causa dell’amore per una donna, una di quei tedeschi che Hitler l’ hanno combattuto, e salvare lei diventa per Weisz  l’unica ragione di vita.
Barcellona, Parigi, Berlino, Praga, Genova fanno da sfondo alla disperata lotta di Carlo Weisz per una causa, un ideale, lui spia per caso, quasi inconsapevole strumento trasportato dagli eventi nell’abisso e nella follia che presto infiammerà l’Europa e il mondo intero.
Il corrispondente dall’ estero, edito da Giano Editore nel 2008, è il primo romanzo di Alan Furst, autore americano di spy story classiche per lo più ambientate negli anni 30-40, che leggo, altri tre titoli sono stati tradotti e pubblicati in Italia L’ombra delle stelle e Il Regno delle ombre per Rizzoli e Le Spie di Varsavia, per Giano e devo dire che è stato una piacevole sorpresa.
La prima caratteristica che subito si evidenzia è che Furst, pur essendo americano, si ricollega ai classici della spy story europea per lo più britannici come Eric Ambler, Graham Green, Frederick Forsythe, John Le Carrè in un certo senso più introspettivi e meno interessati all’azione pura rispetto ai loro colleghi d’oltre oceano.
Un altro fatto curioso che mi ha colpito e sentire trattare da un americano un tema come la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia, che non mi pare che nessun autore prettamente italiano abbia fatto, almeno nei romanzi, anche se questa può essere una mia pecca dovuta all’ignoranza. Furst è un narratore classico, ama le ricostruzioni sceniche e le ambientazioni ricche di dettagli e di particolari d’epoca come la musica, – cita Duke Ellingtone e Cole Porter- o  il nome di riviste edite in quegli anni.
La ricostruzione storia è accurata, si vede che c’è dietro un lungo lavoro di ricerca. Nella breve intervista che gli feci, che potete leggere qui, ci disse infatti che si documentò leggendo unicamente libri che parlavano di quel periodo, da libri di storia, di giornalismo, di narrativa, ad autobiografie, e questa cura traspare dalle sue pagine ricche di informazioni a volte curiose che danno un sapore autentico e un po’ retrò alla narrazione.
La struttura dei personaggi è solida, emerge sicuramente il personaggio di Carlo Weisz, una spia per caso, una persona comune immersa in una realtà drammatica che non riesce pienamente a controllare. In Weisz c’è qualcosa di epico, tipico dei personaggi alla Rick Blaine protagonista di Casablanca, una sorta di eroe romantico che crede in certi ideali ed è capace di sacrifici e rinunce in nome dell’amore per una donna forse ancora più eroica e patriottica di lui.
Bellissimo il finale, che giunge quasi inaspettato.
Lo stile di Furst mi ha ricordato molto quello di Hemingway, sopratutto nella creazione dei dialoghi, mai superflui, sempre specchio dei personaggi.
Per gli amanti delle spy story, condite di intrighi e addolcite da una emozionante storia d’amore, una lettura sicuramente consigliata.

Traduzione di Valeria Giacobbo. Titolo originale The Foreign Correspondent.

Alan Furst (New York, 20 febbraio 1941) è un giornalista e scrittore statunitense, autore di romanzi di spionaggio ambientati nel periodo della Seconda guerra mondiale.

:: Recensione di Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini

20 marzo 2011 by

2Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni Editore) ultimo romanzo di Claudio Morandini, di cui avevo letto pochi mesi fa un racconto davvero singolare nell’antologia Nero Piemonte e Valle D’Aosta  Geografie del Mistero di Peronne Editore, è un’ opera che affronta un tema complesso e per molti versi controverso se non tragico, ovvero il legame che unisce l’arte e il potere. Ed è un rapporto conflittuale e doloroso come tutti i rapporti che vedono contrapposte due forze antitetiche e instabili. L’arte è per sua ragione d’essere libera ed autonoma, la creatività che l’alimenta necessita di non essere soggetta a regole per esprimersi, il potere al contrario anche il più blando è un forza repressiva e coercitrice che non disdegna l’uso della violenza per sussistere.
Le luci e le ombre di questo scontro impari non disdegnano compromessi e ambiguità, per sopravvivere si accettano espedienti poco nobili a volte abbietti ma ritagliarsi scampoli di libertà diventa pressante e vitale anche sotto i regimi più repressivi e liberticidi.
Il compositore russo  Rafail Dvoinikov, personaggio fittizio ma nello stesso tempo più che realistico nato come riflesso dal confluire delle vite di tanti grandi compositori del Novecento come Stravinsky e Shostakovich, vero e ingombrante protagonista di questo romanzo strutturato come un trattato di musicologia, figura quasi mitica e carismatica pur nel suo canto declinante di vecchio prossimo alla morte, incarna con la sua cupa risolutezza di prescelto, di sacerdote di un culto per adepti difficili da accontentare, di sopravvissuto, queste luci e queste ombre.
Nello stesso tempo diventa l’emblema dell’artista che si scontra contro il potere, in questo caso rappresentato dalle sanguinarie vesti dell’oppressione stalinista, e nella fattispecie duella con Vladimir Galavamov, l’antagonista, il capo della Commissione dei Musicisti di Stato, organo che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’ortodossia socialista e sul controllo degli artisti visti come possibili voci critiche e sovversive, il servo del regime, a sua volta compositore mediocre e invidioso del genio e  del talento altrui, che non disdegna il ricatto anche il più infimo e spregevole, basti pensare a quando minaccia Dvoinikov di volergli togliere la patria potestà della figlia Vasilisa, o mezzi che rasentano il ridicolo e il grottesco come quando utilizza nani fatti passare per bambini come informatori, o quando durante gli interrogatori a cui sottopone i musicisti reprobi si fa sostituire da improbabili sosia seguendo le orme e l’esempio di Stalin.
Certo Dvoinikov non è l’eroe romantico che si erge titanicamente contro le imposizioni del regime, resistendo invitto e irriducibile utilizzando unicamente le armi invincibili della bellezza, del talento e della passione artistica. Dvoinikov visse anche sulla sua pelle la lunga stagione della sottomissione, accettò adeguamenti umilianti, si piegò ad opportunismi e rinunce ma questo non ne fece un meschino e mediocre creatore di opere caricate e propagandistiche, anche nelle ore più buie, anche quando si ritrasse in se stesso domandandosi impotente “A che serve scrivere musica?” anche allora la musica in modo anarchico e misterioso trovò il modo di conservare la sua voce più autentica e più pura.
Quando il giovane compositore di Philadelphia Ethan Prescott, l’allievo americano, l’adepto che venera il maestro, si reca in Russia nella sua dacia presso San Pietroburgo, per intervistarlo con l’ambizioso progetto di raccogliere le sue memorie per dare voce al mito quasi dimenticato, non sa cosa il destino ha in serbo per lui, non sa che la sua vita cambierà irreversibilmente.
Come uno spartito scritto in un linguaggio misterioso Rapsodia su un solo tema compone un ritratto del genio che si astrae dalle banalità del vivere comune per portare ad una dimensione superiore l’umano e quel che resta del divino presente in tutti noi. Non a caso gli angeli sono i custodi dell’armonia,  e di angeli musicanti sono piene le pagine della Bibbia e le tele dei maestri del Rinascimento. La scrittura elegante di Morandini è un valore aggiunto che impreziosisce una trama già densa di significati e di suggestioni. Per gli amanti della musica è inoltre un occasione in più per approfondire, grazie ad un autore dotato di sensibilità e competenza, un ambito non spesso trattato dalla letteratura.

Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini, Manni Editore, Collana Pretesti, 2010, pagine 267, brossura, Prezzo di copertina Euro 18,00

:: Intervista a Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

19 marzo 2011 by

unnamedBuongiorno Mr Matsuoka. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli  un po’ di lei. Chi è Takashi Matsuoka? Forza e debolezza.

Sono nato a Tokyo  da genitori bilingue giapponesi-americani che lavoravano lì in quel momento. Mia madre era nata e cresciuta alle Hawaii. Mio padre era nato a San Francisco, ed educato a Tokyo. Si è laureato sia all’Università della California a Berkley e sia alla Nippon Daigaku di Tokyo. Suo padre gestiva una società di import-export, così la famiglia viveva in due paesi, mentre mio padre stava crescendo. Dato il background dei miei genitori, mi sembra del tutto naturale che sia cresciuto intensamente consapevole di entrambe le culture sia  americana che  giapponese e avendo percezioni e immagini distorte dell’una e dell’altra. I miei genitori mi hanno raccontato molte storie, e ho letto molti libri, tra storie sul Giappone e storie riguardanti le relazioni tra Giappone ed America, molto prima di studiarle poi  più tardi nella vita.

Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

Mi sono laureato presso la University of Hawaii con una tesi  in storia e sociologia, e presso la Fordham University Law School di New York. Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, il mio lavoro principale  è stato come editor di una rivista di moto a Los Angeles durante il 1980. In quel periodo ho guidato moto in tutti gli Stati Uniti, poi in Canada, Giappone ed anche Europa. Attualmente non posseggo una moto, ma ho pensato di comprare sia una Triumph Street Triple che una Ducati Monster. Se ce la faccio ad averne una abbastanza presto, andrò a fare dei viaggi durante le pause dalla scrittura. Io vivo vicino a una bella strada tutta curve che corre lungo una scogliera sul mare. Nelle giornate limpide, riesco a vedere altre isole in lontananza. O almeno credo di poterlo fare, che per uno scrittore di narrativa è comunque una buona cosa.

Legge altri autori contemporanei? Quali sono i suoi preferiti?

Tra i miei scrittori preferiti contemporanei citerei Elmore Leonard, Larry McMurtry, Cormac McCarthy, e Martin Cruz Smith (non ho letto il suo “1941” perché gli eventi in esso contenuti si sovrapponevano con gli eventi di fondo del libro che stavo scrivendo in quel momento). Anche James Elroy prima mi piaceva molto, ma il suo lavoro più recente mi è piaciuto meno.

Lei è uno scrittore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Sono sicuro di aver ricevuto recensioni negative, ma anche alcune buone. Il mio agente non mi invia mai notizie scoraggianti, quindi tendo a conoscere solo quelle buone. Le migliori recensioni (anche negative) sono quelle scritte dai lettori e pubblicate online o inviatemi tramite il mio editore. Sono sempre informato su quello che pensano i lettori dei miei libri , e alcuni dei loro commenti sono stati anche molto commoventi. E’ molto incoraggiante apprendere che sono riuscito a toccare il cuore di persone che forse non incontrerò mai di persona. Alcune delle recensioni più commoventi sono state da parte di lettori che hanno letto i miei libri tradotti in altre lingue (20 o giù di lì, se non ricordo male). Sono sempre molto grato ai traduttori. Se ci sarà  mai la vera pace e armonia nel mondo, sarà perché abbastanza di noi saranno diventati traduttori, nel cuore e nella mente, se non nel linguaggio. (Credo che questo sia sempre stato un tema di fondo persistente miei romanzi.)

Mi piacerebbe conoscere il suo processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Non ho un programma di scrittura. Quando sono ispirato, il processo di scrittura tende a scorrere a torrenti, a cascate come le onde della marea, e scrivo tutto durante questa fase, mangio e dormo quando posso. Quando non ho ispirazione, dormo molto, leggo molto, faccio nuotate e passeggiate sulla spiaggia. In genere riesco a fare una discreta quantità di esercizio fisico. Consiglio a tutti di fare esercizio fisico per tenere sotto controllo la frequenza cardiaca e l’ossigeno nel sangue. Passare tutto il proprio tempo seduti sul proprio culo non fa affatto bene o mi sbaglio?

Il tuo primo romanzo, molto apprezzato, è stato Nube di passeri. Vuole parlarcene? Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Nube di passeri è nato in modo naturale e senza molto sforzo nel corso di un periodo di sei mesi. Stavo lavorando ad altro in quel momento. Una mattina, mi sono svegliato con l’inizio e la fine di Nube di passeri  di fronte a me, e ho realizzato che la storia in mezzo mancava solo di essere raccontata. Così ho fatto.

La profezia della dama Shikuza (Autumn Bridge) è il sequel? Potrebbe raccontarci la trama senza svelarci il finale?

La profezia della dama Shikuza è sia un sequel che un prequel di Nube di passeri. Si muove attraverso tanti secoli e poiché ci sono salti avanti e indietro nel tempo, alcune persone hanno avuto difficoltà a leggerlo. Altri si sono divertiti molto, il che è incoraggiante. Il personaggio chiave in La profezia della dama Shikuza è una giovane maga, Shizuka, che è la vera fondatrice del  Clan Okumichi, il clan da cui nascono gli eroi e le eroine giapponesi dei miei romanzi. (Gli americani nei miei racconti provengono da esperienze diverse.) Sono sempre stato affascinato dal rapporto e dalle contraddizioni insite nel fatto che tutti abbiamo (o sembriamo avere), sia il libero arbitrio che il destino predeterminato. La profezia della dama Shikuza è costruito tra queste contraddizioni.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho sempre letto sia durante le pause che durante il lavoro, e sempre materiale che non fosse per niente, nemmeno lontanamente, vicino a quello che stavo scrivendo. Nel corso degli anni ho letto e riletto le recenti traduzioni in lingua inglese dell’ Iliade, l’Odissea, Beowulf, Anna Karenina, e L’idiota; ho anche riletto Orgoglio e Pregiudizio, e Sulla strada, due dei miei romanzi preferiti, e un sacco di gialli e di sci-fi, il mio libro preferito tra questi ultimi di Philip K. Dick  è Ubik , che probabilmente avrò letto una dozzina di volte nel corso degli anni. Leggo anche storie della guerra nel Pacifico e del periodo postbellico per i dettagli e la timeline. Ho appena finito di leggere di Don Winslow L’inverno di Frankie Machine, e di William Boyd Ordinary Thunderstorms, entrambi i quali mi sono piaciuti moltissimo.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi libri?

L’Universal ha acquistato i diritti cinematografici di Nube di passeri prima che fosse pubblicato, e possono fare (o non fare)  un film in qualsiasi momento a loro scelta. Hanno pagato. Non ho alcun controllo su ciò che ne faranno. Spero sempre che lo facciano, naturalmente, perché verrei pagato di nuovo, e poi sono curioso di vedere come verrà gestita la cosa. Non è un libro facile da trasformare in un film. Non voglio sembrare troppo materialista al riguardo, ma uno scrittore professionista, che non sia preoccupato per il lato economico della scrittura non sarà uno scrittore professionista a lungo. Solo i dilettanti e i ricchi di famiglia possono ignorare le realtà economiche di pubblicazione. Finora, sono stato fortunato. Posso solo sperare che la mia fortuna continui.

Ha scritto solo romanzi o anche racconti?

Ho scritto solo due racconti in tutta la mia carriera, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. Uno è uno sci-fi  ambientato in un in degenerato futuro (che a volte ora non sembra così lontano) e l’altro è un racconto su un  ballerino di tango mezzo delinquente di Buenos Aires. Ho presentato lo sci-fi anni fa una sola volta, e poi l’ho messo via. Solo gli amici hanno letto l’altro.

Infine l’inevitabile domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il mio terzo romanzo, ambientato nel primo anno e mezzo di occupazione americana in seguito alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, circa tra il settembre 1945 e il gennaio 1947. Come nei miei precedenti due romanzi, gli eventi chiave della storia ruotano attorno alle interazioni tra giapponesi ed americani. I personaggi centrali giapponesi sono un ex pilota di caccia, una figlia orfana di un maestro irezumi (tatuatore giapponese), un ex generale della polizia segreta imperiale, e la figlia di razza mista di una prostituta deceduta. Sul versante americano, ci sono un maggiore dell’esercito americano, un’ infermiera che è anche un tenente dell’esercito, e un sergente afro-americano. Il contesto è la lotta del personale dell’esercito statunitense per il controllo e il governo di questo paese, le relazioni tra persone così diverse la cui lingua e la cultura sono quasi un completo mistero l’uno per l’altro, e le lotte dei giapponesi per sopravvivere alle  brutali condizioni post-guerra e ricostruire le loro vite spezzate e il paese. Il personaggio centrale giapponese, è sicuramente il pilota ex-lottatore, ed è un discendente dell’eroe giapponese di Nube di passeri. Ho già cominciato a scrivere il prequel e sequel di questo romanzo. Aloha nui loa, Takashi Matsuoka.

:: Recensione di Charleston di Cinzia Tani a cura di Riccardo Falcetta

18 marzo 2011 by

Charleston_Cinzia_taniCharleston – Cinzia Tani, Mondadori, 2010, pp. 360, € 19,50
di Riccardo Falcetta
 
Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio o la donna vestita di giallo che vedrà cadere sul prato.
     Prima di premere il grilletto non le è parso di scorgere un movimento laggiù tra gli Oleandri?”
 
     È con la forza ineccepibile del mistero e dell’ambiguità che Cinzia Tani incolla il lettore ai successivi venticinque capitoli di “Charleston”, suo ultimo imponente romanzo.
     Siamo a Cannes, in una domenica d’estate del ‘29. A più di dieci anni dalla fine della Grande Guerra, l’Europa e il mondo intero vivono l’abbaglio dorato degli anni venti e il tracollo di Wall Street, che segnerà presto la fine di quell’illusione di prosperità illimitata, è ancora di lá da venire.
     Mentre trascorre il pomeriggio nella villa di famiglia esercitandosi nel tiro a segno, la giovane Claire Simmons, frivola e sensibile figlia di un petroliere americano, si convince di aver colpito Stella, danzatrice dal fascino algido e inaccessibile, ingaggiata da suo padre in un locale per insegnarle la danza e con cui da subito la ragazza instaura un relazione di silenziosa conflittualità. Quando diverse ore dopo Claire trova il coraggio di controllare, del corpo di Stella in giardino non c’è traccia, ma forse qualcosa è successo, poiché la ballerina da quel momento scompare nel nulla.
     Una premessa tanto semplice quanto geniale; un mistery che una volta “servito”, consente all’autrice di afferrare il lettore e condurlo altrove, lungo l’ascesa e il declino della famiglia Simmons e lungo il doloroso percorso di crescita che per Claire inizia dal ritrovamento del diario di Stella e prosegue, dopo il crollo della Borsa e il suicidio di suo  padre, nel tormentato rapporto che instaura con Michel, il sassofonista che con Stella viveva e lavorava, in realtà un esponente della guerriglia  siriana.
     Da quando Stella scompare, tutto ciò che Claire scopre su di lei e Michel la spinge a riconsiderare radicalmente la propria vita, i valori, i punti di riferimento, a cercare con ostinazione, anche nel sacrificio, una libertà di crescere che la gabbia delle consuetudini borghesi fino a quel momento le ha precluso.
     “Charleston” è una storia di passioni umane, ideologiche e artistiche, un racconto di amicizia e riscatto che trova il proprio nucleo tematico nello scontro tra la necessità dei legami e l’anelito alla libertà: la libertà che Stella trova nella sua passione esclusiva per la danza e nella figura della grande ballerina Isadora Duncan; la libertà che Michel brama per il suo popolo. La libertà nuova e selvaggia che il jazz e il charleston portano alle giovani generazioni, diventando autentici leit motiv, elementi di coesione di una narrazione particolarmente densa, che dilaga di continuo tra passato e presente.
     A dominare il tutto, la presenza costante e simbolica del mistral, “vento freddo e impetuoso” che reca il cambiamento, e l’assenza di Stella, certamente una delle grandi figure femminili della letteratura recente: è lei, col fascino dirompente di una bellezza imperscrutabile e con la forza delle sue scelte, sempre dettate da una radicale libertà e dall’insofferenza ai condizionamenti, la vera protagonista che, alla stregua di un’invisibile presenza mitica sembra tessere i destini degli altri, fino all’inattesa epifania finale.
     “Charleston” è anche un’epica corale ricca di suggestioni “vintage” che dal cuore dell’America di inizio secolo, alla Corniche di Cannes, da Sanremo ai jazz club e sui sentieri ridenti e pullulanti di crimine del Panier di Marsiglia, fino alla Genova della guerra partigiana, si snoda attraverso una serie di luoghi ed episodi simbolo del Novecento, distillando un cocktail di storia e immaginario pop da un secolo che come pochi ha saputo produrre meraviglie e tragedie.
     Lontana dalle grafie cinematiche che imperano nella produzione letteraria odierna, l’autrice di straordinari romanzi quali “L’insonne” e “Sole e ombra” (selezione Campiello 2008), si affida ancora una volta agli stilemi del grande romanzo ottocentesco attualizzandoli e realizzando un libro notevole. Forse, il suo capolavoro.

:: Recensione di Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro

16 marzo 2011 by

vita privata sconosciutaPer le nostre lettrici più romantiche, ma anche consigliatissimo a qualche maschietto che volesse scoprire i misteri e i segreti del cuore femminile, presento Vita privata di una sconosciuta, edito da Garzanti  un tenero romanzo sentimentale dal gusto un po’ retrò che unisce ad una certa grazia ed eleganza leggermente decadente e vecchio stile un indubbio fascino ben superiore al classico romanzo rosa tout court. Innanzi tutto l’ambientazione è suggestiva. Cosa c’è di più romantico e intrigante di Parigi come scenario di una storia che vede i sentimenti e le emozioni al primo posto.
Ma veniamo alla trama. Tutta la storia ruota intorno ad una semplice scatola quadrata, il cui coperchio di plastica bianca presenta una curiosa fantasia di sottili linee intrecciate, giunta per gli strani echi del destino e per intercessione di Josianne, una bibliotecaria parigina dai lisci capelli rosso fuoco e dagli occhi nocciola, nelle mani di Trevor Stratton un professore americano piuttosto freddo e formale, studioso di letteratura francese del XIX secolo, e residente in Francia con il progetto di tradurre le poesie di Paul Valery. Al suo interno il curioso professore trova alcune lettere ingiallite dal tempo, pagine di diario, suggestive fotografie in bianco e nero di uomini e di donne sconosciute vissute tra la fine del XIX secolo e il periodo tra le due guerra mondiali, alcune monete, guanti di pizzo, un rosario, cartoline, fiori secchi, tutti oggetti appartenuti ad una donna misteriosa, Louise Brunet, abitante al numero 13 di Rue Thérèse, indirizzo che costituisce anche il titolo originale dell’opera.
Per tutto il romanzo le immagini di questi oggetti si alternano alle parti scritte e rendono più evocativa una narrazione che con discrezione e garbo tutto francese porta il lettore a seguire le investigazioni del protagonista intorno a questa donna capace dopo tanti anni trascorsi di affascinare e sedurre. Veniamo così a scoprire i perduti amori di Louise Brunet per il cugino Camille, per il marito non troppo amato, per l’affascinante professore di francese e pian piano il puzzle si compone e compare una donna bizzarra e delicata, capace si scherzi eccentrici come le false confessioni in cui racconta al prete particolari intimi di relazioni adulterine solo per divertimento. Nelle note conclusive l’autrice Elena Mauli Shapiro nata e cresciuta a Parigi ma americana di adozione, ci racconta di come questa scatola sia venuta davvero in suo possesso e sebbene la Louise Brunet che lei ha tratteggiato sia una sua invenzione, in una certa misura è sempre stata lei ad ispirarla.
Infondo è una storia d’amore, soffusa da un pizzico di magia che confonde passato e presente e ci porta a rivalutare le  buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria. Tutto è giocato su echi e suggestioni un po’ demodé e alterna le memorie del passato tratteggiate con struggente malinconia e nostalgia al presente in cui la storia d’amore tra Trevor e Josianne prende forma trasformando tutta la ricerca e le misteriose lettere che lui scrive in un complesso gioco di corteggiamento e seduzione. Per saperne di più il blog dell'autrice: emshapiro.wordpress.com.

Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro, Garzanti, Collana Narratori moderni, Traduzione dall'inglese di Stefano Beretta, Titolo originale dell'opera 13, rue Thérèse, 2011, 260 pagine, rilegato, illustrato, Prezzo di copertina Euro 16, 60   

:: Recensione di L’altare dell’Eden di James Rollins a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2011 by

L'altare dell'Eden di James RollinsPer gli amanti dei romanzi di avventura la scomparsa improvvisa di Michael Crichton è stata sicuramente una grave perdita o almeno lo è stata per me e quindi è stato naturale guardarmi intorno nel panorama letterario non proprio amplissimo del genere e un nome si è fatto strada forse più degli altri, quello di James Rollins. Un autore che è stato accostato anche a Clive Cussler, Wilbur Smith e Matthew Reilly ma a mio avviso più simile a Crichton tanto da essere sicuramente un suo degno erede sia per stile sia per quella sua tendenza a corredare le parti più di fantascienza con dati, tabelle, reali e scientificamente attendibili capaci di creare una realtà parallela a volte solo precorritrice dei tempi.
Forse inizialmente Rollins ha raggiunto una certa notorietà grazie all’adattamento letterario del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma in realtà è stato capace di creare decine di romanzi avventurosi pieni di quel mix tra esotico e fantastico che caratterizzano il suo stile condito da una punta di originalità che lo differenzia dai suoi colleghi magari anche più famosi pensiamo solo ad Amazzonia a mio avviso uno dei suoi libri migliori.
Il mese scorso la Casa Editrice Nord, che ha pubblicato di quest’autore già diversi titoli tra cui l’intera serie Sigma Force  La mappa di pietra, L’ordine del sole nero, Il marchio di giuda, La città sepolta, L’ultimo oracolo e La chiave dell’apocalisse ha pubblicato L’altare dell’Eden romanzo stand-alone che vede protagonisti un’ intrepida veterinaria Lorna Polk e un ruvido e  brusco agente della Border Patrol di New Orleans Jack Menard destinati a rincontrarsi dopo anni e ad unire le loro forze per seguire un’ indagine altamente pericolosa sulle tracce di una fantomatica organizzazione clandestina che attraverso la manipolazione genetica cerca di costruire l’arma perfetta.
Tutto ha inizio a Baghdad nei pressi dell’antica Babilonia, un giorno di aprile del 2003. Due ragazzini irakeni si aggirano tra le rovine dello zoo cittadino in cerca di cibo. Anche rubare un osso avanzato al pasto di un leone per farci un brodo è un modo per combattere la fame. Ma l’arrivo di alcuni uomini armati li spinge a nascondersi spaventati dietro un muretto di calcestruzzo e dalla loro postazione assistono ad uno strano ritrovamento.
Uno degli uomini emerge dai sotterranei sotto lo zoo, sede di un laboratorio segreto dove si testano armi biologiche, con una grossa valigia di metallo. Al suo interno una serie di uova bianche contenenti degli embrioni ancora vivi. Prima di riuscire a fare piazza pulita del laboratorio uno dei ragazzini viene scoperto e un attimo prima di venir ucciso una sagoma grossa e scura scivola fuori dal laboratorio e assale l’uomo armato che lo tiene sotto tiro. Una bestia terrificante, nei cui occhi feroci brilla una scaltra intelligenza umana, uno degli ultimi esemplari di un esperimento che mina a sovvertire le leggi del creato.
L’azione poi si sposta anni dopo negli Stati Uniti. Un vecchio peschereccio arenato sulla spiaggia viene rinvenuto nel delta del fiume Mississippi, una zona di confine nascondiglio ideale per contrabbandieri e trafficanti che approfittavano degli uragani per introdurre negli Stati Uniti droga, armi e anche esseri umani. Al suo interno gli unici superstiti: strani animali esotici deformi che soprattutto attirano l’attenzione perché sono dotati di una strana intelligenza decisamente superiore agli standard delle loro razze.
Jack Menard incaricato di seguire le indagini chiama immediatamente in aiuto la dottoressa Polk che subito intuisce che quelle anomalie non sono affatto naturali e che quegli animali non sono nient’altro che cavie di qualche azzardato esperimento genetico. Prima di essere riusciti a mettere in salvo tutti gli animali il peschereccio esplode portandosi con se la maggior parte dei suoi segreti. Alcuni esemplari riescono ad essere portati al Centro in cui la Polk lavora per accertamenti, ma uno degli animali un gigantesco giaguaro con i denti a sciabola geneticamente modificato è in libertà per le paludi intorno a  New Orleans e inizia a seminare vittime.
Jack e Lorna superando le loro personali incomprensioni si alleano e si mettono all’inseguimento del pericoloso animale. E’ l’inizio di un’ avventura entusiasmante tra colpi di scena, suspence, dubbi morali e raccapriccianti esperimenti scientifici. Rollins tratta temi di attualità con una competenza frutto del suo notevole bagaglio culturale e scientifico e del suo autentico amore per la natura e gli animali, ricordiamo per molti anni ha svolto con successo la professione di veterinario prima di dedicarsi alla scrittura. E’ piuttosto abile nel creare e innescare una crescente tensione narrativa che come negli antichi romanzi a puntate alla fine di ogni capitolo crea aspettative e curiosità.
La trama è ben strutturata, originale, logica, capace di rendere credibili anche gli aspetti più fantascientifici sempre tratti da spunti reali, e alla fine del libro dedica alcune pagine intitolate Verità e finzione in cui segnala la line di demarcazione tra questi due estremi. Un’ ottima qualità del romanzo è la capacità dell’autore di creare un’ ambientazione davvero realistica, mi è piaciuta molto la parte svolta nelle paludi della Louisiana descritte rispettando i vari ecosistemi, descrivendo la vera fauna e vegetazione che si trova in quei luoghi. Poi movimentate e  vivaci le scene di azione che si susseguono in tutta la narrazione rendendo la storia la trama ideale per un film d’azione. I personaggi sono realistici e caratterizzati efficacemente.
L’inevitabile love story tra i due protagonisti può apparire priva di originalità ma è davvero sfumata e più che altro atta a creare un ammorbidimento sulla tensione narrativa a volte creata anche con spunti spiccatamente horror. Se devo essere sincera un po’ di inquietudine a dire il vero me l’ ha messa questo romanzo e soprattutto mi ha fatto pensare a quanti laboratori clandestini esistono realmente dove si portano avanti esperimenti proibiti dalla legge e anche eseguiti su cavie umane, il pensiero agli esperimenti nazisti svolti dai vari dottor Mengele non può che fare capolino. Certo è un libro di intrattenimento ma ci sono anche alcuni spunti su cui riflettere. Sicuramente consigliato.

L’altare dell’Eden di James Rollins, Editrice Nord, Collana Narrativa Nord, Traduzione di Enrica Budetta, Titolo originale dell’opera  Altar of Eden, 2011, 440 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 19, 60.

::Intervista con Maddalena Lonati

16 marzo 2011 by

Maddalena_LonatiGrazie Maddalena di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata in provincia di Milano, ti sei laureata in lingue e letterature straniere, hai frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden.Oltre che libri scrivi recensioni di romanzi e mostre d'arte e redigi una rubrica sui gioielli d’epoca.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Maddalena Lonati?

Grazie a te per l’intervista. Sono una grande appassionata di letteratura e di arte in tutte le sue forme, e sicuramente una grande esteta nel senso più alto e complesso del termine. Il mio punto di forza e di debolezza coincide: sono eclettica. Questo mi porta per fortuna a ricevere ed elaborare molteplici stimoli contaminando più discipline e sperimentando, ma allo stesso tempo ad essere un po’ dispersiva, distraendomi fra i troppi elementi interessanti che vorrei approfondire.

Come è nato il tuo amore per la letteratura? Quali sono state le tue prime letture?

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di lettori, e quindi il mio approccio con la lettura è stato estremamente precoce e, soprattutto, naturale. I libri hanno sempre fatto parte della mia vita, sono una presenza per me irrinunciabile.
I primi libri in assoluto sono stati quelli in cartone della Walt Disney, con splendide illustrazioni e brevi frasi in caratteri molto grossi. Subito dopo sono seguiti tutti quelli di Gianni Rodari, ricordo in particolare “Favole al telefono”, e da lì è stato tutto un susseguirsi di letture, è una passione che non mi ha mai abbandonata.
Sebbene abbia sempre scritto, ed ogni romanzo mi abbia in qualche modo fornito degli stimoli e sia stato in un certo senso fonte di ispirazione, la prima vera folgorazione è arrivata con la lettura di “ Il ritratto di Dorian Gray”. La scoperta di Oscar Wilde è stata una grande emozione, l’ho amato profondamente sin dal primo istante.

Hai pubblicato il romanzo Decadent doll per i tipi di Prospettiva Editrice. Ce ne vuoi parlare?

“Decadent doll”, tratta di un tema impegnato, in quanto la protagonista è afflitta da schizofrenia e si trova ad affrontare tutta una serie di esperienze piuttosto estreme, tra le quali la prostituzione, il sadomaso, l’uso di cocaina durante il suo percorso di annullamento e di fuga dalla realtà mentre costruisce i suoi mondi paralleli nei quali rifugiarsi. Incapace di provare empatia emotiva con le persone si limita a studiarle ed analizzarle, è anestetizzata dai sentimenti sinché, grazie ad un’adeguata terapia psichiatrica e all’amore, non riesce a guarire, riappropriarsi dell’autostima ed apprezzare la normalità della vita che aveva rifuggito sino a quel momento.

Con Robin edizioni hai pubblicato L’apostolo sciagurato. Un libro di racconti apparentemente slegati che a sorpresa compongono le mille facce di un romanzo, di una storia unica e compiuta. Frutto di una scelta improvvisata o c’è qualcosa di più?

Il progetto di scrivere questo libro esisteva già da tempo sebbene alcuni dei racconti presenti fossero già stati pubblicati in precedenza su varie riviste. “L’apostolo sciagurato” è nato innanzitutto dall’esigenza di confrontarmi con una nuova sfida e sperimentare una struttura, un intreccio ed uno stile totalmente differenti rispetto al precedente romanzo, per me è infatti fondamentale percorrere nuove strade per mettermi alla prova ed imparare esercitandomi. Ho deciso così di non dedicarmi all’impostazione canonica del romanzo, ma di scrivere una raccolta di racconti che diviene romanzo perché tutte le storie sono collegate da un preciso filo conduttore, e tutti i racconti sono nati grazie alla particolare relazione erotica e cerebrale dei due protagonisti.

Come è nato il titolo? E’ un po’ un ossimoro. Cosa simboleggia?

L’apostolo sciagurato è l’unica definizione che viene data a quel Lui senza nome, chiamato così sin dalle prime righe perché il tredicesimo giunto a quella cena che cambierà per sempre la vita di Lei, e soprattutto perché è colui che la condurrà a compiere il proprio destino. E’ proprio questo il ruolo dello sciagurato, farle conoscere profondamente se stessa e liberarla dalle convenzioni ma, donandole la conoscenza e la consapevolezza, portarla anche a dannarsi e soffrire perché non potrà mai più accontentarsi di nulla nella vita.La sciagura inoltre non è rappresentata solo dalla sua assenza che scandirà il tempo di Lei negli anni successivi, ma anche dall’ossessione che Lui riuscirà a generare. Lei e Lui sono ossessionati l’uno dall’altra, è un’attrazione così totalizzante che è come se volessero fagocitarsi reciprocamente per divenire un tutt’uno, e questo rapporto così morboso genera sicuramente una sorta di prigionia. Eppure, paradossalmente, sono del tutto liberi di esprimere appieno se stessi e rivelarsi in ogni istante per ciò che sono davvero, senza mai censurarsi, senza mai porre freni o limiti ai propri desideri. E’ un’affinità elettiva così totalizzante che lascia spazio a tutto ciò che vogliono perché nulla può separarli, se non il loro eccessivo amore che li spaventa e diventa ingestibile.
 
La scrittura come sublimazione di un’assenza, di un amore metabolizzato e spiritualizzato. Anche per te la scrittura ha questa valenza o è stato solo un pretesto narrativo?

E’ un tema letterario che mi affascina e che ho desiderato affrontare per analizzarlo profondamente. Per me la scrittura ha molteplici valenze, è simbolo stesso di vita, necessità impellente e desiderio irrinunciabile. La mia è  una raccolta-romanzo, pensata e strutturata per mantenere una solida coerenza interna e per scrivere del  tema dell’assenza negli ambiti più diversi e con i risvolti psicologici più dissimili; sono intrigata da questo argomento, e così avevo deciso di trattarlo in modo un po’ inusuale, e declinandolo nelle situazioni più svariate nonostante rappresenti sempre il vuoto lasciato da Lui. Non è stato semplice mantenere sempre in ogni racconto questo filo conduttore e trattarlo ogni volta da una nuova angolazione, e soprattutto non rendere subito così evidente alla lettura quale sia la chiave che li unisce per lasciare una parte di sorpresa nel finale.
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ed era proprio questo il significato più profondo che desideravo conferire al romanzo: la passeggera corporea assenza che deve diventare possessione totale, eterna presenza. 

E’ un romanzo che ha per tema l’amore, e i suoi mille volti: la seduzione, l’erotismo, la passione, il desiderio, l’ossessione. E’ così complesso questo sentimento? Il tuo essere donna quanto ha influito nel delinearlo?

Trovo sia il sentimento più complesso, profondo e pericoloso che si possa sperimentare, ed anche uno dei più affascinanti che si possano analizzare scrivendo. Lei e Lui vivono un amore assoluto, totalizzante, è come se si trovassero sulla cima di una vetta e per questo contemporaneamente sull’orlo di un baratro. Dell'Eros ho una visione profondamente legata al suo significato originario, per gli antichi greci rappresentava un'attrazione così forte ed incontrollabile, totalizzante, da indurre a perdere la ragione o distruggere.
Non credo di essere stata influenzata dal mio essere donna, quando scrivo cerco semplicemente di analizzare in profondità il tema che tratto, qualunque esso sia.

Utilizzi una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e molto visuale. Associ spesso le cose ai colori: avorio, cannella, viola,  blu,  rosso. Come hai deciso questa scelta?

Cerco di stimolare tutti i sensi del lettore mentre creo, anche se di certo la vista rimane quello più facilmente percepito e sfruttato nella cultura contemporanea occidentale, per questo lo utilizzo ampiamente. Da sempre studio le arti visive, una delle mie maggiori passioni, da qui deriva il mio interesse verso i colori ed il loro simbolismo che veicolo per enfatizzare dei concetti. Vi è una grande potenza ed una lunga tradizione nell’uso dei colori, ed io cerco di attingervi. Talvolta il riferimento ad un colore, se ben utilizzato, può evocare e sintetizzare un concetto più di molte parole.

Il lavoro di ricerca sulla parola è molto meticoloso, di sapore vagamente barocco e decadente, quasi lo stesso lavoro che un poeta compie per cesellare le sue rime. Prosa e poesia sono così separate e inconciliabili?

No, non le trovo affatto inconciliabili, la mia prosa indubbiamente si nutre della musicalità della poesia, la trovo un punto di riferimento molto utile per trovare il giusto ritmo da adeguare alla narrazione e per evocare certe atmosfere, certe suggestioni. Le frasi, per essere davvero efficaci, necessitano di rigore nella scelta delle parole, eppure tutto quello studio non dovrebbe poi essere evidente nel corso della lettura, la prosa non deve rimanere soffocata dalla pesantezza dello sforzo ma risultare leggera e cadenzata. Mi è stato spesso detto che la mia prosa è tinta di poesia, e trovo che sia un grande complimento perché lavoro con dedizione sullo stile, il ritmo e la musicalità. Per me la forma è importante quanto il contenuto, e mi piace sperimentare modalità differenti di scrittura per mettermi alla prova ed apprendere.

Sempre parlando di poesia, quali sono i tuoi poeti preferiti?

Amo soprattutto i versi evocativi dei poeti maledetti, ne subisco il fascino irresistibile e ciclicamente mi capita di rileggerli rapita da quelle atmosfere. Sono una grande esteta e sono anche irrimediabilmente attratta da ciò che ha la forza di rompere gli schemi sperimentando nuove realtà, quindi non posso che amare Verlaine, Rimbaud, Baudelaire.
Per quanto riguarda gli italiani trovo di una musicalità ineguagliabile D’Annunzio, soprattutto ne “La pioggia nel pineto”, che sa incantarmi quanto una perfetta sinfonia.
 
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, sono versi che già conoscevi o ti sono capitati per caso mentre ti documentavi per la stesura del libro?

Avevo già terminato di scrivere il libro, e da tempo stavo riflettendo sull’epigrafe da scegliere per sintetizzare al meglio il concetto di assenza vissuta come ossessione, dell’amore come necessità vitale che non può essere incrinato dalla lontananza corporea. Stavo ascoltando Radio DeeJay ed ho sentito Fabio Volo leggere i versi di “Eterna presenza”: è stata una folgorazione, ho compreso immediatamente che quella sarebbe stata la mia epigrafe.

Parlami del tuo processo di scrittura: Quali sono le ore del giorno in cui preferisci scrivere? Fai molte revisioni, riscritture? Scrivi di getto o dopo lunghe riflessioni?

Non ho mai creduto che si possa scrivere qualcosa di veramente valido e ben strutturato facendolo di getto. L’improvvisazione può esistere solo per l’idea iniziale dalla quale si è attraversati, ma dopo aver preso appunti in merito inizia il lavoro vero e proprio, fatto di dedizione e costanza. Sì, faccio innumerevoli revisioni, e non ho ore preferite durante le quali scrivere. Scrivo il più spesso possibile, anche durante la notte quando i processi creativi sono tendenzialmente più liberi.

Ti senti femminista? Pensi che una donna abbia una sua peculiare sensibilità e una visione del mondo? O non credi alle classificazioni uomo donna?

No, non mi sono mai sentita femminista e, in generale, detesto le classificazioni. Comprendo siano utili per comunicare dei concetti e sintetizzarli, ma qualunque classificazione mi venga rivolta tende a farmi sentire ingabbiata. Mi paiono troppo rigide e poco attinenti alla mia personalità complessa che necessita di fluttuare esprimendosi contemporaneamente su più fronti, talvolta anche apparentemente contraddittori.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto per superarlo?
 

Sì, purtroppo mi è capitato più volte, come probabilmente a quasi tutti gli scrittori. E’ uno dei maggiori incubi per chi crea, e l’unico modo per esorcizzarlo credo che sia continuare a lavorare, senza farsi ossessionare. La scrittura è composta di tante fasi, non solo di pura creazione, ma anche di ricerca, studio, esercizio, appunti, revisioni e molto altro. In quei momenti di blocco è importante concentrarsi su questi altri punti senza costringersi a trovare nuove idee che non arrivano. Con il tempo, all’improvviso, il blocco scomparirà spontaneamente.

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

Ho un buon rapporto con gli editori, fatto di stima e collaborazione reciproca. E’ indispensabile lavorare in sinergia e su più fronti per promuovere i libri e cercare di diffonderli, compito sicuramente non facile.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo di continuo, in genere alternando più libri. In questo momento mi sto dedicando a “La mandorla” di Nedjma, “ Ritratto di un ragazzo da buttare alle ortiche” di Djaidani, e “Belli e dannati” di Fitzgerald.

Quale è in assoluto il libro che ti ha più sconvolta, commossa, indignata?

Direi il “ De profundis” di Oscar Wilde, un libro di un’intensità ed una profondità sconvolgenti, una lunghissima lettera scritta all’amante durante gli anni di prigionia e che narra di tutta la sua sofferenza e del suo amore.

Hai un blog, un sito? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

No, per ora non ho né blog né sito, ma non escludo di crearne uno in futuro. Per ora mi farà piacere incontrare i lettori, quando possibile, durante le presentazioni dei miei libri. Trovo sempre molto interessante avere un contatto diretto ed ascoltare le loro opinioni.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Entro giugno uscirà un mio nuovo libro, “In bianco e nero”, che narrerà di erotismo, di arte e di ossessione secondo schemi e prospettive piuttosto inusuali. E’ anche questo un lavoro abbastanza sperimentale, nel quale mi sono voluta confrontare con una nuova sfida. E poi proseguirò a scrivere recensioni, a redigere la rubrica sui gioielli d’epoca, e ad intervenire a varie trasmissioni radiofoniche e televisive nel corso delle quali parlerò d’arte, letteratura e ovviamente di gioielli d’epoca. Alcune di queste interviste saranno visionabili su youtube digitando il mio nome. Invito inoltre i lettori a guardare il booktrailer, che sintetizza efficacemente in pochi istanti “L’apostolo sciagurato”.
http://www.youtube.com/watch?v=nSrssJfvIts&feature=fvsr

:: Recensione di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler a cura di Giulietta Iannone

15 marzo 2011 by

4Immaginatevi una città fantasma di quelle che costellano come chiazze polverose la desolante realtà della provincia americana. Una città che si sviluppa lungo un’unica via, un’ unica spina dorsale, la Main Street, costeggiata da negozi: la bottega del barbiere, l’emporio, la banca, l’ufficio dello sceriffo, la stazione dei pompieri. Edifici che sembrano i resti spettrali di un vecchio set cinematografico abbandonato dove si giravano vecchi western con il sottofondo lagnoso di qualche ballata country. Con un unico bar Skeeter ’s dove si facevano anche hamburger, un vecchio drive-in, il Tropicana, ormai dismesso e in avanzato stato di abbandono, un motel, una stazione di servizio Texaco, un trailer park che si riduce ad essere “uno scalcinato assembramento di una ventina di case mobili” e tanta campagna incolta, coltivata, adibita a pascolo, limitata da ranch.
Benvenuti nel profondo Oklahoma, e per la precisione a Coyote Crossing, uno sputo di paese in mezzo al più beato nulla. Già il nome è tutto un programma, un nome appiccicato da qualche pioniere forse in vena di scherzi per dare nuova vita ad un paese “nel buco del culo dell’Oklahoma” che prima che arrivasse la ferrovia forse “chiamavano Creek Qualcosa, con qualche parola indiana che significava spirito di scorpione sputato dall’inferno o giù di li”. A Coyote Crossing non succede mai nulla. La gente è tranquilla, non ci sono che bifolchi e camionisti, e a vigilare su tutti lo sceriffo Frank Kruger, un omone gigantesco, tenero come uno schiacciasassi che ha i suoi metodi per ricacciare i ragazzetti che arrivano in paese per ubriacarsi: due colpi di sfollagente assestati nei punti giusti, una notte in guardina e vedi che non ritornano.
Già ma una notte d’agosto un evento imprevisto darà il via ad un vertiginoso susseguirsi di morti ammazzati che vedrà al centro il vicesceriffo part-time Toby Sawyer, ancora un ragazzo in fondo, padre per caso, marito controvoglia, amante di una minorenne per noia,  il cui unico chiodo fisso è la musica e il rimpianto per la vecchia band con la quale aveva vissuto per una breve stagione il sogno di scollarsi da quel pantano.
Qualcuno ha pensato bene di crivellare di colpi il pick up di Luke Jordan, naturalmente con lui a bordo. Ora il cadavere di Luke inizia a decomporsi circondato dalle facce perplesse dello sceriffo e del suo vice part-time. Chi può essere stato a dare il via ad una sparatoria in piena regola nella via principale di Coyote Crossing? Il fatto grave è che Luke Jordan, il classico bullo di paese, belloccio e violento, sempre in jeans stinti, T-shirt senza maniche e stivali da cowboy in finta pelle fatti passare per pelle di serpente a sonagli, ha dei fratelli delinquenti come lui, coinvolti in ogni disonesto traffico nel giro di miglia. “Un intera famiglia assoldata dal diavolo per i suoi sporchi affari.” E questo significa che presto piomberanno in città a reclamare vendetta come nel più classico film western dei bei tempi andati, pensiamo solo a Mezzogiorno di fuoco o Sfida all’O.K. Corral.
Toby Sawyer anche se ancora inesperto non è proprio stupido e capisce all’istante che quando il cadavere di Luke scompare, e ironia della sorte proprio lui era stato incaricato di vigilarvi, beh qualcosa che non quadra deve esserci per forza. E che dire quando vede un suo collega Billy Banks complottare con una banda di chicanos gli stessi che l’hanno appena gonfiato come una zampogna per prendergli un paio di chiavi, per giunta quelle sbagliate.
E’ l’inizio di una notte allucinante e interminabile in cui si troverà a uccidere un collega a colpi d’ascia, a correre con in braccio il figlio di pochi mesi inseguito da un pioggia di proiettili, a entrare in una stanza di un motel con il muso di un camion, a saltare da una finestra di una casa in fiamme, a vedersela molto da vicino con un dobermann inferocito, a sfuggire alla vendetta dei fratelli Jordan seriamente intenzionati a ucciderlo credendolo il responsabile della morte di Luke, per una faccenda di corna che gli cade addosso come una tegola tra capo e collo, e infine come se non bastasse dovrà fare i conti con i veri responsabili di un traffico di clandestini.
Questo è in sintesi quello che succede in questo adrenalinico e scoppiettante western-noir moderno, ultima opera edita in Italia dell’ormai mitico e inimitabile Victor Gischler, per gli amanti del pulp noir una garanzia. Dopo la Gabbia delle scimmie, esordio spiccatamente hard boiled, Anche i poeti uccidono black comedy già recensita da noi su queste pagine e Black city. C’era una volta la fine del mondo, meglio conosciuto con il titolo originale Go-go girls of the apocalypse, ecco a voi dunque Notte di sangue a Coyote Crossing (Meridiano Zero).
La penna nera e intinta di veleno, molto alla Jim Thompson, di Gischler ci porta a confrontarci con un Toby Sawyer atipico antieroe, paladino di un’altra America violenta e nello stesso tempo irriverente, ancora capace di un’ostinata moralità, dove i buoni si contrappongono ai cattivi e ne escono pure vincenti. I personaggi sono sfaccettati e compositi, ognuno con i suoi tratti caratteristici anche i personaggi minori, specialmente quelli femminili, che magari compaiono in una o poche scene come la vecchia matriarca Antonia, nonna ultranovantenne dei terribili fratelli Jordan, la infelice e insoddisfatta Doris, moglie fedifraga del protagonista e madre degenere del piccolo Toby junior, un frugoletto rosa che non fa che dormire e che lei non esiterà ad abbandonare, l’indipendente e forte Molly, gothic girl minorenne della situazione, amante di Toby e decisa anche lei ad abbandonare Coyote Crossing per sfuggire a un patrigno ubriacone e violento.
Lo stile di Gischler cadenzato da un ironia e un humour nero a go go alterna particolari decisamente splatter, da non perdersi l’uccisione a colpi d’ascia, a parti più spiccatamente thriller. E poi la traduzione di Luca Conti è un fatto non trascurabile. Si legge alla velocità di un treno senza freni scagliato nella notte a tutta birra e sovrastato da un cielo nero come la pece chiazzato da stelle grandi come stelle di latta. Dal 26 marzo in tutte le librerie. Da non perdere.

Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero, Collana Meridianonero, Traduzione dall’inglese di Luca Conti, Titolo originale dell’opera The deputy, 2011, 256 pagine, Prezzo di copertina Euro 14, 00.

:: Recensione di Io non sono esterno di Giuseppe Merico a cura di Giulia Guida

14 marzo 2011 by

io-non-sono-esterno-leggete-giuseppe-merico-L-pOi2nfAmore, interno notte.
[Rileggendo "Io non sono esterno", G. Merico]
 
"Io non sono esterno" è la radiografia di una storia d'amore girata in interni.
Dove interno è lo spazio, sempre chiuso e ricurvo, ingobbito dal buio, che si racconta da dentro e immagina il fuori. E il fuori è un deserto con gli occhi grigi della tangenziale, la voce roca del treno quando sferraglia sulle rotaie, lo scricchiolio delle carcasse di ferro da uno sfasciacarrozze, lo stridere del vuoto sugli scaffali di un supermercato fuori paese,  il silenzio metallico di una periferia industriale, il cigolio di due tutori malandati legati ai piedi, lo sfrigolio stanco di una macchinetta del caffè, la puzza della rassegnazione tra le cosce di una madre, l'odore del sangue annidato tra le mani di un padre.
Interni sono un padre e un figlio, perché questa è una storia di maschi, dove le donne restano al margine, comparse occasionali di un cinema muto, trascinate sulla scena dai fili invisibili delle voglie e dei bisogni dei loro uomini.  Dove le donne sono facce sconvolte da un terrore folle, sempre con le mani sulla bocca a coprire l'angoscia, rinchiuse in cucina a fare il caffè, solo il caffè. C'è una madre che subisce e non parla. E' una madre che sa tutto e gira la testa. E vorrebbe solo essere esterna, solo essere fuori, in un fuori lontano che non abbia la pancia cava di un cratere lunare.
Interno è l'amore tra un padre e un figlio.
Un amore che si esaspera fino al punto di saper esistere solo nella tenerezza dell'orrore.
E non ha altro modo di essere, perché è una frattura che rompe il tabù dell'incesto, è un amore consanguineo cresciuto dentro due solitudini claustrofobiche, è un dolore scandaloso che prende le ossa e le spolpa di un piacere morboso, ossessivo, dissacrante.
E' la storia di un padre, che è anche un figlio. E la storia di un figlio, che è anche un padre.
E' un amore sovversivo, perché sovverte la naturale gerarchia dei ruoli familiari, la scuote dalle fondamenta per consumarsi nell'istinto del sangue, che annulla i vincoli, abbatte le sovrastrutture e si esaurisce nella carne sotto forma di energia animale, nell'esplosione oscena del bestiale contro il muro delle convenzioni sociali.
Ed è un amore che solo nel selvaggio può vivere, nell'anomia del selvaggio, nella perdita del nome, nella sottrazione e profanazione dell'identità.
E' una storia d'amore, che è anche una guerra.
Il conflitto archetipico tra il padre e il figlio, che in questo caso, dato il sovvertimento dei ruoli, vede un continuo alternarsi delle posizioni del dominato e del dominatore, del segregato e del segregatore, dell'interno e dell'esterno.
Perché a non essere esterno non è soltanto la voce narrante, il bambino con i piedi guasti e troppo zucchero nel sangue, rinchiuso in uno scantinato dal padre. Ma è soprattutto questo padre a non saper essere esterno, a non saper come altro essere, a non riuscire ad uscire da se stesso, dalla maledizione del proprio passato, che continua a perpetuarsi attraverso il suo amore violento, la sua rabbia carnale, la sua necessità del possesso.
L'interno finisce, dunque, per diventare l'unica dimensione in cui un rapporto è possibile, in cui l'incomunicabilità si sfalda, seppur nello stupro, nella privazione, nella barbarie.
Con questa prima prova narrativa, Giuseppe Merico ci offre la possibilità di affacciarci su uno squarcio di buio che ci fa franare la terra sotto ai piedi. Ha voluto fotografarci l'angoscia, vivisezionando l'orrore, senza rassicurazione alcuna. Ha scelto di parlarci di un amore che non ha le gambe per scappare e, anche se ce le avesse, non è poi così certo che scapperebbe. Ha trovato la voce per raccontarcelo e una scrittura fatta di fotogrammi fulminanti, istantanee dolorose, che scava a fondo e non si rimargina.
 
Autore: Giuseppe Merico
Editore: Castelvecchi
Collana: Le Torpedini
Pp: 154
Prezzo: 14,00