“L’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone: 298 pp. in brossura, prezzo di copertina €17,00 – Disponibile anche come ebook a 9,99€ [Marsilio, 2010].
L’Eroe dei Due Mari è il primo romanzo scritto Giuliano Pavone (Taranto, 1970), già giornalista e autore di saggi sul cinema e il calcio nonché libri umoristici.
Si tratta di un’opera originale e divertente, godibilissima, scritta in maniera varia e scorrevole; ignoriamo quanto pesante sia stato l’editing cui è stato sottoposto, ma Pavone mostra di possedere un sicuro talento narrativo.
Questo libro ha una storia bizzarra, che vale la pena di essere raccontata, in quanto è diventato un “caso” prima ancora di essere pubblicato, grazie a una recensione del manoscritto fatta da Tommaso Labranca sulla rivista Film Tv, ripresa poi da alcuni blog, la quale ha creato un tam tam mediatico che ha convinto un editore come Marsilio ad assicurarsene i diritti.
Il romanzo risente fortemente delle tre grandi passioni di Pavone: la sua città natale che ha abbandonato anni fa per trasferirsi a Milano, il calcio e la commedia all’italiana.
Taranto, innanzitutto. La città più dissestata d’Italia e più inquinata d’Europa. Una città in crisi nera da decenni, il cui benessere e la cui salute sono fortemente correlati al gigantesco Siderurgico. Una città che sembra aver perso la capacità di sognare un riscatto.
Abbiamo imparato a conoscere bene questo scenario post-apocalittico, grazie ai romanzi di Cosimo Argentina o ai saggi di Giuliano Foschini, ma Pavone decide di raccontarcelo usando le corde a lui più congeniali della commedia all’italiana, e qui sta la prima nota d’originalità.
La seconda trovata è quella di raccontare Taranto attraverso il calcio. Non ci sono infatti molti romanzi calcistici nella letteratura italiana e questo sport è sempre stato trattato con una punta di disprezzo e snobismo da parte degli intellettuali, a differenza di quanto avvenuto altrove (penso all’Inghilterra, per esempio).
Ma quale lente può aiutare un romanziere a raccontare l’Italia di oggi meglio del gioco del pallone con tutto il suo splendore e la sua corruzione, le esagerazioni e i vizi?
Tutto comincia con Luìs Cristaldi, il più forte calciatore del mondo, che si trasferisce a costo zero nell’A.S. Taranto Calcio, persuaso da Fratello Egidio – un tele-predicatore d’accatto che sostiene di averlo guarito da un male incurabile –, rianimando così la città dall’atavico torpore. Ed ecco che tutti i tarantini si ritrovano proiettati nel sogno della tanto agognata Serie A, come se questo fosse il traguardo più importante del mondo, dimentichi delle miserie che li circondano.
Pavone tratteggia con delicatezza una teoria di personaggi spassosi come il sindaco Filippo Panìco, calcisticamente analfabeta e sempre alle prese col tifosissimo usciere Santino (che bene avremmo visto in una commedia con Lino Banfi) oppure Armando, epitome del bamboccione meridionale, o ancora Gaia, avvenente e sprovveduta telecronista, che spezzerà il cuore a Pierangelo Giummo, grigio giornalista di provincia.
Tante vicende si intrecciano abilmente sullo sfondo delle vicissitudini calcistiche del Taranto fino a un finale sorprendente, che vedrà comunque un lieto fine per la maggior parte dei protagonisti.
Dopo tante storie catastrofiche e thriller sanguinolenti, fa decisamente bene allo spirito leggere ogni tanto un libro che strappa sorrisi a ogni pagina e non finisce con l’estinzione del genere umano.
Valentino G. Colapinto
:: Recensione de “L’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone a cura di Valentino G. Colapinto
7 aprile 2011:: Intervista con Franco Forte, a cura di Giulietta Iannone
6 aprile 2011
Benvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per avere accettato la mia intervista. Innanzitutto milanese, classe 1962, pizzetto sale e pepe, viso da moneta antica, deciso, professionale, ami parlare poco e agire. Presentati ai nostri lettori. Chi è Franco Forte?
Be’, mi hai già descritto tu, mi pare. Da parte mia posso solo aggiungere che sono un grande appassionato della scrittura, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, ed è per questo che nel tempo ho fatto un po’ tutti i mestieri legati alla macchina per scrivere (prima) e al word processor (dopo). L’essere poi riuscito a far coincidere la mia passione (e un po’ ossessione, ammettiamolo) per la scrittura con il lavoro che mi consente di vivere e di mantenere una famiglia… be’, direi che questo mi fa sentire un privilegiato, per quanto io non abbia certo ottenuto tutto questo vincendo alla lotteria, bensì lavorando duro e con caparbietà per parecchio tempo (e senza mai abbassare la guardia neppure adesso).
Professionalmente parlando non si può dire che tu non sia eclettico: scrittore, giornalista professionista, sceneggiatore, consulente editoriale, fornisci servizi di editing e curi corsi di scrittura, traduttore, curatore di antologie, editore; dovessi fare ordine tra le tue molteplici attività che priorità ti porresti? Cosa ami più fare?
Intanto un po’ di ordine lo sto già facendo. Da un anno circa, infatti, ho quasi smesso di fare il giornalista (almeno quello stipendiato da altri. Adesso scrivo e dirigo riviste del mio gruppo editoriale e collaboro solo di tanto in tanto con alcuni giornali), ho ridotto parecchio la mia attività come sceneggiatore televisivo (tanta fatica e ben poche soddisfazioni, alla fine) e mi sono messo d’impegno a curare l’orticello che prediligo: la narrativa. Non c’è niente che dia soddisfazione come pubblicare un romanzo, soprattutto quando ottiene successo e il pubblico ti legge in massa. Di certo, quella del “romanziere” è l’attività che più mi gratifica, fra tutte quelle che pratico ogni giorno.
Sei il direttore della rivista Writers Magazine Italia che oltre a pubblicare interviste ad autori e ad addetti ai lavori del mondo editoriale e articoli di tecnica di scrittura, funge da vera e propria palestra anche per esordienti. Tutti possono infatti mandare i propri racconti a questo indirizzo racconti@writersmagazine.it. Essere direttore di WMI è più una carica onorifica o agisci sul campo? In cosa consiste esattamente il tuo ruolo?
Altro che carica onorifica! Opero a 360°, scrivendo articoli per la rivista, leggendo e valutando insieme ai ragazzi dello staff i racconti che arrivano in redazione, partecipo alle discussioni online che rendono il forum della WMI uno dei luoghi più attivi e interessanti, per chi scrive, pieno di continue iniziative volte a trovare buone storie (e buoni scrittori) da pubblicare. Insomma, la WMI è stata una mia creatura fin dall’inizio, e continuo a cullarla come il mio pargolo preferito! Del resto, sa darmi molte soddisfazioni…
Sei autore di un manuale di scrittura creativa per esordienti intitolato Il prontuario dello scrittore (Delos Books). Escono molti manuali scritti da persone più o meno competenti che promettono a volte ricette miracolose per diventare scrittori a volte danno validi consigli. Con che spirito bisogna leggere questo genere di libri perché siano veramente utili?
Ho deciso di scrivere il Prontuario proprio perché non mi è mai capitato di imbattermi in un manuale di scrittura creativa che potesse essere davvero utile agli autori alle prime armi, per suggerire loro come affrontare in maniera pratica tutti gli aspetti della scrittura, dalla grammatica ai dialoghi, passando per il Punto di Vista e la scrittura di una sinossi fatta ad arte, strumento indispensabile nel momento del confronto con il mondo editoriale. Il mio si chiama prontuario (e non manuale) proprio per questo: non è un libro che pretende di insegnare a scrivere, ma uno strumento pratico da avere sempre a portata di mano, per risolvere dubbi e problemi di scrittura e per cercare, grazie alla tecnica, di dare il massimo spazio al proprio talento, per ottenere il meglio dalla propria scrittura e arrivare a costruirsi uno stile unico e personale. Se qualcuno cerca di vendervi un manuale dichiarando che vi farà diventare grandi scrittori, allora diffidatene, perché racconta solo bugie.
Come sceneggiatore hai lavorato per RIS – Delitti imperfetti e Distretto di Polizia e hai scritto sceneggiati storici piuttosto noti, come il Gengis Khan e il Giulio Cesare. Quali consigli daresti ai giovani che volessero scrivere sceneggiature per la televisione? Quali scuole sono le migliori? Quali sono le qualità principali che servono in questo particolare mestiere?
Per rispondere a tutto questo rimando i lettori a un libro che ho pubblicato di recente con la mia casa editrice, Delos Books, e che ritengo fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi in maniera professionale al mondo della sceneggiatura, che sia per il cinema o per la televisione: “Scrivere sceneggiature per il cinema e la TV”, di Francesco Spagnuolo. Un libro straordinario perché spiega come muoversi e quali strategie adottare, oltre a insegnare parecchi trucchi del mestiere, e tutto attraverso la voce dei professionisti della sceneggiatura, intervistati da Spagnuolo. Il libro, poi, ha una parte dedicata all’elenco delle scuole di sceneggiatura che possono davvero essere utili, ai bandi di concorso del genere, ai corsi universitari e a tutte le risorse che il web mette a disposizione. Un testo assolutamente indispensabile per chiunque voglia provare a entrare in questo difficile ma affascinante mondo.
Hai pubblicato numerosi romanzi, ne cito solo alcuni:Roma in fiamme,I Bastioni del Coraggio, Carthago, La compagnia della morte, Gengis Khan. Quale ti ha riservato più soddisfazioni a livello di pubblico e critica?
I miei romanzi sono tutti prodotto di una passione viscerale, e quindi ognuno, a modo loro, mi ha dato dolori, gioie, rabbia e soddisfazione. Non ne ho uno preferito, perché ripensare a ciascuno di essi significa per me tornare nel periodo in cui ci ho lavorato, a quando ho studiato le fonti storiche per mesi, mi sono immerso nella mentalità dei protagonisti, nel mondo che li circondava. Ogni volta è stato come fare un viaggio nuovo e incredibile in qualche meravigliosa isola dei Caraibi, e quindi dire in quale io abbia trovato il mare più trasparente e impossibile. Lascio ai lettori esprimere giudizi di merito sui miei romanzi: sono questi che mi servono per capire che cosa vuole il pubblico e orientarmi nelle mie prossime opere.
Scrivere un romanzo storico implica un serio e lungo lavoro di ricerca, tu come ti documenti? Preferisci fare ricerche su Internet o trascorri lunghe ore in biblioteca consultando vecchi tomi magari nel reparto rarità? Prendi appunti? Trascrivi brani? Parlami proprio del lavoro in sé.
E’ la parte più difficile, faticosa e lunga da realizzare. In media, se per scrivere un romanzo storico mi ci vuole un anno di lavoro, almeno sette mesi sono dedicati solo alla ricerca e allo studio delle fonti storiografiche, il che significa partire dal web per le nozioni più generiche e poi approfondire sui testi degli storici, acquistando tonnellate di libri, frequentando biblioteche e andando sul posto, quando possibile. Al termine di questa vera full immersion in tutti gli aspetti del mondo e dei personaggi che devo ricreare, e dopo che dettagli, curiosità e aspetti più generali sono stati ordinati in un file nel mio computer, comincio a scrivere, e alla fine mi rendo conto che di tutto il materiale che ho raccolto sì e no ne userò un dieci per cento. Credo sia questo il vero segreto del buon romanzo storico: non lasciare nulla al caso, prepararsi al massimo prima, e poi evitare di essere leziosi e pedanti (e cattedratici) infarcendo il libro di tutto quello che si è appreso, perché altrimenti si rischia di scrivere non un romanzo ma un trattato di storia.
In questi giorni è uscito in libreria il tuo ultimo romanzo storico Roma in fiamme – Nerone, principe di splendore e perdizione, settimo volume della Storia di Roma di Mondadori. Una biografia romanzata di un personaggio storico a dir poco controverso. Alcuni storici ritengono che Nerone sia stato vittima di una vera e propria campagna denigratoria, pensiamo solo a Tacito. Tu studiando il personaggio, ricostruendolo minuziosamente con luci e ombre, che idea ti sei fatto di Nerone?
Non lo svelo certo qui! Ci ho messo un anno per dare la mia interpretazione di Nerone in questo romanzo, una interpretazione che per la prima volta nella storia viene direttamente dal punto di vista di Nerone stesso, e che quindi mi ha costretto a “immedesimarmi” molto in questo egocentrico, un po’ folle ma anche geniale imperatore. Di sicuro, però, posso dire che gran parte dell’iconografia negativa costruita attorno a Nerone è stata ormai smantellata pezzo per pezzo dagli storici, alla luce delle nuove interpretazioni delle fonti classiche (Tacito, certo, ma anche Svetonio e Dione Cassio), e soprattutto la ridicola e stravagante interpretazione che ne ha dato Hollywood, con la pagliacciata di Quo Vadis. Nerone non era un santerellino, anzi, era uno psicopatico molto attuale e vicino a certa politica spettacolo dei nostri giorni (a lui il Bunga Bunga faceva davvero un baffo…), un visionario che credeva di essere un grande artista del canto e della citarodia, e per certi versi un bambinone cresciuto troppo in fretta (pochi sanno che è diventato imperatore a soli 17 anni), eppure non era un incendiario, non era un persecutore di cristiani, ed era molto più attento alle condizioni economiche dell’impero e del popolo di quanto non lo siano certi politici d’oggi. Un personaggio, insomma, tutto da riscoprire…
Seneca e Nerone, maestro e allievo, quasi padre e figlio. Nerone in fondo ha seguito molti suoi insegnamenti e molta della sua grandezza è dovuta al suo antico maestro. Parlami del rapporto tra Seneca e Nerone.
Se Nerone è meno spregevole di quanto certa propaganda storica ci ha fatto credere, allo stesso modo Seneca è meno pio, stoico e disincantato di quanto le fonti (fra cui quelle da lui stesso scritte e tramandate ai posteri) lascino intendere. Come tutte le persone, aveva una personalità complessa e profonda, e se nei primi tempi del regno è stato d’aiuto a Nerone per sgravarlo di certi impedimenti amministrativi che il giovane imperatore odiava, poi si è dimostrato poco incline a comprendere la mente sfaccettata e sempre in movimento di Nerone, che andava persino al di là dello schema comune dei potenti: Nerone, infatti, non ambiva al denaro, al potere in se stesso; la cosa che più lo ossessionava era il consenso della gente rispetto alla sua arte, e per questo era disposto a tutto. Seneca, che professava a parole la morale stoica e poi agiva arricchendosi e accrescendo il proprio potere personale, era in conflitto prima di tutto con se stesso, e alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza che il primo nemico della morale di un uomo sono le sue stesse manchevolezze, di cui lui non era certo privo. Anzi.
La Roma imperiale è sicuramente uno scenario affascinante, pieno di fasto, sfarzo, magnificenza, e anche miserie. Cosa ti ha colpito di più? Raccontaci anche un particolare della vita quotidiana curioso, bizzarro, insolito.
Ho scritto 500 pagine di Roma in fiamme e quasi altre 500 di Carthago, in cui la magnificenza dell’Urbe emerge in tutto il suo splendore. In questo romanzo dedicato a Nerone, poi, le curiosità, le bizzarrie, le astrusità del sottobosco della Roma imperiale emergono con forza, e ci fanno conoscere una città che era pronta a divorare se stessa pur di gozzovigliare ed eccedere in ogni situazione. Nerone l’ha conosciuta da vicino, vi ci si è immerso e ne ha respirato l’aria fetida, poi ha deciso che bisognava cambiarla, e ha provato a mettere in atto una rivoluzione culturale davvero (quella sì) epocale. Ci è quasi riuscito, e se non fosse stato un megalomane tutto preso da stesso, forse avrebbe anche potuto farcela a cambiare per sempre le abitudini grezze e volgari dei romani…
Avrei tante e tante domande da farti sul libro ma a questo punto rimando anche i nostri lettori alla lettura del romanzo e al tuo interessante sito www.franco-forte.it. Per concludere mi piacerebbe sapere qualcosa sui tuoi progetti per il futuro?
Sono troppi per elencarli tutti. Dico solo che ho già consegnato a Mondadori il mio prossimo romanzo, che sarà un thriller ambientato nella Milano del 1500 (una sorta di spin-off di “I Bastioni del Coraggio”), che a luglio uscirà in Segretissimo la seconda avventura del mio mercenario d’acciaio, Stal, e che nella seconda metà di quest’anno sarò in libreria con un altro libro firmato a quattro mani con un’altra autrice, di cui però non posso svelare ulteriori particolari.
Ciao e grazie per l’ospitalità.
:: Intervista con Veronica Tomassini a cura di Giulietta Iannone
5 aprile 2011
Benvenuta Veronica su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Siciliana, ma di origini umbre, hai 39 anni, giornalista, scrivi sul quotidiano La Sicilia dal 1996, scrittrice. Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, delle città in cui hai vissuto.
R. Sono stata una bambina molto amata, dai miei nonni paterni soprattutto, che erano umbri. Con loro ho vissuto parecchio; le mie radici tutto sommato riconoscono quel paesaggio, Terni, i paesini lungo il Nera, Lugnano, Giove, Spoleto, i campi striati degli zii contadini, le bestie, i larici, la luce ambrata, medievale di certi scorci, Piediluco, Labro. Sono i luoghi della mia infanzia. Ricordo i sorrisi dei miei nonni, l’odore di legna al fuoco, il cortile con i gerani di Tosca, la vedova del piano terra, gli gnocchi fumanti, i cappellini cuciti ad uncinetto con un fiore sulla tempia che nonna mi faceva indossare ogni pomeriggio, prima di uscire per la passeggiatina in pineta. Ricordo la semplicità e la mia mano stretta alla loro. Non sarei stata amata di più, pensavo già da allora. Con i miei genitori vivevamo in Campania, a Caserta, per ragioni di lavoro di mio padre. Quando avevo dieci anni ci trasferimmo in Sicilia. Frequentai il liceo, poi l’università a Catania.
Hai pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti L’aquilone per Emanuele Romeo Editore, poi nel 2006 una seconda raccolta di racconti Outsider per A&B Editrice, nel 2008 hai raccolto i tuoi articoli per la Sicilia in La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza per Emanuele Romeo Editore, e infine l’anno scorso hai pubblicato il tuo primo romanzo Sangue di cane per Laurana Editore. Come è nato il tuo amore per la parola scritta, da quali letture si è generato?
R. Ho letto da sempre, subito, senza filtri. Ho letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che avevo nove anni, Henry Miller a dodici, il neorealismo e Moravia lo lessi in gran parte quando frequentavo le scuole medie. Mio padre aveva una libreria importante, una piccola biblioteca. L’amore per la lettura era un anticipo sulla mia compagna, la scrittura, lo diventò presto, mi fornì molti alibi, una ragione elevata utile a perdonare ogni stranezza, ogni fobia.
Tra le tue influenze letterarie c’è molto del mondo slavo, del verismo russo in particolare mi viene in mente Delitto e castigo, e il suo sottobosco di miseri, sporchi e oppressi. Si sente una sorta di spietatezza, di attenzione per le disuguaglianze, per la miseria, di fatalismo se vogliamo, di ineluttabilità. E’ corretto? Ti riconosci nelle mie parole?
R. Considero i russi, gli scrittori russi, al centro della letteratura mondiale. Ogni scrittore ritengo debba qualcosa al realismo russo, ad una capacità (penso a Cechov) inimitabile di stigmatizzare il dolore con un ghigno, di raccontare le cose con una apparente lucida distanza, con un sorriso che avrà il suono del singhiozzo e seppellirà il lettore nella amarezza e nello sconforto. Ho amato gli eroi capovolti di Cechov, la sostanza dell’ineluttabile così scarno e irreprensibile che incontrai con Dostoevskji. La mia scrittura, e anche la mia vita, ha incrociato la strada di quegli stessi eroi capovolti.
Molti tuoi racconti, parlano di immigrazione, di lotta contro i pregiudizi, ti senti in un certo senso un’ outsider o una precorritrice dei tempi?
R. Entrambe. Una voce fuori dal coro mi sento per certi versi, così invece che darmi della sfigata dico che sono un outsider, salvo poi sentirmi molto più vicina, per ego e intenti, ad un pony spelacchiato. In realtà, se da subito avessi avuto gli strumenti per raccontare il fenomeno epocale cui stavo assistendo, negli anni ’90, in qualche maniera compromessa fino al collo, sarei stata profetica, questo sì. C’era in corso un emorragico movimento di uomini provenienti dall’Est Europa, era appena caduto il muro. La democrazia avanzava a tentoni, spopolando i piccoli agglomerati della Polonia che al cambiamento non era preparata. La mia piccola città di provincia accoglieva maldestramente e ignara questo mondo (in special modo polacco) che mostrava colori nuovi, dinamiche sconosciute. Non avevamo idea di quel che sarebbe stato, delle ricadute sociali, delle contaminazioni, dei nuovi equilibri. E ancora adesso, dopo tanti anni, mi accorgo che l’argomento non è del tutto esplorato. Il mio romanzo allora ha assunto un valore aggiunto, il valore della testimonianza.
Si parla tanto di multietnicità, di multiculturalità, di integrazione, di accoglienza dello straniero, ma sempre con una sorta di ostentato razzismo, forse inconscio, urticante, un senso venefica di superiorità. Nella tua personale esperienza di giornalista e scrittrice hai notato questa deriva, questa, perdonami il termine, colpa?
R. Ho notato più che altro le riserve, certi “ma” ragionati. Non so, forse è paura. Abbiamo paura, avvitati nelle nostre comodità, temiamo qualsiasi sussulto. Senza le differenze moriremo vecchi e noiosi, moriremo così, vivendo.
Gli sbarchi di Lampedusa occupano quasi tutti i telegiornali trasmettendo urgenza, allarme sociale. Cosa provi guardando i telegiornali, sentendo i commenti di chi proprio gli immigrati non li vuole dicendo finiranno nella criminalità, non abbiamo le strutture per accoglierli, già non c’è lavoro per noi italiani?
R.Ieri sentivo in radio: il povero è Cristo. Io lo so. Ho appreso di quei giovani tunisini che spazzavano in terra, buoni bravi, purché non li mandassero via. Che pena, che pena infinita, per me e noi e la nostra rigidità, per loro, per un neonato vascello colato a picco quella stessa notte con la sua mamma vascello.Ho immaginato quellamamma vascello colare a picco, con il suo neonato vascello, e con le sue pupille vascello scrutare il buio dei fondali, il bimbo aggrappato al petto, cercando nel silenzio la sua memoria, di quale desiderio stava morendo. Siamo dentro una parabola evangelica.
Sangue di cane il tuo primo romanzo è una sorta di lungo monologo in cui una donna abbandonata parla del suo amore perduto, della passione totalizzante per un uomo Slawek, un polacco, un alcolizzato, un puttaniere, bello come un dio, con un passato fatto di violenza e brutalità, un uomo che la società emargina ma che conserva qualcosa di epico e solenne. Mi viene in mente il barbone alcolizzato, Andreas Kartak di La leggenda del santo bevitore di Roth. Il personaggio di Slawek come è nato?
R. Nasce da un incontro speciale, troppo speciale per non raccontarlo. La nostalgica fierezza di Slawek, la sua fame d’esistere, la sua solitudine, sintetizzavano un dolore storico. Slawek incarna la poesia del dolore, lo spaesamento di ogni proscritto, la vocazione alla felicità che cova nell’uomo, malgrado tutto, malgrado l’abiezione, la miseria, i fallimenti.
Scegli l’amore come canale di incontro tra due realtà quasi parallele, i giusti, i civilizzati, i borghesemente integrati con casa, lavoro, shopping il sabato e vacanze da un lato e loro, i reietti, pieni di pulci, che dormono in scatoloni o caverne, che chiedono l’elemosina agli angoli di strada, senza futuro, senza speranza, affamati e aggrappati ai più semplici bisogni primari. L’amore, il sesso, può portare davvero ad un superiore e diverso canale di comunicazione?
R. L’amore: sì. Tutto può, tutto sana. E’ la vera rivoluzione. E’ la sola possibilità di salvezza.
Quanto ti sei sentita coinvolta scrivendo questo libro? E’ stato difficile per te affrontare i passi più scabrosi, fisici, imbarazzanti, a volte repellenti?
R. Molto coinvolta. Ed è certo un libro difficile da portare addosso. Tutte le volte ho la sensazione di trovarmi in mutande davanti al mondo.
La fisicità è un elemento caratterizzante della tua scrittura. Parli di sudore, sangue, umori, corporeità. Da dove hai tratto queste peculiarità?
R. Dalla vita. La scrittura deve sporcarsi le mani, la scrittura non mente.La scrittura esige parecchio, esige dolore, tout court.
Il tuo romanzo è stato accolto come uno degli esordi del 2010 più promettenti, più significativi. Ti saresti aspettata questo successo? Non intendo come sorta di autocompiacimento, ma proprio ti aspettavi che temi così difficili fossero apprezzati e soprattutto capiti da un così vasto pubblico?
R. Sì, me lo sentivo nel cuore. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo. Io ho saputo aspettare. E poi questo è un libro speciale, non dovrei dirlo forse, ma ha un potere che io non ho, che non viene da me.
Se facessero una trasposizione cinematografica del libro chi sceglieresti come cast, dal regista agli attori? Ti dico subito che per Slawek ho pensato a Zbigniew Zamachowski protagonista di Film bianco di Kieślowski, forse non bellissimo ma sicuramente bravo.
R. Ottima scelta. Mi sta bene. Per la regia avrei pensato a Emir Kusturica, che ne pensi?
Grazie Veronica della disponibilità e nel lasciarci ti chiederei qualcosa sui tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?
R. Sì, ho scritto altro, vedremo però. Ho ricevuto alcune proposte. Vedremo. Al momento troverete un mio piccolo giallo dentro le uova di Pasqua. Un progetto editoriale curato dalla scuola Holden per l’azienda Tre Marie. E’ stato un gioco. Non sono certo una giallista.
:: Intervista con Vania Colasanti.
4 aprile 2011
Grazie Vania di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontati ai nostri lettori. Che persona sei, che studi hai fatto, dove sei vissuta? Forza e debolezza di Vania Colasanti.
Sono nata e cresciuta a Roma. Ho frequentato il Liceo Linguistico e poi ho studiato Storia dell’Arte. Sono giornalista professionista e attualmente lavoro per Rai Internazionale, sono autrice di un programma quotidiano che si chiama Italia è. Ci occupiamo di attualità e in particolar modo seguo la rubrica musicale e quella di libri condotta dalla scrittrice Cinzia Tani. E’ un programma rivolto agli italiani all’estero.
Raccontami qualcosa della tua infanzia, un ricordo solare, un piccolo aneddoto curioso o insolito.
Se penso all’infanzia mi vengono in mente le vacanze al mare d’estate. Penso al sole, ai miei 10 anni, quando trascorrevo il tempo sulla spiaggia dell’Argentario, un luogo che mi è molto caro e in cui torno spesso.
Giornalista e autrice Rai ora scrittrice. Puoi parlarci della tua esperienza professionale?
Ho iniziato con la carta stampata. Ho cominciato a lavorare a Paese Sera poi ho collaborato per anni al Venerdì di Repubblica. Curavo una rubrica che si chiamava A casa di caratterizzata dalla fotografia del frigorifero. Erano interviste a casa di personaggi famosi, della politica, dello spettacolo. Anche le loro letture erano importanti per conoscere meglio il personaggio: dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei. Dopo, era il 1997, Renzo Arbore mi chiamò come autrice a Rai International.
Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato edito da Marsilio è il tuo primo romanzo. Puoi parlarcene?
E’ un libro essenzialmente autobiografico. Narra la mia esperienza. E’ il frutto di un lungo lavoro analitico che mi ha permesso di entrare dentro la mia storia. Io sono una giornalista, scrivere e la mia attività professionale principale. Narrare in fondo è il mio lavoro.
Come hai deciso di metterti in gioco e scrivere un vero e proprio romanzo autobiografico in cui parli del tuo rapporto con tuo padre?
Mi chiedi per quale motivo l’ho scritto. Innanzitutto è stata un’esperienza positiva, così come è stato positivo l’atteggiamento nell’affrontarla. E spero con la mia testimonianza di poter essere utile a persone che hanno vissuto o vivono situazioni come la mia.
L’assenza di un genitore a volte paradossalmente è una presenza anche ingombrante. A volte si può idealizzare un padre assente o colpevolizzare il genitore presente. A te è successo?
Per anni l’ho creduto morto. Era un modo per difendermi dalla sua sparizione. Crederlo morto, in un certo senso, mi aveva permesso di dargli un’identità. E quando sono arrivata all’accettazione del suo abbandono, ho deciso di cercarlo, grazie anche alla collaborazione di mia madre che ha sempre sostenuto la ricerca di mio padre. Mettendo da parte i suoi risentimenti personali.
Un padre che ci abbandona può generare sentimenti di frustrazione, rabbia, a volte disprezzo. Pensi che la capacità di perdonare, di comprendere le motivazioni degli altri, le debolezze, possa essere possibile? Si può continuare ad amare un padre assente? Si può perdonare un padre che ci ha abbandonati?
Più che perdonare ho accettato mio padre per quello che è. Certamente non condivido il suo comportamento. Sono madre di un figlio di vent’anni e per me è inconcepibile una simile scelta. Devo dire che non ho avuto sentimenti di rabbia, ma il suo abbandono ha generato in me sicuramente delle insicurezze. Paura di essere abbandonata, paura di trovarmi da sola.
E’ stato difficile scrivere questo libro o ho hai trovato in te quasi una spinta automatica a narrare e a narrarti?
Per me scrivere è quasi un bisogno fisiologico. Se non scrivo è come se mi mancasse qualcosa, scrivere, per me, è come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete. E’ stato un processo molto spontaneo. Io sono molto veloce nella scrittura, anche grazie al lavoro che faccio. Il libro è diviso in tre parti. Il primo capitolo è stato scritto un po’ di tempo fa, poi sono successi degli eventi che mi hanno spinto a scrivere il secondo e terzo capitolo in un mese. Un mese è mezzo.
Il riavvicinamento è stato un processo graduale o è avvenuto quasi all’improvviso magari in maniera casuale? Il ruolo di tua madre è stato fondamentale?
Il ravvicinamento è avvenuto in due fasi. Prima c’è stato un incontro all’uscita del liceo. Erano anni in cui una ragazza madre – come la mia – faceva ancora scalpore. Avevo il suo cognome, ma lei mi aiutò a contattare mio padre, richiamandolo direttamente dopo 16 anni di silenzio. Questo primo incontro piuttosto superficiale a scuola non mi aveva del tutto soddisfatto. Ma io sono una persona cocciuta e tenace, così a distanza di tempo, con un pretesto, l’ho richiamato e rincontrato. E il nostro rapporto si è consolidato. Tanto che, lo spider della copertina, fu proprio uno dei suoi primi regali. E spero dia quel senso di leggerezza che serve a superare anche momenti difficili.
Quanto tempo hai impiegato a scriverlo? Scrivevi nei ritagli di tempo magari la sera o ti sei presa una pausa proprio per scriverlo?
Come ti ho detto il primo capitolo l’avevo nel cassetto. Il secondo e il terzo l’ ho scritto in circa un mese, un mese e mezzo. L’ ho scritto d’estate un po’ a tavolino. Il secondo e terzo capitolo sono più incentrati sulla ricerca dei miei fratelli.
Cos’è per te la libertà? Cosa ti fa sentire veramente libera?
La libertà è avere la padronanza del proprio tempo. Avere tempo per se stessi. Questo naturalmente non significa venire meno alle proprie responsabilità, alla famiglia, al lavoro. Ma semplicemente poter disporre del proprio tempo in modo libero.
Ti senti femminista? Pensi che ci siano ancora molte battaglie da combattere per la vera parità dei sessi?
Secondo me uomo e donna sono complementari. Naturalmente non rinnego le battaglie femministe, ci mancherebbe altro! Ma continuare oggi a sottolineare questa differenza, in un certo senso, rimarca il divario. Mi auguro che in futuro non ce ne sia più necessità.
Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato avrà un seguito o è un’ esperienza conclusiva?
Credo che avrà un seguito. Temevo una reazione negativa di mio padre che invece non c’è stata. Anzi è stato il primo a volere dare un contributo a volere che raccogliessi la sua testimonianza in una sorta di intervista. Non per giustificarsi ma per raccontare le sue motivazioni, cosa l’ ha spinto a comportarsi in quel modo. Raccoglierò il materiale e se vale la pena sì ci sarà un seguito.
Puoi anticiparci in esclusiva per Liberidiscrivere i tuoi progetti per il futuro?
Essenzialmente continuare a lavorare in Rai come autrice televisiva, è il mio lavoro da anni ed è quello che amo fare, nello stesso tempo anche continuare a scrivere libri, poesie. Una cosa non esclude l’altra.
Per saperne di più la Pagina Ufficiale Facebook: http://www.facebook.com/pages/Ciao-sono-tua-figlia-di-Vania-Colasanti/184224814947250
:: Recensione di “Sangu” a cura di Valentino G. Colapinto
1 aprile 2011
“Sangu. Racconti noir di Puglia di AA.VV: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €12,00 [Manni, 2011].
Mai come negli ultimi anni si sono affermati così tanti scrittori pugliesi, tanto che si è parlato da più parti di un rinascimento letterario in atto nel Tacco d’Italia. Questo fenomeno, però, aveva finora interessato solo marginalmente la letteratura di genere, e in particolare il noir. Tralasciati, infatti, due magistrati scalatori delle classifiche come Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, non è facile individuare altri pugliesi specialisti di un genere così di moda.
Proprio per smentire questo dato e affermare che anche la Puglia – al di là dell’immagine da cartolina fatta di cime di rapa e taranta – può essere una regione per noir (e basti pensare ai tanti casi mediatici di cui è stata protagonista ultimamente, come il delitto della povera Sarah Scazzi), la Manni Editori ha pensato bene di realizzare l’antologia “Sangu”, chiedendo a dieci autori pugliesi – prevalentemente salentini, come la stessa casa editrice del resto – di raccontare il lato oscuro di questa regione.
Molti i nomi famosi a livello nazionale e apprezzati sia dal pubblico che dalla critica tra Cosimo Argentina (Taranto, 1963), Rossano Astremo (Grottaglie, 1979), Piero Calò (Manduria, 1969), Carlo D’Amicis (Taranto, 1964), Daniele De Michele in arte “donpasta”, Omar Di Monopoli (Bologna, 1971), Elisabetta Liguori (Lecce, 1968), Piero Manni (Soleto, 1944), Livio Romano (Nardò, 1968) ed Enzo Verrengia (Alatri, 1955).
Di tutti questi due soltanto, Di Monopoli ed Enzo Verrengia, avevano già una qualche familiarità col genere, mentre per gli altri si è trattata di una prima volta assoluta e questo emerge chiaramente dalla notevole eterogeneità del volume, che contiene racconti molto diversi tra loro: al pulp tarantiniano si alterna l’horror soprannaturale, al noir vero e proprio lo splatter o il divertissement letterario.
I temi affrontati vanno dalla piaga ancora viva del caporalato a delitti consumati in una banale quotidianità, dalla mafia alla superstizione popolare, ma tenendo sempre al centro una depravazione fisica e morale, che sembra contagiare tutto e tutti.
Si tratta per lo più di storie molto crude, per stomaci forti. Basti pensare che su dieci racconti, tre contengono episodi di necrofilia. Storie in ogni caso non banali, né banalmente raccontate. Gli autori coinvolti, infatti, fanno largo uso della contaminazione col dialetto (o con l’albanese nel caso del racconto di D’Amicis) e di sperimentazioni letterarie più o meno ardite, ma senza cadere quasi mai nello sterile gioco intellettuale. Si tratta pur sempre di narrazioni impastate di terra e di sangue.
Personalmente, ho apprezzato in particolar modo “Maledetta maciàra” di Omar Di Monopoli e “Straordinario” di Enzo Verrengia, che come detto erano i soli due a essere già avvezzi al genere nero e ne danno dimostrazione sfruttando al meglio i meccanismi del noir, con tanto di colpo di scena finale spietato e fulminante.
“Maledetta maciàra” racconta della scomparsa di un bambino, Tommasino, in un indefinito paese salentino, dietro cui non si può non vedere l’eco dei fatti di Avetrana, avvenuti a pochi chilometri dalla Manduria dove risiede da anni Di Monopoli. Del delitto di Tommasino viene incolpata una maciàra, sorta di fattucchiera in salsa pugliese, facile capro espiatorio per il popolino, ma la realtà come al solito non è così scontata. In poche pagine Di Monopoli riesce a tratteggiare una vicenda esemplare, mostrandosi come di consueto maestro nell’invenzione di un dialetto letterario efficacissimo.
“Straordinario” narra la parabola finale della vita di un grigissimo bancario, Alfonso Limosani detto Fonzino, costretto dal suo direttore a farsi saldare di persona il debito contratto dai Fratelli Cioffreda, delinquenti incalliti. Mentre attraversa una suburbia post-apocalittica, in cui non è difficile riconoscere la San Severo amata-odiata dall’autore, Fonzino decide di riscattare la sua mediocre esistenza, salvando una bella prostituta senegalese dal suo sfruttatore. E sarà proprio questo inatteso gesto di bontà a portarlo alla rovina.
Notevole anche l’esercizio di stile di Carlo D’Amicis nel suo “Ammazzare i Morti”, che impastando italiano e albanese è riuscito a raccontare con un ininterrotto flusso di coscienza di oltre venti pagine le vicissitudini picaresche e tragicomiche di uno dei tanti immigrati extracomunitari in cerca di miglior fortuna.
Nel complesso, quindi, un esperimento sicuramente interessante e godibile, di cui sarebbe bello vedere presto un seguito, che coinvolga magari anche altri scrittori pugliesi non necessariamente salentini.
Valentino G. Colapinto
:: Recensione di La memoria del destino di Pierpaolo Turitto
1 aprile 2011
Roma. Nel marzo del 1944 via Rasella fu teatro di un’azione dimostrativa di un gruppo di partigiani che attaccarono un reparto delle truppe naziste di occupazione uccidendo 33 militari tedeschi. Ne seguì la sanguinosa rappresaglia che si consumerà nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sessant’anni dopo nell’anniversario dell’attentato l’apparente suicidio di un anziano professore universitario da l’avvio ad una vicenda in cui storia e memoria, appunto la memoria del destino che da il titolo al romanzo, giocano un ruolo decisivo. L’ispettore Cangemi chiamato a seguire le indagini inizia in un primo tempo a non credere alla tesi del suicidio. Troppi indizi lo portano ad avere dei dubbi: la porta di casa aperta del professore Friedrick Gius, i fogli sparsi per terra ai piedi della sua scrivania come se qualcuno avesse rovistato tra le carte, la porta di uno sgabuzzino socchiusa come se qualcuno vi ci fosse nascosto per poi scappare via forse in preda al panico o al rimorso, piccoli dettagli certo ma che stonano con il quadro generale. Anche Pietro De Simone, giornalista de il Messaggero, storico quotidiano romano ha le sue idee. E’ il primo a collegare la morte con l’attentato che si svolse proprio lo stesso giorno, in quell’esatto punto, all’incirca alla stessa ora. Anche due ragazzi Marta e Tommaso, veri protagonisti della storia, due studenti universitari, forse gli unici testimoni della morte del professore, si interrogano su cosa possa essere successo. Su chi era l’uomo con cui il professore parlava, forse litigava, poco prima del salto nel vuoto. Ma hanno paura. Chi li crederà innocenti? Chi crederà alla loro assurda storia? Poi l’avvelenamento di un anziano religioso da a Cangemi la certezza che in intorno a quella morte sospetta ci sia sotto qualcosa, qualcosa di terribile. Cangemi ha poco tempo, deve fare in fretta a capire cosa sta succedendo, deve fermare la spietata macchina messa in moto forse proprio dal lontano 1944. Non dirò di più della trama perché di un thriller si tratta, e la suspence e il coinvolgimento emotivo del lettore che ne deriva si basano nello scoprire passo passo i tasselli dell’indagine. La minaccia che incombe per tutta la narrazione che troverà risoluzione solo nel finale è sicuramente la parte più intrigante del romanzo. Roma emerge con le sue chiese, i suoi sotterranei, le sue vie, i suoi monumenti con tutta la sua meraviglia e il suo fascino assoluto. Si vede che l’autore si è documentato con certosina perizia non tralasciando nessun dettaglio e questo lavoro di ricerca è ben ricompensato dal sapore realistico che il testo riflette. Gli elementi esoterici che traspaiono quasi in filigrana assieme alla bellezza che emana dalla Città Eterna scenario ideale per fare confluire la Storia con il gioco di specchi creato da sette segrete e oscure cospirazioni, rendono questo libro sicuramente interessante per coloro che apprezzano i classici del genere. Per chi ha amato i romanzi di Dan Brown una lettura da non perdere.
:: Recensione di Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa
31 marzo 2011
Paolo M., protagonista di questo romanzo autobiografico, opera prima di Marco Costa nato nel 1967 a San Secondo Parmense, è un ragazzo come tanti, che vive il disagio sulla sua pelle, la noia, le frustrazioni, le nevrosi, le ossessioni, le depressioni, le tensioni con i genitori, l’incapacità di essere ciò che la società pretende da noi, sempre vincenti, sempre i più forti, sempre padroni delle nostre azioni nel bene e nel male. Paolo M forse più vulnerabile di altri giovani, forse solo più sfigato, si rifugia, nell’alcool, nella droga, nei programmi televisivi in reti di infimo ordine dove ciarlatani travestiti da santoni ti promettono di vedere nella tua anima e darti soluzioni. Paolo M vuole un briciolo di speranza, vuole vivere, ama la vita, crede nell’amicizia, crede nell’amore. E’ una persona positiva, infondo non lasciamoci ingannare dall’aura da cattivo ragazzo, crede in alcuni valori, crede nella solidarietà, forse è troppo sincero questo sì, troppo innocente, troppo fiducioso per trovarsi bene in questo mondo dove “homo homini lupus” Plauto ci insegna. Paolo M è un candido, un puro, sembra un personaggio uscito dalla penna di Mark Twain. Marco Costa da vita a questo altro se stesso di carta con sensibilità e tenerezza, ci riporta a provare simpatia per Paolo M a tifare per lui nella lotta per la vita e per la felicità a cui tutti abbiamo diritto sia i forti sia i deboli sia chi ce la fa da solo sia chi ha bisogno dei centri di ascolto per capire meglio se stesso per vincere le proprie fragilità. La sincerità di Costa è disarmante. L’autore si mette a nudo, parla di cose così personali che quasi il lettore ha la sensazione di profanare un intimità. Ma così non è condividere è l’obbiettivo di Costa, parlare liberatoriamente di sofferenza, disagio, è un modo per esorcizzare il male e trovare qualcuno che ci ascolti a volte è raro come trovare un vero amico. Forse l’eccessiva spontaneità pregiudica lo stile e la fruibilità del testo ma il suo valore di testimonianza non ne risulta minato. Qualche errore grammaticale in meno, qualche periodare più levigato e ricercato infondo avrebbe dato più tono alla forma ma è la sostanza che importa.
Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa, Altromondo Editore, Collana Iride, 2008, pagine 105, Prezzo di copertina Euro 10,00.
:: Recensione di L’anello dei ghiacci di Michael Ridpath
30 marzo 2011
Tra i diversi scenari in cui siamo abituati a vedere dipanarsi intricate storie di sangue e delitti, nel più puro Nordic style, l’Islanda non compare spesso. Mi viene giusto in mente l’islandese Arnaldur Indridason con la sua serie dedicata al commissario Erlendur Sveinsson ma se già dovessi farvi un secondo nome mi troverei in serie difficoltà. Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando sono venuta a conoscenza che Garzanti avrebbe pubblicato L’anello dei ghiacci dell’inglese Michael Ridpath che proprio islandese non è ma ha scelto l’Islanda, questo misterioso paese di ghiacci, montagne, fiumi e vulcani, per raccontarci una storia in cui le antiche saghe scandinave hanno un ruolo rilevante. Per chi ha amato Il signore degli anelli un’ occasione davvero insolita di vedere il vecchio capolavoro di J.R.R. Tolkien assumere una nuova luce e di essere immersi in un intrigo che proprio di letteratura si nutre. Ma andiamo con ordine e iniziamo dal principio. Magnus Jonson è un poliziotto di Boston, un islandese in America con i problemi di integrazione di tutti gli stranieri, forse in passato ha ecceduto con l’alcool ma ora cerca di restare sulla retta via, ha una fidanzata che infondo ama ma non tutto fila liscio, lei vuole qualcosa di più, una relazione stabile, passare dal ruolo di amante a quella di moglie, e Magnus esita forse un po’ troppo ma soprattutto i suoi guai maggiori dipendono dal suo senso dell’onore, dal suo considerare un poliziotto corrotto un cattivo poliziotto e non un collega al di sopra del bene e del male. Magnus sa che quando sarà chiamato a testimoniare dirà la verità, farà il suo dovere a costo di passare per una spia e questo significa attirarsi l’ira di killer prezzolati dagli stessi delinquenti che pagavano il suo collega. Senza la sua testimonianza il processo si sgonfierebbe in un nulla di fatto è indubbio e Magnus è stanco di subire attentati e di schivare proiettili in vicoli bui. Vuole restare vivo e per farlo non ha nessuna intenzione di perdere la sua vita e farsi incastrare nel programma di protezione dei testimoni. Così quando si presenta l’occasione di andare a dare man forte alla polizia di Reykjavic fa le valigie e senza guardarsi in dietro parte. Ma anche l’evoluto nord ha i suoi guai: c’è la kreppa parola finlandese che sta per crisi finanziaria, c’è sempre più droga, le bande di spacciatori sono in crescita, il numero di crimini violenti cresce in maniera esponenziale e infatti non fa a tempo a scendere dall’aereo che si trova a dover indagare sull’omicidio del professor Agnar Haraldsson, uno dei più importanti studiosi di Tolkien, un uomo con non pochi lati oscuri. Riuscire a capire in che traffici fosse coinvolto diventa essenziale per scoprire il suo assassino e Magnus e i suoi colleghi islandesi si trovano così ad interrogare un’ ex amante di Haraldsson, una donna piena di segreti, proprietaria di una galleria d’arte e custode di un manoscritto che sembra interessare a troppa gente. Cosa nasconde la bella Ingileif? Che legami ci sono con questa storia e il suo stesso passato? Magnus dovrà dare una risposta a questi e altri interrogativi fino a chiedersi infine se è davvero possibile che un antico anello proprio come ne Il Signore degli anelli abbia davvero poteri magici che spingano la gente ad uccidere. Ecco in breve la trama, non dirò di più. Come ho già accennato l’insolita ambientazione è sicuramente uno dei punti forti di questo strano thriller in cui saghe e leggende danno vita ad una storia appassionante e ricca di colpi di scena. La caratterizzazione dei personaggi è senz’altro un’altra caratteristica riuscita, specialmente quella del protagonista Magnus Johnson, pieno di luci e di ombre, sfaccettato e in un certo senso simpatico. Ma anche i personaggi minori sono curati e determinanti, come Vigdis , Katrin, Arni, l’ispettore Baldur Jakobsson, il pastore di Hruni, pur se i nomi completi spesso sono uno scioglilingua non si fa fatica a identificarli e ad inserirli nella storia. L’indagine, seppur anomala, non mi risulta che molti poliziotti leggano testi antichi per trovare indizi risolutivi, è abbastanza interessante e realistica pure nei dettagli più minimi faccio un esempio per esempio il colore esatto in dotazione alla polizia islandese dei nastri segnaletici intorno ai luoghi di un delitto, come anche la ricostruzione dei rapporti gerarchici all’interno della polizia dove tutti si danno del tu e non ci sono formalismi. Michael Ridpath è senz’altro un autore da tenere d’occhio e pure alla mano ci ha concesso un’intervista che merita davvero di essere letta come il suo romanzo.
L'anello dei ghiacci di Michael Ridpath, Garzanti Libri, collana Narratori Moderni, traduzione di Duccio Viani, titolo originale Where the Shadows Lie, 2011, Pag. 364, rilegato, Prezzo di copertina Euro18,60.
:: Recensione di La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar
29 marzo 2011
Ammetto, lo confesso, sono una ragazza, beh un po’ più di una ragazza, una donna ormai che di calcio non ne capisce niente pure se si crede una tifosa tutto per colpa di un portiere dell’Inter degli anni 80 Walter Zenga. Lo confesso è imbarazzante me ne vergogno quasi come un ladro che ruba di notte e non vuol dividere il suo bottino con i suoi complici. Hanno cercato di spiegarmi cos’è il fuorigioco, ma niente io di coccio ancora guardo inebetita i guardalinee alzare la bandierina e giudicare nulli gol sacrosanti almeno dal mio ignorante punto di vista. Detto ciò, che mi sembra una premessa doverosa, per rispetto verso chi il calcio lo apprezza veramente, immaginatevi la mia perplessità quando si è presentata l’occasione di leggere La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar autore che conosco e apprezzo ma di cui ignoravo questa passione. Allora dopo rincuoranti rassicurazioni che il calcio è solo un pretesto, che si parla di altro, di vita, di letteratura, di poesia ho messo La partita di pallone di Rita Pavone in sottofondo, mi son fatta coraggio, ho guardato la zolla di prato che campeggia in copertina e ho iniziato a voltare le pagine. Krauspenhaar eleggendo il lettore ad intimo amico, con il suo stile affabulante e carismatico, inizia a parlare della sua infanzia, dei lontani anni Sessanta, evocati con malinconia e una sorta di rimpianto per un' epoca più pulita e leale e pian piano ci trasmette la sua stessa passione ed euforia di un tempo per un calcio che non c’è più o forse non c’è mai stato prima che intrallazzi, beveroni, corruzioni lo contaminassero deprivandolo da quell’aura di sacralità che oggi ahimè ha irrimediabilmente perduto. Sarà colpa della disillusione che la maturità porta con sé, sarà colpa della memoria che gioca strani scherzi e sovradimensiona il passato trasformandolo nella magica isola che non c’è non c’è dato di saperlo. In un continuo saliscendi nel pozzo dei ricordi Krauspenhaar riporta in superficie come in tanti flashback emozioni ormai sopite forse rimpianti che hanno accompagnato gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e infine della maturità legandosi a filo doppio con personaggi ed episodi calcistici come le prime emozioni vissute allo stadio di San Siro o le forti sensazioni provocate da una radiocronaca di Coppa Uefa o ancora i ricordi rievocati dai vari mondiali di calcio seguiti nei contesti più disparati e con i più svariati stati emotivi. Così si fanno spazio nell’ album dei ricordi i vari Sivori, Maradona, Pelè, Rosato, Albertosi fino ad arrivare ai meno conosciuti e osannati Rojo e Iordanescu, comunque tutti accomunati dall'incedere del tempo, quando le passioni scemano a poco a poco, dando ancora origine a picchi di emozioni ed adrenalina. Con questo romanzo Krauspenhaar ci descrive con la sua solita profondità che rifugge da ogni bassezza o fanatismo, con una nostalgia di fondo che non lascerà insensibili molti suoi coetanei che hanno vissuto esperienze simili, la vita nel suo essere crudele e feroce a volte, altre meravigliosa. E quel senso di meraviglia traspare incorrotto da queste pagine sincere e vere che come dicevo prima hanno il tono di una confidenza fatta tra amici. E’ bello quando la letteratura riesce a fare questo, ed è vero che il calcio è solo un pretesto, un’ opportunità per parlare d’altro anche se un po’ di disillusione resta, un retrogusto un po’ amaro come quello di certe birre che si ama condividere. Il tempo passa e le passioni e le emozioni si appiattiscono quasi si raffreddano, diventando ricordi frusti come abiti smessi di un'altra epoca rinchiusi in un armadio, che ci appartengono ancora, ma non ci identificano più, simboli di un mutamento inarrestabile che non ci fa più essere gli uomini e le donne di ieri. Ecco queste sono le sensazioni che questo libro mi ha trasmesso, per cui che amiate il calcio o meno questo libro è un’ esperienza leggerlo. Vi lascio con l’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo che racchiude bene a mio avviso lo spirito del libro.
Il grande, lungo canto a Mexico 86, contro l’Inghilterra detestata, quel mezzo giro di trottola a metà campo e la lunga corsa, il saltello continuato di sinistro a sfiorare la sfera, dentro il dribbling di cerveza ubriacante, mezza Inghilterra lasciata col sedere per terra, fino al gol, il capolavoro d’azione, il grande, il lungo canto di Maradona, che ricordo vidi in bianco e nero – perché la tv principale s’era rotta, davanti ad una carbonara a fumare, nel caldo della prima sera, e la mia giovinezza – io, coetaneo del Pibe- all’esplosione, promettente e rapace. Il gol più bello, la passione del calcio riassunta in quel gesto, in quell’atto che è canto d’amore.
La passione del calcio di Franz Krauspenhaar Perdisa Editore Collana Arrembaggi, pagine 154, 2011, Prezzo di copertina Euro 10,00.
:: Intervista con Gilda Policastro
28 marzo 2011
Benvenuta Gilda su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con il chiederti di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nata, come hai trascorso la tua infanzia, che studi hai fatto?
Sono nata a Salerno, perché mia madre aveva studiato lì e amava molto quella città: sono poi cresciuta in Basilicata, dove i miei abitavano, in modo molto appartato, direi un po’ leopardiano, senza mai socializzare troppo coi miei coetanei, fino al liceo classico. Mi sono infine trasferita a Roma, per studiare Lettere alla Sapienza. Dapprima mi iscrissi a Discipline dello Spettacolo, poi passai a Lettere antiche, infine a Italianistica, laureandomi su Dante, ma conservando comunque nel piano di studi degli esami di antichistica, soprattutto storia del teatro classico, e le letterature greca e latina. A Roma è iniziata anche la mia vita sociale e affettiva, le relazioni e le amicizie, alcune delle quali durate per tutto il percorso universitario, e talvolta persino oltre.
Italianista e critica letteraria e ora scrittrice di narrativa. Come è nato il tuo amore per la parola scritta? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?
Come dicevo, la mia vita di relazione, in un paese del sud, e nemmeno dei più gretti e arretrati per fortuna, non è stata troppo ricca di socialità: non so se scrivere sia stata a quel punto la causa o la conseguenza di questa scarsa propensione all’aggregazione, che ha avuto naturalmente delle intermittenze, ma per lo più è rimasta, come attitudine generale. Credo che la scrittura sia in questi casi una sorta di via obbligata di comunicazione: restiamo pur sempre degli animali sociali, e dunque se il dialogo e l’incontro con le persone reali falliscono, la scrittura (dalla compulsione per gli sms o le email o le chat, fino alle forme più articolate di narrazione) può diventare un canale di contatto fondamentale, oltre a una necessità interiore ineliminabile.
Tra gli scrittori del Novecento di cui ti sei maggiormente occupata tra cui Sanguineti, Pirandello, Pavese, Manganelli, Pasolini, Leonetti, Balestrini se dovessi fare un bilancio etico-artistico quali sono le lezioni maggiori che hanno lasciato nella storia della letteratura?
Di Pirandello mi ha sempre affascinato la tensione tra vita e scrittura, racchiusa nella massima un po’ banalizzante dell’alternativa “o vivi o scrivi”, ma soprattutto poi l’incapacità dei suoi personaggi, specie di certi personaggi della sua ricchissima novellistica, a vivere la vita di tutti (il comunque vivere, diceva lui). Come ripeto, la scrittura può servire in certi casi di vite particolarmente complicate, con un difetto, un intoppo, a offrire una via di fuga, una specie di risarcimento: così poteva essere per Pavese, se non avesse poi in qualche modo rinunciato a questa possibilità, dandosi di propria mano la morte, per eccesso di narcisismo, probabilmente. Un grande lascito degli altri autori che ricordava lei, della Neovanguardia e dintorni, è aver fatto di tutto per ridimensionare quel narcisismo tipico “da scrittore”, nelle forme stesse della scrittura, non magniloquenti, ma contestative, e dunque più aderenti a una dimensione collettiva e a un orizzonte comune (storico, politico, sociale), che rispondenti a un’ottica soggettiva, individuale. E se è vero che Edoardo Sanguineti, come poeta, si è messo molto in primo piano, si è trattato sempre di un autobiografismo in qualche modo rovesciato, teso a dare di sé l’immagine peggiore, di un uomo che invecchia, che perde i capelli, i denti e di conseguenza le consonanti, come dice in una sua nota poesia.
Gilda Policastro e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?
In un testo poetico non cerco qualcosa di diverso da quello che cerco in altri testi, e cioè un’idea del mondo, un’interrogazione, ancora meglio, sul senso delle cose. Ecco perché il riferimento ideale per me resta Leopardi: per citare il titolo di un famoso saggio critico di Antonio Prete, quello di Leopardi è un “pensiero poetante”, e c’è una stretta relazione, come dimostra un testo di poetica fondamentale come lo Zibaldone, tra l’elaborazione concettuale e la scrittura poetica. Questo, in fondo, mi commuove: la capacità di trovare un modo per rendere comunicanti in una forma molto sintetica e memorabile dei concetti anche molto complessi: Che fai tu, luna, in ciel? E c’è dentro tutta una filosofia dell’uomo e della sua presenza nel mondo.
Ti senti femminista? O maschilismo e femminismo sono categorie ormai superate?
Questa per me è una questione molto complicata, perché non ho vissuto, essendo nata negli anni Settanta, la stagione del femminismo direttamente, e ho molte amiche più adulte che invece mi parlano spesso di quegli anni e di quelle battaglie come un grande momento di presa di coscienza di un ruolo e di un potenziale che poi via via sono stati nei decenni a seguire anziché esaltati e cresciuti, ridimensionati e svigoriti. In ambito intellettuale, ed è un tema su cui ho riflettuto molto anche nella mia attività di critica militante, e cioè nei giornali, nell’editoria, persino all’università, le donne che abbiano ruoli decisionali o incarichi prestigiosi sono pochissime. Le redazioni delle riviste sono sempre maschili, così i progetti nuovi di siti che nascono con dichiarato intento di cambiare lo stato delle cose. Alle donne si chiede di collaborare, quando va bene: ma a decidere sono quasi sempre gli uomini, ancora, basta scorrere i nomi dei responsabili nell’elenco dei redattori delle riviste, accademiche e non…con questo non rivendico assolutamente le cosiddette “quote rosa”, con denominazione aberrante, ideologicamente, ma m’interrogo sul perché le donne stentino ad affermarsi nell’ambito intellettuale, ripeto, se non come agitatrici o specchietti per le allodole.
Definiscimi il ruolo contemporaneo del critico letterario. Quali sono secondo te i pregi maggiormente necessari, se non indispensabili, che lo caratterizzano?
La formazione, innanzitutto. Aver studiato i teorici ormai “classici” del vecchio secolo, da Adorno a Benjamin fino a Fortini, Pasolini, e poi Barthes, Foucault, Bachtin…insomma, aver acquisito gli strumenti del mestiere, indispensabili all’interpretazione di un testo letterario. Poi è utile, certo, come sostengono critici recenti, “despecializzare” i saperi, e dunque aprirsi ad altri campi della conoscenza, non rimanendo confinati nel mondo della pura testualità che ha dominato il postmodernismo, per certi versi tuttora in corso: anzi, degenerato dall’idea dell’equivalenza di ogni metodo critico all’affermazione dell’accessorietà della critica stessa, sicché ciascuno, saltando la mediazione, pretende di potersi fare da solo interprete, magari anche di se stesso, come avviene sovente a molti degli scrittori miei coetanei, pure quando palesemente sprovvisti degli strumenti del caso.
Hai esordito nella narrativa l’anno scorso con un romanzo edito da Fandango, Il Farmaco, un’ opera colta, complessa, impreziosita da rimandi letterari importanti, non di facile fruizione. Perché hai scelto di metterti così in gioco, di osare così tanto?
Ecco, ottima domanda: perché? Probabilmente non ho nemmeno scelto: a un certo punto la riflessione attorno ad alcuni temi ossessivi (il rapporto tra la patologia e la cosiddetta normalità, l’ambiguità o la reversibilità delle due condizioni, dunque la malattia, come dato ontologico e insieme contingente, accidentale), ha reso necessaria un’altra forma, più distesa, ma anche meno stringente di un saggio. Inizialmente il proposito era quello di scrivere un romanzo-saggio, ma poi via via ha preso corpo il desiderio di raccontare in modo più vivo, e dunque meno costretto dai vincoli teorici, certi stati di alterazione della psiche dovuti a un forte disagio emotivo, che ho preferito oggettivare in una forma maggiormente condivisibile come un romanzo (sia pur con molte virgolette, perché preferisco parlare di “prosa”).
La lezione joyciana dello stream of consciousness in bilico tra Virginia Woolf e Italo Svevo con ascendenze proustiane si evidenzia soprattutto nell’approccio diretto, atemporale, intuitivo, caratterizzato dal tempo presente. Predomina un flusso liberatorio di matrice teatrale. Hai pensato di trasformarlo realmente in un testo teatrale vero e proprio?
Per la verità me lo suggeriscono spesso, specialmente quando ho occasione di leggerne qualche tratto, in occasione delle presentazioni. Ma è evidente che di fronte a un pubblico scelgo apposta le sequenze che potremmo effettivamente definire più teatrali: c’è però una grande varietà nello stile del libro, io credo, e se le parti più aderenti al canone realistico si presterebbero meglio a una resa cinematografica, probabilmente, c’è però anche molto materiale onirico, visionario, delirante, che solo la scrittura secondo me riesce a restituire nella sua interezza. Ma probabilmente un regista teatrale ci potrebbe lavorare su molto bene, avendone voglia. Non so, magari accadrà, prima o poi.
La psiche intossicata da patologie “disturbanti” se vogliamo non è una componente marginale del tuo romanzo. La componente psicoanalitica quanto incide nella sua struttura narrativa?
L’epigrafe a Groddeck non è casuale: ho grande attenzione e rispetto per la psicoanalisi come scienza che cura i mali dell’anima, o almeno che mira a individuarli. Al tempo stesso, però, credo che ridurre la complessità dell’individuo a una serie di patologie o di archetipi non sia risolutivo in tutti i casi, e perciò la scrittura, in quanto veicolo e sbocco di sofferenza, può essere una terapia più efficace. Ci sono scrittori, come Manganelli che citavamo prima, che hanno cominciato a scrivere solo dopo aver compiuto un percorso analitico; per me sento più adatta la via sanguinetiana: la psicoanalisi come strumento conoscitivo solo teorico, diciamo. In questo caso, cioè nella stesura del Farmaco, l’idea groddeckiana della malattia come desiderio inconscio (col paradosso che la morte, ogni morte, sia in realtà un suicidio) diventa un motivo guida, ed è spesso citato dai personaggi. Ma sul piano della struttura, ecco, sì, probabilmente l’analisi è il modo con cui certe derive vengono al tempo stesso provocate e contenute, stimolate e compresse: delirio psicotico, e poi però anche la necessità dell’ordine dei capitoli, una trama coerente, in qualche modo, e dei personaggi (ma preferirei che si dicesse, come ha fatto già un lettore speciale del mio libro come Gabriele Frasca, di “voci”).
L’ospedale come metafora della società contemporanea è un interpretazione corretta? Tra simbolismo e realismo, cosa prevale?
Il “neorealismo psicotico” di cui ha parlato Tommaso Ottonieri in un’occasione pubblica, mi pare un’ottima definizione. Questo ospedale dà un’illusione di esistenza reale, ma poi è talmente allegorico da diventare effettivamente una metafora, della condizione umana nel suo complesso, ambiziosamente, e poi anche, in un campo più ristretto, dei mali sociali.
Qualche considerazione sul titolo Il Farmaco un po’ fuorviante se vogliamo, scarno, una parola sola per contenere tematiche diverse e complesse. Da dove nasce? Che percorso ti ha portato a sceglierlo?
Ci sono state due motivazioni, o meglio due suggestioni forti. La prima è stata quella sofoclea, ovvero le lettura delle Trachinie, in cui il “farmaco” è il veleno di cui Deianira imbeve la veste di Eracle, credendolo un filtro d’amore. E dunque questa ambivalenza tra ciò che dovrebbe “curare” e ciò che invece uccide era già in quella immagine antica. C’era poi però anche un’esperienza molto più banale e quotidiana, ovvero la consultazione di un qualunque banale “bugiardino”, in cui è facilmente verificabile come gli effetti dei farmaci, anche di quelli di uso comune, possano andare dal leggero mal di testa al collasso letale. E dunque ancora una volta, ciò che dovrebbe curare, è in grado di provocare danni anche peggiori del male iniziale.
“E’ nella natura stessa dell’amore non volere soltanto accarezzare l’amato ma fargli del male”. Questa citazione di Groddeck inserita all’inizio del libro ci porta a supporre che il testo avrà per tema l’amore e le sue degenerazioni. Amore e morte, bene e male. Fa capolino Pasolini in un certo senso. C’è una componente sadica in ogni relazione d’amore anche per te o era solo una provocazione?
Il riferimento a Pasolini è molto pertinente, perché avevo proprio pensato ad alcune sue opere, specie dell’ultima fase della sua produzione, che è particolarmente incentrata sul tema dei ruoli e della loro interscambiabilità, nell’organizzare il mio “sistema dei personaggi”. Nella relazione sadomasochistica, i ruoli non sono dati una volta per tutte, infatti, così come non appartiene a nessuno, in astratto, il sadismo come pulsione volta al male dell’altro e il masochismo come procurato dolore. In realtà si tratta di una recita, in qualche modo, e di un’assunzione consapevole del ruolo e delle caratteristiche ad esso associate: nel mio libro, i ruoli e soprattutto le relazioni che si intrecciano in connessione ad essi, sono in sostanza quelle tra paziente e medico, e quelle tra uomo e donna (oppure tra donna e donna, a un certo punto). In entrambi i casi, c’è una necessità e un bisogno reciproco che sfociano spesso in tensione erotica. Ma si tratta di legami in cui comunque la matrice e anche lo sbocco è una grande sofferenza da entrambe le parti. Come nell’esperienza più banale delle relazioni amorose, rispetto alle quali è irrisolta la diatriba, se vogliamo insulsa, sul “se sia peggio abbandonare la persona amata, oppure esserne abbandonati”.
Tra linguaggio poetico e linguaggio colloquiale, se non addirittura provocatoriamente prosaico, utilizzi tutti gli strumenti della narrativa. Hai svolto un lavoro sulla parola molto simile alla ricerca poetica? Ovvero hai cercato di costruire un tessuto poetico alla base della tua prosa?
Ecco, sì, questo è molto vero: come il critico Andrea Cortellessa ha efficacemente mostrato nella sua recensione, ci sono dei veri e propri travasi della mia poesia nella prosa del Farmaco, che è appunto una prosa, dunque un tipo di scrittura attenta non solo alle scelte lessicali, ma anche e soprattutto al ritmo, alla sintassi, all’andamento del periodo, al suo flusso, alle sue interruzioni. Ho lavorato in modo ossessivo sulla punteggiatura, arrivando a far impazzire le redattrici preposte alla revisione finale, che non ringrazierò mai abbastanza per la pazienza e l’attenzione amorevole dimostrata al testo, ma in qualche modo anche a me. L’autore vicino al “si stampi” è una via di mezzo tra un pazzo in libertà e un bambino con la febbre altissima, che piange.
Il Farmaco nasconde un messaggio, un significato nascosto da leggere tra le righe?
Io posso dire qual è il significato per me, ma spesso mi accusano di fare troppo il critico, rispetto al mio libro, e di offrirne l’ “interpretazione autorizzata”, invece di lasciarlo parlare da sé, o attraverso le interpretazioni degli altri. Una delle definizioni più recenti di altri, allora, è quella del Farmaco come una sorta di specchio delle nostre vite di adesso (nostre di borghesi coi valori tradizionali in crisi, nostre di ultratrentenni precari, nostre di donne ancora inspiegabilmente schiave dell’ossessione della coppia e della maternità): uno specchio in cui non è sempre piacevole guardarsi, e anzi, come mi ha detto la giornalista in questione, “un po’ ci si vergogna”.
Il farmaco come palliativo per un male che disgrega, degenera, annienta la vita di tutti i giorni, i rapporti interpersonali, il concetto stesso di amore? Il male di vivere, il male oscuro, la vita come “malattia della materia”. Non c’è forse una sfumatura troppo pessimistica data la tua giovane età? C’è ancora spazio per la speranza, per la bellezza?
Se la “vita” stessa è malattia, già per il solo fatto di essere “mortale” (con sintagma ben leopardiano), direi che grande speranza di uscire da quest’orizzonte non ve n’è. Eppure nel Farmaco ho provato a raccontare delle vie di fuga, che non anticipo per non rovinare la sorpresa (pure se non è un romanzo di genere…).
A proposito di erotismo, tema trattato dal tuo romanzo, qualche riflessione. Scrivere di eros è obbiettivamente difficile. Si rischia il cattivo gusto o peggio il ridicolo. Molto si gioca sull’immaginazione. Quale è il segreto per parlare di eros, senza scadere nella pornografia, nella volgarità?
Io faccio molta fatica a pensare al mio libro come a un libro in cui si parli di eros, perché la mia idea dell’eros resta, a dispetto di Groddeck, molto gioiosa, molto naturale, ammesso che esista questa dimensione, a petto del culturale, che evidentemente ci sovrasta: quello che ho raccontato io è la sofferenza, e la perversione come modo per esorcizzare i fantasmi, dei miei personaggi ma, fatalmente, mio. Non so in che modo: credo, liberando la mente dai pregiudizi e dalle inibizioni, innanzitutto. Non c’è niente che non si possa dire, se l’intento è quello di rendere un pensiero condiviso e condivisibile attraverso le parole, e non di stupire o di fare colpo a tutti i costi, con frasi a effetto che diventano effettacci. .
Dei tuoi personaggi, maschili e femminili, quale ti assomiglia di più? Il personaggio di Enza un po’ ti è vicino o rassomiglia a persone che hai incontrato anche superficialmente?
Chi mi conosce, dice di aver trovato un po’ di me, com’è inevitabile, in tutti i personaggi. E qualcun altro sostiene che in fondo i personaggi del libro sono tanti, perché in me, come in ciascuno di noi, c’è una tale quantità di complessità e di contraddizioni, da non poter stare compressi in un solo carattere. Mi sta bene essere Bardamu, se proprio devo sceglierne uno, perché anch’io ho la tendenza a dire a me stessa di non saper fare le cose, anche negli ambiti di mia più stretta competenza. Un modo per ripararsi dalle delusioni, che però non esclude l’ambizione e nemmeno tutto sommato l’autostima, anzi…
Per concludere, puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro?
Continuare a scrivere, perché non riesco a farne a meno, e magari trovare un modo perché una delle forme della mia scrittura (l’attività militante, ad esempio) diventi anche un modo per stare in un orizzonte sociale organizzato: cioè, detto banalmente, un lavoro con uno stipendio.
:: Recensione di Black city di Victor Gischler a cura di Stefano Di Marino
25 marzo 2011
Non fatevi ingannare dalla copertina dell’edizione italiana che, per seguire una tendenza dell’attuale mercato, vorrebbe farvi credere che si tratti di un romanzo di vampiri. Go-go Girls fo the Apocalypse è uno di quei romanzi che, se l’editoria italiana me ne lasciasse l’occasione mi piacerebbe scrivere. Una ‘extravaganza’ in cui si mescolano tutti i generi pulp e che, inevitabilmente, finisce per essere una riflessione su questo modo di narrare, fracassone , esagerato, volutamente oltraggioso ma anche libero nell’espressione senza lasciarsi imbrigliare da format o generi. Non è un horror malgrado vi siano momenti di autentico terrore, non è fantascienza anche se siamo in un territorio decisamente Dopo-bomba, non è neanche un western benché le sparatorie non manchino. Ci sono un sacco di ballerine che corrono mezze nude, una donna con un occhio solo, un esercito privato chiamato le Strisce Rosse, un boss che controlla i locali di strip-tease rimasti come i santuari medioevali unico punto di riferimento civile in un paese devastato dove agli occhi di Mortimer che riemerge alla vita dopo una catastrofe mondiale e una personale (il suo divorzio) l’America non è più la stessa. O forse lo è ancora ma a toni talmente esasperati ed esagerati da apparire ostile. Ma è anche il mondo dove Mortimer deve vivere. Tra cannibali, strane comunità terapeutiche popolate solo da una società matronale e femminista che non lascia via d’uscita. C’è azione e riflessione in questa folle girandola che ricorda il miglior Lansdale ma ha qualcosa di più. Tra tanti libri che ho scartato in questi giorni perché incapaci di procedere con la storia, avvitati su frasi messe lì ad annoiare a morte il lettore, il romanzo di Gischler è una fucilata in testa al prossimo zombie. Schizza energia e sangue che, se ti macchiano ti trasmettono un virus. Quello della scrittura come divertimento assoluto.
:: Intervista a Miriam Formenti tra amore e storia a cura di Elena Romanello
25 marzo 2011
Miriam Formenti è un nome noto a tutte le lettrici (e perché no i lettori) di romanzi sentimentali a sfondo storico, e sarà ospite sabato 26 marzo a La vie en rose, insieme a Sveva Casati Modignani, Ornella Albanese, Mariangela Camocardi, Roberta Ciuffi, Maria Masella, Theresa Melville, Paola Picasso, Sylvia Z. Summers (sito ufficiale sotto http://www.lavieenroseevento.it/).
Ma cosa vuol dire scrivere romance? Lo abbiamo chiesto appunto a Miriam Formenti.
Come sei arrivata a scrivere e perché?
Per caso, in una giornata in cui stranamente non avevo nulla da fare e, aggiungo, quasi per gioco.
In pratica, pur avendo una discreta fantasia non immaginavo, né sognavo, di fare dello scrivere la mia professione. Adoravo leggere: in metropolitana quando andavo e tornavo dall’ufficio; al parco, seduta su una panchina mentre le mie bambine giocavano o, semplicemente, quando riuscivo a ritagliarmi un momento tutto mio fra le varie incombenze. Insomma, appena potevo tenevo un libro fra le mani, che fosse fantascienza, giallo o romance. Se un libro non mi convinceva, lo cancellavo semplicemente dalla mia mente dopo averlo comunque letto fino alla fine; se invece mi conquistava, mi capitava di immaginare cos’altro mi sarebbe piaciuto trovare in quella storia, perché diventasse davvero perfetta per i miei gusti.
Un giorno mi sono chiesta se sarei stata capace di scrivere qualcosa. Mi sono quindi messa alla prova, abbastanza sicura, conoscendomi, che il giorno dopo non avrei più ripreso fra le mani quel quaderno. Invece non solo l’ ho ripreso; ho recuperato una vecchia Olivetti che i miei suoceri avevano in casa e in pochi mesi ho finito il mio primo romanzo contemporaneo, adattissimo a una collana rosa, seguito a breve distanza dal secondo. Sono stata anche molto fortunata, poiché entrambi sono stati pubblicati quasi subito.
Tu scrivi letteratura al femminile, genere bistrattato: cosa diresti ai suoi detrattori?
Direi di allontanare tutti i pregiudizi; di acquistare un romance senza lasciarsi forviare dalla copertina e concedersi qualche ora di tempo sdraiati comodi su un divano. Così potrebbero immergendosi completamente nel racconto, immaginando le scene che scorrono capitolo dopo capitolo, vedendole, persino, proprio come guardiamo un film nel buio di una sala cinematografica.
Sono sicura che verrebbero conquistati dai sentimenti descritti; sentimenti che tutti nella vita proviamo e di cui non ci vergogniamo, poiché l’amore è il perno della nostra esistenza. Si lascerebbero prendere dall’avventura e probabilmente chiuderebbero il libro soddisfatti, magari già pronti ad acquistarne un altro.
Scrivi sia romanzi contemporanei che storici: quali preferisci e che tipo di differenze c'è tra uno e l'altro?
Nei contemporanei esiste grande libertà di scelta nel costruire una storia: viaggi veloci per raggiungere posti esotici; telefoni, cellulari, computer e una grande apertura mentale rispetto a molte questioni sociali. Ma ci sono dei limiti che ci pone proprio il progresso. Diciamolo, al giorno d’oggi alcune situazioni sarebbero improbabili, anche se non impossibili. Negli storici, che certamente preferisco, si può osare con l’inverosimile di questo secolo; si può scrivere di matrimoni combinati e forzati, di figli scambiati, di rapimenti, di ricevimenti di cui possiamo solo sognare e di uomini coraggiosi e sprezzanti della morte, che per il loro amore darebbero veramente la loro vita. E poi, anche se a volte sono piuttosto lunghe, le ricerche storiche mi piacciono e si impara sempre qualcosa.
Prossimi progetti?
Sicuramente un altro romance, probabilmente ambientato nel XVIII secolo. Tuttavia il periodo non è ancora certo.
Consigli per gli aspiranti scrittori?
Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di offrirne, proprio perché, come detto sopra, io ci sono arrivata per caso. Tuttavia credo che leggere possa aiutare molto chi si porta dentro questo desiderio. Direi di cominciare a mettere qualcosa su carta ed evitare, se possibile, di chiedere poi conferma ai parenti e agli amici. Non dimentichiamo che chi ci ama non ci dirà mai che il nostro lavoro non è buono. Fra l’altro troppi complimenti, a parer mio, non aiutano. Se crediamo di essere troppo bravi non miglioreremo mai.

























