:: Recensione di Cuore nazista di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2011 by

Cuore nazistaDopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria  con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà  appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta,  e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.

Cuore nazista di Olle Lonnaeus Newton Compton collana Nuova narrativa Newton, Titolo originale: Mike Larssons rymliga hjärta, Traduzione dallo svedese di Mattias Cocco,  2011, 327 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 12,90.

:: Recensione di Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo

16 aprile 2011 by

2Tra i tanti manuali dedicati alla scrittura che crescono in Italia come funghi, e ce ne sono davvero tanti, più o meno scritti da persone competenti più o meno capaci di promettere ricette miracolose, ricordo che la Delos Books ha creato una collana curata da Franco Forte tra cui potrete trovare: Scrivere crime story a cura di Sue Grafton, Scrivere da professionisti di Stefano Di Marino già recensiti sulle nostre pagine e Il prontuario dello scrittore di Franco Forte.
Oltre a questi titoli è ora disponibile Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo un manuale davvero prezioso per coloro che per la prima volta si avvicinano al mondo del cinema e della tv con dubbi, curiosità, a volte una valigia di sogni irrealizzabili, a volte idee distorte o decisamente sbagliate, è buffo per esempio pensare che c’è gente che confonde ancora il ruolo dello scenografo con quello dello sceneggiatore.
Ma non solo per loro, anche gli esperti della materia possono trovare stimolanti punti di vista di colleghi, spunti per aggiornarsi considerato che lo sceneggiatore è un mestiere in costante evoluzione ricco di insidie ma anche affascinante e entusiasmante come pochi.
Spagnuolo ha diviso il libro in due parti Scrivere per il cinema e Scrivere per la tv in cui raccoglie 12 interviste a addetti ai lavori ricche di informazioni, consigli, suggerimenti frutto della loro esperienza personale, pensate alla differenza tra teoria e pratica per capire quanto questa parte può risultare utile.
In conclusione nella parte denominata appendici tutto il know-how per svolgere questa determinata attività: Sindacati e associazioni di scrittori, le scuole di sceneggiatura divise per master e corsi di perfezionamento più un interessante parte dei percorsi di formazione nelle reti televisive degli Usa, riviste, libri e siti web, programmi di scrittura, concorsi e case di produzione, più un fac simile di contratto e l’appendice d in cui viene trattata dettagliatamente l’impaginazione della scena.
Tra gergo tecnico, spiegato con semplicità e immediatezza, e sano buon senso, potremo così conoscere risposte a domande come: Esistono esercizi utili per superare il blocco dello scrittore? Cosa cambia a livello di dialogo tra una scena di una soap opera e una scena di un film cinematografico? A proposito di Festival. Quali sono i più importanti in Italia a cui mandare il proprio lavoro? Per un italiano è possibile vendere sceneggiature in America?
Sergio Altieri, Giorgio Arlorio, Francesco Bruni, Barbara Petronio, Gino Ventriglia e gli altri risponderanno con solerzia di particolari e professionalità mettendoci anche in guardia dai falsi produttori, dalle false agenzie di spettacolo, dai quasi corsi di sceneggiatura, perché le insidie sono tante e non essere sprovveduti è la prima regola da seguire con impegno.

Scrivere sceneggiature per il cinema e la tv di Francesco Spagnuolo, Delos Book, collana i libri di Writers Magazine, 2010, pagine 225, brossura.

:: Recensione di Bunny Lake è scomparsa di Evelyn Piper a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2011 by

bunny lake è scomparsaPer chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
Nella perbenista e puritana America degli anni ’50, conservatrice fino al midollo anche se apparentemente spregiudicata e progressista, Bunny Lake è scomparsa, pubblicato nel 1957 da Evelyn Piper pseudonimo di Marryam Modell ed ora edito in Italia nella collana I Mastini della Polillo editore, avrà avuto davvero l’effetto dirompente di una bomba a mano, soprattutto nell’ottuso cenacolo dei benpensanti che avevano concezioni tenacemente granitiche da applicare alla morale e alla cosiddetta virtù.
Innanzitutto la protagonista è una ragazza madre della provincia americana più bigotta determinata con le sue sole forze, e senza alle spalle una figura maschile protettrice e rassicurante, a crescere la sua bambina nella peccaminosa e cosmopolita New York.
Già questo basta a creare un effetto destabilizzante, poi sommateci che la bambina scompare e Blanche, questo è il nome della protagonista, si trova da sola, con tutta la città contro, a cercarla ed anche solo a dimostrare che Bunny esiste davvero e non è solo il parto della sua fantasia malata.
Il proto femminismo della Piper è più che manifesto, anzi è un valore aggiunto che dà alla narrazione il sapore di un’ impietosa fotografia d’epoca, un ritratto di costume davvero moderno, perdonatemi il termine, se considerate che dopo tutti questi anni, dal 1957 sono ormai passati più di cinquant’anni, lo scavo psicologico dei personaggi conserva un che di ancora attuale pur con qualche concessione al melodramma, dal fascino un po’ retrò, strettamente debitore del periodo.
I pericoli della grande metropoli occhieggiano per tutta la narrazione in bilico tra normalità e follia, tra un distorto concetto di amore materno e il genuino affetto che lega una madre ad una figlia.
La suspence ossessiva, martellante, cresce e si alimenta grazie ai dubbi che l’autrice riesce a mettere allo stesso lettore ignaro spettatore di un dramma psicologico giocato sui toni del reale e dell’irreale.
Tolta qualche ingenuità che allo smaliziato lettore di oggi può forse far sorridere, i meccanismi archetipi messi in moto dalla Piper sono micidiali e non a caso hanno ispirato numerosi libri e pellicole cinematografiche successive a partire dall’ omonimo Bunny Lake è scomparsa di Otto Preminger che seppure con soluzioni diverse riprende il tema della protagonista che non viene creduta e da sola deve lottare contro una città ostile per scoprire la verità.

:: Recensione de “I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto

14 aprile 2011 by

Loureiro_Apocalisse Z I giorni oscuriApocalisse Z – I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro (trad. di Claudia Marinelli e Daniela Ruggiu): 340 pp. in brossura, prezzo di copertina €16,60 [Edizioni Nord, 2011].
 
Grazie alle Edizioni Nord, oggi 14 aprile arriva nelle librerie di tutta Italia “I Giorni Oscuri”, seguito del fortunato Apocalisse Z dello scrittore galiziano Manel Loureiro (Pontevedra, 1975), soprannominato lo Stephen King spagnolo.
I Giorni Oscuri comincia esattamente dove finiva Apocalisse Z, ossia coi quattro superstiti (un anonimo avvocato galiziano, il pilota ucraino Viktor Pritchenko, l’infermiera Suor Cecilia e la bellissima adolescente Lucìa) a bordo di un elicottero, mentre cercano disperatamente di raggiungere le Canarie – ultimo baluardo dell’umanità, ridotta in pochi mesi ai minimi termini da una pandemia che trasforma gli uomini in zombi antropofagi, proprio come nei film di George Romero.
Purtroppo per loro, le Canarie si riveleranno non essere affatto quel paradiso che sognavano. Certo, qui non ci sono morti viventi (o almeno così pare…), ma le isole sono sovraffollate, la benzina e i farmaci scarseggiano e per di più i sopravvissuti sono impegnati in una guerra civile senza senso tra repubblicani di Tenerife e monarchici di Gran Canaria.
In questo secondo romanzo Loureiro svela finalmente il segreto dell’epidemia zombesca, provocata dal TSJ, un virus a metà tra l’ebola e la rabbia, prodotto in laboratorio dai russi e liberato nell’atmosfera da una malaccorta incursione di terroristi islamici del Daghestan.
In virtù della loro esperienza di sopravvissuti, l’avvocato protagonista e Pritchenko sono obbligati a partecipare a una missione praticamente suicida: andare a Madrid per recuperare le scorte di farmaci ormai indispensabili.
Nel frattempo, suor Cecilia lotta tra la vita e la morte e Lucìa dovrà sfuggire alla furia omicida di un marinaio poco onesto, finendo per scatenare involontariamente la diffusione del virus TSJ anche a Tenerife.
I Giorni Oscuri ha una cinquantina di pagine in meno ed è decisamente più agile di Apocalisse Z, che dopo un inizio molto intrigante si dilungava in qualche prolissità di troppo.
Mentre nel primo romanzo, tutta la vicenda era narrata attraverso gli occhi dell’avvocato di Pontevedra, alter ego dell’autore, nei Giorni Oscuri Loureiro, sicuramente più a suo agio coi meccanismi narrativi, decide di osare, alternando la narrazione in prima persona dell’avvocato con quella in terza persona delle disavventure di Lucia, non tralasciando per qualche pagina di mostrarci anche la “visione del mondo” di un morto vivente.
Dopo il successo riscosso dalla sua opera prima, grande era l’attesa intorno al seguito, ma possiamo dire che non è andata affatto delusa.
I Giorni Oscuri è un romanzo molto godibile, che si legge in una notte o due, senza lasciare scampo né annoiare il lettore. Peccato per qualche inverosimiglianza della trama, che indebolisce un po’ la struttura narrativa, ma nel complesso Manel Loureiro si conferma un autore da seguire con attenzione, ennesima dimostrazione della vitalità artistica spagnola.
A questo punto aspettiamo il capitolo finale della trilogia, che sicuramente non si farà attendere troppo.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Pierpaolo Turitto

14 aprile 2011 by

Cover_memoria_destinoGrazie Pierpaolo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscirvere. Parlami di te. Descriviti come se fossi un personaggio di un tuo libro.
 
Pierpaolo è un quarantunenne, appassionato di giochi e per questo, alla metà degli anni che ha ora, ha lasciato un tranquillo posto in banca per aprire un negozio.
Il suo amore per la scrittura l’ha portato a collaborare con riviste dedicate ai videogiochi prima e a dirigerne una poi.
Oggi è un padre di famiglia che si divide tra il suo lavoro nutritivo (che gli dà da mangiare) e la scrittura.
 
Com’è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Preferirei non inciampare in luoghi comuni ma sin da bambino scrivevo racconti brevi, amavo la corrispondenza con gli amici lontani e vicini. Perché non lo so, pensandoci bene non leggevo nemmeno molto.
 
Raccontami un episodio insolito, bizzarro dei tuoi esordi.
 

Nel mese di febbraio in una bellissima libreria romana gli amici del blog corpifreddi mi hanno accompagnato nelle mia prima presentazione.
Era un venerdì sera e il giorno seguente al mio posto sarebbe stato seduto Glenn Cooper.
I due libri presentati erano esposti in vetrina e sul bancone: La memoria del destino e La mappa del destino. Per assonanza e vicinanza qualcuno li ha comprati entrambi! Grazie Glenn!
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Che libro stai leggendo attualmente?
 
Recentemente leggo più gialli e thriller ma la mia libreria è popolata di ogni genere. L’autore più presente è Benni, passione di gioventù. Poi c’è Hornby, Ammaniti, Carofiglio, Mastrocola, Cunningham, solo per citare quelli che vantano almeno una cinquina.
Attualmente ho iniziato il primo libro di Marco Malvaldi, sono pronti già gli altri tre. Prima di lui ho letto con piacere i quattro libri di Maurizio De Giovanni.
 
Parliamo del tuo libro La memoria del destino. Com’è nato? Da che idea, suggestione, ricordo si è generato?
 
Suggestione è il termine giusto. Ero al cinema che vedevo “La finestra di fronte” di Ozpetek e mi sono appassionato all’idea di scrivere una storia ambientata a Roma il 16 Ottobre del 1943, il triste giorno in cui oltre mille ebrei furono deportati dalla capitale.
Poi per supposta incapacità o traghettato da altre idee mi sono spostato al 23 Marzo dell’anno seguente (attentato partigiano di Via Rasella che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine) e di lì al suo anniversario sessanta anni dopo.
 
Come ti sei documentato per la stesura del romanzo? Preferisci frequentare biblioteche o fare ricerche su internet?  
 
Faccio entrambe le cose. Le biblioteche sono di certo più affascinanti, sfogliare non è come cliccare.
 

pierpaoloHai visitato tutti i luoghi di Roma presenti nel libro? La tua visione della città nasce da un esperienza diretta o filtrata per esempio dai racconti di uno scrittore, di un nonno, di un amico?
 
Sono stato in tutti i posti del romanzo e a dire il vero in tanti altri che poi ho scartato. E’ stata un’esperienza direttissima, emozionante e di incredibile accrescimento personale.
 
Passato e presente si intrecciano molto strettamente in La memoria del destino. Come l’ hai dosati nel tuo romanzo?
 
Il passato è motivo e ragione del presente. La memoria del primo è la causa del secondo, un po’ come vedere un tuono e attenderne il fragore.
La storia si svolge però tutta nel presente.
 
La memoria dopo tutto è la chiave che porterà alla soluzione del caso. Come ti è venuta l’idea di creare un espediente così insolito?
 
Ho pensato che ricordare e ricostruire sia la chiave della soluzione di ogni thriller, nel mio caso si deve ricordare e ricomporre ciò che è accaduto molti anni prima.
 
Come nasce la suspence nel tuo romanzo? Dall’intreccio, dai dialoghi, da particolari tecniche narrative, o è scaturita spontaneamente?
 
Il lettore credo che avverta pagina dopo pagina l’imminenza di un nuovo evento o la necessità di un nuovo tassello nel mosaico che si sta componendo. Il resto lo fa il ritmo, i personaggi corrono e con essi la narrazione. Se ho usato delle tecniche narrative non l’ho fatto in modo consapevole!
 
Come nascono i personaggi? Crei una scaletta con le caratteristiche salienti o si evolvono durante la narrazione? Ti è mai successo che un personaggio uscisse diciamo dalla carta e prendesse connotazioni sue proprie, magari diverse da come l’avevi immaginato all’inizio?
 
A dire il vero i miei personaggi sono un po’ sacrificati alla storia e a Roma che fagocita tutti coloro che corrono lungo le sue strade. Non sono mai delineati dalla testa ai piedi. Il lettore credo li conosca più per quello che pensano e provano che per come sono fatti fisicamente. Non sono ispirati a persone reali e come tali hanno una vita propria. Talvolta li immagino quando passo in un posto che ho utilizzato nel romanzo.
 
Tecnicamente come hai proceduto. Diverse stesure, una sola? Hai scritto un capitolo per volta rivedendolo prima di proseguire o hai proceduto a scrivere tutto in una volta per procedere solo dopo alla revisione?
 
Leggo ogni paragrafo alla sua conclusione e faccio lo stesso con il capitolo, sempre a voce alta. Ho fatto una sola stesura che ho corretto e rivisto decine di volte.
 
Il lavoro di editing è spesso lungo e impegnativo. Migliorare un testo è sempre possibile ma influire sul testo di un altro senza snaturarlo implica sensibilità, misura ed esperienza. Che esperienza è stata per te farlo revisionare da un editor?
 
Il testo è passato prima sotto le grinfie di un correttore di bozza severo e poi nelle mani di un editor che ha ritoccato pochissimo e ha sempre trovato la mia totale approvazione.  
 
Hai ricevuto proposte di traduzione per l’estero?
 
No e non credo che ne arriveranno. Forse per queste servirebbe un buon agente e/o un editore grande.
 
E cinematografiche? Se ne facessero un film chi ti immagineresti nel ruolo dei protagonisti?
 
Al momento no e su queste non escludo che possa accadere, qualche tentativo è in essere. Faccio troppa fatica a dare un volto ai protagonisti, non mi viene in mente nessuno.
 
La memoria del destino avrà un seguito?
 
Credo di no. Se me lo chiedessero esplicitamente con tanto di contratto di pubblicazione forse ci penserei su, ma al momento la storia è chiusa.
 
A cosa stai lavorando attualmente?

 
Sto scrivendo un nuovo romanzo la cui idea mi gira in testa da qualche anno. Non è un giallo ma più un’avventura con una strana coppia formata da un’anziana benestante e un extracomunitario musicista.

:: Recensione di La gabbia dei matti di Luca Rinarelli

13 aprile 2011 by

gabbiaIl periodo d’oro del noir sociale intriso di alti ideali forse un po’ utopistici ma nobilitati da profonde convinzioni ideologiche e umanitarie, a mio avviso ma prendete questa affermazione come un opinione del tutto personale, si colloca negli anni settanta e tra gli esponenti più significativi non posso non citare Jean-Patrick Manchette uno scrittore che fece dell’ impegno politico e civile la sua caratteristica predominante, come non pensare ad opere come Piovono morti e Piccolo blues. Più tardi negli anni ottanta e novanta fino ai giorni nostri autori per lo più francesi penso a Didier Daeninckx, Serge Quadruppani, Thierry Jonquet e Marc Villard, ma anche scandinavi e statunitensi hanno parlato di degrado delle periferie, di sfruttamento, di razzismo, di emarginazione, di antisemitismo. Il noir sociale è stato da sempre una delle declinazioni del noir che più mi hanno coinvolto per cui quando ho saputo che l’editrice Agenzia X affidandosi alla cura di uno scrittore come Matteo Di Giulio inaugurava la collana Inchiostro rosso dedicata appunto al noir di denuncia incentrato su temi scomodi come l’omofobia, il razzismo, il precariato, ho accolto la notizia con una forte carica di aspettativa e devo dire che il primo noir che ho letto di questa collana ha sicuramente superato brillantemente la prova. Di Luca Rinarelli ho avuto modo di leggere In perfetto orario che in un certo senso già conteneva una forte carica di critica sociale per cui non mi stupisco che Di Giulio abbia scelto proprio lui per inaugurare questa collana. Questa volta non ci sono killer venuti dall’est ne padri in cerca di giustizia ma sempre di giustizia si parla quella che vogliono ottenere con metodi più o meno ortodossi un gruppo di ragazzi con handicap mentali inseriti in un progetto riabilitativo, il loro tutor Marco, Daniela una collega della cooperativa di recupero e l’uomo forte del gruppo l’ex legionario Franco. Giuseppe uno dei ragazzi del gruppo è morto in circostanze sospette dopo un arresto. Caduto dalle scale mentre scappava dicono i poliziotti, ma Marco non ci crede. Sa che non è vero. Per obbligare i responsabili ad ammettere le proprie colpe Marco progetta di rapire il vicequestore Cagnazzo, affinché finalmente dica la verità. La confessione poi affidata a Youtube porterebbe finalmente giustizia e pace per la memoria dell’amico, questo almeno sperano in buona fede i ragazzi ma naturalmente non tutto andrà per il verso giusto fino al finale che  non vi anticipo anche se non è difficile da immaginare. Noir di denuncia nel più puro senso del termine, La gabbia di matti, parla di disagio, di marginalità, ma anche di amicizia, di senso di responsabilità, di solidarietà e pur nella sua drammaticità, casi reali che hanno sicuramente ispirato l’autore ce ne sono decisamente troppi, un rosario di nomi che scorrono nelle coscienze come una condanna, non è un noir cupo o pessimista. Anzi spinge a reagire, a non rassegnarsi agli abusi e alla violenza tanto generalizzata specie negli strati che per loro preciso compito dovrebbero arginarla. Ci si interroga, si riflette, si prova anche rabbia, Rinarelli è capace di coinvolgere il lettore nelle sue battaglie, e forte è il messaggio che le cose possono, anzi devono, cambiare perché Federico, Carlo, Stefano siano gli ultimi. Davvero gli ultimi.

:: Recensione di L’uomo di Berlino di Dan Vyleta (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 aprile 2011 by

L'uomo di BerlinoBerlino al termine della seconda guerra mondiale è una città di macerie e rovine. I suoi abitanti senza più meta, identità, vagano come spettri combattendo ogni giorno con il freddo, la fame, la disperazione, la borsa nera, le file davanti al macellaio con le tessere annonarie, camminando per le strade con carriole di detriti, con abiti non della propria misura, forse presi a coloro che sono morti. La guerra appena finita si protrae in una guerra non dichiarata, in un’ estenuante lotta per la sopravvivenza e nell’inverno del 1946, forse uno dei più freddi, Pavel Richter non fa che adeguarsi, lui e i suoi reni malandati, sempre in cerca di penicillina,  la sua casa piena di libri, il suo passaporto americano, il suo sapere 3 lingue, il suo non battere ciglio se gli puntano una pistola addosso. Pavel vive con un ragazzino di strada Anders, un orfano, sveglio, legato a lui da un rapporto padre-figlio, a cui ama leggere Dickens quasi per scusarsi, per farsi perdonare il suo essere un uomo solo, un vinto in un mondo alla deriva. Poi un giorno, senza preavviso, come a volte capitano le cose, un suo amico americano Boyd White, un piccolo delinquente, un protettore, che si arrabatta come tutti a Berlino con piccoli traffici, bussa alla sua porta con una richiesta di aiuto. Involontariamente ha ucciso un nano, almeno così dice, un pezzo grosso, lo si intuisce dai vestiti costosi, uno di quegli uomini che portano con sè una infinita serie  di guai. Pavel prende in consegna il cadavere, senza esitare, a un amico, a un ex compagno d’armi, non si rifiuta un favore quando ti chiede aiuto. E’ l’inizio di una complicata vicenda in cui nessuno è come appare. Chi è davvero Sonia, la donna che suona divinamente il pianoforte e per vivere concede il suo corpo al potente e spietato colonnello Fosko? Chi è Belle la prostituta amica di Boyd White a cui l’uomo dice di rivolgersi in caso di necessità ? Chi è davvero il morto, un innocuo personaggio senza nessuna importanza scambiato per un ufficiale russo o invece è un faccendiere tedesco senza scrupoli custode di un mistero per cui è facile morire, uno dei più pericolosi segreti dei nazisti? Ma soprattutto chi è Pavel? E’ davvero l’indifeso studioso che appare o nasconde un’altra identità, sfuggente, temibile e ambigua? In un gioco di spie che ricorda molto da vicino le atmosfere di opere celeberrime come Casablanca o il greeniano Il terzo uomo vediamo dipanarsi una vicenda decisamente complessa e piena di echi letterari. Raccontato in prima persona dall’ inglese Peterson, un occhio bendato, una pistola sotto il cappotto, factotum di Fosko, torturatore e all’occorrenza assassino, con un debole per Richter, L’uomo di Berlino è un romanzo robusto, singolare come opera prima di un ragazzo decisamente giovane ma che sembra padroneggiare alla perfezione i meccanismi della suspence  ed è capace soprattutto di imprimere una forza drammatica per alcuni versi anche impressionante addolcita da venature paradossalmente melò. La storia d’amore tra Sonia e Pavel imprevedibile, destinata a durare la lunghezza di un inverno, non scade mai nel patetico o nel melenso anzi arricchisce una trama di per sè molto cruda e dà un sapore agrodolce che si stempera nel finale in cui ogni cosa trova la sua soluzione. Forse non sarà il finale che preferiremmo, ma sicuramente è perfetto per i personaggi così come li ha creati l’autore.

L’ uomo di Berlino di Dan Vyleta, Longanesi, collana La Gaja Scienza, 2011, 360 pagine, rilegato, Titolo orginale Pavel and I, Traduttore Paola Merla, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione de “La città del sesso” di Leonardo Palmisano a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2011 by

palmisanoLa città del sesso. Dominazioni e prostituzioni fra immagine e corpo” di Leonardo Palmisano: 128 pp. ill. e rilegato, prezzo di copertina 15,00€, disponibile anche in formato epub a soli 2,99€ [CaratteriMobili, 2010].
 
Leonardo Palmisano(Bari, 1974), sociologo ed etnografo nonché romanziere (Trentaquattro, Il Grillo Editore 2010), è l’autore di un’indagine senza veli su un fenomeno oggi più che mai attuale: la prostituzione.
Il campo di ricerca è ristretto alla città di Bari, ultimamente al centro delle cronache per vicende di escort e scandali assortiti.
La città del sesso” è frutto di un grande lavoro di ricerca sul campo, che ha portato Palmisano a intervistare oltre cinquanta persone tra professioniste della prostituzione, protettori o clienti, di cui vengono riportati molti stralci.
Le prostitute sono divise per aree geografiche omogenee tra nigeriane, rumene-albanesi e sudamericane. Ne esce fuori uno spaccato crudo, privo di ogni malinteso pudore o romanticismo, che ci mostra la prostituzione per quello che è, ossia riduzione in schiavitù di esseri umani, la cui carne viene mercificata da sfruttatori senza scrupoli e clienti incapaci di una vita affettiva e sessuale soddisfacente.
Tra tutte le nigeriane sembrano trovarsi sul gradino più basso del mercato, sottoposte a ogni genere di abusi e spesso soggiogate anche psicologicamente dalla magia tribale delle “madame” (le protettrici, a loro volta ex prostitute, cui spetta fino al 60% dei guadagni).
A spingerle, come sempre, la miseria e il miraggio di un lavoro onesto e ben retribuito. Ma spesso sono le stesse famiglie a vendere le proprie figlie pur di sopravvivere.
Dopo un viaggio infernale, che prevede una sosta di parecchi mesi nei campi di lavoro forzato della Libia, quando le sventurate approdano in Italia, scoprono che la realtà è molto diversa dai loro sogni. Le aspetta una vita durissima, in cui il poco tempo libero viene impiegato essenzialmente per riposarsi, e priva di ogni integrazione nel tessuto sociale della città, in cui restano corpi alieni.
Sembrano più smaliziate, invece, le prostitute dell’est europeo, ben consapevoli di quello cui vanno incontro quando si trasferiscono in Italia, eppure spesso costrette a questo passo dai debiti familiari, da cui non di rado è impossibile affrancarsi, a causa di tassi usurai che non lasciano scampo.
Palmisano analizza anche il discusso mondo della prostituzione dell’alto bordo, in cui non è raro imbattersi in ragazze che esercitano la libera professione, affittando coi propri risparmi un appartamento in centro e procurandosi i clienti grazie ad annunci pubblicati sui giornali e sulla rete. Qui i prezzi salgono esponenzialmente ed è realmente possibile per una professionista accumulare finalmente un piccolo capitale, ma non ci si lasci ingannare. Dietro ogni escort c’è sempre una vita traumatica, spesso tragica, che ha costretto in un modo o nell’altro queste ragazze a scegliere un simile mestiere.
L’autore passa quindi ad analizzare il funzionamento del mercato del sesso, strettamente correlato a quello della droga (cocaina soprattutto). Figura chiave è diventata quella del ragazzo di buona famiglia ma con qualche vizietto di troppo, che per sdebitarsi si ritrova a fare da intermediario tra clienti danarosi e clan malavitosi, permettendo a questi ultimi di infiltrarsi in ambienti altrimenti inaccessibili.
L’indagine si conclude con un’interessante riflessione sull’influsso della pornografia online sui modelli di consumo della prostituzione.
Impreziosito dalla prefazione del noto semiologo Omar Calabrese e da un saggio finale del ricercatore di storia dell’arte Christian Caliandro, il libro di Palmisano unisce al rigore scientifico la scorrevolezza dell’inchiesta giornalistica, senza dimenticare l’ottima cura dei particolari e della veste grafica, cui Caratteri Mobili ci ha abituato.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di Assassini di sbirri di Frederick H. Fajardie (Aisara Edizioni 2011) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2011 by

1Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.

Assassini di sbirri è il primo romanzo di Frédéric H. Fajardie scritto tra Mimizan e Parigi durante l’estate e l’ autunno del 1975. Breve e folgorante esordio di uno dei rappresentanti del cosiddetto neo polar francese, etichetta che si dice sia stata coniata da Jean Patrick Manchette per definire un vero e proprio punto di rottura sociale e letterario tra romanzo noir sociale e romanzo poliziesco e thriller tout court, Assassini di sbirri racchiude in sé tutti gli elementi che caratterizzano questo genere. Innanzitutto troviamo una forte critica sociale, un certo anarchico e sovversivo disincanto che fa da sfondo ad una storia in cui la violenza realistica e non mitigata da filtri emotivi e di intrattenimento acquista una valenza provocatoria e cattiva. La gente muore in questo romanzo, torturata, umiliata, colpita da armi di vario genere, le ferite vanno in cancrena, nello scontro a fuoco finale molto alla Apocalipse Now, anche i personaggi principali vengono colpiti da bombe molotov ed esplodono incendiandosi, o perdendo arti, crivellati di colpi, dilaniati. Spero con quanto detto di non dare una visione troppo cupa, del racconto perché così non è, un sottile umorismo e una satira feroce ci accompagnano per tutte le 125 pagine e in alcuni tratti l’umorismo tracima in vera e propria comicità, pensate solo alla descrizione pagina 101 di Padovani che va in casa della vecchia signora che lo crede un robivecchi e gli presenta la gondola di plastica da vendere. Ho riso con le lacrime agli occhi. La società e le forze di polizia vengono analizzate con occhio critico e nessuno sconto. Nella scena iniziale quando Padovani partecipa alla sua prima azione con ostaggi e riesce a parlare con l’uomo scatola di detersivo Paic, arrivando a farlo arrendere e a farsi consegnare l’arma, l’intervento ormai inutile e violento delle forze d’assalto che lo uccideranno provocando la rivolta del commissario e il suo scontro verbale con il superiore sono un esempio della critica di Fajardie contro arroganza e l’abuso del potere tema che occhieggia per tutto il libro anche se non arriverà mai a giustificare l’azione dei tre assassini di sbirri contro cui il protagonista si dibatte. Poi c’è Parigi come sfondo, la città con le sue strade, i suoi caffè, i suoi chioschi dei giornali, la sua periferia rumorosa in mezzo all’odore di cavoli e pollame, le grù, il cemento, i palazzi e le fabbriche. Infine emerge l’amore per gli emarginati. Il personaggio di Dugomier burp, il testimone, una via di mezzo tra gli ammutinati della Corazzata Potemkin e i barboni allucinati di Los Olvidados, strappa a Padovani un commovente e poetico elogio funebre sicuramente una pagina di alta letteratura. Raccontare più nel dettaglio la trama in questo caso mi sembra piuttosto superfluo, considerate che è un libro che si legge in poche ore e lascia un retrogusto un po’ amaro ma divertito. I giochi di parole sono tutti spiegati nelle note ed impreziosiscono uno stile  essenziale e secco, quasi tagliente e sincopato. Bellissimo. Spero che il bravo Giovanni Zucca a cui è affidata la traduzione possa tradurre altre opere di Fajardie, questa è la prima che leggo ma sono curiosa di leggere tutta serie di Padovani.

Assassini di sbirri di Frédéric H. Fajardie, Aisara Edizioni, Collana narrativa, Titolo origilane Tueurs de flics, Traduzione dal francese di Giovanni Zucca, pagine 125, brossura, Prezzo di copertina 14 Euro. 

:: Recensione di “Palo Mayombe” di Danilo Arona a cura di Valentino G. Colapinto

8 aprile 2011 by

palo mayombePalo Mayombe” di Danilo Arona: 266 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 – Ebook acquistabile a 4,50€ da www.kipple.it [Kipple Officina Libraria, 2011].
 
Palo Mayombe, diciamolo subito, è un fottuto capolavoro. Danilo Arona è un mostro sacro dell’horror italiano e questo romanzo è una sorta di “Voodoo chile” letterario, un pezzo di bravura che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque voglia accingersi a scrivere storie dell’orrore.
Mescolando sapientemente fatti di cronaca ai frutti “malati” di un’immaginazione sfrenata, Arona costruisce un horror perfetto che avvince, diverte, sorprende e inquieta capitolo dopo capitolo, senza stancare mai per oltre 260 pagine fitte di disavventure, colpi di scena, protagonisti intriganti, indagini che portano a esiti sconvolgenti.
C’è davvero tanta roba in Palo Mayombe: rock di qualità e occultismo post-moderno, avventure esotiche e sano splatter, l’amata-odiata Bassavilla e una sequela di paradisi (o inferni?) tropicali da Key West alla Giamaica, dalle Los Roques al Messico. E così è davvero difficile riassumerne la trama in poche righe.
Al centro di tutto, c’è il Palo Mayombe, oscuro e terribile culto sincretista di origine africana, sviluppatosi poi nei Caraibi. Ma ognuno degli undici capitoli di questo romanzo è una storia a sé, raccontata da un personaggio diverso, ciascuno vivo, credibile e a suo modo sorprendente.
Undici storie che si intrecciano, si sovrappongono e ruotano tutte attorno a un terribile rituale magico, la Cazuela, il maleficio della mano mozza, che colpisce uno dopo l’altro una serie di chitarristi, rei di aver sognato di possedere la “mano del diavolo”, ossia la mano di un genio come Jimi Hendrix o piuttosto quella di Endoqui, terribile demone delle selve congoliane?
Così tra cantanti pop scomparse e musicisti falliti, vescovi esorcisti e cacciatori di celebrità, iettatori che si improvvisano investigatori e zombi in fondo non troppo cattivi, Danilo Arona trascina il lettore in una sarabanda scatenata, in cui diventa difficile se non impossibile riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia.
Solo alla fine del libro, tramite delle ricerche online, ho scoperto che il narcosatanista Adolfo de Jesús Constanzo e i fatti di Matamaros non sono affatto invenzioni letterarie, per quanto perfettamente amalgamate nel contesto. E inserito nel libro c’è anche un Requiem scritto da Sergio “Alan D.” Altieri per l’11 settembre e un articolo di Gianni Riotta scritto per Il Corriere della Sera. Perché Palo Mayombe ha una struttura narrativa ciclica e senza fine: «il Malongo ha sempre più fame. In giro, per il mondo, prolificano le Cazuele. Serve più gente, ogni giorno di più.»
Un’ultima nota: Palo Mayombe è stato originariamente pubblicato da Dario Flaccovio nel 2004, ma la qui presente è un’edizione riveduta e corretta dallo stesso autore, che ha provveduto a limare e arricchire un romanzo già di per sé fenomenale. Il libro è disponibile sia nel classico formato cartaceo che come ebook a un prezzo molto accessibile.
 
Valentino G. Colapinto

:: Segnalazioni: I Mastini di Aprile Polillo Editore

7 aprile 2011 by

Per gli amanti dell hard boiled classico la Polillo editore ha da poco inaugurato una collana I Mastini con l’intezione di proporre ai suoi lettori le opere introvabili o addirittura spesso inedite in riedizioni integrali e ritradotte, appartenenti a quel filone della narattiva poliziesca, soprattutto statunitense ma non è escluso che qualche francese non faccia parte della collezione, che in tutte le sue forme dalla suspense, al noir, al thriller, al poliziesco procedurale fino al romanzo d’azione ha rivoluzionato il giallo classico.  Per chi volesse scoprire le origini di questo genere che vede in autori come Raimond Chandler e Daschiell Hammett i maestri incontrastati la lettura dei Mastini è da non perdere. Oggi 7 aprile nella pregevole collana escono Il passato si sconta sempre di Ross Macdonald e Se muoio prima di svegliarmi di Sherwood King.

passato rossRoss Macdonald, IL PASSATO SI SCONTA SEMPRE
(1964, The Far Side of the Dollar)
Traduzione integrale a cura di Giovanni Viganò

I mastini n. 4 – 304 pagine – Euro 14,40

Uno dei pochi autori di gialli entrati nel novero dei grandi narratori americani, Ross Macdonald si servì della formula poliziesca per raccontare la realtà del suo paese, introducendo nella detective story una profondità psicologica e una complessità etica senza precedenti. E con Lew Archer, il suo personaggio per eccellenza, trasformò l’investigatore privato nella coscienza morale di una società violenta e corrotta. Scritto nel pieno della sua maturità espressiva, questo romanzo del 1964 è considerato uno dei punti più alti della sua produzione. Quando un adolescente ribelle scompare da un istituto di Los Angeles per ragazzi difficili dove era stato spedito dalla sua ricca famiglia, Archer viene incaricato dal direttore della scuola di ritrovarlo. Sembra un caso semplice, il giovane se l’è svignata mal sopportando la disciplina, e invece la storia diventa via via più intricata. Perché i suoi disperati genitori sono così restii a collaborare col detective, trattenendo informazioni che potrebbero essere di vitale importanza? E perché tutte le piste conducono a un hotel abbandonato di Santa Monica che un tempo ospitava attricette, marinai e truffatori e in cui ora un cadavere ancora caldo fa bella mostra di sé? Muovendosi nell’opulenta società californiana, Archer porterà alla luce gelosie, avidità, depravazione e foschi segreti di famiglia.
Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.
muoio prima SherwoodSherwood King, SE MUOIO PRIMA DI SVEGLIARMI
(1938, If I Die Before I Wake)

Traduzione: Bruno Amato

I mastini n. 5 – 224 pagine – Euro 13,90
Ispirandosi a questo romanzo del 1938, Orson Welles diresse nel 1946 il celeberrimo film La signora di Shanghai, interpretato da Rita Hayworth e dallo stesso regista. Welles spiazzò pubblico e critica, così come il lettore resterà spiazzato dalle svolte sorprendenti nell’intreccio di questo piccolo capolavoro della letteratura noir. Scritta in uno stile immediato e asciutto, come osservò la rivista Time, la storia segue le vicende di Laurence Planter, un giovane e aitante ex marinaio che viene ingaggiato come autista da un grosso avvocato di New York sposato a una donna bellissima. Un giorno, il socio dell’avvocato gli fa una curiosa e ardita proposta, e Laurence, pur sentendo puzza di bruciato, è tentato dalla prospettiva di una vita migliore. Quando si rende conto di essere capitato in un nido di vipere in cui è impossibile distinguere gli amici dai nemici, è già in trappola, una trappola raffinatissima che lui stesso ha inconsapevolmente contribuito a costruire, e sul suo capo pende un’accusa di omicidio. Lo attende la pena di morte se non riuscirà a dimostrare la propria innocenza.
Raymond Sherwood King (1904-1973) nacque a Yonkers, New York, ma crebbe tra il Kansas e Milwaukee, nel Wisconsin, dove si laureò alla Marquette University.  Trasferitosi a Chicago, dopo esperienze nel campo della pubblicità e delle vendite, divenne collaboratore fisso del quotidiano Chicago Tribune. Pur essendosi dedicato alla narrativa, con una predilezione per quella poliziesca, fin da giovanissimo, pubblicò il suo primo romanzo, il mystery Between Murders, solo nel 1935. Oggi la sua fama è legata al libro successivo, If I Die Before I Wake (Se muoio prima di svegliarmi), che risulta essere la sua ultima opera.
PROSSIME USCITE DELLA COLLANA “I BASSOTTI”
n. 95 – Dorothy L. Sayers, “Lord Peter e l’altro” (uscita prevista per il 26 maggio)
n. 98 – Cortland Fitzsimmons, “Delitto ai grandi magazzini” (in uscita il 21 aprile)

:: Segnalazioni: Nero di Puglia e Altrisogni

7 aprile 2011 by

Segnalo ai nostri lettori che volessero cimentarsi nella scrittura due interessanti Concorsi lettearari entrambi gratuiiti che si distinguono per la serietà e l'inventiva: Nero di Puglia e Nel Buio Altrisogni.

bozza manifestoSi chiama Nero di Puglia, ma non è un vino

 È nato “Nero di Puglia 2011. Il noir in tutte le sue gradazioni.” No, non è un vino, ma un nuovo concorso letterario nazionale dedicato a racconti inediti di genere giallo, noir, thriller o mystery, non più lunghi di 20.000 caratteri (spazi inclusi) e ambientati in Puglia.
Tasse d’iscrizione? Nessuna. Premi? 1.000€ al primo classificato, 400€ al secondo e 200€ al terzo, che in questi tempi di crisi non sono pochi.
Giurati scelti tra scrittori e appassionati del genere. Presidente di Giuria lo scrittore di Manduria Omar Di Monopoli, autore di una trilogia pulp-noir ambientata in Puglia, con cui si è guadagnato i favori di pubblico e critica.
Nero di Puglia vuole affermarsi come un concorso serio e autorevole e per questo i dattiloscritti dovranno pervenire in forma anonima (il nome dell’autore sarà indicato solo nella lettera di presentazione). C’è tempo fino al 31/05/11 per inviare le proprie opere. Per maggiori informazioni:
http://nerodipuglia.wordpress.com/ e associazioneurloacquaviva@yahoo.it.

Nel buio– concorso gratuito per racconti e fotografie

Prende il via il 10 Aprile il primo concorso letterario e fotografico a tema di Altrisogni e D&N, in palio la pubblicazione
 
Nel buioè un concorso gratuito per racconti e fotografie, organizzato dalle riviste digitali Altrisogni e D&N. Il concorso è aperto a racconti inediti di genere horror, fantascientifico o weird da 10.000 caratteri, oppure a fotografie in tema. Requisito fondamentale, le opere proposte devono essere in sintonia con il tema Nel buio.
È possibile partecipare con racconti, fotografie o con entrambi. Per i racconti, il punto di riferimento è la redazione della rivista digitale di narrativa Altrisogni. Per le fotografie, il punto di riferimento è la redazione della rivista di ottica e fotografia D&N. Le opere dovranno essere inviate entro il 30 giugno 2011.
Ogni redazione identificherà le 10 migliori opere per la categoria afferente. Le opere così selezionate verranno pubblicate in un’antologia in formato ebook, realizzata dall’editore
dbooks.it. Il racconto primo classificato e la fotografia prima classificata verranno, inoltre, pubblicati in contemporanea su Altrisogni e su D&N. L’annuncio dei vincitori avverrà sui numeri di settembre 2011 di entrambe le riviste.
Per ulteriori informazioni si rimanda alle pagine web di Altrisogni e di D&N. Il bando completo del concorso è presente anche sulle pagine delle riviste.
Per informazioni sulla sezione letteraria del concorso si rimanda alla
pagina dedicata del blog di Altrisogni
 

Altrisogni – rivista digitale di narrativa horror, sci-fi e weird

Email: altrisogni@dbooks.it
Blog: http://altrisogni.blogspot.com
Sito dell’editore: www.dbooks.it

D&N – rivista online di ottica e fotografia

Email: redazione@denonline.it
Sito: http://denonline.it