:: Recensione di Il destino non c' entra di Marie–Helene Ferrari

30 luglio 2011 by

il destinoNel volto immobile e sanguinante, gli occhi di Paul-François guardavano le stelle per la prima volta dopo tanto tempo, perché da quando usciva a tarda sera dai bar, l’uomo doveva guardarsi i piedi per evitare di cadere. Solo i piedi, niente altro che i piedi, ma era stato tutto inutile, perché era caduto lo stesso. E quella sera, le stelle somigliavano tanto a diamanti… A Paul-François piacque quel cielo, scuro e tranquillo come uno scrigno… Nessuno era chino sul suo corpo e gli teneva la testa un po’ sollevata per impedirgli di venire soffocato dal suo stesso sangue; Paul-François gli disse con voce tranquilla, in un soffio: “Dica a Marie–Saveria di guardare le stelle, perché sono bellissime le stelle!”.
 
Dopo tanta Svezia, neve, fiordi e maglioni a treccia, cambiamo decisamente ambientazione e torniamo sulle sponde lucenti del Mediterraneo approdando in uno scenario piuttosto inconsueto per il poliziesco e il noir: la Corsica. Un’ isola, come la Sicilia di Camilleri, in cui Marie – Helene Ferrari, scrittrice corsa nata nel 1960 a Bonifacio e profondamente legata alla sua terra, ambienta le indagini del commissario Armand Pierucci della polizia giudiziaria, personaggio di culto del poliziesco francese, poliziotto della vecchia scuola che quando aveva fatto domanda di trasferimento in Corsica avrebbe fatto meglio a mettere la propria firma sotto la richiesta di ingresso in purgatorio, un Montalbano baffuto, stizzoso, che vive solo con un cane di nome Clebard,  un po’ sovrappeso anzi decisamente diabetico, amante della buona cucina, ossessionato da una madre terribile che gli telefona in ufficio, e il vendicativo ispettore Finelli immancabilmente gliela passa non ostante i suoi ordini contrari, lamentandosi di essere trascurata da un figlio snaturato, un castigo di Dio, che come massima onta ha scelto l’indecorosa professione di poliziotto e quel che peggio non vuole sistemarsi con una brava moglie come fanno tutte le persone per bene e i figli delle sue amiche. Il destino non c' entra è la prima inchiesta che lo vede protagonista, un’ inchiesta seria, dopo mille casi di nessuna importanza, che rischia di mettere a soqquadro la sua tranquilla routine, le sue abitudini, il pochissimo lavoro. Dai piani alti poi iniziano a pretendere trentacinque ore di legge e risultati, tre cadaveri in poco più di un mese iniziano a macchiare l’immagine della Corsica. Perché? Forse a Juan les Pins camminano tutti sulle strisce pedonali? E’ vero basta aprire i giornali per vedere che solo in Corsica ci si ammazza. Non farmi ridere! Ma veniamo ai fatti. Una sera Marie-Saveria, giovane moglie infelice e tradita con due figli piccoli, aspetta invano il ritorno a casa del marito Paul-François. Il marito faceva il giro delle chiese, come dicevano a Bonifacio e tornava a casa sempre più tardi e sempre più ubriaco per cui non si preoccupa più di tanto. Ma Paul-François, il briaconnu, l’ubriacone quella sera ha altri progetti, ha un appuntamento con la morte. Due killer in motocicletta incappucciati e armati, due forestieri almeno secondo quanto dicono i testimoni che affermano di averli sentiti bestemmiare in siciliano, lo uccidono a colpi di pistola lungo la Marina bassa. Una morte, assurda, del tutto insensata agli occhi della giovane vedova decisa a scoprire la verità dopo una vita di menzogne. Così dopo aver costretto l’amante del marito, Laetitia, quella lofia della maestra, a badare ai suoi bambini inizia le sue indagini e si reca a casa di Aimè Barcelli, il boss della zona. Se il marito era implicato in qualche traffico illecito, lui solo può saperlo, lui sa sempre tutto. E così scavando scopre che suo marito era negli affari, anzi era implicato nel clamoroso furto di gioielli avvenuto sul Ponte Vecchio a Firenze, in una zona protetta dalla mafia. Ora Marie-Saveria si ritrova ricca, con libretti al portatore, con terreni, un’ assicurazione da riscuotere, e pedinata dagli italiani che rivogliono la refurtiva di cui ha trovato in casa un unico anello con diamante. Combattuta e in colpa per aver lasciato uccidere il fratello del marito, anche lui implicato nella rapina, senza aver mosso un dito, si reca alla polizia e racconta tutto al commissario Pierucci, che ascolta e annuisce, ora ha un movente, ora ha dei sospetti, ora il caso non è più tanto oscuro. Grazie all’ostinazione del poliziotto e della vedova di Paul-François, che capisce che le parole del morente non sono solo una divagazione poetica, la verità, sotto gli occhi di tutti e molto più vicina di quanto si possa pensare, troverà le sue strade per manifestarsi e no Paul-François non è morto di una morte non sua, i killer non hanno sbagliato persona, il destino, per una volta, non centra. 
Bonifacio, una città in cui tutti spiano tutti,  uno squarcio pittoresco di Corsica ben lontano dalle iper tecnologiche metropoli del Continente, con ritmi antichi dove ancora la biancheria viene stesa ad asciugare in alto sui fili, le massaie vanno a spettegolare dall’ortolano, si cena in terrazza guardando il mare tra il grido dei gabbiani e il canto dei grilli e i ricchi vivono in case dalle imposte blu in lussuose tenute di famiglia circondate da vigneti e oliveti secolari, è sicuramente uno scenario inconsueto come dicevo all’inizio, che ricorda i borghi italiani antichi seppure la Corsica sia a tutti gli effetti Francia. L’autrice ce ne da un suo personale spaccato fatto di piatti tipici, come l’Agnellu corsu, l’agnello in salsa, con pomodori, cipolle, e olive servito con vino rosso, termini dialettali, rigorosamente in grassetto, di cui avrei gradito un piccolo glossario alla fine, odori, mentalità e usanze. Una società variegata e multicolore, nata da una mescolanza di culture, di tradizioni, pigra e dai ritmi sonnolenti e rilassati, una società isolana che conserva di questa peculiarità il carattere semplice e  schivo. Oltre al protagonista, forse più che Montalbano una sorta di Maigret meno sornione e più misogino, ho amato moltissimo il personaggio di Marie-Saveria, davvero ben caratterizzato e vitale, una giovane donna che pur nella sfortuna mantiene un piglio volitivo e una sua dignità e il personaggio di Nessuno, enigmatica figura un po’ sfuggente di cui nessuno mai si ricorda, che entra ed esce dalla storia in punta di piedi ed è in un certo senso il deus ex machina della narrazione. Davvero piaciuto, specie per il linguaggio creativo ed originale, la sottile ironia mai invadente e la leggerezza così morbida e garbata, un poliziesco mediterraneo in cui i personaggi scavalcano la trama e quello che conta è l’atmosfera, l’ambientazione, l’aria che si respira, e quell’impalpabile profumo casereccio e quotidiano che ti accompagna e ti fa venir voglia di ritrovarlo nella prossima indagine del commissario Pierucci. A dimenticavo Pamela ma questa è un'altra storia…

:: Intervista a Vanessa Diffenbaugh a cura di Elena Romanello

30 luglio 2011 by

Coeprtina_FIORI_rosa_DEFIl suo romanzo d'esordio, Il linguaggio segreto dei fiori, è diventato in breve tempo un caso letterario, ed è stato accolto con grande partecipazione. Con una storia toccante in cui si parla di sentimenti e di fiori, di famiglie insolite e di ricerca di sé, l'autrice Vanessa Diffenbaugh ha saputo parlare al cuore di molti, con il personaggio di Victoria, antieroina dolente ed estrema ma che sa affascinare.

Da dove nasce questa tua passione per il linguaggio dei fiori e il significato nascosto in essi?

È un argomento che mi ha sempre affascinato, in particolare ricordo quando a 16 anni trovai una vecchia edizione de Il linguaggio dei fiori, illustrato dall'artista vittoriana Kate Greenway. Per questo ho voluto inserire questo tema nel mio libro.

Invece come mai hai scelto una protagonista come Victoria, una ragazza difficile, con una triste situazione alle spalle?

Conosco molte persone che hanno vissuto situazioni simili a quella di Victoria, e inoltre da molto tempo con mio marito ospitiamo dei bambini in affido, è una scelta che abbiamo fatto dopo aver incontrato tre ragazzine in un posto dove andavamo a fare attività didattiche, ma era una cosa che sentivamo già da prima, mio marito è cresciuto in India dove i suoi genitori gestivano un orfanotrofio. E ognuno dei bambini che abbiamo ospitato si apre a modo suo, del resto se si è in una famiglia che lo ama prima o poi si trova la propria strada.

E quindi da questo è nato il libro…

Sì, mi è piaciuto molto scriverlo, e in certi momenti ho provato una gioia assoluta. Ho amato mettere insieme buio e luce, difficoltà e felicità. Parlo anche di asprezza e felicità, situazioni tipiche di ogni adolescenza, e di un rapporto distrutto che influenza la vita di Victoria e le sue scelte per anni, in una sorta di autodistruzione che la porta a vivere esperienze estreme.

Hai un tuo vocabolario dei fiori?

Ne ho aggiunto uno in fondo al libro, dove si trovano i significati legati ai fiori, legati anche alla vicenda. I lettori del resto sono rimasti molto incuriositi dal ruolo dei fiori nella storia.

Ti aspettavi un successo così immediato?

Onestamente no, io vivo in California con quattro bambini affidatari, la scrittura era per me un'attività creativa che mi piace ma non mi aspettavo un tale riscontro.

I tuoi figli hanno letto questo libro?

Non ancora, Victoria è un personaggio molto difficile e complesso, la sua non è una storia per ragazzi molto giovani.

Scrivendo il libro hai avuto dei pudori e delle cose che hai preferito non scrivere?

Certo, ci sono state parti difficilissime, come quando Victoria diventa madre, un'esperienza sofferta, del resto noi madri non siamo mai perfette e abbiamo paura di essere giudicate, e quel pezzo mi ha molto toccata. Penso che nella nostra società si dovrebbe stare di più vicino alle mamme, negli Stati Uniti, così come capita Victoria, le donne vengono rimandate a casa un giorno dopo aver partorito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un altro libro con protagoniste di nuovo delle bambine, ci sono tante storie che vorrei raccontare, spero di continuare a scrivere nei prossimi anni.

:: Segnalazione di Facciamo finta che non sia successo niente di Maddie Dawson

27 luglio 2011 by

Facciamo-finta-che-non-sia-successo-nienteMaddie Dawson

Facciamo finta che non sia successo niente

In libreria: 28 luglio 2011 

«Questo romanzo brillante e doloroso ti rapirà fin dalla prima pagina.»

People Magazine

Annabelle e Grant sono sposati da trent’anni e sembrano la coppia modello: Grant è l’uomo solido, idealista, buono e fedele che tutte le donne desidererebbero al proprio fianco. Certo, ultimamente passa tutto il tempo sul libro che sta scrivendo e dedica al sesso con sua moglie solo il mercoledì mattina, come se fosse una delle numerose incombenze della settimana. A volte sembra proprio non accorgersi di niente e Annabelle, con i figli ormai fuori casa e un lavoro poco impegnativo, si sente terribilmente sola. Così sola che una mattina, al reparto surgelati del supermercato vicino a casa, scoppia in un pianto dirotto. E da lì si dipana il racconto della sua vita, la storia con Grant e la sua maldestra proposta di matrimonio, gli anni passati nella scoppiettante New York della sua gioventù, la passione travolgente per Jeremiah e l’attrazione per un mondo fatto di artisti e ambizioni appena nate. Con un’incantevole alternanza fra passato e presente, la brillante voce di Annabelle attraversa, come in una commedia hollywoodiana, le calde istantanee di quei giorni. È impossibile non rimanere travolti da questo romanzo sentimentale, ironico, intelligente e raffinato.

Maddie Dawson è cresciuta in Florida. Prima di diventare scrittrice a tempo pieno ha svolto i lavori più disparati, tra cui la supplente d’inglese, la commessa, la domestica, la cameriera, la giornalista freelance e la dattilografa di uno psichiatra, tutti fonte di ispirazione per le sue storie future. Vive in Connecticut con il marito e i tre figli. Questo è il suo primo romanzo. Il suo sito è: http://www.maddiedawson.com/

:: Recensione di Ore contate – Un' indagine del commissario Bentch di Tito Topin

27 luglio 2011 by
nu

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Parigi in agosto” cantava anni fa Aznavour e in un certo senso sarebbe il sottofondo musicale perfetto per questa nuova indagine del commissario Bentch, personaggio decisamente surreale e bizzarro nato dalla penna di Tito Topin autore della famosissima serie televisiva noir francese Navarro, che la redazione di Liberidiscrivere non ha perso tempo ad intervistare.
La Giunti, che ha anche proposto Delitti sulla Senna, (Bentch et Cie , 2006) , romanzo che riscosse tanto successo di pubblico e di critica tanto da vincere il Prix Polar per il miglior poliziesco e che ho conosciuto grazie alla simpatica recensione degli amici del sito Corpi Freddi, pubblica nel 2009 anche Ore contate (Bentch blues, 2007) terza avventura della serie e questa volta non ho resistito  e devo dire che non sono rimasta delusa.
Bisogna anche dire che sono una fanatica delle avventure del commissario Sanantonio, di cui conservo l’intera collezione con religiosa venerazione, per cui per me è stato un po’ come tornare alle origini, vera manna per chi apprezza l’ironia, l’umorismo e una leggera vena anarchica e irriverente che diverte e nello stesso tempo fa riflettere.

Un esempio: Lo fissavano tutti con uno sguardo interrogativo. “Non è niente” disse ” Un padre di famiglia ha ammazzato la moglie e i due figli e poi si è suicidato”. “Ah , che paura”disse Dora “credevo fosse successo qualcosa di grave”.

Poi cosa affatto scontata, anzi decisamente rara, c’è trama, c’è una storia che si regge in piedi, che non annoia, che ti lascia con la sensazione di aver letto un libro di senso compiuto, e per me è un gran pregio devo ammetterlo. Infine è un romanzo breve, si legge molto velocemente, anche grazie allo stile leggero e vivace dell’autore, che tiene viva l’attenzione senza appesantire con capitoli inutili, e poi la bizzarra e invadente famiglia del commissario Bentch, una vera gabbia di matti come lui ama definirla, è davvero buffa e dà colore alla narrazione.
Parigi in agosto, dicevo.

Al telegiornale di mezzogiorno, sbracciandosi davanti ad un’immensa cartina di Francia, l’annunciatrice del meteo aveva previsto temporali. Forse per far contenti i bifolchi che da quando era iniziata la canicola, affollavano le chiese per bisbigliare preghiere ai santi policromi e sordi. Buco dell’ozono, surriscaldamento terrestre, gli iceberg sono ormai come ghiaccioli in un bicchiere di wiskey, alcune isole stanno scomparendo, il livello del mare sta salendo, Mont saint Michel rischia di essere sommerso e il ministro della Salute non interrompe nemmeno la villeggiatura. al popolino viene promessa l’apocalisse.

Un serial killer con un paio di Ray Ban Predator 2, gli stessi di Tommy Lee Jones e Will Smith in Men in Black, se ne va in giro per la città uccidendo omosessuali, impiccandoli con un cavo. Le prime pagine dei giornali non parlano d’altro e al Journal du Dimanche, grazie a qualche informatore che fa filtrare le notizie, ne sanno quanto la centrale di polizia. Il commissario capo Benchimoun, Bentch per glia mici e i nemici, indaga anche se non è l’unica catastrofe estiva che l’opprime. Il suo superiore, il commissario divisionale Francis Saintandrè ha un piccolo problema di famiglia: sua figlia Atlantide dopo aver tentato di ucciderlo con una pistola scarica in una crisi di “schizofrenia” è scomparsa dalla clinica in cui era ricoverata.
Così tocca a Bentch ritrovarla se non avesse una piccola emergenza familiare anche dal suo fronte, l’ arrivo dall’America del fratello, con una notizia bomba pronta a far saltare le coronarie al loro vecchio padre ebreo osservante: tre anni prima se ne era andato per vivere liberamente la sua condizione omosessuale ed ora è felice di comunicargli di aver iniziato a convivere con un rabbino e di essere pronto a fare coming out e a far si che la sua famiglia lo conosca per com’è veramente. Dulcis in fundo anche la sua vita sentimentale non gode proprio ottima salute, la sua amica Ines lo abbandona di punto in bianco dato che il suo ex marito è stato rilasciato dal carcere perchè in stato terminale a causa di un tumore.
Un estate impegnativa non c’è che dire e il tempo stringe, il serial killer continua a uccidere e il nostro Bentch , quando crede di aver toccato il fondo, dovrà ricredersi e mettersi a lottare con un pericolo che lo coinvolgerà molto da vicino.

Tito Topin è nato a Casablanca nel 1932. Oltre a pubblicare romanzi che riscuotono grande successo di pubblico et di critica in Francia, nel 1989 crea la famosissima serie televisiva noir del commissario Navarro. Con questo titolo ha vinto il prestigioso Prix Polar per il miglior poliziesco. Dello stesso autore Ore contate, Giunti Editore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandra dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista ad Alessandro Manzetti a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2011 by

Alessandro ManzettiBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Ti chiami Alessandro Manzetti, classe 1968, romano, scrittore e web editor freelance. Sei il curatore di un sito bellissimo, vera chicca per gli amanti dell’ horror, del noir, del weird che si chiama Il posto nero. Parlaci un po’ di te descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.

Ti ringrazio per le belle parole sul mio blog. Parlare di se stessi è sempre difficile, ci provo: ho una antica passione per la letteratura e il cinema horror, per l’arte in genere, la mia formazione letteraria è classica e ho il rimorso di non aver completato il corso di laurea in Filosofia, mancava davvero poco. Sono un grande curioso e un buon lettore, a volte scrivo qualcosa, sono alto e bello, assai poco modesto, tante volte me la prendo per poco, ma poi passa subito. Amo il Web, la tecnologia e gli strumenti di comunicazione. Il Pinot Nero di Borgogna e il colore blu. Per ora può bastare.

Girando per il web un giorno mi sono imbattuta ne Il posto nero. Ho letto alcune tue interviste a tipi come Jack Ketchum, Jeff Strand, Jonathan Maberry, e Brian Keene, cioè Brian Keene dico uno che mi dicevano fa fare agli intervistatori la fine del tizio dei sondaggi che bussa alla porta di Hannibal Lecter e mi son detta cavoli questo sì che sa fare un’ intervista. Ci sarà qualcuno che non sei ancora riuscito ad intervistare e ti sei ripromesso di non lasciare impunito?

L’intervista a Brian Keene deriva da una “missione speciale” che mi ha affidato Horror magazine per il nuovo numero di H. Si è vero, Keene può essere definito un osso duro e ho dovuto usare una strategia “creativa” per ottenere l’intervista, ma non posso davvero rivelarti di più. Ringrazio Brian per avermi rilasciato alla fine una bellissima intervista, appassionata e senza peli sulla lingua. Per gli altri, sto corteggiando Peter Straub, mi piacerebbe molto chiacchierare di horror con Richard Matheson e George Romero, oltre Stephen King naturalmente. Ci vorrà creatività anche in questi casi, temo. Sono curiosissimo di scambiare qualche battuta anche con Ellen Datlow, Chuck Palahniuk e Joe Hill. Ma i nomi sono davvero tanti. Il rimpianto è non poter avvicinare lo scomparso Richard Laymon.

Gli amanti dell’ horror sono una nicchia di pubblico molto rigoroso ed esigente. Quale è il tuo segreto?

Non ci sono grandi segreti da rivelare, credo sia fondamentale riuscire a creare un contatto diretto con gli autori, spesso immaginati come icone irraggiungibili. Specie per letteratura horror, che ha il suo cuore pulsante, il suo ombelico, negli Stati Uniti. Ascoltare cosa hanno da dire, cosa pensano, come lavorano e quali sogni custodiscono. Spesso si scopre che sono grandi appassionati, proprio come noi. Insomma, Umanizzare e conoscere da vicino gli scrittori che leggiamo e amiamo, comunicare i nuovi autori di talento che stanno emergendo, riuscendo ad anticipare al massimo. Tutto questo con respiro internazionale, non solo legato al nostro mercato. Poi non bisogna avere timore di affrontate argomenti più difficili, che magari garantiscono meno traffico. Questo è quello che cerco di fare sul mio blog.

Incubi e inconscio. Di cosa si nutre il mondo immaginario onirico?

Come mi hanno raccontato spesso diversi autori che ho intervistato, sono le nostre esperienze a materializzare i tanti abitanti dell’inconscio. Prendo in prestito una definizione bellissima e illuminante proprio di Brian Keene: Ogni cuore spezzato, amore, risata, lacrima, parola detta con rabbia, sospiro, frustrazione, sono piccoli grani da macinare per la mia Musa. Credo anche io che funzioni così, sia per l’ispirazione di uno scrittore che per il combustibile del nostro mondo onirico.

Il racconto breve horror più sensazionale che hai letto. Chi l’ ha scritto? Quando? Cosa hai pensato una volta finito?

Faccio una scelta molto classica: The Outsider di Howard Phillips Lovecraft. Scritto nel lontano 1921 ma ancora modernissimo; mi è capitato in mano da adolescente e ancora oggi rimane vivo dentro di me. Una sensazionale realtà capovolta che ha capovolto anche le mie emozioni, indirizzandomi definitivamente verso la letteratura horror e nera.

Steven King o Clive Barker?  

Due pianeti molti diversi, scegliere è quasi impossibile. Per non essere antipatico una risposta te la devo: dico Stephen King per la sua capacità di recitare ad altissimo livello su scenari e generi diversi.

Parlando sempre di Steven King non posso non citare Shining. Che differenze hai notato tra il libro e la trasposizione cinematografica di Kubrick? Due geni a confronto.

Spesso sono dalla parte del libro, e le trasposizioni cinematografiche mi deludono. Certo, Kubrick è immenso, e la sua interpretazione è fantastica e ispirata anche in questo caso. Però forse manca la giusta luce alle doppie letture che si colgono nel libro di King. Shining, uno dei libri più belli che ho mai letto, è pieno di interessanti metafore, come l’alcolismo, che al cinema probabilmente possono sfuggire più facilmente. Dipende sempre da come leggiamo. Però ripeto, sono sempre di parte in questi casi.

Quale è il disegnatore di cover horror che ami di più?

Proprio un paio di giorni fa ero in chat con Alan M. Clark, stavo scrivendo un articolo su di lui per il mio blog e ho voluto rappresentargli personalmente tutta la mia ammirazione. Se parliamo di mondi onirici, Alan M. Clark può essere definito un viaggiatore eccezionale, una specie di Marco Polo del genere. Penso di averti risposto.

Quale è il segreto per una buona intervista?

Sarebbe banale risponderti con preparazione o approfondimento dell’autore, e infatti lo è. Un segreto non c’è, ma cercare e stimolare l’uomo dietro lo scrittore dovrebbe essere tra i principali obiettivi di una intervista. Ma è un mio parere.

Edgar Alan Poe. Quale è il suo racconto che preferisci?

Sono indeciso tra il Cuore Rivelatore e Il Barile di Amontillado. Forse preferisco il primo, visto che soffro di claustrofobia.

Frankestein di Mary Shilley o  Dracula di Bram Stoker?

Mi proponi sempre scelte difficilissime, mi costringi a cannibalizzare. Si tratta di due opere innovative, anzi rivoluzionarie, alle quali devono molto gran parte della letteratura horror e i nostri neri archetipi. Ma con Frankenstein o Il Moderno Prometeo di Mary Shelley mi tocchi sul vivo, devo dargli una leggera preferenza. Ho riletto il libro qualche mese fa, è straordinario, come la vita stessa dell’autrice che vale davvero la pena approfondire. Provo ogni volta grandi emozioni. Chi non l’ha letto troverà qualcosa di molto diverso, inaspettato e bellissimo, rispetto agli adattamenti cinematografici e all’immaginario creato e deformato dal tempo e dal business.

C’è un progetto che ti sta particolarmente a cuore, a cui vorresti dare maggiore visibilità?

Un progetto al quale tengo molto è un antologia di racconti horror che sto curando insieme a Daniele Bonfanti, il titolo è “Arkana-Racconti da Incubo”. Uscirà il prossimo Halloween e sarà scaricabile gratuitamente in formato ebook sul mio blog Il Posto Nero. Conterrà una introduzione di Rocky Wood, scrittore saggista e Presidente della Horror Writers Association, e racconti di grandi autori horror di livello internazionale come Jack Ketchum, Lisa Morton, Lisa Mannetti, John Everson, Michael Laimo, Daniel Keohane, James A. Moore. Molti di questi autori saranno pubblicati per la prima volta in Italia, grazie anche a uno staff di editing e traduzione di alto livello che io e Daniele Bonfanti siamo riusciti a mettere in piedi, tra i quali  Luigi Milani, Alberto Priora, Nicola Lombardi, Luigi Musolino, Alfredo Mogavero. Un progetto di diffusione culturale che nasce, a tutti i livelli, da grande passione. Penso proprio che sarà un bel regalo per tutti gli appassionati di horror.

Collabori con varie testate come La tela nera, Horror Magazine, Sugarpulp.  Come hai iniziato?

La prima collaborazione che ho portato avanti in ambito letterario è con il portale La Tela Nera dell’amico Alessio Valsecchi, E’ iniziata circa un anno fa scrivendo recensioni, articoli, qualche intervista. Oggi per la Tela Nera curo “Il Ragno”, una rubrica di approfondimento sulla letteratura horror. Poco dopo sono nate altre collaborazioni: con il movimento Sugarpulp, che negli ultimi tempi sto colpevolmente trascurando, e con Gargoyle Books. Più recentemente è iniziata la collaborazione con Horror Magazine per curare una nuova rubrica sull’Almanacco H, chiamata Il Corriere di Atlantide, anche questa dedicata ad approfondimenti sulla letteratura horror. Oggi sto dedicando molto tempo alle attività della Horror Writers Association, della quale sono da tempo membro associato e che mi ha recentemente nominato Coordinatore Italia. Tra le varie attività mi occupo di The Raven-News From Hell, il notiziario ufficiale italiano pubblicato sul mio blog, e della rubrica The Italian Horror Machine pubblicata sulla Newsletter mensile dell’HWA. Insomma, tanto da fare e tutto per passione. Forse dovrei rallentare un po’.

Scrivi racconti horror e noir pubblicati in antologie e sul web. Cos’è la paura? Come si esorcizza?

Mi piace caratterizzare le mie storie con una decisa venatura psicologica e onirica. La paura spesso coincide con l’ignoto, con la grande oscurità, si esorcizza con la curiosità di conoscere il diverso, l’altro. Spesso il “mostro” è una proiezione dei nostri limiti. Fare qualche passo in più in questo senso è un grande arricchimento. La paura letteraria, quella che incontriamo tra le pagine di un libro, quella che ci regala forti emozioni e ci fa divertire, va invece espansa più che esorcizzata. Lasciamola correre libera nel nostro stomaco.

Da quest’estate fai parte della redazione di Edizioni XII come Responsabile Marketing. Una passione che diventa un lavoro. Quali sono le tue aspirazioni? Che obbiettivi ti sei posto prima dei 50 anni?

Con Edizioni XII c’è un bellissimo rapporto, è un gruppo di persone fantastiche e talentuose che sta portando avanti progetti davvero interessanti. Ho collaborato per un certo periodo con la redazione e l’ufficio stampa, poi per “colpa” di un nero incantesimo dell’amico Daniele Bonfanti, di strane e insospettate alchimie, sono stato risucchiato sempre più in questa avventura. Insomma, una specie di Maelstrom. Una collaborazione a cui tengo molto, che mi offre molto, strettamente connessa ai rapporti personali. La mia aspirazione è far diventare la passione il mio lavoro principale, oggi non è ancora così. I progetti in cantiere sono molti, a breve e medio termine. Riguardano l’horror naturalmente, la letteratura e la comunicazione, l’Italia ma soprattutto gli Stati Uniti e la Horror Writers Association. Penso che a 50 anni sarò da quelle parti.

Quali sono i siti letterari che segui più spesso?

A parte i grandi portali di genere, esistono molte realtà interessanti sul web, nate da pura passione. Sono quelle che mi piace segnalare, come Malpertuis di Elvezio Sciallis, sono anni che fa un competente lavoro sulla letteratura horror internazionale, oppure Weirdletter di Andrea Bonazzi, che è uno dei pochi, insieme a me, a scrivere anche di arte dark. Per aggiornarmi spendo molto tempo a consultare diversi magazines online, gran parte USA. Shroud Magazine è uno dei miei preferiti.

Cosa ne pensi di Liberidiscrivere? Massima sincerità voglio sapere anche i difetti.

Fate un ottimo lavoro a livello di contenuti. I contributi sono davvero molti, e come dicevo prima è fondamentale il contatto con gli autori. Migliorerei la navigazione e l’interattività con gli utenti. Metterei mano alla grafica, sia in generale che come arricchimento dei singoli post, e creerei delle rubriche tematiche. Valuterei anche piattaforme alternative per il blog, più flessibili e che offrono strumenti forse più moderni. Insomma, interventi più tecnici che di sostanza, ma che oggi fanno la differenza.

Nel panorama dell’ horror, italiani e stranieri, quali sono i nomi da tenere d’occhio?

In questo caso ci vorrebbe molto più spazio e tempo per risponderti, posso fare giusto qualche cenno. Tra gli italiani, terrei d’occhio autori come Samuel Marolla, Cristiana Astori e Claudio Vergani, poi nomi blasonati come Danilo Arona, Alda Teodorani e Gianfranco Nerozzi che continuano a proporre interessantissimi lavori e prospettive. Ma la fusione di generi attuale ci fa sconfinare nel noir soprannaturale, nomi come Barbara Baraldi e Marilù Oliva sono caldissimi. Anche Eraldo Baldini a volte entra nel genere con molta originalità e territorialità. Uscendo dalla narrativa, è da seguire con attenzione Daniele Serra che con le sue magnifiche illustrazioni è già riuscito a conquistare il mercato internazionale dell’horror, quello che conta. Uscendo dall’Italia, evitando di citare i soliti nomi ridondanti,  ci sono grandissime prospettive per Sarah Langan e Lisa Morton. Mentre Hank Schwaeble, Norman Prentiss e Nate Kenyon stanno scrivendo cose molto stimolanti. Ma dimentico tantissimi altri nomi, sia in Italia che all’estero. Dovrai farmi un’altra intervista.

E ora parlami dei tuoi gusti letterari. Parlami dei tuoi autori preferiti, dei libri che ami di più, di quelli che proprio non ti sono piaciuti.

Rimango nel genere horror per non prenderti troppo spazio. Autori come Peter Straub,  Richard Matheson, Richard Laymon,  Thomas Ligotti, Chuck Palahniuk, Jack Ketchum , Ramsey Campbell sono tra i miei preferiti. Mi piacciono molto anche i lavori di Valerio Evangelisti e Tiziano Sclavi. Tra i libri che sono rimasti attaccati alle mie cellule più profonde cito la Casa dei Fantasmi di Peter Straub e Io Sono Leggenda di Richard Matheson. I libri che non mi piacciono sono quelli troppo attenti alle logiche di mercato e di vendita.

Cannibali, zombie, vampiri. Quale è il filone che ha ancora molto da dire?

Il filone zombie è oggi molto di moda, penso che avrà ancora parecchio da dire, le storie di vampiri sono un classico sempreverde, forse il cannibalismo è un tema che può offrire di più, ispirare storie e mitologie innovative, aspettiamo qualcuno che entri nel varco aperto da Jack Ketchum anni fa e ci regali nuove visioni e interpretazioni.

Una curiosità. Cosa stai leggendo in questo momento?

Hot & Ruin di Jonathan Maberry pubblicato da Delos Books. Finora ottime impressioni. Mentre è già pronto sul comodino Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon, uscito recentemente per Gargoyle Books. Finalmente.

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Il posto nero.

La rubrica Horror Street sul mio blog, dedicata a interviste con autori horror USA, prevede due domande fisse, una delle quali chiede: Lasciamo immaginare al lettore di percorrere una strada oscura e solitaria per tornare a casa, e di dover girare l’angolo. Chi (o cosa) incontrerà?Eroal primo numero, mi aspettavo dall’autore la materializzazione di qualcosa di terrificante, di orribile, per chiudere il bellezza l’intervista. Invece la risposta è stata: Trova me sotto il portico che gli offro un bel piatto di pasta e fagioli. Tra le tante risposte che ho poi ricevuto, quella rimane indimenticabile. Non ti dico il nome dell’autore, se sei curiosa trovi tutto sul mio blog.

E quello più inquietante.

Un giovane regista straniero tempo fa mi ha mandato qualche mese fa un cortometraggio, davvero duro, anzi dovrei dire disgustoso. Parlavamo poco fa di cannibalismo, di nuove interpretazioni, tanto per farti capire. Io però intendevo altro. Mi chiedeva un parere, non sono ancora riuscito a trovare le parole.

E ora prima di lasciarci, ringraziandoti della tua disponibilità, parlaci dei tuoi progetti per il futuro e salutaci come farebbe Howard Phillips Lovecraft.

Dei progetti futuri te ne ho già parlato, mentre il solitario di Providence probabilmente vi saluterebbe così: Buona vita e buoni libri, con la consapevolezza di  non poter contare, quel giorno, sulla compassione degli Antichi.

:: Intervista con Steven Saylor

26 luglio 2011 by

Salve Mr Saylor. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Steven Saylor?

Sono un uomo molto fortunato, un autore a cui i suoi lettori hanno permesso di scrivere i libri che voleva scrivere.

Raccontaci qualcosa sul tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato nel 1956 negli Stati Uniti, in Texas, molto lontano da Roma! Ma grazie a Cinecittà e Hollywood la mia infanzia fu piena di Cleopatra, Cesare, Spartaco e Ercole, tutte storie di antichi miti e storia, e così la mia passione lunga una vita per la Grecia e Roma ebbe inizio. In seguito ho studiato letteratura antica e storia all’università e quando finalmente potei vitare l’Italia, avevo vent’anni, l’emozione di toccare le pietre di Pompei e del Foro Romano scatenò la mia immaginazione e seppi che dovevo scrivere di Roma.

Quando ti sei reso conto che avresti voluto fare lo scrittore. In quale momento ti sei accorto che la tua passione stava diventando un reale lavoro?

Quando ero bambino mi chiesero: “Cosa vuoi fare da grande?” Risposi: “Lo scrittore”. Così questa ambizione esisteva già nella mia più tenera età. Ho lavorato duramente per coltivarla, prima leggendo costantemente quando ero ragazzo e poi iniziando a scrivere le mie storie. Ho fatto  molti lavori nel campo dell’editoria, prima come giornalista e poi come editor per giornali e riviste.
Dopo che il mio primo romanzo, Sangue su Roma, fu pubblicato, il mio editore di New York venne a visitarmi a San Francisco, mi portò a pranzo e mi disse: “Sei dentro”. Avevo scritto solo un romanzo ma lui credeva che potessi diventare un romanziere professionista a tempo pieno, la sua fede in me mi fu di grande ispirazione.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ti ha maggiormente influenzato?

Devo dire grazie a Umberto Eco per la suo Il nome della Rosa che è una combinazione di romanzo storico, romanzo investigativo, e romanzo intellettuale. Ho amato moltissimo quel libro e mi ispirò a credere che potessi anche io combinare questi generi in un romanzo ambientato nell’antica Roma. Ora esistono numerosi romanzi storici ambientati in diversi periodi. Ma fu il grande successo di Il nome della rosa  parzialmente responsabile di questo sviluppo della intera categoria della moderna narrativa.
Nella mia infanzia la mia più grande ispirazione mi deriva da Il signore degli anelli di JRR Tolkien. Amai quel libro più di ogni altro. Non sono diventato uno scrittore di fantasy esattamente perché non credevo che sarei mai riuscito a competere con la maestosa perfezione delle creazioni di Tolkien. Ma volevo creare un grande mondo fantastico con molti personaggi, una lunga storia e di grande drammaticità così optai per la narrativa storica. Il mondo dell’antica Roma è la mia Terra di Mezzo.

Cosa ti ispirò a scrivere la serie Sub rosa?

Il primo romanzo della serie, Sangue su Roma, è interamente basato sul primo processo per omicidio di Cicerone. Pensavo che avrei scritto un singolo romanzo,  ma il mio editore voleva più libri e così colsi l’opportunità di scrivere una serie ambientata nel periodo più affascinante di tutti i tempi, la fine Della Repubblica romana. Il mio editore voleva una serie crime, naturalmente ma la Roma di Gordiano è piena di omicidi e processi.

Di quanti libri è composta la serie?

Ci sono dodici libri che ricoprono un periodo di 35 anni dalla dittatura di Silla del 80 A.C alla dittatura di Giulio Cesare. Il romanzo più recente The Triumph of Cesar, è ambientato proprio prima l’assassinio di Cesare. Ho in progetto di scrivere ancora molti volumi.

I romanzi storici implicano molte ricerche. Tu come hai proceduto?

Le mie visite in Italia sono state una parte molto importante delle mie ricerche, per vedere la grandezza delle rovine, la distanza tra le città, per farmi un idea del clima e del tempo e così via. E naturalmente ho letto molto. A casa mia a Berkeley in California, vivo vicino ad una delle migliori università del mondo, che dispone di un’ immensa biblioteca. Comunque le fonti primarie come i discorsi di Cicerone sono disponibili online, sia nella versione originale latina sia tradotti e i testi possono essere studiati usando i principali strumenti di ricerca. Un’altra grande risorsa sono state le mappe satellitari di Google. Ho potuto sorvolare come un uccello il luogo preciso dove Clodio fu ucciso nella Via Appia.

Ho letto con molto piacere Omicidio nella via Appia edito in Italia da Editrice Nord. Puoi farci un breve riassunto senza rivelarci il finale?

La storia inizia con l’assassinio di un politico radicale, Clodio, sulla Via Appia a poche miglia da Roma. Tutti pensano che sia stato ucciso da un rivale, un altro politico, Milone. In città esplode la violenza. Il Senato viene dato alle fiamme. Roma è nel caos. La gente spera che il grande vecchio del Senato, Pompeo, ripristini l’ordine. Pompeo incarica Gordiano di scoprire la verità sull’omicidio di Clodio. Così questo romanzo è incentrato sulle investigazioni legate all’omicidio e le sorti stesse della Repubblica sono sul piatto della bilancia.

Quale è la tua scena favorita in Omicidio sulla via Appia?

All’inizio, noi vediamo la reazione di Clodia sorella di Clodio, quando la salma di Clodio viene trasportata nella casa del morto, e Gordiano è invitato ad entrate dentro. Il clima in quella casa è di grande dolore ma anche di grande dignità. Mi è piaciuto scrivere quella scena, specialmente perché Gordiano è  segretamente innamorato di Clodia.
Mi sono anche divertito a scrivere la scena del processo alla fine, perché sappiamo che Cicerone tentò di fare un grande discorso, ma l’emozione gli impedì di parlare, è una scena molto drammatica.
E tra queste scene Gordiano investiga sull’omicidio andando su e giù per la Via Appia. Spero che le cose che vede e la gente che incontra siano molto vivide per il lettore.

In Omicidio sulla Via Appia quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? E il più facile?

Pompeo ha richiesto il lavoro maggiore. Gordiano incontra e lavora con molti uomini potenti, ma nel primo incontro con Pompeo noi possiamo avvertire il ruolo di padre di Roma a quel tempo. E’ una figura molto imponente, che intimidisce. E anche un enigma, potrebbe diventare dittatore ma non vuole. Quali sono le motivazioni di questo potentissimo uomo?
Clodia la sorella di Clodio, era apparsa prima nei miei libri e apparirà ancora nei miei libri successivi. Mi diverto sempre a scrivere di lei. Gordiano la trova molto affascinante ma ha anche paura di lei. E’ una sorta di femme fatele della storia.

Altre opere ti hanno ispirato nel scrivere questo romanzo?

Una delle più eccitanti cose che ho scoperto durante le mie ricerche sono le pazzesche fonti che esistono per questo omicidio. Cicerone ne dà una versione nel suo discorso per il processo, ma un successivo commentatore Asconio dà una versione molto diversa, così abbiamo due modi di vedere gli eventi. Usando entrambe queste fonti noi possiamo ricostruire gli eventi intorno all’omicidio, ora per ora, e possiamo anche accertare dove gli aventi accaddero sulla Via Appia. Questa è una circostanza molto rara possiamo infatti descrivere un omicidio del mondo antico come se fosse successo ieri.

Parlaci del protagonista Gordiano

Gordiano sono io, solo in meglio; egli fa scelte morali difficili che io non sono sicuro avrei il coraggio di fare. E’ bello avere un alter ego che è migliore e più intelligente di te! Ma anche i cattivi dei miei libri sono miei alter ego. Io penso che sia gli scrittori che i lettori si divertano a provare entrambe le sensazioni sia ad identificarsi con i personaggi sia migliori che peggiori che a provare ad immaginarsi come potrebbero essere.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Ogni tanto c’è qualche interesse, ma fino adesso non è successo niente. Quando guardo i film e gli spettacoli televisivi che sono stati fatti sul mondo antico pieni di sesso ed esagerata violenza, mi sembra che le graphic novelcome 300 siano materiale migliore di quanto siano i romanzi che ho scritto.

E il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Ho un sito web molto attivo e sono anche presente su Facebook, i lettori mi mandano davvero tanti feedback. Qualche volta i loro commenti mi sono molto utili, perché i lettori vedono collegamenti nei miei libri che io non vedo. Io sono un pittore con gli occhi incollati sulla tela mentre loro vedono le cose da distanza. C’ è un link per raggiungermi sul mio sito web, stevensaylor.com e il mio indirizzo email è molto semplice steven@stevensaylor.com

Come ti immagini in futuro?

Spero di continuare a scrivere fin quando continuerò a respirare. Scrivere è un altro modo per vivere. Realtà e immaginazione sono ugualmente importanti per me.

Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?

Sì, lo faccio. Anche se raramente ce ne sono utili come i commenti che ricevo dai miei lettori, di solito non possono parlare degli intricati dettagli dei miei libri senza rivelare troppo della trama e i commenti sono fatti solo in termini generali.

C’ un insegnate che ti ha maggiormente ispirato?

Ho dedicato il mio terzo romanzo, Catilina’s Ridde, ai miei professori di storia entrambi sia delle scuole superiori che poi dell’università. Sono ancora in contatto con un paio di miei professori che mi insegnarono Storia Romana e Greca all’università del Texas. Il fatto che gli sia piaciuto il mio lavoro è stato molto gratificante per me. Sono lieto e anche onorato di essere apprezzato dai miei professori.

Siamo giunti al termine nel ringraziarti per la tua disponibilità permettimi un’ ultima domanda. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo. Altri progetti?

Proprio adesso sto lavorando al mio nuovo romanzo che sarà pubblicato negli Stati Uniti nel 2012 ed è un prequel della serie. Il mio eroe Gordiano ha solo 18 anni e intraprende un viaggio per vedere le Sette Meraviglie del Mondo. Se ai lettori piacerà il libro, potrò raccontare molte altre avventure di Gordiano da giovane. 

:: Recensione di Il mosaico di ghiaccio di Lars Rambe (Newton compton 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2011 by

Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad.  Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Intervista con Daniele Cambiaso a cura di Riccardo Falcetta

22 luglio 2011 by

caL’ombra del destino è un romanzo maledetto,  concepito come un’autentica bomba a orologeria. Fatto per esploderti tra le mani, sul più bello, mentre la lettura ti avvolge e non ti accorgi che il prossimo turning-point sarà la riduzione in macerie delle viscere stesse della tua civiltà e di tanti suoi convincimenti. La sensazione che sanno comunicare libri come questo è assolutamente paralizzante, come il pantano che ci sta coprendo. Solo che con la lettura almeno te ne accorgi. 
Scelto per il lancio dei nuovissimi Gialli Rusconi, questo romanzo è in vero qualcosa di più che un Giallo: è un coacervo nudo e crudo di hard boiled, spy e reportage di guerra (gli autori preferiscono parlare di racconto di frontiera, di contaminazione col western, un punto di vista interessante) che si spinge nei visceri di fango della storia segreta di Nostra Signora Italia – Nostra Signora Politica, le Nostre Signore Guerre, il Nostro Signore Malaffare, il nostro pantano.
Il libro è parte di una attuale generazione di opere “cospirazioniste”(che vorrà pur significare qualche sintomo di male carsico di questi tempi, no?) tra le quali è necessario ricordare almeno Gli anni nascosti di Piernicola Silvis e Montecristo, trilogia-monumento di Steve  Di Marino (prefatore di questo volume), L’ombra del destino è il frutto di una riuscita simbiosi creativa e documentativa a quattro mani, tra Ettore Maggi e Daniele Cambiaso.
Ettore, autore nel 2009 di un eccezionale esordio a base di racconti resistenziali (Il gioco dell’inferno, Besa) lo avevo intervistato diffusamente lo scorso anno, proprio sul nostro blog.  

Questa volta cedo la parola a Daniele Cambiaso, insegnante umanista e già autore di un ottimo thriller storico – Ombre sul rex, Frilli.

“Siamo partiti da un nucleo narrativo al quale stava lavorando Ettore (Acciaio, un romanzo con Roberto Saporito, ndr), che mi sembrava creato su misura rispetto ad alcune suggestioni derivatemi dalla lettura di articoli cronaca nera e politica sui quali mi sarebbe piaciuto articolare una storia. Gli articoli riguardavano la guerra civile nei Balcani e strane vicende di criminalità in relazione con quella tragica realtà. Con Ettore ne abbiamo parlato a più riprese, scoprendo che questo matrimonio s’aveva da fare, così abbiamo strutturato la trama per il lavoro a due, secondo i nostri obbiettivi e caratteristiche.

A parte il complicato contesto bellico dei balcani, da voi ben reso nel libro, a parte i riferimenti alla storia politica italiana, quanto c’è di vero nel romanzo? Magherini, il terrorista di destra, mi ha ricordato, non so come, Stefano delle Chiaie.

Più che a Delle Chiaie, figura controversa e dai tratti indubbiamente romanzeschi, in realtà per la figura Magherini mi sono ispirato molto liberamente a quanto emerso nel famoso “golpe rosa” – ti ricordi? –  che guarda caso avveniva proprio alla metà degli anni Novanta e la cui protagonista era la bella e misteriosa Donatella Di Rosa, dagli irresistibili occhi blu. A un certo punto “Lady Golpe”, come la chiamavano i giornali, sostenne che Gianni Nardi, un importante esponente dell’eversione neofascista, non fosse morto nel ’76 in un incidente stradale, ma fosse vivo e coinvolto in trame eversive. La realtà giudiziaria la smentì ma fu un momento inquietante. Ecco, Magherini nasce un po’ dalla suggestione creata da questi fatti.
Il resto, la sua carriera e le sigle, i riferimenti politici, deriva da studi e letture sull’argomento, il tutto miscelato in chiave narrativa.

Diversi nel romanzo i riferimenti a libri, cultura, personaggi dell’estrema destra. Una cultura di indiscutibile fascino e attrattiva anche per gente di altri lidi ideologici.

Credo che questa sia un po’ la risposta a un certa visione manichea della politica, per cui la destra non sarebbe in grado di esprimere figure di intellettuali o di pensatori di spessore. Quando ci si accorge che non è così, ci si accosta con una certa curiosità a queste realtà, scoprendole degne di interesse e di studio, capaci di arricchire, al di là delle prospettive politiche, e in grado forse di aprire a un dialogo che viaggi al di sopra degli steccati rigidi creati da posizioni preconcette.
Mazzantini, per dire, credo abbia raccontato le esperienze di chi andò a Salò con una sensibilità, un lirismo, un rispetto per l’avversario e un’onestà intellettuale tali da diventare un riferimento imprescindibile per chi voglia approfondire l’argomento.

Già coautori di un racconto giallo di ambientazione bellica selezionato per la prima antologia di Carabinieri in giallo (Una questione delicata, Il Giallo Mondadori), siete tornati con questo libro a intrecciare politica, storia militare dell’Italia e Italia del malaffare. Narrativa  conspirazionista, insomma, un genere che intriga e fa riflettere, ma tanti vi vedono della dietrologia paranoica …

Potrei dirti che la dietrologia paranoica viene spesso superata dalla realtà storica conclamata. Basta prendere in esame, senza scomodare le uccisioni di Moro o Kennedy, il caso del bandito Giuliano. Più in generale, credo che questo tipo di narrativa assolva una funzione che un tempo era prerogativa del giornalismo di inchiesta, oggi un po’ in ribasso, ossia quella di lanciare un grido di allarme e informare che non tutto potrebbe essere come ce lo raccontano. Ho usato il condizionale, quindi sono un paranoico ottimista (e sei un grande! ndr)

Visto che siamo in tema, perchè l’anno del terzo cinquantenario dell’Unità d’Italia secondo te  si è rivelato così povero di narrazioni risorgimentali?

Credo che il problema sia legato al fatto che certe ricorrenze da sole non bastano a rendere appetibili e “vivi” determinati periodi storici per chi entra in libreria. Mi spiego meglio. Io lavoro nella scuola secondaria di primo grado e i programmi tendono a ridimensionare, nei manuali, la portata dell’Ottocento in funzione di uno studio migliore del Novecento. Benissimo. Poi, in occasione dell’anniversario, di colpo arriva una valanga di iniziative, ci si sorprende che per alcuni il Risorgimento sia una scoperta, più che una riscoperta. Se vogliamo che certi valori, certe pagine di Storia siano davvero patrimonio di tutti, vivo, condiviso, occorre attivarsi perché lo siano sempre e non solo in occasione del 150° anniversario. Altrimenti, che si fa? Aspettiamo un altro mezzo secolo a riparlarne?

Giulio Perrone ha pubblicato Nero Liguria, antologia curata da te e in cui è presente anche Ettore.

Si tratta di una antologia che ho curato con interesse e passione. Ventitré autori raccontano il coté criminale della Liguria in venti racconti neri, talvolta contaminati con generi quali il fantasy, il gotico, l’horror e la fantascienza. All’interno dell’antologia troviamo tematiche che attingono all’attualità sociale e politica, senza trascurare incursioni nel passato più o meno recente. L’antologia si apre infatti con una vicenda legata all’alluvione del 1970 per piombare in una cupa storia di sfruttamento di immigrati e di ecomafie. Si prosegue attraverso drammi del centro storico genovese più e meno recente, oscure vicende della mala proposte anche attraverso prospettive insolite, problematiche multiculturali e adolescenziali dei giorni nostri, fatti dai risvolti inquietanti, duelli privati, drammi coniugali, vendette politiche e personali che si trascinano attraverso i decenni, minacce di contagio, storie nerissime della periferia e delle Riviere. Dopo Crimini di regime e Crimini di piombo, due antologie che ho curato con Angelo Marenzana per Laurum (che raccolgono storie nere ambientate durante il ventennio fascista e gli anni del terrorismo), questa è la mia terza esperienza da curatore. Posso dire di essere particolarmente soddisfatto del risultato raggiunto, anche per la varietà di stili e prospettive, che offrono un interessante spaccato della realtà autoriale ligure.

Cos’altro state scrivendo?

Ho concluso da poco la prima stesura di un romanzo scritto a quattro mani con Claudio Asciuti, ambientato nella Genova degli anni Cinquanta e Ottanta e sto cercando di concludere un romanzo sulla strategia della tensione in Liguria. Ci sarebbero almeno tre interessanti progetti da sviluppare insieme al mio socio Ettore. Già pensati e in parte strutturati. Ci piacciono molto, al punto di non sapere quale privilegiare per primo. Ora si tratta di trovare il tempo per scriverli ed è questa la parte più difficile. Ma ci proveremo. Giusto per non perdere il vizio…

:: Recensione di Omicidio sulla via Appia di Steven Saylor (Nord, 2011)

21 luglio 2011 by

omicidio-sulla-via-appiaRoma 52 a.C. Vigilia della guerra civile tra Cesare e Pompeo. In un fredda sera di gennaio l’ex tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro discendente dell’artefice della Via Appia, viene barbaramente ucciso in un agguato proprio in quella strada. Tito Annio Milone suo avversario sostenitore degli aristocratici, pare il responsabile e subito viene accusato dell’omicidio mentre i seguaci di Clodio decisi a spaventare i seguaci di Milone portano il cadavere di Clodio in Senato e lo danno alle fiamme causando un incendio che si estende anche ad altri importanti monumenti confinanti. Di diverso avviso è Gordiano il Cercatore, amico di Cicerone, il quale sospetta che le cose non siano andate in maniera così semplice. Così, su incarico della moglie di Clodio e di Pompeo Magno, che la folla vorrebbe come successore di Clodio, si mette ad investigare poco prima che il processo a Milone abbia inizio, contro il volere di Cicerone stesso, deciso a chiudere il processo al più presto. Cercando, cercando Gordiano si avvicina ad una verità del tutto diversa da quella nota. Col figlio Eco e con il suo schiavo, Gordiano deciso a scoprire la verità a qualsiasi costo, ritrova infatti il luogo dell’agguato e interroga i testimoni che videro e sentirono ciò che successe e quello che emerge dalle sue indagini avrà una portata così sconvolgente da mettere in forse il futuro stesso della Repubblica. Omicidio sulla via Appia ( Murder in the Appian Way, 1996) è il 5° romanzo dopo Sangue su Roma, Lo schiavo di Roma, L’enigma di Catilina, e Delitto sul Palatino, edito in Italia da Edizioni Nord e tradotto da Fabrizia Villari Gerli, della serie che lo scrittore texano Steven Saylor, ha dedicato all’antica Roma, denominata Roma sub-rosa, e che vede protagonista Gordiano il Cercatore, intraprendente investigatore ante litteram sulle tracce dei più oscuri misteri che hanno sconvolto l’antichità. La caratteristica principale dei mystery storici di Saylor è la incredibile capacità di immedesimarsi in un periodo storico così remoto facendo propri usi, costumi e modi di pensare. Basandosi infatti su documenti autentici, l’autore ha ricostruito una Roma credibile e molto accurata il cui rigore storico ha impressionato favorevolmente numerosi autorevoli studiosi del periodo e gli ha permesso di tenere conferenze nelle più prestigiose università americane. Avendo letto il bellissimo Sangue su Roma ho potuto ritrovare in questo lavoro lo stesso stile raffinato e colorito. Gordiano è sicuramente un protagonista simpatico e intelligente, dotato della tenacia e dell’intuito del buon investigatore, che conserva la propria indipendenza e la propria forza morale in un mondo avvelenato dagli intrighi e dalle congiure, ma anche gli altri personaggi sono ben delineati pure i personaggi minori che costituiscono un affresco corale dell’epoca. La prosa chiara ed elegante rende la narrazione avvincente  senza annoiare il lettore pure nelle numerose digressioni storiche, accompagnate da un linguaggio accurato e sempre attento al lessico corretto e in questo molto è dovuto all’ abilità del traduttore. Forse la trama è leggermente più smorzata dei libri precedenti a favore dei personaggi, ma più che un difetto penso segua una precisa volontà dell’autore deciso a ricreare un periodo storico tramite le voci di coloro che ci vissero. L’indagine, sempre attenta a seguire la logica concatenazione dei fatti, passa quasi in secondo piano rispetto alla incisività dei personaggi anche se rimane il filo conduttore principale della narrazione caratterizzata da scoperte, e intuizioni fino al colpo di scena finale che giunge inatteso e drammatico nella più pura tradizione del giallo investigativo.

:: Recensione di Lord John e una questione personale di Diana Gabaldon

19 luglio 2011 by

lord_john_e_una_questione_personaleDiana Gabaldon scrittrice americana originaria dell’Arizona ha raggiunto la fama internazionale grazie a La Straniera, primo romanzo di una serie giunta ormai al 13° episodio, che si ricollega al genere dei viaggi nel tempo e narra le avventure di Jamie e Claire un’ infermiera che dal 1945 si ritrova catapultata nel 1743.
Ricordo di avere trovato alcuni volumi della saga in biblioteca e seppure è passato un bel po’ di tempo ricordo anche che mi erano pure piaciuti. Per cui ho affrontato la lettura di questa sua ultima fatica, che a dire il vero è il primo di una nuova serie, abbastanza fiduciosa.
Edito in Italia da Corbaccio, come tutte le opere della Gabaldon, Lord John e una questione personale è un mystery storico, originale e ben congegnato, che si avvale di un protagonista affascinante e misterioso impegnato a nascondere la sua omosessualità in una società bigotta e sostanzialmente immorale e libertina in cui il buon nome è una vera religione e lo scandalo il peggior nemico.
Nello scenario sfarzoso e nello stesso tempo licenzioso ed equivoco della Londra del 1757 Lord John Gray, maggiore al servizio di Sua Maestà Giorgio II,  personaggio già presente nella Straniera con un ruolo secondario a cui l’autrice sembra particolarmente affezionata, si trova ad improvvisarsi investigatore sulle tracce di Joseph Trevelyan, promesso sposo di sua cugina Olivia, oppresso da un ingombrante e per quei tempi inguaribile segreto, e dell’assassino del sergente Timothy O’ Connell sospettato di essere una spia e di aver trafugato alcuni documenti che potrebbero mettere in forse le sorti del conflitto combattuto tra inglesi e francesi.
Le indagini lo porteranno ben presto a scoprire un collegamento tra i due casi e a seguire una misteriosa donna vestita di verde che potrebbe avere tutte le risposte. Coniugando l’avventura in costume al giallo classico, in cui un investigatore dilettante si trova ad indagare su un delitto utilizzando unicamente l’ intelligenza e il buon senso, Lord John e una questione personale è un divertente affresco di un’ epoca che l’autrice sa riportare alla luce con sorprendente bravura.
La ricostruzione storica è infatti accurata e minuziosa pur nei suoi aspetti più nascosti e meno conosciuti. Tra la sontuosità dei salotti dell’alta società e la desolazione dei bassifondi e dei bordelli, Lord John ci porta a conoscere un mondo incredibilmente effervescente e vitale ricco di personaggi pittoreschi ed espressivi ma anche avidi, dissoluti e corrotti capaci di ogni tradimento e di ogni nefandezza.

Diana Gabaldon è nata in Arizona nel 1952. Ha incominciato a scrivere alla fine degli anni Ottanta per divertimento e per vedere se ne era capace. Nel 1991 ha pubblicato il suo primo romanzo, La straniera e ha capito che aveva trovato un nuovo, appassionante mestiere. La saga della Straniera, pubblicata in Italia da Corbaccio, è stata tradotta in 19 lingue ed è venduta in 23 paesi di tutto il mondo.

:: Intervista a Linwood Barclay

18 luglio 2011 by

linwood_barclaySalve Mr Barclay. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linwood Barclay? Punti di forza e di debolezza.

Sono un ragazzo abbastanza normale in realtà, anche se il mio percorso di crescita è stato in qualche modo unico. Mio padre morì quando avevo 16 anni, e da allora ho dovuto prendere su di me la maggior parte delle responsabilità della famiglia. E ‘stato un periodo che mi ha modellato più di ogni altro, sia nel bene che nel male. Perché in quel momento cercavo di andare incontro ai bisogni degli altri, e ho vissuto pensando che ero l’unico che non sapeva fare niente. Ma, la mia famiglia mi ha aiutato, e sono riuscito a farcela, e per questo la ringrazio molto.

Parlaci del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato negli Stati Uniti, ma i miei genitori si trasferirono nei sobborghi di Toronto quando avevo quattro anni. Poi sette anni dopo, comprarono un cottage resort e un trailer park nella località di Kawartha nella regione dei laghi dell’Ontario, e così ci trasferimmo lì. E ‘stato il lavoro che ho portato avanti dall’età di 16 anni dopo che a mio padre fu diagnosticato un cancro ai polmoni, e poi morì.

Quali lavori hai tenuto in passato?

Ho aspettato ad avere 22 anni prima di accettare un lavoro di reporter per il Peterborough Examiner. Sono stato lì due anni, poi sono andato al Record Oakville Journal, un giornale nei sobborghi di Toronto, e dopo sono stato assunto nel 1981, all’età di 26 anni, nel più grande giornale del Canada che c’è in circolazione: il Toronto Star. Ho svolto una serie di mansioni di editing là – da redattore ad assistente, a News Editor, – prima di diventare giornalista nel 1993. Ho lavorato lì fino a quando ho lasciato lo Star, quattro anni fa, per scrivere libri a tempo pieno.

Quando ti sei reso conto che avresti voluto essere un giornalista prima e poi uno scrittore? Qual è stato il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Ero in 3 elementare quando ho cominciato a scrivere storie. Intorno agli 11 o 12 anni ho pensato che avrei voluto scrivere script per la televisione. Intorno ai vent’anni avevo scritto due o tre romanzi. Ma non erano buoni abbastanza per essere pubblicati. Sono diventato giornalista perché era un modo per ottenere di essere pagato per scrivere ogni singolo giorno.

Raccontaci qualcosa di divertente di Kenneth Millar, alias Ross Macdonald, padre del detective privato Lew Archer.

Non so cose divertenti … Era una persona molto gentile, generosa. Il fatto che qualcuno della sua statura avesse il tempo di leggere il mio lavoro, e di incontrarmi (abbiamo cenato insieme una sera quando avevo 21 anni) ha fatto un’enorme impressione su di me. Arrivare a incontrarlo è stato come per un fan dell’opera arrivare ad andare a cena con Pavarotti. Ok, un momento divertente … mi ero imbattuto in una rivista simil-Playboy chiamata Gallery in cui c’era un’ intervista con lui. Quando gli ho detto in una lettera che l’avevo, lui mi ha risposto che non l’aveva vista, e di mettergliela da parte per quando ci saremmo incontrati. Così, quando successe, gli diedi la rivista in un involucro marrone chiaro, Ross sbirciò dentro, e mi disse: “E’ meglio metterla via.”

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Nel corso della mia adolescenza fino ai vent’anni ho ricevuto innumerevoli lettere di rifiuto. Ne ho salvate la maggior parte. Sono riuscito a pubblicare il mio primo libro, una non fiction con uno sguardo ironico sulla paternità, solo dopo che fui ben noto come cronista di giornale.

Dopo aver scritto quattro thriller comici con il personaggio di Zack Walker, hai iniziato a scrivere romanzi autonomi più cupi, a partire da No Time for Goodbye. Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime più duri?

I romanzi polizieschi più divertenti, al momento in cui furono pubblicati, hanno ricevuto buone recensioni ma non vendettero molto (sono stati riscoperti oggi), così decisi di andare in un’ altra direzione. Pensai che scrivere un libro più cupo, meno divertente, fosse la strada giusta da percorrere, a condizione  di avere un idea di partenza abbastanza buona.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato maggiormente il tuo modo di scrivere?

Ross Macdonald ha avuto maggiore influenza su di me di chiunque altro. I miei primi romanzi sono stati scritti molto nel suo stile. Spero di avere un mio stile ora, ma Macdonald mi ha insegnato che il romanzo poliziesco può fare molto di più che raccontare una storia divertente.

Quale è secondo te l’autore che dovrebbe essere più conosciuto?

Certamente Ross Macdonald. Ma ci fu un tempo in cui era molto conosciuto. Tra gli scrittori di oggi, mi vengono in mente due che hanno avuto solo primi romanzi pubblicati, ma sono fantastici. Kathleen Winter, una scrittrice canadese nota nel suo paese per il romanzo di Annabel, e la scrittrice statunitense Carla Buckley, il cui primo libro The Things That Keep Us era davvero eccezionale.

No Time for Goodbye, Too Close to Home, Fear the Worst, Never Look Away. Quale è il tuo preferito?

No Time for Goodbye ha cambiato la mia vita, e gli devo la mia carriera, ma Fear the Worst è in realtà il mio preferito. E credo, abbia il finale più potente di qualsiasi altro dei miei libri. E non è un lieto fine.

Cosa ti ha ispirato a scrivere No Time for Goodbye?

Ero sveglio alle 5 del mattino e stavo pensando ad una storia vera di una ragazza adolescente che era stata rapita una sera da casa sua. E mi sono chiesto. Cosa succederebbe se una ragazza si svegliasse una mattina e tutti gli altri in casa non ci fossero più? Quello fu l’inizio.

Qual è  la tua scena preferita in Too Close to Home?

La scena in cui Jim colpisce il ragazzo in testa con l’annaffiatoio. Sono un uomo semplice.

In Fear the Worst, quale è stato il personaggio più difficile da descrivere e perché? E il personaggio più facile e perché?

Il personaggio che mi interessava di più era Patty. Penso che sia il migliore personaggio che abbia  mai scritto, sicuramente il più tragico.

Quanto è durato il processo di scrittura di Never Look Away?

Tendo a scrivere tutte le mie prime bozze in due o tre mesi. A seconda di quanto riesca bene la prima bozza, poi ci vuole forse un altro mese di lavoro, per arrivare alla forma definitiva. Ma Never Look Away è stato uno dei più facili.

Puoi riassumerci la trama in poche parole?

“Non si può mai conoscere veramente qualcuno”.

Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?

Un personaggio centrale è abbastanza importante. Non sono sicuro che regga tutta la storia – almeno non del tutto – ma devi credergli. Le cose che fa, il modo in cui reagisce alle situazioni, devono avere un senso nel contesto. E ci deve essere qualcosa di almeno un po ‘eroico in lui.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?

Quando sto scrivendo un libro inizio intorno alle 8:30 e vado avanti fino alle  4 o alle 5 del pomeriggio, ogni tanto mi prendo una pausa per il caffè e anche per giocare a golf con Nintendo Wii. Hai bisogno di alzarti e muoverti quando sei bloccato dietro ad un computer tutto il giorno.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Interessante domanda. In alcune recensioni ho trovato alcune critiche costruttive. Un critico ha detto una volta che avevo bisogno di lavorare di più sui cattivi, così ho preso a cuore quello che mi ha detto e ho lavorato duro nel mio successivo libro per rendere i miei cattivi più convincenti.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il romanzo di James Bond di Jeffery Deaver.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Fare tour può essere molto divertente. Un paio di anni fa, quando il mio editore italiano seppe che sarei stato a Firenze, organizzò rapidamente un evento in libreria. Quindi ci sono stato, in questa bellissima città italiana, seduto ad un tavolo in una libreria vicino al mio editore, che traduceva i miei commenti, prendendo domande e traducendole per me, e ho pensato: “Come è potuto succedere? Come ha fatto un ragazzo come me a finire qui dal Canada? ” Ho pensato che forse stavo sognando. E poi come mi hanno trattato – vino, dolci, etc – gli eventi nelle librerie italiane sono decisamente meglio di quelli a cui sono abituato.

Puoi parlarci della tua presenza al Festival Dal Mississippi al Po a Piacenza?

E’ stato fantastico. Un bel posto. Ho incontrato molte persone – alcune provenienti dall’ Italia, e alcune dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – con cui sicuramente rimarrò in contatto. E la cosa bella di questo festival è che si trattava di un Festival letterario / blues. Che bella idea, mescolare le due cose.

Hai molti fan. Parlaci del rapporto come con i tuoi lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Sono su Facebook, c’è una pagina Linwood Barclay Author su Facebook. Inoltre, c’è il sito. Ho creato un account Twitter, ma onestamente non riesco a esserci molto. Devo lavorare su questo.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

The Accident is all done, è in procinto di uscire in Gran Bretagna e Nord America, così come in molti altri mercati. E il prossimo libro, provvisoriamente intitolato “360”, è tutto fatto, ma occorrono ancora un paio di piccole modifiche. A ottobre inizierò a scrivere un nuovo libro, e non ho la più pallida idea di cosa tratterà.

:: Recensione di Se muoio prima di svegliarmi di Sherwood King (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

17 luglio 2011 by

bnhSe muoio prima di svegliarmi (If I Die Before I Wake, 1938), dello scrittore americano Sherwood King, quinto titolo della collana I Mastini dedicata dalla Polillo all’hard boiled, è diciamolo subito un classico del noir che ispirò, con alcune licenze, la celeberrima trasposizione cinematografica dal titolo La signora di Shanghai, (che Orson Welles girò nel 1946 con Rita Hayworth, al tempo sua moglie, che con questo film divenne la famme fatale per eccellenza del cinema hollywoodiano degli anni ’40).
Il romanzo fu già edito in Italia nella collana Il Giallo Mondadori nel 1972, numero: 1226, con il titolo L’altalena della morte, traduzione di Dino Falconi, ma grazie alla Polillo torna con una nuova traduzione di Bruno Amato, moderna e filologicamente accurata.
New York. Laurence Planter è un giovane ex marinaio assunto come autista da un ricco avvocato di nome Mark Bannister, un uomo infelice che vive ritirato, a causa di una gamba malandata ricordo di guerra, in compagnia della bellissima moglie Elsa, di parecchi anni più giovane di lui. Un giorno riceve una strana proposta da Lee Grisby, il socio di Bannister: riceverà 5 mila dollari se fingerà di ucciderlo permettendogli così di sfuggire dalla moglie e con una nuova identità di rifarsi una vita nei Mari del Sud.
Laurence, seppur tentato dai soldi, percepisce subito che qualcosa non quadra, ma ormai per tirarsi indietro è troppo tardi. Accusato di omicidio, con la prospettiva di finire i suoi giorni sulla sedia elettrica del tutto innocente, Laurence farà di tutto per uscirne vivo giocando la sua partita con una dark lady spietata e senza scrupoli, la cui unica debolezza è essersi innamorata di lui.
Se muoio prima di svegliarmi, scritto magistralmente da un quasi sconosciuto Sherwood King, è un piccolo capolavoro in cui gli archetipi del genere, dall’innocente accusato ingiustamente, alla dark lady avida e corrotta, giocano la loro parte in un susseguirsi di colpi di scena capaci di creare una suspence continua e tesissima.
Noir dal meccanismo impeccabile ed equilibrato, in cui ogni tassello si incastra alla perfezione l’uno nell’altro, raggiunge il suo vertice grazie soprattutto ad un nervoso gioco psicologico registrato dalla voce del protagonista che racconta l’azione in prima persona.
Bello anche il personaggio del sergente McCracken, poliziotto onesto e ligio al dovere, un eroe all’antica, che crede nell’innocenza di Laurence non ostante tutto giochi a suo sfavore, e non si arrende fino a che non avrà assicurato alla giustizia il vero colpevole.
Stile, dialoghi, personaggi semplicemente perfetti.

Raymond Sherwood King (1904-1973) nacque a Yonkers, New York, ma crebbe tra il Kansas e Milwaukee, nel Wisconsin, dove si laureò alla Marquette University. Trasferitosi a Chicago, dopo esperienze nel campo della pubblicità e delle vendite, divenne collaboratore fisso del quotidiano Chicago Tribune. Pur essendosi dedicato alla narrativa, con una predilezione per quella poliziesca, fin da giovanissimo, pubblicò il suo primo romanzo, il mystery Between Murders, solo nel 1935. Oggi la sua fama è legata al libro successivo, If I Die Before I Wake (Se muoio prima di svegliarmi), che risulta essere la sua ultima opera.