:: Recensione di Divieto di soggiorno di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2011 by

1Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna,  tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Addirittura ci fu un adattamento del suo romanzo più famoso Il sapore del sangue di Marcel Blistène che rimase però unicamente sulla carta anche se erano arrivati a scritturare già il cast che comprendeva attori di prima grandezza come Alain Bouvette e Armand Mestral.
Unica eccezione fu Interdit de sejour di Maurice De Canonge uscito a Parigi il 26 gennaio del 1955 e in Italia con il titolo Aggressione Armata di cui André Héléna scrisse il soggetto e la sceneggiatura assieme a Simone Sauvage in collaborazione con il dialoghista Andrè Tabet. Non tutto andò liscio comunque e infatti la sceneggiatura originale fu rimaneggiata e adattata da Albert Simonin e Jean Rossignol che si occuparono di renderla più politicamente corretta e meno dura, per esempio il personaggio di Suzy che nella sceneggiatura originale era un prostituta venne promossa ad entraineuse, il linguaggio venne depurato.
Questa limitazione della sua libertà artistica fu accettata da André Héléna con una certa insofferenza ma non avendo scelta, viste anche le precedenti fallimentari esperienze, non si oppose più di tanto anche se l’anno seguente sempre con la collaborazione di Simone Sauvage, pubblicò la versione letteraria di Interdit de sejour e riprese molti elementi della sceneggiatura originale con alcune sostanziali modificazioni che resero la storia “indurita” e “incupita” come scrive Michel Marmin nella prefazione dell’edizione francese Laceranti istanti di felicità nella notte del destino che appare come postfazione nella versione italiana Divieto di soggiorno pubblicata nel maggio del 2010 da Aisara e tradotta da Barbara Anzivino.
La trama resta per lo più identica e incentrata su alcuni temi cardine come la polemica contro i metodi assai discutibili che la polizia utilizzava per combattere il crimine, il divieto di soggiorno, e il ruolo degli informatori che in un certo senso ne è conseguenza. E’ forse il romanzo più tragico e romantico di Héléna. Si narra infatti la storia di due giovani amanti parigini Simon Langlois e Suzy il cui amore sfortunato si scontra e inevitabilmente viene sconfitto dal Destino e dalle perverse leggi fatte di sopraffazione e violenza che regolano sia gli ambienti della Malavita che della polizia incaricata di perseguirla.
Simon e Suzy, che in maniera paradossale Héléna porta il lettore ad invidiare per la loro capacità di essere felici non ostante tutte le condizioni siano avverse, in fondo sono due anime semplici, hanno aspirazioni modeste, sognano un piccolo paradiso borghese, una guinguette in riva alla Marna, con una spiaggia davanti alla porta, una casa ammobiliata con sei stanze da affittare.
Il tema dell’innocente ingiustamente accusato e perseguitato dalla polizia viene portato alle estreme conseguenze e amplificato e reso più crudele dalla presenza costante di una felicità irraggiungibile che scintilla e quasi la si tocca, ma sempre sfugge.
Mentre il personaggio di Suzy, dolce, generosa, romantica, tenera, un po’ patetica conserva una certa immutabilità e mi ha ricordato il personaggio di Irma la douce (piece francese in due atti di Alexandre Breffort del 1956 praticamente lo stesso anno e ripresa poi nel 1963 da Billy Wilder non come musical ma come film con Shirley MacLaine come protagonista), quello di Simon si evolve durante la narrazione. Iniziamo infatti a conoscere un giovane timido, ansioso, sincero, innocente, ingenuamente innamorato di una donna che non sa essere una prostituta, con il suo onesto lavoro di incastonare in un laboratorio di orefice, orgoglioso dei suoi settanta bigliettoni al mese, cifra ridicola agli occhi di Paulo il corso, il delinquente, l’assassino, il tentatore che ha già in mente come utilizzare il giovane per uno dei suoi colpi.
Naturalmente il colpo va male e Simon viene coinvolto mentre inutilmente cerca di dimostrare la sua innocenza. E’ l’inizio della sua discesa all’inferno, forse veramente iniziata quando qualcosa era morto in lui nell’attimo che aveva scoperto quale fosse in realtà il mestiere della sua amata.
Da questi punti cardine la discesa è inevitabile, Simon perde la sua innocenza e si trasforma volente o nolente in un delinquente anche non essendolo e per lo più in un infame informatore, dopo il ricatto del commissario Chenier che del personaggio probo e difensore della legge conserva solo le spoglie.
L’epilogo tragico non può che essere un’inevitabile conseguenza. Sullo sfondo la Parigi dei bistrot, dei caffè, degli alberghi dimessi e nello stesso tempo dignitosi, descritta con lampi folgoranti e poetici nelle sue varie stagioni, nelle luci notturne e malinconiche, sotto la pioggia e sotto il sole.

André Héléna (Narbona, 8 aprile 1919 – Leucate, 18 novembre 1972) è stato uno scrittore francese. Nacque a Narbonne, nel sud della Francia, nel 1919. Nel 1944, a soli diciassette anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata Le Bouclier d’or e fondò la rivista di poesia «Le Poterne», ma a causa di alcune illegalità nella vendita degli abbonamenti finì in carcere. I sei mesi di reclusione saranno propizi per la stesura del suo primo romanzo, Les flics ont toujours raison, pubblicato nel 1949. Héléna scrisse poi undici romanzi nel 1952, diciotto nel 1953, dieci ancora nel 1954. In totale, in trent’anni di carriera, Héléna scrisse duecento romanzi. Tra questi si ricordano soprattutto Le goût du sang (1953) e Les clients du Central Hôtel (1960) che gli valsero i maggiori riconoscimenti. Nel 1955 dal suo Interdit de séjour viene tratto un film per il cinema diretto da Maurice de Canonge. Dimenticato dai contemporanei, Héléna morì nel 1972. (Fonte wikipedia).

:: Recensione di Il festival dei cadaveri di André Héléna a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2011 by

imagesAndré Héléna, scrittore francese maudit e precursore di quel particolare genere di noir con venature esistenzialiste che più francese di così non si può, (a lungo sottovalutato dalla critica a lui  contemporanea per le più svariate ragioni, non ultima delle quali una certa eccessiva disincronia che non ne faceva un uomo del suo tempo ma lo proiettava nel futuro), sta vivendo una stagione di grande riscoperta, (anche se in patria, dopo un periodo di riedizioni, mostre, studi e retrospettive, un po’ è ricaduto nel dimenticatoio), almeno in Italia dove l’interesse continua grazie prima a Fanucci e poi all’editore cagliaritano Aisara, e soprattutto al lavoro accurato e filologicamente ineccepibile, per non dire appassionato, dei suoi traduttori.
In Il Festival dei cadaveri, (titolo originale Le festival des macchabées Editions Armand Fleury 1951), torna Maurice Debar, già protagonista di Vita dura per le canaglie, sempre tradotto da Giovanni Zucca, e recensito per noi da Stefano Di Marino e ci riporta nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale.
Maurice questa volta veste i panni di un improbabile agente segreto per caso con l’incarico di trovare certi progetti di fortificazioni tedesche. Insieme al suo amico catalano Bams, tipaccio poco raccomandabile esperto nell’uso del coltello, viaggiano in treno da Lione a Parigi tentando di sfuggire ai nazisti.
Dopo una serie di pericolose avventure, che li portano a sfuggire per un pelo al plotone di esecuzione, riescono a raggiungere la base tedesca. Con uno stratagemma si infiltrano trai nemici facendosi assumere come operai, ma purtroppo incontrano una vecchia conoscenza di Parigi. Un certo Bolduc che già prima della guerra faceva l’informatore e adesso minaccia di consegnarli ai tedeschi. Ad un passo dalla fine compare Consuelo, un’amica di Maurice, che li aiuta a fotografare i piani ma dopo li deruba e Maurice è costretto ad ucciderla.
Un anno dopo senza il becco di un quattrino i due amici si trovano a Parigi. In un bistrot incontrano colui che aveva dato loro gli incarichi precedenti. Ma  Bodager viene ucciso portandosi con se i loro segreti e così con lui muore anche il loro passato. Finalmente liberi possono riprendere il loro posto in una società in rovina, ora che c’è la pace, e liquidano sconsolatamente il resto con la frase: “Alla fine avevamo fatto un anno di guerra in più degli altri”.
Il festival dei cadaveri  ambientato all’epoca dell’occupazione tedesca della Francia, come il più famoso Il gusto del sangue, o l’appunto già citato Vita dura per le canaglie di cui è il seguito, è un noir classico di quelli capaci di scavare abissi nell’anima e nelle coscienze. André Héléna, dotato di un talento discontinuo che gli fa scrivere opere anche mediocri, se pensiamo solo alla sua produzione pornografica capiamo bene che era uno scrittore tutt’altro che snob, quando è in stato di grazia è in grado al contrario di produrre capolavori difficilmente imitabili e degni di una letteratura alta che non lo fa sfigurare assieme e nomi come Celine o Sartre.
La guerra, l’occupazione nazista, il collaborazionismo, la resistenza sono argomenti che  André Héléna contestualizza sullo sfondo per riproporre il dramma e la tragedia dell’ esistenza umana in cui tutti siamo eroi e perdenti, vincitori e vinti. Maurice Debar ha poco del paladino a dire il vero, è capace di uccidere con apparente estrema facilità anche la donna che dovrebbe essere l’amore della sua vita, o una delle tante. Certo è anche capace di gesti coraggiosi, come quando si espone per salvare una donna dalla violenza di tre soldati tedeschi, ma sono appunto scintille, atti isolati di rivolta contro la violenza generalizzata di cui anche lui stesso è strumento.
Il rapporto di amicizia con Bams tradisce la correità tra complici perché infondo Maurice Debar è un gangster, un assassino, fortunato quanto volete ma pur sempre capace di vendere la sua innocenza in cambio di un bicchiere di pastis o quando non ce ne é anche il cognac va bene. Dell’eroe romantico però conserva una certa freschezza, una certa sfrontatezza e spavalderia e un malinconico ottimismo, una fiducia quasi immotivata nel futuro, capace di fargli dire che infondo la vita è bella anche per le piccole cose come camminare sotto la pioggia in primavera fianco a fianco al suo amico diretto infondo da nessuna parte.
Da non perdere la prefazione In difesa del romanzo noir di André Héléna in cui con stile graffiante e caustico umorismo scrive la più autentica e combattiva dichiarazione d’amore verso il noir che abbia mai letto. Data prevista di uscita 24 Marzo 2011.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

:: Recensione di Satori di Don Winslow a cura di Stefano Di Marino

8 marzo 2011 by

satori016Ho iniziato la lettura di Satori con una certa apprensione. D’accordo Don Winslow è uno dei pochi autori che negli ultimi due anni mi hanno regalato le emozioni più forti e dal quale riconosco di aver imparato non poco, cosa che anche per un narratore rodato è sempre un’esperienza rivitalizzante. Ma Shibumi- il ritorno delle gru di Trevanian è stato uno dei miei romanzi di formazione. Erano gli anni dell’università in cui già scrivevo ma non pubblicavo, sognavo l’Asia ma ancora non ci ero andato, insomma Nikolaj Hel e il suo mondo in equilibrio tra  spy-story, arti marziali, avventura e noir era un riferimento non solo letterario ma comportamentale anche al di là della parola scritta. Un po’come il suo ‘ fratellino’ Johnthan Hemlock del Castigo dell’Eiger. Il Go, le arti marziali, ma anche la speleologia, le arrampicate. Il timore di restare deluso era forte. Però sin dalle prima pagine Winslow ha fatto la magia. Forse perché anche lui ha avuto modelli letterari e di vita simili. Il romanzo non può essere riassunto e recensito così. Vi prego di leggerlo e farvene una opinione personale. Si tratta di una spy story ma anche il romanzo di formazione dell’assassino perfetto. E se Satori è il termine che per  i cultori dello zen rappresenta una illuminata e improvvisa comprensione del mondo e dei suoi meccanismi, incombe   Shibumi che è un altro concetto tipico della cultura nipponica abitualmente associato alle donne. Indica una grandissima raffinatezza mascherata da un’apparente semplicità. Dote generalmente abbinata a donne giapponesi, senza pensarci con lucidità lo citai in una storia del Professionista (Marea  Rossa) associandolo a un personaggio molto amato nella serie. È il genere di qualità che uno userebbe per descrivere Michelle Yeoh o Joko Shimada se qualcuno ricorda chi è. In questo romanzo non è possibile disgiungerla da   Solange, l’amante-cortigiana-insegnante del giovane Nikolaj, strumento e nemesi della sua avventura. L’intreccio lo coglie in un momento precedente a quello fotografato da Trevanian ma al contempo si riallaccia con alcuni fatti raccontati in Il ritorno delle gru. Come su un immaginario gopang le pietre nere e quelle bianche occupano territori, avanzano si ritirano creando un intreccio perfetto, una spy story degli anni 50 che si sposta a Beijing e poi in Indocina in un a Saigon francese percorsa da fremiti rivoluzionari tra legionari, cortigiane, nani, ballerine, tiranni, case di specchi, assassini dall’identità ignota. Non voglio raccontarvi di più, superate la porta del drago e scoprite voi stessi Winslow che riesce a essere se stesso cambiando stile e ambientazioni. In realtà il suo è più di un omaggio a Trevanian, c’è tutto un mondo di romanzi orientali da Ninja di Lustbader, a Dai Sho di Olden sino al Clan dei Corsi di Heffernan. Letture che rammento come fossero oggi. Come il primo atterraggio tra i grattacieli di Hong Kong (quando ancora esisteva Kai tak) come un’alba sul Fiume dei Profumi in Vietnam e un tramonto da Luang Prabang. Uno di quei libri che ti lasciano con una stretta al cuore perché ti ricorda tempi e ispirazioni passati ma non dimenticati.  Brandelli di vita, radici d’ispirazione. Grazie Don, libri così non capitano tutti i giorni. Neanche tutti gli anni. Valgono un tesoro.

:: Intervista con Remo Bassini

8 marzo 2011 by

corsari_bassini_bastardo-posto1Grazie Remo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1956 a Cortona in provincia di Arezzo, ti sei laureato in Lettere all’università di Torino con una tesi in Storia del Risorgimento, scrittore, giornalista, direttore di "La Sesia", storico bisettimanale di Vercelli e provincia, vivi e lavori a Vercelli ormai da anni.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Remo Bassini?

Quando lavoravo e studiavo (lavoravo in fabbrica e per studiare facevo quasi 200 chilometri ogni giorno, Vercelli-Torino, andata e ritorno) ho imparato, col supporto di nicotina e caffeina, a dormire quattro ore a notte, anche a scommettere con me stesso, per esempio mi dissi: Se ti segano a un solo esame lasci perdere l'università. Non me ne andò male nessuno, addirittura mi sono laureato con 110. Lavoravo, studiavo quando potevo, avevo una bimba piccola di nome Sonia (sono sposato due volte, ora ho un figlio piccolo, Federico Libero) soffrivo di crisi convulsive (ora non più). E quando ero giù dio morale, romanticamente, pensavo all'Alfieri, fortissimamente volli. Poi, grazie alla mia determinazione, sono diventato giornalista, direttore della testata storica di Vercelli, infine scrittore. Ed ero fiero di tutto ciò, un po' (un po'…) lo sono ancora.. Ma nel 2005, era il 18 agosto, è morto mio fratello, Moreno, aveva trent'anni. Quando morì capii di essere stato stupido stupido stupido: avevo impiegato tutto il mio tempo per correre dietro alle mie ambizioni, mentre a lui, a Moreno, che era un ragazzo difficile, avevo elemosinato, anche con insofferenza, briciole del mio tempo. Quando morì Moreno, insomma, mi posi la stessa domanda che mi hai posto tu: Chi sei?, mi domandai, senza trovare risposta. Dal 18 agosto del 2005, comunque, ho imparato che tutto conta e niente conta. Conta vivere, con dignità, conta godersi una giornata al mare, una serata, una passeggiata da soli quando si deve riflettere. Non serve affannarsi a rincorrere.
 
Sei stato operaio, sindacalista, disoccupato, portiere di notte in un albergo, volontario in un carcere. Poi è arrivato il giornalismo. Una salvezza, un nuovo stadio di consapevolezza? Cosa ti ha dato il giornalismo? Quale è la più grande lezione da dare ad un aspirante giornalista?
 
Il giornalismo è un gran bel mestiere se lo si fa con coscienza e con coraggio. Servono entrambi, perché la coscienza serve per evitare di fare del male alle persone e il coraggio serve per sfidare i poteri forti e, se occorre, anche chi ti dà il lavoro e gli ordini.
 
Parlaci di una tua grande passione, che forse non tutti conoscono, il teatro. E’ vero che hai anche fatto l’attore?
 
Sì, e stavo per cercare di farlo come mestiere. Un giorno ho la possibilità di fare un provino, se lo passavo diventavo un attore vero. Lo stesso giorno il caporedattore del giornale che ora dirigo mi offrì un posto da correttore di bozze. Scelsi il giornale, pensandoci tutta una notte. Ma aver recitato mi è servito anche per elaborare un metodo mio di scrittura: nei miei romanzi, per esempio, la punteggiatura varia: quando voglio dare ritmo elimino le virgole, allungo i periodi.
 

Poi sei diventato romanziere, o meglio hai iniziato a pubblicare romanzi. Scrittore già lo eri ai tempi della fabbrica. Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Pratolini e Fenoglio, tra gli italiani, Remarque e Steinbeck tra gli stranieri. Poi ne sono venuti altri, come Berto, come Fitzgerald Scott, Izzo, Manchette. L'ultimo autore che mi ha conquistato è Richard Yates, da leggere e rileggere, ma il mio grande punto di riferimento, soprattutto da quando ho scritto (e mentre scrivevo) Bastardo posto è diventato Sciascia.
 
Hai esordito nel 2002 con Il quaderno delle voci rubate edito da La Sesia, in cui c’è molto di te: ricordi o meglio suggestioni della campagna toscana, le lotte sindacali, la vita in una redazione di un giornale di provincia. Tutto nasce dalle storie che hai raccolto facendo il portiere di notte, dalle persone che hai incontrato, insonni, prostitute, carabinieri. Di notte il tempo è sospeso, c’è più comunione, umana solidarietà?
 
La notte è il regno dei ladri  e uno scrittore, di notte, può rubare storie: perché la gente – non dappertutto, ma per esempio in un albergo – si racconta di più, si confessa, quasi.
 
La provincia è uno scenario ricorrente nei tuoi libri. Se ti accostassero a Piero Chiara cantore della vita di provincia che effetto ti farebbe?
 
Mi piace Piero Chiara ma penso di essere molto diverso da lui: io sono uno scrittore o di ricordi (Il quaderno delle voci rubate e Vicolo del precipizio, il prossimo libro che dovrebbe uscire per Perdisa) oppure di temi che puntano il sociale e il politico. Certo, il mio punto di partenza sono la provincia e i piccoli centri, dove si sa tutto di tutti e dove è difficile nascondersi. Questa, credo, sia l'unica analogia con Chiara.
 
C‘è un profondo realismo nelle tue storie, un amore del vero, forse bagaglio indistricabile della tua vocazione di giornalista, anche quando crei storie, quando abbozzi personaggi. Questa concretezza, determinatezza l’ hai acquistata con il tempo o ti appartiene da sempre?
 
Penso che tutto è cominciato quando ho capito cosa vuol dire scrivere un libro. Scrivere un libro non significa solo raccontare una storia con un determinato stile. Scrivere un libro significa anche saper vedere colori o fare sentire odori a chi ti legge. Servono, insomma, “occhi da scrittore” che sappiano descrivere soprattutto il contesto, la scenografia insomma.
 
Nel 2006 pubblichi due romanzi Dicono di Clelia per Mursia e Lo scommettitore, per Fernandel. Ce ne vuoi parlare?
 
Dicono di Clelia penso sia un libro da riscrivere, insomma non è il mio miglior biglietto da visita. Ma contiene un messaggio della cui bontà credo ancora: e che cioè noi, uomini e donne, anche se ci inghirlandiamo, anche se assumiamo espressioni statuarie, siamo dei birilli: basta che succeda qualcosa di importante a una persona a noi cara e siamo travolti e magari travolgiamo altri, provocando così un effetto a cascata.
Lo scommettitore invece è un romanzo politico o, meglio, contro la politica e i politici di professione, la casta insomma.

 
Nel 2010 hai pubblicato Bastardo posto, per Perdisa Pop.  Un libro difficile, scomodo per certi versi ostile in cui affronti il tema del male in modo spiacevole, cattivo, corrosivo. Un noir delle vittime. Si parla di sofferenza, di dolore, di fragilità. Crea disagio. Penso al Male oscuro di Berto. Ti è costato scriverlo in termini di energie emotive, ansie, frustrazioni?
 
La prima versione di Bastardo posto ha, soprattutto nel contenuto, analogie con il flusso di coscienza del Male oscuro di Berto. Il mio protagonista è pure lui fragile, si interroga, è una sorta di autoanalisi. Ma dal momento che si tratta di un giallo che tratta tematiche sociali ho, poi, rivisto quel flusso di coscienza iniziale, lasciandolo qua e là. Mi è costato scriverlo, sì: perché è un libro “contro”, contro la mancanza di coraggio della gente per bene e quindi è un libro, se vogliamo, anche contro me stesso: perché il coraggio che serve per stare dalla parte degli “ultimi” non è mai abbastanza. Su Bastardo posto voglio aggiungere una cosa: penso sia il mio miglior libro, migliore di quelli che ho scritto prima, migliore delle cose che ho scritto poi. A volte penso che non riuscirò mai a scrivere un libro migliore: e non è un bel pensiero, credimi.
 
Remo Bassini e la libertà. Per conquistarla e trattenerla  cosa saresti disposto a sacrificare?

Tutto, ma non i miei figli.
 
Remo Bassini e l’editoria. Spesso denunci meccanismi perversi che la impastoiano, libri rifiutati, autori ignorati o sottovalutati, gente che fa di tutto per fare soldi, clientelismi. Niente si salva o c’è ancora speranza per le anime belle, per gli innocenti, per i puri?

Io dell'editoria conosco quel po' che ho incontrato e ho incontrato tanto aspetti poco piacevoli quanto invece positivi. E credo che i peggiori testimoni di questo mondo siano proprio gli scrittori: guardano al proprio ombelico, stop. Se un editore li pubblica e li valorizza è un grande editore, se un editore non se li caca nemmeno di striscio è un maledetto. Quello che manca, insomma, è la mancanza di chiarezza. Chi scrive, in ogni caso, deve sapere che è solo o quasi: e che deve insistere, credere in se stesso, studiare e poi ancora insistere.
 
Remo Bassini e Pessoa. Anche lui giornalista anche lui scrittore. In cosa vi somigliate letterariamente e  in cosa siete dissimili?
 
Lui è un grande della letteratura, io, per dirla alla Pessoa, “non sono niente”. Ma, sempre per abusare dei suoi versi posso dire di pensarla come lui perché “a parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.
 

Uno scrittore sottovalutato e uno sopravalutato. Defunti così non creiamo gelosie e malumori.
 
Sai, io penso che di scrittori sottovalutati sia pieno il mondo, sono quelli che non hanno pubblicato, quelli di cui nessuno sa o saprà mai.
E più che di scrittori preferisco parlare di libri. Una volta un ragazzo di diciassette anni, madre prostituta, padre sconosciuto, dopo una lunga discussione con me sull'importanza o meno di essere istruiti, prima mi confidò che non aveva mai letto un libro, e poi mi domandò: Da cosa potrei iniziare? Mi vennero in mente don Milani (mi bocciai), Salgari (idem), la Tamaro (idem). Insomma, non seppi rispondergli. Oggi, lo dovessi incontrare di nuovo, gli direi, prova con Moccia. Io penso che i libri non appartengano più a chi li ha scritti, io penso che nessuno può dire che il tal libro è valido oppure no: perché un libro è un… incontro. E quindi: a me per esempio non piace Coelho, ma non dirò mai che Coelho scrive boiate pazzesche: sarebbe mancare di rispetto a chi lo legge e lo apprezza.

 
Vorrei farti arrabbiare, metterti in difficoltà. Cosa dovrei dire? Che temi dovrei affrontare?

Se ti dico che sono permaloso basta? Oddio, lo sono ma col tempo ho imparato a non prendermi troppo sul serio, quindi non so proprio.
 
Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Io sono un clown e faccio collezione di attimi (Heinrich Böll).

Grazie Remo della tua disponibilità e buone cose per tutto Giulia

Buone cose a te Giulia e complimenti (da giornalista) per le domande: “scavano”.

:: Recensione di Dormi per sempre di Sabine Thiesler

7 marzo 2011 by

Luglio. Magda e Johannes Tillmann, ricca coppia berlinese, privilegiata tra i privilegiati, hanno scelto la campagna toscana come terra d’elezione e il bellissimo ex podere di La Roccia, vicino a Montevarchi, come luogo di vacanza estivo. Un piccolo paradiso, una villa silenziosa e isolata vicino al bosco, fresca per i muri spessi, a forma di ferro di cavallo, con una grande terrazza lastricata piena di vasi di terracotta traboccanti di un tripudio di ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico, salvia.
Un matrimonio perfetto il loro, almeno all’apparenza. Per tutti, gli amici, i conoscenti, i parenti, sono una coppia affiatata, invidiata, due innamorati che dopo tanti anni di convivenza ancora si ritagliano spazi e tempi tutti per loro, in quel romantico eremo prediletto da tanti tedeschi per il clima, l’atmosfera, la vegetazione rigogliosa.
Tutto è così diverso da Berlino: il cibo è migliore, più genuino, c’è l’olio di frantoio degli ulivi che crescono lussureggianti e curati da mani amorevoli, il vino buono, c’è pace quiete e silenzio lontano dal frastuono della grande metropoli, dalla quotidianità del lavoro.
Già, ma osservando meglio, più attentamente il pittoresco quadretto ci sono delle crepe, delle ombre oscure e minacciose. Johannes Tillmann è un traditore, a Berlino ha un’ amante più giovane Carolina, come tanti uomini di mezz’età per vanità, per sentirsi ancora giovane, per sentirsi dire che i suoi muscoli sono ancora tonici e scattanti. O almeno aveva un’amante, perché ormai ha deciso di troncare la relazione, di tornare dalla moglie pentito e pieno di buoni propositi, forte del fatto che sua moglie lo ama e riconquistarla sarà facile, nel romantico scenario della campagna toscana.
Ma il tradimento ormai è stato consumato, non si può tornare in dietro. Johannes non sa che Magda non può perdonare, che non le basterà una seconda luna di miele per scordare l’umiliazione, il dolore, l’irriconoscenza per una vita passata a lavare i suoi panni, a cucinare per lui. Lei non è sua madre. Anche suo padre era un traditore e l’ aveva abbandonata insieme alla madre tanto tempo fa, per fuggire con l’amante.
Questo trauma, mai superato, scava nel suo inconscio e la spinge ad una decisone irreparabile. Loro sono una cosa sola, lui ha rovinato tutto, merita una penitenza esemplare, merita la morte. Con freddezza, determinazione,  progetta tutto nei minimi dettagli: si procura il sonnifero, si procura l’anestetico, lei infondo è una farmacista, sa come fare, sa come ucciderlo senza farlo soffrire. Già perché Johannes non deve provare dolore, ha molta cura nel mettergli il sonnifero nella colazione, nell’iniettargli il veleno che lo paralizzerà e fermerà il suo respiro, il suo cuore, spegnerà dolcemente la sua vita.
Poi da sola, con la forza della disperazione lo trascina nell’orto e lo seppellisce sotto un ulivo, con il suo corpo concimerà quella vegetazione rigogliosa. E’ il suo posto. Lui appartiene a La Roccia. E’ giusto così. Sarà suo per sempre. Nessuno potrà più portarglielo via.
Dopo sempre con la stessa impassibilità, con il più assoluto autocontrollo, si costruisce un alibi quasi perfetto, continua la sua vita come se  niente fosse successo. Compra per lui un biglietto ferroviario per Roma, facendo una scenata, marcando ancora di più il suo forte accento tedesco, per essere sicura che la bigliettaia si ricorderà di lei. Va nel piccolo mercato e gli compra alcuni pigiami con amorevole e sollecita cura. Organizza e invita degli amici per pranzo.
Poi una telefonata imprevista incrina un po’ il suo castello perfetto. Lukas, attore disoccupato e fratello di Johannes, da sempre innamorato di lei, da ancora prima che si sposasse, si autoinvita a La Roccia e lei non può fare che buon viso a cattivo gioco. Lo accoglie e recita la parte della moglie preoccupata che del marito non ha più notizie, da quando è partito per Roma per andare a trovare un amico. Quando l’assenza si fa inspiegabile, assieme Magda e Lukas si recano nella stazione dei carabinieri  e ne denunciano la scomparsa.
E’ l’inizio di una ricerca che solo Magda sa quanto è inutile. Magda ormai ha perso il contatto con la realtà e più confonde Johannes con Lukas e più sprofonda nell’abisso di un segreto che porterà con se altre morti.
Riuscirà Magda a farla franca, a non pagare per il suo crimine? Riuscirà a beffarsi di tutti in questo raffinato thriller psicologico giocato sul contrasto tra verità e menzogna, tra vendetta e follia? Sabine Thiesler porta alle estreme conseguenze il nero dramma di una moglie tradita che non perdona e che nello stesso tempo continua ad amare e la tensione che crea non si stempera neanche nel finale, in cui l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo. L’assassina sin dalle prime pagine si rivela come tale, ma la psiche umana è un labirinto davvero complesso, come avevamo già avuto modo di scoprire con La psichiatra di Wulf Dorn, altro psicothriller tedesco sempre edito da Corbaccio, e nel susseguirsi dei capitoli il ribaltamento imprevisto che subiranno i fatti lascerà davvero il lettore spiazzato e disorientato. Un sottile umorismo, mai troppo macabro, ci accompagna per tutta la narrazione e rende meno pesanti e noiose anche le parti più lente e descrittive, a mio avviso le meno riuscite.

Dormi per sempre di Sabine Thiesler, Corbaccio, Collana Narratori Corbaccio, Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, Titolo originale dell’opera Die Totengraberin, 2011, 437 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Intervista con Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

5 marzo 2011 by

Nina dei lupiGrazie Alessandro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nato nel 1969 ad Alessandria, laureato in Lettere, scrittore, vivi e lavori a Milano. Insegni al NABA e sei condirettore artistico del festival letterario Officina Italia. Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Alessandro Bertante?

Sono uno scrittore, attualmente è la mia principale occupazione. Uno scrittore che ricerca i significati originali, gli archetipi di cosa ci ha fatto occidentali. Proprio per questa ricerca leggo numerosi testi antropologici.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?

Per lo più durante il periodo universitario, infatti ho studiato Lettere. Ho iniziato a scrivere intorno ai 22 e 23 anni. Prima ero troppo occupato a fare il teppista. Non scherzo. Il mio apprendistato è stato lento. Sono stato inizialmente influenzato dai classici principalmente da Dostoevsky e da Marguerite Yourcenar. Poi in un secondo tempo anche da Irvine Welsh e James Ellroy.

Hai esordito nel 2000 con il romanzo Malavida un romanzo di formazione fortemente autobiografico. Che effetto ti fa ripensare alla tua prima giovinezza, al tuo bagaglio underground? Sei molto cambiato da allora?

Spero di essere maturato. Il carattere in fondo non cambia. Sono diciamo lo stesso di allora. Se ci pensiamo bene non si può che peggiorare. Degli anni 90 ricordo che erano anni vacui e superficiali. Ricordo le facce degli amici, questo sì e i centri sociali milanesi. Dall’89 al 94 la mia generazione ha vissuto un’ occasione sprecata. Quello che siamo adesso in fondo è stato generato da quello che eravamo negli anni 80.

Nel 2008 hai pubblicato per Marsilio il romanzo Al Diavul. Un romanzo storico segnato da un forte impegno politico. Il protagonista Errico Nebbiascura soprannominato al Diavul assiste all’affermarsi del Fascismo in Italia con la presa del potere di Mussolini e partecipa alla Rivoluzione spagnola del ’36. Il passato e il presente si sovrappongono. Cosa ha di contemporaneo il personaggio di Errico?

Molti hanno notato quanto Al Diavul sia un romanzo di formazione e ciò è avvenuto per lo più inconsciamente. Il senso di isolamento, di estraneità, l’esclusione dei giovani dal processo produttivo, sono gli stessi dei giovani di oggi. Ricordiamolo il protagonista Errico Nebbiascura visse i suoi anni di formazione negli anni Venti ma c’è una forte correlazione con la contemporaneità. Al Diavul racchiude una forte metafora delle contraddizioni odierne. Anche il clima della Guerra civile spagnola è molto contemporaneo.

A febbraio sempre per Marsilio è uscito Nina dei lupi in cui pur mantenendo la struttura del romanzo di formazione tipica dei tuoi romanzi precedenti assistiamo ad un superamento della dimensione storica e se vogliamo un ritorno ai miti ancestrali legati alla Natura. Parlami della sua genesi. Da che visioni, suggestioni, ricordi è nato?

Tutto è nato da un ricordo, da un’ immagine che ho sempre avuto in mente, quella di un uomo con due lupi sopravvissuto dopo una catastrofe. Un’ immagine nata probabilmente dalle mie letture o da il ricordo di qualche film visto. Anche Piedimulo, il paese incastonato nelle montagne dove è ambientato il romanzo, nasce dal ricordo di un borgo che esiste veramente, che non dirò. Quando ci sono stato ho visto un’ unica strada che lo collegava al resto del mondo, una galleria che se fosse stata chiusa avrebbe preservato il borgo come un paradiso perduto. Non ultimo il personaggio di Nina mi è stato ispirato dalla lettura di La strada di Cormac McCarthy, e dal rapporto tra l’adulto e il bambino, anche se nel mio romanzo non descrivo un rapporto tra padre e figlio.

Alessio e Nina vivono una storia d’amore. Il grande divario di età non ti ha creato problemi? Nina è solo una ragazzina di 13 14 anni mentre Alessio è un uomo maturo.

No, tutto avviene in modo molto naturale. Crescere in un borgo di montagna, ricordiamolo Nina vive un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta con il compimento di 14 anni, non è come crescere in una metropoli odierna. Il tempo è molto più dilatato. Una anno trascorso in quell’isolamento, a contatto con la Natura, le permette di acquisire una grande maturità.

Può essere definito un romanzo post-apocalittico in cui descrivi il mondo dopo la fine della civiltà Occidentale capitalistica e consumistica. Tutto inizia con la crisi economica, la recessione, la crisi finanziaria, la disoccupazione. Non è uno scenario tanto improbabile. Non ti senti un po’ profeta?

Diciamo che questo scenario nel romanzo è solo abbozzato, non ho voluto descriverlo nei particolari. Mi piaceva descrivere la Sciagura come una minaccia mitologica. La società italiana vive uno stato di disgregazione del tessuto etico e civile tale che non è tanto assurdo immaginare una deriva simile. Non c’è solidarietà. Non stento a credere che se vivessimo una crisi di stampo argentino ci troveremmo davvero a scannarci in piazza.

In una recente intervista accenni che ti sei ispirato ad alcuni testi di antropologia culturale e alla mitologia dell’arco alpino. Ci vuoi parlarci di queste influenze?

Tutto l’arco alpino, come forse sai, conserva una memoria archetipa molto antica che trae le sue origini dal neolitico e dalla memoria celtica, romana e poi cristiana. Fino agli anni 50 c’era una forte coscienza e consapevolezza di questa ritualità. Poi dopo si è un po’ persa. Io ho cercato di riscoprire questa memoria.

Nina dei lupi è anche un romanzo fortemente poetico e per ottenere questo utilizzi un linguaggio evocativo, ricco di simboli, metafore tratte dalla Natura . E’ un effetto voluto o un’evoluzione naturale della tua scrittura verso un realismo magico tipico di alcune opere di Buzzati come Barnabò delle montagne, Il segreto del bosco vecchio?

Spero di essere molto più crudo di Buzzati, autore a cui non mi sono ispirato particolarmente. Comunque è vero c’è una forte componete di realismo magico nella mia scrittura che sarà ancora più marcata nel mio prossimo romanzo. Molti momenti lirici sono presi pari passo dalla tradizione bardica per lo più trasmessa oralmente. Un testo soprattutto ho utilizzato, La battaglia degli alberi attribuito al poeta antico di lingua gallese Taliesin.

Nina dei lupi può essere definita una fiaba moderna con un messaggio ecologista e pacifista?

Sì, all’interno della brutale violenza che descrivo c’è un messaggio pacifista. Direi proprio di sì.

Il personaggio di Alessio Slaviero incarna il ruolo dell’eroe leggendario, del salvatore, del Fondatore di una nuova civiltà. A chi ti sei ispirato per crearlo?

Più che ad una persona precisa mi sono ispirato agli eroi che si sacrificano per gli altri. Alessio Slaviero è l’ultimo degli eroi guerrieri delle pianure. Dopo di lui si istaurerà un contesto matriarcale.

Il personaggio di Nina, a mio avviso bellissimo, giovane sposa del Fondatore, si contende con il personaggio di Diana l’archetipo femminile della Grande Madre, principio di vita e detentrice di poteri magici come la capacità di parlare con le bestie della montagna o guarire con le erbe, con le mani, con misteriose parole, capace di esorcizzare gli spiriti nefasti. Già Marisol incarnava una femminilità mitica, spirituale, eroica. Definiscimi il ruolo della donna nelle tue opere.

Mi è stato detto che il personaggio di Marisol fosse troppo stilizzato, ma è stato fortemente voluto, rappresentava una femminilità eterea per caratterizzare la svolta alla pazzia del personaggio di Errico Nebbiascura come nell’ Orlando furioso dell’Ariosto. In Nina dei lupi più che Nina è Diana il personaggio chiave della narrazione, la vera chiave di volta. Nina è il mito, Diana è la concretezza.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal Nina dei lupi? Se avessi la possibilità di scegliere regista e cast chi sceglieresti, a chi affideresti il ruolo di Alessio e Nina?

Non ci ho mai davvero pensato. Affiderei il ruolo di Diana a Charlotte Rampling, la immagino con un collo molto lungo, o a Francesca Inaudi, ma un’Inaudi molto più dura. Per impersonare Alessio vedrei bene un uomo molto possente. Per Nina, non ho proprio idea, attrici quattordicenni non me ne vengono in mente. Per i registi mi piace molto l’autore di Gomorra, Matteo Garrone.

Grazie della disponibilità Alessandro, come ultima domanda ti chiedo se puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri non solo letterari.

Progetti ne ho tanti ma sono tutti ancora piuttosto vaghi. Di certo c’è il mio nuovo romanzo, potente, metropolitano questa volta.

:: Recensione di Nina dei lupi di Alessandro Bertante a cura di Giulietta Iannone

4 marzo 2011 by

Nina dei lupi di Alessandro Bertante

Nina dei lupi (Marsilio) dopo Malavida e Al Diavul  riporta Alessandro Bertante al romanzo con una storia intensa e visionaria in cui il valore simbolico trascende il classico realismo per trasportare il lettore in una dimensione mitologica e leggendaria. Nina dei lupi  è un canto magico, evocativo come una fiaba, e non a caso della fiaba ha la struttura morfologica e mi ha portato a riscoprire le Fiabe italiane di Calvino vera raccolta della tradizione popolare in cui l’autore ha tratto spunto dalla storia del folklore. Come ogni fiaba ha un cuore oscuro in cui si mostra quanto gli archetipi psicanalitici siano potenti e misteriosi e quanto il male e la paura, anche se esorcizzati, siano l’origine di tutto l’immaginario fantastico di fiabe come quelle di  Andersen, dei fratelli Grimm o di Perrault. Nina dei lupi attinge a piene mani da questo immaginario e narra l’ eterna lotta tra Bene e Male in cui la figura dell’eroe emerge con connotazioni epiche e direi anche fantastiche anche se sono il suo coraggio e la sua forza morale, più che reali poteri magici, a fare la differenza. E’ una fiaba ecologista se vogliamo, la Natura spiccatamente simbolica assume un ruolo quasi sacro e funge da catalizzatore per tutta la narrazione e costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con essa diventa l’unico imperativo morale lasciate per  strada come carcasse inutilizzate tutte le religioni rivelate o i credi laici dell’Occidente. Oltre a riti ancestrali, e a legami profondi con la Natura contiene anche un messaggio pacifista e antiviolento che ribalta la visione egoistica e individualista di un capitalismo accaparratore che trasforma i beni materiali in divinità pagane di un culto materialistico e predatorio. Tutto ha inizio con una generalizzata crisi economica che fa sprofondare il mondo Occidentale nella barbarie. La recessione, la crisi finanziaria, il conseguente fallimento delle banche porta ad un cataclismatico punto di rottura e di non ritorno in cui l’esercito spara sulla folla inferocita e le metropoli si trasformano in campi di battaglia dove il cielo con le sue striature argentate, rosse, violette, nere, diventa testimone dell’esplosione della violenza più cieca e più devastante. Malattie senza nome si abbattono come piaghe bibliche in un apocalittico tripudio di mali e la fine del mondo Occidentale tralascia dei sopravvissuti che si dividono tra bande di predatori e di predati. In questo scenario da tregenda Nina, una bambina ormai proiettata nella sua dimensione di donna, scampata all’insana follia collettiva e alla ferocia vive con i nonni Marta e Alfredo e ad altri sopravvissuti  a Piedimulo,  un piccolo borgo ai piedi della montagna e della foresta dei lupi, isolato grazie ad una frana che ha interrotto ogni via di comunicazione con il mondo esterno. Ma l’isolamento e la salvezza non durano a lungo, un giorno maledetto una banda di predatori guidati da Fosco, un agente immobiliare prima della sciagura, irrompe nel villaggio e massacra senza pietà gli abitanti solo Nina e pochi altri vengono risparmiati. Nina fugge e viene raccolta da Alessio Slaviero l’ uomo solitario che vive oltre il torrente in compagnia di una coppia di lupi, l’eroe che come in ogni leggenda incarna in sé il riscatto e la liberazione. Nina si trasforma da fragile bambina spaventata in eroina-madre leggendaria fondatrice di una nuova generazione e la sua storia diventa mito.

Alessandro Bertante (Alessandria, 1969), narratore e saggista, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Estate crudele(Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack, Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti, 2016), Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati, e Pietra nera (nottetempo, 2019) e Nina dei lupi (Marsilio, 2011; nottetempo 2019). Insegna alla Nuova Accademia di Belle Arti e alla IULM di Milano.

:: Recensione di Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson

2 marzo 2011 by

wilsonc1grandeDoveva essere un paese ben bizzarro l’Inghilterra dell’era Thatcher per aver ispirato ad un tranquillo professore del Goldsmiths' College, della London University, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero). Non c’è che dire l’Inghilterra pullulala da sempre di scrittori satirici e lo humour inglese è proverbiale come non pensare a William M. Thackeray che nella Fiera delle vanità fece un esilarante quanto feroce ritratto di vizi privati e pubbliche virtù della società  inglese del diciannovesimo secolo, o Jonathan Swift che ancor prima affilò la penna per colpire al cuore l’ ipocrisia  e la stupidità esaltate come doti nazionali e indelebile per me almeno è il ricordo della sua Modesta proposta in cui consigliava per combattere la povertà di dare da mangiare ai ricchi proprietari terrieri i figli denutriti degli irlandesi poveri. Il vangelo della scimmia, titolo originale Gallimauf 's Gospel, senz’altro si inserisce in questa nobile tradizione e non sfigura sia per stile, agile e brillante, sia per temi drammaticamente seri sotto la patina colorita dell’ironia e dell’umorismo. Protagonista indiscussa di questo breve romanzo è una graziosa scimmietta di nome Maria, per tutta la durata del racconto creduta di sesso maschile e leggendolo capirete bene che questo fatto ha la sua importanza e le sue ripercussioni, una bizzarra creatura un po’ troppo umana quasi la dimostrazione scientifica che la teoria darwiniana non è tanto balzana. Dopo aver vissuto giorni felici su una nave da guerra, e già qua il paradosso si fa marcato, scampa ad un tragico naufragio e approda sull’isola di Iffe aggrappata ad una botte. E’ l’inizio di un’ improbabile serie di eventi che terminerà in un tragico epilogo ma è il durante che ci interessa e per quanto assurdo e paradossale il divertimento è assicurato. Ambientato in un secolo passato, proiezione veritiera del presente contemporaneo all’autore, immaginiamoci l’Inghilterra del 1986 anno in cui fu pubblicato per la prima volta, Il vangelo della scimmia ci costringe a fare uno sforzo d’immaginazione e a vedere dal di fuori un’ isola che ha fatto sua la teoria dello splendido isolamento: tagliata fuori da gran parte del mondo civile, governata da l’eccentrico Lord Iffe, una caricatura gustosa e parodistica di tutti i governanti ottusi e mediocri, da generazioni non ha mai visto uno straniero, e tanto meno una scimmia, per cui è quasi naturale credere per gli abitanti di Iffe che Maria sia un uomo, brutto e peloso quanto volete, ma pure per ironia della sorte con una precisa nazionalità, quella francese. La società di Iffe specchio e metafora del conservatorismo più bieco e dell’oscurantismo più sfrenato e xenofobo racchiude tutti i mali immaginabili come un improbabile vaso di Pandora pronto a rompersi in un culmine di male e di violenza, male e violenza che cova sotto la cenere per tutta la narrazione. Perché il diverso, lo straniero, l’altro da sé va espulso dalla comunità, annientato, distrutto. E anche il personaggio più liberale, l’intellettuale del villaggio Gallimauf, il più aperto di vedute avendo letto ben cinque libri, non fa altro che mimare il gioco delle parti e apparire ridicolo e grottesco anche se a suo modo tragico, parodia smaccata dell’ intellettualismo e razionalismo che ostenta falsa tolleranza e rispetto per il diverso ma in realtà si adegua al conformismo dilagante. Non si salva nessuno in questo pamphlet satirico e politico che sul finale prende i connotati della tragedia anche se è impossibile non invidiare la vera libertà che la scimmietta in sé racchiude, mentre beffarda e istrionica salta da ramo in ramo, felice per il solo fatto di essere se stessa, non condizionata da leggi granitiche, religioni autoritarie, e ottusi conformismi.

Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson, Meridiano Zero, Collana Primo parallelo, Traduzione dall'inglese di Luigi Cojazzi, Titolo originale dell'opera Gallimauf's gospel, 2011, 160 pagine, brossura, Prezzo di copertina Euro 13, 00.

:: Segnalazione I Vermi Conquistatori di Brian Keene

1 marzo 2011 by

vermi-conquistatori-cover-thumbDal 28 febbraio è disponibile sull' eshop della casa editrice lecchese Edizioni XII I Vermi Conquistatori la versione italiana del fortunato romanzo di Brian Keene.  

L'esordio nel nostro paese dell'autore americano è stato curato in maniera diretta da tutta la redazione di Edizioni XII, in particolare dal traduttore Luigi Musolino (già vincitore dell'ultimo Trofeo RILL 2010) e viene illustrato da una nuova, visionaria, copertina, opera del duo artistico Diramazioni.
A partire dalla metà del mese di marzo I vermi conquistatori sarà inoltre disponibile in tutte le librerie.  
Uno dei capolavori del fantastico moderno, un'opera che ha ridisegnato il modo di intendere il romanzo apocalittico.
Teddy Garnett è un arzillo vecchietto e non vuole saperne di lasciare la casa in cima agli Appalachi dove ha vissuto per decenni con la compianta Rose. Non gli importa della pioggia incessante, un diluvio catastrofico che ha messo in ginocchio l'intero pianeta, né di essere l'unico essere umano ancora vivo nella piccola comunità di Punkin' Center, ormai ridotta a un isolotto in mezzo alle acque. Senza paura, Teddy aspetta il giorno in cui si avvererà il suo unico desiderio: riabbracciare la moglie.
Ma quando riceve la visita di Carl , il suo migliore amico creduto morto o portato in salvo dalla Guardia Nazionale, scopre che ci sono cose peggiori della pioggia.
Cose che serpeggiano sottoterra, creature striscianti che tarlano il sottosuolo e scavano verso la superficie per rivelarsi al mondo.
E conquistarlo.  

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L'autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

Per ulteriori informazioni si veda l'annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

:: L'anteprima: Milano Criminale di Paolo Roversi in libreria dal 2 marzo

1 marzo 2011 by

roversi3Arriva il 2 marzo in tutte le librerie “Milano Criminale” (p. 422, € 18,90, Rizzoli), il nuovo e atteso romanzo noir di Paolo Roversi (Suzzara, 1975), fondatore e direttore di NebbiaGialla Noir Festival e del portale MilanoNera, definito dalla critica lo Scerbanenco postmoderno e spesso indicato come il golden boy del giallo italiano. Roversi è famoso per la serie di gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi, nonché per le sue opere dedicate a Charles Bukowski.
Il suo ultimo romanzo descrive la Milano del crimine degli anni Sessanta, partendo da un episodio avvenuto il 27 febbraio 1958: l'assalto a un portavalori in via Osoppo. Le storie private di un poliziotto e di un bandito si intrecciano, in uno spaccato dell'epoca affascinante.
Anche Milano ha avuto i suoi eroi criminali. Erano gli anni del boom economico, dell’uomo sulla Luna, delle grandi passioni politiche e loro rapinavano le banche, assaltavano i furgoni portavalori e sfidavano la polizia in sparatorie a volto scoperto. Amavano i soldi e la bella vita, avevano le donne più affascinanti, bevevano champagne e indossavano abiti firmati. Volevano conquistare la città, e l’hanno presa con la forza.
Per maggiori informazioni:
www.milanocriminale.com e http://hotmag.me/milanocriminale/il-romanzo, mentre su http://www.youtube.com/view_play_list?p=274840EE6927FF90 è disponibile la playlist dei docutrailer di Milano Criminale. Ed ecco l’incipt:

Parte prima
Fine della Ligera
 
Scelte di campo
 
1
L’uomo cammina tranquillo sul ciglio della strada. Scarpe ricoperte di polvere e l’aria di chi ha tutto il tempo del mondo a disposizione. Ogni tanto si guarda intorno con naturalezza, passeggia e tiene una mazza ferrata e una calibro 9 infilate nella cintura.
A qualche metro da lui, un paio di uomini in tuta da lavoro su un furgone grigio. Stanno in silenzio e nessuno bada a loro, tantomeno ai mitra che tengono sulle ginocchia.
Poco distante, un signore, capelli brizzolati e sigaretta appesa a un angolo della bocca, sfoglia un giornale. Lentamente; troppi minuti su ogni pagina per risultare credibile. È seduto dentro una FIAT 1400 nera con un ferro che gli preme contro la coscia destra.
Accanto all’auto, un ragazzo. Immobile. Un rigonfi amento nella giacca: un cannone anche per lui.
Indossano tutti il toni, la tuta blu da operaio; abbigliamento perfetto per confondersi fra i passanti di quella zona piena di fabbriche e opifici manifatturieri.
Un occhio esperto avrebbe capito tutto. Previsto quello che stava per accadere. Ma non c’erano occhi esperti nei paraggi.
 
Le danze si aprono quando il furgone portavalori fa capolino all’imbocco della strada. La filiale della Banca Popolare è a nemmeno cinquecento metri. La prima del giro. Velocità moderata e occhi aperti per i tre uomini a bordo: un autista, un agente di polizia e un funzionario della banca.
Il capo della banda si sforza di rimanere serio. Non può vedere la scena, ma gli basta controllare l’orologio. Tutto è cronometrato al secondo e lui, chiudendo gli occhi, può sapere attimo per attimo quello che sta accadendo.
Mentre ci pensa, sta in fila nel gabinetto di un dentista, dall’altra parte di Milano. Lo fa per procurarsi un alibi inattaccabile visto che, a cose fatte, gli sbirri gli saranno subito addosso. Per questo ha bisogno di testimoni affidabili, non come quelli che potrebbe portare
lui, i suoi compari di Ticinese.
Vorrebbe sorridere al pensiero ma non può. Sta simulando un terribile mal di denti e deve rimanere concentrato. Ha i capelli neri e crespi, un vestito scuro e una rosa bianca all’occhiello: dettaglio che chiunque ricorderebbe. Il piano è di farsi notare il più possibile, così si lamenta a intervalli regolari, ad alta voce.
È un tipo pignolo e riflessivo. Ha preteso che aspettassero proprio quel giorno del mese per agire.
«Lo facciamo il 27 perché è San Paganini, ciula» aveva ripetuto ai suoi fino allo sfinimento, «e sono carichi di soldi per pagare gli stipendi.»
Ci avevano già provato due volte in precedenza, ma qualcosa era sempre andato storto. Un tentativo al mese. Quella mattina tutto sarebbe filato liscio. Se lo sentiva. “Stamattina ce la facciamo” si dice mentre l’infermiera lo fa accomodare.
 
L’uomo sulla 1400, appena vede negli specchietti il bianco del furgone, accartoccia il giornale e pesta sull’acceleratore. L’auto prima si accoda, poi schizza al centro della carreggiata.
Antonio sta sul portone di casa, la bicicletta appoggiata al muro, gli occhi incollati a quell’automobile nera che ha superato il portavalori rombando e ha cominciato a zigzagargli davanti.
«Quel lì l’è matt» urla il guidatore del blindato. Il poliziotto accarezza il calcio della pistola.
El matt non fa nemmeno finta di frenare, scarta a sinistra e attraversa il manto erboso dello spartitraffico. La corsa finisce con uno schianto sordo sul lato opposto della carreggiata, contro un muro. Il conducente se la cava senza un graffio; esce con un guizzo dall’abitacolo e se la dà a gambe mentre una folla di curiosi si raduna sul posto. Anche all’autista del blindato viene spontaneo rallentare per capire cosa succede. Il poliziotto si rilassa. E fa male, perché mentre tutti stanno con la testa voltata, spunta contromano un camion, un Leoncino OM, veloce come se fosse sulle rotaie, che va a scontrarsi con violenza contro il portavalori. Gli uomini nell’abitacolo battono la testa.
È mattina e in strada ci sono parecchie persone. Il botto lo sentono tutti, gli spari pure.
Dal Leoncino scende un uomo con il viso coperto e una pistola. Si avventa urlando verso il furgone della banca e punta il cannone in faccia all’autista che s’immobilizza con le mani alzate.
Alle loro spalle, intanto, in uno stridore di pneumatici, si arresta il furgone grigio: via di fuga bloccata.
Il poliziotto, la faccia rigata dal sangue per un taglio sulla fronte, tenta di intervenire ma il vetro accanto a lui esplode. La mazza ferrata che l’uomo sul marciapiede nascondeva in cintura ha fatto il suo dovere. Il cristallo va in frantumi e l’agente di Pubblica Sicurezza si ritrova la canna di una 38 special in bocca.
«Non fare l’eroe» gli ringhia contro. E lui accetta il consiglio.
Nel frattempo, tre uomini a volto coperto ripuliscono il portavalori e caricano i sacchi coi soldi sul furgone grigio e su una Giulietta Sprint, anch’essa spuntata dal nulla un attimo prima. Nemmeno il funzionario della Popolare ha voglia di prendersi una pallottola, così rimane tranquillo sul suo sedile mentre gli portano via i quattrini da sotto il naso.
Fanno in fretta, meno di due minuti. L’operazione funziona come un orologio svizzero mentre uno dei banditi tiene tutti a bada con il mitra.
Alla fine il furgone parte sgommando, subito imitato dall’Alfa, dalla quale spunta la mano beffarda di uno dei banditi che saluta i curiosi. E qualcuno gli risponde pure.
 
Copyright © 2011 Paolo Roversi
Pubblicato in accordo con PNLA/Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ©
2011 RCS Libri S.p.A., Milano

 
Paolo Roversi, Milano criminale – il romanzo, p. 422, € 18,90, Rizzoli
In libreria dal 2 marzo

:: Donne e Islam per Jane Johnson a cura di Elena Romanello

28 febbraio 2011 by

decimodonoIl rapporto tra l'Occidente e l'Oriente islamico spesso dà vita a storie magari affascinanti e appassionanti ma ligie a certi stereotipi, soprattutto legati al ruolo della donna. La recentissima cronaca di queste settimane, di fronte alle rivoluzioni nel Nord Africa, ha mostrato un'altra volta come sia difficile fare generalizzazioni di tutto un mondo, meno che mai quando si parla delle donne.
Jane Johnson, scrittrice inglese di nascita che ha scoperto in età adulta la cultura islamica del Maghreb sull'onda di importanti cambiamenti della sua vita privata, ha dedicato due romanzi ad una visione originale del mondo musulmano, costruendo due romanzi d'avventura e di scoperta di sé, e andando oltre i soliti luoghi comuni di questo tipo di narrazione.
Il decimo dono è il primo romanzo con cui l'autrice ha esordito, dopo un passato come sceneggiatrice di film di successo come Il signore degli anelli, e in parte Jane Johnson racconta la storia della sua vita nella vicenda di Julia, giovane donna di oggi, che scopre il manuale di ricamo di Catherine, fanciulla della Cornovaglia del Seicento rapita dai barbareschi, venduta come schiava e finita in Marocco, e che decide di ricostruirne la storia, sfidando pericoli e avventure, fino a dare una nuova svolta alla sua vita.

comepioggiasulledune3436_imgCome pioggia sulle dune è la sua seconda fatica, dove Isabelle, professionista in carriera della Londra di oggi, cerca di riannodare la sua vita di ex bambina vivacissima, partendo da una scatola che il padre, amato e odiato, le ha lasciato, una scatola che la porta vicino a Mariata, fanciulla tuareg ribelle come il suo popolo, forse legata a lei da qualcosa di misterioso, che dovrà scoprire, andando lontana da un mondo che non la soddisfa più. Un libro di nuovo su due piani e con due storie, con sullo sfondo un genocidio dimenticato e vergognoso, quello del popolo del deserto, i Tuareg, vittime di giochi economici ma anche dell'odio per la loro eccessiva libertà, come è avvenuto ad altre etnie, a cominciare dai Nativi americani.
Nei romanzi di Jane Johnson c'è amore, avventura e intrigo, ma con cuore e cervello e senza dimenticare l'interesse per culture lontane e vicine, per la ricerca delle proprie origini e di nuove storie, per capire tutte le vie della vita e del destino.
Per chi vuole un altro sguardo sul mondo islamico e le sue donne, oltre stereotipi, luoghi comuni e cose che si credono note, per scoprire sfumature e vite oltre il deserto.
Il decimo dono è disponibile in edizione rilegata da Longanesi e in tascabile da Tea, Come pioggia sulle dune invece è appena uscito per Longanesi.
 
Elena Romanello

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011 by

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.