:: Estratto da Dormi per sempre di Sabine Thiesler

27 febbraio 2011 by

corbaccio_-_dormi_per_sempreDormi per sempre
Di Sabine Thiesler

Titolo originale: Die Totengräberin
Traduzione dall’originale tedesco
di Alessandra Petrelli

Per gentile concessione
Casa Editrice Corbaccio srl Milano
http://www.corbaccio.it

 

Aveva pianto tutta la notte. Alle tre e dieci guardò la sveglia per l’ultima volta, e subito dopo cadde in un sonno profondo. Verso le cinque e mezzo si risvegliò. Le rimbombava la testa e sentiva gli occhi gonfi. Si girò sulla schiena e cercò di rilassarsi. Ma le sue paure peggiorarono. Non aveva più il minimo appiglio a cui aggrapparsi.
Johannes non aveva colto niente di tutto questo. Il suo respiro era regolare, dormiva profondamente. Lei provò a immaginare come sarebbe stato non averlo più accanto, non sentire più il suo respiro, e questo pensiero la fece piombare nel panico. Non poteva vivere senza di lui, ma non poteva più neppure vivere con lui.
Alle sei e mezzo sorse il sole e gettò un raggio rossastro sull’antica madia di fronte al letto che Magda usava per la biancheria. Johannes sbuffò piano e si girò su un fianco. La sera precedente non si era accorta che aveva la barba lunga, probabilmente non si radeva da qualche giorno, almeno tre. Come lo detestava. Quando lo accarezzava sulla guancia, le
piaceva sentire la pelle liscia. Senza irregolarità, senza difetti.
Magda si alzò in silenzio, infilò l’accappatoio e le ciabatte. Sebbene fosse luglio, dentro casa faceva ancora fresco per via dei muri spessi. Avevano comprato l’ex podere La Roccia dieci anni prima. Aveva forma a ferro di cavallo, ed era troppo grande e in uno stato miserevole: il tetto era sul punto di crollare, l’intonaco dei muri interni si sfarinava e il pavimento era pericolante; il terreno di pertinenza era coperto di rovi, rose canine, biancospini ed erica.
Da mettersi le mani nei capelli, secondo Magda. Invece Johannes era rimasto incantato dal panorama che da lì si godeva. Verso nord lo sguardo spaziava da Montevarchi fino al Pratomagno, il massiccio montuoso che separa il Valdarno dal Casentino. A ovest si vedeva un paesino di montagna, a est una collina spoglia con una casa solitaria e a sud un fitto bosco e la strada per Solata. Johannes si era innamorato all’istante di questo luogo e vi era tornato ogni volta che aveva tempo, mobilitando amici e artigiani, buttandosi lui stesso nel lavoro con instancabile energia e trasformando nel corso degli anni il podere in un vero gioiello.
Aveva ristrutturato cinque camere, due bagni e la cucina, ma aveva lasciato allo stato originario il muro semidiroccato sul lato ovest, sostituendo le parti crollate con delle vetrate. Una soluzione originale, che dava alla casa un carattere particolare e permetteva di inondare di luce lo studio di Johannes. La terrazza era stata lastricata con vecchi blocchi di pietra e ospitava un pesante tavolo di legno con appesa sopra una lampada di metallo. Magda aveva sistemato tutt’intorno numerosi vasi di terracotta di diverse grandezze dove crescevano rigogliose ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico e salvia. Quell’ambiente era antico e insieme accogliente: le piaceva trascorrere là fuori le notti d’estate, riparata dal vento dai muri della casa che sprigionavano per ore il calore accumulato durante la giornata.
Ciononostante aveva sempre la spiacevole sensazione di essere osservata. Infatti, dalla strada per Solata era possibile vedere bene alcuni punti della terrazza. Era questo che la disturbava della casa.
Magda uscì piano dalla camera da letto ed entrò nel bagno subito di fronte. Gli occhi gonfi di pianto le davano un aspetto terribile, le ciglia erano quasi del tutto scomparse dietro le palpebre ingrossate.
Decise di far finta di niente e si lavò i denti. Mentre era sotto la doccia e lasciava che l’acqua calda le scorresse lungo il corpo, la sua mente tornò a concentrarsi sull’unico pensiero che da settimane la tormentava: lui aveva rovinato tutto.
Infilò un paio di calzoni estivi leggeri e una maglietta e andò in cucina. Tra un quarto d’ora la radiosveglia in camera da letto si sarebbe accesa. Johannes di solito si alzava subito. Non voleva perdere neppure un attimo della giornata. Si svegliava alla mattina con la testa piena di progetti su quel che poteva riparare o modificare in casa e in giardino, spesso si disperava perché le ferie non gli bastavano per fare tutto quello che si era prefissato.
C’era ancora tempo, perché sarebbe passata una mezz’ora buona prima che scendesse a fare colazione.
Aprì la porta sulla terrazza e uscì. L’aria era limpida e asciutta, sarebbe stata una giornata calda. Magda si stiracchiò e respirò a fondo. La quiete era totale, la strada sterrata per Solata era deserta. Non c’erano auto, non si sentivano voci. Non si vedeva neppure un gatto muoversi nell’erba alta, o crogiolarsi sulle pietre già calde per il sole del primo mattino.
Rimase immobile per qualche istante. Una lieve brezza soffi ava sulla terrazza ora in ombra. Magda rabbrividì sotto la maglietta leggera, tuttavia si sentiva tranquilla e il cuore le batteva lento e regolare. Nemmeno una traccia di nervosismo. Allora era giusto così. Non c’erano dubbi, le riflessioni non erano più necessarie. Lei aveva deciso.
Tornò in cucina e mise sul fornello l’acqua per il tè. Da quando Johannes soffriva di ipertensione, entrambi si erano abituati a non bere più caffè al mattino. Era stata una scelta
molto faticosa eppure la caffettiera giaceva inutilizzata ormai da due anni dentro una piccola credenza sotto la finestra; anzi Magda dubitava che funzionasse ancora.
Johannes aveva sempre preso il caffè con molto latte caldo, con schiuma o senza, era lo stesso. A Berlino beveva Milchkaffee, in Italia cappuccino e in Francia café au lait. Da quando
non poteva più farlo, quella ricarica di calcio gli mancava più del caffè. A volte di pomeriggio entrava in cucina, sudato e stremato dal lavoro in giardino, prendeva il cartoccio del latte dal frigorifero e se ne beveva in un sol colpo almeno mezzo litro. Inoltre si era abituato a mangiare per colazione muesli con frutta annegato nel latte.
Magda guardò il proprio volto riflesso nel vetro della credenza e con la mano sinistra si scostò dalla fronte la frangia troppo lunga.
Tutto quello che faceva costituiva la routine del mattino e avveniva in maniera automatica. Uscì a pulire con un panno umido il pesante tavolo di legno in terrazza. Poi prese le due tovagliette azzurre, posate, piatti e tazze e tirò fuori dal frigorifero il salame toscano, insieme a un pezzo di pecorino e a un cetriolo. Al contrario di Johannes, Magda cominciava la giornata con una colazione sostanziosa. Se avesse mangiato muesli oppure frutta e quark, dopo un’ora si sarebbe sentita male.
L’acqua bolliva e lei la versò sul tè. In quel momento la sveglia in camera da letto iniziò a suonare. Solo restando perfettamente immobile e molto concentrata, riusciva a percepire la musica che attraversava debolmente i muri. Ancora cinque minuti. Al massimo. Poi Johannes si sarebbe alzato.
Tagliò la frutta a dadini. Una mela, mezza banana, mezza arancia. Sopra vi cosparse tre cucchiai di muesli. Sentì sbattere la porta del bagno e poco dopo lo sciacquone. Più o meno dieci minuti ancora prima che arrivasse. Doveva aspettare a versare il latte, il muesli non doveva ammorbidirsi troppo.
Accanto alla casa c’era un piccolo prato dove crescevano i fi ori più diversi, che Magda non conosceva. Fiori di campo indefinibili, molto probabilmente erbacce. Johannes lo tosava soltanto quando era strettamente necessario e così ora le erbe cominciavano a piegarsi sugli steli. Gli piaceva il suo « caos ordinato in giardino » come lo definiva, e tirava fuori il tosaerba dal capanno solo quando riteneva che avesse raggiunto un aspetto « impresentabile ».
Magda raccolse qualche fiore, tra cui dell’aneto giallo, e li mise sul tavolo in un vasetto panciuto acquistato per due euro da un rigattiere di Arezzo.
Ora era il momento del latte. Johannes sarebbe arrivato di lì a poco. Il veleno lo teneva nella tasca dei calzoni. Sapeva che le gocce erano del tutto insapori. Lui non si sarebbe accorto di niente. Almeno non nei primi minuti.

:: Intervista a Lorenzo Mazzoni

26 febbraio 2011 by

KinshasaCOPERTINABentornato Lorenzo su Liberidiscrivere. C’eravamo sentiti ai tempi del tuo viaggio in Turchia. Sei uno spirito nomade. Sempre in viaggio per il mondo a conoscere, a scattare fotografie, a prendere appunti. Quali sono i tuoi prossimi viaggi in programma?
 
Destinazione trasloco. Appena finito quest’inferno mi godrò, insieme a Federica, la mia compagna,  la casa e i libri. Poi si pensava al Brasile, alle Filippine, alla Cina, alla Giamaica…
 
E’ appena uscito per Momentum Edizioni un noir molto greeniano Le Bestie, Kinshasa Serenade in parte spy story, in parte documento di denuncia sulle guerre dimenticate dell’Africa. Ci vuoi parlare di come è nato il libro?
 
Ho scritto “Le bestie” nell'estate del 2004. Da anni raccoglievo materiale su quella che è stata definita “La Guerra Mondiale Africana”. Un conflitto sempre passato in secondo piano per dare spazio solo ed esclusivamente alle Guerre del Terrore di stampo occidentale. Ero arrabbiato. Sono sempre stato interessato a quelli che purtroppo nel nostro Paese diventano fatti marginali ignorati dai media e ho scritto il romanzo di getto. “Le bestie” è uscito, in formato ridotto, in ebook nel 2005 per Kult Virtual Press Edizioni. Successivamente ho iniziato a postarlo sul mio blog, infine Massimo Di Gruso, editore di Momentum Edizioni, trovandolo un lavoro interessante, mi ha contattato per farne una nuova versione cartacea.
 
Sembra incredibile ma ancora oggi è difficile reperire informazioni sulla situazione in Congo teatro di uno dei genocidi africani più antichi perpetrati dai Belgi in nome dei diamanti. Come ti sei documentato?
 
In realtà non ci sono solo i diamanti, ma cobalto, germanio, rame, stagno, zinco, cadmio, argento, oro, berillio, manganese, uranio, tungsteno, radium, carbone… l’industria mineraria congolese è molto ricca, ed è per questo che i belgi, e non solo, hanno depredato questo Paese.
Mi sono documentato principalmente grazie a decine di articoli che ho raccolto dal 1998 e usciti, prevalentemente, su “Internazionale”. Ho utilizzato inoltre il libro “Vado verso Il Capo” di Sergio Ramazzotti e letto siti di missionari e associazioni laiche che operano in Congo. È stata un'operazione veloce perché non ho dovuto inventare nulla. Non una delle mostruosità narrate ne “Le bestie” è frutto della mia fantasia, c'è una documentazione che lo dimostra. Ho solo assemblato i pezzi, amalgamandoli con il mio metodo di scrittura, attraverso personali scelte critiche.
 
I giornali, le tv occidentali quasi censurano un conflitto che ha causato milioni di morti. Pensi ci sia un latente senso di colpa alla base di questo comportamento?
 
Io non credo che l’Occidente viva sensi di colpa, e non credo nemmeno ci siano state censure particolari, semplicemente un menefreghismo generale. Altre guerre più massmediatiche hanno catturato l’attenzione dei telespettatori. In Congo non ci sono cattivoni “post titini” come in Serbia, non c’è il petrolio dell’Iraq, non c’è un’ apparente facile soluzione come quella scelta per l’Afghanistan. In Congo l’Occidente può andare e depredare con il beneplacito del dittatoruccolo di turno. Non c’è bisogno di inventarsi armi di distruzione di massa, l’Occidente vede la popolazione del Congo non come una minaccia, ma come una forza lavoro utilissima per arricchirsi.
 
Il ruolo delle missioni umanitarie in Africa rientra sempre in quella sorta di fardello dell’uomo bianco che implica un vischioso razzismo psicologico difficile da estirpare. Finirà mai secondo te questa sorta di senso di superiorità Occidentale verso le popolazioni più povere?
 
Se tu pensi che in una zona ricca e, tendenzialmente colta, come il nord Italia spopola un partito razzista come è quello del Carroccio, o come le tv ci fanno recepire il problema immigrati, ti rendi conto che questo senso di superiorità sarà difficile da cancellare. I media ci educano con la favoletta che noi siamo più forti, che le popolazioni del Terzo Mondo vanno considerate alla stregua di bambini irresponsabili e i media hanno il potere.
 

l.mazzoni3Uno dei tuoi personaggi è un reporter tormentato, disilluso, stanco e se vogliamo anche un tantino cinico. Ha perso fiducia nel suo lavoro, ha perso fiducia nella società occidentale. Un po’ ti riconosci? C’è in questo personaggio qualcosa di autobiografico?
 
La perdita di fiducia nella società occidentale. Il nostro sistema non porta la felicità, l’arricchimento spietato e la perdita di interesse nei confronti della cultura sono fattori determinanti per allontanarmi da un modello di vita che reputo “non-vita”.
 
Un altro tuo personaggio Jakov Cohen è una sorta di specchio del cuore nero dell’Occidente membro dei Servizi Segreti sudafricani, faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino. Il male è così brutto visto da vicino? 
 
Il male è sempre brutto, e la bruttezza di Jakov Cohen sta nella sua indifferenza verso l’orrore che lui stesso mette in atto. 
 
Dicevo prima un noir molto greeniano. Si sente l’eco di opere come Il nocciolo della questione, I commedianti, Un americano tranquillo, Il potere e la gloria. In cosa ti senti in debito con il grande autore inglese?
 
Ti ringrazio. Graham Greene è stato un grandissimo umanista e un grandissimo letterato. Greene mi ha insegnato che si possono raccontare fatti storici e sociali facendo della buona letteratura. Certo, lui scriveva libri inarrivabili, non voglio assolutamente mettermi al suo livello, stiamo parlando di un mio eroe. Greene mi ha insegnato un metodo per raccontare l’uomo qualunque che si ritrova a vivere grandi cambiamenti epocali, mi ha insegnato a far diventare esperienza letteraria i luoghi che ho visitato e che ho vissuto.
 
Parliamo del tuo editore Momentum, un editore giovane  specializzato in noir, hard boiled, spy story e guidato da Massimo Di Gruso, un vero appassionato. Come vi siete conosciuti? Che tipo di collaborazione avete istaurato?
 
Se in Italia tutta l’editoria operasse con la serietà con cui lavorano Massimo Di Gruso e la redazione di Momentum sarebbe un Paese dove sarebbe davvero piacevole vivere. Ci siamo conosciuti con il più classico dei metodi moderni: internet. Ho trovato un link di Momentum e gli ho sottoposto il romanzo. Il nostro è sempre stato un rapporto paritario e trasparente. Lo scrittore, o almeno il sottoscritto, sogna di avere un editore simpatico, intelligente, che ami il rischio e che creda nel romanzo che promuove più dell’autore stesso… ecco, con Momentum Edizioni è così. Inoltre c’è da parte loro una reale conoscenza dei generi hard boiled, noir e spy, insomma, siamo davvero sulla stessa lunghezza d’onda.
 
Che libro stai leggendo in questi giorni?
 
“La mano del morto”, di Antonio Chiconi, finalmente un esordiente che ha qualcosa da dire e che sa trasportare il lettore in gustose situazioni da spy-story classica ed esotica.
 
Viviamo in tempi tragici. Il Maghreb in fiamme. In Algeria e Tunisia la folla si è riversata nelle piazze, così come in Egitto e ora in Libia con effetti devastanti di repressione disumana. Vento di libertà, lotta per il pane o agenti di paesi esteri che fomentano la ribellione. Che idea ti sei fatto? Tutto in nome del petrolio? Per quello né l’Europa e né gli Stati Uniti intervengono?

 
I regimi non possono vivere per sempre. In tutti questi Paesi (ora anche la Mauritania e la Giordania sono insorte) i dittatori sono stati alleati fedeli dell’Occidente. Lo stesso colonnello Muammar Gheddafi negli ultimi anni ha perso ogni velleità da superstar antiamericana per dedicarsi ai baciamano con i leader dell’Occidente. È una rivolta contro la corruzione, la disoccupazione, la mancanza di prospettive per gli studenti, le discriminazioni religiose e sessuali. Anche il ’68 è stato un effetto a catena, lo è stato anche l’89. Speriamo che da queste rivoluzioni popolari non sorgano leader mediocri come quelli usciti dalle rivolte studentesche degli anni ’60 e dal post-Muro. Io spero che l’Europa e gli Stati Uniti non intervengano, o almeno non nel solito modo fatto di portaerei, militari ignoranti e supersoldati. Tutto quello che interessa all’Occidente è che da queste rivolte non emergano i movimenti islamici radicali, senza però tenere in conto che se tali movimenti in certe nazioni sono così forti è perché il dittatoruccio supportato dall’Europa e/o dagli Stati Uniti si è sempre disinteressato della scuola, della salute e dell’assistenza ai più poveri. Funzione che è stata svolta dalle associazioni religiose, creando una base fra il popolo. Ho abitato a Sana’a, in Yemen, ed era evidente che se ci fosse stata una protesta in qualche modo le associazioni religiose ne avrebbero fatto parte. Ma non c’è solo questo. Il popolo è stanco, non ne può più di colonnelli corrotti, craxiani tunisini fuori moda e sanguisughe reali. Ripeto: un regime non può durare per sempre.
 
Le migrazioni dall’Africa sono un fenomeno ormai inarrestabile, una vera e propria pacifica invasione che forse l’Europa non è pronta a gestire limitandosi a fare una sorta di scarica barile e obbligando a far gestire l’emergenza ai paesi del Mediterraneo su cui gli sbarchi avvengono. Non pensi ci sia miopia e vera e propria follia in questo comportamento? 
 
Se poi ci mettiamo che a gestire questa migrazione in Italia e al Parlamento Europeo ci sono brillanti umanisti dell’integrazione fra i popoli quali Borghezio o Maroni (per fare qualche esempio) la cosa fa un po’ ridere. Europa o no, l’Italia è incapace di fare fronte a una migrazione di grossa portata. Il problema non è che Lampedusa è grande come un campo da calcio o che non abbiamo abbastanza lager, pardon, centri di accoglienza. Il problema è che mancano figure professionali per gestire un’emergenza come questa. Al di là delle cifre deliranti sparate dal governo (due milioni di profughi ha detto ieri lo zelante e preparatissimo Ministro dell’Interno) il problema esiste, è reale, ma c’è una generale impreparazione non solo su come operare in situazioni simili, ma anche sugli usi, i costumi, la lingua e la cultura degli immigrati.
 
Grazie della tua disponibilità e prima di lasciarti un’ ultima domanda. Puoi anticiparci quali sono i tuoi progetti per il futuro?
 
Grazie a voi. Uscirà un mio racconto sull’antologia “Verrà domani e avrà i tuoi occhi.  Frammenti di vita migrante dall’universo del lavoro in Italia”, edito da Compagnia delle Lettere . Dal 1° Marzo in tutte le librerie e in tutte le piazze italiane che celebreranno lo sciopero degli stranieri. Stranieri non dal punto di vista anagrafico, ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente. Autoctoni e immigrati, uniti nella stessa battaglia di civiltà. Poi sto cercando un nuovo agente e sono in gara per l’International Migration Art Festival e sto prendendo appunti per un paio di romanzi ambientati fra la Turchia, la Lombardia, Tirana e Ferrara… e poi c’è il trasloco.

:. Intervista a Carmelo Musumeci autore di Gli uomini ombra

25 febbraio 2011 by

Gli-uomini-ombra-380x556Grazie Carmelo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Questa è probabilmente l’intervista più difficile che abbia mai fatto ma voglio iniziarla considerandoti uno scrittore prima che un ergastolano. Siciliano, sei nato nel 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania, laureato in Giurisprudenza, scrittore. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Carmelo Musumeci?
 
Sono quello che senz’altro non avrei voluto essere.
Sono un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio, se non metto in cella un altro al posto mio.
Sono un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre.
Sono anche molte altre cose.
Sono pure un bambino cresciuto troppo in fretta e un uomo che ama essere ancora un bambino.
 
C’è qualche ricordo della tua infanzia che ti è particolarmente caro e vuoi dividere con noi? Parlami, della tua Sicilia. Che profumi, sapori, colori fanno parte dei tuoi ricordi?
 
Ti racconto la prima volta che incontrai l’amore:

La bambina era bellissima.
Era di una bellezza che toglieva il respiro.
Aveva i capelli che le scendevano sulle spalle.
Gli occhi neri come i capelli e le ciglia lunghe.
Le labbra rosse come i papaveri.
Lo sguardo tenebroso.
Vidi in lei la dolcezza e la sensibilità che cercavo.
Aveva un anno meno di me.
L’avevo saputo dal fratello perché lei non parlava mai.
Rimaneva seduta nello scalino della porta di casa a guardarci giocare e dopo un po’ rientrava in casa.
Si chiamava Angela, ma non me l’aveva detto lei, l’avevo saputo dal fratello.
Quando c’incontravamo ci guardavamo senza dirci nulla.
Lei non mi rivolgeva la parola ma mi guardava tutte le volte che c’incontravamo.
Sentivo la tristezza di quella bambina nel mio cuore.
Ero timido!
Non avevo il coraggio di rivolgerle la parola.
Giocavo con suo fratello e con gli altri bambini, ma lei rimaneva sempre seduta in un angolo della viuzza.
Teneva sempre fra le mani un orsetto di colore blu.
Non lo lasciava mai.
Ormai era quasi un mese che eravamo vicini di casa e non ci eravamo mai parlati.
Ma continuavamo a guardarci, felici di guardarci.
Una sera nella viuzza eravamo rimasti soli.
Eravamo seduti ognuno nello scalino della sua porta di casa.
Sentivo il suo dolce odore di bambina.
Odore di latte.
Guardai i suoi piedi nudi e sporchi, ma bellissimi.
 
 
Nessun bambino della viuzza portava le scarpe.
Era un lusso che nessun bambino dei quartieri poveri si poteva permettere.
In quel tempo si cresceva in mezzo alla strada, scalzi e mezzi nudi.
Si faceva a sassate e a cazzotti fra bambini che abitavano nel centro del paese e quelle che abitavano in periferia.
Quella sera pochi metri mi dividevano da Angela.
Ci guardavamo senza dirci nulla.
I suoi occhi parlavano per lei.
Ci guardavamo in silenzio.
Sentivo il mio giovane cuore solitario che batteva.
Io vedevo la sua solitudine e lei vedeva la mia solitudine.
Il buio sbucò all’improvviso.
Non mi accorsi che il sole era sparito all’orizzonte.
Ad un tratto sentimmo tuonare la voce del padre di lei.
Angela vieni a casa che è tardi.
Lei sospirò!
Si alzò.
Mi voltò le spalle per rientrare a casa.
Ci ripensò.
Con passo esitante venne verso di me.
Mi fissò per un attimo negli occhi.
S’inchinò e mi diede un bacio sulle labbra.
E subito dopo scappò in casa.
Rimasi ammutolito.
Sentii un tuffo al cuore.
Sentii la faccia prendermi fuoco.
Mi sentii confuso e disorientato ma felice.
Continuai a stare seduto nello scalino della porta di casa anche quando iniziò a piovere.
Mi bagnai e battei i denti dal freddo ma rimasi fermo lì dov’ero.
Ero felice e non volevo che la felicità si alzasse e se ne andasse da quello scalino.
Venne a prendermi per i capelli mia nonna.
Brutto scemo, sei tutto fradicio, vatti ad asciugare e vai a letto.
Anche quella sera, tanto per cambiare, non c’era nulla da mangiare.
Andai a dormire morto di fame, i miei fratelli si erano mangiati anche la mia parte.
Quella notte in un angolo del mio cuore nascosi l’amore per Angela che mi avrebbe accompagnato tutta la vita.
 
Parlami dei tuoi studi. Mentre eri all’Asinara in regime di 41 bis hai ripreso gli studi e da autodidatta hai terminato le scuole superiori. Nel 2005 ti sei laureato in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”. Attualmente sei iscritto all’Università di Perugina al Corso di Laurea specialistica, dove hai terminato gli esami, e attualmente stai preparando la Tesi con il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale. Come hai deciso di seguire studi giuridici?
 
Sono entrato in carcere con la quinta elementare.
Le giornate passavano vuote, affannose, tutte uguali, lasciandomi il senso della nullità.
 
Mi capitò di leggere un libro di Don Lorenzo Milani.
Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo.
E iniziai a studiare.
Venne il momento d’iscrivermi all’università.
Quale facoltà scegliere?
Scelsi la facoltà di giurisprudenza perché qualsiasi altra laurea che avessi preso non mi sarebbe servita a nulla.
 
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Un uomo libero può essere libero anche in carcere se ha la forza di scrivere quello che pensa.
Il mio amore per la scrittura è nato per continuare a vivere.
Scrivo solo per continuare a esistere aldilà del muro di cinta perché quando scrivo non mi sento di essere in cella perché mi sembra di essere altrove, dentro i cuori delle persone che mi leggono.
Scrivere mi riscalda il tempo, il cuore e la mente.
Giulia, mi piace scrivere perché vivo quello che scrivo, ed è l’unica maniera che ho per continuare a vivere.
Non ho particolari maestri letterari a cui mi ispiro.
Mi ispiro solo al mio cuore.
A volte, di notte, al buio, guardo per delle ore a occhi aperti il soffitto della mia cella, ascolto il mio cuore, mi alzo e scrivo.
Scrivere mi fa bene e mi aiuta a sapere anche cosa penso.
 
Per Gabrielli Editore hai pubblicato Gli uomini ombra, un libro di racconti social noir. Puoi parlarcene. Hanno elementi autobiografici, o parti dalla realtà per descrivere altro?
 
Molti scrittori per scrivere hanno bisogno d’inventare, di documentarsi, di fare ricerche, io ho solo bisogno di ricordare la mia vita.
Molti scrittori per descrivere il coraggio, l’odio, la paura, il tradimento, la bontà, il male e tante altre sensazioni hanno bisogno di immaginare.
Io ho solo bisogno di scavare nella mia mente.
E nella malavita e in carcere spesso la realtà supera la fantasia.
 
Quale racconto ti è più caro o come figli li ami tutti allo stesso modo? Scrivi un diario? Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia?
 
Il racconto, ma più che un racconto è un romanzo, che più mi è caro è ancora inedito ed è quello che ho scritto e donato al mio angelo, dal titolo “Il Senza Dio”.
Da moltissimi anni scrivo un diario pubblico che viene inserito nel sito di
www.informacarcere.it
per cui svolgo regolare attività lavorativa con un contratto a progetto, regolarmente remunerato.
Ho già scritto da anni un’autobiografia dal titolo “Nato colpevole”, ma la pubblicazione non dipende da me, ma dai miei due figli.
Saranno loro che decideranno come, quando e se pubblicarla.
Ti dono alcune righe di questa autobiografia.
 
Già quando nacqui mi sentii solo.
Guardavo con curiosità tutto quello che accadeva intorno a me.
Desideravo fare delle domande ma non sapevo ancora parlare e quando imparai capii che in quel mondo comandavano i grandi.
Credo di essere nato per caso.
Non l’avevo chiesto io e già questo mi dette fastidio, appena vidi in che casino ero nato.
Non ricordo come è successo, ma da quello che ho saputo dopo, cerco d’immaginarlo.
Fin dalla nascita mi sentii perso fra gente sconosciuta.
Sono nato in un paesino in provincia di Catania dopo una iecina di anni ch’era finita la seconda guerra mondiale.
Tutto quello che vedevo intorno a me non mi piaceva, non vedevo amore.
Probabilmente perché l’amore nella mia famiglia era un lusso che nessuno si poteva permettere, forse perché non era roba da mangiare.
Mi raccontarono che presi il latte da mia madre fino a due anni, che altro potevo fare se non c’era nulla da mangiare?
Di giorno dormivo e di notte rimanevo delle ore a occhi spalancati a guardare l’oscurità.
Chissà cosa pensavo!
Ora mi piacerebbe saperlo.
Capii molto presto che in quello strano mondo dove ero nato molte persone avrebbero deciso per me.

 
Nel 2007 hai conosciuto don Oreste Benzi e da tre anni condividi il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII. Puoi raccontarci di cosa si tratta?
 
Per la Comunità Papa Giovanni XXIII, ogni uomo buono o cattivo è l’uno e l’altro.
Io sono ateo, ma il Dio di Don Oreste mi piacerebbe conoscerlo.
L’essenza del programma sta nel risarcimento sociale come pena alternativa al carcere.
 
Le condizioni pessime delle carceri italiane è un tema molto dibattuto e doloroso. Il numero dei suicidi non solo tra i carcerati ma anche tra le guardie è in costante aumento. Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
 
Negli istituti italiani si muore perché nei nostri carceri togliersi la vita è meno doloroso, drammatico e brutto che viverci.
Neppure io so s’è meglio morire o stare chiusi in una cella a sopravvivere.
Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
Nulla di difficile e complicato, il carcere dovrebbe assomigliare alla vita esterna e non essere uguale all’inferno dove forse andremo nell’aldilà.
Giulia la pena più potente e rieducativi del mondo è l’amore e in carcere manca proprio quello.
 
Sei promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine. Che parole avresti per convincere un ipotetico scettico che la tua campagna è ragionevole, che un ergastolo ostativo senza benefici, senza mai un giorno di permesso, impedisce qualsiasi forma di recupero, rieducazione e giustizia?
 
Più che rivolgermi agli uomini liberi devo prima convincere gli stessi ergastolani ostativi per questo va a loro questo mio appello:
 
Compagni,
tutti noi abbiamo un sogno: un fine pena, ma i sogni non si realizzano da soli, hanno bisogno del nostro aiuto.
Alcuni di noi aspettano che quelli di fuori lottino per noi, ma quelli di fuori sono già impegnati a risolvere i loro problemi, i ricchi a diventare più ricchi, i poveri a sopravvivere e i politici ad andare con le minorenni o a difendere chi ci va.
Non possiamo riscattare le nostre vite se i “cattivi” non lottano, non educano al perdono, alla legalità i “buoni”, i nostri politici, i nostri “educatori” e i nostri giudici di sorveglianza.
La paura non ci deve condizionare, se non lottiamo è ancora peggio,  non abbiamo più nulla da perdere, possiamo perdere solo le nostre catene.
Molti uomini ombra stanno fermi nelle loro celle e aspettano non si sa cosa, ma se continuano a fare nulla la nostra sorte è già segnata.
 
Grazie Carmelo della tua disponibilità e spero di leggere al più presto i tuoi prossimi libri.
Giulia.
 
Il mio cuore dice grazie a te Giulia.
Il mio prossimo libro sarà “Le avventure di Zanna Blu”.
Non lo comprare e non lo leggere perché parla di uno stupido lupo che è innamorato dell’amore, della luna e delle stelle.
E mi sta rubando l’affetto di tutte le persone che mi vogliono bene perché chi legge le sue avventure dopo vuole più bene a lui che al suo scrittore, sic!
Colpa mia che nell’ultima avventura non l’ho fatto morire, ma i miei figli e i miei nipotini mi hanno minacciato che se lo avessi fatto morire non mi sarebbero più venuti a trovare.
Il mio cuore ti sorride.

:: In anteprima estratto di Altri regni di Richard Matheson Fanucci

24 febbraio 2011 by

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Sono nato a Brooklyn, New York, il 20 febbraio del 1900. Figlio del capitano Bradford Smith White e di Martha Justine Hollenbeck. Avevo una sorella, Veronica, più piccola di me, morta nello stesso anno in cui ebbero inizio questi strani avvenimenti.
Il capitano Bradford Smith White era un porco. Ecco, l’ho scritto, dopo tanti anni. Era un porco calzato e vestito. No,non lo era. Era un uomo malato. Il suo cervello era contorto; infestato dalle ombre, si potrebbe dire.
Veronica e io (specialmente Veronica) soffrimmo moltissimo il suo carattere violento. La sua era una disciplina ferrea. Credo che l’arruolamento in marina gli abbia risparmiato l’internamento in un manicomio. Dove altro avrebbe potuto sfogare il suo temperamento quasi da demente? Nostra madre, dolce ed emotiva, morì prima di compiere quarant’anni. Dovrei dire ‘se la cavò’ prima di compiere quarant’anni. Il suo matrimonio fu un soggiorno prolungato all’inferno.
Vi offro un piccolo esempio. Un giorno di marzo del 1915 mamma, Veronica e io ricevemmo un invito (un ordine) a partecipare a un pranzo sulla nave di papà (una nave ausiliaria, ricordo). Nessuno di noi voleva andarci, ma in pratica non avevamo scelta: o il pranzo sulla nave di papà oppure, in caso di rifiuto, diverse settimane (forse un mese) di punizioni non ben precisate. Così indossammo i nostri vestiti migliori e raggiungemmo l’arsenale marittimo, e lì scoprimmo che la nave di papà era ancorata lungo il fiume Hudson, spazzato da un vento fortissimo che provocava movimenti ondosi simili a piccoli tsunami.
Un marito e padre sano di mente poteva mai permettere alla sua famiglia di affrontare una situazione tanto pericolosa? Vi chiedo, un marito e padre sano di mente non avrebbe annullato un programma tanto folle per portare la sua famiglia in un ristorante degno di questo nome?
Naturalmente sì. E il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti, si comportò come chi si ritenesse sano di mente? Giudicate voi. Era programmato che dovessimo partecipare al pranzo a bordo di quella dannata nave comandata dal dannato – dal porco – White, e se nell’occasione fossimo tutti annegati – com’è che si dice oggi? – peggio per noi. Spiacevole, ma inevitabile.
Salimmo con passo malfermo a bordo della barca a remi del capitano – la sua lancia privata – e partimmo. Le tendine laterali erano abbassate, senza dubbio una concessione di papà al maggior realismo possibile. Il vento comunque soffiava con tale violenza che le tendine continuavano a sbatacchiare anche così calate, e il fiume ci riempiva di spruzzi. È inutile dirlo, ma lo dico lo stesso, il fiume era ben più che increspato: c’erano dei cavalloni veri e propri. La lancia rollava e beccheggiava, si inclinava di lato e si sollevava. Mamma implorava il capitano di tornare indietro, ma quello rimase irremovibile, con le labbra strette ed esangui. Avremmo raggiunto la nave ‘lisci come l’olio’ – fu questa la frase che usò – oppure, ma questo lo pensai io, ci saremmo sfracellati contro di essa. Mamma si teneva un fazzoletto sulle labbra, certamente per impedirsi di rigettare ciò che aveva mangiato quel giorno. Veronica piangeva. Quanto a me, ricordo che tentavo (invano) di non piangere perché il capitano detestava le lacrime di Veronica, e non cessava di sottolinearlo con occhiatacce critiche.
In qualche modo, nonostante la mia convinzione che fossimo tutti destinati a finire in fondo al fiume, alla fine raggiungemmo – vivi ma fradici – la nave di papà. E questa, caro lettore, non fu affatto la conclusione del nostro incubo a base di mal di mare. Non c’era una scala vera e propria che portava in coperta, capisci, ma solo una rampa metallica esterna che per via delle ondate era flagellata  dall’acqua. La famiglia White si arrampicò per questi gradini scivolosi, assolutamente convinta che una morte di qualche tipo – per caduta o per annegamento – fosse imminente. Anzi, prima la caduta, poi l’annegamento in quell’abisso salmastro. Il faro della lancia era rimasto acceso, intensificando la nostra salita alla cieca, un po’ anche perché abbagliati dal faro di coperta, e mamma salì per prima, aiutata alla meno peggio da un marinaio terrorizzato. Con mia grande meraviglia – e incredulo sollievo – non cadde né annegò, e raggiunse la coperta zuppa come un pulcino, ma incolume.
Subito dopo salì Veronica. In quel momento chiamai a raccolta tutti gli angeli custodi. Veronica rinunciò del tutto al suo tentativo di non piangere per non offendere il capitano e si impegnò al massimo, aiutata, su per la scala fangosa, scivolando più di una volta e concedendosi lacrime e singhiozzi in abbondanza. La seguii, stringendo la ringhiera gelata con tale violenza che le mani mi si intorpidirono. Nessuno mi aiutò. O mio padre era convinto che fossi abbastanza forte da cavarmela da solo, oppure nutriva la segreta speranza che perdessi la vita in acqua e lo liberassi dal fastidio di un figlio irritante.
Comunque stessero le cose salii da solo afferrandomi alla ringhiera con entrambe le mani. Mi sforzai di non guardare su, ma lo feci lo stesso, e avvistai la gonna di Veronica che svolazzava furiosamente; a un certo punto vidi di sfuggita le sue mutandine e notai che erano bagnate.
Niente di strano. Succedeva anche a me. E mi domandai se anche a mamma fosse capitata la stessa cosa. La debolezza non poteva essere frutto dell’eredità genetica di papà. Se ne aveva una, era la totale incapacità di immedesimarsi in altri esseri umani.
Aun certo momento della sua salita nella quale sfidava la morte, Veronica scivolò del tutto fuori dalla scala, urlando per il terrore. Il tacco della sua scarpa sinistra (ma perché non si era messa degli scarponi da montagna?) mi colpì alla testa (ma perché non mi ero messo un casco da pompiere?) e cominciai a sanguinare. Fu un attimo pieno di tensione. Veronica sarebbe precipitata nel fiume? Io avrei sanguinato fino a morire? Nessuna delle due. Veronica, singhiozzante, terrorizzata, povero angelo, riuscì a rimettere il piede sul gradino, aiutata dal marinaio che era con lei, e venne sollevata sul ponte da un altro marinaio, un villanzone grande e grosso dai capelli rossi che sghignazzava sotto i baffi. Poi salii io, e subito dopo, con mio grande disappunto, il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, con un leggero sorriso sulle labbra di granito. Tutto ciò che era successo lo aveva divertito. Sono sicuro che mamma avrebbe potuto ucciderlo. Idem per me. Più di lei. Naturalmente adesso darete per scontato che tanto furore fosse la fine di tutto. Non fu così. Il buon capitano aveva altri terrori in serbo per noi.
Ma prima qualche parola su mia sorella. Veronica era davvero un’anima gentile. Una volta, durante un violento temporale, raccolse un cucciolo sanguinante che era stato investito (e abbandonato) da un automobilista lanciato a tutta velocità. Lo portò a casa – cinque isolati più in là – tenendolo in braccio. Per colmo di sfortuna quel pomeriggio il capitano si trovava in casa e le ordinò di togliere di mezzo ‘quella maledetta bestia frignante’ prima che insanguinasse tutto il tappeto cinese lavorato a mano.
Solo un piagnucolio isterico di Veronica, e un insolito pestar di piedi da parte di mamma – per non parlare di qualche pungente aggressione verbale da parte mia, unita ad alcune impulsive volgarità (per cui in seguito pagai un pesante pedaggio, e lascio alla vostra immaginazione figurarsi quale) – convinse il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, sia pure controvoglia, a lasciare che Veronica portasse quel bastardaccio di cane ancora silenzioso, tremante e sanguinante, in un angolo non utilizzato della cantina.
Vi andai con lei, contravvenendo all’ingiunzione del buon capitano di ritirarmi ‘nella mia fottuta camera’(un’altra manchevolezza per la quale pagai il pesante pedaggio numero due) e lì vidi quella dolce creatura, benedetto sia il suo nobile cuore, che piangeva sommessamente, scossa da singhiozzi, amorevolmente preoccupata per quel cucciolo (era, poverina, una Florence Nightingale in erba), che lo lavava e lo fasciava utilizzando la biancheria di casa (‘Questo cucciolo ne ha più bisogno di lui’, rivelandomi così, se mai avessi necessità di saperlo, quanto odiasse suo padre). Medicò le ferite e le escoriazioni del cagnolino, poi lo baciò sulla testa bagnata, piangendo di nuovo quando l’animale le leccò la mano.
Lieto fine? Volete un lieto fine? Scordatevelo. La mattina presto Veronica si precipitò in cantina per vedere se il cucciolo stava bene. Era sparito, e lei corse con l’intenzione di chiedere notizie al capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti e mamma le disse che era uscito per assolvere al suo dovere di comandante… Probabilmente per picchiare a morte qualche marinaio con la catena.
Ma sto divagando. Veronica si mise a urlare come una disperata e, sospettando (secondo logica) il peggio, corse fuori. Trovò il cucciolo sul portico posteriore, tutto raggomitolato in una scatola di cartone aperta. Inutile dirlo – e lo dico quasi con vendicativo compiacimento – pioveva ancora e il cucciolo tremava in modo incontrollato, ormai moribondo. Infatti morì il pomeriggio stesso. Vorrei descrivere la cerimonia funebre celebrata da una Veronica col cuore spezzato, ma il ricordo è troppo doloroso per scendere nei particolari.
Un altro aneddoto sul capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti. Un altro capitolo nero nel suo Libro delle porcherie. La conclusione? Punì (severamente) Veronica per aver rovinato una tovaglia, per aver usato la biancheria di casa, per aver scavato una tomba senza autorizzazione nel cortile posteriore e, inoltre, per aver celebrato un funerale ‘non cristiano’ senza l’esplicito permesso
della chiesa. Scherzava? Proprio no.
Veronica non ha mai goduto di buona salute, né tantomeno è stata mai robusta. Mamma la portava in macchina – un tragitto lungo e scomodo – fino a un ospedale della marina per farla curare. Il capitano Sapete Chi non permetteva a Veronica, a me o a mamma di farsi curare da un medico locale. Lui era un ufficiale della marina (perdio) e le cure mediche per la famiglia di un ufficiale della marina dovevano (ripeto, dovevano) essere eseguite in un ospedale o in una clinica della marina. (Perdio). Veronica divenne più debole ogni anno che passava. Quando l’epidemia di influenza raggiunse gli Stati Uniti, lei fu tra le prime vittime, così poco resistente com’era. Povera, dolce, cara Veronica. Sento ancora la sua mancanza e piango per la sua infelicità.
Il capitano esercitò il suo brutale effetto su di me, particolarmente nell’età preadolescenziale. Nato sotto il segno dei pesci (che qualcuno aveva definito il secchio della spazzatura dello zodiaco), anch’io piansi molto prima di arrivare a quindici anni. Poi il mio ascendente, qualunque fosse (in realtà lo so), dev’essere cresciuto con prepotenza e si manifestò, poiché cominciai a tenermi alla larga dal capitano B.S. W. e lui non riuscì più a mettermi le mani addosso.
Se fossi stato il felice proprietario di una pistola carica, probabilmente (non dico indubbiamente) gli avrei sparato in più di un’occasione: per Veronica, per mamma, per me stesso. Nessun senso di colpa. Avevo le idee chiare. Più che altro un senso di ghignante giustificazione.
Ho evitato abbastanza a lungo la divulgazione del mio ‘spaventoso racconto’(ricordate naturalmente che è anche un racconto straordinario). Avrete già capito che sono stato troppo condizionato emotivamente per rivelarlo in questi sessant’anni e passa. Perciò perdonatemi se dimentico me stesso e consento al mio alter ego commerciale, Arthur Black, di emergere e di sostituirsi gentilmente alla mia persona, insensibile e affamato di denaro com’è. Vi prometto che tutto ciò che sto per raccontarvi non è frutto del mio cervello dissestato. È successo.
Ritornate con me al 1917. Avevo diciotto anni e la Prima guerra mondiale infuriava ancora. Naturalmente il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti voleva che entrassi in marina; ci avrebbe pensato lui a farmi ottenere una posizione ‘adeguata’. Resterete sorpresi se vi dico che non ne volli sapere? Mi arruolai nell’esercito. Non riesco a descrivere in modo compiuto il  piacere intenso che provai quando vidi l’espressione di totale repulsione sul suo viso mentre gli comunicavo la ‘bella notizia’( andavo a fare la guerra per conto dello Zio Sam!). Eccomi lì, una recluta dell’esercito, senza dubbio destinato a un viaggio in Francia. Non fu esattamente l’inizio del mio incubo-di-là-da-venire, ma di certo fu un buon avvio.

:: Recensione di Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2011 by

Il correttoreViviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.
Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste: terrorismo.
Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso.
In Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea, Ricardo Menéndez Salmòn, stilando una specie di cronaca ha conchiuso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore, tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di  El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez.
Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir, o meglio Vlad, un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto.
Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta.
Lui che

a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui

si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura.
Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanete al supermercato.
È l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sottocontrollo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti.
Ricardo Menendez Salmon evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un JAccuse di zoliana memoria che non risparmia ipersonaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per

quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.

Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
La scrittura di Ricardo Menendez Salmon è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature.
Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971.
Autore di profonda cultura europea e fortissima impronta personale, esce dai confini del paese di origine e si afferma anche in Germania, Francia, Portogallo e Italia come una delle figure più innovative e promettenti della letteratura contemporanea. Conclusa la trilogia sul Male (L’offesa, il Male storico; Derrumbe, il Male della paura; Il correttore, il Male della menzogna), ha raccontato la forza rivoluzionaria dell’arte e della bellezza in La luce è più antica dell’amore. Questo romanzo, celebratissimo in Spagna e in corso di traduzione in varie lingue, offre pagine di straordinario talento narrativo.
I romanzi e i racconti di Ricardo Menéndez Salmón hanno conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato anche Bambini nel tempo.

:: Recensione di Up & under racconti di ragby di Andrea Pelliccia

23 febbraio 2011 by

UpUnder_cover1In concomitanza  con lo svolgimento del famoso Torneo delle 6 Nazioni di rugby (a cui partecipa da qualche anno anche l’Italia) e nell’anno dei Mondiali (in autunno, in Nuova Zelanda, anche qui l’Italia sarà presente), ecco un libro di racconti su questo sport tanto coraggioso e leale quanto poco reclamizzato e osannato.
Lo scrittore ha inteso rappresentare storie di vario genere in contesti differenti per cercare di far avvicinare più soggetti possibile a questo nobile sport, anche se ignari delle sue regole base (che vengono comunque riportare in un appendice).
Si parte con l’esordio di un ragazzino che si avvicina al rugby non spinto da una propria passione ma dal volere del padre, per passare poi alle attese e alle perplessità del primo arbitro italiano designato ad arbitrare un incontro del 6 Nazioni nel tempio inglese della palla ovale di Twickenham, tre sole settimane dopo i gravi attentati che hanno sconvolto il Regno Unito, per poi ricollegarsi al primo episodio con un viaggio in pulmann verso Parma di una squadra di giovani rugbisty accompagnati da un’autista lucano che ripercorrendo aspetti della sua vita che lo hanno spinto a emigrare a Padova, ne disegnano anche il suo lento coinvolgimento verso questo misterioso quanto affascinante sport.
La raccolta prosegue poi con il racconto di uno strano incontro in una strada gallese tra un avvocato di successo e un mendicante silenzioso che custodisce un pallone da rugby tra le sue mani, un incontro che significherà molto per entrambi e che li segnerà profondamente in un modo o nell’altro; si arriva così a un racconto autobiografico di un allenamento particolare svolto con la nazionale italiana di rugby con i ricordi di una esperienza irripetibile per finire con una storia thriller, dove il rugby svolge solo una funzione di contorno, dove un' altezzosa coppia di coniugi intenta soprattutto a organizzare feste private a scopo esibizionistico si ritrova coinvolta in un misterioso rapimento al quale, nell'indifferenza (o addirittura nell'approvazione generale) sembra solo preoccuparsi la figlia minore della coppia, sicuramente la più matura della famiglia. Un libro in sostanza consigliato a chi è un amante dello sport in generale ed è desideroso di avvicinarsi ancor di più a questo gioco che sta prendendo sempre più piede anche in Italia e che lontano da isterie e bizzarrie comuni ad altri sport più ricchi ed affermati, prevede sempre il rispetto reciproco e l'applauso finale che accompagna sia vinti che vincitori.

Up & under racconti di ragby di Andrea Pelliccia Absolutely Free Editore, 2011, 211 pagine, Prezzo di copertina Euro 13,00

:: Intervista con Antonello De Sanctis: quando le parole diventano musica.

22 febbraio 2011 by

1446745049Benvenuto Antonello su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Antonello De Sanctis?

Sono uno come un altro che ha una grande voglia di comunicare. Ognuno lo fa a modo suo, come può e come sa. Il prete che predica dall’altare o, meglio, tra la gente, il politico che argomenta da uno scranno, il pugile tra le corde di un ring. Io cerco colleganze riempiendo fogli bianchi e mi realizzo appieno quando le pagine da silenzio diventano parole.

Inizia la sua attività di paroliere negli anni ’70 tra gli altri ha lavorato per Mia Martini, Cugini di Campagna, il celeberrimo Anima mia è suo,  Fred Buongusto, Gigi Proietti, Mietta, Nek. Scrivere un testo che poi sarà musicato che difficoltà presenta? Sapeva già chi l’avrebbe interpretato e ha adattato il suo stile all’artista?

Quando ho iniziato questo mestiere, scrivevo pezzi “dispari” come li chiamo io. Brani cioè che nascevano senza una precisa destinazione, poi si cercava di affidarli a qualche interprete. La cosa non mi entusiasmava molto perché comporre una canzone al buio era come avere una macchina e non sapere dove andare o averne solo una vaga idea. Così ho preferito un tipo di collaborazione più mirata e ho lavorato gomito a gomito con artisti, quasi sempre debuttanti, cercando di dire cose che aderissero il più possibile alla loro personalità. E’ andata abbastanza bene, devo dire. Preciso che sono rarissimi i compositori che sanno musicare un testo, nel novantanove per cento dei casi accade il contrario, purtroppo.

Ha mai conosciuto Mia Martini? C’è un ricordo legato a lei che le è particolarmente caro?

Avevo un buon feeling artistico con Mimì. Uno tra i ricordi più cari che mi rimane di lei è una passeggiata in una stradina di lato all’ex Rca. Era reduce da una seduta in sala di registrazione e voleva fare un po’ di decompressione. Ci conoscevamo da poco, parlammo e scoprii la sua intensità di donna e la sua pulizia interiore, come racconto in “Non ho mai scritto per Celentano”. Le sue straordinarie capacità d’interprete le sappiamo tutti. Il fatto è che non esistono grandi artisti se, prima di tutto, non sono grandi persone.

Quale è la canzone in assoluto cui è più legato?

Indubbiamente “Padre davvero” e “In te”, brani dai contenuti antitetici che raccontano una grande rabbia il primo e un amore immenso, il secondo. Sentimenti che si toccano alla fine, facce diverse di una stessa medaglia che è la nostra vita.

C’è un aneddoto, divertente, bizzarro, insolito legato a questi artisti che le va di ricordare?

Mi diverte ripensare a un esordiente per il quale avevo scritto un brano molto delicato che nell’incipit recitava: “Se io/fossi un passero verrei/ogni notte su da te/a spiare la tua intimità”. Questo ragazzo debuttò al Festivalbar senza grossi esiti, a dire il vero. Tornato a Roma, mi disse: “Antonello, non capisco perché appena ho iniziato a cantare, tutti si sono messi a ridere.”. Lo osservai meglio. Era un tipo grassoccio, pesante, impacciato, l’esatto contrario insomma di quello che è un passero nel nostro immaginario. Solo allora capii di avere sbagliato il tiro quella volta.

Le piace la musica jazz?

Moltissimo, anche se ne capisco poco. Una volta a Giovanni Sanjust, sublime clarinettista jazz, cantai improvvisando: “Sha da ba dabi, sha da ba dabi…”. “E’ buon jazz, Giovanni?” gli chiesi. “No, è una stronzata” mi rispose. Il jazz, un grande amore non corrisposto direi.

E’ appena terminato il Festival di San Remo, una manifestazione che nel bene e nel male è entrata nel costume e nella storia italiana. Cosa ne pensa dell’edizione di quest’anno? E la considera un bene per la musica italiana?

Ogni anno, animato dalla migliore buona volontà, mi metto a guardarlo anche per necessità professionale. Solitamente mi addormento verso la terza canzone. Raramente arrivo alla quinta ed è già record. Se ho qualche brano che partecipa dico a mia moglie: “Mi svegli quando passa la mia canzone?”. Conosco Gianni da tempo, sapevo che era una garanzia e non ha fallito, mi pare. Ma Sanremo è ormai un grande Barnum televisivo e le canzoni che una volta avevano una loro centralità, ora sono diventate quasi un accessorio.

Ha esordito come narratore nel 2007 con Non ho mai scritto per Celentano, un’opera autobiografica in cui racconta uno spaccato di 35 anni di musica leggera italiana.Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura?

L’ho adorata fin da ragazzino. La scrittura è un’amante imprevedibile, estrosa, volubile, passionale, che spesso si lascia desiderare ma quando ti abbraccia, lo fa come poche persone al mondo. Ha una natura infedele e spesso ti tradisce andandosene chissà dove, ma poi si ripresenta e conosce il modo per farsi perdonare. Così io, innamorato perso, aspetto pazientemente che le idee, le parole si decidano a tornare. Sciaguratamente mi capita spesso di esercitare un’astinenza quasi monastica. Spero solo che questa mia non voluta continenza possa essere alla fine un valido passaporto per il Paradiso.

Lei che conosce una gran parte dei retroscena della musica leggera italiano si è fatto un’idea sul mistero del suicidio di Tenco? Ha qualche teoria?

Mille voci di corridoio, mille ipotesi spesso divergenti non fanno la verità. Non ho avuto modo di conoscere a fondo Luigi, mi rimane però il dolore per la perdita di un uomo e un artista immenso.

Nel  2010 pubblica il suo primo romanzo, Oltre l’orizzonte. Una semplice storia d’amore, i cui proventi sono in parte devoluti alla ricerca sul cancro. Ce ne vuole parlare.

Raccontare un romanzo è per me piuttosto complicato. Mi frena tra l’altro l’inadeguatezza della sintesi nel momento che si sovrappone a una narrazione che vive di virgole, frasi cercate, pause, respiri, dialoghi e via dicendo. E’ comunque la storia di tre figli che si riuniscono intorno al letto della madre malata di tumore, ma questo è solo per dare una traccia dell’argomento. Il resto è da leggere.

E’ una storia in parte autobiografica, o ispirata a fatti reali?

E’ un po’ realtà e un po’ fantasia, come tutto quello che ci circonda del resto. Non so vedere grandi differenze tra suggestioni dissimili, antitetiche a volte, come il progetto e il sogno, la speranza e la delusione, la realtà o la fantasia, appunto. Penso che tutto sia passaggio, transizione, contrapposizione, evoluzione a volte, in questo gioco fascinoso che è la vita.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal suo romanzo?

Oltre l’orizzonte è una storia molto filmica, mi pare. Proposte di questo tipo però non ne ho avute, né le ho cercate, sinceramente.

Quali sono i suoi scrittori preferiti? Quale è il libro che attualmente ha aperto sul classico comodino?

Indubbiamente Hemingway e Bukowski. Sul comodino ho “Il talismano” di Stephen King, ma il segnalibro si è testardamente posizionato all’inizio del romanzo e non ha alcuna intenzione di muoversi da là.

Se dovesse fare un bilancio della sua carriera cosa salverebbe e cosa cambierebbe?

Salverei me dalla mia carriera. Nella prossima vita voglio essere un albero, un pazzo, un mendicante o un gatto. Le ambizioni e la carriera sono specchi deformanti e mistificatori, vere e proprie prigioni che privilegiano l’apparenza all’essenza e soffocano la nostra libertà. Personalmente, credo che l’essere liberi sia in assoluto uno dei primi valori da difendere nella vita.

Per concludere ringraziandola ancora della sua disponibilità può anticiparci a cosa sta lavorando? Quali sono i suoi prossimi progetti?

Le canzoni le ho lasciate in stand by rifiutando anche proposte interessanti. Sto lavorando sul prossimo romanzo e, visti i proventi dell’editoria libraria, comincio fin d’ora ad allenarmi a fare il morto di fame.

:: Lezioni di tenebra, terza indagine di Les Italiens di Enrico Pandiani autore di culto del noir alla francese

21 febbraio 2011 by

Lezioni di tenebra

Torna la squadra di poliziotti della Brigata Criminale parigina, quasi tutti di origine italiana, tranne qualche corso e alsaziano, capeggiata dal bizzoso commissario Jean Pierre Mordenti, nata dalla penna al vetriolo del torinesissimo Enrico Pandiani, ormai più francese di un francese e vero e proprio, autore di culto tra gli amanti del noir. Reduci dalle fatiche di Les Italiens e Troppo Piombo i nostri Italiens Alain Servandoni, Michel Coccioni, Leila Santoni e Didier Cofferati o italiani del cazzo, a seconda dei casi, tanto per dire quanto sono amati tra i flic loro colleghi d’oltralpe, questa volta se la devono vedere con un’ indagine che metterà a serio rischio e pericolo l’integrità mentale e azzardiamo anche un parolone morale del loro capo, deciso a prendere seriamente, troppo seriamente, lezioni di tenebra dal destino.
L’esordio è come nello stile di Pandiani veloce, violento e subito al centro dell’azione. Mordenti che in questa indagine ci narra i fatti in prima persona e la sua compagna  Martine Delvaux fotografa di punta dello studio Art-en-Images, dopo una cena tra amici tornano a casa un po’ di fretta perché qualcosa non va. Il commissario indebolito da una nausea innaturale, solo dopo sapremo che qualcuno gli ha somministrato una massiccia dose di ketamina, non tanta per ucciderlo ma decisamente abbastanza per metterlo fuori gioco, trova l’appartamento sottosopra e una donna. Un metro e settantacinque di altezza, un impermeabile di vinile nero, i capelli rossi, tagliati a caschetto, sicuramente una parrucca, gli occhi troppo azzurri,  il viso nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca e con tra le mani guantate una strana pistola, di quelle in uso nei paesi dell’est con i proiettili silenziati. Mordenti tenta una minima parvenza di reazione ma la donna lo aggredisce, lo immobilizza e inizia a legargli mani e piedi con un complicato intrigo di nodi che gli esperti del bondage chiamano Shibari. E’ questione di un attimo e l’arrivo di Martine scatena nuova violenza. La donna mascherata senza la minima esitazione mira al cuore e la uccide. Poi fruga freneticamente nella sua borsa in cerca di qualcosa che con rabbia sembra non trovare prima di scomparire lasciando Mordenti a lottare con il suo dolore.
Così ha inizio il suo personale viaggio al termine della notte, il suo scontro incontro con la metà oscura della sua anima, che non credeva di avere, ingombrante, violenta, vendicativa fatta anche di debolezza poco adatta ad un supereroe integerrimo e politicamente corretto. Affiancato dalla bella e ricca  tenente di polizia Maëlis Deslandes che lo seguirà come un’ ombra, unica condizione perché i suoi capi gli affidino l’inchiesta, Mordenti e la sua squadra si troverà ad indagare tra club privè dove si pratica il bondage, collezionisti pazzoidi e visionari, falsari geniali, nobildonne rumene con nomi da vampire, guardie del corpo pelate con la lista dei precedenti lunga come film russi, alti prelati, dee del sesso, e lasciata Parigi approderà nel suo doppio in terra italiana, Torino, sulle tracce di un delirante mecenate dell’arte intenzionato a fare il colpo del secolo per dare lustro alla sua improbabile e improponibile collezione, un furto così folle che pure il nostro commissario stenterà a crederlo possibile.
La verve ironica è immutata e corrosiva, più cattiva se vogliamo di quella di Frédéric Dard creatore della saga di Sanantonio, di cui Pandiani è in un certo senso debitore per quel mix di violenza e ironia ben dosati che ricordano i grandi maestri come Chandler ma forse soprattutto Hammett e André Héléna a mio avviso più taglienti e oscuri. E mentre Mordenti scruta nell’abisso facendo ben attenzione a non caderci dentro, anche se persegue la sua vendetta fino all’estreme conseguenze, il lettore di addentra nei meandri di questa indagine poliziesca mai così intricata e complessa e cosa sorprendente si diverte. Già perché chi l’ ha detto che un poliziesco per essere fatto bene deve essere una sequela noiosissima di stereotipi e pistolotti moraleggianti e macchinosi. Ben venga il sorriso, la risata liberatoria, l’ironia graffiante, il gioco sporco ai limiti dell’estremo. E per ottenere questo Pandiani non risparmia gli effetti speciali. Decine e decine di personaggi, ognuno caratterizzato da tratti decisi e  distintivi, ambientazioni accurate e  suggestive, a partire da Parigi che sembra scorrere sotto gli occhi del lettore con le sue vie, i suoi sensi vietati, i sui caffè, i suoi monumenti, i suoi palazzi eleganti, per finire a Torino con i suoi alberghi eleganti, le sue ville in collina fino ai dintorni del Duomo dove la storia avrà la sua rocambolesca risoluzione, tutto concorre a dare sapore e colore all’azione, ai pedinamenti, agli inseguimenti e non c’è che dire Monsieur Pandianì mi si perdoni l’accento sulla i  si dimostra un maestro di cerimonie raffinato e impeccabile capace di giocare con le parole con straordinaria abilità e un tantino di faccia tosta ammettiamolo. Lunga vita a Les Italiens.

Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani Instar Libri collana FuoriClasse Prezzo di copertina € 16,00 2011, 359 p., brossura

:: Recensione di La gabbia criminale di Alessandro Bastasi

18 febbraio 2011 by

gabbia_criminale_webAvete presente Peppone e Don Camillo, il sindaco comunista e il combattivo parroco di Brescello nella riduzione cinematografica, personaggi letterari creati dalla penna di Giovannino Guareschi, emblemi della Bassa Padana nell’ Italia rurale e provinciale del dopoguerra. L’Italia di Coppi e Bartali, per intenderci, altra coppia antagonista questa volta del ciclismo, quando sport, politica e società  era un tutt’uno e rispecchiavano il contrapporsi di due Italie quella comunista di ispirazione laica e quella democristiana cattolica e conservatrice. Se ci aspettiamo un idilliaco scontro culturale, fatto di stima e rispetto reciproco dobbiamo ricrederci, non fu affatto così. Alessandro Bastasi ci ricorda che democristiani e comunisti si odiavano davvero e non era vero quello che si vedeva al cinema nei film su Don Camillo e Peppone dove litigavano tanto ma poi in fondo erano solidali. Tanto che quando uscì il film un prete di Bologna di nome don Lorenzo Tedeschi si scagliò contro Guareschi scrivendo su un periodico: “L’irenismo di Don Camillo è un pernicioso equivoco… Una terribile realtà di abdicazione” e un vaticanista scrisse sulla Gazzetta del Popolo di Torino: “Gli ambienti vaticani contro l’ormai famoso romanzo di Guareschi”. Bastasi per delineare bene il clima scrive: “Alla Messa della domenica il parroco, invece che amore cristiano, predicava odio contro i comunisti scomunicati, immorali e senza Dio”. Ecco in questa Italia e per la precisione nel dicembre del 1953 ha inizio il noir la Gabbia criminale. In un borgo alla periferia di Treviso vengono rinvenuti cadavere due anziani, Saverio Dotto, ucciso con tre coltellate nella schiena e la moglie ancora in camicia da notte con una coltellata al cuore. Un delitto sanguinario che scuote il torpore di una città della Bassa in cui l’attività principale è tagliare i panni addosso, dire maldicenze, sparlare di vicini e conoscenti con morbosa cattiveria ma per vigliaccheria, quieto vivere o pigrizia veri delitti non se ne compiono. E’ una zona tranquilla, certo durante la guerra di fattacci ne sono accaduti, ma erano circostanze eccezionali, scusabili, altri tempi. Saverio Dotto proprietario di vigne e di immobili, un infame arricchito in tempo di guerra con la borsa nera, ex fascista della milizia, usuraio, capace di correre dietro ai bambini con il fucile se vedeva minacciata qualche sua proprietà, ne aveva di scheletri nell’armadio, di gente che lo odiava, come Caterina la matta che quando lo vedeva sussurrava piano: “stupratore e assassino”. Molti hanno una ragione per vederlo morto, forse tra tutti una ragione in più ce l’ ha Carlo Bettini, uno dei comunisti immorali e senza Dio, bersaglio dei preti come sopra accennato, che quando morì Stalin piansero e si misero al braccio la fascetta del lutto. Si mormora in paese che fu il Dotto a violentargli e  uccidergli la moglie nel 44 e tanto basta per servirgli da movente. Una vendetta insomma e così lo portano via, lo processano e lo condannano a vent’anni, poco importa se per il crepacuore non scontò interamente la pena morendo nel 1965, poco importa se era poco più che un capro espiatorio. Alberto Sartini, un bambino all’epoca dei fatti, dopo anni trascorsi a Brescia a fare il professore di filosofia, ormai in pensione torna nella vecchia casa dei genitori e inizia a interrogarsi su quegli antichi delitti. Fu davvero il Bettini l’assassino, o non fu altro che una scelta di comodo e il vero colpevole nascosto dall’omertà di un paese bigotto e rinchiuso nella gabbia criminale del titolo, l’ ha fatta franca e impunito ha vissuto per anni nel rispetto e nella considerazione della comunità? Sartini vuole sapere la verità e quello che scopre perché alla fine la verità la scopre, cambierà per sempre la sua vita e il suo futuro. La Gabbia criminale del noir più che del giallo classico ha molti elementi, ci sono le vittime che suscitano ben poca pietà, ci sono gli innocenti fatti passare per colpevoli, c’è chi cerca la verità ma alla fine avrebbe preferito non scoprirla, c’è un affresco sociale che rispecchia in maniera fedele il perbenismo bigotto di un’Italia di provincia che ancora vive nei piccoli borghi rurali dove tutti si conoscono, dove l’asfissiante maschera fatta di ipocrisia e falsità nasconde odi, rancori, vendette,  rivalità e tutto si fa in nome dell’apparenza, l’unica cosa da salvare in un mondo gretto e ottuso e schiavo di quel che dice la gente. Quest’ultima a mio avviso e la parte più riuscita del romanzo, capace da sola di tenere in piedi l’impalcatura su cui si regge. Se devo trovargli un limite forse la sovrapposizione dei piani temporali rende un po’ faticosa la lettura ma spinge semplicemente a fare più attenzione e ad evitare una lettura frettolosa. Bastasi scrive bene, è attento ai particolari ci sono elementi che da soli racchiudono un’atmosfera, basta citare la descrizione della cucina, una delle scene del delitto: “ il tavolo di legno con le quattro sedie, la credenza con il pane, il santino di papa Pio XII sul muro, la cucina economica con il fuoco acceso, l’acqua che bolle nella grossa pentola, la boule sul tavolo pronta per essere riempita” basta questo per descrivere l’interno di una semplice casa contadina, se ne sente la familiarità, l’intimità e si respira più agghiacciante per contrasto l’aura mefitica del delitto che si è appena commesso.

La gabbia criminale di Alessandro Bastasi Prezzo di copertina € 12,00, 2010, 248 p. Editore Eclissi collana I Dingo

:: Recensione di Cantavamo Power to the People di Andrea Grassi

17 febbraio 2011 by

power to the peopleCi sono libri che nascono per un’esigenza intima di raccontarsi, di raccontare una realtà che per molti versi ha segnato un’epoca, un’Italia che forse non c’è più ma  che vive ancora nei ricordi, nei discorsi tra amici, di una generazione che aveva vent’anni nel ’68. Andrea Grassi, ex operaio Dalmine a Massa, con un passato sindacale nella Fiom-Cgl, primo dottore operaio d’Italia,  tra il romanzo, il saggio sociologico e il libro di memorie, ha voluto lasciare una testimonianza scritta alle nuove generazioni su cosa significasse vivere la condizione operaia negli anni successivi al boom economico, esperienza che ha vissuto sulla sua pelle con conseguenze sulla sua salute, sul suo sviluppo intellettuale, sulla sua presa di coscienza critica. I più giovani leggeranno con un misto di stupore e di meraviglia pagine dove si accenna che tra le posizioni conquistate nella lotta sindacale alle disuguaglianze ci fu il diritto alla pausa pranzo, o il diritto allo studio. “Passo attraverso gli accordi sindacali aziendali, poi fu fatto proprio dal contratto collettivo nazionale di lavoro il diritto per il quale fosse consentito a ciascun operaio di usufruire, nell’arco delle otto ore, di una pausa di trenta minuti per mangiare. Anche prima di questo accordo gli operai potevano mangiare durante il lavoro, ma dovevano farlo di nascosto(….) Mangiare di nascosto significava farlo senza che il ritmo perdesse una battuta”. Diritti che oggi sembrano sacrosanti e inviolabili ma basta un referendum aziendale come è successo recentemente alla Fiat per spazzare via anni e anni di lotta, di conquiste, di sudore versato se non sangue. Ci ricorda che la contestazione era un privilegio dei figli della media borghesia, degli impiegati statali, degli insegnanti , dei dipendenti della pubblica amministrazione, non degli operai. Ci parla di quando come grande atto di ribellione non volle piegarsi a chiedere scusa  quando fu colto a leggere La montagna incantata di Thomas Mann durante il turno di lavoro rischiando ben più di una ramanzina se non il licenziamento. Il protagonista di Cantavamo power to the people di nome semplicemente A. ci porta così nel suo mondo, un mondo fatto di fatica, di macchine implacabili che obbligano ad una turnazione continua, di piccole soddisfazioni come quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in fabbrica ad incontrare gli operai e si commosse con le lacrime agli occhi sentendo il suo discorso di accoglienza e sussurrò ad A “Chiamami compagno”. E nel finale quando gli propongono di lasciare la condizione di operaio e di passare al ruolo di impiegato, di imparare a fare il programmatore Cobol A. accetta ma con un senso di frustrazione se non di rimpianto e nel viaggio verso Nord con il suo collega Corrado si trova in auto a cantare a squarciagola la canzone di John Lennon Power to the people “la canzone cantata da un’ intera generazione, la generazione dei giovani del 68, la generazione che aveva sognato l’abolizione delle ingiustizie sociali” e mentre canta si sente parte di una comunione di ideali e di speranze e si appropria della sua identità di essere umano prima che di lavoratore. Uscito nel 2008 per l’Editore il Filo avrebbe meritato più attenzione e fortuna e sicuramente un editore che avesse investito di più in promozione e diffusione.

:: Recensione di Tredici Ore di Deon Meyer

17 febbraio 2011 by

product_img_279_300x200.jpgDue giovanissime turiste americane vengono aggredite durante una vacanza in Sud Africa. Una viene uccisa l’altra riesce a fuggire e viene inseguita da un gruppo di giovani intenzionati a far sparire una testimone scomoda. Rocambolescamente la ragazza riesce a mettersi  in contatto con suo padre in America e gli chiede aiuto. Da quel momento la polizia sudafricana coordinata dall’ispettore capo della polizia dei Città del Capo Bennie Griessel si mette alla sua ricerca in una lotta contro il tempo con i suoi inseguitori. Nel frattempo un discografico di musica Afrikaans viene ucciso e lasciato nella sua villa davanti alla moglie ubriaca. Anche in questo caso la polizia indaga e più indaga e più scopre che dietro due semplici omicidi c’è la faccia oscura del Sud Africa di oggi, un Sud Africa affatto solare o rassicurante su cui la faccia paterna e benevola di Nelson Mandela, svetta inquieta. Questo lo scenario, questi i personaggi di un thriller davvero insolito sia per ambientazione, sia per approccio. La struttura narrativa del poliziesco pone infatti le basi per scandire una storia in cui l’elemento che caratterizza l’intreccio è la corsa contro il tempo per trovare la ragazza, tredici ore, in cui si giocherà una partita con la morte. Nella storia del cinema e della letteratura la corsa contro il tempo è un elemento cardine per creare suspencee sorpresa come non pensare al treno che corre verso un ponte pericolante impossibile da fermare, o all’eroe a cui è stato somministrato un veleno letale che corre verso l’antidoto. Deon Meyer conosce bene le regole della suspence e le dosa in modo da creare con il lettore un rapporto di simbiosi e nello stesso tempo da vita  ad un racconto emozionante che riflette le contraddizioni di una società in cui il razzismo più del denaro che del colore della pelle striscia implacabile e domina l’apparente fusione pacifica di razze e di etnie. Una realtà sociale e culturale complessa nata dalle ceneri dell’apartheid che traspare come in filigrana durante tutta la narrazione. Tredici ore per le Edizioni E/O tocca temi che di solito un poliziesco non affronta e si ricollega in un certo modo all’approccio sociale del giallo scandinavo non ostante mille miglia, non solo geografiche, li separino.

Tredici ore di Deon Meyer Prezzo di copertina € 19,50, 2010, 516 p., rilegato Traduttore Claudia Valeria Letizia  Editore E/O collana Thriller e/o

:: Recensione di Cent'anni di Márquez. Cent'anni di mondo di Marilù Oliva

17 febbraio 2011 by

oliva3Gabriel Garcia Marquez più che uno scrittore è un’icona del mondo sudamericano, un autore capace sia con la sua vita che con le sue opere di ottenere una fama che assume inarrestabilmente i connotati della leggenda. Il ritratto che ne fa Marilù Oliva nel suo saggio monografico Cent’anni di Marquez. Cent’anni di mondo con prefazione di Omero Ciai  oltre ad essere brillante e approfondito, anche se non esaustivo, è impreziosito dal rispetto e dalla devozione che legano un’ allieva al suo maestro e dall’amore che l’Oliva nutre per l’America Latina, un amore forte, ricambiato, a volte tenero a volte doloroso quando la sua voce si incrina parlando di dittatura, dislivelli sociali, guerriglia,  desaparacidosviolencia. La natura rigogliosa, piena di piante di ogni genere dal banano al lussureggiante palmizio, il caldo tropicale, la sensualità, la lentezza, la poesia e il canto muto di una terra che non è solo una dimensione geografica ma qualcosa di più universale e complesso, sono tutti tasselli di un mosaico composito e colorato e non sorprende che proprio i colori della frutta del mercato la mattina presto, rispecchiano i colori del paese: il giallo banana, il rosso papaya, l’arancione granadilla, il verde mango, un tripudio esotico che ricorda il trionfo di colori che ricreano l'atmosfera dei quadri di Frida Kahlo. Gabriel Garcia Marquez  emerge come un uomo oltre il mito, un uomo con passioni concrete come il suo amore per il wiskey, il baseball, la musica popolare del suo paese in particolare bolero, vallenatos, rumba, e la diplomazia segreta.  Con gusti variegati ed eclettici: Bela Bartok come musicista, Francisco Goya come pittore, Orson Welles e Akira Kurosawa come registi, Il generale della Rovere di Roberto Rossellini e Jules e Jim di Francois Truffaut come film, Edipo re come tragedia e Gargantua e Pantagruel come libri. Un uomo che nelle sue opere ha infuso l’essenza stessa della sua terra, creando personaggi quasi mitologici “poetas y mendigos, musicos y profetas, guerreros y malandrines” e il cui cuore “resta affacciato sul Golfo del Caribe, là dove il vento soffia soavi brezze atlantiche sui porti di città coloniche depredate secoli fa dai pirati”. Gabriel Garcia Marquez è senz’altro associato indissolubilmente al realismo magico, quasi un ossimoro che ben sintetizza l’uso dell’immaginazione e del mito per caratterizzare la realtà e l’Oliva ben approfondisce questa tematica analizzando che il realismo marqueziano non è  affatto naturalistico anche  se non utilizza la formula magica. Marquez sintetizzando concretezza e magia diede un impulso innovativo alla letteratura ispanoamericana e soprattutto come altri autori tra cui Cortazar, Fuentes, Vergas Llosa, affrontò la tematica del potere calato nel contesto della società rivestendo un ruolo essenziale nel processo di riscatto dell’America latina. Su questo tema fondamentale della poetica marqueziana rimando a Gabriel Garcia Marquez e la definizione dell’eroe di Margherita Lecco in Gabriel Garcia Marquez, Materiali critici AAVV, Casa editrice Tilger, 1979.    
Oltre ai dati più prettamente biografici l’Oliva si sofferma sulla sua produzione letteraria anticipandoci, con brevi pennellate capaci di racchiudere il cuore della narrazione, un vero e proprio invito alla lettura, partendo dalle prime opere, Occhi di un cane azzurro, Foglie morte, La mala ora, Nessuno scrive al colonnello, I funerali della Mama Grande, per poi dedicare il terzo capitolo a Cent’anni di solitudine, L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera. Consiglio questo saggio, che a dire il vero si legge come un romanzo e non ha affatto la pesantezza dei classici testi di critica letteraria, a tutti coloro che per la prima volta si avvicinano a Gabriel Garcia Marquez, ai lettori di saggistica, e soprattutto agli studenti di letteratura sudamericana che potranno giovarsi di un ricco apparato bibliografico raccolto dopo anni di studio da una vera appassionata, spunto sicuramente per tesi, temi, ricerche scolastiche e articoli giornalistici.
 
Cent'anni di Márquez. Cent'anni di mondo di Marilù Oliva Editore CLUEB collana Salmagundi 2010, 139 pagine, Prezzo di copertina € 13,00