::Intervista a Demetrio Priolo a cura di Maurizio Landini

19 Maggio 2011 by

cover-harynosDemetrio Priolo è l’autore del romanzo Hàrynos – Il Manuale del Guerriero, primo volume di una trilogia che vede protagonisti i bambini e “un mondo situato nella Dimensione dei Sogni in cui si può accedere di notte, mentre si dorme”. Un libro sull’infanzia e sul Sogno; sul rapporto fra genitori e figli, e non in ultimo su di un percorso di crescita che coinvolge inevitabilmente entrambi.
Ne abbiamo parlato con l’Autore. 
 
Demetrio, il tuo manuale del Guerriero, è un romanzo che dovrebbero leggere i ragazzi o gli adulti?

Amo definire Hàrynos un romanzo per figli, come tale quindi anche per genitori. Gli interlocutori principali sono in ogni caso i figli, soprattutto se giovani, per cui rispondo che è un romanzo che dovrebbero leggere i ragazzi. Al di là del genere, dei protagonisti e delle situazioni narrate che sicuramente attirano di più un pubblico giovane, Hàrynos vuole offrire spunti riflessivi e critici sulla realtà guardando le cose da un punto di vista diverso e ai ragazzi risulterebbe più utile poiché essi non hanno ancora un carattere pienamente formato.  
 
Perché secondo te la nostra società tende a imporci modelli d’immaginazione? Forse perché questa ha in sé il germe della ribellione che è bene rendere innocuo?

Una domanda pericolosa, caro Maurizio. La società per come la conosciamo è praticamente fondata sulle imposizioni e l'immaginazione e i sogni non fanno eccezione a questa regola. La risposta è proprio quella che hai (maliziosamente?) suggerito. La fantasia è il terreno della libertà e una persona la cui fantasia è stata incatenata in modelli preconfezionati è più facilmente controllabile, malleabile e assoggettabile al mercato. Hàrynos è un mondo nella dimensione dei sogni dove solo i bambini possono entrare, lì la fantasia è un potere e rende tutti potenziali maghi. Non ci sono adulti e pertanto mancano certi modelli comportamentali e nessuno ha l'autorità per dirti cosa devi fare… 
 
In che misura la scrittura può essere un veicolo per sprigionare le potenzialità del Sogno?

Nella misura in cui scaturisce dal nostro essere più profondo, come manifestazione della creatività propria di ogni essere umano. Allora sarà veramente libera, al pari dei sogni. Inoltre, come ogni arte, essa rappresenta il tentativo di reinterpretare un'esperienza (anche solo immaginata) attraverso un codice ideato dall'uomo. Compie un'opera di trasformazione e creare è un po' trasformare. Infine credo nel ruolo sociale dell'arte e della letteratura e ritengo che ogni scrittore dovrebbe raccontare qualcosa che offra spunti di nuova consapevolezza per chi legge.
 
L’immaginazione è nutrimento della realtà o è vero più il contrario?

Più leggo questa fantastica domanda e più sono propenso a quotare la prima opzione. La realtà si nutre di immaginazione ed infatti l'universo si trasforma ed evolve continuamente. Quasi che la realtà fosse l'immaginazione divina che si concretizza. In altri termini, se il mondo è volontà (Schopenhauer) allora la realtà è ciò che il mondo ha immaginato di volere.
 
L’imposizione di modelli comportamentali da parte di una società coinvolge anche i nostri sogni? Se fossimo davvero liberi sogneremmo di più? Sogneremmo ancora?

I modelli ci condizionano e condizionano anche il subconscio. Se fossimo più liberi faremmo sogni diversi, questo è sicuro, faremmo sogni più liberi, più veri, faremmo veri sogni (se mi passi il gioco di parole), più genuini. Anche i nostri desideri muterebbero e forse saremmo meno egoisti.
 
Il Sogno contribuisce a farci restare bambini o, diversamente, a “trasformarci” in adulti?

Dipende (finalmente una domanda a scelta doppia in cui posso rispondere dipende!). I sogni frutto dei modelli di cui abbiamo parlato difficilmente ci faranno crescere. In genere, però, i sogni sono motivo di crescita. In un certo senso ci regalano esperienze che sono solo nostre, ci dicono qualcosa di noi, ci rendono più consapevoli di ciò che siamo e di ciò che vogliamo. Quando ero adolescente sognavo spesso di scappare (era più un incubo) e ho letto da qualche parte il significato: avevo bisogno di più spazio e in effetti tra genitori e professori la pressione era al massimo… purtroppo a “squola” non brillavo.   ;P
 
Il tuo manuale del Guerriero è autoprodotto. Come mai questa scelta?

Una scelta obbligata per certi aspetti. Come ben sai un autore emergente spesso e volentieri deve dare un contributo spese ai piccoli editori che si degnano di guardare giù e a volte con poche garanzie di autentica pubblicità e visibilità. Quindi quando i miei web designer Agostino e Stefania mi hanno parlato di Lulu ho colto la palla al balzo. Hàrynos può essere ordinato on-line dal sito www.harynos.it. Abbiamo curato il marketing aggiungendo nel sito le illustrazioni dei protagonisti e dei loro compagni onirici (le creature magiche di Hàrynos).
 
Domanda di rito: il tuo prossimo progetto? Ce ne vuoi parlare?

A breve uscirà il secondo volume della trilogia, intitolato “Il Grande Incubo” in cui i protagonisti  conosceranno l'altra faccia del sogno e il rovescio della medaglia della loro anche troppo fervida immaginazione. Dal sogno all'incubo come dal bene al male per andare oltre, nella sintesi finale in cui ci porterà il terzo volume attualmente in cantiere.
Sogni d'oro a tutti e a te, Maurizio, un grazie per lo stimolante incontro e la lieta occasione.
Mi raccomando, leggete Hàrynos!

:: Segnalazione: Biancaneve deve morire di Nele Neuhaus Giano

18 Maggio 2011 by

biancaneveIl thriller rivelazione del 2010 in Germania.
Traduzione dal tedesco di Emanuela Cervini.
In libreria il 9 giugno, in corrispondenza alla visita dell’autrice Nele Neuhaus in Italia.

Il libro: È una grigia e piovosa notte di novembre tra i monti del Taunus in Germania. Una notte particolare. A Eschborn, la polizia si imbatte in un macabro ritrovamento: resti umani celati da qualche parte nell'aeroporto militare americano della piccola città.
Poco dopo, nei pressi di Sulzbach, un villaggio vicino, una donna di Altenhain, un altro piccolo borgo del Taunus, Rita Cramer, è buttata giù da un ponte e gravemente ferita.  
Oliver von Bodenstein e Pia Kirchhoff, gli agenti della polizia incaricati dell'indagine, si recano ad Altenhain e non tardano a scoprire che in paese pochi sono addolorati e sorpresi da quanto è accaduto a Rita Cramer.
L'odio e il rancore albergano in  ogni angolo di strada, in ogni bottega o taverna. Un odio e un rancore che hanno di mira una sola persona: Tobias Sartorius, il figlio di Rita Cramer, che ha osato tornare nella casa paterna dopo aver scontato dieci anni di carcere con la tremenda accusa di essere il responsabile della scomparsa di due ragazzine diciassettenni.
La situazione diventa incontrollabile per i due investigatori quando nel paese si diffonde la notizia che i resti rinvenuti a Eschborn appartengono esattamente a una delle ragazze sparite dieci anni prima. L'odio per Tobias Sartorius si muta, infatti, in una irrefrenabile sete di vendetta. E diventa una vera e propria psicosi, una caccia alle streghe dagli esiti imprevedibili e drammatici, quando un'altra ragazza svanisce nel nulla.
Oliver e Pia rovistano in tutta fretta tra i dettagli e le pieghe nascoste del vecchio caso e scoprono che l'inchiesta che ha condotto in galera il giovane Sartorius è piena di falle e di incongruenze.
Falle e incongruenze a cui qualcuno sta cercando evidentemente di porre rimedio, facendo sparire un'altra ragazza esattamente nei giorni in cui Tobias ricompare in paese. Qualcuno disposto a tutto pur di tenere sotterrati i segreti del passato. Qualcuno che non esita a scatenare i peggiori istinti degli abitanti di Altenhain pur di farla franca.
I due investigatori devono battere sul tempo l'inferocita comunità di cittadini; il tempo stringe e la ricerca della verità è una gara che ha come premio la vita.
Tobias Sartorius, condannato per l'omicidio di due ragazzine, è tornato ad Altenhain, il suo villaggio natale. Il paese è in subbuglio, ma è veramente lui l'assassino?

L'autore: Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967 e, prima di diventare scrittrice, ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura, e ha lavorato in un’agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire è stato, e continua a essere, un successo straordinario in Germania. Oliver von Bodenstein e Pia Kirchhoff, i due investigatori, sono diventati dei personaggi popolari e il romanzo si è conquistato larga parte dei lettori e del credito dei thriller di Stieg Larsson. L’autrice ha un sito internet ricco di informazioni: www.neleneuhaus.de.

Acquistalo su Libreriauniversitaria http://www.libreriauniversitaria.it/biancaneve-deve-morire-neuhaus-nele/libro/9788862510851

::Intervista con Jeffrey Moore

18 Maggio 2011 by

Catena-di-roseCiao Jeffrey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su  Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?

Intorno all'età di 17 anni, dopo aver letto  Il lupo della steppa di Hesse(un romanzo psicologico e filosofico che mi ha colpito perché non l'ho capito) e Cime tempestose di Bronte (un romanzo gotico, che mi è piaciuto da adolescente e mi piace ancora oggi da adulto) .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho ricevuto quasi quaranta rifiuti, per lo più da case editrici, ma anche da agenti. Ma guardando indietro, è stata indubbiamente una buona cosa: mi ha dato più tempo per rivedere, rivedere, rivedere. Se il mio primo romanzo fosse stato accettato subito non sarebbe stato una gran cosa e sicuramente non avrebbe vinto alcun premio.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Una catena di rose? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Shakespeare. Ho avuto l'idea assurda di fare un dottorato ad Oxford. E in realtà ero andato là per parlare con alcuni professori e capire come era stato accolto Shakespeare in Francia, come era stato tradotto e come il pubblico francese nel corso dei secoli aveva risposto a Shakespeare, e così via. Ma dopo alcune discussioni, ho deciso che la vita era troppo breve per passarla facendo lo sgobbone accademico e così ho pensato di scrivere un romanzo in cui avrei inserito alcuni elementi di Shakespeare. Sapevo che per scrivere un romanzo ci si impiega molto tempo, e così ho pensato che questo fosse il modo migliore per mantenere fermo il mio interesse oltre che l’occasione per leggere e rileggere Shakespeare. E in effetti, una delle prime cose che ho fatto è stata di aprire l'Enciclopedia Britannica, ero curioso di sapere come si potesse sintetizzare in una pagina tutti  i risultati su Shakespeare, e la pagina che ho aperto (naturalmente) è stata la pagina "Sh". Ho letto così di  Shaka, il re Zulu, e poi a le altre voci: la principessa mitologica indiana, la città in Ucraina, ecc E ho pensato: Dio, che pagina favolosa! E se qualcuno dovesse scegliere questa pagina a caso? Questo mi è servito come spunto per il mio progetto … Beh, il resto lo sai.

Parlaci un po’ del tuo protagonista, Jeremy Davenant, e raccontaci come inizia la storia.

Jeremy è di York, nel nord dell'Inghilterra, e ha circa dodici anni quando la storia comincia. Lui e suo zio Gerard sono nell'appartamento dello zio, che è pieno di oggetti di ogni tipo, compresi pile e  pile di libri. Così lo zio decide di bendare Jeremy e gli dice di scegliere un qualsiasi libro presente nella stanza, ma solo se gli procura una sensazione di qualsiasi tipo. Così Jeremy nervosamente segue le istruzioni, e a tentoni raggiunge i libri, tocca le costole e le copertine in attesa di provare qualcosa, anche se in realtà non succede niente. Ma lui sceglie un libro in ogni caso, lo zio lo prende in mano ne sfoglia le pagine, e dice a Jeremy di abbassare un dito quando sente che è il momento giusto. Così Jeremy  posa il dito sul libro , si toglie la sua benda, e guarda la pagina che ha scelto. Suo zio poi gli dice di strappare la pagina dal libro, e di tenerla per sempre, perché questa pagina sarà la sua mappa, il suo progetto, la sua guida nella vita.

Raccontaci qualcosa in più sullo zio Gerard. Qual è il suo ruolo nel libro?

Lo zio Gerard è una sorta di personaggio alla Peter Pan. C'è una scena, per esempio, in cui Jeremy e lo zio sono in bar a Londra, e Gerard  fa ridere la gente, imitando accenti e voci. E Jeremy dice qualcosa tipo "Ero un ragazzo e scivolavo per le balaustre delle scale e Gerard scivolava con me. Era come un ragazzino direi di circa tredici anni." In molti modi, Gerard non è mai cresciuto. Egli fa ancora battute sulla sue conquiste sessuali, crede ancora nella magia ed essenzialmente sta ancora cercando di essere quello che non  è. Ma per Jeremy, è irresistibile. Quando si è giovani si sceglie sempre di idolatrare qualcuno, anche se la scelta è irrimediabilmente irrazionale, anche se quella persona è un farabutto. Jeremy ammette presto che lo zio Gerard è il suo idolo, il suo ideale. Perché? Perché Gerard sa come parlare ai bambini, sa come incantare un bambino, come accendere l'immaginazione di un bambino. Non tutti gli adulti sono capaci di farlo.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La trama, cercare di racchiudere, senza troppe forzature, tutte le voci presenti nella pagina.

Milena è una femme fatale femminista, una dark lady zingara. Simile alla Dark Lady di Skakespeare?

Sì, un po’ somiglia alla  Dark Lady di Shakespeare. E’ una “femme fatale femminista," per molti versi irraggiungibile, la regina di ghiaccio, una persona  turbata e disorientata a causa di alcune cose che le sono accadute in passato, e con una sessualità molto confusa. Come la Dark Lady, caratterizza anche l’ amore non corrisposto, che è un sentimento estremamente potente che tutti noi abbiamo provato, particolarmente da adolescenti. E una zingara che suppongo, per definizione sia un essere esotico, un reietto, uno  spirito libero, un vagabondo e così via. Certo, qualcuno difficile da "domare" o "controllare" o dominare. Kierkegaard ha una sua teoria, pensa che l'amore e l'attrazione siano possibili solo quando c'è resistenza e nel mio romanzo l’ "ambiguità sessuale" di Milena  è ovviamente una potente forma di resistenza.

Quali poesie o libri hai amato di più nel corso della tua vita?

Sicuramente i poeti inglesi romantici (Byron, Keats, Shelley), e infatti proprio ieri ho visitato la casa di Keats a Londra. Ho anche sempre in mente  " Long Song of J. Alfred Prufrock " di T.S. Eliot. Per quanto riguarda i libri, suppongo che le opere di Shakespeare siano le opere che rileggo più spesso.

Nelle interviste dici che Jane Austen ha molto influenzato la tua scrittura . Ti piace il suo umorismo? La sua analisi della società?

Quello che mi piace della Austen è che scrive commedie di costume davvero intelligenti, e scrivere un romanzo intelligente è un'impresa rara. E’ anche un’ acuta osservatrice della natura umana, quindi è sempre un’ esperienza gratificante leggerla.

Hai un autore contemporaneo preferito?

Ne ho diversi: William Trevor (il più grande scrittore vivente di racconti brevi), Vladimir Nabokov, Saul Bellow, Annie Proulx, Jonathan Franzen, Denis Johnson, David Mitchell …

Hai avuto un insegnante che è stato per te d’ispirazione?

Sì, il mio insegnante di letteratura inglese alle superiori, il signor Alison, quando avevo circa 16 o 17 anni. Era un Romantico che tutti gli studenti ignoravano, continuando a parlare o a lanciare aerei di carta in giro per la stanza. Ma lui perseverava, ignaro di tutte le distrazioni,  con la sua voce morbida, intelligente, e dignitosa. Non lo  potrò mai dimenticare.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Beh, sono un traduttore e così spesso inizio la giornata (a mezzogiorno) con le traduzioni, una sorta di ginnastica o di warm-up alla scrittura. Sono un nottambulo, per cui a volte continuo a scrivere fino alle  tre o alle quattro del mattino.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Sì. E sono quelle che ricordo, non quelle buone.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Niente affatto.

Ti piace fare tour promozionali?

No. E 'quasi alla pari, immagino, con lo stupro in carcere.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, questo episodio che ti racconto non è esattamente divertente, ma in Italia una donna mi ha avvicinato e  cominciando a parlare mi ha detto quanto le fosse piaciuto Una catena di rose. Era molto intelligente, stava lavorando al suo dottorato di ricerca in effetti. Poi ha continuato a dirmi che si era innamorata di Jeremy. Cosa che mi ha fatto ridere, ma lei non aveva intenzione di essere divertente. Al contrario. Mi ha anche dato una lettera d'amore, diverse pagine, che lei aveva scritto e mi ha chiesto di darla a Jeremy quando fossi tornato in Canada. Mi  ha detto anche che un giorno sarebbe andata a trovarlo a Montreal …

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, nei primi mesi del 2012, sarò a Milano per presentare il mio ultimo romanzo, The Extinction Club.

Com’è  il rapporto con i tuoi lettori?

Amichevole.  Ho sempre da rispondere a lettere ed e-mail.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

http://www.jeffreymoore.org

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando a un nuovo romanzo, ma non mi piace parlarne finché non è finito, o quasi finito. Sto anche lavorando a una sceneggiatura per il mio secondo romanzo, The Memory Artists. Speriamo che presto sia in programmazione nel cinema più vicino a te …

:: Recensione di Non voglio il silenzio di Patrick Fogli e Ferruccio Pinotti

17 Maggio 2011 by

Non voglio il silenzio di Patrick FogliQuesto è il paese delle storie dimenticate.
Le hanno dimenticate quelli che le conoscono e non le raccontano. Chi le ha vissute e finge di ignorarle. Chi potrebbe scoprirle e ha troppa paura. Chi non si interessa e finge che per un tacito e assurdo rapporto, il mondo decida di non interessarsi a lui.
Un’amnesia collettiva che vive di voci di corridoio, di particolari che non si saldano mai. Di legami che sembrano di fantasia e invece esistono e sono lì, sotto un sottile strato di polvere, pronti ad essere svelati.

L’Italia è un paese strano, anomalo. Il potere non agisce alla luce del sole. Mafia, Massoneria, finanza, politica agiscono in modo sotterraneo, rendendo arduo il lavoro di chi realmente vuole capire la verità. Giornalisti, magistrati, scrittori semplici cittadini, tutti sono accomunati dallo stesso sconcerto e dalla medesima perplessità. Fino a che punto la criminalità e la politica sono collegati?, fino a che punto le cospirazioni sono reali e non frutto di un’ esasperata sensibilità complottistica? E’ l’incredulità essenzialmente il dato dominante, l’incapacità di credere che si sia davvero potuti arrivare a questo punto. Dove molto spesso non possono arrivare le inchieste giornalistiche, le indagini di magistrati e inquirenti, le inchieste parlamentari può invece arrivare un romanzo, pura fiction direte voi, fiction fino a un certo punto dico io; i conti tornano troppo spesso, per essere semplici coincidenze e la domanda E se fosse tutto vero? risuona ancora più spesso. Molte riposte sono le uniche possibili, molti collegamenti sono i soli sensati, molte ipotesi anche le più estreme sono così consequenziali che si incastrano come pezzi mancanti in un puzzle dannatamente complicato. Patrick Fogli e Ferruccio Pinotti autori di Non voglio il silenzio Il romanzo delle stragi hanno scelto la fiction perché è l’unico modo per dire verità scomode senza scontarsi con il muro di incredulità a cui accennavo prima. La fiction permette un più ampio campo di manovra, permette di non dovere giustificare con prove inoppugnabili, molte volte ormai sicuramente distrutte anche se in un tempo passato fossero esistite, i fatti. Un romanzo per certi versi coraggioso, forte, aspro, forse anche arrabbiato, si sente l’offesa per il senso civico calpestato, per le vite più o meno illustri sacrificate negli anni delle stragi, degli attentati, un cumulo di morti che rende il tutto ben diverso da un semplice e sterile gioco di interpretazioni. Il protagonista è un uomo comune in cui tutti in un modo o nell’altro possono riconoscersi, un uomo che ha provato sulla sua pelle il dolore, la sconfitta, la disperazione, ma in lui qualcosa non si arrende, in lui il desiderio di verità è più forte, più forte di tutto. Un giorno riceve una telefonata, una donna disperata vuole incontrarlo, in tribunale perché è li che lavora come avvocato. Deve dirgli qualcosa di importante, di vitale, sa che solo lui riuscirà ad andare fino in fondo. L’uomo accetta, qualcosa nel suo tono di voce nelle sue parole, l’ ha convinto a non riattaccare, a darle credito, fiducia. Così si reca nel luogo dell’appuntamento, ma prima di ascoltare le scottanti verità che la donna a da dirgli un killer irrompe nel tribunale per consumare la sua vendetta prima di suicidarsi. Uccide la donna, Michela così si chiama, il suo cliente, uno spacciatore “infame”, e due poliziotti. Prima di morire comunque la donna fa in tempo a mormorare un’unica parola, quasi unicamente un lamento, Solara. Un testamento, di sangue, un passaggio di testimone, un tacito ora tocca a te. E’ l’inizio di un’ indagine personale, che lo porterà a scavare negli appunti della moglie giornalista, morta in un incidente per lo meno dubbio, un incidente che ha segnato la sua intera vita. E quello che scoprirà sarà in grado di fare luce sulla morte di magistrati come Borsellino e Falcone, sulla stagione di stragi che ha trasformato l’Italia in un mattatoio, dove mafia, servizi fino a quanto “deviati” non si sa, danno vita alla strategia del terrore per tenere  in pugno una società sempre meno libera, sempre meno democratica, sempre più vittima del silenzio prima di tutto.                

Patrick Fogli

Patrick Fogli è nato e vive a Bologna. È ingegnere elettronico. Si occupa della realizzazione di software gestionale, siti web e, ovviamente, di scrittura. Ha esordito con il thriller Lentamente prima di morire, che ha avuto un ottimo successo di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto.

Ferruccio Pinotti

È una delle firme più autorevoli del giornalismo d’inchiesta italiano. Giornalista d’assalto, si occupa di temi sociali e attualità. Ha scritto per il Corriere della Sera, L’Espresso e Il Sole 24 Ore, e lavorato per la CNN. Tra i suoi lavori, il libro Poteri forti (2005) sull’Opus Dei e la morte di Roberto Calvi, Opus Dei Segreta e Fratelli d’Italia sul tema della massoneria. Nel 2008 si è cimentato nella narrazione pubblicando il suo primo romanzo storico, La società del sapere, ambientato nel mondo delle università.

:: Intervista a Ryan David Jahn

16 Maggio 2011 by

i-buoni-viciniSalve Mr Jahn. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, sceneggiatore. Chi è Ryan David Jahn? Punti di forza e di debolezza.

Non c'è molto da raccontare. La maggior parte di quello che faccio è stare seduto da solo per ore, e sarebbe piuttosto noioso da descrivere. Quando non sto scrivendo, leggo o guardo un film o cucino o mangio. Mi piace pianificare  e preparare bei pasti almeno quanto mi piace mangiarli. Mi piace anche scoprire luoghi nuovi. Non credo di avere molti punti di forza o di debolezza. Solo non sono molto riflessivo in questo senso.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato in Arizona dove ho trascorso i miei primi cinque anni. Dopo di che, la mia famiglia si trasferì in una piccola città del Texas – Elgin, dove sono state girate parti di The Texas Chainsaw Massacre. Ho passato un sacco di tempo a giocare da solo nel bosco dietro la nostra casa mobile. Poi, quando avevo nove anni o giù di lì, i miei genitori hanno divorziato, e così ho iniziato a spostarmi tra la nuova casa di mia madre nel sud della California e Austin in Texas, dove si era trasferito mio padre. Ho lasciato la scuola a sedici anni. Pochi anni dopo, sono andato al college a studiare storia americana e letteratura mondiale, ma ho rinunciato dopo meno di due anni. La maggior parte di quello che so l’ ho imparato in biblioteche pubbliche, piuttosto che grazie a studi regolari.

Che lavori hai fatto in passato prima di diventare scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Il mio primo lavoro dopo la scuola è stato in un negozio di dischi. Lavoravo al registratore di cassa. Vivevo in un piccolo appartamento con un compagno di stanza e avevo sempre bisogno di soldi per pagare l’ affitto. Purtroppo, non lavoravo abbastanza ore per pagare le bollette – in realtà, devo ancora al mio vecchio compagno di stanza duecento dollari – e per questo che  mi sono arruolato nell’esercito. L'esercito e io comunque non eravamo fatti l’uno per l’altro, così i miei giorni di soldato sono stati limitati. Dopo l'esercito ho fatto vari lavori nell’edilizia, lavori di pulizie, e così via, finché non ho avuto il mio primo lavoro in TV nel 2004. Nei successivi quattro anni ho lavorato cinquanta ore alla settimana guardando alla televisione reality  e scrivendo le mie cose ogni volta che potevo. In televisione è stato terribile. Preferisco di gran lunga fare le pulizie o il muratore. Il lavoro di pulizie permette alla mente di vagare, il lavoro nell’edilizia  può essere fisicamente impegnativo, ma c'è un senso di appagamento che ne consegue, e la mente non si stanca, così alla fine della giornata si puo' anche scrivere alcune pagine. La cosa peggiore per chi vuole scrivere è fare un lavoro d'ufficio.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?

Non so esattamente quando ho deciso che volevo essere uno scrittore. Ho chiesto una macchina da scrivere per il mio dodicesimo compleanno, è così che è iniziato tutto.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Introversione, fiducia, determinazione e un amore per le parole e le storie.

Il tuo primo romanzo, I buoni vicini si ispira a una storia vera, l'omicidio del 1964 di Catherine "Kitty" Genovese. Che tipo di ricerche hai fatto?

Ho consultato gli archivi dei giornali, ho letto libri che trattavano del suo omicidio, storie d'epoca, e ho fatto ricerche qua e là, anche durante la scrittura del romanzo. Ma non ero molto interessato ai fatti piuttosto mi interessavano i sentimenti che avevano suscitato, e ciò che mi importava davvero era concentrarmi e creare personaggi credibili.

Quanto è durato il processo di scrittura?

La prima volta che ho sentito parlare dell’omicidio di Kitty Genovese è stato quindici anni prima di scrivere una sola parola, e in un certo senso il romanzo ha preso molto tempo per svilupparsi. D'altra parte, in realtà la scrittura effettiva ha richiesto quasi un batter d'occhio. L'ho scritto tra agosto e settembre del 2008 e ho scritto le modifiche fino a dicembre. Entro la fine dell'anno l’ho finito e l'ho venduto ai primi di gennaio.

Il capitolo di apertura presenta i protagonisti. Potresti dire ai lettori cosa succede?

Il romanzo inizia con una donna che lascia il bar in cui lavora. Arriva a casa e viene aggredita da uno sconosciuto nel cortile del suo condominio. Anche se sono le quattro del mattino, molte persone si affacciano alle loro finestre per vedere cosa stia succedendo. Nessuno di loro  chiama la polizia. Il romanzo tratta della donna nel cortile, delle persone che testimoniano la sua aggressione, e racconta cosa succede a tutti loro nel corso delle successive due ore.

E’ un romanzo corale. Un affresco dell'America degli anni '60. Molte voci si sovrappongono. Cosa pensi di questo romanzo?

Ho lavorato molto per scriverlo. Ho cercato di fare del mio meglio. Ho lavorato duro per delineare i personaggi e portarli alla vita. Penso di aver compiuto la maggior parte di ciò che mi ero prefissato di fare.

Il personaggio di Frank è il più positivo. Egli non è indifferente. Lui cerca di aiutare sua moglie. Ci puoi parlare di lui?

Frank è un meccanico afro-americano che ha vissuto durante la seconda guerra mondiale la segregazione nell'esercito, e il razzismo del sud. Penso che sia l'unico personaggio che veda il mondo con gli occhi completamente aperti, lo vede per quello che è, e cerca di trattare con esso alle sue condizioni, piuttosto che prendere le distanze da esso, o far finta che sia qualcosa di diverso da ciò che è . Lui è sicuramente il personaggio che ho ammirato di più.

Il tuo libro è caratterizzato da crudo realismo, le scene del delitto sono molto brutali e sanguinose. E 'stato tanto lodato e criticato come contenente elementi "implacabili, di una brutalità quasi pornografica". Cosa rispondi a queste critiche?

Penso che dire che  la violenza sia quasi pornografica sia una cosa un tantino sciocca. Partono da  due punti di vista diversi: la pornografia ruota su di voi, la violenza nel libro invece parla di qualcosa  fuori di voi. Si suppone che sia sgradevole, la violenza è sempre sgradevole. D'altra parte, la violenza è la forma di questo secolo – sarebbe negligente oggettivamente ignorarlo.

Cosa hai provato vincendo il  John Creasey New Blood Dagger  per I buoni vicini?

E 'stato surreale. Non mi aspettavo di vincere. Sono andato alla cerimonia di premiazione pensando che avrebbe vinto Simon Lelic. Il suo romanzo La rottura mi aveva molto colpito quando l'ho letto. Così quando il presentatore ha chiamato il mio nome è stato uno shock. E 'stato anche, devo dirlo, molto gratificante.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Naturalmente. Io penso che si debba. Ogni romanzo che scrivo, nonostante la trama, è, in un senso molto reale, un'autobiografia emotiva. I personaggi, potrebbe essere composto, la storia potrebbe essere fittizio – ma questo è come mi sento adesso.

Se Hollywood si interessasse al libro, chi consiglieresti per le parti di Katrina e Frank?

Dubito che Hollywood si preoccuperebbe molto dei miei suggerimenti sul casting, ma credo che Forest Whitaker sarebbe un meraviglioso Frank, e mi piacerebbe Amy Adams per Kat. Ha una sua innocenza che penso sia importante, ma può anche diventare davvero dura, come in The Fighter.

Nelle interviste citi Raymond Carver, Ernest Hemingway, Stephen King come influenze sulla tua scrittura. Il tuo romanzo evoca una ricca tradizione letteraria. Era un obiettivo?

Grazie per aver detto questo, ma i miei obiettivi durante la scrittura sono stati più modesti. Cerco di non guardare al di fuori di quello su cui sto lavorando. Ogni libro ha il proprio contesto. Se pensassi che la tradizione letteraria o altri scrittori possano influenzare la mia scrittura credo che mi gelerei.

Il tuo secondo romanzo, Low Life, è uscito il 2 luglio 2010. Potresti parlarcene?

Low Life è un libro molto diverso. Penso che abbia ragione Christopher Fowler, che l’ha descritto come un thriller esistenziale. Mi sembra giusto. Parla di un miserabile contabile di nome Simon che viene aggredito nel suo appartamento. L'uomo che l’attacca lo aggredisce al buio, cercando di ucciderlo, ma invece Simon finisce per uccidere il suo aggressore. Quando accende la luce vede che l'uomo è identico a lui, potrebbe essere il suo gemello, e indaga su chi era questa persona e sul perché abbia cercato di ucciderlo.

E The Dispatcher?

The Dispatcher ha come protagonista un operatore telefonico di emergenza di nome Ian che riceve una telefonata da sua figlia. Sua figlia era stata rapita sette anni prima e si presumeva fosse morta. La chiamata viene interrotta da un urlo. Dopo la chiamata, la polizia riaprire l'inchiesta. Questa indagine porta ad una coppia locale responsabile di diversi rapimenti e morti. Ma fuggono, e questo causa un inseguimento, dal Texas alla California, durante il quale  Ian combatte per riprendersi sua figlia.

Qual è il ruolo di Internet in forma scritta, ricerca e marketing tuoi libri?

Internet è una distrazione. Io uso un programma che blocca l'accesso ad internet sul mio computer di lavoro per un determinato periodo di tempo ogni giorno, durante il quale mi concentro solo sul lavoro. D'altra parte, permette di fare ricerche molto rapidamente: quale era la tale parola usata nel 1950? Quanto costava un Harley Davidson nel 1948? Non so quanto sia utile per la commercializzazione. Può essere utile per far conoscere quando sono le uscite dei miei libri, permette di sapere come fare per ricevere copie autografare dei libri, è utile per prenotare i libri on-line. Semplicemente permette di raccogliere informazioni per le persone che le vogliono. La maggior parte della mia attività online non ha niente a che fare con il marketing. Mi piace interagire con le persone che sono interessate a quello che interessa a me.

Ti è mai capitato di avere il blocco dello scrittore e cosa hai fatto quando è successo?

Quando ho problemi di scrittura, di solito è perché c'è qualcosa di sbagliato nel progetto su cui sto lavorando – non perché è il progetto sia sbagliato, ma perché c'è qualche problema nei personaggi o c’è qualcosa nella storia che non riesco a capire. Ho appena attraversato un periodo simile, scrivevo un sacco di pagine usa e getta. Alla fine la soluzione è venuta da sola e una volta che il momento è passato, la scrittura ha ripreso ad andare liscia – fino a che non si raggiunge il problema successivo. Di tanto in tanto mi capita di non avere voglia di scrivere, ma non vedo ciò come un problema. Non c'è motivo di scrivere ogni giorno a meno che non abbiate una scadenza. Quindi, a meno che non ho una scadenza, sono felice anche di non scrivere. Ma se ho una scadenza scrivo se ne ho voglia oppure no.

Come immagini il tuo futuro?

"Se vuoi fare ridere Dio", dice Woody Allen: "digli i tuoi progetti futuri."

Hai un agente letterario?

No. Ho ricevuto alcune offerte, ma nessuna sembrava quella giusta. E ora ho iniziato alcune  trattative per altri tre libri, per cui non vedo la necessità di cercare un agente.

Qual è il tuo rapporto come con i lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Sono facilmente raggiungibile: ho una pagina Facebook, un account Twitter, e un sito web con un modulo per inviarmi e-mail. E sono felice di sentire gente.

Infine, l'inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad un romanzo ambientato a Los Angeles nel 1950. Ha per protagonista un uomo innocente accusato di omicidio, corruzione politica e uso di stupefacenti , e mi occupo anche di  fumetti.

:: Recensione di Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà di Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

15 Maggio 2011 by

Il sole invincibile Eliogabalo

Vario Avito Bassiano è solo un bambino di tre anni, vivacissimo, intelligente, circondato da nutrici e dalle sue “quattro” madri Giulie, quando guarda ardere uno schiavo cristiano che per protesta, per testimoniare la sua fede, si dà fuoco proprio davanti a lui e come una statua di cera sorride tra le fiamme. Vario senza provare orrore lo fissa affascinato, incantato e già nel suo sguardo c’è una luce, una forza che caratterizzerà la sua breve vita. Eliogabalo, gran sacerdote del Sole invincibile è destinato a diventare imperatore di Roma, è destinato a cambiare la storia con la forza del suo sogno, della sua unicità. Nello splendore di un impero destinato a un inevitabile declino la sua luce spende forse più delle altre e giunge fino a noi incorrotta grazie a questo bellissimo libro di Claudia Salvatori che sfata molte calunnie riabilitando un personaggio per lo più diffamato e come dice la stessa autrice “scoperto soltanto all’inizio del secolo scorso, dal professore di Oxford John Stuart Hay e da Antonin Artaud”. Un ragazzo in fondo, ma di una bellezza regale, i cui occhi erano rimasti grandi e malinconici, ardenti di fuoco verde, il naso dritto, il viso ovale, le labbra piene ben disegnate, le spalle larghe e i fianchi stretti, gli arti lunghi sviluppati dalla danza che gli donavano un’eleganza ultraterrena. Ottavo romanzo della grande saga dedicata da Mondadori alla storia di Roma dalla fondazione alla caduta dell’Impero e curata da Valerio Massimo Manfredi, uno dei maggiori scrittori di romanzi storici, Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà è un romanzo coraggioso in parte visionario come lo stesso protagonista, un ritratto maestoso e nello stesso tempo doloroso di una società multietinica e crudele dove le maldicenze, le false accuse, le diffamazioni sono un’arma tanto affilata quanto le spade e i pugnali. Eliogabalo colpito dalla damnatio memoriae condanna che comportava la cancellazione del nome nelle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete, divenuto imperatore a soli quattordici anni, resta un sovrano orientale le cui esuberanze anche sessuali vanno ricollegate al suo senso del divino e l’essere uomo e nello stesso tempo donna va collegato al culto che  univa “Il sole e la Luna” facce di una stessa medaglia. La sua fine tragica non può che essere il conseguente epilogo di un uomo forse profondamente incompreso, in un certo senso moderno per sensibilità e apertura mentale, raffinato, idealista, vittima di un’utopia prima che di se stesso. Claudia Salvatori con grande sensibilità ne tratteggia la figura, e lo rende vivo sotto i nostri occhi, ne amplifica i pregi e non tace i limiti o i punti deboli e ci porta a conoscere un uomo il cui più grande difetto forse fu quello di amare oltre le convenzioni dell’epoca, aldilà dello stesso buon senso. Eccezionali anche le donne che l’hanno circondato innanzitutto le quattro Giulie, la nonna Giulia Mesa, la prozia Giulia Domna, la madre Giulia Soemia, la zia Giulia Mamea, artefici della sua grandezza e nello stesso tempo della sua rovina.

Claudia Salvatori, (Genova, 1954) si è laureata con una tesi su santa Caterina da Siena. La sua attività comprende diversi generi letterari e forme espressive: romanzi, sceneggiature per i fumetti e il cinema, racconti per numerose antologie e riviste. Con Più tardi da Amelia ha vinto il premio Tedeschi 1985. Ha pubblicato i romanzi Schiavo e padrona (1996) (da cui è stato tratto il film Amorestremo), Superman non muore mai (1997), La canzone di Iolanda (1998), il thriller storico Sublime anima di donna (2000) che le è valso il premio Scerbanenco nel 2001, Nessuno piange per il diavolo, La donna senza testa e Il sorriso di Anthony Perkins – quest’ultimo per Mondadori. Da sempre appassionata di storia antica e medioevale, ha pubblicato per Mondadori la biografia Ildegarda, badessa, visionaria, esorcista (2004).

:: Recensione di Tuo fino alla morte di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2011 by

1Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Recensione di Big Man. Storie vere & racconti incredibili di Clarence Clemons e Don Reo

14 Maggio 2011 by

big man bioNel mondo del rock basta dire The Boss è subito tutti sanno di chi si stia parlando: Bruce Sprengsteen. E come non pensare alla sua band l’ E Street Band più che una band una vera famiglia legata al Boss da fili invisibili fatti di passione, amore per la musica, ricordi condivisi. E poi basta dire Big Man per evocare un gigante non solo metaforicamente: Clarence “Big Man” Clemons, il sassofonista della E Street Band. Immaginatevi l’entusiasmo dunque quando ha deciso di fare loro un grande regalo scrivendo assieme a Don Reo Big Man. Storie vere & racconti incredibili Arcana Editore un piccolo tesoro davvero pieno di aneddoti, ricordi, notizie più o meno credibili, più o meno trasfigurate dal desiderio di accrescere la leggenda. Big Man è un narratore davvero sorprendente, non ci si aspetterebbe da chi è vissuto di musica una tale abilità con le parole, ma come gli affabulatori più consumati sa incuriosire, fare innamorare,  commuovere e far sorridere tutto nello stesso momento con una tale carica di humour e di insospettabile modestia da far sospettare che se avesse intrapreso la carriera dello scrittore probabilmente avrebbe raggiunto la stessa fama raggiunta come musicista. Forse sto dicendo qualcosa di blasfemo e molti suoi ammiratori inorridiranno ma basta leggere alcune pagine di questa insolita storia di musica per rendersene conto. Big Man non si risparmia, si espone disseppellendo aneddoti che forse altri avrebbero taciuto, giocando con la memoria come un prestigiatore, improvvisando ma non troppo con un gusto per il paradosso e l’eccentricità che lasciano il segno. Non c’è che dire si ha l’impressione davvero leggendolo di fare parte di una grande famiglia, di diventare un caro amico a cui si fanno confidenze sottovoce magari seduti davanti ad un falò sulla spiaggia con qualcuno che strimpella una chitarra tanto per creare l’atmosfera. Big Man è un tipo tosto, e il suo carisma non ha niente da invidiare al mitico Boss, basta vedere il coraggio con cui ha affrontato le numerose operazioni e la capacità di scherzare anche da un letto di ospedale. Sempre con il sorriso sulle labbra da quando era un emerito nessuno e sbarcava il lunario nei modi più impensati fino al grande successo e agli stadi pieni di fan urlanti in animata adorazione. Il Boss oltre ad essergli amico ha per lui un profondo rispetto,  una deferenza quasi quella che si tributa ai maestri capaci di insegnare non solo il miglior accordo ma fin anche come vivere la vita. Senza Big Man il Boss non sarebbe stato il Boss e di questo è consapevole e grato. E grati sono tutti i suoi fan sparsi nei quattro angoli del mondo dal Giappone, alla Polinesia, dall’Europa all’America. Imperdibili l’inserto fotografico e la prefazione di Bruce Sprengsteen.

:: Recensione L'ombra della morte Autori vari

13 Maggio 2011 by

lPer gli amanti dell’action thriller rigorosamente italiano segnalo una chicca davvero imperdibile, un’antologia a cura di James C Copertino e Angelo Benuzzi con la collaborazione di Alessio Lazzati  edita da Armando Curcio Editore nella collana "BM-Noir" e intitolata L’ombra della morte– Otto storie maledette. Alcuni autori sono vecchie conoscenze come James C. Copertino, Enzo Milano, Fabio Novel e Serena Bertogliatti di cui ho letto un unico racconto intitolato Requiem del coccodrillo in appendice di Morte senza volto di Stephen Gunn alias Stefano di Marino altri sono simpatiche new entry almeno per me come Antonino Alessandro, Nicola Corticelli, Angelo Benuzzi, e Patrizia Riva ma devo dire che ho trovato una certa omogeneità e fluidità che mi hanno fatto capire quanto i curatori si siano messi d’impegno per dare un’anima unitaria all’antologia evitando la trappola di incollare a caso racconti come passeggeri di uno scompartimento di estranei. L’action thriller è un genere che perché funzioni necessita di ritmo, velocità e un pizzico di conoscenza effettiva delle tematiche geopolitiche trattate e devo dire che leggendo questi 8 racconti ho notato che le regole base sono state rispettate con un pizzico di anarchia e originalità da veri guastatori. Gli scenari sono esotici e internazionali da Phuket a Teheran, da Berlino ad Haiti, da San Francisco all’ Astrakhan. La copertina che ha suscitato reazioni quasi fondamentaliste da parte di alcuni, è una fotografia di Maurizio Bartolozzi piuttosto inquietante, forse più adatta ad un’antologia horror a dire il vero. Non chiedetemi di fare una classifica dei racconti che mi sono più piaciuti perché sostanzialmente sarebbe inutile, posso dire semplicemente che alcuni racconti sono costruiti basandosi di più sull’azione pura come il racconto di apertura Operazione vendetta Vudù di James C Copertino un classico del genere oserei dire con un tocco di santeria e vudù davvero insolito o I diamanti del Volga di Enzo Milano o Phuket inferno di Fabio Novel, altri hanno sfumature più riflessive come Onora il padre e la madre di Serena Bertogliatti, ma nel complesso sia per costruzione delle trame, per tempi dell’azione, per caratterizzazione dei personaggi devo dire ho trovato pane per i miei denti e soprattutto mi sono divertita moltissimo. E ora veniamo all’unica nota dolente: la distribuzione. A dicembre il volume era uscito in edicola ora è ordinabile esclusivamente al numero verde della Armando Curcio Editore: 800-834738. 

·        Operazione vendetta Vudù di James C. Copertino
·        I diamanti del Volga di Enzo Milano
·        Azione finale di Antonino Alessandro
·        L'Educatore di Nicola Corticelli
·        Phuket inferno di Fabio Novel
·        L'ombra del potere di Angelo Benuzzi
·        Onora il padre e la madre di Serena Bertogliatti
·        Binario Quattro di Patrizia Riva

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn (Corbaccio 2011) a cura di Giulietta Iannone

11 Maggio 2011 by

Il superstiteBentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Recensione di Onda d'Abisso AV a cura di Maurizio Landini

10 Maggio 2011 by

ondaAutori Vari – “Onda d’Abisso”, trenta autori per trenta storie di mare e di mistero, a cura di Alessandro Morbidelli, pagine 275, l’Orecchio di Van Gogh – Ancona, 2010
 
Il mare.
   Distesa maestosa e sinistra. Voce dei nostri sogni, dei nostri momenti di solitudine dove la paura sussurra. Occhi che si perdono in questa tavola blu e ascoltano racconti di viaggi lontani, sola andata o ritorno in mutazioni incomprensibili e insospettabili…
 
   L’antologia Onda d’Abisso, curata dal bravo Alessandro Morbidelli ed edita dall’Associazione Culturale l’Orecchio di Van Gogh, presenta trenta storie di mare, di mistero e soprattutto di buona qualità. Fameliche creature emergono dal mare nelle notti senza luna: hanno una fame nera e i bambini hanno il cibo giusto per loro, carne marcia dentro; tempeste perfette di puro orrore o visioni degne di un quadro di Hieronymous Bosch.
   L’Abisso del mare è un cimitero, un’astronave, un non-luogo, un non-tempo, un ricordo e al contempo una profezia; nel passato, nel presente e nel futuro l’Abisso inghiotte, ama, culla, uccide, resuscita e sommerge la quotidianità a più riprese, portandosi con sé la banalità del male e del bene. Un de profundis recitato nei fondali, a bocca serrata e ad anima persa. Fra le righe odorose d’alghe marce di questa raccolta, che narra le inquietudini della nostra piccola esistenza umana, siamo tutti nella stessa barca: un veliero in divenire. Cimitero marino.

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:: Intervista a Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, autori de “L’alba degli zombie”

10 Maggio 2011 by

A cura di Valentino G. Colapinto

Liberi di Scrivere ha già recensito l’ottimo “L’Alba degli zombie. Voci dell’Apocalisse: il cinema di George Romero”, edito da Gargoyle Books  (http://liberidiscrivere.splinder.com/post/24514736/recensione-de-lalba-degli-zombie-voci-dellapocalisse-il-cinema-di-george-romero-di-arona-pascarella-e-santoro). Pubblichiamo adesso un’approfondita intervista ai tre coautori di quello che con ogni probabilità è il miglior libro italiano mai scritto sull’argomento.

Hai compiuto una splendida disamina del genere zombi dalle origini a oggi. Non credi che sarebbe il caso, però, che Romero la smettesse con la Dead Saga? Mi pare che stia rischiando di fare la fine di Dario Argento, rovinando la sua carriera con opere senili prive di creatività e spessore, che offuscano i capolavori della giovinezza. Forse Romero avrebbe dovuto concludere la saga con “Il Giorno degli Zombi”, e a questo proposito perché usare quel formidabile finale alternativo, in cui i morti smettono di risvegliarsi (all’improvviso e senza alcuna spiegazione, così come nessuna spiegazione ci sarà mai della loro resurrezione) e Sarah resta a vegliare su un cadavere che non si rialzerà mai più? Questa era una conclusione perfetta per la trilogia.
Trovo invece ripetitiva e noiosa l’idea, da Zombi in poi, di concludere ogni film sui morti viventi con la solita fuga in elicottero o altro dei due o tre sopravvissuti “buoni”, giusto per lasciare un barlume di speranza (e magari giustificare l’inevitabile sequel…). Non se ne può più: a questo punto, meglio l’estinzione totale del genere umano. Non credi?

DANILO ARONA: Ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento. Il problema che poni a proposito della senilità “creativa” di Romero lo si potrebbe estendere di riflesso al destino di molti grandi maestri apparsi negli anni Settanta. Non a caso tu citi Argento, ma potremmo anche parlare di Tobe Hooper, Dante, Craven o – in modo sacrilego per quel che mi riguarda – di Carpenter. Temo però che non se ne esca, se ci “avvitiamo” attorno al tema, un po’ triste per quanto realistico, della lucidità e dello spessore che se ne vanno in modo progressivo con l’età.
Io penso, se non altro perché sto per compiere 61 anni (e porca paletta!), che da un lato occorre essere il più generosi possibile con questi giganti del genere che a settant’anni suonati trovano ancora la voglia e la gioia di mettersi in gioco… E di fare più o meno sempre lo stesso film.
Certo, Survival è deludente e fiacco, e non l’ho nascosto – però vi si percepisce ancora da parte dell’autore una voglia di “giocare” e di divertirsi con i propri archetipi che suscita non tenerezza (il che guasterebbe nei confronti di un artista) ma ammirazione. Personalmente mi piace molto l’immagine di questi “eterni fanciulli” che hanno rifondato il genere in epoca non sospetta e, ogni volta che possono, ce lo ricordano sommessamente con ironica modestia.
Poi, diciamoci la verità… le loro parabole artistiche ancora oggi, in piena terza età, sono lì a dimostrare che si barcamenano tuttora fra l’avanguardia e l’underground, così almeno li percepisce  il sistema. Film che non escono neppure al cinema ma in DVD, set vistosamente ristretti, grane produttive.
Tolto Craven dal mazzo, che è stato il più economicamente fortunato – per quanto nel suo caso la fortuna sia giunta tardiva – dei grandi del New Horror di quegli anni felici, per tutti c’è sempre la progettualità low budget. Problema che spesso non si pone per certi shooter o videoclippari dell’ultima ora. Sul fatto che poi ognuno di noi possa interpretare i percorsi tematici di un autore, opponendone uno proprio, non ho nulla da dire. Siamo in pieno soggettivismo. Ognuno si fa il proprio film. Fa parte delle regole del gioco. Però Romero la palla la lancia ancora bene in mezzo alla sala…

Nel saggio paragoni “La Notte dei Morti Viventi” (1968) a “Uccelli” (1963) di Hitchcock, recentemente al centro di una tua monografia, sostenendo che si tratta in entrambi i casi di “film inconscio” e che Romero fosse in debito nei confronti del grande Hitch. Puoi farci un confronto tra queste due opere seminali?

DANILO ARONA: “Film inconscio” è una definizione del critico canadese Robin Wood che io trovo geniale e molto affine al mio modo di leggere il cinema. Si applica – semplifico molto giusto per capirci – nei confronti di tutti quei film dove le pulsioni del profondo vengono rappresentate nel mondo esterno nella loro dinamica di “attacco” all’Ego.
Giusto ieri sera ne ho visto uno che mi pare perfetto per fregiarsi di tale catalogazione, l’australiano Long Weekend (il remake di Jamie Blanks, non l’originale del ’78 del purtroppo defunto Colin Eggleston), in cui la natura esterna e incavolata incarna i mostri interni della coppia protagonista. Gli uccelli è un film inconscio a 360° e lo spiego, o quanto meno tento di farlo, nella mia monografia pubblicata da Un mondo a parte.
La notte del ’68 lo è di meno perché a Romero non interessa più di tanto la motivazione pulsionale e psicanalitica. Lo è però in certa parte, a dispetto dello stesso autore – il cannibalismo dei tardi anni Sessanta, al cinema, mostrava sempre una solida deriva psicanalitica.
Che il film sia in debito con Gli uccelli lo ha ammesso lo stesso George: la stessa idea di horror en plen air, la casa che diventa un fortino per difendersi dalle forze del male, la catatonia di Barbara che prolunga la catatonia finale di Melania Daniels, i finali a loro modo diverso “aperti”, l’idea della catastrofe dilagante in ogni dove negli Stati Uniti e forse su tutto il pianeta, persino la traccia della radio come ultimo appiglio mediatico (ma questa era già presente nel racconto della Du Maurier). Ma, per dirla, con Joe Lansdale: questo è l’horror, pellegrini, nessuno inventa niente!

Gli zombi non corrono il rischio di stancare il lettore/spettatore con un’inflazione di prodotti, un po’ come sta succedendo coi vampiri?
Proprio per evitare questo, non sarebbe forse il caso che gli autori si prendano più libertà rispetto all’archetipo creato nel 1968 da Romero? E non sto parlando solo di velocità.
A me, per esempio, è piaciuto molto “Monster Island” di David Wellington, che osava reinventare un po’ il genere, mentre – pur apprezzandoli – ho trovato parecchio derivativi, poco originali, i romanzi di Manel Loureiro e altri autori. Tu che ne pensi?

SELENE PASCARELLA: Il punto cruciale non sta tanto nella eccessiva proliferazione dei prodotti e nel rischio di saturazione dell’immaginario collettivo, ma proprio nella capacità di aggredire tutte le forme che in questo si muovono contaminandole non solo a livello superficiale, ma correndo il rischio di divorarle fino all’osso, di distruggerle e farne altro.
Il vampiro che si avvinghia al teen drama ne esce sminuito solo perché si limita a succhiarne la forza e l’appeal giovanilistico senza aggiungere nulla. Il sangue artificiale che permette la convivenza tra revenantes e umani (vedi Finchè non cala il buio) si riduce a un coniglio estratto dal cilindro se non è capace a innescare un meccanismo narrativo che metta alla prova le regole del genere invece di limitarsi a mescolarne gli ingredienti classici.
Lo zombie o non morto o morto vivente – e uso questi termini nella consapevolezza della loro non sovrapponibilità – è da sempre caratterizzato da una tendenza alla mutazione – all’evoluzione in un certo senso – che rende ogni sua forma canonizzata, in primis quella di Romero, la base sperimentale per un processo di contaminazione degli immaginari con cui viene a contatto esaltandone le capacità di innesto.
La guerra mondiale degli zombi di Brooks è un romanzo corale di infinita complessità costruito con una tecnica tipica dei documentari d’argomento storico, che tutti almeno una volta abbiamo visto in televisione. Allo stesso modo la saga di Wellington usa lo zombie come cavalcatura per una scorribanda tra horror, romanzo d’avventura, esoterismo, action-survival, e proprio la coraggiosa, a tratti svergognata, dissipazione dell’aura classica del mostro segna un punto a suo favore nella sua battaglia per la “conquista” dell’industria culturale.

Come da te affermato, questa è l’era del mash-up. Dopo il fortunato esperimento de“I Promessi Morsi”, che ha contaminato il romanzo del Manzoni con vampiri, licantropi e zombi, secondo te quali potrebbero essere altri mash-up azzeccati?

SELENE PASCARELLA: Per restare in casa, darei qualsiasi cosa per vedere il Libro Cuore popolarsi di undead divoratori di carne umana. Tra le immagini ricorrenti che popolano questo mashup deamicisiano virtuale ce ne sono due a me particolarmente care: la maestrina dalla penna rosso sangue e il giovane Franti che evade dal correzionale a capo dei ribelli non viventi.
Potendo avventurarmi oltre lo stivale e senza offesa alcuna per Seth Grahame Smith dovendo scegliere un’eroina femminile da trasformare in cacciatrice di ghoul io avrei puntato su Angela Lansbury. La Signora in giallo, che di suo si lascia dietro una scia di morti ammazzati, sarebbe una zombie-squad leader da manuale.
Ma la verità è che i migliori mashup nascono da soli e si impongono con forza inarrestabile. Per tutta la giornata di oggi Barak Obama ha rivendicato con prova fotografica di aver restituito agli Usa lo scalpo dello non morto più famoso del mondo, Osama Bin Laden. Per sicurezza gli ha fatto sparare alla testa…

Rispetto agli aristocratici vampiri, gli zombi sono sicuramente mostri più democratici. Alcuni hanno visto in loro addirittura le masse rivoluzionarie.
Oggi, però, il forte messaggio politico di Romero sembra essere sparito e lo zombi ridotto a un semplice spauracchio, se non a una caricatura di se stesso (vedi le zom-com, le commedie zombi come il fortunatissimo “Zombieland”). Non è che a 43 anni dalla “Notte dei morti viventi”, ci siamo abituati a convivere con loro e non ci fanno più paura come una volta? Oppure secondo te i morti viventi rimangono i più perturbanti tra i mostri?

GIULIANO SANTORO: Non bisogna cedere alle semplificazioni. La figura dello zombie non è un’allegoria a chiave, non siamo di fronte una figura retorica che si svela come una sciarada o che si comprende semplicemente scoprendo la soluzione della metafora.
Lo zombie semina appunti, indicazioni, suggestioni, per questo è perturbante.
Faccio solo un esempio. Romero ci interroga in ogni film sul senso dell’emergenza e sul modo di affrontarla. Di fronte all’apocalisse l’uomo reagisce scontrandosi con altri uomini. Così, il morto vivente diventa quasi una figura sullo sfondo, di fronte alla guerra tra umani.
Per evocare questo paesaggio, possiamo tranquillamente rivolgerci alla narrativa non di genere. Faccio un esempio. Lo scrittore statunitense Dave Eggers ha raccontato in un bellissimo romanzo la storia vera di Abdulrahman Zeitoun, un piccolo imprenditore siriano-statunitense che dopo la devastazione dell’uragano Kathrina, a New Orleans, decide di rimanere in città per dare una mano a chi è rimasto isolato. Finirà in balia delle truppe che hanno occupato la città, scambiato per un terrorista-sciacallo, messo in una prigione segreta allestita prima ancora di mettere in piedi i campi di soccorso.
È una storia che ricorda molto da vicino la tensione dei film di Romero. Bisogna guardarsi da quelli che dovrebbero essere in tuoi simili, ma che approfittano delle “emergenze” per stabilire il comando. All’Aquila, dopo il terremoto, abbiamo vissuto una situazione analoga.

Romero si è sempre rifiutato di esplicitare una causa per la resurrezione dei morti viventi, a parte la ridicola spiegazione delle radiazioni venusiane, e i suoi morti si sono prestati a mille interpretazioni diverse.
Secondo te, gli zombi cosa rappresentano in definitiva? Il risveglio del rimosso, delle nostre pulsioni più inconfessabili? La ribellione delle masse? Il consumismo che divora e assimila ogni cosa? Oppure che cos’altro?

GIULIANO SANTORO: Romero non ha sentito il bisogno di azzardare una spiegazione alla resurrezione dei morti perché non è interessato a elucubrazioni metafisiche, trascendentali.
Come dicevo prima, l’orrore di Romero è materialista, è umano, immanente. Non ha bisogno di costruzioni barocche o voli pindarici.
Seguendo questa strada si arriva a comprendere il senso dell’invasione zombie: la morte torna in vita, il passato si ripresenta a chiederci il conto. Ciò avviene soprattutto nei periodi di passaggio, ogni volta che l’Occidente è in crisi di egemonia e si confronta col mondo.
Lo zombie moderno viene da Haiti, la terra in cui nel diciottesimo secolo gli schiavi africani si ribellarono ai colonizzatori francesi ribaltandogli contro il senso della rivoluzione francese.
Lo zombie postmoderno nasce nel mezzo del conflitto in Vietnam, quando gli Stati uniti cominciarono a perdere la guerra.
Oggi gli zombie dilagano perché quell’immaginario evoca sentimenti a noi familiari. Siamo nel mezzo della fine del mondo Occidentale. Nuove potenze economiche si affacciano sul mercato globale, forme di schiavismo compaiono anche nella “civile” Europa, nelle nostre città l’ipermodernità si affianca a forme di produzione che ritenevamo superate dalla storia.
Peter, uno dei protagonisti di Dawn of the dead, dice la frase che abbiamo messo in quarta di copertina: «Quando non c’è più posto all’inferno, i morti tornano sulla terra.» Significa che l’inferno ha smesso di essere un luogo separato.
L’inferno tracima nel mondo di tutti i giorni. La storia ci presenta il conto. Possiamo vedere questo fenomeno come un’invasione mostruosa e però invincibile, o possiamo accettare di fare i conti con questa complessità. Sta a noi decidere.

Valentino G. Colapinto