:: Recensione di Slittamenti progressivi della Rai di Simone Sarasso

16 febbraio 2011 by

slittamenti_raiViaggio al confine del paradossale attraverso quattro personaggi dipendenti RAI ricoprenti varie mansioni che da visuali differenti interpretano il lavoro che svolgono, l'azienda che li dirige, la nazione che li governa. Provenienti da realtà culturali differenti e perseguendo obbiettivi a volte contrapposti, si ritroveranno a condividere in un piccolo spazio una non ben specificata situazione tra fiction e realtà, distanti mille miglia gli uni dagli altri, ma accomunati da uno stesso destino che li farà discutere aspramente sullo stato di degrado della televisione pubblica senza preoccuparsi troppo della condizione di concorrenti-ostaggi, un ruolo all'apparenza molto rischioso. Slittamenti progressivi della Rai del novarese Simone Sarasso è un pamphlet acido e corrosivo che analizza con pungente intelligenza il nostro mondo, la nostra realtà dominata da quell' orripilante oggetto un po' kitsch presente in ogni casa che si chiama televisore. La civiltà dell'immagine ne esce a pezzi, con un occhio nero e molte piaghe insanabili. Sarasso non perdona l'ottusità e la scoraggiante narcolessia che un po' tutti ci coinvolge. Con irriverenza e uno spirito critico politicamante scorretto e un po' volteriano ci rivela che il re è nudo e chi finge di non accorgersene è in mala fede. Grottesco, surreale, tragicomico, irriverente Slittamenti lascia nel lettore non poco amaro in bocca ma anche la consapevolezza che se lasciamo le cose così il finale che ipotizza non è poi tanto lontano da un eventuale futuro possibile.

Slittamenti progressivi della Rai di Simone Sarasso Effequ collana libri volanti 2010, pagine 128 Prezzo di copertina 7,50

:: Recensione di Il libro dell'angelo di Alfredo Colitto

15 febbraio 2011 by

LDAangeloIl libro dell’angelo è un bellissimo thriller storico, l’ultimo di una trilogia di ambientazione medioevale che vede protagonista il medico anatomista dello Studium di Bologna, Mondino de ' Liuzzi, personaggio storico realmente esistito di indubbio fascino, che l’autore Alfredo Colitto ci ha fatto amare, appassionandoci alle sue indagini, già nei precedenti episodi Cuore di Ferro e il sorprendente I discepoli del fuoco che inaspettatamente, sbaragliando un’ agguerrita concorrenza, ha vinto la scorsa edizione del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir. Questa volta lasciata Bologna Mondino giungerà a Venezia, cuore pulsante della Serenissima, nel vano tentativo di salvare un vecchio ebreo, Eleazar da Worms, mercante di stoffe e sapiente, accusato ingiustamente di aver barbaramente crocifisso e ucciso con una ferita al costato tre bambini cristiani. Mondino ben presto si rende conto di essere al centro di un intrigo che vede protagonisti i notabili della città e un misterioso libro, il libro dell’angelo appunto che da il titolo al romanzo, Sefer-ha-Razim, il Libro dei Misteri precisamente, inciso da Noè sotto dettatura dell’angelo Raziel su una tavoletta di zaffiro. Questo “libro” sacro dotato di poteri taumaturgici è appunto l’oggetto del quale Vettor Gradenigo, il patrizio veneziano e membro del Consiglio dei Dieci che ha ordinato l’arresto di Eleazar, vuole a tutti i costi  entrare in possesso avendo scoperto che l’ebreo è l’ultimo di una generazione di suoi custodi che con solenne giuramento si impegnarono a nasconderlo e difenderlo dai tempi di Salomone fino all’avvento del Messia. Vettor Gradenigo decide inoltre di far arrestare anche il figlio Davide e minacciando di torturarlo fino a che l’ebreo non svelerà il nascondiglio del Sefer-ha-Razim obbligherà il vecchio a togliersi la vita. Ma prima di morire Eleazar lascia sulle pareti della sua cella un inquietante e macabro messaggio scritto in latino con il suo sangue: “Omnino insons, denego donum tibi” la cui traduzione significa “Del tutto innocente, ti nego il dono”. La chiave per trovare il Sefer-ha-Razim. A Mondino non resta altro che interpretare l’enigma, svelandone il mistero, scoprire l’assassino degli sventurati bambini di cui sa solo che è un adepto delle scienze occulte, e far pace con la sua donna ormai rassegnata a dividere il suo amato con la sua passione per la giustizia e la difesa degli innocenti. Il libro dell’angelo è un’ opera che indubbiamente appassionerà sia  i cultori del romanzo storico classico che gli amanti del thriller e colpisce oltre che per il fatto che è ben scritta, per la capacità che ha l’autore di farci vivere in un’ epoca così lontana dalla nostra rispettandone la mentalità, gli usi e i costumi. La cosa più antipatica in questo tipo di romanzo e vedere i personaggi ragionare e comportarsi come uomini del XXI secolo, Colitto con sorprendente bravura evita questa trappola, e ricrea atmosfere, ambientazioni, pensieri, situazioni realistiche  senz’altro grazie ad un approfondito studio di testi dell’epoca e ad un’ attenta documentazione non improvvisata. Mondino de ' Liuzzi ne esce un personaggio a tutto tondo, sembra davvero un uomo del 1300, e questo a mio avviso è la parte più difficile e riuscita del romanzo. Altra componente fondamentale poi è sicuramente l’abilità di creare una forte tensione narrativa, un mistero che pian piano si svela tra enigmi, oscuri intrighi, cabale, leggende e in più una forte parte investigativa che crea l’ossatura dell’intreccio e si svela solo nel finale dove la tensione si stempera e l’apparente lieto fine da la sensazione che la storia non sia del tutto conclusa. Ci sarà un seguito? Chissà, noi ce lo auguriamo e un po’ ci domandiamo se la bella Adia Bintabia, l'affascinante alchimista araba che dà l'avvio a questa storia,  non è destinata a intrecciare di nuovo il suo destino con quello di Mondino. Ma a questa domanda e a molte altre ahimè solo Colitto può dare un’esauriente risposta.

Il libro dell'angelo di Alfredo Colitto, Piemme, 2011, 358 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 18,50

Intervista a Andrea Vaccaro di Hypnos Edizioni a cura di Maurizio Landini

14 febbraio 2011 by

logohypnosHypnos è un’editrice del fantastico. Ha inaugurato la sua “Biblioteca dell’Immaginario” con due titoli: Robert W. Chambers Il Re in Giallo e altri racconti, a cura di Giuseppe Lippi e Andrea Vaccaro e Jean Ray. "Il Gran Notturno", a cura di Francesco Lato.

Ne abbiamo parlato con Andrea Vaccaro.

Il progetto Hypnos è nato come magazine per poi “estendersi” in una Casa Editrice. Un percorso obbligato?

Entrambi i progetti sono molto “personali” e nascono più come esigenza da parte del lettore (me stesso in primis) che come progetto editoriale: quando nacque Hypnos (un po’ per gioco e un po’ per scommessa) l’idea era quella di creare un canale dove poter proporre ai lettori uno sguardo su autori ignorati o troppo presto dimenticati nel nostro paese. Col tempo è stato piacevole scoprire che tale esigenza era sentita non solo dal sottoscritto ma anche da molti altri appassionati, quindi si è aperto un piccolo spiraglio per poter pensare di proporre non solo qualche racconto qua e là, ma opere più corpose. Si può dire che, se Hypnos ha cercato di aprire un piccolo spiraglio verso un mondo letterario spesso ignorato, i volumi della collana Biblioteca dell’Immaginario (la collana a cui appartengono i primi due titoli, “Il Re in Giallo” di Chambers e “Il Gran Notturno”, di Jean Ray) cercheranno di spalancare la porta.

Il primo titolo di Hypnosè "Il re in giallo" di Robert William Chambers. Cosa ti ha spinto a scegliere un'opera di questo autore americano per inaugurare l'Editrice?

“Il Re in Giallo (e altri racconti fantastici)” ben rappresenta quello che è il percorso intrapreso. Infatti si tratta del primo di quattro volumi che presenteranno tutta l’opera weird di Robert W. Chambers, autore molto prolifico nell’ambito del fantastico, ma in Italia noto esclusivamente per i racconti del Re in Giallo. Al di là di scrittori ormai considerati classici (il cui status è stato raggiunto negli ultimi decenni anche da Lovecraft), per la maggior parte degli autori del fantastico manca un’edizione completa e critica, ed è anche questa grossa lacuna che speriamo di poter, seppur in minima parte, di colmare. Il libro contiene altri due racconti oltre a quelli del “Re in Giallo”, “Il fabbricanti di Lune” e “Una piacevole serata”, mentre il prossimo volume presenterà la raccolta “The Mystery of Choice”, il cui valore artistico non è lontano dal suo più noto capolavoro. Altro aspetto che mi ha convinto a esordire con questo titolo è la conoscenza solo nominale tra i giovani appassionati di letteratura weird e horror, del “Re in Giallo”, grazie anche ai suoi legami col mondo lovecraftiano. Sebbene sia quindi noto al pubblico, pochi lo hanno effettivamente letto, vista la sua scarsa reperibilità sul mercato. La speranza è che “Il Re in Giallo” non sia più solo il nome di uno pseudobiblion, come il Necronomicon, ma un libro a tutti gli effetti.
 
Esiste una tradizione italiana della Weird fiction?

Non credo esista una vera e propria tradizione del weird in Italia. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo ci sono stati autori che spesso hanno esplorato il fantastico e il macabro, ma per lo più come “deviazione” da una via improntata al realismo. Solo raramente vi sono stati autori in cui il fantastico, il macabro e il sovrannaturale ha ricoperto un ruolo centrale: mi viene in mente il misconosciuto Giovanni Magherini Graziani, che per una strana serie di concatenazioni, fu l’unico autore italiano ad apparire negli anni ’30 su Weird Tales. Di certo non vedo una tradizione che nel tempo si sia consolidata, solo episodi isolati, tanto che oggi forse il solo Michele Mari può dirsi un autore “weird”.

Quanto secondo te permane ancora di "weird" nella fantascienza moderna?

Negli ultimi anni le mie letture di fantascienza si sono limitate per lo più a racconti e a qualche romanzo, tuttavia la sensazione è che la fantascienza moderna non abbia molti punti in comune con il weird. L’irruzione del bizzarro, dello “strano” in una realtà familiare, lascia poco spazio a una letteratura, come la fantascienza, che tende più a spiegare, a creare un universo razionalizzato. Inoltre gran parte della fantascienza moderna si basa più sul noto che sull’ignoto, mentre nella fantascienza degli anni d’oro era un continuo varcare nuovi confini. Solo alcuni grandi del passato sono riusciti a coniugare due mondi così apparentemente antitetici, come hanno fatto, pur in maniera molto differente, due geni del fantastico quali Fritz Leiber (e mi riferiscono soprattutto ad alcuni suoi racconti o al romanzo “Nostra Signora delle Tenebre”) o il sottovalutato R. A. Lafferty, che ha saputo creare un universo che non esiterei a definire weird. Inoltre ormai l’immaginazione latita, e le strade della fantascienza mi paiono sempre più ripiegate su se stesse, lasciando poco a qualsivoglia intrusione.

Potresti rivelarci qualcosa sui prossimi titoli in uscita?

Il prossimo volume in uscita sarà il primo di due tomi dedicati a Fitz-James O’Brien, considerato il più grande autore “americano” (O’Brien era irlandese ma si trasferì presto negli Stati Uniti, dove produsse la quasi totalità delle sue opere) di racconti nel periodo a cavallo tra Poe e Lovecraft. Sebbene il suo nome sia sconosciuto ai più, alcuni suoi racconti sono considerati ormai dei classici del fantastico e di fantascienza, come “Che cos’era?” (What Was It?) e “La lente di diamante” (The Diamond Lens). Il volume avrà un’accurata presentazione di Pietro Guarriello, uno dei massimi esperti italiani su O’Brien. Vedrà poi la luce una nuova collana, a fianco della Biblioteca dell’Immaginario, che presenterà opere singole, di autori che non sono considerati classici del weird, ma che, spero, susciteranno ugualmente l’interesse dei lettori, mentre per fine anno è previsto il secondo volume dei racconti di Chambers, “The Mystery of Choice”.

:: Recensione di Stanze nascoste L’autobiografia di Derek Raymond (Meridiano Zero, 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2011 by

1Stanze nascoste è essenzialmente un libro di memorie, lo sforzo di un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia, forse anche la morte, e vuole fare un bilancio della propria vita ricorrendo ad un’arma a doppio taglio, un’arma impropria in fondo che se mal maneggiata può fare solo danno: l’uso sconsiderato della verità.
Se consideriamo che scrisse di suo pugno

Vengo da una famiglia in cui la menzogna era la norma, al punto che era inevitabile affinare il linguaggio per non lasciarsi scappare la verità

diventa subito chiaro come per lui fu una vera lotta corpo a corpo perseguire il vero senza lasciarsi sedurre dalle lusinghe abbellendo i fatti e le riflessioni per farsi vedere dagli altri nella sua luce migliore. Questa lotta impari e titanica durò per tutte le 335 pagine di Stanze nascoste e ci lascia un po’ storditi e quasi sgomenti.
Anche confrontarsi con Derek Raymond infatti è una vera lotta corpo a corpo, la sua scrittura ha qualcosa di magico, di inarrivabile, è così magistrale che qualsiasi cosa si scriva può suonare falsa e di maniera a meno che non decida di fare una serie continua di citazioni, ipotesi che non ho scartato del tutto considerato che nessuno sa parlare di Derek Raymond come Derek Raymond.
Dicevo che era un libro di memorie ma non solo, Raymond si preoccupa di annoiare i lettori che non amano i libri, perché  di libri parla, di scrittura, di noir, del processo misterioso e nascosto che opera nelle stanze buie della sua anima e lo porta a creare trame, dialoghi, personaggi.
Le sue lezioni sono fulminanti. Ci affascina quando parla del piacere della scrittura.

La frase perfetta è come una bella donna che indossa l’unico vestito giusto per lei in quel momento e solo una goccia di profumo, niente di superfluo e lo sguardo che ha mentre attraversa una stanza in penombra è solo per te. Questo è il piacere che provo nel mio lavoro, quelle poche volte che succede quando il linguaggio appartiene completamente al personaggio, è ciò che dice. Quando accade non lo dimentichi e ti ripaga di tutti gli sforzi che hai fatto.

Ci fa riflettere sul rapporto tra lingua scritta e quella parlata.

Devi ascoltare quello che scrivi. Se non ci riesci, per quanto rumore tu faccia, c’è sempre silenzio.

Dà una sua personale definizione di stile.

Per me è vitale continuare a scrivere in modo che la lingua si muova nella mente del lettore non meccanicamente ma spontanea, realistica, autentica. È questo che intendo per stile. La struttura ha le sue regole e funzioni inconsce come il corpo che normalmente passano inosservate, si notano solo quando mancano.

Ci commuove quando parla di solitudine.

Non conosco il valore dell’intimità finchè non resto solo. Allora capisco tutto. Il problema sta tutto qui, eppure è questo che fa di me un cantore della solitudine e degli orrori che l’accompagnano.

Per chi voglia capire davvero cosa sia il noir, immergersi nelle pagine della sua autobiografia è davvero un’esperienza  insostituibile.

Sono sicuro che fu quando mi opposi per la prima volta ai miei genitori che capii che per ottenere qualcosa di buono e tangibile bisogna soffrire. Siccome il noir, come lo concepisco io, parla di questo, è molto importante essere chiari quando si usano termini come bene, male, costrizione, pazzia, assenza e non fermarsi al primo significato che spesso si dà a questa parola”.

O ancora sul finale

Il noir parla di tutta questa bellezza e anche di questa tristezza. Porta il lutto non per il crimine, che è l’ultima espressione della disperazione, ma per la realtà e la compassione che la gente per bene, se ce ne è ancora, dedica ai morti – soprattutto a quelli che si sono sottratti da soli ad un’esistenza lenta e fredda. Il noir questo vicolo nero e stretto, è l’unico scopo della mia scrittura, il mio tentativo di capire la condizione umana, dopo aver vagato tra paradiso e inferno come un cliente indeciso tra due pub, uno da un lato e uno dall’altro della strada.

Continuerei a lungo a citare Raymond perché quasi ogni sua frase è una piccola epiphany joyciana ma tanto vale rimandarvi alla lettura del libro. Quello che so per certo è che leggere Raymond nel mio piccolo ha migliorato il mio stile, sbloccato meccanismi, reso più fluido il distacco tra ciò che penso di voler scrivere e la pagina scritta. È un’ esperienza che consiglio di fare a tutti, specie agli aspiranti scrittori che forse non impareranno a scrivere come Raymond ma sicuramente impareranno a  conoscere meglio se stessi.

Traduzione di Federica Alba e Pamela Cologna.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994.
Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Protagonisti dell’Unità di Italia 6 saggi nel 150° anniversario.

12 febbraio 2011 by

saffiNel 150° anniversario dell’Unità di Italia l’editore Carta Canta con il patrocinio del comune di Forlì ha realizzato una collana di monografie dedicate ai Protagonisti dell’Unità di Italia, sei saggi documentati e illustrati con foto d’epoca provenienti dagli archivi di collezioni private e musei in cui si narrano le gesta dei Forlivesi illustri che associarono il loro nome indissolubilmente al Risorgimento italiano: Aurelio Saffi, Giorgina Saffi, Alessandro Fortis, Antonio Fratti, Piero Maroncelli, Achille Cantoni e gli altri garibaldini. Tra questi saggi ne ho scelti due quello dedicato a Giorgina Saffi, l’unica donna del gruppo, e quello dedicato a Piero Maroncelli, di cui sapevo ben poco oltre all’ episodio della rosa che regalò al barbiere improvvisatosi chirurgo che durante la sua prigionia allo Spielberg gli amputò in modo impreciso e devastante una gamba, episodio piuttosto noto nei sussidiari e libri di storia di qualche generazione fa. Oggi questi nomi sono quasi del tutto scomparsi nell’immaginario comune e campeggiano solitari solo nelle targhe commemorative di qualche piazza, danno il titolo a qualche scuola o a qualche via. Ma chi furono veramente? Fare luce sulle loro vite è una sorta di dovere civico che fa si che analizzando il nostro passato si possa capire meglio e più approfonditamente il nostro presente. L’Italia di Mazzini, Garibaldi, Cavour non era un’ entità puramente astratta, oltre all’ideale romantico ci furono ragioni concrete  economiche, politiche, sociali che portarono alla dichiarazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo1861 attraverso i moti del 1848, celebri le cinque giornate di Milano, la prima e la seconda guerra d’Indipendenza contro maroncellil’Austria, la spedizione dei Mille. Iniziamo con il volumetto dedicato a Giorgina Craufurd Saffi, moglie del più celebre Aurelio Saffi, madre premurosa, amica di Mazzini, patriota devota alla causa Italiana non ostante fosse di nazionalità inglese.  Flavia Bugani, attiva nel campo della ricerca storica dal secolo XIX ai giorni nostri ci parla di una donna schiva e silenziosa, che non amava apparire anzi stralciò documenti, lettere che avrebbero potuto mettere più in luce il suo ruolo attivo nella sua causa di liberazione dell’Italia dal dominio straniero. Particolarmente attenta alla condizione della donna non senza coraggio e andando contro ai dettami dell’epoca lottò assiduamente contro la prostituzione femminile, lotta che prese le mosse dall’Inghilterra ad opera di Josephine Butler. Linee guida del suo pensiero furono che la missione della donna doveva svolgersi principalmente nel suo privato cosa non del tutto arbitraria se si pensa che nella concezione mazziniana il privato è preparazione dell’impegno pubblico, che ideali e azione dovevano essere strettamente correlati, che l’emancipazione femminile doveva considerarsi sia come il raggiungimento di virtù individuali e civiche sia considerando che uomini e donne in quanto creature umane senza distinzione hanno pari dignità, diritti e doveri di fronte alla legge eterna di Dio. Il saggio dedicato a Piero Maroncelli curato da Mirtide Gavelli vice-direttrice del Museo del Risorgimento di Bologna da ampio spazio alla biografia del forlivese descrivendo dettagliatamente gli anni della sua formazione, il suo impegno nella Carboneria, la sua lunga reclusione allo Spielberg e l’esilio che lo porterà a terminare i suoi giorni negli Stati Uniti poco più che cinquantenne. La vita del Maroncelli non fu facile anzi fu oscurata da numerosi fatti drammatici a partire dalle condizioni economiche non felici della sua famiglia d’origine, alla detenzione alla Spielberg che lo minò nel fisico e nello spirito, all’esilio più o meno volontario sempre amareggiato dalla miseria, dalla malattia e dalla lontananza dalla sua amata Italia. Musicista, poeta, amico di Silvio Pellico con il quale condivise il periodo di detenzione prima della grazia concessagli dall’imperatore d’Austria e Ungheria  Francesco I Maroncelli fu in un certo senso messo in ombra dall’amico che scrivendo Le mie prigioni in un certo senso lo obbligò moralmente per non mettersi in concorrenza a non scrivere le proprie memorie se non delle aggiunte al volume più celebre del Pellico. Ecco leggere uno di questi saggi è un modo partecipe e consapevole di partecipare ai festeggiamenti del 17 marzo, un modo per riflettere e farsi opinioni personali e proprie di un tema che per quanto ad alcuni possa sembrare fuori moda, ci coinvolge tutti in prima persona. Il prezzo non è eccessivo, 10 Euro, un invito alla lettura.         

:: Intervista a Matteo Righetto, il Devil Dog della letteratura italiana a cura di Valentino G. Colapinto

10 febbraio 2011 by

righettoMatteo Righetto è nato nel 1972 a Padova, dove vive e insegna Lettere alle scuole superiori. Ha pubblicato Savana Padana (Zona, 2009) e nello stesso anno ha cofondato il movimento letterario Sugarpulp con la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler. È appena uscito il suo secondo romanzo Bacchiglione Blues (Perdisa Pop, 2011), ambientato come sempre nella Bassa Padovana. 

Com'è nato il movimento letterario Sugarpulp e quali sono le sue caratteristiche? In cosa vi sentite diversi dai noiristi degli anni '90 come la Scuola dei Duri di Pinketts o il Gruppo 13 di Lucarelli, Macchiavelli, Fois, ecc.?

Sugarpulp è nato da un'amicizia tra me e Matteo Strukul e dalla comune idea di creare una sorta di manifesto che contemplasse la quintessenza di alcune dimensioni letterarie che hanno sempre incontrato il nostro gusto, come certe voci di genere americane, innestate però sul nostro territorio, a nostro parere troppo spesso dimenticato dagli scrittori del nordest. La barbabietola infatti è il simbolo che abbiamo scelto per rappresentare un prodotto tipico della pianura padano-veneta.

Io personalmente non mi sento noirista (tra l'altro in Italia vi è stato nel corso degli ultimi anni un abuso imbarazzante del termine “noir”: quando penso che perfino Cammilleri è definito noirista mi viene da ridere…). Io mi sento semplicemente un narratore, che cerca di raccontare storie forti, politicamente scorrette, con la speranza di scuotere i lettori, smuoverne le emozioni. Perché credo che la buona narrativa abbia il compito di far provare vibrazioni forti, smuovere, anche “percuotere”. Perché no? 

Nei tuoi romanzi c'è un forte legame con la tua terra d'origine, il Veneto e per l'esattezza la Bassa Padovana. Anche il tuo prossimo noir sarà ambientato da quelle parti oppure hai in mente qualcosa di completamente diverso?

Io racconto il Veneto perché, nonostante nella mia vita abbia viaggiato molto, questa è la mia terra e questa terra voglio raccontare. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato sempre in Veneto, ma sarà tutta un'altra cosa… 

Cosa ne pensi dell'attuale panorama del noir italiano? Ritieni fondate le accuse da parte di alcuni di omologazione e conformismo, sintetizzate nell'ormai famoso “Commissario Cliché”, epitome di tanti malinconici investigatori di provincia politicamente corretti?

Non penso niente se non il fatto che è pieno di libri che si assomigliano, questo lo penso eccome. 

Si è parlato a proposito dei tuoi libri di polenta-western. Personalmente mi hanno anche un po' ricordato i western pugliesi di Omar Di Monopoli, autore che tu stesso apprezzi e hai contribuito a far conoscere. Ritieni che la contaminazione con il western e più in generale il pulp possa fornire nuova linfa vitale al noir italiano?

Io adoro Di Monopoli, non ne ho mai fatto mistero. È una delle voci narrative più originali, forti e suggestive che ci siano in circolazione. Certo, il western, il pulp sono fondamentali per reinventare il noir. D9altronde, è proprio per questo che io e Strukul abbiamo dato vita a Sugarpulp, no? 

Quali sono i tuoi modelli ispiratori? Oltre Lansdale e Gischler, ovviamente…

I miei modelli sono molti, e non solo letterari. Limitandomi però a qualche nome fra questi ultimi, a parte Lansdale (che mi ha soprannominato Devil Dog) dico: Mark Twain, Jack London, Pancake, Caldwell, Faulkner, Leonard, Brautigan, Cormack McCarthy, Fante. Praticamente tutti americani. 
 

Valentino G. Colapinto 

IL MANIFESTO DI SUGARPULP

(www.sugarpulp.it) 

“Sugarpulp affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita.

Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcolico, più tossico, più anfetaminico.

Sugarpulp è narrazione a duecento all'ora, è scrittura montata in modo ipercinetico, è dialogo-azione-dialogo-azione, è un modo di scrivere che mescola il linguaggio cinematografico della sceneggiatura con i profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche, le osterie, i colli, gli ippodromi, il mito della Romea e del Delta.

Sugarpulp non accetta le storie di riflessione, i solipsismi, le contemplazioni dell'ombelico. Sugarpulp vuole mandare a memoria la lezione americana della spettacolarizzazione della scrittura, prendendo a modello le nuove avanguardie di una new wave a stelle e strisce che annovera nelle sue file autori di grande successo come Cormack McCarthy, Joe Lansdale, Victor Gischler, Elmore Leonard. Sono solo alcuni esempi, certo, ma i modelli citati costituiscono il calco di un imperativo: creare una narrativa giovane, fresca, veloce, che racconti storie slabbrate, rabbiose, piene di humour nero e dissociazioni mentali.

Le storie Sugarpulp sono girandole impazzite, sono pastiche di piombo e noir, di tradimenti e devianze, sono la nuova grande frontiera di uno scrivere che vuole celebrare la liturgia di una terra e una realtà sociale tipiche del Nordest.

Perché il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più – da oggi – un Paese per vecchi.” 

Matteo Righetto e Matteo Strukul

Intervista con Carla Gozzi e Enzo Miccio autori di Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look.

9 febbraio 2011 by

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Benvenuti Carla e Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un vero piacere per me iniziare questa simpatica serie di domande. Allora iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi ai nostri lettori.

Carla Gozzi: Carlà (come la premiere dame Sarkosy) per i colleghi e il mio direttore creativo… perché mantengo sempre  il  controllo della situazione  anche quando tutto è un caos come il backstage della sfilata!

Enzo Miccio: Enzo Miccio? Si! Quello alto, magro e pelato… Quello intransigente, rompiscatole, perfezionista sempre “alla ricerca del bello perduto”.

Ognuno mi racconti pregi e difetti dell’altro.

CG: Enzo un perfezionista un vero… rompiscatole… 🙂

EM: Grande professionalità, dedizione, puntualità… ma e’ troppo “buona”… neanche noi siamo perfetti!

Siete famosissimi grazie al programma Ma come ti vesti? Un simpatico format dove rifate il guardaroba di ragazze che per un motivo o per l’altro trascurano il proprio aspetto, carta vincente nei rapporti con gli altri. Quanto conta l’immagine? E’ davvero così lontana dalla sostanza?

CG: L’immagine fa il monaco! È l’unico modo di comunicare di oggi… in un mondo di visivi!

EM: L’immagine va a braccetto con la sostanza. Il primo modo di comunicare con gli altri e’ attraverso la propria immagine. Credo molto nella sostanza ma la forma in certi casi e’ una sorta di doveroso rispetto verso se stessi e gli altri.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altro.

CG: Ci siamo conosciuti su set di “ma come ti vesti?!” e ricordo di Enzo il suo ascot chicchissimo al collo!

EM: La casa di produzione stava selezionando una partner da affiancarmi in questa nuova avventura e ne ho conosciute diverse altre prima di lei… che naturalmente ho “fatto fuori”… poi e’ arrivata Carla ed e’ stato subito amore!

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti.

CG:Direi  che il dietro alle quinte per noi non ha segreti… ci diciamo sempre tutto! È questo che ci rende così forti come coppia!… però vediamo magari Enzo ha qualche sassolino…?!

EM: No, non ci sono cose non dette, ci diciamo davvero tutto anche quando prima di andare in onda, fuori dal camerino, ci guardiamo e ci diciamo: Ma come ti Vesti? 🙂 Ridiamo un sacco!

La moda non è solo apparenza, è molto di più, è una forma d’arte, un modo per esprimere la propria personalità, per ispirare fascino, bellezza, armonia. Cosa rende davvero un uomo o una donna elegante?

CG: L’eleganza è naturalezza, armonia, notare le persone, rendersi conto di loro perché rimane un mood un sogno un’ apparizione… come Grace Kelly,  Jacqueline Kennedy, il duca di Windsor…

EM: Nulla! L’eleganza purtroppo non può essere conquistata indossando un abito di gusto e raffinato. L’eleganza e’ quella dote innata che si esprime in mille forme e che rende un uomo o una donna speciale quando entra in un ristorante, quando scende da un auto, quando parla, quando sta a tavola… Un abito può solo essere indossato con eleganza!

Datemi una vostra personale definizione di fascino.

CG: Lo noti, la noti, colpisce la tua attenzione,  ti attira,  e in fondo… non sai perché… fantastico!!

EM: Il fascino e’ il risultato di una serie di componenti che si fondono con armonia ed equilibrio: eleganza, buon gusto, autostima, sicurezza, intelligenza, femminilità/virilità.

Per Rizzoli è da pochi mesi uscito il vostro libro Ma come ti vesti?! Regole, trucchi e suggerimenti per non sbagliare mai look. Un vero e proprio vademecum pieno di consigli, suggerimenti, una vera e propria scuola illustrata di tutto ciò che una donna deve avere nel proprio armadio. A chi è venuta per prima l’idea di scriverlo? Ce ne volete parlare.

CG:Ad entrambi! Ci siamo detti… prima lo stile lo raccontiamo in televisione poi lo mettiamo nero su bianco… e … forse finiremo di vedere quegli orrori per le strade?  Ci siamo detti!

EM: E’ stato magnifico quando la Rizzoli ci ha proposto il progetto. L’abbiamo accolto con entusiasmo e gli abbiamo dedicato tempo e cura. Ore e ore dal vivo io e Carla o appuntamenti telefonici notturni dove parlavamo della lunghezza di una gonna, la trasparenza di un organza, la trama di un pizzo… folli ma felici di poterci dedicare ad un progetto che ci coinvolgeva totalmente a quattro mani apportando tutto il nostro bagaglio personale e professionale. Il momento più divertente? La scelta dei tessuti. E’ stato bellissimo abbinare colori e tessuti alle diverse occasioni d’uso.

Consigli per le ragazze un po’ pienotte. Cosa smagrisce, tessuti, tagli, abbinamenti?

CG: Tolgono una taglia i colori scuri, il nero, i tacchi, i capi interi e non spezzati, i modelli scivolati e non aderenti i tessuti fluidi come la viscosa la seta.

EM: Ti direi d’impulso tutto ciò che e’ indossato con disinvoltura ma aggiungo anche che il jersey e’ un amico fedelissimo, che le ruches sono bandite, che i drappi sono vietati, che il plissé va dimenticato, che la stampa floreale va usata con cautela, che le mini solo se i polpacci non somigliano a due prosciutti cotti e il bianco solo dietro prescrizione di Enzo e Carla.

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

CG: Per ultimo “La versione di Barneys” di Richeler.

EM: Tutto ciò che leggo o per meglio dire che leggo fino alla fine mi emoziona, mi diverte, mi fa sognare, piangere o ridere. Ho pochissimo tempo libero purtroppo e tutto ciò che decido di leggere deve essere “terapeutico” sia esso Baudelaire o una ricetta per il tiramisù … In ogni caso adoro Buzzati, Bassani ma anche la Kinsella naturalmente!

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

CG: Il più divertente… per me… quando un noto buyer internazionale che era in show room da me e che rimaneva in Italia per lunghi periodi mi disse… sai ho visto per un attimo una trasmissione ieri sera in tv… non so cosa fosse ma parlavano di moda  e lei ti somigliava tantissimo!! Potresti pensarci anche tu a mostrati in televisione! In fondo il mestiere ce l’ hai! Meglio di quella lì… di sicuro! Con un italo-inglese buffissimo!

EM: Aneddoti mille, non dimenticare che organizzo matrimoni quindi ne vedo quotidianamente di tutti i colori… Sposi che non arrivano e che devo andare a cercare, spose in preda a crisi di panico o meglio di ripensamento, invitati non sempre con un look appropriato etc…

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

CG: No non litighiamo mai… al  limite dissentiamo… sulle scelte reciproche di stile… ma poi alla fine le strade parallele convergono! Ed esce “Ma come ti vesti?!”

EM: Mai.

:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2011 by

La notte dell'AquilaLa notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009  ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.

:: Rusty dogs: i cani arrugginiti del fumetto made in Italy. Intervista a Emiliano Longobardi

8 febbraio 2011 by

logo_di_Mauro_MuraBenvenuto Emiliano su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sceneggiatore, libraio, appassionato di fumetti, forse non in quest’ordine. Classe 1972, titolare della libreria Azuni di Sassari. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Emiliano Longobardi? Pregi e difetti.
 
Leggo fumetti, scrivo fumetti, scrivo di fumetti, vendo fumetti. Fra queste attività cerco di trovare il tempo anche per la vita privata. E per i libri. E per il cinema. E per la musica. E per il teatro. E per lo sport. E per imparare a fotografare (ma qui la vedo estremamente ardua).
 

05_-_Lelio_BonaccorsoLa passione per il fumetto ti ha portato ad ideare un progetto ambizioso e in un certo senso temerario come Rusty Dogs. Raccogliere le matite più affilate del “west”per raccontare storie crime-noir. Storie dure, politicamente scorrette, ruvide come la cartavetrata. Quando e come ti sei detto perché non iniziamo questa avventura?
 
Autunno 2008. Più per gioco che per la reale intenzione di coinvolgere tutti i disegnatori che poi hanno accettato, ho provato a immaginare uno staff di autori che potesse rendere al meglio determinate atmosfere. Man mano che procedevo con l’elenco, però, il livello di autosuggestione è stato talmente alto che ho deciso di partire davvero e di tentare l’approccio con i disegnatori, contattandoli – scaramanticamente – uno per volta. Alla fine – a parte qualche eccezione – hanno accettato tutti quelli che ho contattato. E’stata – e continua a essere – una bellissima soddisfazione e si è creato un debito morale nei loro confronti estremamente grande, dato che – per l’amatorialità del progetto – hanno tutti accettato di contribuire gratuitamente alla sua realizzazione. Dire che la mia gratitudine nei loro confronti è sconfinata, è solo un pallido eufemismo.
 
Rusty Dogs potrebbe essere tradotto come cani arrabbiati, mi viene in mente ringhianti ma magari è una mia licenza poetica. Da dove nasce questo nome?
 
Arrugginiti è la reale traduzione migliore, per me. Il cane è una metafora, la ruggine una condizione esistenziale. Il resto spero riescano a raccontarlo le storie.
 

06_-_Giuliano_GiuntaCome sei riuscito a coinvolgere tanti nomi famosi del fumetto, gente come  Joachim Tilloca, Andrea Del Campo, Riccardo Torti, Werther Dell’Edera, Marco Soldi ti cito i primi nomi che mi vengono in mente ma ce ne sono molti altri di pari impegno e bravura?
 
Sì, sono tanti e sono tutti molto bravi, anche perché, se così non fosse, molto difficilmente la maggior parte di loro lavorerebbe oggi per i migliori editori italiani e internazionali: da Bonelli, Aurea, Star Comics a Marvel, DC Comics, Image, passando per un bel po’ di editori francesi.
Per tornare alla prima parte della domanda, quella riguardante il “come”, penso sia dipeso dalla bontà dell’idea di fondo, dalla fattibilità in termini di impegno richiesto e dalla fiducia (quando non amicizia personale, in certi casi) reciproca.
 
Quali sono le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare? 
 
Sto continuando ad affrontarle e dipendono tutte dalla mia inesperienza nel gestire un progetto tanto articolato: riuscire a dare continuità alle uscite. Sto con grande fatica cercando di porre rimedio, ma non voglio nemmeno che questo possa pesare nella spontaneità del processo creativo.
 
Siete una realtà famosa online. Vi è mai nata la tentazione di diventare un fumetto di carta?
 
Rusty Dogs nasce per stare sul web, quindi – programmaticamente – non aveva altro obiettivo se non quello di consolidarsi in quell’ambiente e di trovare lì un suo pubblico.
Questo non significa – però – che in futuro le cose non possano cambiare. Se così sarà, ci divertiremo a dare una nuova forma al progetto, in caso contrario la questione non verrà vissuta come una diminutio.
 

09_-_Joachim_TillocaCome nascono le tue sceneggiature? Parlami proprio del processo creativo?
 
Le storie di Rusty Dogs sono tutte leggibili singolarmente e senza un ordine predeterminato, anche se alcuni elementi che le sottendono spero riescano a restituire al lettore – se non già ora dopo nove episodi, almeno nel prossimo futuro – la sensazione che facciano tutte parte di un disegno più ampio.
Ogni storia nasce con l’intenzione di inserirsi in un territorio narrativo individuabile a cavallo fra il noir e il crime e quindi di aderire a determinati canoni/archetipi e con l’impegno di evitare gli stereotipi. Inoltre, le storie sono e saranno tutte molto brevi (massimo quattro pagine).
Io cerco di muovermi all’interno di questi argini col massimo della libertà di cui sento bisogno e col desiderio di coinvolgere ogni volta il disegnatore in un percorso – per quanto breve – che lo appassioni e lo diverta dal punto di vista espressivo. Ad aiutarmi, il bagaglio che ho accumulato finora in termini di fruizioni narrative (fumetti, libri, cinema, musica, fotografia) e di vita.
Dopo che individuo cosa voglio raccontare e con chi, l’idea e la sceneggiatura passano ad Andrea Toscani, che svolge con indomita attenzione e scrupolo il ruolo di editor. Andrea mi fornisce una serie di commenti riguardo ciò che per lui funziona o meno nella storia, poi mando la storia al disegnatore e aspetto che venga disegnata. Una volta che le pagine sono pronte, entra in scena un’altra figura fondamentale di Rusty Dogs, Mauro Mura. Mauro, oltre ad aver creato il logo della serie e a curare graficamente il blog, è anche il letterista di tutte le storie: un impegno non da poco che svolge con grande bravura.
 
Ti sei occupato di critica fumettistica. Per che testate hai lavorato? E’ un esperienza che continua?
 
Cominciamo dalla fine: no e non continuerà. Sono stato nel gruppo fondatore di due delle esperienze critiche più “vecchie” del web, Rorschach e Comics Code. Sono attualmente entrambe offline, ma torneranno a breve come “archivi” statici e non aggiornabili. E’ stata un’esperienza quasi decennale straordinariamente arricchente, stimolante e appassionante, oltre che divertente. Però ha avuto un inizio e ha avuto una fine perché è stata più forte la voglia di scrivere fumetti piuttosto che di scriverne.
 

07_-_Michele_BeneventoParlando più genericamente del fumetto cosa ne pensi dell'attuale mercato editoriale?
 
Urca… una domanda che meriterebbe due giorni di riflessione per una risposta articolata a dovere. E non so nemmeno se avrei tutti gli strumenti necessari per un’analisi precisa. In ogni caso, in termini molto generali, il mercato editoriale italiano si estende prevalentemente in due aree: quella delle edicole e quella delle librerie/fumetterie. Nel primo caso, si tratta di una dimensione in cui emergono prepotentemente due realtà, quella della Sergio Bonelli Editore e quella della Disney, seguite da altre piuttosto consolidate come Panini Comics, Star Comics e Aurea Editoriale (che ha ereditato il patrimonio di titoli e l’esperienza della trapassata Eura Editoriale).
Riguardo il mercato delle librerie e delle fumetterie, invece, le prime solo di recente si sono aperte con un minimo di fiducia al fumetto non legato ai grossi personaggi e autori della tradizione italiana, e stanno dando sempre maggior spazio ad autori, opere e case editrici che non sono riuscite a trovare nelle fumetterie un interlocutore soddisfacente. Queste ultime, però, stanno pagando oltremodo il ritardo con cui i loro distributori di riferimento stanno aggiornando le condizioni di vendita, in termini soprattutto di agevolazioni (leggi diritto di resa) e dilazioni di pagamento. La miopia distributiva sarebbe il meno, se solo non fosse più che lecito il sospetto di una scelta programmatica dietro questo ritardo: avere 2/3/400 fumetterie che acquistano senza diritto di resa è un’opzione cui editori e distributori difficilmente rinunceranno.
 
Parlando invece di webcomic pensi che la tua iniziativa potrà essere una sorta di apripista per altre iniziative del genere?
 
Rusty Dogs si è inserito in un camminamento iniziato, percorso e allargato già da tante altre realtà: rimanendo circoscritti al solo panorama italico, esistono da anni tanti altri fumetti online (Eriadan e A Panda piace sono sicuramente i più conosciuti, giusto per fare dei nomi). Se ha un punto di originalità, Rusty Dogs forse ce l’ha nel metodo produttivo: a mia memoria non era ancora stato concepito un webcomic strutturato come Rusty Dogs (storie brevi autoconclusive, ma legate da una sottotrama) e con uno staff così cospicuo (oltre ai 41 disegnatori non sono certo pochi, anzi…).
 
Quale è in assoluto il libro a fumetti che più ti ha entusiasmato, che consiglieresti anche ad un profano che di fumetti non ne capisce una cippa?
 
Normalmente, da libraio, quando mi rivolgono questa domanda rispondo sempre nello stesso modo: si faccia attrarre da un volume girando per gli scaffali. Annusi, tocchi, sfogli. Sono un feticista del carotaggio autonomo come lettore e cerco sempre di convincere il cliente a fare altrettanto. Certo, c’è sempre il rischio di beccare qualcosa che non piace o peggio, ma c’è anche la possibilità di incrociare l’opera della vita. Io affianco il cliente e posso dare qualche informazione, qualche dettaglio, ma cerco sempre di interferire il meno possibile.
Immagino che questa non sia una risposta precisa alla tua domanda, quindi posso citarti due titoli che a me personalmente sono piaciuti tantissimo e che mi sento di caldeggiare. Sono due opere molto differenti fra loro per origine, percorso espressivo e finalità, ma che riescono a colpire a fondo: “Quaderni ucraini” di Igort (Mondadori) e la serie “Criminal di Ed Brubaker e Sean Phillips (Panini Comics).
 
E per finire progetti per il futuro, fumettisticamente parlando e non solo.
 
Come libraio, resistere. Resistere sempre. Riguardo la scrittura, invece, continuare e completare Rusty Dogs. C’è di che impegnarsi per tutto l’anno come minimo.

http://rusty-dogs.blogspot.com/

:: Intervista a Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

8 febbraio 2011 by

cosimo_argentinaCosimo Argentina è nato a Taranto il 22 luglio del '63, vive in Brianza dal '90. Ha pubblicato tra l'altro Il Cadetto nel 1999 (Marsilio), Bar blu Seves nel 2002 (Marsilio), Cuore di cuoio nel 2004 (Sironi, ristampato da Fandango Tascabili), Maschio adulto solitario nel 2008 (Manni) e il pamphlet Beata ignoranza nel 2008 (Fandango). 

Vicolo dell'acciaio è ancora una volta ambientato nella tua Taranto, nonostante tu viva in Brianza da ormai vent'anni, e ancora una volta la ritrae con spietata lucidità, come forse solo un emigrato o un esule può fare (penso al rapporto di Dante con Firenze, per esempio). Nel tuo romanzo Taranto viene esplicitamente descritta come un inferno. Il degrado omnipervasivo mi ha ricordato certe pagine di “Ultima Fermata a Brooklyn” di Hubert Selby jr., altro libro durissimo che non lasciava scampo. Sembra che tu abbia con la tua città natale un rapporto viscerale e indissolubile di amore-odio. Ci torneresti mai a vivere, se ne avessi l'opportunità? E come sono recepiti i tuoi romanzi dai tarantini?

Non credo che ci tornerei e non perché non ne abbia voglia, ma perché Taranto è cambiata e io pure e siamo cambiati in direzioni diverse, e forse non capirei più delle dinamiche che allora accettavo quasi per statuto. Oggi non ci riuscirei. I tarantini rispetto ai miei romanzi hanno atteggiamenti variegati, che vanno dall'apprezzamento incondizionato all'ignorare del tutto quello che ho scritto. Questo passando dai critici dell'ultim'ora, ai fan e agli scettici.  

I personaggi di Vicolo dell'acciaio sono molto legati alla loro terra. Innanzitutto, sono fieramente tarantini e disprezzano i provinciali, in secondo luogo sono attaccati al proprio quartiere e il protagonista-voce narrante Mino li identifica addirittura con il nome della strada e il numero civico del palazzo dove sono nati e vissuti. Per non parlare poi dei gechi, ossia gli adulti ormai fossilizzati addosso al loro muro, dove bevono birra e aspettano non si sa bene cosa. Sembra una visione verista del mondo, dove i fottuti di cui racconti le miserie sono condannati al loro sventurato destino fin dalla nascita. Come mai tanto pessimismo? E secondo te l'unica possibile salvezza per un meridionale rimane la fuga altrove?

Non è tanto una connotazione geografica quanto sociale. Il popolo, i lavoratori dipendenti, la carne da cannone vive in attesa che i giorni passino e finiscano le tribolazioni. Gente che vive per pagare l'affitto, i buoni pasto ai bambini e le cure mediche alla madre. Gente che non sa cos'è un fine settimana e neanche ha voglia di saperlo. Questo a Milano, Roma o Taranto. Il mio pessimismo nasce dalla consapevolezza che questo finto ottimismo dilagante, questa moda del benessere e del volersi bene ha generato solo porcherie. Il pessimismo ti fa stare all'erta e ti fa anticipare le situazioni, i disagi, i momenti difficili. Se poi non arrivano tanto meglio.   

Una tua cifra distintiva è lo stile molto personale e immaginifico, che mescola efficacemente il dialetto tarantino con una lingua più letteraria. Ma i tuoi lettori non pugliesi riescono a comprenderlo? E che riscontri hai avuto durante presentazioni o letture fatte al nord?

È normale che molti mi hanno detto: ehi, Argentina, se l'avessi scritto in italiano corrente questo libro avrebbe venduto molto di più. Ma io mi dico: come faccio? Una storia si sceglie da sola la lingua da adottare. Ho scritto romanzi in italiano pulito come Il cadetto, Bar blu Seves, Brianza vigila Bolivia spera, Viaggiatori a sangue caldo, racconti come Messi a novanta e i pamphlet Nud'e cruda e Beata Ignoranza.

Il dialetto l'ho usato per Cuore di cuoio, in minima parte per Maschio adulto solitario e per Vicolo dell'acciaio. Secondo me andavano scritti così e in giro a presentarli non ho avuto difficoltà anche perché, detto fra noi, io presento poco i miei libri e Vicolo ha avuto solo quattro presentazioni a tutt'oggi. 

Mai come in questi anni si stanno affermando tanti scrittori pugliesi sulla scena letteraria italiana, anche se il più delle volte si tratta in realtà di emigrati o “fuorisede”, come li chiama Mario Desiati. Oltre a lui, penso a nomi come Lagioia, Lattanzi, D'Amicis, Di Monopoli e tanti altri. Quali pensi siano le ragioni di questo fenomeno nuovo? E ritieni ci siano dei tratti

che vi accomunano?

Il motivo non lo conosco e la legge dei grandi numeri mi fa un certo effetto, perché credo che se si è in tanti non possiamo essere tutti fenomeni e allora andrebbe fatta una scelta più feroce senza sfruttare il trend del momento, che vede la narrativa pugliese sugli scudi.

Ma per i bravi credo ci sia sempre posto. I bravi devono poter scrivere. Se sono davvero bravi è giusto che siano apprezzati. Quanto ai tratti comuni non so bene, perché conosco abbastanza a fondo solo Carlo D'Amicis, che apprezzo e che mi piace come narratore, molto. Il tratto comune è la terra come terreno di battaglia delle storie… credo solo questo che già è molto. 

Ci puoi anticipare infine qualcosa sui tuoi progetti futuri? Tornerai a raccontare di Taranto oppure hai in serbo un grosso cambiamento rispetto agli ultimi romanzi?

Sto scrivendo una cosa per il teatro che credo non verrà mai rappresentata, ma lo faccio lo stesso. Poi ho un lavoro storico senza Taranto di mezzo e un romanzo dove Taranto torna ma non come unico scenario. Il percorso è iniziato con Il cadetto e arrivato a Vicolo dell'acciaio passando per Cuore di cuoio e Maschio adulto solitario; la considero una quadrilogia fatta e finita. Guardiamo avanti, dunque. 

Valentino G. Colapinto

:: Intervista a Fabio Musati autore di “Tramonto Falck” (Laruffa Editore) a cura di Cristina Marra

7 febbraio 2011 by

copertina musatiÈ un “romanzo murale” come lo ha definito lo stesso autore alla presentazione del libro presso la libreria “Libri e dintorni” di Villa San Giovanni (RC). “Tramonto Falck” (Laruffa Editore, pagg.203, euro 12,00) è un romanzo nato dentro e intorno le mura di cinta delle acciaierie Falck “il mantra della siderurgia privata italiana” e il plot si sviluppa dagli anni del boom economico ai giorni nostri attraverso le vicende di numerosi personaggi accomunati “dall’acciaio della Falck”.
Fabio Musati, già autore di testi di teatro e del romanzo breve “L’angelo nero”, vincitore del premio “Emozoni d’inchiostro”, rende il paesaggio urbano di Sesto San Giovanni e Milano protagonista di una storia che intreccia, suspense, sentimenti, lotta sociale, battaglie di classe, arte, solitudini, musica, cartoons, emigrazione. Come in un murale fatto di parole, il romanzo di Musati racconta un mondo, un microcosmo come quello del Villaggio Falck intorno alla fabbrica, con un ritmo narrativo serrato e un linguaggio diretto, incisivo. Il testo di Musati ben riassunto dalla copertina di Carlo Andreoli diventa disegno con l’intervento all’interno di alcuni capitoli della street artist Alessandra “Senso” Odoni. Fil rouge del romanzo è il colore. Dal bianco dell’abito nuziale desiderato dalla giovane operatrice ecologica Tori al grigio del cielo sopra Sesto San Giovanni, ai colori sgargianti dei murales fino al mix multicolore del tramonto che si vede dalla Falk.
 
Perchè “Tramonto Falck”?
“Come si legge nel romanzo: Tramonto Falck era il modo romantico con cui veniva chiamato quel curioso fenomeno di meteorologia industriale che rendeva Sesto una città marziana, dove nemmeno il cielo era uguale a quello delle altre città perché gli scarichi gassosi della Falck e della Breda di sera lo incendiavano con una serie di spumose strisce fucsia degradanti al rosa antico.
Ma è anche il tramonto di una generazione che aveva vissuto attorno all’acciaieria e il tramonto di un’epoca della civiltà industriale dove la cosa principale era fare, produrre. Oggi conta di più distribuire, organizzare, promuovere il proprio marchio, anche tramite un graffito su di un muro scrostato”.
 

BACKJUMP_(piccolo)Il linguaggio artistico è molto presente nel romanzo. Qual è il tuo rapporto con l’arte e com’è nato il tuo interesse per gli street artists?
“Mio padre era artista: pittore, illustratore e cartellonista pubblicitario, quindi sono cresciuto in mezzo ai bozzetti e ai libri d’arte. Io non sono un esperto d’arte, ma un semplice fruitore di bellezza. Così per la street art. Quei lavori sui muri mi colpiscono e mi sono chiesto cosa ci stava dietro, perché li facessero. Chi ha deciso di dichiarare guerra ai muri, quando e, soprattutto perché? È la domanda che si pone l’Ingegner Luini, uno dei personaggi del romanzo, ed è la stessa domanda che mi sono posto io. Allora li ho cercati, sono andato a vederli lavorare, ho discusso con loro, mi sono fatto spiegare le varie tecniche, le loro motivazioni. Ho scoperto un mondo aperto, curioso e disponibile. Con alcuni di loro è nata una bella amicizia: Fly Cat, Orticanoodles e Ale Senso”.
 
Dall’ingegnere Falck alla piccola Raffaella, nel tuo romanzo racconti e confronti diverse generazioni?
“Si incrociano tre generazioni, tutte all’ombra delle monumentali acciaierie. Chi ci ha lavorato e magari è morto sotto una colata, chi l’ha conosciuta solo come lugubre scenario di desolazione post-industriale che cerca di ravvivare spruzzandoci sopra il colore, chi domani la vedrà come un museo da visitare”.
 

BATTLEAIR_(piccolo)La comunicazione attraverso i murales, i cartelloni pubblicitari imbiancati, diventa una forma di denuncia contro gli status symbol dettati dalla moda e la società dell’apparenza?
“Credo che non sia compito della narrativa la denuncia. Chi narra punta il suo faro su una realtà. Se c’è denuncia questa deve scaturire nella mente del lettore, nell’interpretazione che ciascuno può dare della realtà che viene rappresentata. Quindi lascio parlare ancora una volta un mio personaggio, il Re di via Padova: Non è mai stata l’estetica, e purtroppo nemmeno l’etica, a governare questo mondo, piuttosto l’economia. Quella che si combatte a colpi di bombolette spray, affissioni pubbliche, divieti, ripuliture e rimbrattamenti è una battaglia economica di conquista di spazi urbani. Tra chi li compra e chi li fa abusivamente propri. Il fine è lo stesso: imporre la propria firma!”
 
Com’è nato il connubio con Ale Senso?
“L’ho incontrata tra i tanti street artists, ma lei più di tutti gli altri si è interessata al progetto, ha voluto leggere il manoscritto, mi ha dato dei consigli. Poi sono andato con lei dentro un ospedale psichiatrico abbandonato e l’ho osservata lavorare a un grosso murales per un intero pomeriggio. Me l’ha chiesto lei di illustrare il libro e io sono stato felice. Penso abbia fatto un ottimo lavoro”.
 
Stai presentando il romanzo in tutta Italia che differenze trovi nei lettori da nord a sud?
“E’ presto per dirlo. Trovo interesse ovunque, ma ho avuto ancora pochi ritorni da lettori che abbiano letto il romanzo. Se vuoi, ne riparliamo tra qualche mese.”

:: Recensione di Disastri di Daniil Charms a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2011 by

DisastriDecisamente non avevo mai letto niente del genere. Daniil Charms è una scoperta che mi ha lasciato decisamente interdetta. Quando ho aperto Disastri, edito da Marcos Y Marcos e tradotto dal russo da Paolo Nori, mi aspettavo un comune libro di racconti, forse bizzarri, forse ironici o parodistici, degni dell’avanguardia letteraria russa del Novecento, ma non ero decisamente pronta ad inoltrarmi in un fitto bosco di nonsense, in cui il senso logico, la banale e ovvia quotidianità, vengono plasmate e divelte portando il lettore a confrontarsi con l’assurdo e il paradossale. Disastri raccoglie in ordine sparso, non so se esattamente cronologico, una ridda di racconti brevi, alcuni brevissimi, alternati  a stralci delle sue lettere, a frasi estrapolate come schegge dal suo diario. Nel breve discorso introduttivo Nori segnala che i testi scritti in tondo sono opere di Charms mentre quelli in corsivo sono scritti autobiografici, ma a dire il vero la differenza è davvero minima. Sono testi bislacchi, sconclusionati, grotteschi, divertenti; il racconto che inizia con “C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov ” mi ha fatto ridere con le lacrime agli occhi, testi che mi hanno incuriosito e spinto a fare ricerche più approfondite sul suo autore. Così ho scoperto che Daniil Charms, autore culto per molte generazioni, era davvero un personaggio singolare, avvolto da un’aura tragica, se pensiamo che visse praticamente in miseria, perseguitato dal regime stalinista che lo accusava di aver tradito la causa socialista e gli procurò carcere, confino e internamenti in manicomio, dove morì nel 1942. Anarchico, beffardo, tragico, eccentrico, geniale, folle, surreale Charms è sicuramente un poeta che ha usato la scrittura per rivendicare il suo diritto alla libertà espressiva totale e senza condizionamenti e compromessi. Avventuroso e casuale il modo in cui si sono salvati i suoi scritti contenuti in una valigia e portati in salvo da un amico, il filosofo Jakov Druskin, che letteralmente la raccolse dalle macerie della sua casa bombardata, durante l’assedio di Leningrado.

Daniil Charms, nato a Pietroburgo nel 1905 e morto nel 1942, è diventato, a partire dagli anni Settanta, uno degli scrittori russi per adulti piú letti e piú pubblicati. La sua fama si deve a un sodale, Jakov Druskin, che durante l’assedio di Leningrado salvò dalle macerie della casa bombardata di Charms la valigia che conteneva i manoscritti dell’amico.