:: Recensione di Nessun futuro di Luigi Milani

6 febbraio 2011 by

cover-nessun-futuroIl rock, si sa, più che una musica, è una vera e propria religione, con sue proprie divinità, suoi adepti, un suo culto, se no non si spiegherebbero le tante urban legends legate alle cosiddette false morti di alcune delle più amate rockstar di sempre. Ammettiamolo, chi, anche solo per un attimo, non si è immaginato Jim Morrison vivo e vegeto entrare in un bar in incognito per farsi una pinta di birra e brindare al fottuto show biz, il cui mantra sembra essere “The show must go on”. O il mitico Elvis, classe 1935, vestito di tutto punto con lustrini e paillettes mimare la mossa ancheggiante dei fianchi, che ha scandalizzato tanti benpensanti anni 50. Per non parlare di Michael Jackson comparso redivivo anche in alcuni video amatoriali. Il rock è un culto che crea e divora i suoi idoli, ma resta e resterà uno dei più potenti inni alla vita della storia dell’umanità. E appunto la morte si tenta di esorcizzare immaginandosi che tante rockstar non siano davvero morte, ma vivano in qualche paradiso tropicale in compagnia di bellezze mozzafiato e cocktail con gli ombrellini di carta. Starei ore a parlare di rock ma sono qui per segnalarvi l’ultimo libro di Luigi Milani Nessun futuro uscito per Casini Editore e dal 31 gennaio disponibile in tutte le librerie, che come ogni storia legata al rock che si rispetti ha per tema l’abisso, il caos primordiale in cui ognuno di noi è sempre ad un passo dal precipitarvi dicendo che in fondo non c’è nessun futuro e invece incredibilmente, sovrumanamente, un futuro c’è sempre. La trama di Nessun futuro ha al centro Phil Summer, leader carismatico della band punk rock Chaos Manor, un’ icona del rock all’apice del suo successo, una sorta di eroe romantico alla Byron, bruciato dall’amore per la sua arte fino all’autodistruzione, come afferma l’autore in una recente intervista. Tutto ruota intorno alla sua misteriosa scomparsa finchè un cadavere carbonizzato viene rinvenuto nella metropolitana di Londra. Frettolosa identificazione, susseguirsi di conferme e smentite, ipotesi che tutto sia una montatura, è il via per l’inevitabile corollario di tesi complottistiche legate alla morte tragica e misteriosa di una rockstar. Da quel momento infatti il mondo dello show business si scatena. Litri e litri di inchiostro sulle prime pagine di tutti i giornali, notiziari deliranti, fans in lacrime e gramaglie, impennata di vendite postume da far arricchire generazioni di discografici, retroscena legati a droga, morti tragiche di fidanzate legate a riti voodoo, crisi artistiche e litigi all’interno della band. Tutto un copione già visto ma c’è chi non ci sta. Molti anni dopo Kathy Lexmark, vee-jay di un noto canale televisivo americano dedicato alla musica, molto simile a MTV, incasinata e stanca delle continue frustrazioni che le riservano i perversi meccanismi che regolano i mass media, viene incaricata dalla sua emittente di raccogliere materiale per uno special su Phil Summer e così inizia ad indagare sulla sua assurda scomparsa, che presenta risvolti decisamente inquietanti. Riuscirà a scoprire la verità? Chi era davvero Phil Summer? E’ davvero morto?  Questi sono gli interrogativi che terranno il lettore inchiodato alle pagine, fino al finale sconcertante e in un certo senso inevitabile. Pregio di questo libro, oltre alla suspence tipica del giallo che regge ben tre quarti dell’intreccio narrativo, è la capacità di mostrare un dietro le quinte del mondo del rock davvero inedito, e non mediato dai falsi stereotipi creati dai mass–media. E infine una spruzzata di sovrannaturale dona un che di mitologico al tutto e sembra quasi che l’ anima inquieta e speriamo non dannata di Kurt Cobain aleggi nelle sue pagine e se è vero come dice l’autore che praticamente il libro si è scritto da solo diventando quasi tiranno per chi crede nel sovrannaturale e facile immaginarsi che proprio Cobain abbia soffiato nelle orecchie di Milani parlandogli di musica, amore, morte e risurrezione.
Segnalo anche che sull’ultima pagina troverete un codice che se inserito sul sito www.casinieditore.com vi darà l’accesso a contenuti esclusivi.

Nessun futuro di Luigi Milani, Casini Editore, 2011, Prezzo Euro 12,90

:: Recensione di Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni

4 febbraio 2011 by

KinshasaCOPERTINALe bestie Kinshasa Serenade, edito da Momentum Edizioni, giovane casa editrice di Milano diretta da Massimo Di Gruso, e scritto con combattiva passione dallo scrittore Lorenzo Mazzoni, è sicuramente un libro che farà discutere o per lo meno aprirà gli occhi di molti sulla situazione vissuta in Congo, sulla drammatica realtà e sulle atroci ripercussioni di uno dei più cruenti conflitti dimenticati dell’Africa. Conflitto che non dobbiamo aver paura di descrivere con i connotati del genocidio. Il bilancio delle vittime è di quasi sei milioni di morti e un milione e mezzo di profughi e la cosa più drammatica se si può trovare qualcosa di più drammatico di stupri di massa, saccheggi e massacri è la totale indifferenza e ignoranza nel quale è sepolto. I mass media tralasciano colpevolmente di informarci su questi fatti essenzialmente perché le colpe dell’occidente sono manifeste e ingiustificabili e non sono certo i seimila soldati dell’ONU capaci di farci fare bella figura nel processo di pacificazione. Il genocidio in corso infatti affonda le sue radici sin dalla seconda metà dell’ottocento e scorre di pari passo con i danni causati dal colonialismo più selvaggio, storia inenarrabile di depredazioni, devastazioni, saccheggi di ricchezze naturali di cui il continente africano è ricco. Per saperne di più segnalo Gli spettri del Congo Re Leopoldo II del Belgio e l’Olocausto dimenticato del giornalista  e scrittore americano Adam Hochschild.
Sottile, circa cento pagine, Le bestie Kinshasa Serenade è un pugno nello stomaco, un grido di dolore che tenta di scuotere le coscienze e spingere ad un dibattito, una riflessione, un civile raffronto con la realtà. Mazzoni utilizza un linguaggio crudo, realistico, non ci risparmia gli aspetti più duri della miseria, della povertà, della violenza, della disperazione. Non ci risparmia nemmeno lo squallore e i disgustosi traffici di uomini che su queste miserie speculano portando avanti traffici come il commercio di organi, il contrabbando di pietre preziose, e tutto quello che può generare un profitto mettendo da parte anche la più minima forma di moralità o di buon senso. Ambientato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, prima che i ribelli entrassero nella città e tentassero il colpo di stato, è una sorta di squarcio ad un passo dall’abisso dove nel ricco quartiere di Gombè tra l’incoscienza e l’irresponsabilità si passa il tempo tra feste e lo scorrere di litri di alcolici. Personaggi principali di questo dramma sono alcuni occidentali giunti nell’inferno del Congo per i più svariati motivi, alcuni per aiutare, medici disillusi con alle spalle storie irrisolte che tentano di tenere in piedi ospedali fatiscenti, giornalisti che ancora credono che documentare e narrare porti a cambiare le cose, altri essenzialmente per speculare sulle miserie degli altri, personaggio emblematico di tutto questo orrore nell’orrore è senz’altro Jakov Cohen, membro dei Servizi Segreti sudafricani e faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino.  Il clima greeniano che si respira è inconfondibile, l’autore dice di aver letto durante la stesura Il Nocciolo della questione, io ho trovato molti echi dei Commedianti. Con i connotati della più classica spy-story Mazzoni ci presenta un’ opera di forte impegno, un duro atto d’accusa contro la guerra, il colonialismo e il razzismo. Tragico e tristemente attuale, quasi un dovere morale leggerlo.

Le bestie Kinshasa Serenade di Lorenzo Mazzoni, Momentum Edizioni, 2011, 122 pagine, brossura prezzo Euro 10.00

:: Recensione di Le Beatrici di Stefano Benni a cura di Maurizio Landini

3 febbraio 2011 by

beatriciStefano Benni – Le Beatrici  (edito da Feltrinelli – collana ‘I Narratori’, Milano, 2011, pagine 94) 
Recensione a cura di Maurizio Landini
 
"Io non ho età, sono come una dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima."
(Stefano Benni – Vecchiaccia in Le Beatrici)
 
Cinque attrici di talento -Gisella Szaniszlò, Elisa Marinoni, Valentina Chico, Alice Rondini e Valentina Virando- hanno messo in scena una serie di monologhi inediti di Stefano Benni, raccolti in Beatrici, uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell'Arcimboldo, a Genova. I monologhi teatrali possiamo leggerli nell’omonimo testo edito Feltrinelli, dove troveremo anche alcune poesie e ballate scritte dall'Autore nell'arco di dieci anni.
 
   Le Beatrici è buono, dolce, romantico ma anche cattivo, acido e porco. È stramaledetto e che Dio lo benedica. È ancora Benni, il Cercatore di perle, siano esse poesie, racconti o monologhi teatrali. Ancora lui a regalarci sogni, mele avvelenate e specchi, a farci sghignazzare o piangere. A farci vivere di pensieri, a staccarci per un po' dai nostri laptop, dalla ultima news, dai vecchi col fard e dai culi più o meno generosi.
   Suore o presidentesse, mocciose o vecchiacce, le Beatrici sono vive.  
   Le donne oggi più che mai hanno da parlare. E, dannazione, ascoltiamole per una volta!
 
   Nota per gli (aspiranti?) scrittori del fantasy: leggetevi lo splendido monologo (a una o tre voci) Mademoiselle Lycanthrope.

:: Recensione di The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2011 by

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan ElliotMesi fa avevamo recensito un esauriente saggio della studiosa Cristina Greco, che analizzava come il fumetto può non solo essere una forma di intrattenimento ma veicolare anche temi importanti rivalorizzando la memoria culturale con lo scopo più o meno esplicito di educare (qui). Mentre Maus raccontava la Shoa e Palestina parlava del conflitto arabo-israeliano, The Rabbits tratta il tema del colonialismo senza espliciti riferimenti a fatti storici precisi anche se sono più che evidenti le analogie con la storia del colonialismo in Australia. Più che un fumetto a dire il vero è un libro illustrato scritto da John Marsden e illustro da Shaun Tan, entrambi australiani e  pubblicato lo scorso ottobre da Elliot, una favola non destinata ai bambini dalle forti connotazioni simboliche raccontata dal punto di vista dei colonizzati. Un narratore invisibile infatti portavoce di un popolo oppresso e devastato racconta con tono epico da leggenda l’arrivo di misteriosi visitatori, dei conigli, non molti, molti gentili, che suscitano nei nativi curiosità non ostante l’avvertimento degli anziani di stare attenti. L’incontro in un primo tempo amichevole prende subito i connotati di una vera e propria invasione, a volte si combatte ma gli invasori sono troppi, i nativi perdono sempre. Il libro accusato di fare propaganda politica dalle frange più estreme della destra conservatrice ha vinto numerosi premi in Australia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è usato come testo di studio nelle scuole secondarie. Oltre che per il suo valore artistico di notevole pregio, le illustrazioni sono tratte da dipinti in acrilico, olio su canvas, inchiostro, l’opera racchiude un messaggio di immediata comprensione, pur nella sua drammaticità, e lascia nel lettore nuovi interrogativi che restano anche dopo che il volume sia chiuso.

The Rabbits di John Mardsen e Shaun Tan Elliot, Collana Scatti, Traduzione di Irene Pepiciello, 2010 32 pagine, illustato , rilegato, Prezzo 17,50 Età consigliata da 7 anni in su.

:: Recensione di Velina o calciatore altro che scrittore di Gordiano Lupi

3 febbraio 2011 by

veline e calciatoriGordiano Lupi per chi non lo conoscesse è un tipaccio poco raccomandabile, un toscanaccio senza peli sulla lingua capace di attirarsi più nemici che amici, anche quando non conviene, anche quando si rischia l’ostracismo e la scomunica. Ama le crociate e schierarsi dalla parte di più deboli pensiamo solo al suo impegno contro il regime castrista e all’appoggio che da anni da a scrittori cubani dissidenti come Yoani Sanchez. Per giunta non fa nulla per cambiare questo stato di cose anzi si ingegna nei modi più bizzarri concessi ad uno scrittore per accrescere la sua fama di guastatore irredentista e anarchico. In Velina o calciatore altro che scrittore non si smentisce anzi facendo nomi e cognomi a modo suo traccia un’ analisi del tutto personale del mondo editoriale italiano non risparmiando commenti al vetriolo, giudizi secchi e senza appello, schierandosi diligentemente contro l’intellighenzia che conta tacciandola di mafiosità  e conventicola da osteria con tutto il rispetto per i quattro amici che si incontrano in osteria per farsi quattro risate in santa pace. Paladino della piccola editoria, piccolo editore lui stesso, scaglia molti dei suoi colpi, da novello Davide contro l’invincibile Golia, contro i Mac Donalds del libro, i grandi Megastores che disdegnano con principesca prosopopea di esporre sui loro scaffali i libri dei piccoli, anche quando meritano, anche quando sono di qualità prediligendo magari libri di comici, di veline, di calciatori, di squallidi mezzibusti televisivi, di commentatori in doppiopetto, di tuttologi, giallisti della domenica, fenomeni editoriali inventati, bestseller americani da bancone, che con la letteratura hanno poco a che fare. Lupi si arrabbia, inveisce, sentenzia, si lamenta, cerca dal muto lettore comprensione o per lo meno solidarietà e continua per la sua strada senza guardare in faccia nessuno e non limitandosi alla semplice invettiva, ha parole di ammirazione e di plauso per alcuni anche giovani e sconosciuti per par condicio io non faccio nomi lascio a voi di scoprirli e non sarà una lettura né lunga né faticosa, un centinaio di pagine in piccolo formato, letto in una mattinata.  

:: Recensione di “Bacchiglione Blues” di Matteo Righetto a cura di Valentino G. Colapinto

3 febbraio 2011 by

Bacchiglione_BluesBacchiglione Blues” Matteo Righetto: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Perdisa, 2011]. 

Dopo il sorprendente e sottovalutato Savana Padana (2009), Matteo Righetto (Padova, 1972) torna sul luogo delitto, ossia il pulp in salsa padana, con Bacchiglione Blues, un romanzo che lo conferma come una delle più interessanti nuove voci della letteratura di genere italiana.

In un panorama pieno d'inutili cloni, Righetto porta finalmente una ventata d'aria fresca. I suoi libri ricordano quei ganzissimi pulp d'oltreoceano, dove non c'è spazio per i buoni sentimenti e gli eroi senza macchia, ma tutti sono invece cinici, infami e violenti. Azione e dialogo, dialogo e azione, senza spazio per prolisse descrizioni o noiose seghe mentali.

A suo proposito, Giovanni Pacchiano ha scritto su Il Sole 24 Ore: “Roba da far sembrare i testi dei Cannibali o di Ammaniti letteratura per anime candide. Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto.”

E in effetti da Bacchiglione Blues potrebbe venire fuori un ottimo film, se ancora esistesse in Italia un cinema di genere come nei gloriosi anni settanta, così lontani dai comici televisivi che vanno di gran moda oggi.

È questa una storia di balordi e di falliti, che non si rassegnano al loro misero destino e cercano disperatamente un riscatto, come Tito, Toni e Ivo. Tre scalcagnati delinquenti di periferia che sognano di essere gli eroi dei cartoni animati giapponesi o dell'A-Team e intanto cercano il colpo grosso, sequestrando la moglie di Primo Barbato, ricco e poco onesto proprietario di uno dei più grandi zuccherifici d'Italia.

Ma si sa come vanno queste cose e gli imprevisti spuntano ovunque. Si comincia con una nutria bianca, si continua con due testimoni di Geova e si arriva al casino più totale con una sanguinaria resa dei conti che vedrà tutti contro tutti armati. Sulle loro tracce, infatti, si muovono sia il colossale bosniaco Zlatan Tuco, desideroso di ottenere il compenso pattuito e mai ricevuto da Tito, e gli spietati El Carogna, El Muto e Mastegabrodo, sguinzagliati da Gino, il cocainomane braccio destro di Primo.

L'azione pirotecnica scorre lungo le sponde del Bacchiglione dentro luride trattorie dove si trincano ombre di bianco con uova e acciughe, tra paludi infestate di zanzare e rompiscatole o circondati da sterminate e ormai fuori mercato piantagioni di barbabietole.

Sembra quasi di stare nella Louisiana occidentale di un romanzo di Joe Lansdale o Victor Gischler, ma siamo in un Veneto oscuro e selvaggio. Un libro al fulmicotone, velocissimo ed esilarante, da gustarsi in un sol boccone. Questa è la via padana al noir. 

Valentino G. Colapinto

:: Intervista Roberto Zacco. Uno sguardo sull’antico Egitto a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2011 by

ZaccoBenvenuto Professore su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista, Medico, docente universitario, scrittore, cultore di archeologia. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Roberto Zacco?

Io sono sostanzialmente un medico che da sempre ha avuto un grande interesse per la letteratura e per la civiltà egizia che ho studiato a fondo anche grazie ai miei viaggi in questo magnifico paese che è l’Egitto.

Appassionato di archeologia, membro di diverse società egittologiche in Italia e all’estero, collaboratore presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Pavia. Come è nata la sua passione per l’archeologia e in particolare per l’antica e affascinante civiltà egizia?

E’ nata in modo banale, con un’ esperienza turistica nel 1977. Dopo questo viaggio è nato l’amore per questa civiltà che mi ha spinto ad approfondire il suo studio.

Ha esordito come narratore nel 1986 con il romanzo Nudo di donna con cane. Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura

E’ sempre esistito sin dal liceo. Mentre svolgevo la professione di medico non avevo nè il tempo e nè la forza per coltivarlo fino a che questa passione ha preso il sopravvento.

Nel 2002 ha pubblicato il saggio La cultura medica nell’Antico Egitto (Edizioni Martina Bologna). Un interessante saggio che tratta un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente comprensibile anche per coloro che non sono specialisti della materia grazie al suo stile vivace e immediato. Lei professore di semeiotica medica all’Università di Milano e autore di numerosi articoli scientifici come ha mediato l’oggettività scientifica con la struttura prettamente narrativa?

Diciamo che sono due cose parallele. Poi dipende dai momenti, a volte prevale l’uno a volte l’altro.

Il suo ultimo libro Dove guarda la sfinge edito da Persiani Editore uscito il dicembre scorso, è il terzo libro ad ambientazione egizia e completa la trilogia iniziata con Le braccia del sole e Gli occhi della luna entrambi editi da Mondadori. Come si è documentato nella stesura di questi testi?

La documentazione risale prevalentemente al primo libro della trilogia, Le braccia del sole, che mi ha imposto un approfondito lavoro di ricerca e di analisi storica.

In Dove guarda la Sfinge il protagonista, Tutmhose, abile scultore e seguace della nuova religione introdotta da Amenophi IV, si interroga sul senso della vita, sul potere della bellezza, sull’arte. Ci può parlare più approfonditamente di questo personaggio?

Tutmhose è un personaggio storicamente esistito. E’ l’autore del ritratto di Nefertiti conservato al museo di Berlino, la cui bocca viene ripetuta nella copertina di Le braccia del sole. Sicuramente è caratterizzato da una grande sensibilità artistica.

Nel mondo antico, quasi completamente politeista, la rivoluzione religiosa promossa da Amenophi IV che proponeva Aton come Dio unico è sicuramente singolare. Lei che ha studiato attentamente questo periodo cruciale della storia antica che idea si è fatto? Era solo una rivoluzione religiosa o anche sociale e politica? 

Era indubbiamente anche una rivoluzione politica contro la strapotere del clero, che adorava il dio Amon. Era diciamo uno stato dentro lo stato e sicuramente questo non era ben accetto dal potere centrale.

Ha conosciuto Bruno Tacconi? E’ stato in qualche modo influenzato da questo autore?

No, purtroppo no.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai suoi romanzi?

Promesse che si trascinano da anni e mi hanno reso piuttosto incredulo. Comunque c’è stato un interessamento anche da parte di Hollywood.

In questi giorni l’Egitto vive un momento molto drammatico, non solo politico. Ci sono stati numerosi saccheggi e distruzioni di reperti preziosissimi al Museo del Cairo? Cosa ne pensa? Cosa si può fare per preservare questi tesori inestimabili?

Questi tesori vanno difesi e preservati anche con la forza se è il caso. Comunque ritengo che quello che sta succedendo adesso in Egitto ha una valenza più mediatica. I danni sono modesti.

Per concludere può anticiparci qualcosa sui progetti ai quali sta lavorando in questo momento?

Ho cominciato a scrivere un libro ambientato nei nostri tempi. La parentesi egizia credo si sia conclusa con la trilogia. Non penso che scriverò più storie ambientate in Egitto.

:: Recensione di La dea madrina di Robert Hültner a cura di Riccardo Falcetta

2 febbraio 2011 by

la_dea_madrina_coverUn poliziotto nel cuore nero della Repubblica di Weimar
 

“La dea madrina” di Robert Hültner, Del Vecchio Editore 2010, pp. 290, € 14.00 di Riccardo Falcetta
 
     Ai naviganti che, intuendo l’ennesimo giallo noir seriale di provenienza nordica, siano indotti a passare oltre da un istintivo senso di (comprensibile) insofferenza, chiedo di resistere qualche attimo.  
     “La dea madrina” è un giallo, con una morte da indagare; ed è un noir, che del crimine denuncia dinamiche e cifre come le connivenze col potere, la capacità di attecchimento nel malessere sociale e la tendenza alla sopraffazione.  
     L’ambientazione è storica: un incipit gravato da un’atmosfera di tempesta imminente, ci proietta a Sarzhofen, nella realtà fosca e primigenia della provincia bavarese di inizio Novecento, un margine della storia dove fatalismo e immutabilità, ceto e miseria sono concetti “di natura” che riecheggiano costanti e minacciosi. Dopo il suggestivo incipit, l’autore ci catapulta a Monaco, nell’estate del ‘24, a qualche mese dal fallito putsch hitleriano, dove Paul Kajetan, perfetta icona di ispettore abile, sensibile, impulsivo vive, intraprende e procura guai a sé e a quanti gli capitano vicino. Rimosso per insubordinazione e assunto presso uno sviluppatore di pellicole, Kajetan ci mette il tempo di qualche battuta a farsi cacciare ancora – in questo passaggio, l’istantanea di un’epoca che tra le pieghe della propria inquietudine nutrì alcune delle esperienze più fruttuose del cinema di ogni tempo.
     Perso nei budelli brulicanti della notte bavarese, l’ex ispettore entra in una bisca popolata da loschi e bislacchi avventori con nomi lombrosiani e donne al seguito, e per proteggere una prostituta ubriaca, cosa fa? Scatena una rissa. Catturato, riesce persino a portarsi dietro un povero fuggiasco che complice l’automazione che va investendo i pubblici uffici, viene identificato e messo a marcire in gattabuia. Liberato ma ridotto sul lastrico, in una città agitata dagli spettri della recessione e del nazionalismo insorgente – una Weimar pullulante, chiazzata di ombre, paurosamente attuale – Kajetan rivede Mia, la prostituta della bisca che un po’ per gratitudine, un pò per attrazione lo trascina alle dipendenze del gangster Fritz Urban, proprietario di nightclub e trafficante d’armi al soldo di organizzazioni irredentiste. L’ex ispettore accetta riluttante la sua nuova condizione, Mia è una dark lady bellissima, fragile, un pò imperscrutabile: i due finiscono a letto poi la ragazza parte e, quando torna, muore.
     È dal dolore della perdita che prende il via il recupero di un codice che deve ricondurre Paul Kajetan a sé stesso, sulle tracce di una verità altra, urgente, impensabile: dal fondo della spirale, dovrà risalire un ripido intrico di menzogne e violenza ataviche, per far luce sul rovo di connessioni che si annidano nel passato di Mia e dell’antica comunità di Sarzhofen. Sopra ogni cosa, l’ombra di una sorte che tesse le fila, preordina, schiaccia gli individui tra le maglie del divenire storico, un ‘ombracuiHültner dà forma umana – il titolo italiano ben traspone la sottile ambiguità semantica dell’originale “Die Godin”.
     Roberto Hültner asseconda il cammino del protagonista con indolenza, dialoghi strambi, artificiosi e digressivi, realizzando un contrappeso al rigore di scene austere e teatrali. A tratti, lievi mutamenti di registro frenano la narrazione, sospendendola su voragini temporali in fondo alle quali, non senza qualche vertigine, scorgiamo gli accadimenti del passato.
   “La dea madrina” è il secondo romanzo di una serie che in patria ha già fatto incetta dei più alti riconoscimenti destinati alla letteratura poliziesca nazionale. Tentando una fusione tra le regole delle attuali narrazioni d’indagine e di ambiente criminale e l’estremismo tragico della grande drammaturgia tedesca, Hültner demolisce i limiti della gabbia “di genere”, cercando una dimensione propria rispetto alla standardizzazione tipica di certa produzione nordica. Un caso che dimostra come non le etichette debbano qualificare i romanzi ma il peso della scrittura.
Una citazione di merito va in fine ai tipi della Del Vecchio che realizzano una edizione semplice e curatissima, arricchita da un corposo apparato di note che favorisce l’inquadramento della storia.

:: Intervista a Leonardo Bragaglia: una vita per il teatro a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2011 by

1Benvenuto Maestro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Attore, regista teatrale, saggista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Leonardo Bragaglia?

Sono figlio d’arte. Mio padre era il grande Alberto Bragaglia. I miei zii erano Anton Giulio e Carlo Ludovico Bragaglia registi teatrali ed è grazie a loro che scoppiò in me l’amore per il teatro frequentando i maggiori teatri di Roma. A quindici anni decisi d’intraprendere la carriera artistica di attore e fui scritturato nella compagnia dello zio Anton Giulio, che dopo essere stato epurato, tornò direttore del Ridotto di Venezia. L’anno dopo mi iscrissi all’Accademia nazionale di Silvio d’Amico dove venni ammesso. Per avere un contratto fisso andai a Milano dove feci l’attore e l’aiuto regista ed ebbi l’occasione di incontrare Riccardo Bacchelli che stava lavorando ad un dramma sull’eutanasia e volle farmi assumere come aiuto regista. Diventammo amici e ci frequentammo per i due mesi di prova di Giorni di verità dove figurava la regia di Bacchelli – Bragaglia. Da oltre sessant’anni faccio l’attore e ho potuto recitare con tutti i miei maestri come Memo Benassi. Poi indignato dal fatto che Ruggero Ruggeri grande interprete di D’Annunzio e di Pirandello figurava solo in brevi trafiletti di giornale ho scritto il primo volume dedicato appunto a Ruggeri.  Sono anche condirettore del Premio Ermete Novelli insieme a Paolo Emilio Persiani.

Ha iniziato la sua carriera recitando per il cinema con Vittorio De Sica, Totò, Anna Magnani, Nino Manfredi, nei film di suo zio Carlo Ludovico Bragaglia.Ci racconti un ricordo, un’ aneddoto curioso riguardante Totò.

Sì, ho fatto delle particine nel cinema come lavori estivi. Di Totò ricordo la grande bontà e generosità. Per farti un esempio posso raccontarti un aneddoto. Un giorno stavamo girando e un tecnico arrivò sul set con grande ritardo. Fu pesantemente rimproverato e Totò si informò e gli chiese cosa fosse successo. Il tecnico gli spiegò che gli si era rotta la motoretta. Allora Totò seduta stante gli firmò l’assegno per ricomprarla. Ecco chi era Totò.

In teatro ha debuttato con la compagnia dell’altro suo zio Anton Giulio Bragaglia al Ridotto di Venezia con Memo Benassi. Oltre che con Benassi, ha lavorato con Antonio Gandusio, Lamberto Picasso. Attori che forse le nuove generazioni non conoscono. Che ricordi ha di questi grandi attori?

Ricordo Antonio Gandusio, era un comico, un severo direttore artistico. Lavorammo assieme al Teatro dell’Università di Roma dove già ottantenne dopo tante pochade accettò di tornare a recitare i classici, Moliere, Goldoni. Durante le prove cadde, ricordiamolo aveva ottant’anni, e si ruppe un braccio. Con il braccio ingessato partecipò a tutte le prove e recitò trionfalmente la sera del debutto nel ruolo di Arpagone.

Ci parli di come è nato il suo amore per il teatro. Quale è il primo ricordo che ha di un palcoscenico teatrale?

Mio zio Anton Giulio Bragaglia dirigeva il Teatro delle Arti in una traversa di Via Veneto. Era un teatro d’avanguardia dove Anna Magnani debuttò nell’ Anna Christie di Eugene O ‘Neill. Da bambino avevo l’entrata libera e potei così assistere a tantissime rappresentazioni. Poi ci fu l’incontro con Ruggeri che fu determinate del quale scrissi 4 libri rendendo pubblico pure tutto il suo carteggio.

Negli anni successivi si è dedicato alla regia sia teatrale che radiofonica celebri le sue riduzioni per la RAI Commedie in 30 minuti. Un ricordo di Mario Scaccia.

Mario era soprattutto un grande amico. Era reduce da 10 anni di guerra. Appena sedicenne partì volontario, come ebbe modo di dire in parecchie interviste, per le guerre d’Africa. Entrò in arte con Diego Fabbri nella Filodrammatica. Dopo la prigionia in Africa tornò in Italia dopo la guerra e debuttò nel teatro. Era elegante, spiritoso. Mi ricordo un aneddoto divertente. Era così elegante e ricercato che Benassi quando lo vide per la prima volta lo soprannominò la Baronessa.

Come è cambiato il teatro dai suoi esordi fino ad oggi?

Non ci sono più attori, Mario Scaccia è da pochi giorni mancato, Arnoldo Foa ha ormai 95 anni. Ripeto non ci sono più attori.

Delle nuove generazioni chi l’ha particolarmente colpita?

Mi sono occupato dei Ritratti d’attore e sulla Finestra sul Futuro cito Kim Rossi Stuart che è molto bravo, si occupa principalmente di cinema, ma è molto serio e spero che torni al più presto al teatro.

Dopo una vita dedicata al teatro oggi per lo più si dedica alla pagina scritta, pubblicando oltre una quarantina di libri. Cosa la ha spinta a questo cambiamento?

Come ho detto un momento d’ira. Del grande Ruggeri c’erano solo brevi trafiletti sui giornali, così ho voluto rimediare con i miei libri. Ho scritto molti saggi e biografie, circa una sessantina  tra cui, la più famosa quella di Maria Callas, alla quale ero molto legato .

Per celebrare il 120° anniversario dalla nascita di Riccardo Bacchelli ha appena pubblicato il libro Riccardo Bacchelli e il teatro edito da Paolo Emilio Persiani. Come ha conosciuto Bacchelli?

Ho prima accennato al mio incontro con Bacchelli. Era un uomo affascinante. Adorava come me il melodramma. Siamo andati tante volte assieme alla Scala ad ascoltare Rossini e parlavamo di vocalità, di impegno drammatico. Siamo andati a vedere il Mosè più volte. Era il 1965 ormai 45 anni fa.

Riccardo Bacchelli è soprattutto conosciuto nella sua veste di romanziere, come non citare Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Lei in questa sua opera invece ne traccia un profilo inedito, quello di autore teatrale, evidenziandone sia i successi che le delusioni. Perché questa scelta?

Riccardo Bacchelli aveva un grande amore per il teatro, non del tutto ricambiato. Soprattutto perché aveva un linguaggio aulico, un po’ duro, prezioso, da tragedia greca, austero.

In occasione dell’uscita del libro la Persiani Editore con il patrocinio del Comune di Bologna, in collaborazione con L’Associazione “Amici delle Muse” e con la Casa Lyda Borelli, ricorda Bacchelli con un incontro che si terrà giovedì 17 febbraio alle ore 17,30 nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio. L’evento sarà arricchito dalla partecipazione straordinaria Giuliana Lojodice, che leggerà dei brani tratti dal libro. Perché pensa che questo autore sia in un certo modo trascurato e dimenticato?

Tutti questi enti si sono risvegliati in occasione dell’uscita del mio libro dedicato al teatro di Bacchelli. Bacchelli aveva sempre sognato di avere successo a teatro. Cito La notte di un nevrastenico opera lirica di Nino Rota di cui Bacchelli scrisse il libretto. Venne rappresentata ma non ebbe un buon successo. Andrebbe rivalutato.

Per Persiani Editore attualmente dirige la collana dello spettacolo. Quali sono le prossime opere in programma?

Abbiamo in programma un paio di libri su Mario Scaccia. Un libro di poesie, l’autobiografia e un libro sul metodo e sulla tecnica di recitazione sperimentato nella sua Scuola di recitazione. Anche io ebbi modo di scrivere Manuale dell’attore. Recitazione, dizione, interpretazioneedito da Persiani Editore.

Ha mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Sì l’ho fatto. Ce l’ho nel cassetto ma sarà pubblicata solo dopo la mia morte. Sono molto violento, troppo sincero.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Riguardo e rivedo alcuni libri che ho già pubblicato come ho fatto per Shakespeare in Italia. Personaggi interpreti e vita scenica del teatro shakespeariano in Italia.

Recensione di “Vicolo dell'acciaio” di Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

31 gennaio 2011 by

vicolo_dellVicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010]. 

Anche se trasferitosi ormai da oltre vent'anni in Brianza, Cosimo Argentina (Taranto, 1963) torna per la quarta volta a raccontare la sua città d'origine con la cruda disillusione già mostrata nei precedenti Il cadetto (1999), Cuore di cuoio (2004) e Maschio adulto solitario (2008), e lo fa con una lingua che forse è la cosa più bella del romanzo, un originale ed efficacissimo impasto di dialetto salentino e italiano letterario.

Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, dove lo stesso autore è cresciuto, abitato in gran parte da famiglie con almeno un operaio dell'Italsider (oggi Ilva), il più grande stabilimento siderurgico d'Italia, nonché probabilmente la fabbrica più inquinante d'Europa. Ma il degrado in cui vivono i protagonisti ricorda l'infernale Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby jr., un altro che non faceva nessuno sconto al lettore.

Voce narrante è il diciannovenne Mino Palata, che studia svogliatamente giurisprudenza e altrettanto svogliatamente coltiva il fidanzamento con la ben più combattiva Isa, ma il vero protagonista del romanzo è il padre di Mino, soprannominato il Generale, che combatte quotidianamente la sua battaglia in fabbrica, in una guerra in cui il salario può avere un prezzo altissimo in termini di salute.

Secondo la filosofia del Generale, gli uomini si dividono in prima linea, ossia gli operai addetti ai turni pesanti in acciaieria, e in imboscati, che in quanto tali non hanno diritto di parola, perché ignorano la realtà delle cose. Imboscati come gli attivisti di cui viene fatto un ritratto sprezzante: ecologisti del giovedì che cercano soprattutto di soddisfare la propria vanità e ottenere un po' di visibilità.

Di contro c'è la vita nel quartiere, in cui si è etichettati dall'indirizzo in cui si vive e via Calabria è il vicolo dell'acciaio, dove tutti prima o poi conoscono un lutto dovuto a morti bianche o neoplasie causate dall'altissimo inquinamento, per cui la madre di Mino “a ogni citofonata o trillo di telefono giunge le mani. Si aspetta da un momento all'altro che il Generale ci resti, in quel cazzo di laminatoio. (…) E i fumi dell'Ilva entrano in cucina, in salotto, nel cesso. Aspiriamo diossina sotto forma di silenzi armati e il Generale stappa una birra dietro l'altra e credo che quella sia la strada migliore per andarsene alle cozze.”

Con una visione del mondo quasi verista, Cosimo Argentina inchioda i personaggi a un destino ineluttabile, segnato fin dalla nascita. Gli adulti sono paragonati a gechi sempre attaccati al solito muro, dove scolano birra Raffo e fumano sigarette aspettando non si sa bene cosa, finché uno dopo l'altro muoiono, restano menomati o perdono il proprio equilibrio mentale per le durissime condizioni di lavoro.

Mino registra tutto quello che succede ma è incapace di opporsi allo stato delle cose, come farà invece Isa, l'unica che riesce a salvarsi e a fuggire dal quartiere e dal suo destino maledetto.

Romanzo fortemente impegnato, nato dalla rabbia e dal dolore, eppure sempre ironico e non di rado divertente, Vicolo dell'acciaio conferma per l'ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come Cosimo Argentina sia uno degli scrittori italiani al contempo più validi e più sottovalutati in circolazione. 

Valentino G. Colapinto

:: Giorgio Ballario, gialli e memoria. Intervista a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2011 by

volo cicala ballGiorgio Ballario è da oltre vent'anni cronista a La Stampa, ha iniziato nel 2008 a scrivere romanzi gialli, pubblicando i due polizieschi di ambientazione storica "Morire è un attimo " e "Una donna di troppo", incentrati sul commissario Morosini, nell'Eritrea degli anni Trenta, editi dall'Angolo Manzoni, che ha pubblicato di recente il suo terzo romanzo, "Il volo della cicala", sempre un giallo, ma di ambientazione moderna.

Nasce prima il giornalista o lo scrittore, e perché proprio di libri gialli?

Nasco prima come giornalista, professione che esercito da quasi vent'anni, di cui gli ultimi dieci o undici passati a La Stampa, per la quale mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria, seguendo già una passione che ho sempre avuto per il giallo. Sin da ragazzino mi piaceva infatti leggere classici come la serie di Maigret, ed ad un certo punto, dopo essere stato un lettore di questo genere e un giornalista che scriveva di fatti polizieschi reali ho voluto provare a scrivere qualcosa io.

Aiuta fare il giornalista per diventare lo scrittore?

Non più di tanto, tra l'altro sono arrivato a contattare L'Angolo Manzoni tramite un amico e non grazie al mio lavoro. C'è un abisso tra scrivere articoli e tra scrivere un romanzo, certo ti aiuta avere alle spalle anni di scrittura, ma un articolo è legato ad un numero di righe, il romanzo ti permette di spaziare ma va scritto comunque con uno stile diverso. Scrivere un romanzo è un'attività molto versatile, ma devi saper mantenere a lungo un filo logico. Poi ci sono da fare in origine ricerche ed approfondimenti, per scrivere i due libri ambientati negli anni Trenta mi sono documentato su lettere, diari, testimonianze, a fatica, perché non è un'epoca su cui sia molto.

Come sono nati questi romanzi?

Sono partito da un'idea, ho fatto anche delle scalette. Ho creato poi i protagonisti, entrambi due investigatori di professione, anche se in contesti diversi, per i due romanzi sul commissario Morosini volevo scrivere qualcosa di diverso da una storia contemporanea ma anche da un thriller medievale o di ambientazione antica, che presuppongono ricerche ancora di tipo diverso, anche se gli anni Trenta sono comunque un periodo scomodo, su cui si preferisce parlare poco e su cui ormai mancano le testimonianze dirette.

Come vede la situazione dei gialli in questo momento?

Direi che è un genere che è esploso negli ultimi vent'anni, con fenomeni di particolare interesse come i gialli scandinavi e quelli storici. Dentro un giallo si può mettere di tutto, la sociologia, l'analisi dell'animo umano, la critica politica, la storia, forse ancora di più che in altri generi, e permette di affrontare tutte le tematiche, anche quelle più attuali, come il terrorismo, l'instabilità politica. Ormai il giallo non è più considerato un genere di serie B, anche perché, nei vari mezzi che ha usato, ha svelato anche storie meno note del passato recente.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al terzo romanzo della serie su Morosini, io scrivo a pezzi e bocconi, dipende da quanto tempo libero ho, e poi parteciperò con un racconto ad un progetto dell'editore Bietti sul Risorgimento.

Come si trova con le nuove tecnologie?

Uso il pc e mi trovo abbastanza bene, mi sono pubblicizzato su Facebook. Al momento non leggerei un libro su ebook, anche perché sto già buona parte del giorno al pc e perché io amo l'oggetto libro, così come preferisco il cd e il disco di vinile agli mp3.

Che consiglio darebbe ad una persona che vuole pubblicare qualcosa?

Di mettersi in gioco, di avere il coraggio di far leggere il proprio libro in giro e soprattutto di non affidarsi mai all'editoria a pagamento. Non ha senso pagare per pubblicare il proprio lavoro, che tra l'altro non verrà mai distribuito.

Elena Romanello

Recensione di Repo men di Eric Garcia a cura di Maurizio “ScarWeld” Landini

28 gennaio 2011 by

Repo man“La prima volta in cui tenni in mano un pancreas ebbi un’erezione”.

Un biorecuperatore è un operatore incaricato di recuperare gli organi artificiali dai clienti insolventi. Avere un prestito per acquistare un organo che può salvarti la vita è facile. Decisamente più difficile è saldare il debito contratto per acquistarlo, con tassi d’interesse da capogiro. Così, chi non paga è costretto a riconsegnare il prodotto…

Il protagonista del romanzo Repomen  è un biorecuperatore che lavora per conto della Credit Union; i suoi ricordi sono fatti di estrazioni sanguinolente, di momenti di vita passati con le sue cinque mogli, ognuna delle quali si è presa un pezzo del suo cuore;  è un angelo della morte abituato a vedere l’inferno negli occhi di coloro che tentano di sfuggire al biorecupero.
Per una sorta di legge del contrappasso dantesca finisce col vivere la stessa esperienza di braccato.

Disturbante e a tratti ironica “commedia al bisturi”, fra operazioni chirurgiche e matrimoni in pezzi, Repomen è un romanzo che fornisce la visione di un futuro inquietante dove organi artificiali indispensabili per la vita sono trattati alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale.

Repomen (titolo originale:  ‘The Repossession Mambo’) di Eric Garcia (Rizzoli, Milano 2011, pagine 333) traduzione di Stefano Bertolussi.

Eric Garcia (Classe 1972) Scrittore americano, autore di numerosi romanzi alcuni dei quali pubblicati in Italia, come Anonymous Rex e La carogna, da cui Ridley Scott ha tratto il film Il genio della truffa con Nicolas Cage (2003). Sul recente The Repossession Mambo è basato il film Repomen (2009) di Miguel Sapochnik con Liev Schreiber, Jude Law e Forest Whitaker.