Recensione di “Vicolo dell'acciaio” di Cosimo Argentina a cura di Valentino G. Colapinto

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vicolo_dellVicolo dell'acciaio” Cosimo Argentina: 260 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Fandango Libri – Galleria Fandango, 2010]. 

Anche se trasferitosi ormai da oltre vent'anni in Brianza, Cosimo Argentina (Taranto, 1963) torna per la quarta volta a raccontare la sua città d'origine con la cruda disillusione già mostrata nei precedenti Il cadetto (1999), Cuore di cuoio (2004) e Maschio adulto solitario (2008), e lo fa con una lingua che forse è la cosa più bella del romanzo, un originale ed efficacissimo impasto di dialetto salentino e italiano letterario.

Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, dove lo stesso autore è cresciuto, abitato in gran parte da famiglie con almeno un operaio dell'Italsider (oggi Ilva), il più grande stabilimento siderurgico d'Italia, nonché probabilmente la fabbrica più inquinante d'Europa. Ma il degrado in cui vivono i protagonisti ricorda l'infernale Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby jr., un altro che non faceva nessuno sconto al lettore.

Voce narrante è il diciannovenne Mino Palata, che studia svogliatamente giurisprudenza e altrettanto svogliatamente coltiva il fidanzamento con la ben più combattiva Isa, ma il vero protagonista del romanzo è il padre di Mino, soprannominato il Generale, che combatte quotidianamente la sua battaglia in fabbrica, in una guerra in cui il salario può avere un prezzo altissimo in termini di salute.

Secondo la filosofia del Generale, gli uomini si dividono in prima linea, ossia gli operai addetti ai turni pesanti in acciaieria, e in imboscati, che in quanto tali non hanno diritto di parola, perché ignorano la realtà delle cose. Imboscati come gli attivisti di cui viene fatto un ritratto sprezzante: ecologisti del giovedì che cercano soprattutto di soddisfare la propria vanità e ottenere un po' di visibilità.

Di contro c'è la vita nel quartiere, in cui si è etichettati dall'indirizzo in cui si vive e via Calabria è il vicolo dell'acciaio, dove tutti prima o poi conoscono un lutto dovuto a morti bianche o neoplasie causate dall'altissimo inquinamento, per cui la madre di Mino “a ogni citofonata o trillo di telefono giunge le mani. Si aspetta da un momento all'altro che il Generale ci resti, in quel cazzo di laminatoio. (…) E i fumi dell'Ilva entrano in cucina, in salotto, nel cesso. Aspiriamo diossina sotto forma di silenzi armati e il Generale stappa una birra dietro l'altra e credo che quella sia la strada migliore per andarsene alle cozze.”

Con una visione del mondo quasi verista, Cosimo Argentina inchioda i personaggi a un destino ineluttabile, segnato fin dalla nascita. Gli adulti sono paragonati a gechi sempre attaccati al solito muro, dove scolano birra Raffo e fumano sigarette aspettando non si sa bene cosa, finché uno dopo l'altro muoiono, restano menomati o perdono il proprio equilibrio mentale per le durissime condizioni di lavoro.

Mino registra tutto quello che succede ma è incapace di opporsi allo stato delle cose, come farà invece Isa, l'unica che riesce a salvarsi e a fuggire dal quartiere e dal suo destino maledetto.

Romanzo fortemente impegnato, nato dalla rabbia e dal dolore, eppure sempre ironico e non di rado divertente, Vicolo dell'acciaio conferma per l'ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come Cosimo Argentina sia uno degli scrittori italiani al contempo più validi e più sottovalutati in circolazione. 

Valentino G. Colapinto

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