:: Recensione di La dea madrina di Robert Hültner a cura di Riccardo Falcetta

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la_dea_madrina_coverUn poliziotto nel cuore nero della Repubblica di Weimar
 

“La dea madrina” di Robert Hültner, Del Vecchio Editore 2010, pp. 290, € 14.00 di Riccardo Falcetta
 
     Ai naviganti che, intuendo l’ennesimo giallo noir seriale di provenienza nordica, siano indotti a passare oltre da un istintivo senso di (comprensibile) insofferenza, chiedo di resistere qualche attimo.  
     “La dea madrina” è un giallo, con una morte da indagare; ed è un noir, che del crimine denuncia dinamiche e cifre come le connivenze col potere, la capacità di attecchimento nel malessere sociale e la tendenza alla sopraffazione.  
     L’ambientazione è storica: un incipit gravato da un’atmosfera di tempesta imminente, ci proietta a Sarzhofen, nella realtà fosca e primigenia della provincia bavarese di inizio Novecento, un margine della storia dove fatalismo e immutabilità, ceto e miseria sono concetti “di natura” che riecheggiano costanti e minacciosi. Dopo il suggestivo incipit, l’autore ci catapulta a Monaco, nell’estate del ‘24, a qualche mese dal fallito putsch hitleriano, dove Paul Kajetan, perfetta icona di ispettore abile, sensibile, impulsivo vive, intraprende e procura guai a sé e a quanti gli capitano vicino. Rimosso per insubordinazione e assunto presso uno sviluppatore di pellicole, Kajetan ci mette il tempo di qualche battuta a farsi cacciare ancora – in questo passaggio, l’istantanea di un’epoca che tra le pieghe della propria inquietudine nutrì alcune delle esperienze più fruttuose del cinema di ogni tempo.
     Perso nei budelli brulicanti della notte bavarese, l’ex ispettore entra in una bisca popolata da loschi e bislacchi avventori con nomi lombrosiani e donne al seguito, e per proteggere una prostituta ubriaca, cosa fa? Scatena una rissa. Catturato, riesce persino a portarsi dietro un povero fuggiasco che complice l’automazione che va investendo i pubblici uffici, viene identificato e messo a marcire in gattabuia. Liberato ma ridotto sul lastrico, in una città agitata dagli spettri della recessione e del nazionalismo insorgente – una Weimar pullulante, chiazzata di ombre, paurosamente attuale – Kajetan rivede Mia, la prostituta della bisca che un po’ per gratitudine, un pò per attrazione lo trascina alle dipendenze del gangster Fritz Urban, proprietario di nightclub e trafficante d’armi al soldo di organizzazioni irredentiste. L’ex ispettore accetta riluttante la sua nuova condizione, Mia è una dark lady bellissima, fragile, un pò imperscrutabile: i due finiscono a letto poi la ragazza parte e, quando torna, muore.
     È dal dolore della perdita che prende il via il recupero di un codice che deve ricondurre Paul Kajetan a sé stesso, sulle tracce di una verità altra, urgente, impensabile: dal fondo della spirale, dovrà risalire un ripido intrico di menzogne e violenza ataviche, per far luce sul rovo di connessioni che si annidano nel passato di Mia e dell’antica comunità di Sarzhofen. Sopra ogni cosa, l’ombra di una sorte che tesse le fila, preordina, schiaccia gli individui tra le maglie del divenire storico, un ‘ombracuiHültner dà forma umana – il titolo italiano ben traspone la sottile ambiguità semantica dell’originale “Die Godin”.
     Roberto Hültner asseconda il cammino del protagonista con indolenza, dialoghi strambi, artificiosi e digressivi, realizzando un contrappeso al rigore di scene austere e teatrali. A tratti, lievi mutamenti di registro frenano la narrazione, sospendendola su voragini temporali in fondo alle quali, non senza qualche vertigine, scorgiamo gli accadimenti del passato.
   “La dea madrina” è il secondo romanzo di una serie che in patria ha già fatto incetta dei più alti riconoscimenti destinati alla letteratura poliziesca nazionale. Tentando una fusione tra le regole delle attuali narrazioni d’indagine e di ambiente criminale e l’estremismo tragico della grande drammaturgia tedesca, Hültner demolisce i limiti della gabbia “di genere”, cercando una dimensione propria rispetto alla standardizzazione tipica di certa produzione nordica. Un caso che dimostra come non le etichette debbano qualificare i romanzi ma il peso della scrittura.
Una citazione di merito va in fine ai tipi della Del Vecchio che realizzano una edizione semplice e curatissima, arricchita da un corposo apparato di note che favorisce l’inquadramento della storia.

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