Col romanzo “Lo specchio del barbiere”(TEA, pagg. 320, euro 12,00) di Gianni Simoni ritorna la celebre coppia del commissario Miceli e del magistrato in pensione Petri già protagonista di “Un mattino d’ottobre” e “Commissario, domani ucciderò Labruna”. Simoni ex magistrato con la passione della scrittura stavolta crea un plot in cui si intrecciano tre casi apparentemente autonomi ma che riservano grandi colpi di scena. Un omicidio in una nota tabaccheria del centro di Brescia, un neonato trovato morto in un cassonetto e la proprietaria di una pensione sul lago d’Iseo vittima di strane persecuzioni assorbono completamente Petri che, vittima di un violento raffreddore, decide di smettere di fumare sigarette e si compra una pipa. Miceli è fuori sede per una breve vacanza e affida alla giovane Grazia Bruna la direzione delle indagini. L’esperienza di Petri e l’irruenza della Bruni conducono il lettore alla verità sui fatti. Vincenti per chiarire le dinamiche ed i moventi dei tre casi si rivelano come sempre le intuizioni e le ricerche personali dell’ex magistrato che supportato dalla paziente e comprensiva moglie Anna giunge alla ricostruzione dei fatti.
Simoni, nel suo romanzo ci sono tante donne con ruoli diversi. I personaggi femminili hanno la meglio su quelli maschili?
“Effettivamente nei miei romanzi vi sono molte figure femminili: Anna, la moglie di Petri; Lucia, la moglie del commissario Miceli e l'ispettrice Grazia Bruni della Squadra mobile. Queste le figure "positive". Ma vi sono anche quelle che potremmo definire "negative", anche se preferisco non nominarle perché correrei il rischio di anticipazioni per coloro che i miei romanzi non hanno letto. In entrambi i casi ci troviamo tuttavia di fronte a personalità "forti", sia nel bene che nel male, personalità che raramente accusano le debolezze di molti protagonisti maschili. Non saprei dire se "abbiano la meglio" su questi ultimi. Mi limito ad osservare, semmai, che sono in grado di dare il meglio ( o il peggio ) di sè, muovendosi con sicurezza in una società che da maschilista sta presentando una rapida evoluzione, Ma questa ( che piaccia o no, e a me piace ) è la realtà che stiamo vivendo”.
Petri, le sigarette e i quotidiani. Mi tratteggia brevemente la figura dell’ex magistrato?
“Petri, le sue sigarette, i quotidiani e, aggiungerei, il gusto di un buon bicchiere di vino, incurante dei danni che alla sua salute possano derivare. Non rinunzia a nulla, ma non è certamente un "bon vivant" disposto ad adagiarsi nelle comodità di un quotidiano che la sua situazione di pensionato ( che ha scelto anzitempo ) pur potrebbe offirgli. Tutt'altro. E' pronto a "sbattersi" dal mattino a sera, quando si trova di fronte a una storia intrigante, per il desiderio di capire e di arrivare alla soluzione di un caso.
Due cose gli sono rimaste dentro: l'amore per Anna, l'amore per la giustizia e l'esigenza di continuare a "provarsi" intellettualmente”.
Miceli e Petri, una coppia di professionisti affiatata. Cosa li accomuna e cosa li distingue?
“Sia Petri che Miceli, il commissario, sono anzitutto due galantuomini. Quello più dotato di "acume poliziesco" è Petri ( che lo sa, ed è un po' narciso ). Miceli è forse un po' più lento, ma anche lui è certamente intelligente e sa fare, con capacità ed onestà, il proprio mestiere. Ed è dotato di una grande umanità, che non manca a Petri, il quale, però, a volte pare nasconderla, forse per "orsaggine", forse per pudore”.
Perchè e quando ha deciso di scrivere gialli?
“Andato in pensione, dopo un saggio su Michele Sindona ( "Il caffè di Sindona" ) del quale ebbi occasione di occuparmi, la voglia di scrivere, che evidentemente mi ero sempre portato dentro, si è tradotta nella produzione di polizieschi, cosa abbastanza conseguenziale per una persona che abbia passato un'intera vita ad occuparsi professionalmente di crimini grandi e piccoli. Può darsi che inconsciamente vi sia stato anche il desiderio di appagare una voglia di giustizia e di chiarezza ( e il pensiero corre inevitabilmente a Petri ). Nel mio caso, tuttavia, confesso che quello che prevale è il divertimento, in una dimensione che non ti impegna troppo, che non ti impone di metterti in gioco più di tanto, ma che nello stesso tempo ti permette anche di far capire da che parte stai, cosa che in un Paese come il nostro, soprattutto in questo momento, mi pare quasi obbligatoria. E anche il più modesto dei polizieschi può servire allo scopo che, per usare un termine forse un po' impegnativo, potremmo anche definire didascalico”.
Cosa legge? C’è qualche giallista italiano o straniero che preferisce?
“In questo periodo della mia vita i polizieschi preferisco scriverli che leggerli. Prediligo di gran lunga una rilettura dei classici ( qualche nome: Cechov, Gogol, Turgeniev,
Dickens, Austen, Sthendal ecc.). Coi capelli bianchi non si può venire a patti e il tempo che ti resta per le letture ( e le riletture ) credo debba essere impiegato al meglio.
Giallisti? Uno su tutti. L'inarrivabile Ed Mcbain”.
Qualche anticipazione sul prossimo romanzo?
“Il prossimo romanzo della serie uscirà a marzo, sempre edito da TEA. Qui la vicenda, pur complessa nel suo divenire, sarà costituita da un sola, lunga, storia che
si risolverà con un finale abbastanza imprevedibile, quantomeno per il lettore meno scafato. Posso anticiparne solo il titolo: "La morte al cancello".
:: Intervista a Gianni Simoni autore di “Lo specchio del barbiere”(TEA) a cura di Cristina Marra
27 gennaio 2011:: Liberidiscrivere Award: i vincitori
27 gennaio 2011Primo classificato:
I guerrieri dell’aria di James C. Copertino
Secondo classificato
Oltre l’orizzonte di Antonello De Sanctis
Terzo classificato
L’altra donna di Kenia Cedeno
| I Guerrieri dell’Aria | James C. Copertino | Edizioni Scudo | 179 |
| Oltre l’orizzonte | Antonello De Sanctis | No Reply | 86 |
| L’altra donna | Kenia Cedeno | Statale 11 Editrice | 53 |
:: Recensione di Il canto di Lupetto di Britta Teckentrup –Bohem Press Italia a cura di Cristina Marra
26 gennaio 2011
Lupetto vive tra i monti innevati in piena spensieratezza. È un cucciolo di lupo e mentre i suoi “fratelli e sorelle giocavano lui vagabondava tutto solo”. Lupetto si sente diverso dagli altri componenti della sua famiglia. Deriso dai fratellini e incoraggiato dai genitori: Lupetto non sa ululare. Che razza di lupo sarà? Un giorno inseguendo un fiocco di neve, il piccolo Lupetto si perde. Un manto bianco di neve ricopre il paesaggio illuminato dalla “tonda palla gialla”. Che cosa fare? Come ritrovare la strada di casa? In quel momento di panico e disagio Lupetto si fa sentire con un canto tanto melodioso quanto emozionante che lo riporta tra l’affetto della sua famiglia. Lupetto ha capito la sua identità e quindi il suo ruolo sociale. Il racconto illustrato di Britta Teckentrup (Bohem Press, euro 14,00) narra con parole e con immagini colorate ma essenziali, una storia che parte da un senso di emarginazione per sfociare nella consapevolezza di un’identità personale e sociale. L’autrice racconta una crescita, una ricerca verso la conoscenza di se stessi e quindi del mondo che ci sta intorno. Lupetto è maturato ed ha capito se stesso, adesso può relazionarsi e confrontarsi con gli altri e far valere il suo ruolo sociale. Società che comincia proprio nel piccolo nucleo familiare, è lì che Lupetto cresce e si forma ed è in famiglia che conquista il suo ruolo. Il candore della neve contrasta con i colori sgargianti degli uccellini che dai rami degli alberi osservano le evoluzioni del cucciolo di lupo, la luce gialla della luna ispira Lupetto che emette “il suono del più strabiliante ululato” che viaggia attraverso il cielo notturno.
“Il canto di Lupetto” rispecchia la filosofia editoriale di Bohem Press Italia di libri “pensati per essere letti, insieme, dal genitore e dal bambino, e creare quindi un momento magico d’incontro e di scambio”.
Bohem Press Italia è una casa editrice apparentemente giovane. Quando è nata, nel 2001, aveva infatti alle spalle la trentennale esperienza, nel campo dell'editoria per l’infanzia, della casa madre svizzera, la Bohem Press di Zurigo.
La casa madre Bohem Press è nata a Zurigo, nel 1973, per volontà di due giovani boemi provenienti da Praga, che hanno voluto ricordare, anche nel nome della casa editrice, la loro terra d’origine. Uno era l’illustratore già affermato Stepan Zavrel, e l’altro era un giovane musicista di nome Otakar Bozejovsky von Rawenoff, figlio di collezionisti d’arte. Oltre alla casa editrice, Stepan Zavrel ha fondato a Sarmede (Treviso) una mostra permanente d'illustrazione che oggi è diventata un Centro internazionale d’illustrazione per l’infanzia, con una scuola di pittura e illustrazione dove insegnano alcuni dei più grandi maestri d’arte.
Oggi che Stepan Zavrel non c’è più, la mostra e la scuola proseguono le loro attività gestite da una Fondazione, mentre la casa editrice continua a pubblicare volumi per l'infanzia. Nel corso dei 35 anni di attività, la Bohem Press svizzera ha pubblicato oltre 300 titoli, complessivamente tradotti in oltre 50 paesi (Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Corea, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Islanda, Isole Far Oer , Israele, Italia, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Olanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tailandia, Taiwan, Turchia) e in numerose lingue o dialetti autonomi, quali il basco, il friulano, il ladino, il sardo, il gaelico e via via fino allo tswana, lo xhosa lo zulu… per un totale di 67 lingue/dialetti. Ha organizzato, in molti paesi, prestigiose mostre di illustratori per l’infanzia in musei, biblioteche, gallerie e per conto di pubbliche istituzioni. Tra le più significative: la galleria dell’Art Directors Club e il Metropolitan Museum of Art a New York; il Museo do Pobo Galego e il Museo Espanol del Arte Contemporanea in Spagna; l’Itabashi Ward Museum of Art a Tokio, l’Otani Memorial Art Museum, il Tokushima Modern Art Museum, il Kawara Museum di Takahama, il Museum of Modern Art di Wakayama e l’Hokkaido Obihiro Museum of Art in Giappone. E ancora, mostre a Praga, Monaco, Helsinki, Zurigo, Vienna, Bratislava, Venezia… Ha ricevuto numerosi premi, riconoscimenti, menzioni, risultando la casa editrice più premiata in assoluto.
:: Recensione di L'apostolo sciagurato di Maddalena Lonati
26 gennaio 2011Due amanti. Un amore assoluto che li lega, quasi soffocante, morboso, totalizzante, che li rende interdipendenti, facce di una stessa medaglia. Un amore dove apparentemente lui è il più forte, comanda il gioco, domina la compagna portandola a confrontarsi con i lati più nascosti del suo essere, a sondare le proprie sensazioni, la percezione che ha della realtà, dando colore alle forme, descrivendo il sapore di un cibo non limitandosi ad elencarne gli ingredienti. Una tensione intellettuale che diventa quasi insopportabile tanto che lui decide di andarsene, di abbandonarla, senza un motivo, senza una spiegazione, lasciandole solo scritto su un biglietto, il suo nome, segreto custodito fin a quel momento. Lei accetta questa perdita, la elabora e sublima nell’arte della parola scritta la sua assenza, il desiderio che ha di rivederlo, di rifare parte della sua vita. Novella Sherazade inventa racconti per non morire, per non far morire il rapporto che la lega al suo amato. Seduzione, erotismo, passione, desiderio, ossessione, tutte le declinazioni del mistero chiamato amore vengono analizzate e decontestualizzate. L’apostolo sciagurato si compone infatti di 28 racconti apparentemente slegati tra loro ma in realtà strettamente concatenati che racchiudono un segreto che si svelerà solo nel racconto finale, dove il ritorno di lui, riporterà l’equilibrio. L’assenza, questo è il tema centrale dei racconti-romanzo, ciò che di più erotico si possa concepire. L’erotismo è assenza, mancanza, desiderio di ricomposizione dell’unità cara ai miti greci. L’erotismo è ciò che di più lontano esista dalla quotidianità, dalla consuetudine, dalla banalità. Non è facile parlare di amore, erotismo, le trappole sul cammino sono innumerevoli, si può cadere nel sentimentalismo zuccheroso, nel grottesco, nella volgarità ostentata, la Lonati non cade in questi estremi, mantiene un sano equilibrio e una pacata grazia. Usa una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e in fin dei conti molto visuale. La vista infatti è il senso che più viene sollecitato e per fare ciò associa spesso ogni cosa ad un colore: avorio, cannella, il viola, il blu, il rosso della passione. I luoghi variano Marrakech, Venezia, Parigi, New York, Palermo, ma il panorama interiore resta identico, immutabile. Il lavoro di ricerca sulla parola è estenuante, meticoloso di sapore vagamente barocco e decadente non a caso l’autrice afferma di aver avuto come fonte di ispirazione i Decadenti: Huysmans, Oscar Wilde, D’Annunzio. Una parola me la si conceda sul racconto intitolato Florian, a mio avviso il più spiccatamente surreale, onirico, in cui i più grandi scrittori di tutti i tempi si riuniscono, ormai fantasmi, in una Venezia trasfigurata e mettono alla prova il talento di un esordiente nel quale forse ironicamente l’autrice si riconosce. Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ma l’autrice avrebbe potuto citare Il Cantico dei cantici con la stessa naturalezza, anche nel Cantico si ripete il tema della separazione e dell’assenza, e della presenza dell’amato anche se lui è lontano: L’ ho cercato ma non l’ ho trovato – l’ ho chiamato, ma non mi ha risposto. L’universalità data dall’assenza di nomi, solo un Lui e una Lei, impreziosisce un tessuto narrativo sicuramente interessante e peculiare.
Maddalena Lonati è laureata in lettere e letterature straniere e ha frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden. Ha pubblicato il romanzo “ Decadent doll” ( Prospettiva Editrice), “L’apostolo sciagurato” (Robin Edizioni), e di prossima uscita “In bianco e nero” (Robin Edizioni). I suoi racconti sono stati pubblicati da numerose riviste letterarie ( fra le quali Tam Tam, Gemellae, Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, Prospektiva, Osservatorio Letterario, Il denaro, Dadamag, Anonimascrittori, Centro studi Opifice, Homoscrivens), periodici ( Gente, Racconti per un viaggio), ed inseriti in varie antologie ( Voci dell’anima, Fiori di campo, Il racconto mai scritto, Carlo Levi, I racconti del caffè, In treno, Danzando nel sapore dell’uva, Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada, Il blu).
:: Recensione di Gratitudine di Joseph Kertes (Elliot 2011) a cura di Giulietta Iannone
25 gennaio 2011
Nella mia vita mi sono documentata e ho letto numerosi libri riguardanti la Shoah, le persecuzioni antisemite, la questione ebraica, alcuni saggi, racconti biografici, libri fotografici, alcuni libri più spiccatamente fiction e sicuramente non posso dire di avere letto tutto. Le pubblicazioni sono smisurate e ogni anno escono sempre nuovi libri caratterizzati da un fatto irreversibile: chi li scrive è sempre più lontano dai fatti succeduti. I sopravvissuti dei campi, i testimoni di quegli anni, le generazioni che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, presto non saranno più in vita, non potranno più raccontare le loro storie. Oggi ci sono i loro figli, i nipoti, persone che hanno vissuto l’Olocausto in maniera riflessa e non per questo meno drammatica. La storia dell’Olocausto è un storia in cui il male ha mostrato la sua faccia peggiore, la crudeltà dei carnefici ha potuto causare tali sofferenze da essere difficilmente concepibili, però non dimentichiamolo non fu solo una storia di orrore ma anche di coraggio, di abnegazione, di uomini che misero a repentaglio le loro vite per salvare più persone possibili, di giusti tra le nazioni. Come non citare Schindler, conosciuto dal grande pubblico grazie al film di Spielberg, Perlasca, Wallenberg, e i numerosi, che forse resteranno per sempre sconosciuti, che furono deportati e persero la vita nel tentativo di proteggere amici, o semplici estranei, di religione ebraica. Forse la storia delle persecuzioni degli ebrei ungheresi è la meno conosciuta, o almeno lo è per me. Gratitudine fa luce proprio su questo. Pubblicato per la prima volta in Canada del 2008 e vincitore del 59° “U.S. National Jewish Book Award for Fiction” e del “Canadian Jewish Book Award” questo romanzo spiccatamente corale unisce alla storia di fantasia, che drammatizza le vite di una ricca famiglia ebrea ungherese che visse durante l’ultima guerra, l’azione eroica di Raoul Wallenberg, personaggio realmente esistito, che salvò e protesse migliaia di ebrei ungheresi fornendogli falsi passaporti svedesi e case che non potevano essere violate, esattamente come fece l’italiano Giorgio Perlasca nella ambasciata spagnola a Bucarest.
La famiglia Beck, di cui Gratitudine racconta la storia, è una famiglia dell’alta borghesia, una famiglia facoltosa di professionisti, avvocati, medici segnata dagli stessi drammi di migliaia di famiglie ungheresi, accomunate tutte dai rastrellamenti eseguiti dai nazzisti che iniziando dai confini fino ad arrivare a Budapest deportavano tutti gli ebrei che riuscivano a stanare. I tre fratelli Beck Paul avvocato, Istvan dentista e la più giovane Rozsi, accomunati dal dolore, dal coraggio, dalla voglia di sopravvivere alla follia che li circonda danno vita a una saga familiare in cui anche i personaggi minori, come gli zii e i cugini, assumono un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama. Storie private che si confrontano con la storia con la “s” maiuscola. Paul aiuta Wallenberg in tutti i modi strappando letteralmente gli ebrei in partenza dai treni che li portavano nei campi di concentramento. Istvan viene nascosto nelle cantine dalla sua assistente Marta che viene deportata ad Auschwitz proprio per averlo aiutato. Rozsi vive una bellissima storia d’amore con un fotografo che viene catturato e deportato. Finita la guerra dato che il fidanzato non torna per il dolore si suicida. La cura delle ambientazioni, lo scavo psicologico dei personaggi, l’abilità con cui l’autore alterna e amalgama storia e fantasia, fanno di questo romanzo un commovente affresco dell’Ungheria occupata, dando soprattutto grande risalto al senso di sgomento e vera e propria incredulità con cui gli ebrei vissero questo stato di cose, perfettamente integrati da secoli nella vita di un paese moderno, amante della pace e cosmopolita. Il lettore, come i personaggi, vengono chiamati in causa e ognuno deve prendere posizione, schierarsi, cercare di capire quali sono le radici del male e come queste radici si insinuinino nella mente degli uomini. La bassezza, la codardia, l’egoismo di coloro che approfittarono della situazione gareggiano quasi con la crudeltà di coloro che torturarono, depredarono, uccisero e non si può far altro che guardare in faccia cosa gli uomini furono capaci di fare per trovare la forza di fare tesoro delle esperienze del passato e cercare così di creare un futuro, se non più giusto, perlomeno più umano. Nonostante il volume sia piuttosto corposo, 530 pagine, si legge molto facilmente in un paio di giorni.
Gratitudine Joseph Kertes, Elliot Edizioni, collana Raggi, 530 pagine, 2011, Traduzione Cosetta Cavallante, Prezzo di copertina 19,50.
:: Intervista con Dan Fante
24 gennaio 2011
Ciao Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Fante?
Sono uno scrittore di romanzi. Un ex ubriacone e un degenerato. Mi piacciono la pornografia e gli spot in TV.
Raccontaci qualcosa della tua infanzia.
Sono nato a Los Angeles. A scuola ero un ragazzino grasso e un prepotente. Sono cresciuto vicino al mare a Malibu, con un padre scrittore folle e ho trascorso gran parte della mia infanzia in un mondo di fantasia, evitando la scuola il più possibile.
John Fante, tuo padre. Dimmi qualcosa di divertente su di lui.
Era solito raccontarci le trame dei suoi libri all’ora di cena, a volte sarebbe andato avanti per un’ora a inventare storie e bere vino. Era un uomo molto poetico e molto divertente.
Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore come lui?
Quando ho fallito in tutto il resto nella mia vita. Quando la mia terza moglie mi ha buttato fuori di casa e quando non avevo un lavoro. Stavo cercando il più basso posto di lavoro retribuito in America e ho finalmente scoperto la scrittura.
C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato?
No, non ho avuto molto incoraggiamento. Ma ho amato i libri e la poesia e gli spettacoli teatrali. Una mia insegnante, quando avevo tredici anni, ha visto una storia che avevo scritto e mi ha detto che un giorno sarei stato un grande scrittore. Ho pensato che fosse pazza e l’ ho evitata per il resto dell’anno scolastico.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.
Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi, è stato respinto da oltre quaranta editori americani come pornografico, perverso e folle. Questo mi ha confermato che ero davvero in gamba, così ho continuato a inviare manoscritti. Infine, in Francia due anni dopo, è stato pubblicato. I francesi hanno un gusto meraviglioso nella letteratura.
Pensi che alcuni scrittori in particolare abbiano influenzato il tuo stile, o il tuo approccio verso la scrittura?
Eugene O’Neill ha avuto una grande influenza sul mio lavoro, così come Hubert Selby, e John Fante.
Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?
La maggior parte dei critici sono scrittori frustrati. Quelli che amano il mio lavoro ritengo siano brillanti. Quelli che non amano il mio lavoro ritengo siano analfabeti degenerati.
Che tipo di libri leggevi quando eri un ragazzo?
Ho amato il lavoro di Jack London da ragazzo. Amavo anche i romanzi di cowboy. Mi sono sempre identificato con i cattivi.
Cosa pensi di Faulkner?
Cerco di non pensare a Faulkner. Se mi sveglio e sto avendo un giorno terribile, lo so è perché ho letto una volta William Faulkner.
Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Mi piacciono i libri di detective in questo momento. Sono in una fase da libro di detective ora. Michael Connelly. Mi piace il 50% del lavoro di Michael. Questo è un grande elogio per me.
Dashiell Hammett e Raymond Chandler?
Hammett era un maestro, Chandler un ubriacone, ma ha scritto un paio di cose buone.
Perché hai deciso di scrivere Buttarsi?
Buttarsi è l’ultimo episodio della serie di libri su Bruno Dante. Si basa su episodi veri. Volevo porre fine alla saga di Bruno Dante con un botto, così ho scritto Buttarsi.
Il finale di questo romanzo è molto triste. Perché hai scritto quelle cose?
No, non è cupo affatto. E’ pieno di speranza. Rileggilo di nuovo, vedrai.
Bruno Dante spesso è molto simile a te. Ci sono pezzi autobiografici?
Certo. Io sono Bruno, solo meno matto dopo tanti anni.
Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?
Fate golf o usate un saldatore o diventate cassieri di banca o baristi o lavorate come postini. Non battete vostra moglie e i vostri figli più di una volta al giorno.
Se tu potessi iniziare la tua carriera di scrittore di nuovo, che modifiche apporteresti?
Vorrei scrivere terribile narrativa popolare e diventare ricco.
Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?
Mi piace il mio primo libro, sicuramente il migliore perché è stato scritto quando ero molto pazzo e sul bordo della morte. Mi piacciono anche i miei libri di poesia.
Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative?
Non mi considero uno scrittore acclamato dato che ho già avuto due recensioni negative. Mia madre ne ha scritta una e qualche bastardo su Amazon.com ha scritto l’altra. Sto ancora inseguendo il ragazzo su Amazon.com. Se possiede un gatto, giuro glielo avveleno.
Pensi che la tua scrittura migliori col tempo?
Mi piacerebbe che la mia scrittura migliorasse mentre scrivo. Certi giorni mi considero un genio e qualche giorno penso di tornare a cocaina e whisky.
Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?
Non faccio un duro lavoro. Questo è il segreto. Scrivo sei giorni alla settimana per due ore ogni giorno. In realtà per la maggior parte del tempo mentre scrivo mi diverto.
Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori?
Sono ancora stupito di averne di fan. Il genere di libri che scrivo non è adatto alla maggior parte dei lettori. Nei miei libri dico la verità su chi sono. Alla maggior parte delle persone non piace questo tipo di narrativa. La maggior parte delle persone ama gli scrittori che scrivono di amore e morte e passione e dipendenza. Troppo difficile. La maggior parte delle persone preferisce essere sedata dalla fantasia. Non scrivo per divertire.
Parlami del tuo prossimo romanzo.
Il mio prossimo libro è un libro di memorie su John Fante & Dan Fante. Sarà pubblicato in America il prossimo agosto.
:: Recensione di Niente da capire- Tredici storie senza mistero di Luigi Bernardi
21 gennaio 2011
Il crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza di cadavere decomposto, di sudore non lavato, di paura. E’ privo di mistero. Non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nell’epigrafe tratta da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non si sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
Ci sono storie, alcune visibilmente ispirate alla cronaca nera degli ultimi anni, che echeggiano i casi di Rosa e Olindo Bazzi, di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, altre forse inventate, forse ispirate da sensazioni, mezze verità carpite per strada, odori, ricordi, ipotesi plausibili, storie che forse sono successe e non hanno raggiunto i clamori della cronaca o che forse succederanno. C’ un racconto soprattutto che mi ha colpito, ha superato la superficie della diffidenza, della repulsione, del è solo un libro, inchiostro e pagine di carta, si intitola Camilla senza mani, forse non è il più bello, se la categoria estetica ha un senso nel descrivere questi racconti di quotidiano orrore, ma è quello che mi ha più disturbato, disorientato, fatto riflettere. Il cadavere di un’anziana ottantenne con il collo tagliato da un orecchio all’altro viene rinvenuto con le mani tagliate. Un cadavere che non ispira pena come di solito succede verso le vittime. Un assassino che confessa. Senza movente, se non un attimo di inspiegabile follia. Ha tagliato le mani del cadavere perché l’ ha visto fare in un telefilm poliziesco americano, per non far trovare residui della propria pelle sotto le unghie della vittima. La sua unica preoccupazione è che cosa gli daranno da mangiare per cena, lui musulmano, non mangia carne di maiale.
Teso, fino quasi a strapparsi, Niente da capire è un mosaico di micro racconti legati da un unico filo conduttore, un’unica linea rossa, un’unica certezza infondo, le cose accadono perché così deve essere, non c’è niente da capire. Dal 26 gennaio in libreria.
Niente da capire, Luigi Bernardi, Perdisa Pop Arrembaggi collana diretta da Antonio Paolacci, pag 144 Prezzo E 10,00.
:: Intervista con Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone
19 gennaio 2011
Salve Mr Dahl. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kjell Ola Dahl? Punti di forza e di debolezza.
Lati forti: beh vediamo sono un gran lavoratore, scrivo ogni giorno; debolezze: sono facilmente sedotto, da libri, film, misteri, vino e donne (non sempre in quest’ordine).
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Mio padre era un giornalista. Ci siamo spostati in giro per diverse città della Norvegia. Negli ultimi anni della fanciullezza ho vissuto a Oslo. Prima di finire gli studi ho viaggiato molto per conto mio. Continente americano, Asia, Europa. Ho studiato economia e psicologia presso l’Università di Oslo.
Quando hai capito che diventare uno scrittore era la tua strada?
Quando ero un bambino. Credo di aver sempre voluto essere uno scrittore.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.
Quando avevo 35 ho detto a me stesso: ora o mai più. Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma solo allora ho capito che era il momento di farlo! Volevo scrivere un romanzo poliziesco. Ho sempre amato i misteri e mi piaceva leggere i classici americani, come Chandler, Thompson, Hammett, Ross MacDonald e anche Ed McBain che ha molte somiglianze con autori svedesi come Sjöwall & Wallhö. Volevo scrivere un poliziesco, una storia moderna, con una trama realistica, con personaggi al tempo stesso realistici ma molto particolari. Ho cominciato a scrivere il primo libro su Gunnarstranda e Frolich alla fine del 1989 (che sarà pubblicato in Inghilterra nel mese di settembre con il titolo Lethal Investments – Il quarto libro in inglese, sarà il primo!). A Natale del 1989 ho scritto per una settimana a diverse case editrici e ho inviato il manoscritto ad una casa editrice dopo capodanno. Tre giorni dopo l’editor mi ha chiamato e mi ha detto che il libro gli piaceva, ma era da rivedere. Questo mi ha richiesto tre anni 😉 ho imparato molto. Il libro è stato pubblicato nella primavera del 1993 e ha ricevuto buone recensioni. Il libro è stato il primo di una nuova ondata di crime fiction incentrati sulla polizia in Norvegia.
Perché hai deciso di scrivere Il quarto complice ora pubblicato in Italia da Marsilio editore?
E ‘un noir tipico, una storia di ossessioni, incentrata sull’importanza della qualità in una relazione. L’ho scritto molto velocemente. Parte tutto da una storia d’ amore di Frolichs con una donna che ben presto diventa per lui un’ ossessione. Penso che molti abbiano avuto delle relazioni così a volte. Allo stesso tempo, questa ragazza è un classico luogo comune – è una femme fatale. Essendo un luogo comune, ne consegue che anche i suoi rapporti con il poliziotto, fanno parte di un cliché. Credo che questo sia quello che mi piace di più nei buoni polizieschi, quando c’ è quilibrio tra l’essere e l’ agire e i personaggi non agiscono come uno ci si aspetta ma ci sorprendono. E’ una sorta di rituale. Mi piace leggere questo tipo di storie. Tutti i gialli di solito vertono sulla ricerca della verità. Qualche volta però non sappiamo quale sia davvero la verità, e questo è un fatto con cui mi piace giocare quando scrivo.
Cosa ti ha ispirato?
Diverse cose. A quel tempo ci furono molti furti e rapine molto violente svolte da professionisti ad Oslo. Questo ha significato una sfida per la polizia di Oslo. Ho fatto qualche ricerca in giro su questo argomento. E ho anche voluto creare una storia su cosa significasse essere un poliziotto. Mi sono posto la domanda: cosa sarebbe successo se un poliziotto avesse incontrato una ragazza molto cattiva? Volevo scrivere una storia di ossessioni e ha scoperto che descrivere un rapporto d’amore può essere un modo perfetto per farlo. E mi è stato ispirato soprattutto dalla storia avvenuta a Venezia di un dipinto rubato, che è una storia vera.
Quanto è durato il processo di scrittura del Il quarto complice?
L’ho scritto velocemente, in meno di un anno. In qualche modo conoscevo l’intero racconto quando ho iniziato. Era una sensazione strana, ma anche bella.
Quali altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?
Come ho detto sopra, è un noir classico, mi può avere ispirato Il Falcone Maltese di Hammett, The Killer Inside Me di Jim Thompson e, naturalmente, Addio mio amata di Chandler. Mi sono ispirato anche a molti film noir classici, come Out of the past di Jack Torneur.
Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza svelarci il finale?
Ok, una breve introduzione: Il poliziotto Frolich incontra per caso una ragazza. Poi la incontra ancora una volta e si innamora di lei. Allo stesso tempo, egli nota che lei gli sta raccontando un sacco di bugie. Comincia a seguirla, a scoprire cose su di lei, la affronta e lei gli racconta ancora più bugie. Scopre che suo fratello è un criminale molto pericoloso. Una notte, mentre dormono nello stesso letto, egli è chiamato dal suo superiore sul luogo di un omicidio avvenuto nel porto di Oslo. Una guardia di sicurezza è stata uccisa da un uomo di nome Johnny Faremo – fratello della ragazza. Quest’ uomo è arrestato, ma ben presto viene rilasciato perché ha un alibi, dato da sua sorella. Frolich sa che è falso. Era con lui quando la guardia giurata è stata uccisa. Frolich vuole un chiarimento ma la ragazza scompare. Inizia così a cercarla, per scoprire la verità.
Puoi dirci un po’ di più sul tuo protagonista, Frank Frolich?
E’ un uomo molto ordinario, gli piace la birra, il calcio e la musica degli anni settanta. Non è sposato e si lascia facilmente sedurre dalle donne. Prima di Il quarto complice, ha avuto una relazione con una donna che ha avuto un bambino. Lei voleva molto sposarlo. Alla fine si sono lasciati. Penso che sia un personaggio in cerca di qualcosa. Né lui né io però sappiamo effettivamente cosa. Lui non ne è sicuro perché è un poliziotto. Ma l’azione legata al suo lavoro è una parte che apprezzo molto.
Elisabeth è una sorta di femme fatale, personaggio tipico dell’ hard boiled, l’ossessione di Frank Frolich. Si riprenderà mai da questa malattia?
Penso che gran parte della storia parli proprio di come cerchi di recuperarsi, molto lentamente.
Oslo è quasi un personaggio secondario, una sorta di presenza costante. Potresti descriverci il collegamento tra Frolich e Oslo?
Frolich è cresciuto lì. I suoi genitori sono della classe lavoratrice, è cresciuto nei quartieri operai sul lato est della città. Questo gli dà un background importante. E’ un uomo moderno, ha studiato legge e ha anche un grado. Conosce le strade e la sociologia della città molto bene.
Il finale è praticamente un’ interpretazione psicanalitica della realtà. Cosa simboleggia il mare?
Non sono sicuro di conoscere la risposta a questa domanda (sorride) ma – penso che la maggior parte degli psicologi interpretino l’ acqua come qualcosa di emotivo.
I tuoi libri sono di enorme successo in Norvegia e in tutto il mondo. Il successo come ha cambiato la tua vita?
Negli ultimi dieci anni sono stato in grado di vivere facendo quello che mi piace di più, scrivere storie.
Il successo del romanzo poliziesco nordico è un fenomeno globale. Qual è il segreto? Cosa ha di nuovo?
Amo solo i misteri non conosco le risposte dei segreti. Ma se si guarda al noir nordico in generale ci sono alcune somiglianze. La maggior parte dei gialli nordici tende a mettere la criminalità in relazione alle tematiche sociali. Questo non è sbagliato a mio avviso, perché la criminalità è un fenomeno sociale. Al tempo stesso un reato è commesso da persone reali. Da persone vere intendo persone che sono comuni con lo scrittore. Il difficile è provare a stabilire una connessione tra la realtà e i libri. Cosa che si fa ovunque, nella maggior parte della narrativa contemporanea. Ma può essere che gli scrittori nordici abbiano una buona tradizione nel gestire la criminalità nella fiction. Sai, il primo libro di saghe è il classico nordico Snorri og Sturlasson Viking 1000 pagine di uccisioni (Sorride)
Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?
Sono mattiniero. Mi sveglio alle 6.30. Scrivo fino a mezzogiorno. Poi faccio altre cose. Io vivo in una fattoria e felicemente, posso lavorare con gli animali e fare altre cose, non passo tutto il tempo a scrivere. E leggo un po’, guardo un film o parte di un film ogni giorno.
Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Difficile domanda. Sono più concentrato sui libri che sugli scrittori. Se mi dai un libro di James Ellroy o di John Le Carré scommetto che è buono.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Un libro di uno scrittore che è morto. Ficciones di Borges.
Qual è il ruolo di Internet nella scrittura, ricerca e marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?
Internet è molto importante per la ricerca e la scrittura. Ho un blog (norvegese) e un webside. Penso che tali siti aiutino ad essere visibili per i lettori. Gli e-books sono in una posizione di partenza. Con la crescente domanda di Ipad penso che il mercato degli ebook crescerà.
Come ti sei sentito una volta che hai finito di scrivere questo libro?
Molto felice. Ho avuto un buon feeling con questo libro sempre.
Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Non smettere di cercare. Leggere molto. Imparare. Quando c’è qualcosa che ti piace in un libro. Prenditi un momento e rifletti. Perché mi piace? Cerca di darti una risposta.
Quando sarà pubblicato il tuo prossimo romanzo in Italia?
Credo che dovrebbe uscire un mio libro quest’anno.
Infine un’ultima domanda, a cosa stai lavorando ora?
Sto scrivendo un noir, sempre nello stesso distretto di polizia ma che ha per protagonista una donna poliziotto. La storia coinvolge i giacimenti di petrolio norvegese e gli investimenti all’estero, e le connessioni tra stampa e politica. Ho un gran buon presentimento ( sorride).
:: Recensione di Gli uomini ombra a cura di Grazia Guaschino
18 gennaio 2011
Per merito della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, siamo venuti in possesso de “Gli uomini ombra e altri racconti”, un libro notevole appena uscito, scritto da Carmelo Musumeci, ergastolano autodidatta, attivista per i diritti dei detenuti (*). Grazia, che si è incaricata di scrivere la seguente recensione del libro, ne è rimasta inaspettatamente angosciata. Vi invitiamo a leggere “Gli uomini ombra e altri racconti” che ci fa “sperimentare sulla nostra pelle” il buio della detenzione e soprattutto dell’ergastolo “ostativo”, una punizione inumana e lesiva dei diritti fondamentali. Al di là del primo livello di tristezza quasi assoluta, avvertirete la luce e la speranza di chi si batte, nonostante tutto, per un mondo nuovo, più rispettoso dei diritti umani.
Quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione del libro “Gli uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci, ho accettato volentieri, perché da molti anni ormai mi occupo di diritti umani e di detenuti ed ho creduto di poter affrontare con lucidità e moderato coinvolgimento il testo da esaminare.
Le cose non sono andate proprio così. Già da prima sapevo che la vita nelle carceri è dura e squallida, che molto spesso i condannati all’ergastolo hanno alle spalle storie tristi di infanzie rubate e di maltrattamenti, che solitudine e tristezza regnano tra le pareti delle celle, ma una cosa è “sapere” e una cosa è “sperimentare sulla propria pelle”.
Leggendo i racconti di Carmelo sono entrata con lui nel carcere, ho vissuto con uomini disperati, ho avvertito in me il gelo della solitudine, la tortura dei giorni tutti uguali, tutti ugualmente vuoti, segnati solo da attività lugubri. Ho udito le urla, gli insulti. Ho provato il morso della fame, quella vera, interrotta solo parzialmente da pasti pessimi e insufficienti. Ho intravisto, con ansia infinita, con il cuore in tumulto, lo spiraglio di una possibile salvezza, lo spiraglio della libertà, solo per precipitare nuovamente e ancor più dolorosamente nell’abisso di violenza fisica, ma soprattutto psicologica, del carcere. Ho anche però capito il significato di amicizie silenziose e solidali, che permettono sacrifici incommensurabili, di amori travolgenti e senza speranza, di sentimenti forti e profondi, nel bene e nel male.
Carmelo Musumeci scrive in modo così coinvolgente che è impossibile non farsi attanagliare dall’angoscia, non provare tutta la compassione di cui si è capaci per questi uomini ombra, per i loro cari, e alla fine anche per i carcerieri, inariditi e privati dell’anima proprio come i loro carcerati, tutti travolti e divorati dal famelico Assassino dei Sogni.
L’Assassino dei Sogni è il carcere stesso, trasformato dall’abile penna di Carmelo in un essere vivo, tentacolare, gelido e malvagio, che avvolge e divora tutto ciò che di vivo riesce a inghiottire tra le sue mura. Le frasi di Carmelo sono molto spesso brevi, sembrano imitare il ritmo del respiro che diviene quasi affannoso mentre leggi, mentre ti immedesimi nei sogni rubati e nelle speranze tradite dei protagonisti, gli uomini ombra appunto, creature nascoste al resto del mondo e quindi dimenticabili e troppe volte di fatto dimenticate.
Sette racconti in questo libro, tutti terribili, tutti con un finale drammatico. Tutti tranne l’ultimo, in cui si intravede un barlume di speranza e di gioia, derivanti dall’amore e dal legame di amicizia che indissolubilmente lega corpo e anima di due persone, una dentro e una fuori dal carcere. Carmelo vuole trasmetterci un messaggio: solo se sapremo tendere una mano amica a queste persone altrimenti invisibili, solo se cercheremo di combattere e di far abolire la crudele e incostituzionale legge dell’ergastolo ostativo (**), potremo ridare un volto a queste persone, che quasi sempre hanno il solo grave torto di essere venute al mondo nel posto sbagliato.
Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, la sua biografia parla di un uomo intelligente e sensibile, sfortunato fin dall’inizio della vita, costretto a scelte sbagliate, ognuna conseguenza della precedente, tutte unite tra loro fino a formare la catena che ora lo tiene per sempre avvinto tra le mura del carcere di Spoleto. La sua intelligenza e il suo amore per la giustizia lo hanno portato a intraprendere un lungo e silenzioso cammino di redenzione che lo ha indotto a studiare fino a laurearsi in Giurisprudenza e a lottare dall’interno del carcere per sensibilizzare il mondo esterno sul dramma dell’ergastolo, che lui definisce “la pena di morte a gocce”.
Maria Grazia Guaschino- Direttivo Comitato Paul Rougeau( http://paulrougeau.org/ )
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(*) Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra e altri racconti”, Gabrielli Editori, Pagine 175, Euro 14. Il libro si può ordinare nelle librerie ma vi consigliamo di acquistarlo direttamente tramite il sito www.gabriellieditori.it oppure tramite il sito www.ibs.it
(**) Ergastolo senza benefici e senza revoca inflitto per determinati crimini associativi (v. n. 182 ).
Recensione di “Foto di Classe. U uagnon se n'asciot” di Mario Desiati a cura di Valentino G. Colapinto
18 gennaio 2011
Foto di Classe, quarto libro di Mario Desiati (Locorotondo, 1977), è un oggetto narrativo particolare, a metà tra ricerca sociologica e fiction. Il tema è la ripresa, dopo quarant’anni, dell’emigrazione dal sud verso il nord Italia.
Un’emigrazione, però, ben diversa da quella degli anni ’60, in quanto a partire sono soprattutto i giovani qualificati, spesso con tanto di laurea e master – i cosiddetti “cervelli”. E non si parte più con la valigia di cartone ma con il computer portatile; non si fugge la miseria ma si sogna un posto di lavoro corrispettivo al proprio iter formativo, retribuzione compresa.
La cornice narrativa in cui si racchiude quest’agile tassonomia dei giovani meridionali d’oggi è una foto di classe, a partire da cui Desiati rintraccia tutti gli ex compagni di liceo, mosso dall’insopprimibile bisogno di scoprire che fine abbiano fatto. Scoprirà così che di quei venti ragazzi, solo quattro sono rimasti a Martina Franca, mentre tutti gli altri sono emigrati per scelta o per necessità, come del resto l’autore stesso che da tempo vive a Roma, dove si è affermato come uno dei più importanti scrittori italiani ed è diventato direttore editoriale della Fandango Libri.
Capitolo per capitolo, vengono così delineate otto categorie: i Chiusi, i Fuggiti, i Fedeli, gli Usati, i Mammisti, i Soldati, gli Arrangiati e i Rimasti, ognuna delle quali è illustrata da un compagno di classe emblematico.
Chiusi sono quelli andati via per eludere i pregiudizi della mentalità di paese; i Fuggiti sono scappati da condizioni economiche insostenibili; i Fedeli, come lo scrittore stesso si autodefinisce, tornano puntualmente in paese per ogni festività; gli Usati sono giovani professionisti che a Martina Franca vengono solo sfruttati e devono andare altrove per cercare le meritate affermazioni; i Mammisti sono la versione estrema dei mammoni; i Soldati sono i tanti meridionali costretti ad arruolarsi per trovare un posto di lavoro e gli Arrangiati sono quelli che, pur emigrati, vivono ancora in grande precarietà. Infine, abbiamo i Rimasti che cercano eroicamente di migliorare le cose e cui è affidata la speranza che un giorno il Sud possa cambiare.
Più in generale, Desiati propone di chiamare i nuovi emigrati meridionali “fuorisede”, perché “emigrato è colui che lascia il proprio paese per migliorare status economico o sociale”, mentre “il fuorisede si trasferisce, ma mantiene una considerevole parte della propria vita nel luogo di nascita”. E così l’emigrato moderno, anzi il fuorisede – anche se trasferitosi a Roma o Milano – conserva un forte legame con il paese di origine, dove torna per le ferie natalizie, l’imperdibile Festa Patronale, le vacanze estive o le votazioni. E dove, in alcuni casi, conserva perfino il proprio barbiere di fiducia.
Nell’appendice finale l’Autore confessa d’essere partito da un questionario sulla nuova emigrazione compilato dalla Svimez e rivela che tutti i protagonisti sono in realtà frutto della sua fantasia, per quanto le vicende raccontate siano reali. Foto di Classe è, quindi, una sorta di reportage immaginario ma al tempo stesso molto attendibile sulla nuova emigrazione, una lettura illuminante e piacevole, che non potrà non emozionare soprattutto il lettore meridionale, il quale rivedrà nei ritratti esemplari tante persone a lui vicine.
:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone
17 gennaio 2011
Giorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16 caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.
:: Intervista a Filippo Kalomenidis a cura di Giulietta Iannone
17 gennaio 2011
Benvenuto Filippo e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni.Sei nato a Sassari nel 1976 e vivi a Roma. Ti sei diplomato in regia e sceneggiatura alla Scuola D’Arte Cinematografica di Genova. Parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.
Sono uno che scrive. Scrivo per spingere il lettore a “riconoscere l’abisso”, direbbe Heidegger. Perdonami questa cazzo di partenza pomposa, ma cerco di rendere ogni mio racconto o romanzo un’esperienza in cui “l’abisso deve essere subìto fino in fondo”. Vivo per accompagnare per mano chi legge le mie storie verso quella voragine dell’anima di cui si ha paura. Dove il versante di tenebra e la voglia di fare del male al prossimo si mescolano con l’incanto e con la voglia di amarlo e accudirlo. Quella voragine è il solo luogo interiore che forse ci avvicina alla verità. In una realtà dove la miserabilità emotiva domina, voglio mostrare che si può tenere testa al dolore estremo e alla bellezza assoluta. Fissandoli entrambi. Pur sapendo che il dolore e la bellezza sono crudeli quanto il tempo che ci si spende sopra. Come ha detto qualcuno che apprezza il mio lavoro, “sono un terrorista psicologico che scrive”.
Un ragazzo di provincia nella grande metropoli come difendi le tue origini?
Ho il sangue sporcato da talmente tante etnie che mi viene naturale proteggere la mia visione balcanica e sarda dell’esistenza e allo stesso tempo imparare dai variegati e affascinanti sguardi sul mondo che s’incontrano sull’asfalto romano. E’ normale che chi è nato e cresciuto in un buco di culo di provincia come Sassari si senta una formica quando comincia a camminare tra la folla e i marciapiedi sconnessi di Roma. L’importante è capire che essere una formica a un picnic è una condizione incredibilmente fortunata. C’è tanta di quella vita da raccontare, tanto di quel cielo da azzannare, da trasformare in storie laceranti da scrivere.
Mia curiosità, dove cade l’accento nel tuo cognome?
Cade sulla prima i: Kalomenìdis. A scuola, all’appello, il mio cognome faceva diventare gli occhi storti agli insegnanti nel tentativo, vano, di leggerlo come si deve. Stiamo parlando della Sardegna degli anni ottanta e novanta poco avvezza all’incontro con gli immigrati di seconda generazione. Ho avuto poi modo di scoprire che le forze dell’ordine (i “caschi blu” come li chiama Luna & Sole, il protagonista del mio romanzo “Sotto la bottiglia”), con cui ho avuto in passato a che fare, pronunciano invece alla perfezione gli strani cognomi dei “barbari”. Tanto di cappello. Sono molto più precisi dei professori di lingue morte e di lingue straniere…
Padre greco, madre sarda, nonna georgiana e bisnonna turca «ti manca solo un parente albanese e sei a posto» disse qualcuno in vena di scherzi. Come vivi questa tua multiculturalità? Dove ti senti veramente a casa?
E’ una grande ricchezza di storie, di approcci all’esistenza, di saggezza feroce, di aneddoti, di modi di dire brutalmente lirici, di ficcanti espressioni popolari e gergali che mi diverto spesso a italianizzare nei romanzi e nei racconti che scrivo. Nel mio albero genealogico puoi trovare di tutto: non battezzati, ortodossi, musulmani, cattolici. E soprattutto esseri umani che hanno dovuto difendere la loro pelle dalla violenza della Storia. Un annidarsi disperato negli anfratti della vita che credo mi abbia insegnato sia attraverso i geni, sia attraverso le parole di mio padre, a non rinunciare mai alla pienezza di due sentimenti che aiutano gli uomini ad allontanarsi dalla mediocrità emotiva: la Rabbia e l’Amore.
Dove mi sento a casa? Dove si trova la Ragazza che amo, ovunque si trovi. E poi a Piramide, sull’Ostiense e sulla Tuscolana più periferica. Roma, sapendocisi immergere, è un insieme di isole. Ogni quartiere periferico, parafrasando le fiabe balcaniche, è una sorta di vilaiet oscuro oltre la fine del mondo. Guadi quel fiume di asfalto, ti sembra di scalciare pietre. E in realtà sono diamanti…Ti trovi di fronte gli esclusi, gli scarti di fabbrica del nostro mondo, la loro infinita consapevolezza, il loro slancio umano autentico, il loro linguaggio aguzzo. Sono lontani anni luce dalla triste minoranza dei “figli del kleenex” che vengono rappresentati dalla maggior parte della narrativa di questo paese. Normale che Roma sia il massimo per uno “tzigo” come me.
Scrittore, autore teatrale e sceneggiatore per la televisione e il cinema. Così giovane e già così impegnato. Cosa ami più fare? Come è nato il tuo amore per la scrittura?
Ho lavorato per il teatro sperimentale e underground; ho scritto per serie televisive innovative e di successo come Ris e Intelligence, visionarie e spettacolari come Il 13°Apostolo (uscirà nel 2011 su Canale 5), consolidate e tradizionali come La Nuova Squadra; ho sceneggiato con Nicoletta Micheli e Guido Chiesa un film dal forte impatto visivo ed emozionale come Io sono con Te. E da tutte queste esperienze sono uscito rafforzato per dedicarmi alla “sacra terra inviolabile” della narrativa. Trovo naturale confrontarmi con svariati mezzi espressivi, tant’è che ho in cantiere anche un progetto di romanzo collettivo a fumetti (oggi per fare i fighetti le chiamano graphic-novel, io preferisco dire a voce altissima la parola “fumetto”). Al contrario di quel che pensano molti romanzieri, tanti sceneggiatori, innumerevoli teatranti, con la passione per i fiori di plastica e per le opere friabili come il polistirolo, la televisione e il fumetto possono essere strumenti taglienti. Da cui si possono trarre insegnamenti che tornano utili anche per scrivere narrativa. I romanzi e i racconti sono da sempre “la mia situazione creativa privilegiata”. Scrivo da quando ero adolescente (solo che allora buttavo giù cazzate che mi aiutavano soltanto a respirare meglio). Non posso vivere senza storie che inghiottiscono come pozzi, senza raccontare personaggi estremi e il loro linguaggio. Questa necessità nasce dal desiderio di dare voce ai marginali, ai sottoprivilegiati, alle “vite infami” e cancellate.
Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo il lavapiatti in ristoranti cingalesi, dormendo nelle soffitte, mangiando scatolette di tonno a mezzogiorno e sera?
Non sono uno di quegli autori che sono cresciuti “in serra”, che non mettono mai in gioco la loro soggettività, e si tengono bene al riparo dalla vita. Non ho niente a che spartire con coloro che per raccontare la strada hanno bisogno di consultare google maps tra un aperitivo cool e l’altro. Ne ho passate tante, molto peggiori degli esempi giocosi che fai. Aver vissuto esperienze dure non aiuterà la sana e robusta costituzione fisica, ma ti rende perlomeno estraneo alla dominante schiera di autori borghesi il cui immaginario non va oltre la porta del sofisticato wine bar dove incontrano i colleghi.
C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?
Un critico letterario, fortunatamente morto, a cui ebbi l’incauta idea di mandare dei miei raccontini quando avevo vent’anni esatti…Disse che sapevo scrivere, ma che quel materiale era talmente osceno e insopportabile da fargli pensare che il mio destino naturale fosse imbrattare con scritte scurrili le pareti dei cessi pubblici. Credo che un calcio nei denti simile avrebbe fatto passare la voglia di sfiorare la tastiera a chiunque. Invece ho continuato a lavorare con rabbia a storie ancora più feroci, spinte e allucinate. E’ la prima volta che ne parlo pubblicamente. Ma più ci rifletto, più mi convinco che quello sia stato un momento chiave: se quando sei ragazzino continui ad andar per la tua strada nonostante provino a tagliarti le gambe per puro piacere senile, vuol dire che la tua vita è afferrare storie e raccontarle. Costi quel che costi. Alla faccia del defunto “solone”, terrorizzato dall’autenticità del mondo sporco e sommerso che la mia “robaccia” evoca.
Hai lavorato come soggettista e sceneggiatore per diverse serie televisive. Com’è lavorare per la televisione. Molti giovani vorrebbero fare lo stesso. Che consigli ti sentiresti di dargli?
Come ho già detto, lavorare per la televisione fa crescere, è divertente, stimolante e consente di ragionare a pancia piena. Un grosso privilegio nella diffusa disperazione causata dall’anarco-capitalismo in cui ci dibattiamo. Quanti ai ragazzi che vogliono trovare spazio in questo ambiente, non amo la parola “consiglio”. Mi limito a dire che è importante immergersi nelle realtà nascoste, vivere visceralmente ogni giorno. Amare chi se lo merita con tutta l’anima e tutto il corpo, odiare chi se lo merita con tutta il cuore e tutti i muscoli. E non solo studiare alla moviola film e telefilm. Basare la propria esistenza sulla scrittura sta diventando sempre più una scelta per chi ha nobili natali, un grasso conto in banca aperto dai nonni ed è cresciuto sulle ginocchia di caporioni dell’editoria e del cinema. Chi viene dalla strada, come me, ha il dovere di terremotare lo stanco mondo della scrittura e di ferire lo sguardo di chi legge. Coloro che vengono fuori dal nulla devono provare a ribaltare i canoni narrativi asettici, triti e autoreferenziali che appesantiscono tanta fiction, tanti libri, tanti film. Grazie al cielo in questi ultimi anni vedo emergere in Italia una nuova leva di autori che ha voglia di tirare coltellate allo stomaco dei lettori e degli spettatori e di scansare chi si nutre di manualetti del bravo narratore e di citazioni da opere già realizzate.
Va di moda una televisione molto buonista, più c’è crisi più spopolano serial tv come Don Matteo per i quali i fondi si trovano. Non ti va un po’ stretta questa televisione?
Sinceramente non è un mio problema. Ma una disgrazia per gli spettatori che s’imbattono in quel tipo di produzioni e scelgono di “stonarsi” e sedarsi con visioni zuccherose e plastificate. Ho la fortuna di lavorare spesso, da parecchi anni ormai, per una struttura coraggiosa come la Taodue dove si punta su un altro genere di prodotti. Niente affatto buonisti.
Tagli alla culture, proteste, scioperi, se dipendesse da te che misure prenderesti per uscire dalla crisi?
Ti rispondo da uomo che scrive e non da stratega. In Italia non esiste più il minimo rispetto per alcuna forma di creatività. E’ dunque importante che gli autori protestino. Ma è fondamentale rendersi conto del dislivello che si è creato tra le opere realizzate e gli spettatori e i lettori. Le nuove generazioni si riconoscono sempre meno nei libri, nei film, nelle fiction che gli vengono serviti precotti. Abbiamo l’obbligo di emozionare e scuotere fino alle midolla chi si confronta con i nostri lavori. Abbiamo il dovere di fargli vivere nuove esperienze, chiamare le cose con il loro nome e dare il colpo di grazia al cavallo morente del “citazionismo”. Basta con la metaletteratura, il metacinema, basta con Godard, Tarantino e i fratelli Coen, basta con gli scopiazzatori della commedia all’italiana anni ‘60, basta con i nostrani romanzi mainstream che raccontano una borghesia che non esiste più, basta con gli autori che pubblicano solo perché hanno un nome altisonante e non vendono più di mille copie nonostante lanci stampa martellanti. La loro funzione si è esaurita. La vita poteva essere “un noioso impedimento allo scrivere” per Thomas Mann. Non per loro. Se questa gente trova la vita noiosa, continui a sbadigliare tra i soldi e la pianti di tediare il prossimo. La nostra società è oscurata da un’infinita apocalisse: occorrono storie urgenti, acuminate, potenti.
A proposito del film Io sono con te mi sono imbattuta in un sito dove venite tacciati di ateismo e blasfemia. Ma cosa c’è di così rivoluzionario nel vostro film?
Io sono con Te è un film controverso, molto scomodo. Dal mio punto di vista è stato il porre l’accento sulla centralità del femminile all’interno di una religione, il cristianesimo delle origini, a turbare alcuni. Un femminile animale, istintivo, caldo, che contiene la “grazia” genuina, la grazia arcaica degli “ultimi”. Non quella simbolica e incomprensibile con cui ci ammorbano tanti sacerdoti e teologi che credono ancora di vivere ai tempi degli amanuensi, e nemmeno la grazia “linta e pinta”, come si dice a Roma, delle modelle o delle attrici di soap-opera indicata inconsciamente come riferimento dai campioni dello scientismo tecnologico. Quanto alla blasfemia, si è detto un po’ di tutto sul film…E’ stato allo stesso tempo consigliato pure dalla Conferenza Episcopale Italiana. Cosa che la Micheli, ideatrice del soggetto, e Chiesa tengono a sottolineare, ma che a me frega poco. Sai com’è, con la curia non ci ho mai bazzicato molto…
Sotto la bottiglia Ed. Boopen LED è il tuo romanzo d’esordio. Vuoi parlarcene?
Il mio romanzo “Sotto la bottiglia” racconta i moderni “rum runners” nella Roma di oggi, i contrabbandieri del cosiddetto “alcol nero”. Ragazzi sardi, rumeni, polacchi, albanesi che rubano le cisterne di “alcol greggio” da una distilleria per rivenderlo a un’altra, che trafugano le bottiglie dai magazzini dei grossisti per smerciarle a proprietari di locali notturni e wine bar senza troppi scrupoli. Sono la manovalanza dell’odierno “proibizionismo dei prezzi alti”. Aumenta il consumo di alcolici e aumenta il prezzo degli alcolici. Di conseguenza in tanti si organizzano per procurarsi illegalmente bocce a quaranta gradi e piazzarle a basso costo al miglior offerente. Una realtà micro-criminale. Bevono forte e diffondono litri e litri di alcol per le strade. Quasi volessero disinfettare una città e un mondo luridi. Uno di loro, Luna & Sole, un trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica, s’innamora di LA’. Una quindicenne a cui nessuno, prima di lui, ha mai insegnato a vivere a pieno le proprie emozioni e la propria bellezza. Una storia d’amore estremo, vissuto come contagio di cose incantevoli e terrificanti, in una Roma inedita. La Roma dei non romani. La Roma dei Barbari, degli immigrati italiani e stranieri che cercano di conquistare ogni notte la strada e guardano ai monumenti e alle bellezze storiche come a giganteschi parchi giochi. La Roma di coloro che compiono il rituale di pisciare sulle Mura per avere l’illusione di impossessarsi della città. Proprio come facevano i soldati delle orde barbariche quando erano convinti di poter impadronirsi per sempre della capitale più bella del mondo.
Tratti un tema scomodo, forse sconosciuto, prima del tuo libro nessuno ne parlava. Mi ha fatto pensare alle distillerie clandestine del periodo del proibizionismo americano, a Bonny e Clyde. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro?
Questo romanzo nasce grazie all’amicizia con alcuni ladri, consumatori e smerciatori di “alcol nero”. Li ho conosciuti qualche anno fa nelle interminabili notti romane. Giovani devianti troppo sinceri per fare numero nel mondo di chi tiene l’ora, ragazzi che dicono fulmineamente la verità e la vivono spietatamente. Nello scrivere Sotto la Bottiglia ho dovuto diventare come loro e al contempo mettere tanti miei aspetti atroci nei protagonisti. E’ stato un lavoro viscerale, così estremo da procurarmi attacchi di panico nella stesura di alcuni passaggi. Ma, dai riscontri dei lettori, ho capito che lo shock che ho provato nel narrare questa storia raggiunge chi la incontra. Ed è una soddisfazione enorme. Ho trasfigurato la realtà dei rum runners contemporanei attraverso la chiave visionaria e allucinatoria della malattia e dell’alcol. Stavolta raccontato senza l’epica di tanta “narrativa etilista”, ma semplicemente come una droga amniotica e bruciante.
Ami spiazzare i tuoi lettori, non lasciarli tranquilli. Già dal tuo protagonista Luna & Sole, contrabbandiere di alcolici per passione e necessità, trentenne alcolizzato, con l’epatite B cronica e una passione per le ragazzine, decisamente non politicamente corretto. E’ poi così difficile tifare per lui?
Sotto la Bottiglia ha toccato nel profondo e coinvolto tanti lettori di ogni età ed estrazione. Ha emozionato un attore straordinario come Vinicio Marchioni, ha scosso scrittori diversissimi tra loro che ammiro da morire e che fino a qualche tempo fa conoscevo soltanto attraverso la lettura dei loro libri da Andrea Cotti a Francesca Melandri, da Francesco Trento ad Angelo Petrella, da Luigi Pingitore ad Antonia Iaccarino. Si prendono addirittura la briga di venirlo a presentare con me, raccontando al pubblico l’impatto che hanno avuto con un personaggio come Luna & Sole. Sono convinto che Luna & Sole rappresenti un lato spaventoso che ognuno di noi ha dentro. I più bravi, beati loro, sanno vederlo e tenerlo molto bene a bada…
Sotto la bottigliaè caratterizzato da una sorta di amore per gli ultimi molto pasoliniano. Ti trova d’accordo questo accostamento?
L’accostamento mi lusinga più che altro. Ti ringrazio di cuore.
Progetti per il futuro?
Un secondo romanzo già pronto, un terzo su cui sto lavorando, la versione collettiva a fumetti di Sotto la Bottiglia e una passeggiata notturna fino a Piazza Don Bosco per prendere le sigarette al distributore. Me ne è rimasta soltanto una.

























