Chi ci segue conoscerà sicuramente Glenn Cooper autore di due fortunati best seller storico- esoterici La biblioteca dei morti e Il libro delle anime . Nella nostra intervista dello scorso anno ci anticipò che nel gennaio 2011 sarebbe uscito in Italia un suo nuovo libro, non della serie precedente, un stand-alone nel quale la sua passione per l’archeologia avrebbe trovato libero sfogo. Esce infatti il 20 gennaio sempre per l’Edizioni Nord, specializzate in avventura e mistero, La mappa del destino il cui titolo in inglese The Thent Chamber è sicuramente più rivelatore. Sin dal prologo ambientato nella Francia del 1899 siamo trasportati nei dintorni di un piccolo villaggio del Perigord, Ruac che diventa lo scenario di una storia in cui, mistero, esoterismo, amore e morte si intrecciano indissolubilmente e conducono il lettore ai limiti dell’incredibile e ben oltre a dire il vero. Edouard Lefevre un insegnante e il giovane Pascal suo cugino durante una vacanza estiva entrano in una grotta e fanno una sconvolgente scoperta. Consapevoli che il segreto non possono tenerselo per loro ma devono avvertire le autorità tornano al villaggio di Ruac e commettono l’imprudenza di fermarsi al primo bar per mandare giù qualcosa di caldo. L’ingenuo Pascal ancora emozionato per l’incredibile avventura si lascia sfuggire che lungo la parete rocciosa hanno trovato una caverna al cui interno alla luce incerta dei fiammiferi hanno potuto vedere raffigurate immagini incredibili. Basta quello e in un attimo ad un cenno del barista gli uomini seduti alle loro spalle imbracciano i fucili e li uccidono. Più di un secolo dopo l’incendio della biblioteca dell’abbazia cistercense di Ruac fa tornare alla luce un singolare manoscritto redatto da Barthomieu monaco dell’abbazia vissuto nel 1307 che nell’unica iscrizione in chiaro in latino afferma di avere 220 anni. L’abate consegna il libro a Hugo Pineau antiquario restauratore per farlo riparare dai danni subiti durante l’incendio e così casualmente finisce nelle mani dell’archeologo Luc Simard che affascinato dai bellissimi disegni al suo interno contenuti, seguendo una mappa, giunge alla stessa caverna scoperta dai turisti ottocenteschi. Decine di dipinti rupestri preistorici lo convincono di essere davanti a qualcosa di epico, di potenzialmente più grande della scoperta di Lascaux o della grotta di Chauvet. Grazie alle sovvenzioni del Ministero dei Beni Culturali un team di esperti viene radunato sul luogo degli scavi ed è l’inizio di una serie di morti sospette. Simard sempre più immerso in quel mistero si interroga sul legame tra il manoscritto e i dipinti rupestri e soprattutto sulla sospetta ostilità degli abitanti di Ruac. Cosa nascondono? Che segreto custodiscono con tanta tenacia e soprattutto perché i Servizi Segreti francesi fanno di tutto per ostacolarli? Ecco a grandi linee la trama di La mappa del destino che oltre all’avventura racchiude anche una storia d’ amore, un simpatico e fascinoso archeologo molto alla Indiana Jones, una congiura che va avanti da secoli e coinvolge un intero villaggio, uno squarcio sui lavori intorno ai siti archeologici, una buona dose di fantastico, e pure un pizzico di spy story con tanto di agenti segreti pronti a tutto appartenenti ad una cellula segreta dalle azioni poco chiare. La scrittura di Cooper è piana, uniforme e piacevole. Le pagine scorrono fluide, la suspence è ben calibrata, i particolari tecnici non sono banali o troppo invasivi,l’ intrigo avvince. Per gli amanti delle cospirazioni esoteriche una lettura sicuramente da non perdere, per gli altri un piacevole divertissement non privo di originalità, non noioso, magari capace di far passare ore di piacevole svago.
:: Recensione di La mappa del destino di Glenn Cooper
15 gennaio 2011:: Intervista con Alan Furst a cura di Giulietta Iannone
14 gennaio 2011
Benvenuto Alan e grazie per aver accettato questa mia intervista. Chi è Alan Furst?
Alan Furst è uno scrittore dall’età di 11 anni. Ho infatti pubblicato il mio primo lavoro nel giornalino della scuola quando ero in quinta elementare. Ho sempre saputo in cosa avevo talento e quello che sarei voluto diventare. Il successo o il fallimento non mi sono mai davvero importati. Ho iniziato facendo il poeta, fino a quando nella mia tarda adolescenza, ho scritto alcune storie brevi poi, a 29 anni, ho scritto il mio primo romanzo.
Raccontaci qualcosa del tuo background.
Sono stato cresciuto dai miei genitori che erano figli di immigrati ebrei provenienti dai ghetti della Lettonia. Sono cresciuto nella Upper West Side di Manhattan (New York) in una famiglia che lottava per rimanere nella classe media. Entrambi i miei genitori lavoravano. Non abbiamo mai avuto un auto (non ne avevamo bisogno). Sono andato a una scuola di preparazione molto buona (il denaro poi è stato trovato) e ho scoperto che non ero il bambino più intelligente del mondo. Ho avuto un’educazione molto dura e conservatrice (grazie al Cielo). Al college ho passato la maggior parte del mio tempo con le donne e occasionalmente ho scritto qualcosa.
Il tuo background ha determinato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?
No, affatto il mio background non ha avuto mai importanza.
Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.
Completamente senza denaro, scrissi quello che pensavo fosse un lavoro letterario di cassetta ma che alla fine fu pubblicato, con mia somma, sorpresa da un editore con molta fantasia (Atheneum) e pensai: “Forse sono un romanziere!” Il libro (Your Day in the Barrel) si rivelò un totale fallimento, ma fu tradotto e pubblicato in Francia da Gallimard. Mi sono detto: “Come è possibile?”
Sei un autore di romanzi di spionaggio con sfondo storico. Quali scrittori ti hanno influenzato maggiormente?
Sono stato influenzato da diversi romanzieri che definisco autori di opere politiche e d’avventura iniziando da Stendahl, poi Malraux, Conrad, un po’ Hemingway (Per chi suona la campana) Orwell, Isaac Babel, Bulgakov, Gregor von Rezzori, Malaparte, Moravia, Durrell, Lawrence e ho imparato a scrivere leggendo Anthony Powell.
I tuoi libri sono ambientati appena prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Che tipo di ricerche hai fatto? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti durante la creazione delle trame?
Io leggo solo libri del periodo di cui scrivo. Leggo di tutto, libri di storia, di giornalismo, narrativa, autobiografie: è tutto lì. Le mie trame sono tutte completamente basate su reali situazioni politiche, le sottotrame sono se si vuole derivati autentici di queste situazioni, i personaggi anche.
A cosa stai lavorando in questo momento?
Sto scrivendo un libro ambientato nel Sud-est dell’Europa nel ’40 / ’41. Non dico troppo fino a quando non finisco un libro.
Conoscevi Margaret Mead?
Ero un suo studente quando avevo 20 anni. Mi piaceva e pensava che io fossi qualcuno che avrebbe potuto combinare qualcosa nella vita. Era senz’altro la persona più intelligente che abbia mai incontrato.
Hai lavorato in pubblicità. Puoi dirci qualcosa della tua esperienza?
Scrivere per la pubblicità è una delle cose migliori che mi sia mai capitata. Devi scrivere efficacemente e rapidamente e fare centro con poche parole. Migliore formazione non c’è.
Raccontaci qualcosa della serie “Night Soldiers”.
Non ho mai pensato che potesse nascere nè l’ho mai pianificata. Una volta ho cominciato a leggere intensamente (non scherzo) libri del periodo, mi sono completamente innamorato dei paesi dell’Europa continentale, di Parigi, delle persone che hanno cercato di sopravvivere agli incubi politici del periodo cercando di restare dei decenti esseri umani. Il periodo tra il 1933 e il 1945 è stato un momento difficile per amare, ma la gente ha cercato di vivere dignitosamente e con onore in mezzo al male e al caos. Così, come non amarli per questo?
“The foreign correspondent” è un libro interessante ambientato nel 1938, quando molti intellettuali italiani fuggirono dal governo fascista di Mussolini e si rifugiarono a Parigi. Raccontaci qualcosa di questo libro.
Ho letto un sacco di libri di storia di quando in Italia ci fu la “svolta” e mi sono stupito di quanti uomini e donne meravigliosi fuggirono a Parigi, senza badare a quanto fosse pericoloso, per resistere a Mussolini in ogni modo possibile. Gli americani non sono a conoscenza della profondità e dell’impegno e dell’ampiezza della resistenza italiana, mi dispiace dirlo, ma ciò è stato un bene per me dato che così ho potuto avere molto da dire poiché molte poche persone sapevano la verità.
Che cosa sono la libertà e il coraggio per te?
La libertà è qualcosa per cui si deve sempre combattere. E richiede coraggio fare la cosa giusta, non badando alle conseguenze.
Ci sono film tratti dai tuoi libri?
Ho successo altrove, ma non con i film. Non ci sono ragioni reali o risposte per questo.
I tuoi libri sono stati tradotti in diciassette lingue. Chi è il tuo editore italiano?
Per molto tempo è stato Rizzoli, adesso ho uno nuovo editore Giano.
Come possono i lettori mettersi in contatto con te?
I lettori sono invitati a scrivermi e-mail all’indirizzo del mio sito web. L’e-mail è alan@alanfurst.net
Pensi che ci sia un revival della spy story?
Beh, la gente ancora scrive romanzi di spionaggio; ci fu una specie di crisi solo dopo la fine della Guerra Fredda. Ma ora scrivono di terrorismo, di estremisti islamici, o di qualsiasi altra cosa faccia notizia. Questo genere è quasi sempre (non per me, comunque) connesso alla situazione politica. Si sta evolvendo nell’attualità.
Recensione di La lingua del fuoco di Don Winslow a cura di Stefano Di Marino
14 gennaio 2011
Don Winslow è sicuramente uno dei più significativi autori di thriller di questi anni. In attesa di leggere Satori , seguito del magnifico Il ritorno delle gru (Shibumi) di Trevanian accontentiamoci della riproposta di alcuni suoi lavori risalenti alla fine degli anni ’90. Accontentiamoci… espressione certamente non adatta visto che di romanzi cosce ne vorrebbero a vagoni ai giorni nostri. Certo, La Lingua del fuoco è in qualche modo un’opera minore se paragonata al Potere del Cane e anche di L’inverno di Frankie Machine…ma possiede una forza raramente riscontrabile nei thriller letti negli ultimi tempi. Una menzione di merito va anche alla traduzione di Alfredo Colitto che si districa con abilità e perfetto controllo del linguaggio anche in quelle sezioni di ‘ police procedural’ riguardanti i tecnicismi di un’indagine su un incendio doloso. Ma il fulcro non sono questi capitoli che,a a prima vista possono sembrare sin troppo specifici. Winslow riesce a stupire cambiando meccanismi e spunti a ogni libro pur restando se stesso, con le sue passioni(il surf prima di tutte) e un certo disincantato romanticismo che accomunano Bobby Z, Frankie Machine, Boone Daniels e Jack Wade. In fondo il mondo si restringe a una tavola che cerca la Grande Onda… sin dai tempi di Un mercoledì da leoni e Point break. È una mitologia a sé che, ben sfruttata, fa già metà del romanzo. L’altra metà è la capacità di costruire un intreccio che pare dipanarsi in mille rivoli ma poi è saldamente in mano all’autore. Tanto che il gioco di fili che ti portano in una direzione e ti lasciano a bocca aperta perché tutto si ricollega e la storia subisce un capovolgimento che ribalta la situazione da una pagina all’altra , si ripete diverse volte nel corso di una vicenda. Questa si presenta come un ‘semplice’ thriller centrato su un omicidio celato da incendio accidentale. Ma entrano in scena gangster, traffici interraziali, frodi assicurative, un panorama variegato di personaggi che recitano tutti la loro parte per avvincere,stupire. E Winslow non sbaglia un passaggio, non perde una sola occasione per toccare le corde che il lettore vuole sentir vibrare. E così anche in una lunghezza inusuale per un thriller tutto tiene, tutto ti costringe a leggere una pagina…una ancora. E non è il vetusto stereotipo del page turner. Lingua di fuoco regala davvero momenti memorabili, emozioni. E ,forse, è in grado di insegnare qualcosa a tanti presunti noiristi nostrani che credono dispare già tutti. Maestro Winslow in cattedra… noi sediamo attenti e ammirati
Stefano Di Marino
:: Intervista con Gin Phillips
13 gennaio 2011Salve Gin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gin Phillips? Punti di forza e di debolezza.
Come la maggior parte dei romanzieri, credo, che la scrittura non sia solo quello che faccio ma anche quello che amo di più. Mi piace anche mio marito, la mia famiglia (compreso il cane), i viaggi, cucinare, leggere. Mi piace pensare che uno dei miei punti di forza sia che sono abbastanza contenta quasi tutto il tempo. (Non do credito all’ immagine dello scrittore torturato stereotipo dell’ artista. Sono incredibilmente fortunata ad avere persone che comprano i miei libri e mi permettono di inventare delle storie.) Sono creativa e mi diverto sulle montagne russe e mangiando ciambelle. Sono impaziente e un disastro in matematica. E non dimentichiamo che disprezzo gli scarafaggi.
Raccontaci qualcosa del tuo background, del tuo stato d’origine l’Alabama, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono cresciuta in Alabama, in una delle più grandi città dello stato. Sono andata al college in Alabama, poi mi sono trasferita in Irlanda per un anno, in seguito ho vissuto pochi mesi in Thailandia. Sono tornata negli Stati Uniti, e mi sono trasferita prima a New York e poi a Washington DC per un paio d’anni. Per la maggior parte del tempo scrivevo per una rivista, da circa 25 anni sono infatti freelance a tempo pieno, praticamente durante il giorno lavoravo alla rivista e durante la notte scrivevo fiction. Qualche anno fa, sono tornata in Alabama.
Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?
Ho sempre scritto. Da bambina ero sempre intenta ad annotare storie, a disegnare vignette, a scrivere scenette e canzoni. Ma ho dovuto attendere fino al college per rendermi conto che la scrittura era la mia vita.
Leggi altri autori contemporanei?
Ho sempre amato la fantascienza. E naturalmente ho letto molti scrittori contemporanei. Ho letto voracemente e ecletticamente di tutto, dalla finzione letteraria, alla young adult fiction, alla fantascienza. Sia fiction recente che classici.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Ho finito il romanzo alla fine del 2004, e ci sono voluti due anni per venderlo. Poi ci sono voluti altri due anni per farlo pubblicare. Avevo anche lavorato su un altro romanzo inedito prima di La notte ha occhi curiosi e ho trascorso svariati anni ad accumulare rifiuti. Sono sicura di aver ricevuto centinaia di rifiuti nel corso degli anni. Non credo sia stata un’ esperienza del tutto negativa, ti fa venire la pelle dura. Questa è una buona cosa per uno scrittore.
Perché hai deciso di scrivere La notte ha occhi curiosi?
Mia nonna e i suoi tre fratelli sono cresciuti in Carbon Hill, dove il mio bisnonno faceva il minatore. Così sono cresciuta ascoltando aneddoti sulla vita di quella città famosa per la estrazione del carbone. Ho sentito tutte quelle storie e le ho conservate nella memoria. Non avevo intenzione di utilizzarle in un romanzo. Mi piacevano per se stesse. Anni dopo, ho iniziato a pensare alla possibilità di una storia ambientata in una comunità di minatori dei primi del 1900. Avevo letto diversi libri di saggistica che riguardavano gli scioperi nelle miniere e le lotte dei minatori nel nordest degli Stati Uniti, e ho pensato alla brutalità e a quanto fosse pericolosa la vita quotidiana nelle miniere … e di come i momenti di bellezza o di gioia in mezzo a tutta questa bruttezza sarebbero stati tanto più evidenti. Alla fine mi sono ritrovata a pensare ad una bambina seduta sulla veranda di casa sua, mentre guardava fuori la notte.
Quanto è durato il processo di scrittura?
Ho scritto il romanzo in poco meno di un anno.
Altri romanzi ti hanno ispirato?
Nessuno in particolare.
Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?
Nel 1931 a Carbon Hill, una piccola cittadina dell’Alabama di estrazione del carbone, una bambina di nove anni, Tess Moore al calare delle tenebre vede nel suo portico posteriore una donna sconosciuta che solleva il coperchio di un pozzo e vi lancia un bambino senza una parola. La città è sconvolta da questo reato, ma è Tess che sente di più la tragedia. Inizia ad essere tormentata dagli incubi e così la sorella di quattordici anni, Virgie, escogita un piano per rintracciare la donna . Le due ragazze fanno un elenco di tutte le donne che hanno partorito neonati negli ultimi sei mesi e cominciano insinuando dubbi nella vita dei loro sospetti ‘. La loro indagine non produce una risposta immediata, ma apre gli occhi delle sorelle sulle complicazioni della vita .
Puoi dirci un po’ di più della tua protagonista?
Il libro è raccontato da cinque punti di vista, tutti appartenenti a diversi membri della famiglia Moore. Albert, il padre, è un minatore di carbone. Sua moglie, Leta, trascorre il suo tempo a gestire le faccende della casa e ad allevare tre figli. Poi c’è la figlia maggiore, Virgie; Tess di nove anni, e Jack di cinque anni.
Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?
Oh, quello che mi piace di essere uno scrittore è che non c’è una tipica giornata di lavoro. Odio la mattina presto e così prendo del tempo per me. Prendo un caffè, leggo il giornale, e, infine, mi siedo e inizio a scrivere verso le 9:30 o giù di lì. Quando sto lavorando ad un progetto, cerco di scrivere almeno sei ore al giorno.Altrimenti faccio ricerca, vado in viaggio, faccio discorsi o presentazioni di libri. Quando correggo le bozze, chiudo il computer e mi porto dietro la mia copia ridicolmente voluminosa per bar o ristoranti. Ho spesso un altro turno di lavoro notturno, a partire dalle 23:00 circa, dopo che mio marito è andato a dormire. Io amo la quiete, lavoro ancora quando tutti gli altri sono andati a letto. Questo è il mio momento più creativo.
I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?
Molto eccitante. È incredibile pensare che una propria storia venga raccontata e letta in tutto il mondo.
Scrivi anche racconti o solo romanzi?
Solo romanzi. Mi piace molto avere centinaia di pagine per raccontare una storia, è come avere una grande tela su cui lavorare.
Progetti di film tratti dai La notte ha occhi curiosi?
Nessuno ancora.
Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Toni Morrison, Ian McEwan, Neil Gaiman, Margaret Atwood
Cosa stai leggendo in questo momento?
Solar di Ian McEwan.
Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.
E ‘sempre divertente incontrare le lettrici e sentire cosa pensano del libro. Durante le presentazioni di questo libro ho avuto modo di incontrare numerose persone in tutti gli Stati Uniti che mi hanno detto quanto i Moor gli ricordassero i propri genitori o nonni. Durante la Grande Depressione molti hanno avuto esperienze comuni non importa in quale parte del paese abbiano vissuto o che cosa abbiano fatto nella vita. Mi piace sentire raccontare storie di famiglia e so che il libro ha fatto sì che la gente abbia pensato più a fondo sul passato della propria famiglia. Ma l’incontro più memorabile fu probabilmente quando un ragazzo mi ha chiesto anziché di autografare il suo libro di firmare il suo petto.
Qual è il ruolo di Internet ?
Internet aiuta moltissimo con la ricerca, non solo ti permette di trovare articoli accademici o libri di riferimento, ma è di grande aiuto anche nella ricerca di piccoli dettagli che potrebbe portare via molto tempo per trovarli in biblioteca. Faccio un esempio, potrei avere un personaggio del 1980 e ho bisogno di sapere che tipo di scarpe da ginnastica indossa, o che tipo di musica ascolta. Grazie ad Internet sono in grado di trovare i modelli di Reebok, di Tretorns, e una dozzina di gruppi musicali in circa cinque secondi con Google. E, naturalmente, Internet aggiunge un certo lavoro pure. Invidio Hemingway e Tolstoj e Dickens per molte ragioni, ma in parte anche perché non hanno dovuto rispondere a e-mail o scrivere un blog.
Hai un agente letterario?
Sì. Kim Witherspoon della Inkwell Management di New York.
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Il mio prossimo libro, Ghosts Underground, uscirà nel 2012. Ha per protagonista l’ archeologo Ren Taylor, che ha dato una svolta alla sua carriera, trovando una serie di ciotole mozzafiato nel sud del New Mexico. Le ciotole sembrano appartenere ad un’ artista straordinaria del 12 ° secolo, e Ren è convinto che contengano il segreto per cercare di capire come è morta una donna mille anni prima. Nel 2009, l’archeologo Silas Cooper invita Ren in un remoto canyon, dove ha fatto la sua stessa scoperta. Il libro è in parte una storia d’amore, in parte una storia di mistero e in parte una storia di fantasmi .
:: Intervista con Omar Di Monopoli a cura di Velentino G. Colapinto
13 gennaio 2011
Omar Di Monopoli (Bologna, 1971) è scrittore, grafico e sceneggiatore. Vive e lavora da sempre a Manduria, ha esordito come fumettista durante gli anni di studio trascorsi a Bologna, ha firmato la sceneggiatura del film La caccia di Edoardo Winspeare e finora ha pubblicato i romanzi Uomini e Cani (2007), vincitore nel 2008 del Premio Khilgren Città di Milano, Ferro e Fuoco (2008) e La Legge di Fonzi (2010), che compongono la sua cosiddetta Trilogia Western ambientata in Puglia, e suoi racconti compaiono in numerose antologie e riviste. Il suo blog è http://omardimonopoli.blogspot.com/.
Dei tanti scrittori pugliesi affermatisi negli ultimi anni, tu sei uno di quelli cha ha mantenuto più forte il legame con la terra d'origine, decidendo di vivere a Oria, piuttosto che trasferirti, per esempio, a Roma o Milano, come tanti tuoi colleghi “fuorisede” (Lagioia, Desiati, Lattanzi, Astremo, Carrisi, ecc.). È davvero così difficile vivere in Puglia, facendo lo scrittore?
Devo correggerti: vivo a Manduria, esattamente al centro tra Lecce, Brindisi e Taranto. E ho ripetutamente provato a lasciare la mia regione (sino a qualche mese fa ero di stanza a Roma per motivi di lavoro, ma il perpetuo scontro col Raccordo Anulare mi ha convinto a ritornare nei miei lidi).
Sicuramente però sono legatissimo alla mia terra, questo sì, anche se è difficile viverci per tutt'una serie di ragioni (che sono poi in fondo note a tutti), ma in questo momento è l'intera Penisola ad avere il fiatone, come se fosse diventata nell'ultimo decennio una sorta di Grande Immenso Sud. Fare lo scrittore in una terra complicata come il Meridione ha in ogni caso i suoi pregi: mi capita di continuo coi miei libri di visitare licei, penitenziari e istituti per malati psichiatrici, venendo a confronto con realtà che non conoscevo e che mi permettono di rivalutare i miei conterranei per la serietà e la professionalità.
Sei riuscito a inventare una scrittura particolarissima, lo “stile Di Monopoli”, che – piaccia o no – sicuramente è molto personale e originale, inconfondibile. Non ti sei mai preoccupato, però, del fatto che questo tuo mescolare italiano a dialetto, termini desueti con linguaggio parlato, potesse rendere i tuoi libri troppo ostici e risultare così un ostacolo alla lettura? E puoi raccontarci com'è nato questo tuo stile?
Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d'imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio.
Forse è vero che il primo approccio coi miei libri può risultare ostico, però non si scardinano le regole attenendosi alle mode e al gusto del mercato. Poi, va anche detto, dopo tre romanzi lentamente sono riuscito a costruirmi un mio pubblico, una schiera sempre più numerosa di estimatori che mi scrive, mi segue e mi sostiene, e questo è un piccolo miracolo che non smette mai di stupirmi…
La legge di Fonzi, a differenza delle opere precedenti, si conclude con un finale che lascia spazio a un'interpretazione fantastica. Sarà questo il prossimo sviluppo che intendi seguire, abbandonando l'iperrealismo che finora ti ha contraddistinto?
No, cioè sì. Sono, infatti, intenzionatissimo a percorrere altre strade che probabilmente incroceranno il fantastico, ma il prossimo romanzo, quasi ultimato e in uscita credo dopo l'estate, narra ancora una volta di un meridione rurale e un po' western, solo che stavolta cambio l'ottica: il racconto sarà tutto guardato in soggettiva da un ragazzino…
I tuoi romanzi, oltre a essere influenzati dal cinema e in particolare dagli spaghetti western, sono anche di per sé molto cinematografici e potrebbero essere trasposti senza difficoltà sul grande schermo. Hai già avuto delle proposte a riguardo? Magari potrebbe pensarci il salentino Edoardo Winspeare, con cui hai già lavorato in passato…
Sento spesso Edoardo, perché dopo una nostra collaborazione siamo rimasti amici (oddio, sempre con Winspeare è una parola grossa, visto che è uno degli uomini peggio reperibili dell'intera Puglia), però la traduzione in pellicola della mia «poetica» da anni è in mano a un altro staff, molto attivo e del quale per scaramanzia non rivelo l'identità, anche se al momento, a causa della difficoltà di reperire i fondi, tutto sembra in stand-by. tuttavia sono ottimista e in fondo la crisi prima o poi finirà (almeno spero!)
Finora hai ambientato le tue storie nell'assolato Salento oppure sul selvaggio Gargano. A quando un romanzo sulle aride Murge, l'altra area geografica delle Puglie, che – a mio parere -sarebbe ideale per uno dei tuoi western?
Mi solletica l'idea di continuare questa sorta di mappatura western della mia regione e più volte ho immaginato che il barese e le Murge potessero (e dovessero) rientrare nei miei progetti futuri, ma è una zona che conosco poco e sono solito scrivere di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Però chissà, in fondo ultimamente sono stato da quelle parti per presentare il libro, magari a breve deciderò di passarvi un po' di giorni in più…
Ultima domanda. Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi prossimi progetti letterari?
Oltre al mio prossimo romanzo, di cui ho accennato, c'è la raccolta di racconti noir pugliesi che Manni darà a breve alle stampe e poi l'antologia “Meridione D'inchiostro”, un progetto ancora top secret (sperò di non ricevere rimproveri per averne parlato), che raccoglie scritti dei narratori del sud più significativi degli ultimi anni.
Valentino G. Colapinto
:: Liberidiscrivere Award
12 gennaio 2011Il 2010 è appena finito ed è tempo di bilanci.
Noi di Liberidiscrivere istituiamo il Liberidiscrivere Award e a votare per il migliore libro del 2010 sarete voi, i nostri lettori.
In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto rigorosamente edito nel 2010 mi raccomando e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola che sono sempre esclusi da questo tipo di contest.
Tra due settimane, c’è tempo di votare fino alla mezzanotte di mercoledì 26 gennaio, ci saranno i conteggi definitivi e giovedì la proclamazione del vincitore a cui andrà un piccolo presente di ricordo dell’iniziativa.
Dunque iniziate a votare!
| GRADUATORIA |
| IGuerrieri dell’Aria | James C. Copertino | Edizioni Scudo | 179 |
| Oltre l’orizzonte | Antonello De Sanctis | No Reply | 86 |
| L’altra donna | Kenia Cedeno | Statale 11 Editrice | 53 |
| Onda d’abisso | curatore Alessandro Morbidelli | Orecchio di Van Gogh | 23 |
| A Napoli tutti hanno un soprannome | Antimo Pappadia | Albatros | 20 |
| Ambigue Utopie | a cura di W Catalano e G F Pizzo | Bietti Editore | 12 |
| L’ombra del falco | Pierluigi Porrazzi | Marsilio | 10 |
| La legge di Fonzi | Omar di Monopoli | ISBN | 4 |
| Lullaby | Barbara Baraldi | Castelvecchi | 2 |
| Tiro all’italiana | Stephen Gunn | Mondadori | 2 |
| Il Diacono | Andrea G. Colombo | Gargoyle | 2 |
| Quis ut deus | Paolo Logli | Ad est dell’equatore | 2 |
| Pirata, Mammuth e cecchino | Alberto Caprara | Perrone | 1 |
| Scarlett | Barbara Baraldi | Mondadori | 1 |
| Una donna di troppo | Carl Hiaasen | Meridiano Zero | 1 |
| Il giorno dei morti | Maurizio De Giovanni | Fandango | 1 |
| Rex Tremendae Maiestatis | Valerio Evangelisti | Mondadori | 1 |
| Amori e crudeltà dell’Orchidea Rossa | Stefano di Marino | Edizioni Scudo | 1 |
| Il vento del Texas | James Reasoner | Meridiano Zero | 1 |
Recensione de“La Legge di Fonzi” di Omar Di Monopoli a cura di Valentino G. Colapinto
12 gennaio 2011
“La Legge di Fonzi” Omar Di Monopoli: 293 pp. brossura, prezzo di copertina €14,00 [Edizioni ISBN, 2010].
Con un po' di ritardo recensiamo finalmente una delle pubblicazioni italiane più interessanti di tutto il 2010, l'ultimo capitolo della trilogia western pugliese di Omar Di Monopoli (nato a Bologna nel 1971 ma cresciuto a Manduria fin da piccolissimo), ormai diventato vero e proprio autore di culto.
Nessun problema per chi non avesse letto i precedenti Uomini e Cani (2007) e Ferro e Fuoco (2008), in quanto trattasi di romanzi indipendenti l'uno dall'altro sia per protagonisti che per vicende narrate, benché accomunati da stile e tematiche.
All'autore salentino va riconosciuto, infatti, il merito d'aver inventato uno stile barocco, che può piacere o no, ma è sicuramente originale e inconfondibile, e un genere letterario (il western in salsa pugliese) finora inedito nella nostra letteratura.
La cifra stilistica del Nostro è caratterizzata dalla continua alternanza tra registro epico e grottesco, dalla commistione tra italiano e dialetto e dal ricorso frequente a vocaboli aulici o comunque ricercati, il tutto condito con un'abbondante dose d'ironia, a ricordare un po' il latino maccheronico delle opere di Teofilo Folengo (1491-1544).
Per quanto concerne invece le tematiche, è evidente l'influsso sia degli spaghetti western di Sergio Leone e compagni da una parte sia del southern gothic americano dall'altra (vedi autori come Cormac McCarthy o Joe Lansdale).
Il discorso diretto viene riferito privo di virgolette o caporali e la narrazione principale è intercalata dagli interventi di un anonimo compaesano, che funge un po' da coro greco della tragedia (o meglio tragicommedia) narrata.
Così come nel primo capitolo della trilogia e dopo la parentesi garganica di Ferro e Fuoco, l'azione è nuovamente ambientata in un Salento allo stesso tempo immaginifico e iperrealistico, in un paese fittizio del brindisino, Monte Svevo, che rassomiglia non poco ai luoghi che'autore conosce bene
La storia, che è corale e intreccia le vicende di molti personaggi – la maggior parte corrotti o corruttibili, e quindi predestinati alla catastrofe finale – è dominata fin dall'inizio dal temuto ritorno in paese di Nando Manicomio, ex boss del paese e criminale psicopatico, il quale viene inaspettatamente preceduto dal fratello e rivale, Giovanni Pentecoste detto Fonzi, un eremita-giustiziere che ricorda certi cowboy solitari interpretati da Clint Eastwood.
Monte Svevo, epitome di tutti i paesi meridionali, è dominata da una classe politica ed ecclesiastica corrotta, che ha continuato a restare in sella anche dopo la decapitazione della Sacra Corona Unita, con cui a suo tempo era collusa.
In questo ambiente degradato sia economicamente che socialmente e culturalmente – un vero e proprio inferno in terra (anche per l'insopportabile afa estiva), lontanissimo dalla Puglia da cartolina che viene pubblicizzata ultimamente – la redenzione è quasi impossibile e sembra essere alla portata solo dei giovani, fossero pure ladruncoli nazistoidi oppure portaborse dei potenti, perché nessuno è innocente, e quando Fonzi tornerà per fare rispettare la sua “legge” saranno guai per tutti.
Apice del romanzo è la grottesca descrizione della festa patronale, la Giostra Medievale, strumento di narcisismo politico-religioso, che vede la partecipazione eccezionale dell'attore Ron Moss (il Ridge di Beautiful, o almeno si presume…) e la cui conclusione inaspettata ricorda certe esilaranti scene di Ammaniti. E dietro la violenza pulp del libro si nasconde, come già nei romanzi precedenti, un intento serio di denuncia dei tanti mali del nostro sud e della colpevole rassegnazione di molti, troppi meridionali.
In conclusione, La Legge di Fonzi è sicuramente il romanzo più complesso e riuscito scritto finora da Omar Di Monopoli, che conferma il talento palesato nelle sue prove precedenti e nel finale cerca di andare oltre gli schemi del passato, con un'incursione nel fantastico che forse apre nuovi orizzonti per le sue opere future.
Valentino G. Colapinto
Su gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo:
Sàngu ti Giuda, e chi se lo scorda? Ancora ne parlano, mmienz' alla piazza, gli anziani. Se tu alla sera esci e vai sentire di che parlano, solo di quello parlano. Di quello e di lu govérnu maledetto, ca a noialtri povera gente ce lo mette sempre 'ngulo. E sì che qua in paese ne abbiamo visti parecchi, di morti ammazzati. E none uno o due. Parecchi, dico. Perché questa terra di malavita era. E li cristiani si sparavano per strada, none chiacchiere. La Sacra Corona Unita c'avevamo, qua. Roba che si pagava il pizzo uguale alla Sicilia. Peggio che alla Sicilia. Volevi aprire un alimentari? Dàmmu li sordi e paja, se no te lo puoi scordare. Un autolavaggio? Calati prima d'in tasca che poi ti faccio fare quìddu ca vuoi! E se non ti azzittivi, c'era il rischio che venivano sotto casa e ti mettevano una bomba. Bum, bellu mìa, e chi si è visto si è visto… Poi però grazìaddio sono cambiate, le cose: hanno messi in galera i caporioni, e allora la gente respirava. Proprio così: respirava! Cristiani di malaffare ce ne sono e sempre ci saranno, per carità del Signore, quìstu chi lo nega? Però la gente la vedevi, che di uscire di casa non teneva più quella fifa che ti attorcìna lu stommùcu. La gente, a Monte Svevo, avìa ripreso a vivere, mannaggia l'ostia!
Poi è successo quel fatto là. 'Nu fatto brutto assai.
Era una mattina pari a tutte le altre, e in paese si viene a sapere che hanno trovato questo qua pronto per il cimitero. Uno, ispettore della Regione dice che era, incaprettato nella sua macchina e bruciato manco se un vitello cotto alla griglia per la festa della Candelora era. Uno spettacolo schifoso. Come non se ne vedono 'tru li film. Roba che in molti si sono pensati: ma che, arrétu ai tempi di quel biondoddio siamo tornati? E ménchia, non dico per dire, ho visto la gente cacarsela sotto come cagnùli, all'idea.
E poi invece si viene a scoprire che colpa sua era, del più grande figghìu di puttana che ci era rimasto a Monte Svevo: Nando Manicomio: sempre ìddu, maledetto fetente. Uno che se lo vedevi arrivarti dritto in faccia pensavi solo: Cristo mio fai che non m'arruvìna! Anni erano, che prima o poi ci doveva capitare qualcosa di brutto, a quello demonio. E mica s'è capito bene perché l'ha fatto. Gelosia, dicono. Roba che 'sto benedetto cristiano se l'era tentata con la femmina sua – 'na poco di buono, mezza maga, che da allora non si fa più vedere troppo aggìro per timore delle prediche e delle maleparole. Che poi vallo tu a sapere, se le cose veramente a 'sta manéra stanno, quando c'hai a che fare con uno malacarne come a quello!
Due volanti andarono a prenderlo, a Manicomio. Prima una e poi l'altra. Ma quìddu niente, mica era tipo che si spaventava. Ha pigliato la pistola e s'è barricato intru la roulotte sua. E appena uno si avvicinava lui gli faceva fischiare le orecchie a botta di chiùmmu. Andatevene affancùlu, gridava, e sparava. Giuro. Mio genero là davanti teneva la vigna. Cogli occhi suoi l'ha visto. Andate a chiederlo a lui se non ci credete. E quando finalmente hanno fatto irruzione, quello mmucìto mica si è arreso subito. Macché. Continuava ad agitare mani e piedi come uno scalmanato, certe mazzate che non sto qua a dire, non sto, e non c'era Cristo in grado di fermarlo. Però lu fessa mo' stài sotta chiave, e speriamo se lo tengono là dentro fino a quando schiatta, che io di rivederlo in giro non c'ho mica tanta voglia; anzi, proprio per un cazzo!
:: Recensione di Il professionista: Vendetta di Stephen Gunn
11 gennaio 2011
Il professionista: Vendetta romanzo illustrato di Stephen Gunn con tavole in bianco e nero di Francesco Mortarino edito da BD è una nuova avventura di Chance Renard alias il Professionista ambientata a Milano ovvero a Gangland, metropoli corrotta e avvelenata, cinica e violenta cuore nevralgico e punto di congiunzione tra gli affari dell’alta finanza e i traffici del crimine più o meno organizzato. Una città dai mille volti in cui comunità multietniche convivono più o meno pacificamente tra loro, popolando in pochi anni le strade di negozi di kebab, di parrucchieri cinesi, di bazar pakistani, di internet point russi o ucraini, di negozi di souvenir stracolmi di cianfrusaglie e chincaglieria esotica. Chance vi si muove a suo agio, in questo guazzabuglio di razze, dialetti, colori, pronto ad entrare in azione conscio che il pericolo e il rischio sono sempre in agguato. La violenza non dorme mai soprattutto a Gangland città che non ha niente da invidiare alle grandi metropoli americane in quanto a criminalità e ferocia. Non ci stupiamo infatti di vederlo coinvolto sin dall’inizio in un violento assalto ad un furgone blindato fatto ispirato alla cronaca nera recente, la rapina di via Imbonati del ’99, e a decine di film noir e polizieschi e soprattutto ‘poliziotteschi’ anni 70 che costituiscono l’humus dove l’autore prende ispirazione da profondo conoscitore del genere. Nel brutale scontro a fuoco Marcella la sua donna di una notte viene uccisa come uno dei banditi e le guardie giurate di scorta e da qui si innesca una storia di inesorabile vendetta, di tradimento, ma anche di lealtà, di amicizia. Chance Renard vuole giustizia per gli amici caduti e quando il vicequestore Nitti gli propone di indagare sui colpi della banda in cambio della promessa di tenerlo fuori dalle indagini, si butta a capofitto. Fino a ricevere una telefonata di una vecchia conoscenza il colonnello Berloni, presidente della società di sicurezza che si occupava del trasporto dei furgoni blindati contro cui i furti erano sempre avvenuti. C’è una talpa all’interno della società che avverte la banda dei percorsi, qualcuno molto in alto forse uno stretto collaboratore di Berloni. Se Chance la scoprirà riceverà 50,000 Euro. Chance non certo per i soldi accetta e si mette sulle tracce del traditore che lo porterà a scoprire un intrigo degno delle sue avventure più internazionali fino alla resa dei conti finale che lascerà in Chance sempre un po’ di amaro in bocca ma gli consentirà di compiere un gesto di grande generosità in memoria dell’amica Marcella. La Milano di Scerbanenco occhieggia sorniona dalle pagine ed emerge quasi immutata non ostante il passare degli anni e i cambiamenti sociali e politici che la trasfigurano e danno un sapore amaro a questo noir affatto scontato, caratterizzato da una cura paziente nella delineazione dei personaggi, dall’estremo realismo dei dialoghi, dalla capacità di creare atmosfere angoscianti e opprimenti e non solo con l’utilizzo della violenza come detonatore dei conflitti. Tommaso Corso, Caterina Manzelli detta Skate o meglio la Bimba, Guglielmo il Freddo, la banda di Chance che l’accompagna perché è passato il tempo di agire da solo, costituisce una carrellata di personaggi vitali e indispensabili all’aspetto corale dell’azione. Bimba soprattutto quasi una figlia per Chance con il suo punzecchiare continuo e divertito, il suo amore forse non confessato ma evidente, emerge dalle pagine e colora di tenerezza un eroe che non può sempre fare l’ammazzasette come lui stesso dice ad un certo punto del racconto. Vendetta infine è senz’altro il romanzo più di impegno, il più politicamente strutturato di Di Marino come sottolinea Sergio Altieri nella breve prefazione, quello in cui evidenzia i lati più deleteri del malpaese, e tratteggia i contorni di una società contemporaneamente omicida e suicida che tutto sacrifica in nome del dio denaro.
Tra qualche mese poi non perdetevi Gangland Blues su Segretissimo.
Il Professionista -Vendetta. Stephen Gunn, Francesco Mortarino. Edizioni BD. Pag. 144. Euro 13,00.
:: Niente da capire il nuovo libro di Luigi Bernardi dal 26 gennaio in libreria Perdisa
10 gennaio 2011
«Un fatto non può "tornare" come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande. Le nostre leggi si fondano soltanto sulla probabilità, sulla statistica, non sulla casualità, si realizzano soltanto in generale, non in particolare.
Il caso singolo resta fuori dal conto. I nostri metodi criminalistici sono insufficienti, e quanto più li perfezioniamo tanto più insufficienti diventano alla radice. Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare.Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna.
Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice a degli uomini, altrimenti statevene tranquilli e occupatevi di inutili esercizi di stile».
Friedrich Dürrenmatt, La promessa
Sui crimini di oggi non c'è niente da capire.
Il crimine fa notizia, indagano persino le trasmissioni televisive.
Giornalisti, criminologi, sociologi, semplici cittadini, tutti si mettono a caccia del mistero. Un mistero che non esiste. Come già imputava Friedrich Dürrenmatt ne La promessa (citato nell'epigrafe del libro), ognuno tende a costruire un universo da dominare, ma questo universo è una menzogna che si sgretola sotto il peso della propria inconsistenza.
Il mistero esiste soltanto come accalappiatore di audience, e i tredici racconti di Bernardi smontano il giocattolo e lo restituiscono nella sua nudità, tragica e impietosa. Antonia Monanni è una magistrata inquirente, la vita privata vissuta nei ritagli di tempo, fra un delitto e un altro, i casi criminali che si susseguono a scandirne i giorni. Omicidi efferati che sono soltanto l'esito sanguinario di piccole beghe fra persone che hanno disimparato a vivere.
La collezione delle storie di Antonia Monanni è una sorta di almanacco della cronaca nera degli ultimi anni: storie vere più o meno trasfigurate, storie inventate, storie plausibili. Storie che non rassicurano perché imprevedibili, frutto di quella sconfinata fucina di crudeltà che è la mente umana. Un modo discorde di raccontare il crimine, l'anatomia di gesti senza ritorno che sono la pietra tombale del giallo, del noir e del mistero.
Luigi Bernardi, narratore e saggista, scrive anche per il fumetto, il teatro e la televisione. Il suo ultimo romanzo è Senza luce (Perdisa pop, 2008), un long seller che continua a incantare i lettori.
:: Recensione di Darling Jim di Christian Mørk a cura di Giulietta Iannone
10 gennaio 2011
Siete stanchi dei soliti gialli nordici ambientati in interni surriscaldati, pieni di paesaggi innevati, di maglioni di lana a treccia da pescatore dei fiordi, d’introspezione psicologica alla Ingmar Bergman, di badilate in capo al mito che la società scandinava sia all’avanguardia mille e mille anni luce da noi? Allora vi presento Christian Mørk, danese di Copenaghen, da anni trapiantato negli States, autore di uno strano libro Darling Jim, che io non stenterei a definire un horror ma che molti hanno classificato come thriller gotico con sfumature noir cosa che mi fa un po’ storcere il naso ma forse sono troppo rigorosa. Mørk ha scelto un tranquillo villaggio irlandese per ambientarvi una storia in cui i miti che popolano le fiabe celtiche scorrazzano dentro e fuori dalla realtà evocati dalla voce ipnotica e affascinante di Darling Jim un cantastorie itinerante che attraversa l’isola di Smeraldo a bordo di una sgargiante moto rossa. Una scia di sangue segue Darling Jim e toccherà a Niall giovane postino dublinese mettersi sulle sue tracce e svelarci la sua storia. Vicenda inquietante e anche piuttosto cruenta con risvolti decisamente macabri e raccapriccianti degni appunto di un horror tendente al fantasy che non piacerà ai puristi del thriller ma appunto a mio avviso si discosta da questo genere e si avventura in terre ancora inesplorate. In Darling Jim il fantastico prende il sopravvento per cui per apprezzarlo è necessaria un’attitudine all’ irreale. Se si cerca un rigore logico e una precisione chirurgica si finirà per contestare ogni singola scena. Bisogna lasciarsi trasportare dalle parole e della magia del racconto, credere alle favole insomma, lasciare che l’immaginazione ci trasporti in una terra dove l’uomo licantropo non è solo una leggenda. Forse il lato sentimentale è un po’ troppo accentuato come qualcuno ha notato con un certo fastidio ma a me non è dispiaciuto, anzi mi ha divertito. Infondo è anche una storia d’amore e di mistero, un piccolo divertissement senza pretese scritto bene con intelligenza e vivacità. Marco Piva del sito Corpi Freddi ha avuto modo di conoscere Mørk a Courmayeur e l’ ha trovato brillante e simpatico, spero di intervistarlo al più presto, dopo tutto Darling Jim seppure con alcuni suoi limiti è un opera che si discosta dalla solita banalità e denotata non pochi tratti originali. Interessante.
Darling Jim di Christian Mork Traduttore Giorgio Puleo Prezzo di copertina Euro 18,00, 2010, 378 pagine, brossura, Editore Marsilio Collana Le Farfalle. Disponibile anche in ebook.
:: Recensione di Il quarto complice di Kjell Ola Dahl a cura di Giulietta Iannone
9 gennaio 2011
In una Oslo autunnale e piovosa dominata dall’oscurità notturna o immersa in una spettrale e grigiastra luce crepuscolare un poliziotto, l’ispettore Frank Frolich incontra la sua ossessione. Per caso, come spesso succedono queste cose, quando uno meno se l’aspetta, quando la propria vita scorre monotona sui binari della normalità, durante le operazioni di polizia per la cattura di un trafficante di carne e sigarette Frolich conosce Elisabeth.
Ed è amore, o perlomeno qualcosa di molto simile alla frenesia amorosa, qualcosa di cui prima di allora l’ispettore Frolich aveva solo letto, o sentito dire, considerandola una fantasticheria.
Elisabeth esercita su di lui un potere oscuro non solo fisico ma anche mentale risvegliando in lui una brama, un desiderio intenso e tormentoso, una passione sconosciuta che lo porta a capire di stare pericolosamente giocando con il fuoco. I campanelli di allarme ci sono tutti.
La sfuggente Elisabeth nasconde dei segreti e Frolich non è ben sicuro di volerli conoscere ma una forza irrefrenabile lo sovrasta, lo spinge a pedinarla, ad indagare su di lei e così scopre la relazione di Elisabeth con una donna innamorata di lei, la relatrice della sua tesi, e soprattutto qualcosa che Elisabeth gli ha di proposito tenuto nascosto e che si decide a svelargli solo messa alle strette, ormai convinta che lui l’abbia già scoperto: è la sorella di Jonny Faremo personaggio di spicco della malavita della capitale norvegese, un balordo, un delinquente che ha scontato tre anni per rapina a mano armata.
Il buon senso, la prudenza a questo punto gli imporrebbero di troncare la relazione, di sottrarsi a questo legame potenzialmente distruttivo, ma lui li ignora e continua incurante di tutto a farsi consumare dall’illusione di un amore senza futuro.
L’atmosfera che si respira sembra uscita da un film noir degli anni 40, i classici archetipi del genere ci sono tutti: il poliziotto duro e tormentato se non proprio corrotto (ma ci siamo quasi), la famme fatale di una bellezza ipnotica e pericolosa, i gangster senza scrupoli violenti e amorali, il colpo che cambia la vita, l’epilogo tragico.
Molto più hammettiano che chandleriano Il quarto complice più che un poliziesco convenzionale è molto simile ad una gangster story in cui il protagonista inizialmente retto e irreprensibile si trova ad un certo punto a guardare nell’abisso, a scoprire lati oscuri del suo carattere che prima non sospettava minimamente di avere.
Il fascino del proibito, l’ossessione amorosa scavano gallerie, producono sconvolgimenti e anche farsi coinvolgere in un omicidio diventa il prezzo da pagare, un incidente inevitabile come immergersi nei bassifondi di una Oslo molto Chicago anni 40, ben lontana dall’idea che ci facciamo delle città nordiche tutte fiordi e salmoni affumicati. Kjell Ola Dahl che ha già pubblicato con Marsilio Un piccolo anello d’oro e L’uomo in vetrina e ci ha piacevolmente sorpreso gettando uno sguardo decisamente nero sul classico giallo scandinavo tutto ottimismo e digressioni sociali non sta alle regole, improvvisa utilizza l’intreccio, le tematiche, i dialoghi tipici dell’ hardboiled e dalla materia grezza crea qualcosa di nuovo e destabilizzante. Da seguire.
Titolo originale: Den fjerde raneren Traduzione di Giovanna Paternità.
:: Intervista a Michael Robotham
8 gennaio 2011
Salve Michael. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Michael Robotham ? Punti di forza e di debolezza.
Penso che uno dei miei punti di forza sia la capacità di creare dei personaggi molto credibili che vivano e respirino nell’immaginazione del lettore. La gente spesso da per scontato che nei crime o nei thriller l’importante sia la trama ma sono i personaggi che li rendono memorabili. Molto tempo dopo che i lettori hanno dimenticato la trama di una storia, si ricordano i personaggi.
Punti deboli? Odio creare trame che è una cosa strana da confessare. Mi piace scrivere e riscrivere la storia, i dialoghi, le relazioni tra i personaggi ecc … ma non mi piace dover ideare i colpi di scena e le false piste. E’ come giocare a scacchi indossando una benda sugli occhi.
Sei cresciuto in una piccola città australiana, hai iniziato come giornalista per il The Sun a Sydney. Dopo 10 anni come giornalista di successo in Australia e in Inghilterra, hai iniziato a fare il ghost writer per le celebrità. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Ho avuto un’infanzia molto idilliaca un’esistenza alla Tom Sawyer in una piccola città, pescando e nuotando nei fiumi. Mio padre era l’ insegnante del paese e mia madre era una infermiera e ha avuto quattro figli in quattro anni, il che significava che ero sempre circondato da fratelli. Quando ho cominciato a pensare di scrivere, ho pensato che Mark Twain avesse rubato tutte le trame migliori. Questa è una delle ragioni per cui sono diventato giornalista – volevo vedere il mondo e raccogliere materiale. Il giornalismo mi ha portato in giro per il mondo molte volte – in zone di guerra, durante colpi di stato – ho intervistato tutti, dai presidenti degli Stati Uniti alle pop star ai serial killer. E ‘stata una scuola meravigliosa.
Quando hai capito che avresti voluto diventare scrittore? Quando hai deciso di passare alla fiction?
Fin dalla mia adolescenza, ma come ti ho già detto, non sapevo cosa scrivere. Quando sei giovane ti senti enormemente fiducioso, è solo più tardi che si insinuano i dubbi. Il giornalismo e il ghostwriting mi ha insegnato quanto sia importante raccontare una bella storia. Scrivendo fiction puoi spendere centinaia di pagine di introspezione intento a guardarti l’ombelico, ma io preferisco esplorare la condizione umana, ponendo i miei personaggi sotto pressione e vedendo come reagiscono. Quando ero adolescente, mi sono innamorato dei racconti e dei romanzi di Ray Bradbury. Non riuscivo ad ottenere tutti i suoi libri in Australia, così gli ho scritto una lettera tramite il suo editore americano. Mesi dopo, un pacco è arrivato con i libri che non erano disponibili e una lettera di Bradbury mi diceva quanto era felice di avere un giovane fan dall’altra parte del mondo. La sua generosità ha fatto di me uno scrittore.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Gli aspiranti scrittori o odieranno questa storia o ne trarranno ispirazione. Avendo scritto quasi quindici ‘autobiografie’ come ghostwriter, nel 2001 mi sono finalmente seduto a scrivere un romanzo. Ho finito 117 pagine e le ho date al mio agente. Nel marzo 2002, questo parziale manoscritto divenne oggetto di una guerra di offerte al London Book Fair. Stavo tornando in Australia e ricevetti una telefonata alle 3.00 del mattino che mi diceva che gli editori di tutto il mondo si battevano per i diritti. Nel giro di poche ore la mia vita è cambiata per sempre. Non si va a dormire dopo una cosa del genere. Così rimasi sveglio, a fissare il soffitto. Alle sette del mattino l’asta fu battuta … ed era pronto il cast del film di Hollywood. E ‘stato un passaparola enorme, ma anche molto intimidatorio. Non avevo ancora finito il romanzo che tutto questi editori stavano investendo la loro fede e il loro denaro in me. Il sospettato è stato infine tradotto in 24 lingue ed è ancora il mio libro di maggior successo.
Tu sei l’autore di una serie di thriller di grande successo tra cui Perduta, Il Sospetto, Il Manipolatore, Ferry Night, Bleed for me. Due di loro, Perduta e Il Manipolatore, hanno vinto il Ned Kelly Award per il miglior romanzo poliziesco australiano. Puoi dirci qualcosa di questa esperienza?
Non credo che le vendite siano necessariamente influenzate dall’aver vinto dei premi, ma voglio dire che gli editori possono mettere la frase ‘premiato’ nella pubblicità, il che è una bella cosa. Per molto tempo i miei romanzi sono stati molto più di successo all’estero che in Australia. Questa è una delle cose strane che ti succedono lavorando in un settore creativo. Si può diventare molto più noti in un paese straniero che in patria. Vincere il Ned Kelly Award ha contribuito a cambiare tutto questo. Infatti ho cominciato a ottenere un buon riconoscimento anche in Australia, che è ancora più speciale perché è ‘casa’. È il luogo dove i miei figli stanno crescendo. È il luogo dove sono nato.
Leggi altri autori contemporanei?
Penso che stiamo vivendo in un epoca d’oro della letteratura poliziesca. Ci sono grandi autori epici come James Lee Burke e Peter Temple, e cronisti sociali come George Pelecanos, Don Winslow e Dennis Lehane. Recentemente ho scoperto uno scrittore italiano Michele Giuttari, che ha un meraviglioso istinto per le ambientazioni ed è capace di creare personaggi avvincenti.
Qual è stata l’ispirazione per Il sospetto il tuo romanzo d’esordio?
L’ispirazione arrivò anni prima di diventare un romanziere. Stavo lavorando con un’ assistente sociale che ad un certo punto mi raccontò la storia di un tale che andava in un ospedale per adottare un bambino appena nato da una madre adolescente. L’adolescente era mentalmente disabile ed era stata violentata mentre era in cura dallo stato. Un giudice aveva ritenuto che era incapace di badare a un bambino e perciò il bambino fu messo in adozione. Questa povera ragazza non riuscì a trattenere il suo bambino prima che fosse portato via. Lei urlava mentre l’assistente sociale prendeva il bambino e lo portava lontano giù per il corridoio. Mentre succedeva tutto questo l’assistente sociale guardava negli occhi il bambino e gli poneva la domanda: un giorno avrai intenzione di cercarmi e mi vorrai ringraziare per averti salvato la vita, o mi darai la colpa di aver rovinato tutto? Questa era la stessa domanda che si è presentata nella mia coscienza e mi ha portato a Il Sospetto. Molto spesso alcune persone possono giocare con le vite di altre persone come fossero Dio – giudici, medici, assistenti sociali, psicologi – spesso con le migliori intenzioni possibili … ma cosa succede se si sbagliano?
Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?
Romanzi come Il senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg e Una storia segreta di Donna Tarrt, sono spesso descritti come ‘thriller letterari’. Un giorno, se sarò abbastanza bravo, mi piacerebbe scrivere un romanzo così, indipendentemente dal genere.
Quanto è durato il processo di scrittura di Il Sospetto?
Ci ho messo circa un anno per scrivere Il Sospetto – ma ovviamente tutto era nato molto tempo prima nella mia mente. Questa è una delle trappole per grandi scrittori. I primi romanzi nascono spesso dopo anni di lavoro – e si dimentica quanto tutto ciò sia importante. Successivamente il secondo romanzo viene scritto in una frazione del tempo. E’ la sorte che differenzia gli uomini dai ragazzi.
Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Joe O’Loughlin? Soffre del morbo di Parkinson. Questo fatto non è un po’ un conto alla rovescia limitante che impedisce in un certo senso lo sviluppo del suo personaggio?
Quando ho creato Joe O’Loughlin e ho deciso che fosse affetto dal morbo di Parkinson, non avevo intenzione di creare una serie e riproporlo nei libri successivi. Pensavo di stare scrivendo un stand-alone. Alla fine ho fatto un compromesso e ho creato una serie di personaggi che entrano ed escono dai miei romanzi. Quando ho creato Joe, volevo un protagonista che non fosse una specie di James Bond o Jack Reacher, il tipo di eroe che combatte meglio di tutti e che può saltare e correre più velocemente di chiunque. Volevo qualcuno con una mente brillante, ma un corpo cadente; qualcuno che dovesse ‘pensare’ per sfuggire dal pericolo. Io lo paragono al Prof. Stephen Hawking, un moderno Einstein con un corpo malandato.
Perché hai deciso di scrivere Il Manipolatore?
La premessa centrale di Il Manipolatore è stata ispirata da due avvenimenti reali accaduti in due posti diversi del mondo. Il primo si è verificato nel nord d’Inghilterra più di un decennio fa. Si trattava di un molestatore telefonico operante nel nord dell’Inghilterra – un uomo che violentava la mente delle donne, piuttosto che i loro corpi. Trovava le sue vittime da colpire sui giornali locali, andando alla ricerca di storie di ragazze adolescenti, campionesse di hockey, o netball, o tennis. Poi aspettava che queste ragazze fossero a scuola e allora telefonava alle loro madri, conoscendo abbastanza informazioni per convincerle che aveva rapito le loro figlie. Questo caso mi ha perseguitato per tanti anni perché ho potuto immaginare le cicatrici psicologiche che ha causato alle vittime. Il chiamante ordinava a queste madri di togliersi i vestiti, e di andare a piedi fuori dalle loro case in luoghi remoti. Qui è dove la polizia le avrebbe trovate, metà congelate, terrorizzate e convinte che agendo così avrebbero potuto salvare le vite delle loro figlie. Io vivo in Australia ora – sulle spiagge del nord di Sydney – ed è qui che mi sono imbattuto in un caso quasi identico a quello della Gran Bretagna. Il modus operandi era lo stesso – utilizzando i quotidiani locali raccoglieva informazioni sulle ragazze e quindi chiamava le loro madri. Nel caso di Sydney, la polizia crede che fino a un migliaio di donne nel corso di un periodo di sei anni siano state lasciate mentalmente segnate dal chiamante. Anche se nel Manipolatore non si fa riferimento a nessuno di questi casi, hanno di fatto contribuito alla storia. E di tutti i miei romanzi questo è forse il più puro thriller psicologico. Non tratta di violenza pura o spargimento di sangue.Tratta di ciò che percepiamo che stia accadendo. L’immaginazione è in grado di evocare destini molto più terrificanti di qualsiasi scrittore o regista di horror di Hollywood.
Il Manipolatore è il tuo libro più oscuro, assolutamente terrificante. Cos’ è la paura per te? Come si può generare?
Può sembrare sorprendente – ma mi spavento facilmente. Io sono il figlio di mia madre. Una volta ha urlato così forte in un cinema che hanno dovuto fermare il film e accendere le luci. Ho tre figlie. I miei incubi ricorrenti riguardano sempre loro, le immagino in percolo ed io non riesco a raggiungerle. E’ da qui che la paura proviene. Noi tutti l’abbiamo sperimentata. Abbiamo tutti perso di vista un bambino in un supermercato o seduti in una notte di pioggia, abbiamo aspettato qualcuno che ritarda a tornare a casa. Come scrittore attingo da questi timori.
Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?
Il Manipolatore è un thriller psicologico e voglio dire che lo è nel suo senso più puro, perché non è un libro con un numero impressionante di cadaveri, o con scene di violenza iperrealistica. Ma allo stesso tempo è incredibilmente oscuro e senza dubbio il romanzo più spaventoso che ho scritto perché parla di un uomo che stupra la mente piuttosto che il corpo delle sue vittime. La storia è narrata da Joe O’Loughlin, psicologo clinico e docente, che è chiamato a Clifton Suspension Bridge a parlare ad una donna nuda arroccata sul parapetto che minaccia di saltare già. Joe cerca invano di comunicare con lei, ma la donna non lo ascolta. Sta parlando ad un telefono cellulare. Improvvisamente, cade il telefono e cade anche lei e muore. Per tutti i soggetti coinvolti – la polizia, i media, i paramedici e il pubblico – è un altro triste suicidio. Ma tre giorni dopo, la figlia adolescente della donna morta si reca fino alla porta di Joe e gli dice che sua madre non si sarebbe mai uccisa – non così almeno – dato il suo terrore per le altezze.
Vincent Ruiz, un personaggio secondario di Il sospetto, è il protagonista di Perduta. Qual è la differenza tra Joe O’Loughlin e Vincent Ruiz?
Vincent Ruiz è l’unico personaggio che sia apparso in ogni uno dei miei romanzi – sia come narratore o come un personaggio secondario. Lui è molto diverso da Joe come personaggio. E’un bevitore, un duro ex-detective con tre matrimoni falliti, una madre alcolizzata e una vita di rimpianti. Allo stesso tempo, ha un meraviglioso senso dell’umorismo, è un grande one-liner e ha un punto di vista pratico. Non dico che ha un cuore d’oro – perché è molto più prezioso dell’oro.
Bleed for Me ha come protagonista ancora Joe O’Loughlin. Quando sarà pubblicato in Italia?
Purtroppo, non ho idea di quando Bleed For Me sarà distribuito in Italia. Credo che molto dipenderà dal successo di Il Manipolatore. Ne è diciamo il seguito in cui verrà rivelato ciò che accade a Joe e alla sua famiglia. Spero che i miei editori ne facciano fare al più presto la traduzione perché l’Italia è uno dei miei posti preferiti.
Sei australiano ma ambienti i tuoi libri in Inghilterra. Perché?
Quando ho vissuto in Inghilterra per molti anni ho scritto un romanzo ambientato in Australia (il mio grande manoscritto inedito). C’è qualcosa nella distanza che crea grande chiarezza. Forse è per questo che i grandi scrittori irlandesi come James Joyce e Samuel Beckett hanno vissuto al di fuori dell’Irlanda, quando hanno scritto. Quando sei lontano da un luogo diventa più vivido nella nostra mente. Ho vissuto a Londra per dieci anni, lavorando prima come giornalista e poi come ghostwriter. Ora ho ricordi molto vividi fino al paesaggio, agli odori, al vociare delle strade, così come la lingua.
Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?
Io vivo in spiaggia a nord di Sydney e il lavoro da casa lo svolgo nel mio ufficio seminterrato che le mie tre figlie chiamano il ‘pozzo della disperazione di papà’. Spesso faccio colazione in un bar vicino alla spiaggia, poi scrivo a mano. Gran parte dei miei primi lavori sono scritti a mano. Ogni due o tre giorni trasferisco i miei appunti sul computer. Circa tre volte l’anno parto in viaggio per il Regno Unito, l’Europa e gli Stati Uniti. Durante questi viaggi faccio ricerche per i romanzi in corso.
Progetti di film tratti dai tuoi libri?
A più riprese negli ultimi dieci anni ho avuto offerte di film. Recentemente una società chiamata Blueprint Pictures – che ha prodotto In Bruge e Becoming Jane si è assicurata i diritti per sei dei miei romanzi con l’intenzione di produrne film per la BBC. Ho già percorso questa strada prima e ho imparato a non trattenere il fiato. Centinaia di libri sono opzionati, ma solo una manciata poi sono resi sullo schermo. Uno dei miei libri ghostwritten Culle vuote è stato opzionato a metà degli anni novanta ed è appena stato realizzato anche un film: Arance e il sole che uscirà quest’anno.
Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Ce ne sono così tanti. Sono un grande fan di John Irving, Joseph Heller, Richard Ford, John Banville e William Boyd. Sulla scena del crimine, non si può andare oltre James Lee Burke, Peter Temple, Don Winslow e Dennis Lehane. E come un nuovo arrivato – io sono in soggezione in presenza di Gillian Flynn, i cui primi due romanzi sono notevoli.
Ti piacciono i tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente che ti è successo durante questi incontri.
Amo fare tour promozionali. Per la maggior parte dell’anno sono chiuso nella mia scatola, scrivo in completo isolamento e poi ogni tanto mi avventuro fuori e divento un po ‘folle. Ogni scrittore ha un incubo di puro orrore quello di fare una presentazione e non trovare nessuno. Una volta ho fatto un discorso in cui sono venute tre persone – uno di loro in carrozzina. In un altro tour, sono andato in una città con una popolazione totale di 160 persone, 75 delle quali sono venute per vedere me. Avrei potuto concorrere per fare il sindaco. In Spagna sono stato una volta interrogato da un membro del pubblico che mi riteneva personalmente responsabile ed è un fatto storico australiano terribile del trattamento degli aborigeni. In Germania c’era Miss Ottobre di Playboy ad una delle mie presentazioni. Probabilmente per quello c’era tanto pubblico( sorride).
Hai molti fan. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?
Adoro i fan. In Olanda in molti si sono presentati al mio albergo solo per dire ciao. Erano solo uno o due alla volta ma mi sentivo come una rock star. I lettori possono contattarmi tramite il mio sito web o su: michael@michaelrobotham.com. Cerco di rispondere ad ogni email, ma ci vorrà un po’ di tempo perché possa tornare tra la gente.
Puoi dirci qualcosa su The Wreckage?
Questo è un altro punto di partenza per me. Non voglio scrivere sempre lo stesso libro due volte e quindi questa volta mi sono spostato nel territorio di John Le Carre. The Wreckage è un thriller con al centro un grande complotto internazionale ambientato a Londra, Washington e in Iraq che coinvolge agenti clandestini e nazioni potenti che cercano di seppellire segreti e manipolare la verità, a prescindere dal costo. Ambientato in seguito alla crisi finanziaria globale, il romanzo inizia a Baghdad, dove il giornalista e premio Pulitzer Luca Terracini sta indagando su una serie di rapine in banca con esiti mortale che coinvolgono decine di milioni di dollari. Nel frattempo, a Londra, un ex poliziotto Vincent Ruiz salva una giovane donna, Holly Knight, da un fidanzato violento, ma si sveglia la mattina dopo scoprendo che lei lo ha derubato. E ‘stato un set up – una truffa elaborata. Intenzionato a trovare Holly, Ruiz scopre il corpo martoriato del suo ragazzo e si rende conto che alcuni uomini potenti stanno cercando la ragazza. Che cosa ha rubato di così importante? Altrove in città, Richard North, un banchiere internazionale, è scomparso da cinque giorni, lasciando una moglie incinta e un figlio piccolo. Nessuno sembra prendere sul serio la sua scomparsa, eppure è la chiave per capire ciò che sta accadendo in Iraq e a Londra. The Wreckage ha per tema la politica, il denaro e il potere. Chi ha, chi vuole e chi è in ultima analisi, sta pagando …
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Il mio nuovo libro non ha ancora un titolo. Ho appena iniziato a scriverlo – ma ha di nuovo per protagonista Joe O’Loughlin. Tutto quello che so per certo è che inizia con il ritrovamento in un fiume ghiacciato del cadavere di un’ adolescente scomparsa da quattro anni. E ‘chiaro che è stata viva durante questo periodo, ma imprigionata da qualche parte. Il cuore del problema, però, è che con lei era scomparsa anche la sua migliore amica, e quindi si pone la domanda: la sua amica è ancora viva o è ancora prigioniera?

























