:: In anteprima estratto di Altri regni di Richard Matheson Fanucci

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Sono nato a Brooklyn, New York, il 20 febbraio del 1900. Figlio del capitano Bradford Smith White e di Martha Justine Hollenbeck. Avevo una sorella, Veronica, più piccola di me, morta nello stesso anno in cui ebbero inizio questi strani avvenimenti.
Il capitano Bradford Smith White era un porco. Ecco, l’ho scritto, dopo tanti anni. Era un porco calzato e vestito. No,non lo era. Era un uomo malato. Il suo cervello era contorto; infestato dalle ombre, si potrebbe dire.
Veronica e io (specialmente Veronica) soffrimmo moltissimo il suo carattere violento. La sua era una disciplina ferrea. Credo che l’arruolamento in marina gli abbia risparmiato l’internamento in un manicomio. Dove altro avrebbe potuto sfogare il suo temperamento quasi da demente? Nostra madre, dolce ed emotiva, morì prima di compiere quarant’anni. Dovrei dire ‘se la cavò’ prima di compiere quarant’anni. Il suo matrimonio fu un soggiorno prolungato all’inferno.
Vi offro un piccolo esempio. Un giorno di marzo del 1915 mamma, Veronica e io ricevemmo un invito (un ordine) a partecipare a un pranzo sulla nave di papà (una nave ausiliaria, ricordo). Nessuno di noi voleva andarci, ma in pratica non avevamo scelta: o il pranzo sulla nave di papà oppure, in caso di rifiuto, diverse settimane (forse un mese) di punizioni non ben precisate. Così indossammo i nostri vestiti migliori e raggiungemmo l’arsenale marittimo, e lì scoprimmo che la nave di papà era ancorata lungo il fiume Hudson, spazzato da un vento fortissimo che provocava movimenti ondosi simili a piccoli tsunami.
Un marito e padre sano di mente poteva mai permettere alla sua famiglia di affrontare una situazione tanto pericolosa? Vi chiedo, un marito e padre sano di mente non avrebbe annullato un programma tanto folle per portare la sua famiglia in un ristorante degno di questo nome?
Naturalmente sì. E il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti, si comportò come chi si ritenesse sano di mente? Giudicate voi. Era programmato che dovessimo partecipare al pranzo a bordo di quella dannata nave comandata dal dannato – dal porco – White, e se nell’occasione fossimo tutti annegati – com’è che si dice oggi? – peggio per noi. Spiacevole, ma inevitabile.
Salimmo con passo malfermo a bordo della barca a remi del capitano – la sua lancia privata – e partimmo. Le tendine laterali erano abbassate, senza dubbio una concessione di papà al maggior realismo possibile. Il vento comunque soffiava con tale violenza che le tendine continuavano a sbatacchiare anche così calate, e il fiume ci riempiva di spruzzi. È inutile dirlo, ma lo dico lo stesso, il fiume era ben più che increspato: c’erano dei cavalloni veri e propri. La lancia rollava e beccheggiava, si inclinava di lato e si sollevava. Mamma implorava il capitano di tornare indietro, ma quello rimase irremovibile, con le labbra strette ed esangui. Avremmo raggiunto la nave ‘lisci come l’olio’ – fu questa la frase che usò – oppure, ma questo lo pensai io, ci saremmo sfracellati contro di essa. Mamma si teneva un fazzoletto sulle labbra, certamente per impedirsi di rigettare ciò che aveva mangiato quel giorno. Veronica piangeva. Quanto a me, ricordo che tentavo (invano) di non piangere perché il capitano detestava le lacrime di Veronica, e non cessava di sottolinearlo con occhiatacce critiche.
In qualche modo, nonostante la mia convinzione che fossimo tutti destinati a finire in fondo al fiume, alla fine raggiungemmo – vivi ma fradici – la nave di papà. E questa, caro lettore, non fu affatto la conclusione del nostro incubo a base di mal di mare. Non c’era una scala vera e propria che portava in coperta, capisci, ma solo una rampa metallica esterna che per via delle ondate era flagellata  dall’acqua. La famiglia White si arrampicò per questi gradini scivolosi, assolutamente convinta che una morte di qualche tipo – per caduta o per annegamento – fosse imminente. Anzi, prima la caduta, poi l’annegamento in quell’abisso salmastro. Il faro della lancia era rimasto acceso, intensificando la nostra salita alla cieca, un po’ anche perché abbagliati dal faro di coperta, e mamma salì per prima, aiutata alla meno peggio da un marinaio terrorizzato. Con mia grande meraviglia – e incredulo sollievo – non cadde né annegò, e raggiunse la coperta zuppa come un pulcino, ma incolume.
Subito dopo salì Veronica. In quel momento chiamai a raccolta tutti gli angeli custodi. Veronica rinunciò del tutto al suo tentativo di non piangere per non offendere il capitano e si impegnò al massimo, aiutata, su per la scala fangosa, scivolando più di una volta e concedendosi lacrime e singhiozzi in abbondanza. La seguii, stringendo la ringhiera gelata con tale violenza che le mani mi si intorpidirono. Nessuno mi aiutò. O mio padre era convinto che fossi abbastanza forte da cavarmela da solo, oppure nutriva la segreta speranza che perdessi la vita in acqua e lo liberassi dal fastidio di un figlio irritante.
Comunque stessero le cose salii da solo afferrandomi alla ringhiera con entrambe le mani. Mi sforzai di non guardare su, ma lo feci lo stesso, e avvistai la gonna di Veronica che svolazzava furiosamente; a un certo punto vidi di sfuggita le sue mutandine e notai che erano bagnate.
Niente di strano. Succedeva anche a me. E mi domandai se anche a mamma fosse capitata la stessa cosa. La debolezza non poteva essere frutto dell’eredità genetica di papà. Se ne aveva una, era la totale incapacità di immedesimarsi in altri esseri umani.
Aun certo momento della sua salita nella quale sfidava la morte, Veronica scivolò del tutto fuori dalla scala, urlando per il terrore. Il tacco della sua scarpa sinistra (ma perché non si era messa degli scarponi da montagna?) mi colpì alla testa (ma perché non mi ero messo un casco da pompiere?) e cominciai a sanguinare. Fu un attimo pieno di tensione. Veronica sarebbe precipitata nel fiume? Io avrei sanguinato fino a morire? Nessuna delle due. Veronica, singhiozzante, terrorizzata, povero angelo, riuscì a rimettere il piede sul gradino, aiutata dal marinaio che era con lei, e venne sollevata sul ponte da un altro marinaio, un villanzone grande e grosso dai capelli rossi che sghignazzava sotto i baffi. Poi salii io, e subito dopo, con mio grande disappunto, il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, con un leggero sorriso sulle labbra di granito. Tutto ciò che era successo lo aveva divertito. Sono sicuro che mamma avrebbe potuto ucciderlo. Idem per me. Più di lei. Naturalmente adesso darete per scontato che tanto furore fosse la fine di tutto. Non fu così. Il buon capitano aveva altri terrori in serbo per noi.
Ma prima qualche parola su mia sorella. Veronica era davvero un’anima gentile. Una volta, durante un violento temporale, raccolse un cucciolo sanguinante che era stato investito (e abbandonato) da un automobilista lanciato a tutta velocità. Lo portò a casa – cinque isolati più in là – tenendolo in braccio. Per colmo di sfortuna quel pomeriggio il capitano si trovava in casa e le ordinò di togliere di mezzo ‘quella maledetta bestia frignante’ prima che insanguinasse tutto il tappeto cinese lavorato a mano.
Solo un piagnucolio isterico di Veronica, e un insolito pestar di piedi da parte di mamma – per non parlare di qualche pungente aggressione verbale da parte mia, unita ad alcune impulsive volgarità (per cui in seguito pagai un pesante pedaggio, e lascio alla vostra immaginazione figurarsi quale) – convinse il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, sia pure controvoglia, a lasciare che Veronica portasse quel bastardaccio di cane ancora silenzioso, tremante e sanguinante, in un angolo non utilizzato della cantina.
Vi andai con lei, contravvenendo all’ingiunzione del buon capitano di ritirarmi ‘nella mia fottuta camera’(un’altra manchevolezza per la quale pagai il pesante pedaggio numero due) e lì vidi quella dolce creatura, benedetto sia il suo nobile cuore, che piangeva sommessamente, scossa da singhiozzi, amorevolmente preoccupata per quel cucciolo (era, poverina, una Florence Nightingale in erba), che lo lavava e lo fasciava utilizzando la biancheria di casa (‘Questo cucciolo ne ha più bisogno di lui’, rivelandomi così, se mai avessi necessità di saperlo, quanto odiasse suo padre). Medicò le ferite e le escoriazioni del cagnolino, poi lo baciò sulla testa bagnata, piangendo di nuovo quando l’animale le leccò la mano.
Lieto fine? Volete un lieto fine? Scordatevelo. La mattina presto Veronica si precipitò in cantina per vedere se il cucciolo stava bene. Era sparito, e lei corse con l’intenzione di chiedere notizie al capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti e mamma le disse che era uscito per assolvere al suo dovere di comandante… Probabilmente per picchiare a morte qualche marinaio con la catena.
Ma sto divagando. Veronica si mise a urlare come una disperata e, sospettando (secondo logica) il peggio, corse fuori. Trovò il cucciolo sul portico posteriore, tutto raggomitolato in una scatola di cartone aperta. Inutile dirlo – e lo dico quasi con vendicativo compiacimento – pioveva ancora e il cucciolo tremava in modo incontrollato, ormai moribondo. Infatti morì il pomeriggio stesso. Vorrei descrivere la cerimonia funebre celebrata da una Veronica col cuore spezzato, ma il ricordo è troppo doloroso per scendere nei particolari.
Un altro aneddoto sul capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti. Un altro capitolo nero nel suo Libro delle porcherie. La conclusione? Punì (severamente) Veronica per aver rovinato una tovaglia, per aver usato la biancheria di casa, per aver scavato una tomba senza autorizzazione nel cortile posteriore e, inoltre, per aver celebrato un funerale ‘non cristiano’ senza l’esplicito permesso
della chiesa. Scherzava? Proprio no.
Veronica non ha mai goduto di buona salute, né tantomeno è stata mai robusta. Mamma la portava in macchina – un tragitto lungo e scomodo – fino a un ospedale della marina per farla curare. Il capitano Sapete Chi non permetteva a Veronica, a me o a mamma di farsi curare da un medico locale. Lui era un ufficiale della marina (perdio) e le cure mediche per la famiglia di un ufficiale della marina dovevano (ripeto, dovevano) essere eseguite in un ospedale o in una clinica della marina. (Perdio). Veronica divenne più debole ogni anno che passava. Quando l’epidemia di influenza raggiunse gli Stati Uniti, lei fu tra le prime vittime, così poco resistente com’era. Povera, dolce, cara Veronica. Sento ancora la sua mancanza e piango per la sua infelicità.
Il capitano esercitò il suo brutale effetto su di me, particolarmente nell’età preadolescenziale. Nato sotto il segno dei pesci (che qualcuno aveva definito il secchio della spazzatura dello zodiaco), anch’io piansi molto prima di arrivare a quindici anni. Poi il mio ascendente, qualunque fosse (in realtà lo so), dev’essere cresciuto con prepotenza e si manifestò, poiché cominciai a tenermi alla larga dal capitano B.S. W. e lui non riuscì più a mettermi le mani addosso.
Se fossi stato il felice proprietario di una pistola carica, probabilmente (non dico indubbiamente) gli avrei sparato in più di un’occasione: per Veronica, per mamma, per me stesso. Nessun senso di colpa. Avevo le idee chiare. Più che altro un senso di ghignante giustificazione.
Ho evitato abbastanza a lungo la divulgazione del mio ‘spaventoso racconto’(ricordate naturalmente che è anche un racconto straordinario). Avrete già capito che sono stato troppo condizionato emotivamente per rivelarlo in questi sessant’anni e passa. Perciò perdonatemi se dimentico me stesso e consento al mio alter ego commerciale, Arthur Black, di emergere e di sostituirsi gentilmente alla mia persona, insensibile e affamato di denaro com’è. Vi prometto che tutto ciò che sto per raccontarvi non è frutto del mio cervello dissestato. È successo.
Ritornate con me al 1917. Avevo diciotto anni e la Prima guerra mondiale infuriava ancora. Naturalmente il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti voleva che entrassi in marina; ci avrebbe pensato lui a farmi ottenere una posizione ‘adeguata’. Resterete sorpresi se vi dico che non ne volli sapere? Mi arruolai nell’esercito. Non riesco a descrivere in modo compiuto il  piacere intenso che provai quando vidi l’espressione di totale repulsione sul suo viso mentre gli comunicavo la ‘bella notizia’( andavo a fare la guerra per conto dello Zio Sam!). Eccomi lì, una recluta dell’esercito, senza dubbio destinato a un viaggio in Francia. Non fu esattamente l’inizio del mio incubo-di-là-da-venire, ma di certo fu un buon avvio.

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