5 (Funf, 2012) della scrittrice austriaca Ursula Poznanski, tradotto dal tedesco da Anna Carbone e edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, è un thriller poliziesco, classificato come krimis, decisamente insolito e originale che usa il geocaching – una sorta di sport più simile ad una caccia al tesoro praticato anche da famiglie con bambini da fare all’aria aperta a contatto con la natura- forse per la prima volta come filo conduttore di un’ indagine. Leggendone la trama avevo temuto che gli aspetti macabri e raccapriccianti mi avrebbero rovinato la lettura, ma se giusto avete un briciolo di amore per l’horror e amate le serie poliziesche un po’ realistiche non dovreste esserne troppo turbati. Sì, ci sono cadaveri smembrati e decomposti, scene del crimine imbrattate di sangue e liquidi corporei, ma tutto sommato non è l’aspetto più rilevante del romanzo. Lo spirito del gioco è la caccia: quella che compiono Beatrice Kaspary e Florin Wenninger della Polizia Criminale di Salisburgo, sezione crimini contro la persona, verso un potenziale serial killer, e quella del killer stesso. Non vi anticipo il nocciolo centrale del libro, su cui si regge l’intera narrazione, lo scoprirete nelle ultime pagine, ma quello che posso dirvi è che l’aspetto psicologico sia delle vittime, dell’assassino e dei poliziotti è tracciato in modo realistico e accurato e alla fine anche il colpevole, pur nel suo folle piano di vendetta, acquista uno suo spessore, una sofferta umanità ed è in possesso di una sua drammatica e distorta, anche se non giustificabile, verità. Tutto inizia con la scoperta in un pascolo del cadavere di Nora Papenberg: una pubblicitaria di successo, felicemente sposata, solare, senza apparenti scheletri nell’armadio. Sulle piante dei piedi, tatuate, le coordinate GPS di un luogo in cui i poliziotti rinveniranno un cache, una scatola dove gli owner che praticano il geocaching nascondono oggetti di scarso valore, il loro “tesoro”, che gli altri partecipanti devono scoprire. Naturalmente la polizia questa volta trova ben altro: un resto umano e un messaggio che contiene un indovinello, risolvendolo troveranno un nuovo cache, innescando una catena di macabri ritrovamenti che porterà all’identificazione del colpevole. A Beatrice e Florin non resta che assecondare il piano dell’assassino e giocare alle sue regole ignari di quello che davvero il “gioco” nasconde. Sentii parlare per la prima volta di Ursula Poznanski da Wulf Dorn quando gli chiesi in un’ intervista quale fosse il suo romanzo d’esordio preferito. Wulf mi rispose senza esitazione ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, un young adult fantasy diventato un bestseller in Germania e uscito anche da noi per Armenia. Da allora questo nome mi è diventato familiare così quando ho scoperto che Corbaccio pubblicava un suo thriller per adulti, mi sono detta vediamo di cosa si tratta. Innanzitutto è un buon thriller, la suspense è ben dosata e l’intreccio abbastanza complicato da non rendere subito chiaro cosa stia succedendo. Un po’ di depistaggi ci sono e sono posizionati in punti strategici; io per esempio ho sospettato per buona metà del libro di un personaggio, che mi stava francamente antipatico, per poi capire che l’autrice l’aveva reso tale apposta. I protagonisti sono ben caratterizzati: Beatrice su tutti, una donna intelligente e intuitiva, impegnata a fare i salti mortali per barcamenarsi tra lavoro e famiglia, con un ex marito che certo non le rende le cose facili. Poi c’è Florin che a parte il fatto che fa un fantastico caffè con cui vizia Beatrice, e già per questo acquista punti ai miei occhi, è leale, coraggioso, altruista, il classico collega insomma che tutti vorremmo avere. In questo episodio non ci sono divagazioni sentimentali tra i due, ma è evidente che Beatrice provi per il collega ben di più che una semplice simpatia, per cui non è detto che nei prossimi episodi della serie non ci siano sviluppi. E per saperlo manca poco, se conoscete il tedesco già da aprile in Germania dovrebbe uscire Blinde Vögel, la seconda indagine di Beatrice Kaspary e Florin Wenninger, che vedremo presto tradotta anche da noi se questo romanzo avrà successo. Ah, dimenticavo, ascolterete Message In A Bottle dei Police con un nuovo spirito.
:: Recensione di 5 di Ursula Poznanski (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
8 febbraio 2013:: Segnalazione: “I Gialli del Corriere della Sera”
7 febbraio 2013
La collana I Gialli del Corriere della Sera è in edicola. A partire da sabato 9 Febbraio, e per tutti i sabati successivi fino al 22 giugno, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 20 gialli davvero imperdibili per chi ama il giallo classico ad enigma, prettamente deduttivo, di provenienza anglosassone, tipico dell’età dell’oro. La particolarità di questa collezione, che farà la felicità di tutti gli appassionati e anche, perché no, di coloro che si avvicinano per la prima volta al genere, è che accanto a nomi come Mary Roberts Rinehart, autrice di La scala a chiocciola, o John Dickson Carr, autore di Occhiali neri, o James Hadley Chase con il suo cult Niente orchidee per Miss Blandish, di cui ho da poco recensito il seguito, Il sangue dell’orchidea, per I Mastini della Polillo, il Corriere della Sera ha selezionato anche autori per lo più sconosciuti al grande pubblico, ma altrettanto di valore, come Vera Caspary, autrice del bellissimo Laura, da cui Otto Preminger trasse Vertigine, o Earl Derr Biggers, autore di Charlie Chan e la casa senza chiavi, in cui appare per la prima volta il personaggio di Charlie Chan, di cui Peter Sellers si divertì, divertendo, a farne la parodia, o come Elizabeth Day con il suo Morte al telefono, finora inedito in Italia. Nomi come George Bellairs, J. J. Connington, David Frome, forse difficilmente saranno associabili ai loro personaggi, ma almeno a me, per lo più conoscitrice di hardboiled, hanno suscitato una viva curiosità. Inoltre grande cura è stata dedicata alla qualità delle traduzioni e tutti i volumi sono in brossura con alette, piacevoli anche da collezionare nella propria libreria. Il primo volume La casa dei sette cadaveri (Seven Dead, 1939) dell’inglese Jefferson Farjeon, tradotto da Dario Pratesi, sarà venduto al prezzo lancio di 1 euro + il prezzo del Corriere. Dal secondo in poi, il costo sarà di 6,90 euro + il prezzo del Corriere. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 129 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link: http://bit.ly/GialliDelCorriereDellaSera.
:: Recensione di Saggio sulla lucidità di José Saramago (Feltrinelli, 2011) a cura di Michela Bortoletto
6 febbraio 2013Pochi giorni fa ho avuto il piacere di parlarvi di Cecità di José Saramago. Vi ricordate? Un giorno gli abitanti di un’intera nazione si ritrovano improvvisamente colpiti da una cecità totale e bianca e devono cominciare a fare i conti con essa.
Questa volta Saramago ci immerge in un’altra situazione dell’assurdo: nello stesso Paese colpito anni fa dalla cecità, più dell’ottanta per cento della popolazione, questa volta però solo della capitale, ha votato scheda bianca alle elezioni governative.
Che c’è di male, vi chiederete. Nulla. Votare scheda bianca è un diritto di tutti, così come votare per la Sinistra, la Destra o il Centro. I cittadini della capitale hanno esercitato il loro diritto di voto nel modo a loro più congeniale. Probabilmente stufi dei soliti rappresentanti politici, hanno deciso di votare bianco. Capita a ogni elezione che ci siano delle schede bianche no? Tutto normale, o quasi. Già perché se la presenza di schede bianche durante una votazione è ammessa, quello che qui ora non quadra è l’altissima percentuale di esse. Più dell’ottanta per cento. La quasi totalità della popolazione della capitale. Nel resto del Paese tutto è andato liscio come al solito. Perché nella capitale invece no? Per quale motivo una fetta così grande di abitanti ha scelto di votare scheda bianca? Soprattutto, cosa deve fare il governo ora? Prendere atto della situazione, è ovvio. E poi?
Il governo deve così fare i conti con una nuova epidemia di biancume. Così diversa dalla precedente ma dagli effetti non meno catastrofici. Il Primo Ministro ancora in carica, circondato dagli altri ministri e dal Presidente della Repubblica, deve assolutamente agire, fare qualcosa. E se indire altre elezioni, mettere la città sotto assedio, lasciare la Capitale a sé stessa, ed infine, far scoppiare una bomba in stazione non basta a far cambiare idea ai capitolini, allora rimane solo un’unica soluzione da tentare: trovare un capro espiatorio. Far ricadere la colpa di tutto, della votazione bianca, dell’instabilità politica creatasi su qualcuno.
Provvidenziale arriva al Governo una lettera di denuncia: all’epoca della cecità una donna è stata l’unica a mantenere inalterata la sua vista. Mentre tutti vedevano bianco, lei ha continuato a vedere il mondo, e grazie a lei un gruppo di sette persone è riuscito a sopravvivere. Inoltre, durante un episodio di immensa violenza, ha assassinato un uomo. La scelta ricade su di lei. È la colpevole perfetta: non ha perso la vista e si è macchiata di omicidio. Perché non darle anche la colpa di questa situazione? La macchina dell’infamia e della diffamazione comincia a girare. Perché per tutta questa situazione ci deve essere un solo colpevole, e questo colpevole non può essere il governo. Ci sarà qualcuno che aprirà nuovamente gli occhi e guarderà la situazione con sguardo obiettivo? Oppure una furia cieca colpirà nuovamente la città come anni addietro? La donna che non ha perso la vista si salverà anche stavolta?
Con Saggio sulla lucidità Saramago è riuscito nuovamente a descrivere e analizzare una situazione assurda e a renderla perfettamente credibile. Attraverso le pagine di questo libro l’autore ci conduce all’interno dei meccanismi di governo dove troviamo ministri che non hanno la minima idea di cosa fare ma hanno un’unica certezza: vogliono mantenere il potere. E se il governo barcolla nell’incertezza, gli abitanti della città sembrano gli unici ad aver mantenuto una sorta di lucidità nonostante i tentativi dei potenti di far cambiare loro idea.
E se alle prossime, imminenti elezioni succedesse anche da noi?
Source: acquisto del recensore.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Recensione di Il segreto del santuario, Ted Dekker, (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini
4 febbraio 2013
Chi ha letto Il cimitero dei vangeli segreti si ricorderà bene di Danny Hansen, il prete killer che portava il bene nella società con l’eliminazione fisica del male dal mondo. Hansen torna protagonista di una nuova inquietante avventura con Il segreto del santuario, il cupo thriller ad alta tensione creato da Ted Dekker. In questa peripezia Hansen ha una veste diversa dal solito, non è più l’ex soldato nato in Bosnia, ne tantomeno il prete dalla mano violenta. Danny Hansen è un ergastolano condannato per due efferati omicidi da lui confessati. In realtà le morti dipendenti dall’ex religioso sono molto più numerose, ma la sua limitata ammissione di colpa è stata un scelta da lui voluta per scontare la pena relativa al reato commesso e per incamminarsi lungo la via della redenzione. La scelta compiuta dal protagonista uscito dalla penna di Dekker è quella di non macchiarsi più le mani con il sangue di esseri viventi e poi ha un’altra missione da portare a termine: proteggere e coprire la sua donna, l’amata Renee. Il “Santuraio” non è quindi un luogo sacro, bensì il soprannome del penitenziario nel quale Hansen è rinchiuso e dove vengono messi tutti quegli individui, o meglio i “soggetti”, difficili da rieducare con le tradizionali regole carcerarie. Il libro di Dekker è un vero e proprio viaggio claustrofobico dentro alla mente umana e nella prigione dove il protagonista viene segregato. Nel “Santuario” i destini dei carcerati sono mossi come i fili delle marionette da un unico misterioso e cinico burattinaio rappresentato dal direttore del carcere. Il libro di Dekker parte un po’ lento, ma presumo siano necessità narrative utilizzate per illuminare chi non avesse letto l’avventura precedente con protagonista Danny Hansen e per dare vita a quel carico di tensione emotiva che anima tutta la storia. La narrazione incede incalzante, ricca di colpi di scena, di provocazioni e di giochi di potere dai quali dipendono i destini di Danny e della sua amata Renee. Una conseguenza derivante dalla decisione di assecondare il macabro gioco del responsabile della prigione. L’autore presenta ai lettori i due protagonisti in modo alternato, restituendoci la figura di un Danny Hansen in lotta perenne contro le provocazioni perpetrate dallo sprezzante dirigente, il tutto per non cedere alle sue istigazioni, evitando quindi il compimento di atti efferati. Dall’altra parte troviamo Renee Gilmore impegnata ad architettare il giusto piano per salvare il sua amato. Dal mio punto di vista Il segreto del santuario rientra alla perfezione nella tipologia del thriller psicologico, dove chi scrive riesce con abile maestria a far sentire a chi legge non solo i pensieri che vivono nella mente dei due personaggi principali, ma allo stesso tempo lo scrittore porta il lettore dentro le mura dell’ impenetrabile “Santuario” facendogli conoscere la dura legge della sopravvivenza. Il segreto del santuario, sarà anche il sequel de Il cimitero dei vangeli segreti, ma è così ben costruito e avvincente da avere tra le righe un potente magnetismo che una volta iniziata la lettura sarà difficile abbandonarla. Traduzione dall’inglese di Alex Lantini.
Ted Dekker è un autore di più di venti romanzi, alcuni dei quali tradotti in Italia (Adamo edito da Mondadori e Black. La trilogia del circolo edito da Gli Aceri ) e ha venduto oltre 5 milioni di copie in tutto il mondo. È cresciuto in Indonesia, dove i suoi genitori lavoravano come missionari tra le popolazioni locali. Trasferitosi negli Stati Uniti, ha fatto l’imprenditore prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Con Newton Compton ha pubblicato la prima avventura con protagonista Deny Hansen, Il cimitero dei vangeli segreti. Per saperne di più www.teddekker.com e www.teddekkerthesanctuary.com.
:: Segnalazione di Il canto del cielo di Sebastian Faulks (Beat, 2012)
1 febbraio 2013
Il canto del cielo di Sebastian Faulks,
Traduzione di L. Perria
Stephen Wraysford è un ventenne inglese, orfano e senza più legami, trasferitosi in Francia per lavorare in un’industria tessile. Isabelle è una ragazza irreprensibile, che rispetta, con rassegnazione, i doveri coniugali di un matrimonio combinato. Quando si incontrano, ad Amiens, nel 1910, i due vengono travolti da una passione bruciante che non possono ignorare. Ma quando Isabelle scopre di essere incinta, la loro relazione s’interrompe bruscamente. Entrambi torneranno alla vita di tutti i giorni, ma la cicatrice di quell’amore segnerà per sempre le loro esistenze. Pochi anni dopo, la Grande Guerra sconvolge il continente. Nel 1917 Stephen è di nuovo in Francia, a lottare per la vita nel corso dei conflitti in cui si ritroverà a combattere tra le fila dell’esercito inglese, nel mezzo delle carneficine a cui dovrà assistere. Sopravvissuto, e di nuovo sui luoghi della passione, ritroverà Isabelle, profondamente segnata, nel corpo e nello spirito, dalle atrocità del conflitto; ma, per l’indecifrabile alchimia dei sentimenti, ne sposerà la sorella, Jeanne.
Sebastian Faulks ha collaborato con il Daily Telegraph, il Sunday Mirror e l’ Indipendent. Scrittore di conclamata fama e vincitore del British Book Award, è autore di biografie e di romanzi storici di successo. Vive a Londra con la moglie e i loro tre figli.
:: Recensione di L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, (Scrittura e Scritture Edizioni, 2012)
30 gennaio 2013
L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, edito da Scrittura e Scritture Edizioni, titolo che vagamente echeggia Il segreto del bosco vecchio di Buzzati, è un romanzo interessante, e sebbene tratti temi che solitamente per principio evito, quando se ne accentua il carattere sensazionalistico e morboso, come la violenza su un bambino, grazie alla sensibilità e delicatezza dell’autore, che mai calca i toni alla ricerca dell’effetto o perde il rispetto necessario quando si parla di uno dei crimini più abbietti che si possano concepire, l’ho letto rimanendone decisamente colpita e provando una profonda empatia nei confronti dei personaggi. Innanzitutto l’ambientazione è suggestiva. Siamo nella immaginaria valle di Stille, un altopiano riparato sui tre lati da una corona di alte montagne. Cieli tersi e azzurrissimi, torrenti di acque limpide e fredde, ricchi pascoli, floride malghe, boschi di conifere, qualche casa sparsa con il suo piccolo orto, la chiesa bianca, i masi appoggiati sui versanti tutt’intorno, e l’unico negozio che vendeva un po’ di tutto. Un piccolo paradiso isolato dal mondo, abitato da una comunità chiusa di valligiani, riuniti quasi in una segreta congregazione che segue il Metodo del fondatore, San Mathias. Capo indiscusso della comunità, il parroco don Basilio, depositario degli antichi riti e guardiano e mediatore di ogni controversia si possa verificare. Perché la comunità è un luogo di pace, di amore e benevolenza, tutti si devono aiutare, stretti dai vincoli di familiarità e comunanza. Il male, se c’è, viene da fuori, dagli intrusi come l’eccentrico stilista svizzero che ha acquistato il maso Becker, rompendo il tacito equilibrio che dura da secoli: ci si sposa all’interno della comunità tra simili, le proprietà passano di generazione in generazione, tutto come dettano i precetti del Metodo. Proprio l’arrivo di Emerich Schuster e del suo amante Lucas, con le sue feste, il jet set internazionale che lo segue, innalza barriere di diffidenza e di sospetto e quando il piccolo Aron scompare nel bosco, e viene ritrovato con addosso i segni della violenza subita, tutti sono concordi nell’additare gli estranei, i forestieri, come colpevoli. Solo l’arrivo di Helena, ex poliziotta e psicologa sensibile e coraggiosa, capace di superare il silenzio che ha ormai inghiottito il piccolo Aron, riuscirà a far luce su quello che è davvero avvenuto, perché anche il colpevole è una vittima del male, che non sempre si trova dove immaginiamo che sia. L’ombra del bosco scarno narra questa storia con lievità e sensibilità, con uno stile semplice e lineare, quasi con familiare dolcezza, sia che tratteggi le descrizioni dei paesaggi che quelle dei personaggi. Soprattutto il rapporto tra il bambino e la psicologa è a mio avviso ricco di sfumature e di complicità, ed è emozionante sia il tentativo di Helena di creare un legame di affetto e di fiducia con la piccola vittima, sempre con rispetto e tenerezza, sia il suo accettarne il silenzio comunicando tramite i disegni che il piccolo Aron fa, riuscendo ad interpretarli immedesimandosi nella sua sofferenza. Anche gli altri personaggi sono a mio avviso ben caratterizzati: Barnabas, su tutti, ma anche Greta, Thomas, Michael, Harald, il vecchio Dagomar. Pur essendo un thriller psicologico, è originale l’utilizzo di toni poetici e mai aggressivi, dove altri avrebbero per esempio usato descrivere la violenza in modo più manifesto, e il risultato ottenuto è sicuramente singolare e ricco di fascino. La scrittura scorre limpida, fluida, e l’apparente facilità espressiva nasconde sicuramente un lungo lavoro di limatura e perfezionamento. Tocco noir nel finale, affatto scontato e drammaticamente realistico.
:: Un’ intervista con Fabio Gamberini
29 gennaio 2013
Ciao Fabio, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla terza edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di The prestige di Christopher Priest, Miraviglia editore. Dopo tanti scrittori ho l’opportunità di intervistare un traduttore, e inizierei col parlare di te. Sei nato a Bologna nel 1979, sei traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Vuoi descriverti ai nostri lettori?
Ciao e grazie per l’ospitalità e per la menzione per la mia traduzione di The prestige.
Sono un avido divoratore di tutto ciò che contenga un pizzico di magnifico, siano libri, fumetti, film o serie tv. La traduzione è la mia passione, il mio lavoro e il mio passatempo. Non saprei che altro fare nella vita! Faccio questo mestiere da diversi anni e arrivare a poter tradurre un titolo prestigioso (scusate il gioco di parole!) come il romanzo di Christopher Priest è stata una grande soddisfazione, tanto personale quanto professionale.
Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?
Che io sappia non esistono premi per traduttori, almeno niente di paragonabile ai più celebri riconoscimenti per scrittori. Scrivere un romanzo o un racconto è certamente più impegnativo che tradurne uno, perché il traduttore non deve compiere il processo creativo: la storia è già sulla pagina, con il suo inizio, sviluppo e finale, efficace o meno che sia. Al traduttore, però, spetta il compito di adattare il testo alla propria lingua e cultura. Pertanto, tradurre certi romanzi può essere molto impegnativo e il traduttore meriterebbe un riconoscimento maggiore, invece tende a restare nell’ombra e a non essere notato dal lettore.
Conosco molti lettori smaliziati che hanno iniziato a fare caso al nome del traduttore solo da quando faccio questo mestiere. Prima, il libro veniva letto senza porsi troppe domande sull’impianto professionale dietro la creazione del volume editoriale. Apprezzo molto quelle edizioni (purtroppo poche) che citano in copertina il nome del traduttore.
Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?
Se dico da sempre suono banale? Eppure è così. Credo che la scintilla sia nata leggendo uno dei primi fumetti Marvel: ho provato subito una grande ammirazione tanto per chi li scriveva quanto per chi mi dava la possibilità di leggerli nella mia lingua.
Ci sono qualità, caratteristiche psicologiche, doti necessarie per intraprendere questa professione?
Una profonda conoscenza della lingua source del testo ma, ancora di più, della lingua target. La prima cosa che insegnano o che si impara all’atto pratico è che è la resa finale quella importante, a costo di stravolgere l’originale. Per questo, condivido appieno il detto: “Traduttore traditore”.
Come doti particolari, è importante una marcata versatilità nell’adattare il proprio stile per riprodurre in modo efficace quello dell’autore, altrimenti si rischia di risultare monocordi, di rendere un italiano corretto ma privo di verve. Ah, e una buona dose di velocità nel tradurre è sempre apprezzata.
Che studi hai fatto? Quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?
Sono laureato in lingue e letterature straniere all’università di Bologna e ho frequentato un master in traduzione letteraria alla Sapienza di Roma. So che esistono numerosi corsi sulla traduzione ma non ne conosco molti direttamente: come in ogni cosa, ce ne saranno alcuni più validi di altri. Quelli che ho frequentato sono stati importanti, ma il “grosso” della formazione è avvenuto sul campo, dove è l’esperienza pratica a insegnare. Purtroppo, in questo settore più che in altri, è richiesta parecchia esperienza fin da subito e non è semplice trovare qualcuno disponibile a insegnarti, a metterti alla prova, ad accettare possibili errori dettati dall’inesperienza, nonostante tutta la buona volontà e il talento che ci puoi mettere.
Ci sono maestri, sulle cui traduzioni hai studiato, che ti hanno insegnato qualcosa? Da chi hai imparato di più?
In ambito di narrativa, sicuramente Roberta Rambelli, le cui traduzioni di fantasy e fantascienza mi hanno accompagnato fin dai tempi dell’adolescenza. Negli ultimi anni sono state preziose le lezioni di Alfredo Colitto, impareggiabile traduttore di thriller. In campo fumettistico, invece, gli albi tradotti da Pier Paolo Ronchetti e da Andrea Plazzi mi hanno insegnato ad affrontare quel tipo di testi, per cui è necessario un approccio diverso, più mirato alla sintesi a causa degli spazi ristretti imposti dai balloon e a un’efficacia “d’impatto”.
Hai tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.
Inviare curricula è sicuramente un buon modo, anche se nella maggior parte dei casi si ricevono risposte negative o non si riceve risposta alcuna (non per malafede dell’editore, ma perché i candidati che si propongono sono tantissimi). Credo che il segreto sia trovarsi al posto giusto nel momento giusto, proporsi a una casa editrice proprio mentre questa sta lanciando un progetto in linea con il proprio curriculum e per il quale sta cercando nuove risorse.
Per questo, credo sia importante non desistere e inviare regolarmente il proprio CV aggiornato. Nel mio caso, ho cominciato con Fanucci tramite lo stage del master a cui accennavo prima, dopodiché la collaborazione è continuata. Con Panini, invece, abbiamo iniziato con qualche volume saltuario, poi mi è stata affidata una nuova collana di classici e da lì le collaborazioni sono aumentate considerevolmente. In ogni modo, è sicuramente come dici tu: una volta avviata una collaborazione, se soddisfacente per entrambe le parti, è piuttosto normale che prosegua in modo continuativo.
La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?
Solitamente a occuparsi della scelta del libro da tradurre sono gli editor, non i traduttori. A me non è mai capitato di scegliere il libro su cui lavorare. Il committente mi fa una proposta e sta a me accettarla o meno. Naturalmente, di solito tale proposta è basata sul mio bagaglio d’esperienze o sull’attinenza ad altri progetti analoghi già svolti per quel committente. Per esempio, quando la Panini ha lanciato una nuova testata mutante (nello specifico, la bellissima “Wolverine e gli X-Men”), mi è stata affidata perché traducevo già gli altri mensili mutanti.
Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?
Esatto, proprio così. Quando mi viene affidata una traduzione faccio un paio di giorni di “prova”, per calibrare la difficoltà del lavoro ai miei tempi. Dopodiché organizzo una scaletta nella quale assegno un determinato numero di pagine a ciascuno dei giorni che ho a disposizione, cercando sempre di stare largo e poter così gestire eventuali imprevisti o parti di lavoro particolarmente ostiche. Per fortuna, non mi è mai capitato di sforare una deadline.
Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla traduzione.
In realtà non è molto diversa da una normale giornata di lavoro, tranne per il fatto che non devo recarmi sul posto di lavoro e che posso organizzarmi liberamente gli orari. È una bella fortuna!
Cerco comunque di essere regolare nel rispettare la scaletta, in modo da non trovarmi con troppe pagine da tradurre a pochi giorni dalla data di consegna. Amo lavorare alle prime ore del mattino, mentre trovo faticosissimo mettermi al computer dopo cena. Ma ogni traduttore ha i propri ritmi: so di alcuni miei colleghi che lavorano solo di notte, come vampiri!
Vuoi svelarci qualche segreto del mestiere? Come si ricrea lo stile, il ritmo, la parlata magari gergale di un autore? Leggi altri testi tradotti di questo autore, quando ci sono? Ti immedesimi, respiri la sua aria?
Mi fai una domanda molto difficile, nel senso che non esistono regole fisse a cui attenersi.
Ricreare lo stile dell’autore è una sfida sempre nuova, e molto sta nel modo in cui è scritto il romanzo: a volte sembra di non lavorare nemmeno, tanto l’opera di adattamento risulta naturale, mentre altre è più impegnativo. Per quanto possibile cerco sempre di dare brio anche a quelle parti che in originale risultano – a mio parere – meno efficaci. Tutto questo senza mai stravolgere il testo, s’intende, ma tenendo a mente – come dicevo prima – che è il risultato finale a contare, quello che il lettore italiano si trova per le mani.
Quando possibile, leggere altri libri dello stesso autore può essere utile per verificare eventuali deviazioni da uno stile più o meno abituale, così come è consigliabile leggere traduzioni precedenti – se ce ne sono – di quell’autore, in modo da farsi un’idea di come il pubblico italiano è abituato a conoscerlo.
Consegnata una traduzione, viene revisionata dall’editore. Arrivati a questo punto che passaggi sono necessari prima che il testo sia pubblicato?
Sia che si parli di traduzioni di narrativa, di fumetti o di videogiochi, il testo tradotto passa sempre sotto le abili mani (o per meglio dire occhi) di revisori esperti con i quali il traduttore ha spesso un contatto diretto in caso di problemi o di scelte stilistiche da concordare. Superato questo passaggio, il testo viene controllato anche dai correttori di bozze, i quali si occupano di rimuovere i refusi e di controllare nuovamente il testo.
Parliamo della traduzione di The prestige di Christopher Priest, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?
Conoscevo The Prestige grazie al film di Christopher Nolan, ma non il libro, che ho letto soltanto prima di iniziare la traduzione. Mi sono trovato davanti qualcosa di completamente diverso, a livello di approccio narrativo, benché la storia fosse la medesima. I diari di Rupert Angier e Alfred Borden mi hanno assorbito completamente. La parte più difficile sono state alcune pagine intorno alla metà del libro, nelle quali si “accenna” al segreto di Borden. Sapevo bene di cosa si stava parlando, ma dovevo fare attenzione a sciogliere quei passaggi senza rivelare troppo al lettore.
Collabori con Panini Comics, per cui curi la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Fumetti, cinema, narrativa ti appassionano. Che differenza c’è tra tradurre un fumetto e un testo narrativo?
La differenza principale è data dalla ristrettezza degli spazi dei balloon. In un romanzo, un riferimento culturale o un gioco di parole possono essere sciolti o spiegati prendendosi la libertà di spendere qualche parola, a volte inserendo anche una battuta in più, mentre in un fumetto bisogna necessariamente essere concisi. È lo stesso problema che devono affrontare i traduttori per il cinema e per la tv, per intenderci. Nel loro caso il limite è la durata del labiale, nel mio la capienza dei balloon (a volte davvero minima!). Al tempo stesso, però, la traduzione di un fumetto è facilitata dalla presenza dei disegni, che forniscono contesto e spesso sono utili per sciogliere espressioni o riferimenti ostici. Personalmente, poi, mi sento più a mio agio nel tradurre i dialoghi, anche nei romanzi, e data la loro presenza massiccia all’interno dei fumetti, questa mia propensione si sposa bene con il genere dei comics.
A cosa stai lavorando in questo momento?
Traduco i quattro mensili dedicati agli X-Men e a tutti i gruppi di contorno (Nuovi Mutanti, X-Factor e molti altri), e il mensile dedicato agli Avengers. Sto traducendo anche importanti novità per i lettori di comics Marvel in vista dell’evento Marvel NOW!, ma non mi è concesso svelare nulla! Oltre a questi, sono al lavoro su interessanti volumi Marvel e Image, tanto per appassionati di fumetto quanto per chi non ha familiarità con il genere.
Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.
Grazie a voi della menzione sul blog e dell’intervista. Un saluto a tutti!
:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini
29 gennaio 2013
Ciao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.
Quale è la tua idea sull’editoria italiana?
Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.
Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?
Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.
Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?
Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.
Prediligete autori italiani o stranieri?
Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.
C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?
L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.
Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?
La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.
Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?
Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.
Scrivono di più gli uomini o le donne?
Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.
Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?
Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.
Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?
Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.
Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?
Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.
Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?
Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.
Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?
Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.
Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?
Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.
Perché ti son piaciuti?
Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.
Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?
Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.
:: Un’ intervista con Daniele Serra
29 gennaio 2013
Ciao Daniele. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Per chi non ti conoscesse sei un giovane illustratore professionista, classe 1977, fresco vincitore del prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categoria “Best Artist”. I tuoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, e ultimamente anche da noi. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Daniele Serra? Punti di forza e di debolezza.
Sono un ragazzo di 35 anni, vivo nella mia terra di origine che è la Sardegna, insieme a una moglie e tre gattine. Sono appassionato di fumetti, libri, musica e cinema. Difficile stabilire quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza, tra i primi mi viene in mente il non riuscire a smettere di disegnare, cosa che è sicuramente utile nel mio lavoro, in più credo di avere molta fantasia, anche abbastanza oscura e ricca di incubi..e questo non so se considerarlo un punto di forza o di debolezza!
Raccontaci qualcosa del tuo background, della tua infanzia.
Da piccolo mi dicono che sono stato un bambino abbastanza tranquillo, non avevo tanta voglia di studiare ma nonostante ciò ero il primo della classe, giocavo a tennis tavolo e a calcio. La mia babysitter era mia cugina, mi piaceva molto ascoltarla mentre leggeva le storie horror. Per il resto mi piaceva guardare le persone mentre disegnavano, ascoltare musica e imparare a suonare la chitarra.
Quando è iniziata la tua passione per l’arte in tutte le sue espressioni?
Fin da piccolo ho sempre disegnato, quindi non saprei quando è iniziata la passione per l’arte in generale, è una cosa che mi ha sempre accompagnato in tutta la mia vita.
Parlaci del tuo percorso formativo: che studi hai fatto, che corsi hai seguito? Indica ad un giovane che volesse intraprendere la tua carriera la tua strada.
Il mio percorso di studi si discosta molto da ciò di cui mi occupo ora. Posso dire di essere principalmente autodidatta anche se ho seguito due corsi, uno di fumetto e uno di pittura ad olio, che reputo fondamentali e hanno avuto per me una grande importanza. Prima di provare a lavorare seriamente nel campo dell’illustrazione, ho lavorato per sette anni come grafico pubblicitario. Non sono bravo a dare consigli, una cosa che posso dire è quella di sviluppare una propria professionalità, oltre a tenere duro e credere fortemente in ciò che si vuole ottenere.
Quando hai capito che eri diventato davvero un illustratore professionista? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che questa tua passione si stava trasformando in un vero lavoro?
Non è una cosa di cui ci si renda conto all’improvviso, è un processo… inizialmente si passa molto tempo a preparare lavori da proporre, a cercare contatti e inviare disegni a varie case editrici. Quando ho iniziato ad essere pagato per i lavori che facevo, ho cominciato a capire che forse poteva diventare sul serio un lavoro; a poco a poco si inizia a collaborare con più editori, ad essere invitato alle convention e conoscere autori con cui scambiare opinioni e poter iniziare nuovi progetti.
Quali sono le doti necessarie?
Come accennavo prima, è sicuramente importante saper disegnare e avere una buona immaginazione, ma è altrettanto importante la precisione e la professionalità: saper rispettare i tempi di consegna, fare un buon lavoro dal punto di vista tecnico.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Hai iniziato collaborando con alcune piccole case editrici statunitensi. Come è iniziato tutto?
Ho iniziato preparando un portfolio e spedendo i lavori a molte case editrici in giro per il mondo. Così ho cominciato a collaborare con alcune di queste e da lì in poi è stato più semplice perché avendo dei lavori pubblicati era più facile proporsi. E’ difficile mettere un piede dentro il mercato, ma una volta che si creano un po’ di contatti e di collaborazioni è sicuramente più semplice. Una cosa che penso di aver imparato è che difficilmente la gente ti cerca ma devi essere tu a proporti continuamente cercando nuovi contatti.
Hai lavorato sia negli Stati Uniti che in Europa. Quali sono le differenze?
Non ho trovato particolari differenze. Ogni editor ha un suo modo di lavorare, in linea di massima non ho trovato differenze legate alla nazionalità, c’è da dire che per quanto riguarda l’Europa lavoro prevalentemente con l’Inghilterra che per molti versi è simile agli Stati Uniti come approccio lavorativo.
Quali sono i tuoi artisti preferiti? Ci sono pittori, disegnatori, che ti hanno particolarmente influenzato? Faccio un nome Francis Bacon, ti senti di essergli debitore?
Sono tantissimi gli artisti da cui prendo ispirazione, sicuramente la corrente pittorica americana dei fumetti da Kent Williams, Ashley Wood, George Pratt, Dave Mckean; altri disegnatori sono Nicola Mari, Dino Battaglia e tanti altri. Ti ringrazio molto per questo paragone, anche se penso di essere lontano anni luce dal genio di Bacon.
Come si acquista uno stile personale, riconoscibile a prima vista, senza neanche bisogno di metterci la firma?
Penso sia un processo naturale, cerco sempre di lavorare in maniera istintiva non troppo ragionata e forse questo mi ha permesso di avere un segno un po’ riconoscibile.
Come realizzi i tuoi lavori? Che tecniche utilizzi? Dipingi direttamente su tela, o prima ti prepari disegnando numerosi schizzi? Che colori utilizzi con maggiore frequenza? Quali non utilizzeresti mai?
Utilizzo varie tecniche a seconda del lavoro che devo sviluppare: olio su tela, acquerello, china. Lavoro abbastanza di istinto, se fosse per me dipingerei sempre direttamente su tela ma per normali esigenze lavorative gli editor hanno bisogno di vedere un’anteprima, quindi spesso preparo degli sketch. Come colori utilizzo molto le terre, anche se ultimamente sto cercando di trovare nuovi soluzioni di colorazione. Non c’è un colore che non userei mai, più che altro ci sono colori che mi spaventa usare perché non mi sono abituali, per esempio il verde e l’arancione.
Quale è la tua cover preferita? Quella più visionaria.
Non ho una cover preferita, in linea di massima l’ultima che faccio mi sembra sempre la mia preferita, ma come passa un po’ di tempo ritorno nell’insoddisfazione e spero sempre che la prossima sia migliore. Una cover a cui sono molto affezionato è quella per il libro “Season in Carcosa”, un’antologia edita da John Pulver, perché rappresenta un passo in avanti nel mio cammino.
Raccontaci un aneddoto, bizzarro, incredibile legato al tuo lavoro?
Un avvenimento simpatico è successo proprio qualche giorno fa! Mi è stato dato da leggere un racconto del quale avrei dovuto realizzare la copertina, si trattava di disegnare una terribile vecchia protagonista del racconto. Ho passato una settimana continuando a ridisegnare il volto senza trovare una soluzione che mi soddisfacesse, sembrava quasi una maledizione… non riuscire a disegnarne il volto e sono arrivato e sognarmela di notte. Ho passato un paio di giorni durante i quali ero ossessionato, l’unico modo per uscire da questo tunnel è stato riuscire a dare un volto alla vecchia e in qualche modo esorcizzarla, dopo di che non ha più disturbato i miei sogni!
Hai realizzato illustrazioni per opere di autori come Tim Waggoner, Graham Masterton, Tim Curran, Tom Piccirilli, Lee Thompson e molti altri. Come nascono le tue cover? Incontri prima di persona gli autori dei romanzi?
Non incontro mai gli autori, lavoro direttamente con l’editor. In molti casi è capitato però che abbia stretto amicizia con gli autori, anche se a causa delle distanze raramente li ho incontrati di persona.
Il processo di lavoro è abbastanza standard: parto dalla lettura di una sinossi del libro e in linea di massima gli editor mi lasciano libero a livello interpretativo.
Collabori con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Parlaci di queste pubblicazioni. In che maniera si stanno evolvendo?
Penso che questa sia una delle parti più interessanti del mio lavoro, nel senso che ho la possibilità di variare molto collaborando con diversi editori. Ogni volta è una nuova sfida e scopro nuovi approcci al lavoro, grazie al confronto con molte case editrici. Una delle soddisfazioni maggiori è stata la collaborazione con Delirium Books per i quali ho realizzato una trentina di copertine di libri nel 2012, mi ha permesso di crescere molto dal punto di vista professionale. In definitiva con tutti ho un ottimo rapporto e spero che queste collaborazioni continuino in maniera proficua da ambo le parti. È bello perché spesso oltre al rapporto professionale si instaura un rapporto umano molto forte.
Ami leggere, quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Leggere è una delle mie passioni più grandi, gli autori che amo sono tantissimi: in questo momento mi vengono in mente ETA Hoffman, Lovecraft, Poe, Bulgakov, Barker, Matheson…
Sta cambiando qualcosa in Italia? Si sta aprendo il mercato del lavoro nel tuo campo?
Penso che ci siano delle possibilità anche in Italia, sto iniziando a collaborare con alcune case editrici italiane. Il momento storico economico che stiamo vivendo non è favorevole, ma penso che sia non legato prettamente all’Italia ma abbastanza generale.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho molte idee e alcuni progetti che stanno prendendo forma in questi mesi, sia per quanto riguarda i fumetti che i libri illustrati, oltre al fatto che sta partendo “Mezzotints Ebooks, una casa editrice con cui sto collaborando che spero diventi a breve una bella realtà nel panorama italiano dell’editoria di genere.
:: Recensione di Delitto a Villa Ada di Giorgio Manacorda (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto
29 gennaio 2013
A Villa Ada, una mattina Vasco Sprache, poeta e barbone, viene ritrovato morto. A trovare il suo corpo è stato Giorgio Manacorda, poeta e corridore. A dover indagare sull’omicidio è il commissario Antonio Marco Sperandio, aspirante poeta.
Il caso è dunque questo: un poeta ucciso, ritrovato da un altro poeta che comincia a parlare di una leggendaria macchina da scrivere dorata, la lampada di Aladino dei poeti, colei che permetterebbe anche a chi non sa scrivere di diventare poeta. Manacorda sembrerebbe quindi il maggiore indiziato: ha trovato il cadavere, è un poeta, conosceva Sprache e sapeva che lui sarebbe potuto essere il proprietario del leggendario oggetto magico. Per Sperandio le cose sembrano essere semplici. Se non fosse che intorno a questi tre uomini c’è tutta una serie di persone che la mattina si ritrovano a correre e che in passato o ancora oggi hanno legami più o meno labili come la poesia. Perché, come dichiara Giorgio Manacorda, il personaggio: “anche se nella villa, insieme allo Sprache, sono l’unico poeta; ce ne saranno molti altri, non si può certo escludere, ma sta a lei trovarli, in Italia tutti scrivono versi. Secondo me anche lei commissario, anche lei.”
A Sperandio non resta quindi che interrogare tutti i corridori e cercare tra di loro l’assassino. Una ricerca che non sarà facile e che avrà un esito alquanto inaspettato.
Delitto a Villa Ada è la seconda opera narrativa di Giorgio Manacorda, professore e poeta che ha esordito nell’arte del romanzo con Il corridoio di legno.
Pochi giorni fa me la sono presa con un debutto letterario di Jeet Thayil che dalla poesia è passato al romanzo. (qui) Ecco, non è questo il caso di Giorgio Manacorda. Mi aveva già colpito positivamente con Il corridoio di legno, entrato oltretutto nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega 2012. (qui)
La sua scrittura procede liscia senza intoppi, è scorrevole e non è appesantita da lunghe e inutili descrizioni e microscopici dettagli. La trama c’è, ha una sua sostanza pur essendo un libro molto breve. Il finale non è affatto scontato. Di più non posso scrivere, c’è un delitto di mezzo e ogni mia parola in più potrebbe rovinarvi la lettura!
Delitto a Villa Ada è un noir che parla di poesia, di creatività, di invidie e di tormenti della creazione. Parla di letteratura, poesia, cultura, di desideri di gloria e di fallimenti. È un romanzo piacevole che conferma il talento di Giorgio Manacorda anche in campo narrativo.
:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
28 gennaio 2013
Ella portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!
Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino.
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe. E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa, siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.
:: Recensione di Cecità di Josè Saramago (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto
28 gennaio 2013
Un giorno, qualunque. Una città, qualunque. Un uomo, qualunque, fermo ad un semaforo. All’improvviso tutto intorno a lui diventa bianco. Si gira a destra: Bianco! A sinistra: bianco! Davanti a sé: bianco! Bianco. Bianco ovunque. La città sembra essere stata inghiottita da una candida luce del colore della neve. Il nostro uomo qualunque ci mette qualche minuto a realizzare che non è la città ad essere scomparsa ma la sua vista. È diventato cieco. Così, all’improvviso. Di una cecità mai vista prima: non è tutto nero, bensì tutto bianco!
L’uomo qualunque pensa di essere stato colpito da una malattia rara, ancora sconosciuta. Persino il suo oculista non sa che pesci prendere: una cecità bianca? È impossibile! E poi, i suoi occhi non sono nemmeno danneggiati! Il mistero sembra non avere soluzione. Il nostro sfortunato amico sembra costretto a convivere con la solitudine di una malattia non rara, unica. Ma a breve ci si accorge che non è così. Nel giro di qualche giorno infatti i ciechi in paese si moltiplicano a vista d’occhio. I sintomi sono gli stessi: improvviso biancume che avvolge completamente la vista. Dal mondo colorato al bianco! Così, in un attimo!
Cosa fare? Il governo inizialmente ricovera in un vecchio manicomio i primi contagiati. Si pensa ad una malattia il cui contagio può essere ridotto mettendo in quarantena i malati. Meglio non toccarli, non avvicinarcisi, lasciarli lì rinchiusi tra di loro e che se la sbrighino da soli! Loro guariranno o moriranno. L’importante è limitare il contagio.
Ma la realtà non è mai così semplice e presto tutti diventano ciechi. Saramago ci trasporta in n mondo dove tutte le persone hanno perso il senso della vista. È un mondo dove ci si deve abituare a vivere e sopravvivere senza vederci. Un mondo dove ogni gerarchia e ordine vanno a rotoli. Non si può più lavorare e produrre. Il cibo inizia inevitabilmente a scarseggiare, come se già non fosse difficile trovarlo senza vederci! I ciechi combattono tra di loro per un po’ di cibo. In manicomio si assistono a scene di violenza inenarrabile. Fuori in città invece, c’è solo morte e miseria. Il loro mondo sembra destinato a finire così, in una coltre di luce bianca. Tutti sembrano destinati alla cecità. Tutti tranne uno. Anzi una. Una donna, la moglie dell’oculista a cui il primo cieco si è rivolto. Lei non ha perso la vista. Lei ci vede, vede tutto: la violenza, la miseria, la disperazione. Ed è attraverso di lei che noi entriamo in questo mondo tragico e disperato in cui sembra non esserci via d’uscita.
Cecità è un romanzo che ti prende e ti trascina dentro a questo mondo disperato. Ad ogni pagina si vuole andare avanti per scoprire quanto ancora può succedere. Fin dove si può arrivare nella lotta per la sopravvivenza prima di arrendersi e lasciarsi morire d’inedia. Saramago è un grande inventore di storie e situazioni. È un autore che purtroppo io ho scoperto tardi con Le intermittenze della morte, altro libro in cui una situazione surreale, la Morte che decide di scioperare, viene narrata, descritta e fatta rivivere dalla penna del meritatissimo premio Nobel.
Cecità indaga nel profondo dell’animo umano e persi tra le sue pagine non si può fare a meno di chiedersi: cosa avremmo fatto noi al loro posto?


























