:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013 by

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
Sì, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di La stagione dei ricordi perduti, Ellen Marie Wiseman, Newton Compton, 2013 a cura di Viviana Filippini

5 Maggio 2013 by

ricordiSono una miriade i romanzi che si occupano della Seconda guerra mondiale, ma quelli che ho letto fino a questo momento di solito si sono sempre sviluppati sul campo di battaglia, dentro a quelli di concentramento o sulle montagne dove agivano i partigiani. In questi mesi mi sono capitate tra le mani storie belliche ambientate nel mondo civile, in particolare nella Germania degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. L’ultimo libro di questo tipo letto è La stagione dei ricordi perduti di Ellen M. Wiseman, autrice americana di origine europea, la quale sviluppa la sua storia nel mondo sociale tedesco in un piccolo paesino della Germania del Sud. Qui vive Christine, una ragazza che con la madre lavora dai Bauerman, un’importante famiglia di origine ebraica dove è nato il giovane Isaac. Tra i due nasce una rapida intesa e in breve tempo l’amicizia si trasforma in amore reciproco, rispettoso, fino a quando l’imporsi sempre più effettivo del regime hitleriano metterà a repentaglio l’incolumità della coppia. Povertà, rappresaglie compiute da parte della Gestapo verso i tedeschi sospettati di aver aiutato gli ebrei, deportazioni, violenza e la fame dentro e fuori i campi di concentramento sono i temi riguardanti l’umanità europea tra il 1939 e il 1945. Su di essi si innesta la storia della famiglia di Christine con i drammi interni derivanti dal degrado esistenziale causato dal conflitto bellico. Christine e Isaac vengo da due mondi diversi – lei cattolica, lui ebreo – ma indipendentemente dalle origini la brutalità della guerra non risparmierà a nessuno dei due violenze e ritorsioni, i cui effetti non sempre calcolabili si rifletteranno sul vissuto privato di entrambi. Le pagine di  La stagione dei ricordi perduti corrono via veloci e nonostante il tanto male presente in esse, la speranza e l’amore si dimostrano essere alcuni tra gli antidoti  presi ad uso dai personaggi per rialzarsi e tentare di continuare a vivere. I personaggi principali sono la coppia di giovani che con la forza dell’amore sfidano un regime autoritario per cercare la salvezza. Allo stesso tempo i tanti comprimari che agiscono accanto a loro – sorelle, fratelli, amici – sono coinvolti in situazioni che evidenziano l’espansione ramificata di un dramma comune a molti. Un esempio toccante di questa drammatica realtà è la vicenda riguardante Maria, sorella di Christine, anche lei sopravvissuta alla guerra, purtroppo vittima di una violenza derivante dai disordini post liberazione che segneranno per sempre la vita e il suo destino. La stagione dei ricordi perduti è una narrazione dal ritmo incalzante, ricca di sentimenti ed emozioni che aiutano il lettore  a conoscere la dimensione del vissuto civile della popolazione tedesca durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. L’autrice dichiara che i protagonisti della vicenda non sono suoi parenti diretti, ma conferma che quello che i suoi nonni e genitori vissero in Germania in quegli anni è sicuramente stato una fonte importante di ispirazione.  La stagione dei ricordi perduti è un romanzo dove amore, terrore, coraggio, speranza e bisogno di giustizia convivono, restituendo a noi lettori il quadro del dramma – da non dimenticare per non ripetere gli errori del passato- che colpì l’intera umanità della Germania e dell’Europa. Traduzione dall’inglese di Maria Grazie Perugini.

Ellen Marie Wiseman è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Stato di New York. La stagione dei ricordi perduti, il suo primo romanzo, si ispira alle storie dei suoi nonni e dei suoi genitori, arrivati negli Stati Uniti dopo aver conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale e dello sterminio. La Wiseman vive con il marito sulle rive del lago Ontario. Per saperne di più su di lei: ellenmariewiseman.com.

:: Recensione di Il buon informatore di John Banville (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

5 Maggio 2013 by

john-banville-il-buon-informatoreJohn Glass è un giornalista irlandese da poco trasferitosi a New York. Nel passato è stato un corrispondente di prima linea: l’Intifada, il conflitto nordirlandese, Piazza Tienanmen. Abituato a trovarsi in mezzo a conflitti, guerre e rivoluzioni, Glass fatica ora ad abituarsi alla vita tranquilla e agiata di New York. Ha una moglie troppo impegnata per un’organizzazione benefica per dedicar a lui del tempo, un figliastro che lo odia e una pittrice  come amante.
La noia, la voglia di riscatto, la monotonia e soprattutto il ghiotto compenso economico offertogli sono alla base della decisione di Glass di accettare di scrivere la biografia di William “Big Bill” Mulholland: ex agente della Cia, magnate delle telecomunicazioni e suocero di John Glass.
Scrivere la biografia di Big Bill non è semplice. Con il suo passato di agente della Cia Big Bill ha parecchie informazioni che sono state nascoste e che devono rimanere tali. Inoltre è pur sempre il suocero di Glass e far emergere un passato non troppo immacolato significherebbe probabilmente mettere nei guai il suocero e rovinare la reputazione della moglie.
Preso da mille dubbi, John Glass decide di contattare Dylan Riley,  un giovane cacciatore di informazioni. Riley verrà incaricato da Glass di scoprire quante più cose possibili sul conto di William Mulholland.
Ma presto Riley verrà trovato morto: ucciso da un colpo di Beretta. Che abbia scoperto fin troppe cose?
Chi lo ha messo a tacere? Per quale motivo? Cos’aveva scoperto? E perché Riley nella sua ultima telefonata prima di morire ha detto a Glass di avere qualcosa di compromettente sul suo conto?
John Glass, preso ora da infiniti dubbi, comincia così una propria indagine per scoprire la verità sulla morte di Dylan Riley ma soprattutto su ciò che il povero informatore aveva scoperto di così scottante e compromettente da costargli la vita.
Il maggiore sospettato è ovviamente Big Bill ma il destino avrà in serbo sorprese ben peggiori per John Glass che si ritroverà presto a dover scegliere tra la verità e la famiglia. D’altra parte Glass era stato avvertito  “Siamo tutti colpevoli, tutti noi… te compreso!” Ora starà a lui scegliere fino a che punto essere colpevole.
Il buon informatore è essenziale e tagliente. Banville in poche pagine riesce a delineare perfettamente i dubbi, le certezze e le difficoltà di John Glass. Non si perde in ridondanti descrizioni ma va subito ai fatti, all’essenziale delle cose. Il buon informatore è, dal mio punto di vista,  una lettura ideale per un pomeriggio al mare. Trad. di Irene Abigail Piccinini.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, l’8 dicembre del 1945. Romanziere e giornalista, scrive anche con lo pseudonimo di Benjamin Black. Banville ha studiato alla Christian Brothers’ School e al St Peter’s College a Wexford, ma non ha frequentato l’università. Alla fine degli anni Sessanta divenne redattore dell’Irish Press, per poi essere promosso capo redattore. Dopo il fallimento dell’Irish Press divenne redattore dellIrish Times. Venne nominato redattore letterario nel 1998 ma infine decise di andarsene. Banville scrive nel The New York Review of Books fin dal 1990. Banville ha un grande interesse per la vivisezione e i diritti degli animali e spesso rilascia dichiarazioni contro l’utilizzo della vivisezione a scopo di ricerca nelle università irlandesi.

:: Segnalazione di Notte sanguinaria di Allan Guthrie (Revolver, 2013)

4 Maggio 2013 by

Allan Guthrie -  Notte SanguinariaDopo Dietro le sbarre, la collana noir- crime Revolver delle edizioni BD riporta in Italia il maestro del tartan noir scozzese Allan Guthrie con il suo Notte sanguinaria, titolo originale Savage Night, tradotto da Marco Piva Dittrich. Diamo un’occhiata alla trama decisamente pulp. Due famiglie di psicopatici: i Savage da una parte e i Park dall’altra. Una vendetta incrociata che minaccia di tritare nell’ingranaggio tutto quello che incontra sul proprio cammino. Un maniaco con una maschera da sci e una katana, una vecchia signora bisognosa di cure, una resa dei conti al cimitero: tutto nel nuovo romanzo di Allan Guthrie è al di là del bene e del male. Dal bagno di sangue iniziale in poi Notte sanguinaria è un unico infinito colpo di scena. Tanto black humour e una storia folle ma costruita in modo ineccepibile, montata a flashback come nel migliore cinema di genere, per un romanzo che tiene incollati fino alla fine. In libreria dal 9 maggio.

Allan Guthrie vive ad Edimburgo. Autore di cinque romanzi e tre novelle ha vinto nel 2007 il Theakstons Old Peculier Crime Novel of The Year ed è stato finalista all’ Edgar , all Antony, e al Gumshoe Award. I suoi romanzi sono stati tradotti in dodici lingue fra cui italiano, francese, tedesco, turco, danese, spagnolo e finlandese. Allan Guthrie è stato paragonato a Irvine Welsh e Ian Rankin.

:: Recensione e intervista di Delitti politici di Fabio Giovannini (Stampa Alternativa, 2013) a cura di Marco Minicangeli

4 Maggio 2013 by

Delitti politiciSarei tentato di dire che Delitti politici di Fabio Giovannini è un libro necessario e questo per tanti motivi. Il primo è una necessità “cronachistica”, nel senso che in molti dei quindici casi trattati ci sono notizie che i media non hanno adeguatamente trattato a favore di una verità ufficiale. Effettivamente, come dichiara lo stesso scrittore, non troviamo nuovi indizi o nuove prove, ma il tentativo di leggere con spirito critico quello che è uscito. Per esempio sulla morte di Papa Luciani (“Veleni ecclesiastici”) siete proprio sicuri di sapere tutto? Ma Delitti politici è un libro necessario soprattutto perché ci insegna a fare domande su uno Stato che molte volte ha agito da protagonista, ha occultato, depistato. Talvolta ucciso.
Dei quindici casi che Giovannini ha scelto, ci sono vicende molto note — come quella già accennata di Papa Luciani, oppure il caso Calvi o quello Mattei — ed altre invece che personalmente scopriamo tra le pagine di questo breve saggio. Uno è il caso Petrone avvenuto nel 1977 e che è stato archiviato come l’ennesima vittima di quella battaglia politica avvenuta negli anni di piombo. La morte di questo militante di sinistra causò un clima di guerra civile strisciante a Bari e ad esser invischiati c’era poi anche nomi che poi avremmo ritrovato negli anni successivi in Parlamento. Insomma politica ed assassinio, un connubio che viene pubblicamente sempre disconosciuto in nome della democrazia e della non-violenza. Fermo restando poi che i fautori di una via “pacifica” al potere sono poi sempre pronti a girarsi dall’altra parte, quando non ad agire direttamente.
L’approccio di Giovannini a questa materia è molto narrativo: le quindici storie si leggono d’un fiato ed appassionano dalla prima all’ultima riga. Come appassionante è l’appendice dove l’autore riporta il famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” pubblicato sul Corriera della sera trent’anni fa, ma drammaticamente moderno. Unico difetto del libro, il prezzo: 14,00 euro. Ma Stampa Alternativa non era quella dei Millelire?

Intervista all’ autore

Proviamo ad immaginare una nuova categoria, la “criminologia politica”. Se inquadrassimo la storia d’Italia degli ultimi 30 anni con questa lente avremmo qualcosa di diverso?

Una criminologia politica permetterebbe di capire i veri centri del potere, perché ogni delitto politico (escludendo il terrorismo e la lotta armata che hanno caratteristiche specifiche) avviene con una serie di coperture, mandanti, depistaggi e manipolazioni che, se indagati e individuati, indicherebbero chi davvero comanda o ha comandato in questo paese: quali organizzazioni, lobby, centri di potere, sodalizi hanno gestito nei fatti e non nell’apparenza la politica della Repubblica. Quindi una criminologia politica sarebbe di grande aiuto anche per analizzare i fondamenti della crisi attuale, più di altri punti di vista.

Dopo anni di militanza culturale, come definiresti la situazione odierna?

In Italia, pessima. Le concentrazioni editoriali stanno portando all’estinzione delle librerie e delle case editrici indipendenti (di grandezza media, mentre le piccolissime sopravvivono e si moltiplicano nella loro nicchia). Il complessivo declino della politica, poi, si riflette sul piano culturale (o forse l’una è lo specchio dell’altro) con un panorama della narrativa italiana spento e privo di qualsiasi eccezione. Non mi sento motivato a leggere autori italiani da anni, a parte qualche raro esempio nella letteratura di genere. C’è un Pasolini dei nostri tempi? o un’Elsa Morante? Li cito a caso tra i tanti e non per nostalgia, ma perché con le loro opere erano capaci di innescare discussioni e riflessioni di grande rilievo. Io non vedo niente di simile ai nostri giorni. Anche gli scrittori più venduti scrivono libri transeunti che restano nella memoria per pochi mesi e poi svaniscono nell’affollamento del marketing.

Carta o ebook?

Per ora resto affezionato alla carta, ma l’ebook è un utile strumento, soprattutto per la saggistica perché permette di “navigare” in un testo con facilità (ad esempio per trovare parole chiave, nomi, per annotare, ecc.). Attualmente mi sembra che la spinta all’ebook sia più una necessità del mercato e meno un’esigenza sentita dai lettori. L’ebook ha comunque il vantaggio di non occupare spazio e di essere facilmente riproducibile (anche attraverso quella che viene definita “pirateria”, anche se a volte è in realtà utile allargamento e distribuzione di conoscenza).

Veniamo al libro. Partiamo dalla sua appendice, l’ “Io so” di Pasolini. Possibile che non sia cambiato nulla?

Forse la situazione è ulteriormente peggiorata. Innanzitutto perché non c’è più quella sinistra politica che lo stesso Pasolini richiamava nel suo testo (pur sottolineandone le contraddizioni) e che era spesso uno sprone per arrivare alla verità sui misteri insoluti della Repubblica. Non solo Pasolini, ma tanti scrittori, saggisti, giornalisti non omologati hanno “saputo” in questi anni, e lo hanno scritto e detto. Nessuno è riuscito, però, a trovare le prove che Pasolini stesso diceva di non avere. In questo anche la magistratura ha le sue colpe. Oggi si parla tanto di “toghe rosse”, ma ribaltando la realtà: in Italia c’è stata un’egemonia della magistratura conservatrice, collusa con le forze politiche dominanti e pronta a insabbiare quando necessario o a orientare le sue energie in direzioni di comodo.

Perché hai scelto questi casi? E pensi che sarà mai possibile far completamente luce su queste vicende?

Ho scelto casi che sono molto noti e altri che pochissimi ricordano. Tutti però sono unificati dall’assenza di “soluzione”. Sembra che il dato caratterizzante dei delitti politici italiani sia l’impossibilità di fare chiarezza e individuare responsabili e mandanti. Il tempo potrebbe aiutare ad andare a fondo su alcuni delitti e svelare le vere responsabilità. Ma solo una rivoluzione politica potrebbe consentirlo davvero.

:: L’edizione 2013 del Premio Calvino a cura di Elena Romanello

4 Maggio 2013 by

calvino_pericoliSi è svolta a Torino, al Circolo dei lettori, la premiazione dell’edizione 2013 del Premio Calvino, dedicata agli scrittori esordienti, e giunto alla ventiseiesima edizione, per promuovere i talenti nuovi in collaborazione con la casa editrice Einaudi.
La Giuria, formata da Irene Bignardi, Maria Teresa Carbone, Matteo Di Gesù, Ernesto Ferrero, Evelina Santangelo, ha premiato Cartongesso di Francesco Maino, un misto tra un romanzo, un saggio e un pamphlet, incentrato su un’invettiva contro il disfacimento della società italiana, tra consumismo, omologazione, cementificazione, partendo dal Veneto, dove il paesaggio naturale è stato rovinato dai capannoni di un boom industriale finito sotto i colpi della crisi di questi ultimi anni. Francesco Maino, classe 1972, di Livenza, avvocato a Vicenza, oltre a scrivere e a seguire cause legali si occupa di insegnare diritto in una scuola professionale e in passato ha fatto l’aiuto necroforo in una ditta di onoranze funebri.
Le due menzioni speciali della Giuria sono andate a I costruttori di ponti, di Simona Rondolini, storia familliare tra musica classica e vita in fabbrica in un mattatoio, e Come fossi solo di Mario Magini, che ricorda una pagina rimossa della recente Storia recente, il massacro di Srebrenica, attraverso il racconto di tre personaggi, un giudice internazionale, un soldato delle forze di interposizione Nato e un miliziano serbo bosniaco.
Negli anni scorsi dal Premio Calvino sono emersi importanti talenti e successi, a cominciare da Maria Pia Veladiano, vincitrice nel 2010, con La vita accanto. Il Premio Calvino fa emergere autori di storie interessanti e spesso scomode, controcorrenti e non banali. Vedremo nei prossimi mesi come si muoveranno nell’editoria italiana i libri di questi nuovi autori.

Un’intervista con Dario Flaccovio a cura di Giulietta Iannone

4 Maggio 2013 by

dario-flaccovioBenvenuto Dario su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei. Chi è Dario Flaccovio?

Un editore innamoratissimo del suo lavoro, sin da prima di farlo.

Come è nata la Dario Flaccovio Editore? Chi sono i suoi fondatori? Quando tutto è iniziato?

Nasce come evoluzione maturata all’interno della mia iniziale attività di libraio: avevo infatti due librerie, aperte nel 1972 e nel 1976. Dal 1980, anno di apertura della casa editrice, è stato un continuo crescendo che mi ha convinto agli inizi del 2000 a cedere le due librerie per dedicarmi solo alla attività di editore. Le mie due ex librerie sono ancora in attività, con i nuovi proprietari. Le attività sono state intraprese sin dall’inizio con mia moglie, Marisa Dolcemascolo, perno amministrativo della struttura aziendale, e il futuro è rappresentato da mio figlio Enrico, che dopo anni di formazione a Milano, ha scelto il ritorno a Palermo e all’attività di famiglia.

Fare cultura a Palermo è una sfida coraggiosa, una sfida di civiltà, di amore per la condivisione del sapere, della bellezza. Ricevete aiuti statali? Ci sono enti che, non solo con sovvenzioni, supportano il vostro lavoro?

Fare cultura è una sfida coraggiosa dovunque, non solo a Palermo. Qui abbiamo a nostro carico qualcosa che si chiama “distanza fisica” dal continente e dai centri nevralgici delle principali attività industriali e commerciali, posizionati tutti nel centro/nord del Paese. E’ un costo oggettivo e notevole. Consideri che da sempre, quando devo incontrare un autore o un possibile autore per un approccio o una proposta, devo attraversare l’Italia in tutte le direzioni geografiche. Se vivessi a Roma o Milano i costi sarebbero men che dimezzati. Ma di bello c’è che da Palermo sono riuscito ad abbattere l’aspetto più negativo di questa “distanza”e sia i nostri autori che il nostro pubblico, grazie alla nostra presenza e continua proposizione, sentono che Palermo è più vicina di quanto si possa pensare.
Quanto a enti e possibili sovvenzioni, siamo notoriamente editori indipendenti e ci manteniamo rigorosamente al di fuori dell’ambiente politico e clientelare di cui le sovvenzioni (quando ci sono) sono sinonimo; abbiamo sempre preferito camminare con le nostre gambe e la nostra testa, che sinora non ci hanno mai tradito.

Molti giovani saranno curiosi di conoscere la parte più nascosta del suo lavoro. Può raccontarci una sua giornata tipo?

Oggi è una giornata abbastanza riposante. Potendo contare su uno staff super attivo, mi limito a un aggiornamento esasperante e alla continua ricerca di autori e argomenti nuovi validamente supportato da mio figlio Enrico che mostra di avere notevoli capacità e spesso mi surclassa.

Quali sono i pilastri su cui si regge la sua impresa? L’editore è ancora un po’ un artigiano o ormai questo si è perso e le regole del business hanno prevalso?

L’editore è l’industriale più artigiano che ci sia. Oggi come sempre le regole del business vanno rispettate, ma al primo posto c’è sempre la qualità della proposta: se non soddisfi la tua clientela, non avrai mai né durata né riconoscibilità.

L’editoria sta attraversando un momento di crisi, le librerie chiudono, anche molti editori anche medi chiudono. Certo non c’è una ricetta per curare tutti i mali ma seconda lei quali sono le cause reali inserite certo in una crisi globalizzata mondiale? Quali i rimedi più efficaci?

Bè, mi attribuisce una bella responsabilità nell’individuare cause e rimedi… Penso solo che stiamo vivendo un’epoca di grandissima trasformazione e riuscirà a superarla chi avrà capito qualcosa di quello che sta accadendo, adeguandosi alle nuove necessità che queste trasformazioni richiedono.

Recentemente avete pubblicato anche collane di gialli e narrativa e fantasy. Pensate che la diversificazione, sia un metodo efficace per crescere?

Certo, quanto meno ti mette a contatto con realtà diverse da quelle con le quali ti confronti usualmente e ti consente di esaminare più a fondo le tue capacità.

Il mercato editoriale sta attraversando una rivoluzione oserei dire copernicana. Voi siete diciamo un’eccellenza nel campo dell’editoria specializzata in letteratura tecnica e professionale. Ma l’ebook sostituirà davvero il libro di carta? Quali sono ancora i maggiori ostacoli verso questa trasformazione?

No, l’ebook non sostuirà il libro di carta. Il libro tradizionale e l’ebook sono due prodotti paralleli, che si integreranno e vivranno affiancati. L’avanzata dell’editoria elettronica apre nuove frontiere e vantaggi che certo la carta stampata non può offrire. La rivoluzione vera avverrà con la generazione che inizierà a studiare sin dalla prima elementare sul tablet. Si vedrà allora cosa può succedere. Oggi l’editoria tradizionale si sta ridimensionando, e ancor più si ridimensionerà, e credo proprio che non sia un male questo. E’ giusto che ogni anno si stampino milioni di copie tra libri e riviste e giornali che vanno a finire in gran parte al macero? Non è meglio, alla fine, che anche l’ambiente sia salvaguardato? I librai e gli editori che si rispettano dovranno adeguatamente riconvertirsi rendendosi conto che l’evoluzione tecnologica non è il diavolo, va seguita, assecondata. Arriveremo, se ci si saprà organizzare, anche ad acquistare ebook in libreria, insieme ai libri di carta. Si tratta di impegnarsi nella trasformazione, tutti. Quando arrivò la televisione, si disse che la radio era morta. Cosa vediamo oggi a distanza di sessant’anni? Che oggi la radio è più in voga che mai, ha sempre nuovi estimatori e si è enormemente avvantaggiata grazie anche ai canali satellitari e digitali.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

Possiamo fare abbastanza poco, in verità. L’avvicinamento alla lettura deve nascere dalla famiglia, dalla scuola, dal sistema…

Cosa ne pensa della critica letteraria italiana? E’ indipendente, corretta, professionale?

Penso semplicemente che i critici facciano il loro lavoro. Per come si fa oggi in Italia. Non è una cosa entusiasmante, ma è importante che ci sia, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo esercizio può offrire.

Accanto alla critica diciamo istituzionale  ci sono molti blog e siti dedicati al libro che forniscono recensioni e consigli di lettura. Cosa ne pensa? Sono una valido strumento di promozione, specie per gli autori esordienti? Quali sono quelli che legge più spesso?

Forse sono un po’ troppi. Sta un po’ succedendo quello che accade con le proposte editoriali: tutti sono convinti di essere scrittori. Tutti fanno blog. Però è una nuova forma di comunicazione, alla fine ben venga: la pluralità è sempre un valore. Non sono assiduo nella lettura dei blog, mi dedico maggiormente all’area scientifica e tecnica, la mia passione.

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

I social, nuovi sistemi di comunicazione dai quali ormai non si può prescindere. I risultati sono decisamente interessanti.

Quali sono le novità maggiori per i prossimi mesi di Dario Flaccovio Editore?

Nel campo della varia abbiamo in uscita alcune ristampe tra cui Palermo al tempo del vinile un libro pubblicato a novembre e subito andato esaurito, Palermo è… il primo libro che Gaetano Basile pubblicò con noi e Via Libertà ieri e oggi un cult ormai passato in edizione economica che continua ad affascinare. Tra le novità, un importante libro sulle feste e sagre che si svolgono in Sicilia, dal titolo curioso Sagre Magìc che fa il verso all’Arbre magique, il deodorante per auto, essendo una guida da tenere in auto quando si decide di andare per sagre. Un libro che veramente mancava e sarà in libreria a giorni. Ancora, sarà a breve disponibile un interessantissimo saggio su Massoneria e Chiesa, che farà molto discutere. Nel campo tecnico, le cito solo qualcosa di siciliano, un testo indispensabile e unico per la sua qualità, l’ottava edizione di Edilizia privata in Sicilia di Giuseppe Monteleone, che non c’è professionista siciliano che non apprezzi e non possieda per la sua completezza.

:: Recensione di Il libro segreto di Sherlock Holmes di John Underwood (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

4 Maggio 2013 by

Il libro segreto di Sherlock HolmesJacob Fleming, chiamato da tutti Jake, è un giornalista del San Francisco Tribune con la passione di indagare sui casi impossibili, come quello di qualche anno prima in cui sosteneva che William Shakespeare non avesse scritto di suo pugno le sue opere.
A causa di tagli al personale Jake viene licenziato dal Tribune, ma proprio in quei giorni un serial killer inizia a seminare vittime in giro dando l’impressione di seguire le tracce di un altro famosissimo serial killer: Jack lo squartatore.
Jake inizia a indagare e viene riassunto come freelance dal Tribune per far luce su questi crimini e trovare il collegamento che li accomuna al loro precursore di due secoli prima.
Jake inizia a indagare e scopre che alla base dei crimini ci sono prove che li collegano agli Illuministi, ai Massoni e ai Rosacroce e tutto questo lo porta a indagare anche su Arthur Conan Doyle, invento re di Sherlock Holmes che ebbe successo proprio negli anni in cui Jack lo squartatore mieteva vittime.
Una storia davvero intrigante che unisce fatti realmente accaduti a fatti romanzati con una maestria impressionante che porta il lettore a pensare per tutta la durata della lettura che sia tutto reale e non un’opera di fantasia.
Strutturato in maniera ottimale sa tenere il lettore coinvolto nella lettura fino alla fine invitandolo a cercare di risolvere i misteri in prima persona.
Lo stile di narrazione è molto semplice e scorrevole, pur essendo la scrittura molto precisa e approfondita. Il romanzo non risulta minimamente noioso o pesante in nessuna delle sue parti.
Coinvolgente e appassionante è adatto a tutti gli amanti del thriller e ai nuovi che si vogliono avvicinare al genere.
Traduzione di Lucilla Rodinò fino al capitolo 17 e Stefania Di Natale dal capitolo 18 alla fine.

John Underwood, pseudonimo dello scrittore Gene Ayres con il quale ha firmato sia questo libro che la sua precedente pubblicazione Il libro segreto di Shakespeare. Prima di diventare scrittore ha collaborato con diverse testate americane tra cui Harper’s Magazine, Running Times, Worldwatch Magazine, e con alcune case cinematografiche come la Universal Studios e la Warner Brothers. Attualmente vive a Seattle con la moglie e la figlia.

:: Recensione di Nei sogni cominciano le responsabilità, Delmore Schwartz, Neri Pozza editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2013 by

nei_sogni_cominciano_02Lou Reed, che lo ebbe come insegnate universitario, ha scritto l’introduzione a questa raccolta e gli ha dedicato la canzone European Son e Saul Bellow lo prese a modello per il protagonista del suo romanzo Il dono di Humboldt, così incuriosita dalla figura di  Delmore Schwartz mi sono addentrata nei racconti raccolti nel volume Ne i sogni cominciano le responsabilità e devo dire che le storie create da questo leggendario scrittore per il suo stile e arte narrativa sono un assaggio ironico, lucido e in certe pagine pure cinico, della società borghese americana. Questo libro – che in una ideale sezione dedicata alla letteratura americana metterei a fianco di Salinger – è una stuzzicante raccolta pubblicata nel 1948 e racchiude in sé una serie di racconti che hanno per protagonisti le diverse tipologie di umanità presenti nella società americana tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Ci sono giovani americani, immigrati europei approdati nel Nuovo Mondo per trovare la fortuna e ricrearsi una vita, studenti e intellettuali. Uomini e donne di diverse generazioni con differenti bisogni. Necessità più o meno effettive che scatenano spesso e volentieri conflitti tra genitori e figli. Ci sono gli adulti (madri e padri) come quelli presenti nel racconto I figli e il senso della vita che hanno lottato e faticato per crearsi una esistenza socio-economica stabile ed equilibrata con il fine di garantire alla propria prole quel benessere che loro non mai avuto in passato. In opposizione, Schwartz presenta dei giovani che agiscono in modo tale da mettere in crisi e a repentaglio tutto il compiuto genitoriale, causando una profonda delusione in chi li ha messi al mondo e danneggiando spesso in maniera irreparabile il proprio futuro personale, compreso il ruolo all’interno della società nella quale sono nati e cresciuti. Se ci addentriamo nella vicenda dell’episodio Capondanno ci accorgeremo come alla festa dell’ultimo giorno del 1937 siano presenti dei giovani borghesi all’apparenza tutti amici, ma basteranno poche parole e gesti per far sì che questo insieme di persone si lasci la mattina dell’1 gennaio 1938 come dei perfetti sconosciuti. L’umanità protagonista di questi episodi di vita quotidiana non è molto eroica, anzi conoscendo le vicende di questi uomini ci si accorge come in alcuni casi siano minati di una inettitudine naturale inscritta nel loro DNA, mentre in altri, essa è indotta dalla grave crisi economica che colpì gli Stati Uniti d’America tra il 1929 e primi anni’ 30. Una testimonianza di questo fatto è  il gruppetto di  strampalati intellettuali  de Il mondo è un matrimonio che nato nel mezzo della Grande Depressione affonda il suo esistere su pensieri e ottiche di visione della vita del tutto oniriche e utopistiche. I racconti si Schwartz sono uno spaccato di vita borghese americana sempre in bilico tra il fare e il non volere e poter compiere azioni e gesti. Che dire poi della riflessione acuta sul ruolo giocato nei media nella società di massa nell’episodio Le statue, nel quale l’attenzione degli abitanti di New York e degli organi di stampa è calamitata sulle statue di neve che presenziano nella città. Non hanno vita, ma la curiosità e l’interesse che c’è attorno ad esse le rende le protagoniste dei discorsi della popolazione, fino a quando una lieve pioggerella le farà dissolvere e cadere nel dimenticatoio, spingendo gli abitanti della Grande Mela a direzionare i loro interessi verso altri argomenti. Nei sogni cominciano le responsabilità è un insieme compatto di episodi di vita di ogni giorno, dai quali emerge il dato di fatto che per alcuni personaggi le responsabilità sono dei veri e propri miraggi – ne sono un esempio i giovani protagonisti di America America– che rimangono tali e lontani. Per altri, invece, le responsabilità sono degli obblighi da assumere e portare a compimento – vedi il ragazzo dell’omonimo racconto che da’ il titolo alla raccolta, seduto in un sala cinematografica  a vedere un film che racconta la vita dei suoi genitori e pronto ad entrare nella pellicola per redarguire la coppia-  e sono così cementati in alcuni dei personaggi che le responsabilità verso gli altri e la vita cominciano a mettere le radici nella dimensione onirica per affermarsi – anche se non sempre ci riescono- nella realtà di ogni giorno.

Delmore Schwartz nacque a Brooklin nel 1913 da genitori ebrei immigrati dalla Romania. Schwartz pubblicò il suo primo libro a soli 24 anni, dove oltre ad un serie di poesie compariva il racconto Nei sogni cominciano le responsabilità. I testi s’imposero da subito all’attenzione della critica per il loro virtuosismo tecnico e per la forte carica emotiva. Seguirono opere poetiche, tra cui Genesis (1943), Vaudeville for a Princess (1950) e Summer Knowledge (1959). La raccolta Il mondo è un matrimonio è del 1948 ed è riproposta oggi da Neri Pozza con il titolo del primo racconto pubblicato dall’autore americano, che insegnò scrittura creativa in varie università americane, ma a causa del proprio carattere autodistruttivo, Schwartz si ritirò nell’isolamento e morì nel 1966 a soli 53 anni.

:: Recensione di Buongiorno Principessa di Francisco De Paula (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2013 by

Buongiorno principessaIl mondo dei teenager è un mondo a parte, noi adulti possiamo solo osservarlo ricordandoci come eravamo alla loro età, con certo meno internet, smartphone, e-reader e tutti quei congegni tecnologici che oggi sembrano indispensabili e che rendono simili, e forse un po’ omologati, i ragazzi di Seattle, come quelli di Milano o quelli di Madrid, come in questo romanzo Buongiorno Principessa (Buoenos dias, Prinsesa!, 2012) di Francisco De Paula, tradotto dal casigliano da Silvia Bugliolo ed edito da Corbaccio. La copertina molto simpatica, raffigurante un cuore con le ali, dà subito l’idea del pubblico di lettori a cui è indirizzato: giovanissimi, ragazzi come Bruno, Elisabet, Ester, Maria, Raul e Valeria, sedicenni madrileni, legati da una profonda amicizia, che insieme cercano di crescere, e di conoscere il mondo degli adulti, di vincere la timidezza, di conquistare l’amore. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, sono infatti temi importanti a quell’età, quasi scoperti per la prima volta, resi preziosi forse come in nessun altra età della vita e Francisco De Paula si impegna a cercare di analizzarli con un stile semplice e fresco, spiritoso e moderno. Forse se avessi letto questo libro a sedici anni mi sarei immedesimata maggiormente, ora vedo le loro storie un po’ con l’occhio critico di chi sorride con tenerezza per avvenimenti che a quell’età sono serissimi, o di chi considera superficialità certi atteggiamenti forse solo spontanei e spensierati. Premetto che non ho letto Moccia a cui il libro è accostato e tendo a diffidare delle opere generazionali, ma considerando il pubblico a cui è rivolto, è un romanzo piacevole, forse troppo lineare e senza malizia, ma il tipo di lettura che una volta si diceva i genitori avrebbero apprezzato che i figli leggessero. Il mondo tratteggiato nel romanzo, soffuso dai tratti della commedia più che del dramma, anche se piccoli drammi ce ne sono nel romanzo dalla separazione dei genitori, alla crisi economica che non permette di spendere soldi in svaghi superflui, dai sentimenti non corrisposti agli abbandoni, ha comunque un che di fiabesco; ma a volte è bello sognare, sperare che le avversità siano sempre limitate, che la vita non ci gravi con i suoi pesi di sofferenza e infelicità a volte troppo grandi da sopportare. E la storia di questi ragazzi ha questo di bello, non ferisce, non scoraggia, non causa amarezza. Forse mi sono maggiormente identificata con Valeria, personaggio che più mi somiglia, e infatti la sua storia è quella che ho seguito con più interesse ricordandomi come ero un tempo, e forse sono ancora sotto la maschera che da adulti indossiamo. Il libro finisce con un interrogativo, dovremo aspettare i prossimi romanzi per sapere di più del misterioso César, ma non si dovrà aspettare troppo, uscirà infatti già il 30 maggio il prossimo episodio dal titolo Il Club degli incompresi.

Francisco de Paula è nato a Siviglia. Si è iscritto alla facoltà di Legge ma dopo un anno ha deciso di cambiare vita e si è trasferito a Madrid dove ha studiato giornalismo all’Università Europea. Ha collaborato con diverse testate e parallelamente ha coltivato la sua grande passione per la scrittura, alla quale ormai si dedica a tempo pieno. È autore della trilogia «Canciones para Paula», una serie di romanzi nati in rete, così come Buongiorno Principessa! Che, una volta pubblicato in Spagna, è diventato un caso editoriale entrando subito nella classifica dei libri più venduti e affermandosi come il romanzo dei teenager del terzo millennio.

:: Recensione di Non è come pensi di Sophie Hannah (Garzanti, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2013 by

Hannah-Non è come pensiNon è come pensi (Lasting Damage, 2011) della scrittrice inglese Sophie Hannah, pubblicato anche col titolo The Other Woman’s House (2012), sesto romanzo con protagonisti Simon Waterhouse and Charlie Zailer, è uno psicothriller di buona fattura, caratterizzato da una storia convincente e da una suspense ben dosata grazie ad indizi in evidenza, ma non risolutivi, anche se sufficientemente in grado di coinvolgere il lettore spingendolo a chiedersi di chi possa realmente fidarsi. Uno psicothriller in cui la violenza esibita, tipica del crime novel più classico, passa in secondo piano in favore di un sottile gioco di specchi in cui ossessioni, dubbi, false percezioni, drammi familiari e personali si intrecciano in un susseguirsi di piccoli microdrammi che portano inevitabilmente verso una verità così abilmente camuffata da complicati rimandi e offuscamenti, da risultare sconcertante anche se consequenziale nell’economia del romanzo. Ambientato più che altro in interni, il romanzo acquista un che di claustrofobico e anomalo, come anomali sono i rapporti interpersonali che legano i personaggi. La famiglia di Connie Bowskill, narratrice in prima persona, in capitoli che si alternano a quelli di indagine più oggettivamente in terza, è senz’altro una sorgente di traumi e asfissianti pressioni e manipolazioni che il personaggio somatizza per un distorto legame di dipendenza e sottomissione. Non a caso proprio nel marito Kit, personaggio non scevro da ombre e anche lui afflitto da rapporti irrisolti con la sua famiglia d’origine, Connie vede quel punto di riferimento capace di darle l’indipendenza psicologica che invano cerca. Nevrotica, insicura, ossessiva, Connie Bowskill ci accompagna nella sua ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni volta che si crede di intravederla in un gioco di percezioni sfuggenti e di atmosfere hitchcockiane. Per buona tre quarti del romanzo eventi salienti non ce ne sono, la narrazione viene caratterizzata da una rete di dubbi e quasi taciute insinuazioni che ci faranno sia dubitare della sanità mentale di Connie, in primo luogo, e poi della lealtà del marito, anche lui sicuramente minato da qualche ossessione sebbene più sfumata e meno facilmente percepibile. Ma soprattutto chi è la donna morta che Connie crede di aver visto in un lago di sangue in un tour virtuale di un sito di una agenzia immobiliare? In quella stessa casa all’11 di Bentley Grove a Cambridge, indirizzo che il navigatore satellitare del marito indicava come casa. La proprietaria di quella casa è l’amante di suo marito? Ecco gli interrogativi che tormentano Connie e lasciano la polizia perplessa. Certo c’è la testimonianza di una donna che anch’essa ha visto i fotogrammi inseriti da un hacker con la donna morta, ma qualcosa non torna. Qualcosa sfugge e Simon Waterhouse finirà prima del tempo il suo viaggio di nozze chiamato ad indagare su questo strano e bizzarro caso che sembra più l’allucinazione di una mente malata che un reale omicidio. Naturalmente c’è una spiegazione a tutto, ma non forse agli scherzi che crea la mente e a volte il destino. Se amate i thriller complicati e claustrofobici, avrete pane per i vostri denti. Spruzzate di ironia e sarcasmo si alternano a dialoghi a volte assurdi e sconcertanti. Per chi pensa che la famiglia sia la radice di tutti i mali. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi.

Sophie Hannah vive a Cambridge con il marito e i due figli. È poetessa e autrice di racconti che le hanno valso premi prestigiosi, tra cui il Daphne Du Maurier Festival Short Story Competition. I suoi romanzi, editi in sedici paesi, sono sempre al vertice delle classifiche a poche settimane dall’uscita. Con Garzanti ha pubblicato anche Non è mia figlia, Non è lui, Non ti credo, Non è un gioco e La culla buia.

:: Un’ intervista con Graeme Simsion

17 aprile 2013 by

Simsion_L'amore è un difetto meravigliosoGrazie Graeme per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Autore, sceneggiatore, drammaturgo e informatico. Chi è Graeme Simsion? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’opportunità di parlare di L’amore è un difetto meraviglioso. Credo che mi piacerebbe descrivere me stesso, in ordine cronologico, come un nerd, nerd del computer, professionista del computer, business manager, ricercatore, studente di sceneggiatura, scrittore! Chiunque io sia (per lo più) sono un “nerd”. Sto meglio con le cose che con la gente, meglio con le parole che con le emozioni. Un po ‘come Don Tillman e un po’ come molti uomini. La mia carriera mi ha insegnato che non si può pretendere di avere successo senza lavorare duramente, in modo che da quando ho deciso di diventare uno scrittore, a metà della vita, mi sono reso conto che ci vuole tempo e non è facile. Quindi mi sono concentrato come Don Tillman a imparare a fare i cocktail! Sono sposato con Anne (che scrive narrativa erotica con il nome di Simone Sinna) da 24 anni, e abbiamo due figli adulti. Non sarei stato in grado di fare questo cambiamento di carriera senza il loro sostegno.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Auckland, in Nuova Zelanda, e mi sono trasferito in Australia con la mia famiglia quando avevo dodici anni. Andavo bene a scuola e quando ho finito i miei studi “intermedi”, a dodici anni, ero il miglior studente in una grande scuola. Il preside mi ha chiamato e mi ha detto che avevo buone capacità sia in scienze che nella scrittura – e che avrei dovuto fare una scelta difficile tra le due. Ma per me è stata una scelta semplice – Sono sempre stato interessato alla scienza, era il 1960, c’era un sacco di entusiasmo per tutto il programma spaziale e la scienza in generale. Ho studiato fisica all’Università, poi sono stato assunto nel settore informatico. Più tardi ho fatto studi part-time nel settore informatico e nella gestione (MBA), e, dopo aver venduto la mia azienda, circa a 40 anni, ho fatto un dottorato di ricerca in sistemi informatici.

Io amo molto l’Australia. Parlami del tuo paese.

Anche mia moglie ed io amiamo l’Australia – anche se viaggiamo molto. Melbourne è una città fantastica per viverci – molto multiculturale- e c’è una grande comunità italiana. Ovunque  potevamo prendere un caffè espresso molto prima che nel Regno Unito o negli Stati Uniti d’America! E ‘una grande città per uno scrittore – festival, librerie, buone università. Abbiamo viaggiato anche nell’entroterra – Ho girato l’Australia a 20 anni con un “mate” (un amico) in un vecchio furgone Kombi, e quando i nostri figli erano piccoli abbiamo fatto un grande viaggio in campeggio nel deserto.

Quali lavori hai svolto in passato, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno?

Ho iniziato come operatore informatico, poi mi sono laureato come programmatore e specialista di database. Nel 1982 ho lasciato il mio lavoro per diventare un consulente indipendente, e dopo aver lavorato per sei mesi a Londra ho aperto un’ azienda a Melbourne. Nel 1999 avevamo uffici in tre città e circa sessanta dipendenti. A quel punto ho venduto l’azienda, e ho continuato come consulente indipendente, tenendo seminari su argomenti tecnici e sulle competenze di consulenza.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Ho sognato – ma solo sognato – di essere uno scrittore da quando avevo 20 anni. Ho provato, e il mio lavoro era piuttosto mediocre quasi imbarazzante. Allora ho rinunciato fino al 1998 (ero all’inizio dei 40 anni), quando ho letto un libro di Joe Queenan su come fare un film a basso budget. Ho deciso di emularlo e nove mesi più tardi feci un film di 90 minuti, con amici come attori. Era abbastanza terribile, ma un noto produttore australiano l’ha visto e mi ha detto che la sceneggiatura, che avevo tratto da un testo scritto da mia moglie, era di qualità professionale. Così ebbi modo di diventare uno scrittore – non un romanziere, ma uno sceneggiatore. Ed è stato per questo che ho venduto la mia attività.

Quale è il tuo scrittore debuttante preferito?

Scrittore debuttante? Quindi devo pensare ad opere prime! Permettimi prima di rispondere alla domanda in modo più ampio: è davvero difficile farti il nome di un mio scrittore preferito, ma John Irving è certamente uno del breve elenco. Scrive con un senso leggermente intensificato della realtà – i suoi personaggi e le scene sono un po’ iper-reali. Ma quello che ammiro molto è la sua capacità di scrivere facendo ridere, mettendo elementi della commedia nel contesto di un romanzo più drammatico – una delle cose più difficili da fare. Un grande libro (o film) vi farà ridere, piangere e pensare, e Irving lo fa con i suoi libri più belli, ce ne è in particolare un paio circa dello stesso periodo  – The World According to Garp, A Prayer for Owen Meany, Hotel New Hampshire. Ma hai chiesto un debutto e il debutto di Irving non è stato così stellare. Alcuni dei più grandi romanzi di maggior successo sono stati debutti – da Il buio oltre la siepe a Harry Potter e la pietra filosofale alle Cinquanta sfumature di grigio. Ma ho intenzione di fare una scelta geniale: Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter. E ‘stato un libro di culto nella comunità dei nerd anni fa – e, rispettabile, ha anche vinto il Premio Pulitzer. Perspicace creativo, intelligente non-fiction con un pizzico di fantasia. Ed elegantemente scritto.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è stato un non-fiction – molti articoli sui giornali e due libri sulla raccolta dei dati. Il primo libro, pubblicato nel 1994, ora alla sua quarta edizione, mi ha insegnato molto su come affrontare un grande progetto, scrivendo chiaramente e lavorando con gli editori e i redattori. Ma la mia prima pubblicazione di narrativa è stata  un racconto che ho scritto quando ho iniziato il mio corso di sceneggiatura – il mio primo compito in classe. Ho voluto sviluppare un personaggio, e ho scritto la storia di un professore chiamato Don Tillman che indossa il tipo sbagliato di giacca in un ristorante. Ero convinto di andare in concorso, e arrivare secondo o terzo – così fu pubblicata nel 2008. Quella storia è sopravvissuta quasi intatta in L’amore è un difetto meraviglioso,

Com’è stato vincere il 2012 Victorian Premier’s Unpublished Manuscript Award?

In realtà era tra le opere preselezionate – essendo un finalista – che era la cosa più importante per me. Vincere è stato poi un vantaggio. Mi ha dato la certezza che avevo scritto qualcosa che era ben considerato dalla comunità letteraria, e ha attirato le offerte editoriali. Non mi aspettavo questo, così mi ha sorpreso, stupito, reso felice – e improvvisamente sono diventato ottimista sul fatto che il mio libro sarebbe stato pubblicato.

The Rosie Project, ora pubblicato in Italia con il titolo L’amore è un difetto meraviglioso, è una sorta di storia d’amore molto particolare. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Don Tillman è un professore di genetica di 39 anni molto maldestro socialmente – anche se non l’ho mai detto questo, la maggior parte delle persone pensa che lui abbia la sindrome di Asperger o qualche forma di autismo. Vive una vita molto irreggimentata, pianifica ogni minuto della giornata, mangia in base al suo sistema standardizzato di nutrizione, concentrandosi sul suo lavoro. Ha solo due amici. Ma decide che vuole sposarsi e si propone di trovare scientificamente una moglie. Stila un questionario complesso per evitare di perdere tempo con gli appuntamenti. In un primo momento non ha successo, ma poi incontra Rosie, una grintosa barista che non soddisfa nessuno dei suoi criteri di selezione. Ma ha bisogno del suo aiuto per trovare il suo padre biologico – con un test clandestino del DNA. Insieme si danno da fare ​​per ottenere un campione di DNA da ogni uomo nella classe di laurea di medicina di sua madre – e lungo la strada comincia a fiorire tra loro un rapporto…

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Assolutamente. Quando ero più giovane, ero un po’ un geek, e, come molti adolescenti, socialmente maldestro. Mi sono ricordato quelle sensazioni quando ho scritto la storia di Don. E ci sono alcuni episodi del libro basati su storie di vita reale: l’avvenimento della giacca, l’ acquisto della sciarpa, il litigio con l’insegnante di religione. La maggior parte delle mie storie iniziano con un’ esperienza personale che poi prende un’altra direzione. Sono arrivato secondo quest’anno al The Age Short Story Award con una storia vera sulla mia esperienza di corsa in una maratona.

Il primo capitolo presenta il protagonista, Don Tillman. Potresti dire al pubblico che cosa succede?

L’inaffidabile amico di Don, Gene, gli chiede di tenere una lezione serale sulla Sindrome di Asperger al suo posto, in modo che Gene possa tradire la moglie. Gene pensa anche che sarebbe una buona idea per Don imparare qualcosa sulla sindrome di Asperger, sospettando che Don probabilmente ne soffra lui stesso. Don tiene la lezione per i bambini con la sindrome di Asperger, e i loro genitori, e provoca il caos quando sostiene che la sindrome non è un difetto, ma un vantaggio. Alla fine i ragazzi in piedi sui banchi cantano “Aspies Rule!”.

Una mia amica ha pensato che il protagonista soffra della sindrome di Asperger. E ‘vero?

Non sono uno psicologo, e mi sono basato per  Don su persone che ho incontrato nel mio lavoro o all’ università, non su un libro di testo. Detto questo, i lettori con la Sindrome di Asperger si identificano con Don, e ho ricevuto molte email che dicevano, in modo efficace “Don è proprio come mio figlio / mio suocero / mio fratello / etc che hanno la sindrome di Asperger. Quindi, la risposta è probabilmente sì, ma se, durante la lettura, pensate che Don faccia cose che non sono tipiche della sindrome di Asperger (es. bere molto, fare arti marziali, essere un po ‘ gourmet), allora sentitevi liberi di considerarlo solo ” atipico “o” diverso “o” strano “.

Cosa ti ha divertito di più mentre scrivevi il libro?

Quello che ho apprezzato di più è stato il modo in cui Don ha reso divertente qualunque scena stessi scrivendo. Non ho dovuto lavorarci sopra – mi sono solo chiesto che cosa Don avrebbe davvero fatto, e la maggior parte del tempo era sempre l’inizio di qualcosa di divertente. Don è un dono – una volta ne ho avuto la certezza, ha scritto la storia per me.

Quale è la tua scena preferita?

Mi piace la scena con i bambini che cantano“Aspies Rule!” . Presenta il personaggio di Don, mette l’idea della sindrome di Asperger nella nostra mente, mostra le debolezze e i punti di forza di Don, e ci fa  fare pure una risata. Originariamente la scena era posta più avanti nella storia, ma gli sceneggiatori Steve Kaplan e Michael Hauge mi hanno suggerito di spostarla  più vicino, all’inizio. Mi piace anche la lotta tra Rosie e il patrigno Phil – c’è un sacco di sottotesto lì.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti?

Ho inventato Rosie dopo aver buttato via una bozza precedente intitolata “The Klara Project”. Klara era un fisico ungherese geek – la partner ovvia per Don. Volevo qualcuno di più impegnativo, e Rosie è esattamente questo – tutto ciò che Don non vuole, ma gran parte di ciò che gli serve. Il suo amico Gene, è ciò che Don sarebbe stato se avesse appreso in precedenza le sue abilità sociali. Vedo anche Gene un po ‘autistico – il tipo di ragazzo che fa una mappa per segnare le sue conquiste con le donne. Ma, a differenza di Don, ha imparato a nasconderlo.

Eventuali progetti di film dal tuo libro?

Assolutamente. Il libro è stato infatti ” adattato” da una sceneggiatura che avevo scritto. Quindi, per la maggior parte della sua vita, la storia era una sceneggiatura, ed è lì che ho sviluppato la trama, i personaggi e molti dialoghi. Ora, il successo del libro ha fatto sì che ci fosse un interesse internazionale per la sceneggiatura, e mi auguro vivamente che diventi un film. E no, non ho intenzione di dirvi chi voglio che reciti la parte di Don. Preferirei che il lettore lo immagini da solo, senza associarlo io ad un particolare attore.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi ti abbia influenzato maggiormente?

Ho letto moltissimo, ma non molta narrativa mentre stavo scrivendo. Quindi, a dire il vero, non ho letto molta narrativa, negli ultimi cinque anni, mentre lavoravo alla mia sceneggiatura e poi al romanzo. In particolare volutamente non ho letto The Curious Incident of the Dog in the Night Time di Mark Haddon e non ho guardato Big Bang Theory, perché non volevo essere influenzato da altri ritratti di Asperger. In passato, ho letto un sacco. Mi piace John Irving, John Fowles, Philip Roth, Rose Tremain, Joanne Harris, Tim Winton … E anni fa ho letto anche thriller – Ludlum, Clavell, Trevanian …
Ho letto tutto Hemingway a vent’anni, e credo che fosse molto abile a insegnare il valore della semplicità e del sottotesto – dice senza dire. Libri come They’re a Weird Mob di John O’Grady (un romanzo ambientato nel 1950 di un italiano che cerca di capire la cultura australiana, che ho letto da adolescente) mi ha mostrato come gestire la storia di un “pesce fuor d’acqua”. Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding è un bel esempio di utilizzo di un narratore inaffidabile per generare una commedia, che è quello che faccio con Don.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Mi è stato chiesto di recensire Goodbye for Now di Laurie Frankel – “costretto” a leggere un po ‘di fiction! L’ho appena finito – e mi è piaciuto. Ho anche letto l’ eccellente Addition di Toni Jordan, che ha temi simili a L’amore è un difetto meraviglioso, e siccome lei è una dei miei insegnanti – sto ancora studiando – sto leggendo Waiting for the Barbarians di JM Coetzee, perché si tratta di un ‘testo scolastico ‘.

Come immagini in questo momento il tuo futuro?

Per cinque anni ho sognato di essere uno sceneggiatore e di essere in grado di lasciare il mio lavoro di consulente, per essere soprattutto uno scrittore. Sono molto contento di questo, e mi vedo dividere il mio tempo tra la scrittura e la promozione.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Nel complesso, mi piace molto. Sono un estroverso, e la scrittura è un’attività un po’ solitaria, quindi è bello uscire e incontrare persone. Per molti anni ho fatto seminari tecnici in tutto il mondo, quindi questo è molto simile, se non con contenuti diversi e migliori ristoranti.

Qual è il tuo rapporto come con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su Twitter @ graemesimsion e anche il mio protagonista Don Tillman @ dontillman. Questo è il secondo modo migliore per comunicare con i miei lettori – il modo migliore è faccia a faccia in occasione delle presentazioni.

Verrai in Italia a presentare il tuo romanzo?

Se Longanesi mi paga…  Scherzi a parte, sia io che mia moglie amiamo l’Italia, e prenderemo ogni scusa per visitarla. Quindi sì, assolutamente. In realtà sono in viaggio verso l’Italia attraverso la Francia in questo momento.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Per molto tempo, ho detto che non ci sarebbe stato alcun sequel di L’amore è un difetto meraviglioso, le storie d’amore sono destinate a terminare in modo che la coppia viva felice e contenta, o dovendo accettare che non potranno mai stare insieme. Non dico ai tuoi lettori in che modo finisce la storia di Don e Rosie. Ma mi sono reso conto che Don ha avuto una vita al di là di questo primo libro e che potrebbe avere altre avventure altrettanto divertenti, commoventi e stimolanti. Così, dopo aver redatto il mio secondo e terzo romanzo, che non avevano nulla a che fare con Don, li ho messi da parte e ora sto lavorando a un sequel. Ci potrà anche essere una trilogia. E naturalmente mi aspetto di perfezionare la sceneggiatura quando finalizzerò un accordo per i diritti cinematografici.