:: Il rivoluzionario, Valerio Varesi, (Frassinelli, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 gennaio 2013 by

rivoluz«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Un monito e una speranza sono i sentimenti in questa frase di Oscar Montuschi, l’ex-partgiano protagonista de Il rivoluzionario di Valerio Varesi. Dopo La sentenza, romanzo ambientato durante la guerra partigiana, il giornalista piemontese torna in libreria con il suo personale pellegrinaggio nella Storia d’Italia con un libro ambientato nell’Italia tra l’immediato dopoguerra e i primi anni ‘80. Il romanzo è la ricostruzione della storia del movimento politico comunista attraverso lo sguardo e il vissuto di un uomo comune, Oscar Montuschi, impegnato con i compagni nella ricostruzione italiana dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Quello che colpisce in questo libro è la fede costante e continua di Oscar nell’ideologia comunista più pura, quella che vuole uguaglianza e giustizia per tutti, quella che propone un modello di società dove non ci sono padroni e le persone vengono considerate nello stesso identico modo. Questa passione politica di Oscar sarà costretta a scontrarsi con una realtà – quella italiana- i cui fatti nel corso del tempo dimostreranno il progressivo allontanamento del PCI italiano dai valori originari di parità e bene comune, dando il là ad alleanze politiche ed economiche inconcepibili e inaccettabili per un purista come Oscar. Montuschi e i suoi compagni assisteranno ad importanti trasformazioni nel territorio dello stivale (la ricostruzione, il boom economico, l’imporsi sempre maggiore del capitalismo, il terrorismo imperante tra anni Settanta e Ottanta) provando nel loro animo un’amara delusione per l’allontanamento del partito dai suoi principi d’origine. Proprio a conseguenza di questo deterioramento del PCI, Oscar accetterà di compiere missioni fuori dalla città di Bologna, alla ricerca di quelle parti del globo terrestre dove è ancor a possibile far valere gli insegnamenti di equità comune e uguaglianza. Oscar finirà prima a Milano, poi in Russia e pure in Africa. Una serie infinita di viaggi dai quali tornerà ammaccato fisicamente, ma più ferito nel morale umano e politico, per la scoperta che un po’ ovunque anche l’ideologia più pura costretta ad adattarsi alle esigenze della nuove ere storiche perde la sua natura primordiale, segnando la fine di un periodo. L’Oscar Montuschi di Varesi è rivoluzionario e allo stesso tempo –concedetemelo- eretico, perché a differenza di molti altri personaggi che incrocia sul suo cammino, lui continua a credere nei valori più puri del comunismo. Ad assistere a tutto questo accanto a Oscar, nel bene e nel male, ci sono Italina, moglie, amica, compagna fedele e confidente e il taciturno Dalmazio, il figlio della coppia. Il giovane sarà coinvolto in un introverso conflitto con il padre, una relazione costruita con sapienza da Varesi che attraverso i silenzi e le azioni del ragazzo, ci rivela quanto l’ammirazione di un figlio per il padre possa influenzare l’agire e il pensiero di un giovane nato e cresciuto nel dopoguerra. Valerio Varesi con Il rivoluzionario ci regala un excursus lucido sulla storia italiana mostrandocela dal punto di vista di un uomo comune –Oscar- che mantiene fede nei principi politici ai quali è stato educato, nonostante i fatti storici dimostreranno il cambiamento e la contaminazione del movimento nel quale lui ha sempre militato. A dispetto del disinganno provato,  il rivoluzionario Oscar e i suoi pochi amici svilupperanno nella società bolognese cooperative e progetti sociali concepiti sui valori più veri del comunismo, creando piccole realtà comunitarie dove non ci sono né servi né padroni, né manager ad imporre la loro visione lavorativa su quella degli altri colleghi. Arrivati alla fine de Il rivoluzionario non si ha solo la certezza di aver conosciuto una parte del travagliato cammino della ricostruzione d’Italia, ma si scopre che in Oscar e nella moglie Italina permane come un fuocherello eterno, la speranza che il popolo prima o poi prenderà piena coscienza di sé facendo la rivoluzione.

Valerio Varesi è nato a Torino nel 1959 da genitori parmensi. Cresciuto nella città emiliana ha studiato Filosofia a Bologna, laureandosi con una tesi su Kierkegaard. Dal 1985 fa il giornalista e lavora nella redazione de La Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi (distribuite negli Stati Uniti). I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al “CWA International Dagger”, il premio internazionale della narrativa gialla. Dopo, La sentenza, romanzo sulla guerra partigiana, Varesi continua la propria personale ricognizione della Storia con il rivoluzionario. Per saperne di più www.valeriovaresi.net

:: Recensione di Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna (La Carmelina, 2012)

26 gennaio 2013 by

yodHo un ricordo nitido e piuttosto surreale della prima volta che andai a teatro. Ci portò la scuola, un pomeriggio, in un cinema trasformato in teatro, a vedere L’uomo dal fiore in bocca di Piarandello. Non so quello che capii allora, ero piuttosto piccola, ma ricordo chiaramente che il protagonista della storia era un uomo che stava morendo, e il poetico termine “fiore” nascondeva la malattia da cui era afflitto. Allora si usava, non so se si usi ancora oggi, portare ragazzi così piccoli a teatro, ma almeno per me fu l’inizio di un amore piuttosto profondo per questa arte alla quale ho sempre associato le parole “mistero” e  “scoperta”. Non fu l’unica opera teatrale che vidi naturalmente, da allora c’è stato: Euripide, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Ibsen, Eugene O’Neill, Arthur Miller, il primo per cui decisi di provare a fare critica di un testo teatrale, recensendo, o più che altro analizzando, Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano . Poi sempre a scuola potei analizzare i testi più classici del teatro dell’assurdo: testi di Samuel Beckett, Aspettando Godot senza dubbio, Harold Pinter, Ionesco, scoprendo che un testo teatrale può anche essere letto e fruito come un’ opera letteraria, separatamente dalla sua rappresentazione scenica per cui è stato creato. La recensione di un testo teatrale, badate bene del testo non della sua rappresentazione, comunque pone il recensore ad accettare dei limiti e delle vere e proprie restrizioni, superabili solo con la fantasia e l’immaginazione, e data la difficoltà, non spesso ho trovato recensiti classici, figuriamoci testi d’avanguardia di autori contemporanei, fuori dai canali consueti dedicati al teatro. Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna rientra a pieno titolo in quest’ultima categoria: è un testo teatrale, in tre atti, con nove personaggi, pubblicato nel 2012 da La Carmelina edizioni con prefazione di Alfonso Postiglione. Ad una prima lettura, non ho potuto fare a meno di avvertire i rimandi ai dialoghi tipici del teatro dell’assurdo: lunghi nonsense filtrati da una visione surreale e quasi parodistica o meglio paradossale della costruzione narrativa, pervasa comunque da una concreta razionalità che si poggia su una struttura (un inizio, uno svolgimento e una fine) chiaramente percepibile e consequenziale. La morte di Dio di nietzschiana memoria,  concetto non solo teologico ma anche puramente filosofico, è chiaramente percepibile in questo dramma in cui Dio, riflesso e specchio delle umane necessità, e come non pensare a Voltaire e al suo “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, si ribella al suo destino e lui pensato immortale, e qui il paradosso si fa assoluto, vuole morire. Prima Yod cerca una via attraverso la sua assillante famiglia, (primo atto) e i consigli sono assurdi, come la sua richiesta, e vanno da uno zabaione con tanto marsala  ad un piatto di ostriche. Poi si rivolge alla magia, a  Paracelso (atto secondo) in cui si svela la sua immaterialità; e infine nel terzo atto abbiamo la risoluzione del dramma quando Don Abbondio, ovvero la religione, e l’evocato Uomo qualunque, con il suo socratico cerca te stesso, portano alla catarsi finale.

:: Un’ intervista con Queen Persefone, alias Milena Rao a cura di Elena Romanello

25 gennaio 2013 by

la-luna-nera-e-la-fanciulla-dagli-occhi-di-rugiadaIl vasto panorama della letteratura fantastica si arricchisce con un nuovo titolo della casa editrice specializzata nel genere Anguana, che propone La luna nera e la fanciulla dagli occhi di rugiada, di Queen Persefone, alias Milena Rao, che cura anche i disegni della copertina. In un mondo del futuro, dove una tecnologia di tipo steam punk si affianca alla magia, nuovi equilibri e nuove lotte attraversano le terre conosciute, abitate da genti che sono l’evoluzione di molte delle culture di oggi. Gli apostoli del Sacro Zodiaco, che ispirano terribili tiranni, si trovano di fronte i ribelli della Luna Nera, tra cui emergono Shin, erede delle tradizioni delle dee indiane, e la giovanissima e misteriosa Callisto.

Abbiamo chiesto a Queen Persefone, nuova voce del fantastico, di dirci qualcosa in più sul suo romanzo.

Come è nata l’idea del libro?

L’idea è nata molti anni fa e l’ho sviluppata gradualmente, attraverso un percorso fatto di studi e visioni immaginarie, un viaggio trasversale dentro e fuori di me. L’idea iniziale era quella di creare un genere di personaggi e di storia che, da lettrice, mi sarebbe piaciuto leggere: volevo ad ogni modo che la narrazione ruotasse attorno alla protagonista, Callisto (il cui nome significa “la Bellissima”); che fosse un personaggio con un certo spessore emotivo. Il cinema americano ha molto influenzato le atmosfere di ciò che ho scritto finora.

Il tuo romanzo è un fantasy con vene fantascientifiche: come mai questa scelta?

Nonostante non sia mai stata una lettrice del filone fantascientifico tradizionale, ho apprezzato molto opere come Il nuovo mondo di Huxley, V for Vendetta (sia il fumetto che la trasposizione cinematografica), e film come Matrix e, più tardi, Avatar; tutte opere ambientate in un ipotetico futuro che è in parte il riflesso delle nostre attuali paure ma anche delle nostre speranze, dei sogni dell’uomo contemporaneo. Ho pensato che sarebbe stato bello creare qualcosa del genere, un contesto immaginario ma ricco di elementi appartenenti al nostro presente e, soprattutto, al nostro passato, alla nostra storia, dove la suggestione epica si fonde col dinamismo futurista, la natura con la tecnologia, la magia con la scienza.

Nel tuo romanzo si parla di tematiche come l’integralismo religioso, il ruolo delle donne, il razzismo: cosa diresti a chi dice che la letteratura fantastica è pura evasione e letteratura di serie B?

Il livello della letteratura non è stabilito dal suo genere, bensì dal suo contenuto effettivo, dal modo in cui “l’oggetto” viene trattato: di un medesimo argomento se ne può parlare in modo mediocre oppure magistrale. Il problema, soprattutto in Italia, è dato da due principali cause: da una parte ci siamo fossilizzati troppo sul neorealismo, nel cinema come nella letteratura come nella fotografia, facendolo emergere come genere dominante su tutti gli altri, dall’altra, ci siamo rifiutati di trovare maniere diverse per parlare di qualcosa, qualsiasi cosa: tuttora la saggistica viene considerata l’unico mezzo di comunicazione per tutta una serie di tematiche; ma non è così. I mezzi sono infiniti, dal romanzo, alla poesia, alla pittura, alla musica, come sono infinite le cose di cui si può parlare. Inoltre, non bisogna sottovalutare né sminuire l’importanza dell’arte e della letteratura come forme di evasione dalla realtà, di escapismo: questo permette all’uomo di sopravvivere, di superare anche i momenti più difficili della propria vita. Anche di creare dentro di sé una sorta di “Eden”, di mondo migliore in cui rifugiarsi e coltivare quel genere di bellezza e di valori che hanno il potere di trasformare l’individuo e, in un’ottica più ampia, la società stessa. C’è una ragione ben precisa, del resto, se fede, politica ed arte esistono sin dagli albori delle prime civiltà che hanno popolato il nostro pianeta: l’essere umano ne ha bisogno in egual misura. Neppure in tempi di crisi o di guerra le varie forme artistiche hanno cessato di esistere, ed anzi, talvolta, è nei periodi più oscuri che esse sono nate o si sono rafforzate.

Quali sono i tuoi maestri nei generi del fantastico e non?

Ho iniziato da ragazzina leggendo Stephen King: mi piace specialmente il suo modo di rendere l’interiorità di un personaggio, di farlo emergere dalla carta. Sono presto passata alla letteratura gotica, leggendo H.P. Lovecraft e apprezzandone le atmosfere oniriche, surreali. Quella che ho amato maggiormente all’interno del genere è stata Anne Rice, che ha davvero un modo unico di raccontare il gotico moderno unendo carnalità e spiritualità, ma soprattutto un’estetica nello stile di scrittura che mi ha molto ispirata. E ovviamente, Tolkien: la sua opera è una pietra miliare di tutta la letteratura, non solo di quella fantastica. Un autore che non ha a che fare col genere fantastico, ma che continuo ad amare moltissimo e che è stato fondamentale nella mia formazione come scrittrice, è invece Gabriele D’Annunzio (preciso: le opere del periodo romantico/decadente, non le ultime di stampo verista). Il suo modo magistrale di scrivere della Bellezza e del Piacere, la sua poetica, la sua esaltazione della natura e dei sensi, possono considerarsi un’autentica celebrazione della Materia universale.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Senz’altro continuare a lavorare alla saga: il secondo ed il terzo volume sono già scritti, ed ho iniziato il quarto. Ci sarebbe anche, parallelamente, un saggio sugli Animali Totemici. In più ho di recente iniziato a lavorare ad un altro progetto del quale per ora non posso dire altro.

Consigli per gli esordienti?

Leggete tanto, tutto quello che vi ispira, di vecchio e di nuovo, di qualunque genere: confrontatevi con diversi autori. Andate al cinema, a teatro, alle mostre di pittura e fotografia, viaggiate. Lasciatevi ispirare da tutte le cose del mondo in grado di suscitarvi emozioni. Ascoltate tanta musica. Curate con amore e dedizione quel giardino dentro di voi, coltivate il vostro mondo interiore, concepite visioni, immagini, dialoghi: vivete tutto dentro voi stessi, prima di metterlo su carta. E soprattutto, non rinunciate mai ai vostri sogni; invece lottate per realizzarli senza farvi influenzare dal giudizio del mondo esterno.

:: Un’ intervista con Lilli Luini e Maurizio Lanteri

25 gennaio 2013 by

cappella_penitenti_grigiBenvenuti su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: ognuno si descriva, anche fisicamente. 

Lilli: Sono piccola, discretamente in forma, bionda. Sono sposata da moooolto tempo, ho due figli maschi, giovani uomini che vivono uno a Madrid e l’altro a Bolzano e una gatta che invece vive in simbiosi con me. Da anno ho anche una nipotina. Abito a Taino, sul Lago Maggiore, e lavoro a Novara, pendolando un paio d’ore al giorno, che uso per leggere, la mia passione da sempre. Amo il mare, le città, e detesto cordialmente lo sport.

Maurizio: Sono alto, magro, capelli e occhi castani,. Sono sposato, ho un figlio di sedici anni che frequenta le superiori e un cane di nome Luna. Abito a Garlenda, in provincia di Savona, lavoro in quella zona come pediatra di famiglia. Pratico regolarmente vari sport. Mi piacciono  mare e i grandi spazi. Odio le metropoli.

Come vi siete conosciuti? Come avete deciso di unire le penne e di iniziare a scrivere romanzi insieme?

Ci siamo incontrati in Rete, e galeotto fu un sito per scrittori esordienti. Un giorno Lilli inviò in lettura un suo giallo, che finì casualmente in mano a Maurizio. A lui piacque, ci vide delle assonanze con il suo stesso modo di scrivere. Così concepì l’idea di un romanzo a quattro mani. All’inizio Lilli disse che no, non se ne parlava nemmeno, la scrittura era un onanismo privato. Poi si convinse. L’incontro di persona avvenne solo a fine della prima stesura del romanzo. Ci eravamo divertiti così tanto che siamo ancora qui…

Come è nato il vostro amore per la scrittura, e per la letteratura in genere?

Lilli: non lo so. Non ho mai pensato di scrivere fino a una decina di anni fa, ma fin da piccola mi sono raccontata storie da sola. Quanto a leggere, mi pare di farlo da sempre. A dieci anni avevo già letto I Promessi Sposi, a quattordici tutto Moravia. Avevo anche già rischiato l’espulsione dall’Istituto di suore in cui mi aveva iscritto mia madre, perché mi trovarono L’amante di Lady Chatterley nella cartella. Non c’è stato un giorno per me senza un libro iniziato.

Maurizio: anch’io leggo da sempre, senza particolari incidenti di percorso. Per quanto riguarda la scrittura, ho sempre saputo che prima o poi avrei scritto un romanzo, Sentivo una sorta di predestinazione, fin dagli anni del liceo. Di fatto non ho impugnato la penna (la testiera, in verità) se non dopo i quarant’anni. Probabilmente mi servivano esperienza di vita e maturità, per dominare le idee e le immagini che la fantasia mi trasmetteva.

Che tipo di lettori siete: compulsavi, selettivi, razionali, sentimentali ? Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?

Lilli: io sicuramente compulsiva. Leggo un libro alla volta, fino a qualche anno fa lo leggevo tutto anche se non mi piaceva. Adesso ho fatto mie le regole di Pennac e mi permetto di abbandonare quello che non mi va. Ma leggo qualsiasi genere. Dire un libro solo è veramente difficile. Preferisco concentrarmi sulla seconda parte della domanda. Mi hanno commosso, aiutato, segnato Sabato di Ian McEwann. A un certo punto, ho dovuto interrompere la lettura, guardare il lago e ritrovare la lucidità per continuare. Mi ha sconvolto Sorella mio unico amore, di Joyce Carol Oates, un capolavoro assoluto.

Maurizio: selettivo e razionale, con qualche divagazione compulsiva. Anche a me riesce difficile indicare un solo libro. Molti, in momenti diversi della vita. Fra le mie prime letture, resto affezionato a Il dottor Zivago e a Il Maestro e Margherita. Devo molto a Sephen King, dai suoi classici a On writing.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

Lilli: ti do la mia top five. Jorge Amado, Ian McEwann, Murakami, Stephen King e al primo posto Joyce Carol Oates.

Maurizio: non mi piacciono le classifiche.

Parliamo adesso dell’ultimo libro che avete scritto La cappella dei penitenti grigi un thriller a fondo storico, di respiro internazionale, pubblicato da Nord Editore che ho avuto l’occasione di leggere in anteprima e ho apprezzato per l’originalità, il linguaggio diretto e i personaggi ben poco convenzionali. Come è nata l’idea di scriverlo? Parlatemi di come si è sviluppato il processo creativo?

Come sempre, noi partiamo da un’idea che ci colpisce. Può essere un luogo, una persona, una circostanza. I Penitenti nascono dal nostro incontro con la Camargue e con la città di Aigues-Mortes in particolare, unite a certe strane reticenze che abbiamo incontrato per visitare la famosa Cappella. (Raccontiamo la storia completa di questa nostra esperienza a questo link:

http://www.editricenord.it/editoriali/come_abbiamo_scoperto_il_mistero_dei_penitenti_grigi_2.php)

Un pizzico di trama per accontentare i più curiosi. Raccontatemi il libro ognuno dal suo punto di vista.

Lilli: le strade del caso, complicate e semplici allo stesso tempo,  riuniscono nello stesso luogo e nello stesso momento tre personalità diverse. Fabienne, che guarda solo al futuro. Daniele, fermo al passato. Al Squazzoni, l’uomo del qui e adesso, pronto a cogliere ogni occasione. La morte di una giornalista, assassinata in Camargue, vede Fabienne indagata e Daniele casualmente testimone della sua innocenza. Potrebbe finire lì, se non fosse che quel delitto è solo il primo di una serie.

A volte sono gli eventi piccolissimi che portano a scoprire i segreti più inconfessabili. E la cappella dei Penitenti Grigi di segreti ne nasconde molti, nella sua storia quasi millenaria. Tutti reclamano attenzione  e giustizia e tutti verranno appagati.

Ora parliamo dell’ambientazione. Come dicevo è un thriller di respiro internazionale: i personaggi si muovono da Parigi a Londra, da Aigues-Mortes al lago di Ginevra. Sono luoghi che conoscete? Come li avete ricostruiti, soprattutto la Camargue con la sua fauna e la sua flora molto peculiare?

Lilli: Conosciamo bene la Camargue, ci siamo stati molte volte. Abbiamo anche affittato una cabane in un mas, tra tori e cavalli, e un’altra volta una casa seicentesca nel centro di Aigues Mortes. Lo stesso vale per Londra e Parigi. Su Ginevra ci siamo affidati a… Google Map.

Maurizio: Mi piace citare anche Casa Ariore, nel cuore verde dell’Oltrepo pavese, luogo natale di mia moglie Simona e mio buen retiro quando ho bisogno di ricaricare le pile e di scrivere lontano da tutto.

Il romanzo ruota intorno ad un ordine caritatevole avvolto nel mistero “I penitenti grigi” che esiste realmente, anche tuttora. Quali sono le sue origini? Come vi siete documentati sui suoi riti, la sua storia?

Agli albori del cristianesimo, il penitente era colui che si presentava alla Chiesa chiedendo l’assoluzione dai peccati. La pena era pubblica e consisteva per lo più nell’interdizione dai luoghi di culto o dall’Eucarestia.
Il termine prese un’altra accezione nel XIII secolo, con i “Penitenti di Assisi”. Così si chiamavano i seguaci di San Francesco, prima di costituirsi in un vero e proprio ordine religioso. Erano uomini e donne comuni che senza prendere i voti si impegnavano alla povertà, all’osservanza stretta del digiuno, alla solidarietà cristiana.
Confraternite simili nacquero e si moltiplicarono fra il XIII e il XV secolo, soprattutto in Italia e in Francia. Dapprima con lo scopo di assistere i moribondi e assicurare loro sepoltura in terra consacrata. Più tardi, per curare i malati e offrire sostegno agli indigenti.
Il penitente indossava un saio, ampio e informe, uguale per tutti. Il colore del saio indicava in quale forma egli avesse deciso di espiare i peccati. Grigio era il colore del lavoro, bianco della purezza, nero della tristezza e della desolazione, blu della consolazione, rosso della carità e dell’amore. In testa portava la cagoule, un cappuccio a punta con due fori per gli occhi, che nascondeva il volto in segno di umiltà (ed evitava contatti troppo stretti con i malati, a tutela della salute). Il cordone, serrato dal triplice nodo francescano, esprimeva l’osservanza della disciplina.
La più antica confraternita di Francia fu quella dei Penitenti Blu di Montpellier, sorta intorno al 1050 con l’intento di garantire i servizi religiosi nel cimitero della città. I Penitenti Grigi di Aiguës Mortes nacquero due secoli dopo, all’ombra del convento francescano voluto da Luigi IX. Intorno al 1350 il loro numero era così cresciuto che i monaci donarono loro un appezzamento di terreno perché potessero costruirvi una cappella.
I Penitenti Grigi prosperarono, stimati e riveriti per i servizi che rendevano alla comunità. Nel 1700 la congregazione raggiunse l’apice della sua crescita: contava più di trecento adepti (fra cui ventiquattro donne) e si trovò a gestire ingenti risorse materiali.
Poi venne la Rivoluzione Francese, e con essa un furore antireligioso che azzerò ogni proprietà e iniziativa. Miracolosamente la confraternita riuscì a sopravvivere, seppure in tono minore.
Le informazioni ci vengono principalmente da un libro: Les Pénitents d’Aigues-Mortes, di cui parliamo al link indicato in precedenza.

Naturalmente i fatti che narrate nel vostro romanzo sono d’invenzione, mi riferisco alle trame all’interno dell’ordine o all’uso fatto della cripta della cappella. Quali sono i fatti reali, storici presenti nel libro? Dove dite che l’ingresso dei nobili nell’ordine fu l’inizio della sua decadenza corrisponde al vero, o è una licenza narrativa?

È vero. Così come è vero che la Torre di Costanza è stata una prigione per le donne ugonotte e che Marie Durand vi fu rinchiusa per 38 anni. Vero è anche l’episodio del Mas de Crottes di cui parliamo all’inizio, cioè l’arresto di diverse donne ugonotte nell’aprile del 1730.

Il romanzo presuppone un lungo lavoro di documentazione. Chi vi ha aiutato nelle ricerche, siete in debito con qualcuno in particolare, magari un “penitente” stesso?

Non abbiamo mai incontrato gli attuali penitenti. Abbiamo saputo che sono ancora fedeli al loro voto di riservatezza. Cogliamo qui l’occasione di scusarci, se la nostra opera creerà loro un qualsiasi disturbo. Siamo in debito con la responsabile dell’Ufficio del Turismo di Aigues-Mortes che ha aperto la Cappella solo per noi in un giorno di Ognissanti.

Oltre ai misteri legati al presente, c’è un mistero del passato legato ai personaggi di Jullian e Isabeau e al loro amore contrastato. Come sono nati questi due personaggi, come si sono sviluppati durante la stesura del libro?

In realtà la storia di Jullian e di Isabeau è stata la prima cosa che abbiamo scritto. Saputo del rituale con cui la confraternita nomina il suo Priore, le visioni immediate sono state due . La prima, un giovane che si sveglia all’alba, indossa il saio penitenziale e corre alla Cappella prima del sorgere del sole. La seconda, una ragazza dal viso arrossato e dai capelli al vento che galoppa a perdifiato nelle paludi di Camargue.

Passato e presente scorrono paralleli, e un punto in comune quasi li unisce: una faida che sembra continuare nei secoli dal 1700 ai giorni nostri, di generazione in generazione. E’ questo il filo rosso del romanzo?

Sì, decisamente. Almeno secondo noi. Poi, da lettori, sappiamo che ciascuno trova delle chiavi personali con cui muoversi all’interno dell’intreccio. .

Quale è il personaggio a cui siete più affezionati? Non vi nascondo che il mio preferito è  Maurice Mariau.

Lilli: a un certo punto della stesura mi sono accorta che il mio Virgilio, la mia guida nell’Inferno, era Maurice Mariau. Di lui so tutto, anche quello che non abbiamo scritto, e anche quello che abbiamo dovuto tagliare nell’economia del romanzo.

Maurizio: Al Squazzoni, lo Squaz. Il prototipo di come io non sarò mai (ma di come, forse, avrei voluto essere).

Il personaggio più difficile da delineare, quello per cui avete più discusso, su cui più vi siete confrontati?

Fabienne e Daniele. Fabienne, è una donna molto complicata. Daniele è forse l’antieroe, figura atipica in un romanzo d’avventure. Ci siamo confrontati molto su di loro. Entrambi siamo molto esigenti sulla quadratura psicologica dei protagonisti e ognuno vedeva le cose a modo suo. Cioè, Lilli da donna e Maurizio da uomo. I lettori ci diranno se abbiamo quadrato il cerchio. Tu che ne pensi?

Ho apprezzato molto il linguaggio diretto, attuale, che usate per nulla edulcorato. Ho notato anche una certa durezza: i personaggi “cattivi” esprimono tramite pensieri e parole la loro negatività, la loro meschinità. Come li avete ideati? Ci sono mandanti ed esecutori, c’è chi muove le fila e chi è solo uno strumento del male?

Il male prospera su tre basi – arroganza, indifferenza e stupidità – e ha una pietra angolare:  l’avidità, che può essere di soldi o di potere. I nostri personaggi li abbiamo ideati guardandoci attorno. Leggendo i giornali e in particolare i testi delle famigerate intercettazioni ambientali, ci diciamo tra noi che la nostra fantasia non arriverebbe mai a tanto. Certamente ci sono mandanti ed esecutori, ma anche questi ultimi sono mossi dall’avidità, dal bisogno disperato di avere.

Bene è tutto, grazie della vostra disponibilità. Mi piacerebbe chiudere l’intervista con un’ ultima domanda: state lavorando ad un nuovo romanzo? Rivedremo Daniele e Fabienne e il personaggio di Maurice Mariau?    

Stiamo lavorando da alcuni mesi a un nuovo progetto. Ci saranno sicuramente Daniele e Fabienne, Al Squazzoni e Patrick Delamotte. Per quanto riguarda Maurice Mariau, ancora non sappiamo.

:: Recensione di La cappella dei penitenti grigi di Maurizio Lanteri e Lilli Luini (Nord, 2013)

24 gennaio 2013 by

cappella_penitenti_grigiSullo sfondo della Camargue, terra di indubbio fascino sferzata dal Mistral, dove il Rodano incontra il Mediterraneo creando un particolarissimo labirinto di canali, salinai, campi e paludi, habitat naturale dei tori, dei cavalli e dei fenicotteri rosa, è ambientato il nuovo thriller storico di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, La cappella dei penitenti grigi (Editrice Nord, 2013). Tra passato e presente, in capitoli alternati, la cittadella fortificata medioevale di Aigues-Mortes diventa centro di una storia che ruota attorno ad un antico ordine caritatevole che esiste realmente, i penitenti grigi, e alla cappella in cui erano soliti riunirsi durante le feste principali e per la proclamazione del nuovo Priore, ogni Pasqua. Un mistero del passato, legato all’amore contrastato tra Jullian e Isabeau, e a una faida tra famiglie appartenenti all’ordine dei penitenti, si intreccia ad un mistero del presente che trae le sue origini da efferate vicende accadute durante la Seconda Guerra Mondiale in un susseguirsi di complessi intrighi, non privi di colpi di scena. Quali segreti custodisce la cappella diroccata dei penitenti grigi e soprattutto la sua cripta dove venivano sepolti fino alla Rivoluzione Francese tutti i penitenti nel loro umile saio? Per rispondere a questa domanda molti perderanno la vita, prima tra tutti la giornalista Deanne Bréchet, amante di Fabienne Lacati, ricercatrice del dipartimento di storia moderna dell’Università di Parigi e protagonista del romanzo, l’unica ad avere scoperto questo oscuro segreto, assieme ad una giornalista radiofonica, segreto capace di far tremare le fondamenta di immense ricchezze accumulate da antiche famiglie forti di agganci politici e al di là di ogni sospetto. Fabianne, sospettata dell’omicidio, troverà in Daniele Ferrara, anche egli storico, seppure in disgrazia per divergenze con i baroni universitari, e assunto come consulente da Discovery Channel, un insperato e provvidenziale aiuto oltre a qualcosa di più e capirà ben presto che per salvarsi la vita dovrà scoprire lo stesso segreto che aveva scoperto Deanne e renderlo pubblico. Tra Parigi e Londra, Aigues-Mortes e il lago di Ginevra, Daniele e Fabienne aiutati dal procuratore aggiunto Maurice Mariau, incaricato delle indagini della morte di Deanne, dalle figlie di Jaques Granier, Portiere dei penitenti grigi, e da Al Squazzoni e Patrick Delamotte, rispettivamente volto di punta di Discovery Channel e giornalista di Liberation, andranno fino in fondo facendo luce su una verità che ho solo intuito un attimo prima di leggerla nei capitoli finali. La cappella dei penitenti grigi è un thriller un po’ impegnativo, ma ottimamente congegnato e soprattutto originale e ben scritto. I capitoli iniziali, in cui bisogna abituarsi all’alternarsi di passato e presente, richiedono una certa attenzione, ma poi soprattutto grazie ai personaggi, ben caratterizzati e profondamente umani nelle sfumature e negli atteggiamenti, mi sono appassionata alla storia, rendendo la lettura scorrevole e interessante. La ricostruzione storica accurata, in cui si intravede un lungo lavoro di ricerca e di documentazione, dalla contesa tra cattolici e protestanti, Marie Durand è per esempio realmente esistita ed è stata imprigionata nella Torre di Costanza per ben 38 anni, oltre al fatto che è ben fondato su documenti anche come comunicavano i prigionieri ugonotti imprigionati con i loro parenti e amici fuori dalla prigione, ai riti d’elezione legati alla confraternita dei penitenti, è sicuramente una parte fondamentale del romanzo seppure gli eventi narrati nascano fondamentalmente dalla fantasia degli autori. Ma la verosimiglianza anche dei fatti legati alla Seconda Guerra Mondiale induce a più di una riflessione e non approfondisco l’argomento per non anticiparvi il mistero principale nascosto in questo libro. La tensione narrativa è ben gestita, per tutto il romanzo ci si interroga sulla concatenazione dei fatti e sul perché un tale personaggio agisca in una tale maniera e cosa nasconda. Le risposte quando arrivano, spiegano ogni fatto non lasciando fili in sospeso. Tra i personaggi il mio preferito è senza dubbio Maurice Mariau, seppur tormentato, profondamente legato al suo lavoro al servizio della giustizia e della verità, e capace di gesti di grande tenerezza. Mi piacerebbe che diventasse personaggio principale di un prossimo romanzo della coppia Luini Lanteri. Che dire d’altro per gli appassionati di thriller storici un romanzo da non perdere e la felice dimostrazione che anche noi italiani sappiamo scrivere thriller di respiro internazionale, niente da invidiare ai vari Dan Brown e soci.

:: Recensione de La porta del paradiso di Alfredo Colitto (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

24 gennaio 2013 by

colittoAlfredo Colitto affronta un ‘genere’ (senza che nulla di dispregiativo vi sia nel termine) che in Italia ha avuto e ha tuttora un’esistenza contrastata. Da una parte, abituati a romanzoni e sciocchezzuole parapsicologiche, si è sempre negato che l’Avventura sia nelle corde dei nostri scrittori. Dall’altro da Salgari in avanti la nostra produzione narrativa (sia essa romanzata, cinematografica o anche fumettistica) ha sempre regalato ore indimenticabili ai suoi lettori. L’Avventura è mistero, esotismo, eroismo, grandi sentimenti, un tutto in un mondo che assomiglia al nostro eppure, per sfumature e toni, non lo è. Dal giallo storico dei suoi precedenti fortunati lavori (prima o tra tutti Cuore di ferro) che poi erano una declinazione originale del mystery classico inserito in un ambiente perfettamente ricostruito, Alfredo approda a un universo più ampio. La porta del paradiso conserva tutta la cura nel dettaglio e l’abilità di esporre senza cadere nel didascalismo dei romanzi precedenti. Perché il romanzo storico, sia giallo o avventuroso, non è un manuale, è, appunto, un romanzo e dei materiali narrativi tipici di questa forma di intrattenimento si nutre. Altrimenti inaridisce. Colitto innaffia bene la sua pianta, però, alla soluzione del mistero sostituisce le umanissime vicissitudini di Leone Baiamonte, giocando su due elementi che sono assi portanti del romanzo d’avventura in qualsiasi epoca sia inserito. In primo luogo il protagonista si trova costretto a lottare per sottrarsi a ingiustizie e angherie e riconquistare non solo la donna amata ma anche un’esistenza serena. C’è, tra i suoi nemici maschili e femminili (Dio vi guardi dall’ira della donna rifiutata!) una tal carica di malanimo e perfidia che il nostro si vede letteralmente piovere addosso guai e disavventure che schianterebbero chiunque non avesse la sua tempra morale. Avventure, duelli, ingiustizie ma anche più umane cattiverie. Un carico di difficoltà che, intelligentemente, Alfredo costruisce in modo che il lettore moderno possa stabilire un ponte emotivo con il suo protagonista. La natura umana, purtroppo, resta sempre meschina e se cambiano i tempi è facile immedesimarsi nelle difficoltà di Leone e trovare appagamento nel suo spirito che gli consente di superare le difficoltà pur conservando la sua integrità. Il secondo elemento, altrettanto importante, è il viaggio, irrinunciabile percorso non solo materiale (dal Vecchio al Nuovo Mondo) ma anche interiore. Il viaggio, qui come in ogni buon romanzo di avventura, è un percorso di formazione attraverso le difficoltà e le scoperte di luoghi nuovi e fino allora solo fantasticati. Alfredo, che in altri momenti della sua esistenza, è stato viaggiatore e uomo d’azione prima di esserlo di lettere (grande traduttore, tra l’altro ,e ciò giova sicuramente alla fluidità della scrittura) ha conosciuto il Messico e il Mesoamerica e ce ne offre una versione affascinante che mescola la ricostruzione a emozioni vere. Ma il suo cuore, come quello di Leone resta fedele all’amata Lisa, è sempre rivolto all’Italia, a quella Napoli affascinante e  fustigata che sfocia nella rivolta di Masaniello. Un romanzo per  tutti, dunque, proposto, occorre sottolinearlo, a un prezzo più che allettante in un’epoca in cui veramente è necessario fare attenzione anche a questi dettagli. Avventure, vicissitudini, duelli e battaglia ma soprattutto intrighi, tradimenti, vendette. Sentimenti veri, a volte esacerbati, catartici come diceva un saggio, perché il piacere della lettura è questo. Infilarsi nei guai degli altri e dimenticare i propri.

LA PORTA DEL PARADISO- di Alfredo Colitto-PIEMME .euro 9,90

:: Recensione di La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2013 by
montalban

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La bella di Buenos Aires (La muchaha que pudo ser Emmanuelle, 1997) dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán, uno dei padri del Noir Mediterraneo, tradotto dallo spagnolo da Hado Lyria ed edito per la prima volta in Italia da Feltrinelli, a dieci anni dalla scomparsa dell’autore, è un racconto, o meglio una novella breve, nata come testo da cui trarre la sceneggiatura per una puntata della serie televisiva con protagonista Carvalho, prodotta dalla televisione argentina. Pubblicata in Spagna per la prima volta a puntate sul quotidiano “El País”, tra il 3 e il 30 agosto del 1997, con illustrazioni di Fernando Vincente, e poi nel 2011 in Cuentos negros, Galaxia Gutenberg, La bella di Buenos Aires può essere considerata una sorta di introduzione a  Quintetto di Buenos Aires (Quinteto de Buenos Aires) che uscì in Spagna nella “Serie Carvalho” dell’editore Planeta sempre nel 1997.
Tutto cominciò con un fax. L’intraprendente Biscuter, socio, cuoco, amico di Pepe Carvahlo, si cimenta nell’epica impresa di portare il nostro investigatore privato nella modernità, nella mitica terra di fax, computer, cd rom, Internet. “Per il momento bisogna farsi pubblicità sui giornali e subito dopo prendere un fax, non vorrei che mentre sto rigirando un manicaretto mi interrompesse il telefono, e lei sa bene quale sottile chimica talvolta si incontri nei miei piatti” dice solenne e Carvalho per amore del quieto vivere abbozza, e una volta davanti al fax lo osserva diffidente.
Il primo messaggio porta nella sua vita e nel suo studio di investigatore Doratea Samuelson, una donna in cerca di una ragazza che avrebbe potuto essere Emmanuelle. Una ragazza di Buenos Aires persa nelle nebbie del passato, non a caso la parola “memoria” si rincorre spesso tra le pagine e quasi ci da la chiave di lettura di tutto il racconto. Un’ alunna dell’ex marito di Dorotea, Rocco, così bella da poter diventare la Sylvia Kristel argentina, ambizione che resterà confinata nella terra dei sogni e delle aspirazioni e verrà spazzata via dalla dura realtà della dittatura e della polizia militare che la costringerà a scappare in Spagna per non diventare uno dei tanti desaparecidos.
Ma ora è troppo tardi, quella bellissima ragazza non c’è più, al suo posto il cadavere di una barbona, uccisa con un colpo in testa e numerose coltellate al cuore, rinvenuto nella zona più malfamata del Barrio Chino, il quartiere cinese di Barcellona. Pepe Carvahlo percepisce subito che è un crimine di stato, e le sue indagini lo portano a confrontarsi proprio con i suoi nemici del passato, coloro contro i quali si è sempre opposto, fino a non dare un volto al colpevole, nascosto dalla Storia, dal passato, luogo della memoria, terra dove abitano i colpevoli, che quando si minaccia di accusarli dei loro crimini, come si apprestava a fare Rocco, tornano ad uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.
La bella di Buenos Aires seppur breve, racchiude molti dei temi presenti nella narrativa di Montalbán, più una velata malinconia, una riflessione filosofica sulla storia e la memoria di cui la città di Barcellona si fa specchio, con la sua calle de las Tapis, la zona più infame di un quartiere di prostituzione, che sta per essere spazzata via da centri civici, parchi, parcheggi, impianti sportivi, come La Dolce Vita, locale equivoco dove si ballava e si cantava il tango, per cui è già arrivato l’ordine di demolizione.
Sì, lo sapremo chi ha ucciso la bella di Buenos Aires, sia chi l’ha fatto materialmente, sia il vero colpevole che ha voluto che la sua morte chiudesse un capitolo della Storia. Compromessi, muti accordi, rassegnate scuse faranno sì che la giustizia non trovi né spazio né voce, il prefetto accetta, la polizia dispone, Carvalho osserva dolorosamente consapevole  e le ultime parole saranno concesse all’assassino, all’unico che avrà parole di tenerezza e di rispetto per la sfortunata Palita, vittima predestinata, innocente tra assassini.

Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona, 1939 – Bangkok, 2003) con Feltrinelli ha pubblicato: Gli uccelli di Bangkok (1990), Tatuaggio (1991), Il centravanti è stato assassinato verso sera (1991), Il labirinto greco (1992), Ricette immorali (1992), La solitudine del manager (1993), I mari del Sud (1994), Le ricette di Pepe Carvalho (1994), Pamphlet dal pianeta delle scimmie (1995), La Rosa di Alessandria (1995), La Mosca della Rivoluzione nella collana “Traveller” (1995), Le Terme (1996), Il fratellino (1997), Il premio (1998), Quintetto di Buenos Aires (1999), Storie di fantasmi (1999), L’uomo della mia vita (2000), Il signore dei bonsai nella collana “Kids” (2000), Storie di padri e figli (2001), Ho ammazzato J.F. Kennedy (2001), Tre storie d’amore (2003), Millennio. Pepe Carvalho sulla via di Kabul (2004), Assassinio al Comitato Centrale (2005), Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio (2005), Sabotaggio olimpico (2006), Storie di politica sospetta (2008),  Assassinio a Prado del Rey e altre storie sordide (2009), La bella di Buenos Aires (2013), Luis Roldán né vivo né morto (2013). Queste ultime due sue opere, recentemente tradotte in italiano, sono apparse per la prima volta a puntate su “El País” nel 1994. Ha vinto il premio internazionale Grinzane Cavour “Una vita per la letteratura” nel 2000.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Silvia dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione ebook Collana Imperium di Diego Bortolozzo a cura di Barbara De Carolis

23 gennaio 2013 by

FuoriFuoriFuori2_ebookSegnaliamo alcuni ebook appartenenti alla Collana Imperium curata da Diego Bortolozzo. Storie di fantascienza o comunque lontane dall’ordinario, storie di mondi ancora non sorti, costituiti da dimensioni spaventose e da creature in cerca del proprio ruolo nel grande palcoscenico dell’esistenza… artificiale, malsana, onirica o reale che sia.

Fuori! Fuori! Fuori! di Diego Bortolozzo

“…la ragazza, la mia ala, è stata colpita da una delle loro armi al plasma. La sua corazza, il suo corpo, la mano del soldato vicino, sono stati fusi come la crema che ci propinano a colazione.”

Fantascienza e guerra raccontate da un autore che continua a regalare ai lettori avventure emozionanti, fugaci e al di là del reale. Fuori! Fuori! Fuori! scorre rapido come il destino del protagonista, un soldato malato che sceglie di arruolarsi per garantire alla propria famiglia un futuro migliore, ma il futuro in questa storia è già scritto e in un contesto di armi e lotta per la sopravvivenza della specie umana, nessun sacrificio viene ripagato onorevolmente. Un mondo da lasciare, nuovi mondi da conquistare, guerre galattiche viste con gli occhi di un uomo che scopre di non avere più nulla per cui valga la pena vivere.  Scritto con coerente attenzione al genere e una buona dose di sentimenti.

Ludosfera – la saga di Claudio Cordella

“In seguito, per qualche strana bizzarria del caso, quella stessa regione del cosmo divenne nota come Ludosfera. Da luogo di conflitti e di dolore, dove gli Antichi Umani vivevano e morivano realmente, esso divenne una sorta di luna-park su scala galattica. Un parco divertimenti per chi avesse voluto provare l’emozione di vivere nel passato…”

La Ludosfera è il luogo che riproduce alla perfezione un tempo lontano nel quale gli umani, ormai estinti ed evoluti in nuove e sofisticate forme, consumavano la loro esistenza. Gli esoscheletri, le AI, i post-umani dominano questa dimensione artificiale, là dove l’artifizio è rappresentato paradossalmente proprio dalla volontà di far rivivere una storia superata,  combattuta e vinta in nome di un più alto significato attribuibile alla vita. La Ludosfera diviene in molti casi la rappresentazione della miseria umana e i visitatori scelgono cosa e come viverlo. Bravo l’autore a immaginare un universo nell’universo, mescolando sogni, realtà, visioni e inserendo elementi mistici… come angeli di pietra dal cuore pulsante.

Carriera di un criminale di Maria Teresa de Carolis

“Provai piacere, ma il vero piacere venne quando una volta consumata la mia intenzione ebbe inizio il mio rito, quello per cui l’appetito di possesso doveva consumarsi nel sangue.”

Può bastare uno sguardo per trasformare un uomo in un assassino?
Ovviamente si. L’oggetto dell’incessante interesse scuote un animo malato e ben presto le attenzioni del protagonista verso l’ignara vittima si tramutano in morbosi e insani desideri. Spinto da un’inarrestabile follia, l’uomo riverserà tutta la sua frustrazione in un atto di sublime e necessario sacrificio, un soave appagamento di smanie primordiali. Denso di descrizioni forti, l’autrice si diverte a offrire un finale straziante degno di merito.

Arcanave Flying di Simone Messeri

“L’umanità vittima della propria irruenza viveva un momento spaventoso in cui la sopravvivenza quotidiana era la sola realtà possibile. Un periodo durissimo che condannò i superstiti ad accettare una vita senza futuro fino a quando un avvenimento incomprensibile cambiò il loro destino. Gli uomini ricominciarono a credere nel valore dell’esistenza…”

Il mondo di Simone Messeri è lo stesso rappresentato dai nostri incubi… finito, morto, privo di aria e senza alcuna speranza se non quella riposta in un puntino immerso nel lontano universo, dove qualcuno o qualcosa può modificare il destino della terra.
I salti temporali nel racconto mostrano il percorso dell’uomo, le sue miserie come la sua rivalsa fino al raggiungimento di un equilibrio completo, bramato dai pensatori illuminati di ogni epoca: l’equilibrio con il proprio pianeta, basato sul principio dell’empatia che può unire ogni cosa e che nasce da origini incerte e lontane, come quel puntino nello spazio profondo del quale in molti ancora cercano di scoprire l’origine…

Di seguito il link della Collana

http://www.diegobortolozzo.com/collana-imperium/

:: Recensione di L’ultimo scoop di Silvano Villani, Pia Di Marco, Tempesta editore 2012 a cura di Viviana Filippini

19 gennaio 2013 by

lultimoscoop-webQuanto sono lunghi i tempi della giustizia italiana? Una domanda che molti di noi si saranno fatti almeno una volta nella vita. La risposta è semplice: lunghi. Anzi troppo lunghi. A mettere in luce questa amara verità è il romanzo L’ultimo scoop di Silvano Villani di Pia Di Marco, pubblicato dal piccolo editore Tempesta. Il libro prende vita dalla vicenda giudiziaria derivante da un incidente stradale subìto da Villani nel 2004 e caratterizzata da ricorsi compiuti dal giornalista per vedere emergere la verità dei fatti. Purtroppo, Villani inviato speciale del «Corriere della Sera», è deceduto nel 2011 senza portare a compimento il suo progetto letterario, che però ha preso vita grazie all’impegno della sua ultima compagna di vita Pia di Marco. Nel romanzo verità la Di Marco ci rivela una doppia identità di Villani , quella di esperto giornalista e quella di uomo cittadino in cerca di giustizia. Nel libro c’è tutta la vicenda giuridica con protagonista Villani. Un percorso che ha permesso a Villani stesso di sperimentare le lungaggini della giustizia italiana e dei caotici meccanismi che non fanno altro che limitare la possibilità di agire dei giudici e di ottenere giustizia per i cittadini. Accanto ad essa c’è il piano di Silvano Villani uomo. Di colui che arrivato alla soglia degli 80 anni è stato costretto da cause di forza maggiore – le conseguenze dell’incidente – a cambiare in modo radicale il suo stile di vita, scoprendo che compiere le cose più semplici della vita quotidiana (recuperare i libri nell’ultimo piano della libreria o preparare il caffè) poteva  trasformarsi in vera impresa titanica. Il Villani che la Di Marco ci racconta è il ritratto di una persona combattiva che vuole giustizia e per questo decide di usare la propria capacità giornalistica per raccontare agli altri la sfortunata vicenda che lo ha travolto. Nel libro, Pia di Marco ripercorre attraverso Villani la vicenda giudiziaria che lo ha visto protagonista, ma allo stesso tempo – sempre grazie all’alter ego letterario – la scrittrice ci riferisce il Villani nella vita di ogni giorno, evidenziando la forza d’animo, la costante venatura ironica e il selfcontrol con i quali il giornalista affrontava le difficoltà. Questa narrazione ci restituisce il ritratto di un uomo dal carattere duro e forte, capace di amare in modo profondo, ma in difficoltà a manifestare apertamente i sentimenti che provava. L’ultimo scoop di Silvano Villani mi ha colpito per la perfetta abilità di immedesimazione di Pia di Marco nei panni di Silvano Villani, qualità che le ha permesso di costruire un romanzo solido, tagliente, vero che con impressionate lucidità restituisce al lettore la dimensione esistenziale di un uomo e di un cittadino italiano alle prese con la macchinosa giustizia italiana. Pia di Marco ha dato forma concreta – e Villani ne sarebbe contento – ad un progetto incompiuto (lui è morto nel 2011), permettendo a questo io singolo di rivelare pubblicamente tutto lo sconforto e il malumore per le lentezze della nostra autorità giudiziaria. L’ultimo scoop di Silvano Villani è una riflessione intensa su una delle realtà dell’Italia di oggi, dalla quale emerge l’ amara consapevolezza del giornalista di essere protagonista di un caso di giustizia negata. Prefazione di Enzo Antonio Cicchino.

Silvano Villani (Trieste, 22 ottobre 1923 – Roma, 6 giugno 2011), triestino, di professione giornalista, si trasferisce a Londra nei primi anni Cinquanta. Dalla capitale britannica collabora col «Mondo» di Pannunzio e ai primi numeri de «L’Espresso». Quindi passa al «Corriere della Sera» di cui è corrispondente da Stoccolma e da Ginevra. Rientrato in Italia, opera come inviato speciale per il medesimo quotidiano particolarmente nel Medio Oriente e in Africa. Nel 1964 vince il “Premiolino”, nel1965 il “Premio Saint Vincent”.

Pia Di Marco (Maria Pia Di Marco) è nata e vive a Roma. Laureata in Lettere con indirizzo storico artistico all’Università di Roma La Sapienza, diplomata in Grafi ca all’Istituto Europeo
del Design di Roma, ha collaborato con la Cattedra di Iconografia e Iconologia all’Università di Roma La Sapienza e con il Departamento de Arte, Universidad de Navarra (Pamplona).
Si dedica al Cinquecento, con particolare riguardo alla pittura dell’età della Controriforma. Ha pubblicato per Giunti, per l’Universidad de Navarra, per Fabrizio Serra Editore. Della sua produzione grafica si segnalano, fra l’altro, la copertina e le illustrazioni per Il Mistero della Stanza n. 5 di Silvano Villani, Iter, Roma 1991 (catalogo L’Erma di Bretschneider); le illustrazioni per La vita segreta dei piccoli abitanti del mare di Mirella Delfini, Franco Muzzio Editore, Padova, 2000; le illustrazioni per Bambino sarai tu, Marguerite Editrice.
Ha collaborato alla composizione dell’autobiografi a di Mirella Delfini, Andrà tutto bene, Abel books, 2012, e ne ha realizzato la copertina. Ha composto i testi e realizzato le illustrazioni
de La Donna Ragno e altre storie raccontate al piccolo Charles Darwin di prossima pubblicazione per I tipi di Anicia. Attualmente collabora con l’autore televisivo Enzo Antonio Cicchino.

Enzo Antonio Cicchino. Autore televisivo di argomenti storici. Ultimi libri pubblicati: Il Duce attraverso il Luce, Mursia Editore. La fonte di Mazzacane, Laruffa Editore. Vive a Roma.

:: Segnalazione di La regola del silenzio di Neil Gordon (Rizzoli, 2013)

17 gennaio 2013 by
schede-get-immagine.actionNEIL GORDON – La regola del silenzio
Traduzione di P. A. Livorati ; D. A. Gewurz

Un uomo in fuga dal passato nell’avvincente romanzo da cui Robert Redford ha tratto il suo ultimo film.

Jim Grant è un ricco avvocato di sinistra con una figlia bambina. Negli anni Settanta, però, ha fatto parte dell’organizzazione radicale Weather Underground con il nome di Jason Sinai e, dopo una condanna per una rapina finita con l’uccisione di un poliziotto, era stato costretto a cambiare identità. Quando si rende conto che un giovane giornalista, nel corso di un reportage sui Weathermen, sta per smascherarlo, Jim (che nella versione cinematografica ha il volto carismatico di Robert Redford) abbandona di nuovo tutto quello che ha – compresa la figlia – e si lancia in una rocambolesca fuga attraverso l’America, tra vecchi terroristi divenuti professori universitari, veterani del Vietnam, trafficanti di droga e agenti dell’Fbi che, tutti insieme, rimettono in gioco l’eredità delle grandi passioni della giovinezza.

Neil Gordon, ha ottenuto un PhD in letteratura francese a Yale e insegna letteratura comparata all’American University di Parigi. È l’autore di quattro romanzi. Il film di Robert Redford con Susan Sarandon e Shia LaBeouf, è stato presentato con successo a Venezia e Toronto.

:: Segnalazione XXVI edizione Premio Italo Calvino

17 gennaio 2013 by

calvino_pericoliPREMIO ITALO CALVINO

Premio letterario per scrittori esordienti

XXVI edizione

I Giurati che valuteranno i manoscritti finalisti e decreteranno il vincitore della XXVI edizione sono:

Irene Bignardi

Maria Teresa Carbone

Matteo Di Gesù

Ernesto Ferrero

Evelina Santangelo

 

A conferma dell’andamento in crescita delineatosi negli ultimi anni, sono oltre 570 i manoscritti inediti di autori esordienti pervenuti per la XXVI edizione del Premio Italo Calvino (2012-2013). I concorrenti provengono da tutta l’Italia e, non pochi, anche dall’estero. Sarà arduo per la giuria decretare il vincitore, tenendo conto dell’ottima qualità dei testi che si è riscontrata nelle ultime edizioni. La conferma di ciò è l’alto numero di titoli pubblicati tra quelli giunti in finale e quelli segnalati dal comitato di lettura. Solo nel 2012 sono usciti: Giovanni Greco, Malacrianza ed. Nutrimenti Editrice (XXIV), Pierpaolo Vettori, Le Sorelle Soffici ed. Elliot Editore (XXIV), Letizia Pezzali, L’età lirica ed. Baldini Castoldi Dalai (XXIV), Anna Melis, Da qui a cent’anni ed. Sperling & Kupfer/Frassinelli (XXIV), Marco Porru, L’eredità dei corpi ed. Nutrimenti Editrice (XXIV), Massimo Miro, La faglia ed. Il maestrale (XXIV), Alessandro Cinquegrani, Cacciatori di frodo ed. Miraggi Edizioni (XXIII), Giovanni Di Giamberardino, La marcatura della regina ed. Edizioni Socrates (XXII), Fabio Napoli, Dimmi che c’entra l’uovo ed. Del Vecchio Editore (XXII), Eduardo Savarese, Non passare per il sangue ed. Edizioni e/o (XXIII), Giacomo Verri, Partigiano Inverno ed. Nutrimenti Editrice (XXIV).

Il Premio, fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, vuole essere un omaggio allo scrittore italiano che, più di ogni altro, si è impegnato nella scoperta di nuovi talenti letterari. Si propone infatti di svolgere un ruolo di ponte tra l’universo degli scrittori inediti e il mondo dell’editoria, del pubblico e della critica. Per questo il Premio Italo Calvino non ha voluto definire una propria linea critica né privilegiare determinati generi letterari: hanno la massima libertà di partecipare opere prime inedite di narrativa. Ad arrivare in finale sono, ogni anno, testi di elevata qualità letteraria, capaci di sintetizzare e rappresentare tendenze nuove e stili originali. La cerimonia di Premiazione è l’occasione in cui editori, editor e operatori culturali possono entrare in contatto con i finalisti e instaurare quei rapporti che potranno portare alla pubblicazione.

Irene Bignardi ha studiato Lettere a Milano e Communications a Stanford. Ha lavorato a Repubblica, per cui è stata inviato di cultura culturale e critico cinematografico, fin dalla fondazione. Dal 2001 al 2005 ha diretto il Festival del Film di Locarno. Ha realizzato numerosi programmi culturali per la Rai e, dal 1985 al 1989, è stata direttore del Mystfest di Cattolica. Ha scritto, tra l’altro, Memorie estorte a uno smemorato, Vita di Gillo Pontecorvo, e Le piccole utopie (Feltrinelli). Per Marsilio ha pubblicato Americani, Un viaggio da Melville a Brando, Le cento e una sera e Storie di cinema a Venezia. Nel 2006 ha creato e diretto per le UN Desert Nights, un festival sulla desertificazione del pianeta. Collabora alla pagina culturale e al Venerdì di Repubblica, con Vanity Fair (per cui cura la rubrica di recensioni librarie) e con La7. È stata professore a contratto di storia del cinema presso lo Iuav diVenezia e, dal 2006 al 2008, presidente di Filmitalia.

Maria Teresa Carbone ha lavorato alle pagine culturali del “Manifesto” e in precedenza a diverse testate italiane e straniere. All’attività di giornalista ha sempre affiancato anche quella di autrice e traduttrice. Ha pubblicato per Dedalo il volume I luoghi della memoria, 1986 e per gli Oscar Mondadori 99 leggende urbane, 1990, repertorio di cultura orale contemporanea. Fra le traduzioni, Lo schermo velato di Vito Russo, Costa & Nolan, 1983, ora ripubblicato per Baldini Castoldi Dalai, La follia di Almayer di Joseph Conrad, Garzanti, 1996, e Kim di Rudyard Kipling, Garzanti, 2003, Cenere sulla mia manica di Zoe Wicomb, Edizioni Lavoro, 1993, Le dotte puttane di Virginie Despentes, Fanucci, 1999. Insieme a Nanni Balestrini ha curato la trasmissione “Millepiani” sul canale satellitare Cult e il sito “Zoooom. Letture e visioni in rete”. Fa parte del comitato direttivo del festival “RomaPoesia” nonché della redazione di “Alfabeta2”.

Matteo Di Gesù (1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Palermo. Si è occupato di letteratura postmoderna, dell’identità italiana nella letteratura del Settecento e del primo Ottocento, del tema della mafia nella narrativa moderna. Ha scritto, tra l’altro, Il carattere degli italiani, vo.I (2012), Palinsesti del moderno (2005), Dispatrie lettere (2005), La tradizione del postmoderno (2003), oltre a numerosi saggi in riviste e volumi collettanei; ha curato Letteratura, identità, nazione (2009) e ha raccolto ne I paralleli (2009) gli articoli scritti per la rubrica omonima curata per «Giudizio Universale». Collabora con il domenicale del «Sole 24 ore», «Il Manifesto», «Orwell» e con altre testate cartacee e on line.

Ernesto Ferrero (Torino, 1938) ha lavorato a lungo nell’editoria, dove è stato tra l’altro direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, e direttore letterario di Mondadori. Dal 1998 è direttore del Salone Internazionale del libro di Torino. Tra i suoi libri, i romanzi N. (Premio Strega 2000), L’anno dell’Indiano, La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari e una biografia di Barbablù, tutti presso Einaudi; il saggio Lezioni napoleoniche (Oscar Mondadori), il monologo teatrale Elisa (Sellerio); i libri di memorie I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli) e Rhêmes o della felicità (Liaison); una biografia per immagini di Italo Calvino (Album Calvino, con L. Baranelli, Oscar Mondadori), e Primo Levi. La vita e le opere (Einaudi). Traduttore di Flaubert, Céline e Perec, collabora a «La Stampa» e a «Il Sole 24Ore».

Evelina Santangelo è nata a Palermo.
 Insegna Tecniche della Narrazione presso la scuola Holden e collabora come editor con la casa editrice Einaudi, per la quale ha curato l’autobiografia di Vincenzo Rabito Terra Matta e ha tradotto Firmino di Sam Savage e Rock ‘n’ Roll di Tom Stoppard.
Presso Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo, i romanzi La lucertola color smeraldo, Il giorno degli orsi volanti, Senzaterra e Cose da pazzi (2012).

 

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:: Recensione di Narcopolis di Jeet Thayil (Neri Pozza, 2012) a cura di Michela Bortoletto

17 gennaio 2013 by

NarcopolisCi sono molti motivi per cui scegliamo un libro da leggere.  A volte lo scegliamo per il titolo, altre semplicemente perché ci attira l’immagine scelta per la copertina. Spesso decidiamo di dedicarci alla lettura di un romanzo su consiglio di un amico. A colte capita di prendere un libro a caso da uno scaffale, leggerne la quarta di copertina, trovare interessanti le parole di critica ad esso rivolte, dare una lettura veloce alle alette e decidere che quel libro potrebbe piacerci. È questo quello che è successo a me quando ho deciso di leggere Narcopolis.
Annunciato come “un classico di culto”, “un’opera che unisce il meglio di Trainspotting alla selvaggia commedia di un Goya o all’intenso struggimento di un Keats””un debutto adrenalinico”  Narcopolis si è rivelato per me come la prima grande delusione del mio anno da lettrice appena cominciato.
Nel riassunto della trama si presentano personaggi che sulla carta sembrerebbero interessanti, avvincenti, degni di nota:  il rifugiato scappato da New York dopo aver combinato una serie di guai, il pittore il cui senso di colpa cattolico produce effetti devastanti sulle sue opere, il borsaiolo, Rashid,  il proprietario della fumeria d’oppio più rinomata di Bombay, Dimple, l’eunuco che ora è una splendida donna che prepara le pipe d’oppio nel locale di Rashid e Bombay, la città dell’oppio, del sesso, della notte, delle droghe chimiche.
I presupposti per un ottimo romanzo ci sono tutti: una città ancora poco conosciuta, una serie di personaggi che potrebbero costruire un intreccio brillante in cui ognuno di loro potrebbe dirci qualcosa, una tematica, quella dell’oppio e delle droghe, che da secoli regala alla letteratura grandi capolavori.
Purtroppo la realtà di Narcopolis è tutt’altra. Il pittore è presente giusto per qualche paragrafo, il fuggitivo, Dom Ullis compare giusto all’inizio come narratore per sparire fino alle ultime pagine in cui si ripresenta per tirare le fila del discorso. Alcuni personaggi appaiono improvvisamente e improvvisamente scompaiono.
Dimple, l’unico vero personaggio del libro ad un certo punto viene abbandonata a sé stessa a morire.  Dopo l’oppio e la droga è lei il secondo fulcro della narrazione: i personaggi si muovono attorno a lei,  la fumeria è il suo regno, un regno fatto di oppressi,  di depressi, di emarginati, di criminali, di drogati.
Sarebbe stato interessante se il narratore ci avesse permesso di seguirla fino alla sua morte, se la sua fine fosse stata narrata attraverso la stessa Dimple, tramite le sue impressioni, sensazioni, ricordi ed emozioni e non venisse quasi liquidata in poche righe attraverso il racconto di Rashid.
L’unico aspetto che non è stato lasciato al caso e che anzi è stato più che approfondito è il tema della droga e degli effetti devastanti che ha sulle persone. Nel romanzo si passa dal consumo di oppio all’eroina e alle droghe chimiche. Suggestive le descrizioni del rituale dell’oppio prima e dell’eroina poi.  Gli effetti cambiano ma l’esito finale è sempre lo stesso: rovina e morte.
È un romanzo la cui lettura ho trovato piuttosto difficile, spesso ho dovuto combattere la tentazione di mollarlo prima di arrivare alla fine.  Da un’acclamazione al capolavoro come quella che presenta Narcopolis mi sarei aspettata molto di più.  Non sono qui a discutere la grandezza di Jeff Thayil come poeta e intellettuale, non ho né le competenze né la presunzione per poterlo fare, dico solo che il suo primo romanzo non è poi questo grande capolavoro come è stato descritto. Forse, in questo caso, nel presentare al pubblico quest’opera ci si è fatti trascinare dal nome dell’autore e non dal vero e proprio risultato. I capolavori e i grandi debutti, per me sono altri.