Ci sono diverse ragioni per cui la seconda opera di Pierluigi mi ha appassionato, imponendomi una lettura in tempi stretti (che da sola è già garanzia di qualità). Prima di tutto la scrittura, che è agile, rapida, procede per traguardi di lettura brevi che stimolano ad andare avanti, a non fermarsi sino alla fine. Scrittura da vero noirista, con le giuste pause d’atmosfera e riflessione ma schiva da velleità d’auteur. O uno ha qualcosa da trasmettere (le emozioni in particolare) o non ce l’ha. Qui siamo chiaramente nel primo caso. Le sensazioni emergono dai fatti, dai comportamenti ma anche dalla scelta dei termini che è scorrevole e non sciatta. Poi c’è Udine, città di cui ho ottimi ricordi e che diventa palcoscenico di un nero criminale ben inserito in una realtà verosimile e, al tempo stesso, comprensibile per ‘immagini e situazioni’ a chi non vive in quel luogo, ma in altre metropoli simili, affette dagli stessi mali. Italia come perfetto sfondo per un thriller, quindi. Fa bene ricordarlo. Poi la Storia, che cito per ultima ma solo in senso temporale. Da uno spunto di cronaca famoso, passiamo a una vicenda che Pierluigi rielabora secondo canoni suoi che, una volta tanto nel filone italico, non rimandano al solito commissario dal volto umano. Alex e Raul sono poliziotti. O forse ex poliziotti. O forse poliziotti con un cuore oscuro. A voi scoprirlo. Come a voi il piacere di trovare l’assassino ma anche di smascherare una rete di corruzioni che non risparmia nessuno. E se una vecchia volpe come il sottoscritto che di storie ne ha viste a migliaia alla fine un po’intuisce come andrà a finire, è solo perché il thriller ha dei codici precisi, rivelatori per il lettore attento. Che si compiace magari di poter dire ‘l’avevo detto io’, piuttosto che (come purtroppo accade) arrivare a fini sconclusionate e imprevedibili di altri romanzi. No, qui c’è conoscenza del genere e dei suoi meccanismi. E il piacere di narrare, una e tante storie che s’intrecciano disegnando un quadro variopinto senza che il pennello sfugga di mano con sbavature indesiderate. Grande Taipan… Da ultimo, anche se parzialmente alcuni ambienti e personaggi tornano dal precedente romanzo, la storia non è una ripetizione ma una variazione. Anche questo è un merito. Una storia di frontiera… da Borderfiction, appunto… una linea invisibile sulla quale camminano storie di tensione e autori di valore.
:: Recensione di Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2013) a cura di Stefano Di Marino
10 aprile 2013:: Un’ intervista con Barbara Cinelli direttore di Triskell a cura di Viviana Filippini
10 aprile 2013
Ciao Barbara, benvenuta a Liberi Di Scrivere, felici di ospitarti qui per di parlare della casa editrice digitale Triskell.
Ciao a tutti e grazie per questa opportunità!
Come è nato il progetto della casa editrice web Triskell Edizioni e dove avete sede?
Il progetto della Triskell è nato dopo la mia esperienza come coordinatore italiano di una casa editrice americana che pubblica esclusivamente romance. Ho iniziato collaborando con loro come traduttrice e man mano mi sono ritagliata uno spazio all’interno della casa editrice, fino a diventare coordinatrice italiana. Essendo a capo di un’associazione culturale che, al momento, era ferma e inattiva, ho pensato che partire con questo progetto fosse il modo giusto per riportarla in azione.
E poi ci piaceva l’idea dare un po’ di spazio al romance, un genere che, in linea di massima, viene un po’ sottovalutato e poco curato. La sede della Triskell è Montirone (BS). Al momento non c’è una vera e propria sede fisica, se non un piccolo ufficio dedicato. Non avendo la necessità di gestire la parte cartacea, non c’è bisogno di molto spazio.
Perché la scelta del formato ebook e non anche del cartaceo?
Per vari motivi. Primo fra tutti è che ci piace essere all’avanguardia. L’Italia, purtroppo, in questo settore, è rimasta indietro rispetto ad altri Paesi che sfruttano appieno le potenzialità degli e-book. So che molte persone sono restie ad abbandonare il libro cartaceo per paura di perdere il piacere della lettura, ma non è così, non se è la lettura la vera passione. Sì, manca l’odore delle pagine, o l’atto dello sfogliarle, ma di certo, potersene andare in giro con un lettore e-reader e 3000 libri caricati in esso, credo che possa scalfire anche le convinzioni dei tradizionalisti più incalliti.
Inoltre, c’è sicuramente un risparmio nelle spese gestionali per una piccola casa editrice che avvia un progetto così nuovo.
In quante persone lavorate attualmente?
Siamo in tre a essere impegnate quotidianamente con la Triskell, ma abbiamo anche qualche collaboratore occasionale che ci aiuta e ci dà suggerimenti su vari aspetti.
Triskell è nata da poco tempo, quanti sono gli autori che per ora hanno pubblicato con voi?
Per ora abbiamo 5 autrici pubblicate. Quattro di loro ci hanno donato un loro racconto/novella da pubblicare gratuitamente, mentre Francesca Borrione, ripubblicherà con noi il suo romanzo L’uomo che attraversò il tempo per me che è in uscita questa settimana e della quale abbiamo già pubblicato L’amore è un rito. Abbiamo poi altre tre scrittrici e uno scrittore che hanno partecipato all’iniziativa dell’antologia gratuita, che pubblicheremo prossimamente.
Vi inviano più scritti donne e uomini?
Donne, anche se gli ultimi due manoscritti che abbiamo accettato per la pubblicazione sono di due autori maschi.
Oltre alla pubblicazione di libri, quali altri servizi offre Triskell?
Offriamo a ogni autore sia la correzione delle bozze del manoscritto (controllo ortografico, punteggiatura, refusi) che un vero e proprio editing del testo. Provenendo da un’esperienza di traduzioni dall’inglese, inoltre, stiamo valutando l’opportunità di portare in Italia autori non ancora pubblicati e offrire loro quindi un servizio di traduzione del testo a scopo pubblicazione con la nostra casa editrice.
Quali sono le modalità per acquistare i vostri libri?
I libri possono essere acquistati sul sito e sulle principali piattaforme di distribuzione. Per esempio, potete trovare L’amore è un rito su Apple Store, biblet.it, bookrepublic.it, deastore.com, ebook.it, ebookizzati.com, ebooklabitalia.it, excalibooks.com, facebook.com/ultimabooks, hoepli.it, ibs.it, ie-online.it, ilgiardinodeilibri.it, Kindle Store, lafeltrinelli.it, libramente.it, libreriaebook.it, libreriarizzoli.corriere.it, libreriauniversitaria.it, librisalus.it, librouniversitario.it, mediaworld.it, Nokia Reading, omniabuk.com, ultimabooks.it, unilibro.it.
Una delle cose che mi ha stupito guardando il vostro sito (www.triskellevents.org/edizioni/) è che pubblicate solo libri che hanno il “lieto fine” e nella trama una storia d’amore. Perché questa scelta?
Come già accennato prima, credo che sia perché è un’idea un po’ controcorrente. In una realtà quotidiana piena di drammi, cronaca nera, morbosa curiosità verso fatti di sangue, precarietà in troppi ambiti e soprattutto in una realtà editoriale che premia e apprezza maggiormente una storia con finale amaro se non drammatico che non una con un lieto fine, abbiamo deciso di dare un po’ di spazio al ‘rosa’. Riflettendo, mi sono resa conto che a tutti gli effetti non c’era una casa editrice specificamente dedicata a questo genere letterario (romance M/F, M/M, F/F). Subito dopo, però, mi sono detta che non avrei mai voluto leggere romance non a lieto fine. Inoltre, credo che il lieto fine sia un po’ ‘caduto in disgrazia’, così ho deciso di fare di queste idee dei punti fermi nella creazione della casa editrice.
Quante sono le collane della vostra editrice?
Al momento abbiamo Rainbow (Arcobaleno), che è la nostra collana dedicata ai romanzi M/M e F/F, Sepia(Seppia), dedicata ai romanzi storici. Pink (Rosa), è la nostra collana di romance ‘puro’, Fantasy, dedicata appunto al genere fantasy, Mistery, dedicata ai romanzi gialli, Young Adult, dedicata alle storie che parlano ai giovani adulti, ai ragazzi che si innamorano proprio come gli adulti. Prossimamente prevediamo di inserire anche una collana noir.
A che tipo di pubblico si rivolgono i vostri ebook?
A tutti i tipi di pubblico. Per ogni pubblicazione specifichiamo se il libro è per tutti o per adulti. Essendo romance, non disdegniamo l’erotismo, quindi indichiamo assolutamente il rating per i lettori.
Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma che significato ha Triskell, il nome scelto per l’editrice?
Triskell ha tanti significati. Innanzitutto, è legato a me, in quanto ‘mancata’ irlandese. Seriamente, prima o poi espatrierò, lo so. E poi il Triskell rappresenta molte cose: le 3 fasi solari (alba, mezzogiorno, tramonto), le 3 età dell’uomo (infanzia, maturità, vecchiaia), i 3 aspetti del tempo (passato, presente, futuro), i 3 elementi dell’uomo (spirito, anima, corpo). E di certo la lettura, a mio avviso, può essere la compagna ideale di ogni fase, in ogni aspetto. Inoltre noi siamo in tre, quindi direi che richiama anche la nostra organizzazione.
Barbara tu sei il direttore della Triskell, cosa ti piace leggere?
Sono cresciuta a pane e Stephen King. Lo so, non ha niente a che vedere con il romance, ma i miei gusti in fatto di letture sono un po’ particolari. Jeffrey Deaver, Ken Follett, Isabel Allende, William Shakespeare, Giorgio Faletti. Amo i libri storici (sia romanzi che non) e ho una particolare predilezione per il romance M/M.
Quale è il libro che ti ha più colpito e che secondo te tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita?
Sono troppi, davvero. Posso citare i miei preferiti: L’ombra dello Scorpione di Stephen King, Lo scheletro che balla di Jeffrey Deaver, Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, La casa degli spiriti della Allende, Amleto, Il diario di Anna Frank, L’amico ritrovato di Fred Uhlman e tanti altri.
Un ultima domanda, prima di lasciarci. Hai mai pensato di scrivere qualcosa di tuo?
Sì, in effetti io scrivo, ma sotto pseudonimo, per il momento. Con il mio nome ho pubblicato un breve racconto tempo fa per la raccolta 365 storie cattive. Potrei tornare a farlo a breve.
:: Segnalazione di La tana dell’odio di Giovanni D’Alessandro (San Paolo Edizioni, 2013)
9 aprile 2013
Quanto le guerre e gli odi nazionalistici possono creare una profonda tana d’odio nel cuore delle persone? Quanto possono cambiare, anche a distanza di anni, i progetti e le esistenze di chi ne è stato vittima? Giuseppe Vergnani, che un tempo si chiamava Jusuf Samirovic, è un giovane medico adottato da una coppia italiana, dopo essere sopravvissuto alle atrocità delle guerre che portarono alla divisione nella ex Iugoslavia. La sua crescita e la consapevolezza umana, di persona profondamente ferita, passano attraverso la riscoperta delle proprie radici, divenuta, a un certo punto della sua vita, necessaria. Per ritrovare pienamente se stesso, Peppe torna sui luoghi in cui ha visto, bambino, i genitori massacrati da un odio assurdo quanto violento. La riscoperta di sé e il bisogno di fare verità sugli assassini, lo trascinerà dentro un vortice di passioni in cui amore, odio, tenerezza e vendetta si daranno appuntamento in un unico e fatale luogo. Un romanzo forte, etico, dalle cupe tinte shakespeariane e con un finale che è un inno alla speranza e alla memoria. “L’odio dorme in una tana di neve. Temi ogni giorno che si leva il sole”.
Giovanni D’Alessandro è nato a Ravenna nel 1955. Laureato in legge, vive e lavora a Pescara. Il suo esordio nella narrativa è del 1996, con il romanzo Se un Dio pietoso (Donzelli), finalista al Viareggio ’97, vincitore dei premi Penne-Mosca e Maria Cristina ’98. Nel 2004 ha pubblicato I fuochi dei kelt (Mondadori), Premio Scanno 2005 e in seguito La puttana del tedesco (Rizzoli). È autore di saggi e racconti e collabora con il quotidiano abruzzese «il Centro».
:: Recensione di I soldi di Hitler, Radka Denemarková , Keller editore 2012 a cura di Viviana Filippini
9 aprile 2013
Dalla prima all’ultima pagina si ha la sensazione che i temi fondamentali de I soldi di Hitler, pubblicato da Keller siano il senso di colpa, il castigo e il difficile cammino di concessione del perdono. Questi elementi si tramandano dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al presente recente, ad indicare che gli uomini nonostante siano muniti di razionalità rischiano di compiere nel corso della storia sempre gli stessi errori. Siamo nel 1945 in Cecoslovacchia e Gita è una sopravvissuta. Gita è una ragazzina uscita indenne dall’internamento nei campi di sterminio (questa volta però sono quelli russi e non nazisti). Gita torna a casa, a Pucklice, e la trova occupata da un famiglia che non è la sua, anzi da subito l’incolumità della giovane viene messa a repentaglio, perché lei è figlia di sospettati collaborazionisti tedeschi e per tale ragione non ha diritto a nulla e deve essere punita. Una doppia pena per lei ebrea cecoslovacca di lingua tedesca. Sessant’anni dopo Gita è ancora viva, è una donna adulta segnata dai dolori della vita che torna nel paese di origine per cercare di mettere ordine nella sua vita passata. Una volta giunta Pucklice, Gita Lauschmann incontrerà alcuni dei suoi aguzzini (la Donna che la maltrattava, ma che la aiutò a fuggire) e i loro discendenti (Nataša e Denis), scoprendo nuove agghiaccianti verità sul suo passato familiare. Tra i tanti personaggi che sfileranno al fianco di Gita nel presente, un ruolo importante sarà quello di Denis, con il quale si creerà un legame di profonda amicizia e rispetto. Un rapporto che spingerà la protagonista de I soldi di Hitler a mettere per iscritto in un diario tutto il proprio tragico vissuto. Le pagine del libro di Radka Denemarková raccontano sì la storia di una donna, delle violenze psicologiche e fisiche subìte che l’hanno tormentata per tutta la sua esistenza, ma allo steso tempo il romanzo della scrittrice ceca è un’attenta riflessione sul male perpetrato cinicamente nei confronti degli altri colpevoli o no che siano. L’autrice con un linguaggio scorrevole, dove ogni singola parola è carica di significato importante, porta il lettore a riflettere sulle gravi conseguenze derivanti da un travisamento della realtà e ci fa notare quanto gli effetti delle azioni compiute in passato si riflettano sul presente. Tra le pagine dei I soldi di Hitler quel poco amore che c’è (il sentimento di Gita per i due fratelli, quello per il figlio e per il primo marito) è sottomesso e straziato dalle tremende violenze che Gita ha incassato nel suo io e nel suo corpo, esperienze che l’anno portata ad avere ossessioni e paure tali, da impedirle di trovare la pace anche attraverso nuove gioie. Ed ecco l’onnipresente senso di colpa che tormenta Gita per quello che è accaduto alle persone che ha amato nella sua vita, unito al senso di colpa di chi l’ha aiutata. Poi c’è il castigo dato per non essere riusciti a compiere il proprio dovere tenendo lontano il male dai propri amati. Accanto ad esso si innesta la ricerca e il bisogno del perdono per riabilitarsi e affrontare il futuro con nuove consapevolezze. La Denermarková ci racconta una storia umana di dolore e tentativo di rinascita, ma allo stesso tempo la lucidità con la quale descrive il male insensato perpetrato verso deboli ed innocenti, portano chi leggere a riflettere sul senso delle azioni compiute e delle parole pronunciate dall’uomo nella storia e nella quotidianità, per farci capire che spesso «Non veniamo a sapere l’essenziale della vita delle persone. Non perché la storia finisce, ma perché finisce la riserva delle parole utilizzabili. Già, certo, perché si può commettere molto male con le parole. Non c’è niente che possa difenderci da esse». Traduzione dal ceco Angela Zavettieri.
Radka Denemarková è nata nel 1968, ha conseguito il dottorato in germanistica e boemistica nel 1997 presso l’Università Karlova di Praga. Ha lavorato per l’Istituto di letteratura ceca dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, come lettrice e drammaturga presso il teatro Na zábradlí. Dal 2004 si dedica esclusivamente alla scrittura. Ha pubblicato la monografia di Evald Schorm Sám sobě neprítelem (1998), e curato la raccolta Zlatá šedesátá (2000). Nel 2005 è uscita la sua prima opera in prosa, A já porád kdo to tluce. Il suo secondo romanzo I soldi di Hitler (2006) ha ottenuto il premio ceco «Magnesia Litera» nel 2007 per la prosa, i premi letterari tedeschi «Usedomska»nel 2011 e «Georga Dehia» nel 2012 ed è stato nominato al premio polacco «Angelus» nel 2009. Fra il 2010 e il 2012 è stato adattato e rappresentato al teatro Švandovo. Nel 2009 Radka Denemarková ha ricevuto ancora il premio «Magnesia Litera», questa volta per la pubblicistica, con la monografia romanzata Smrt, nebudeš se báti aneb Príběh Petra Lebla.Nel 2011 ha ricevuto il premio «Magnesia Litera» per la traduzione in ceco di L’altalena del respiro di Herta Müller. Del 2011 è il suo ultimo romanzo Kobold (Prebytky něhy. Prebytky lidí).
:: Recensione di Barbablù di Amélie Nothomb (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto
9 aprile 2013
Saturnine è una giovane ragazza belga che insegna all’ École du Louvre. Vive sul divano-letto di una sua amica d’infanzia in un monolocale ben lontano dal centro.
Un giorno trova un annuncio su un giornale: “Cercasi coinquilina per una stanza di 40 metri quadri con bagno, accesso libero a una grande cucina attrezzata per un affitto di 500 €”.
Saturnine pensa ci sia un errore, ma la curiosità ha la meglio e si presenta al colloquio di selezione. Con suo grande stupore si accorge che oltre a lei sono presenti solo altre donne. Nessun uomo.
Saturnine scopre così che molte di loro sono lì solo per curiosità: si dice che il proprietario della grande casa abbia avuto in passato altre otto coinquiline, tutte misteriosamente sparite. Il mistero attorno al proprietario e alla scomparsa delle otto donne sono i motivi della presenza di così tante donne al colloquio. Solo Saturnine, che nulla sapeva, è lì perché vuole davvero quella stanza. E proprio Saturnine sarà la prescelta.
Saturnine incontra così il Grande di Spagna Don Elmirio Nibal Y Milcar, l’eccentrico proprietario della grande casa. Elmirio ha quarantaquattro anni e da ormai vent’anni non esce da quella casa. Passa la sua esistenza tra quelle mura cucinando, cucendo magnifici abiti per la coinquilina del momento, leggendo gli atti processuali del tribunale della Santa Inquisizione, e comprando indulgenze da un prete amico di famiglia.
Secondo il contratto d’affitto Saturnine ha la libertà di fare qualsiasi cosa e entrare in qualsiasi stanza della casa ad eccezione della camera oscura di Don Elmirio: “Non è chiusa a chiave, è una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe.”
Saturnine intuisce immediatamente che la camera oscura è il motivo della scomparsa delle precedenti otto donne e comincia a interrogarsi sulle parole pronunciate da Elmirio. Che il suo proprietario le abbia assassinate? Perché? Cosa nasconde nella camera oscura? E perché in casa non c’è nessuna foto nonostante Don Elmirio si professi fotografo?
Saturnine lascia da parte ogni dubbio: è intenzionata a vivere in quella casa e se non deve entrare in quella stanza allora non ci entrerà!
Comincia così un rapporto intenso e burrascoso tra Saturnine e Don Elmirio. I due imparano a conoscersi, a influenzarsi e persino ad amarsi in un loro modo tutto particolare, fino all’inaspettato epilogo finale.
Barbablù è un breve romanzo sulla tentazione. La tentazione di profanare un segreto, la tentazione di amare un uomo che potrebbe essere pericolsoso, la tentazione di diventare la sua nona vittima. La tentazione di essere l’unica donna a resistere. Ma è anche un romanzo d’amore. Di un amore impalpabile, di un amore fatto di parole, gesti e soprattutto di colori. E il finale della storia non è per nulla scontato.
In Barbablù sono presenti tutti gli elementi caratteristici dei romanzi di Amélie Nothomb: la brevità, l’incisività dei personaggi, l’essenzialità, le citazioni letterarie, una vicenda surreale attraverso la quale analizzare uno dei numerosi tratti di noi umani.
Seppur in poche pagine, Amèlie Nothomb riesce ancora una volta ad indagare a fondo l’animo umano regalandoci anche questa volta dei personaggi degni dei protagonisti dei grandi classici. La Nothomb è l’esempio di come un libro non debba avere per forza mille pagine per approfondire un particolare tema ed essere incisivo: poche decine di pagine sono sufficienti, se si ha il talento e il dono dell’essenzialità che ha lei. Una volta scoperto il mondo di Amèlie, non se ne può più fare a meno! Traduzione di Monica Capuani.
:: Recensione di La notte non dimentica, Pamela Hartshorne, Nord 2013 a cura di Viviana Filippini
5 aprile 2013
Il proverbio dice “una mela al giorno toglie il medico di torno”, ma credo che per Grace Trewe protagonista di La notte non dimentica, le mele siano l’ultimo frutto da prendere in considerazione per tenere alla larga i guai che la tormentano. Grace è appena approdata a York per occuparsi della casa lasciatele in eredità da Lucy morta tragicamente. Nel momento in cui la protagonista metterà piede nell’appartamento cominceranno a manifestarsi eventi strani che destabilizzeranno della sua già problematica esistenza. Grace comincerà a sentire delle voci, il suo olfatto percepirà un costante odore di mele marce e lo stesso frutto mezzo putrido le comparirà davanti agli occhi lasciandole un perenne senso di nausea e malessere ai quali non riesce a dare spiegazioni. Fossero solo queste le sue preoccupazioni Grace non avrebbe nulla da temere, ma il tutto peggiora quando oltre alle voci che chiamano di continuo una certa Bess, lei comincerà a fare strani sogni nei quali si troverà a vivere nei panni di una certa Hawise, nella città di York nel 1577. Il romanzo della Hartshorne ha un ritmo ben costruito e gioca sul labile confine tra passato e presente, dove la vita di Grace e quella di Hawise si compenetrano sino a diventare una sola. Grace rivive sulla propria pelle e nel proprio animo la drammatica vicenda esistenziale e le emozioni vissute da Hawise nella York elisabettiana. Le due donne sono lontane sì nel tempo, ma in comune hanno un profondo dolore causato dalla convinzione di non essere riuscite a salvare delle vite innocenti. Un senso di colpa che attraversa i secoli e che tormenta in modo ossessivo entrambe. Grace- Hawise o Hawise-Grace sono l’esempio del coraggio e della forza di volontà che si nasconde nell’animo femminile, quell’energia che le spingerà ad affrontare un destino avverso e pieno di insidie e che metterà a repentaglio la vita di entrambe e di coloro che le due donne amano. Allo stesso tempo la Hartshorne sviluppa, giocando sempre sul parallelismo tra presente e passato, una serie di tematiche che affondano le loro radici sul conflitto generazionale tra genitori e figli incarnato nel romanzo dallo scontro tra il razionale studioso di storia Drew e la figlia ribelle Sophie. E che dire della fine riflessione sul tema della manipolazione mentale attuata nei confronti di persone sensibili, in particolare questo emerge nel tempo presente dal viscerale interesse di Sophie per la setta guidata dallo pseudosantone Ash, un ex studente di Drew, che riesce a condizionare in maniera incisiva l’agire dell’adolescente mettendone a repentaglio la vita. Nel passato lo stesso tema è affrontato nel momento in cui le donne che attorniano Hawise – compresa la sorella Agnes – istigate dal malefico Francis, si convinceranno che la donna è l’incarnazione del maligno, dimostrando in questa maniera la loro completa ottusità mentale e incapacità di giudicare in libertà le persone. La simmetria tra l’oggi e lo ieri è molto forte anche tra i vari personaggi, perché è facile mettere in relazione gli attori della vicenda del presente con quelli che sono esistiti nella York del Cinquecento. La notte non dimentica è un romanzo avvincente e ricco di suspense, dove il coinvolgimento del lettore nella trama narrativa è così efficace che ad un certo punto non si riuscirà più a distinguere i sottili passaggi temporali tra il presente e il passato e allo stesso tempo la storia simbiotica tra Grace e Hawise evidenzia che imparando ad evitare gli errori del passato è possibile migliorare il presente. Traduzione di Paolo Falcone.
Pamela Hartshorne oggi vive a York, ma prima di approdare qui l’autrice ha viaggiato in tutto il mondo facendo i lavori più disparati: l’interprete in Camerun, l’insegnante d’inglese a Giacarta, e anche la cuoca in una fattoria australiana. Si è avvicinata la mondo della narrativa collaborando saltuariamente con l’«Observer», per pagarsi il Dottorato in Storia. Un passione quella per l scrittura che continua nel tempo come l’amore per la storia. La notte non dimentica è il suo primo pubblicato in Italia.
:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
4 aprile 2013
L’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.
:: Recensione di Regina Nera di Matteo Strukul (EO, 2013)
3 aprile 2013
L’Alto Adige è uno stato dell’anima, ancor prima che un luogo.
Ma dietro questa calma apparente si nasconde un mondo duro e crudele. Fatto di lavoroche spezza la schiena, di tradizioni da preservare, ma anche dei fiumi di alcol che scorrono dentro i Gasthof la sera, di razzismo pronto ad esplodere, di masse di denaro che fluiscono nelle tasche dei residenti grazie agli affitti estivi e ai proventi della stagione invernale. La Provincia a statuto speciele foraggia gli altoatesini, incentiva gli albergatori e prospera grazie al turismo.
Guardare e non toccare.
Ma c’è anche una realtà per molti aspetti legata al passato, fatta di segherie e di distillati che bruciano la gola, di caccia al capriolo e raccolta di funghi. C’è ancora una vita governata da ritmi primitivi e sacri, i ritmi della natura. Sono sacche che resitono, nonostante la cortina di denaro che fodera tutto: l’Alto Adige ha ancora un cuore, perso da qualche parte.
Dopo due anni da La ballata di Mila, che aveva inaugurato nel 2011 la collana Sabot/age di EO, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, torna, sempre per la stessa collana, il personaggio creato da Matteo Strukul, Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, in un sequal dal titolo significativo Regina Nera – La giustizia di Mila e sembra ormai che questa fortunata trilogia sia destinata a varcare i confini nazionali e trovare fortuna dagli USA all’Australia passando per il Sudafrica, notizia che penso debba far felice non solo l’autore ma l’intero mondo editoriale nostrano, data la difficoltà congenita di farci conoscere all’estero, ancora di più in un genere come il pulp noir in cui i precursori e maestri incontrastati parlano inglese. Per chi ha già letto La ballata di Mila forse le ragioni di questo successo sono più comprensibili, ma analizziamole assieme, prima di parlare del secondo episodio della trilogia da me appena letto. Matteo Strukul influenzato da tutto un magma di letteratura, cinema, fumetto pulp ha creato innanzitutto un’ eroina decisamente non convenzionale, simile a tante eroine ormai classiche, da Lara Croft, a Nikita, da O-Ren Ishii a Sema Gokalp dell’Impero dei lupi di Grangè, ma identica a nessuna: Mila Zago ha infatti una sua propria identità definita e una sua iconica rappresentazione molto peculiare, già i suoi lunghi dreadlocks rossi di per sé servono allo scopo, che la caratterizzano rendendola umana e nello stesso tempo invincibile. L’aspetto onirico non è da sottovalutare e lo scardinamento della realtà e della logica – ricordiamoci che è sempre una ragazzina che armata di katana taglia teste e scorrazza per il Veneto o prende a pugni tizi nerboruti che dovrebbero a rigor di logica farne strazio – si accompagna ad un tentativo di sublimazione e di riscatto. Non dimentichiamoci che è un uomo che parla, un uomo che osserva le donne, si immedesima, fa sue le battaglie di emancipazione e liberazione che loro vivono. Soprattutto in questo secondo episodio la forza femminista è predominante. Una donna Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana, leader di un immaginario partito delle Donne, rimane vittima di un attentato, un uomo le spara riducendola in fin di vita e le rapisce la figlia Giulia. Cosa lega Laura Giozzet ad una donna ritrovata cadavere nella neve, brutalmente torturata e privata degli occhi? Mila Zago, incaricata dal BHEG di trovare la figlia scomparsa di Franz Rainer, lo scoprirà presto e la sua missione di giustizia la porterà a far chiarezza in tutta questa intricata faccenda e anche in se stessa. Tra politici corrotti, bande di bikers, musicisti heavy metal, fanatici di vecchi culti germanici, e tutta una fauna umana variegata e colorita, Mila Zago in compagnia della sua katana emerge come una vendicatrice coraggiosa e spietata, ma capace di gesti e sentimenti di grande umanità. La violenza iperrealistica delle scene di combattimento (scene curate da ogni angolatura, come se fossero fotogrammi di un film al rallentatore) sprigiona una carica vitale che infonde all’intera narrazione un ritmo anfetaminico e dilatato, come se di colpo la protagonista fosse catapultata in un caleidoscopio di suoni e colori dal quale esce trasfigurata. Sebbene il realismo spesso è posto in secondo piano, la componente di critica sociale che accomuna per esempio l’autore con Carlotto, e non mi stupisco che abbia scelto questo libro per la sua collana, è molto marcata e da spessore e profondità all’ intera vicenda non facendola debordare in una fracassona e rumorosa saga da Luna Park. Mila Zago è un personaggio con una sua profondità: ha sentimenti e ricordi, ha un passato doloroso che getta crepe nella sua corazza di eroina invincibile, è sexy e affascinante, coraggiosa e generosa, sa essere spietata e dura ma solo per un suo senso personale di giustizia che la connota come un’eroina positiva, non ostante tutto. Strukul sta affinando lo stile, e per esempio quando parla di musica emerge il suo passato di critico musicale con piacevoli descrizioni che si capisce sono fatte da un intenditore ed un appassionato. La scrittura è diretta, veloce, frasi brevi, accelerazioni improvvise e vertiginose ricadute. Consigliato.
:: Segnalazione di Un uomo da marciapiede di James Leo Herlihy (Beat, 2013)
2 aprile 2013
James Leo Herlihy
Un uomo da marciapiede
Traduzione di Andreina Lombardi Bom
Una potentissima storia di solitudine esistenziale e perdita dell’innocenza nell’America degli anni Sessanta.
«Un romanzo che si muove con il fascino irresistibile di un serpente a sonagli».
Sunday Times
«James Leo Herlihy scrive con un’ironia tagliente che Steinbeck ormai ha perso, con autentica indignazione verso le umiliazioni dello spirito umano».
Nelson Algren
«Una storia agghiacciante, raccontata con grandissima maestria».
The Saturday Review
«La prosa è sia durissima che piena di fantasia. I dialoghi sono impeccabili».
The New York Review of Books
Quando nel 1969 John Schlesinger portò sul grande schermo la storia del giovane texano Joe Buck, aspirante cowboy che si trasferisce nella grande metropoli sperando di fare fortuna come gigolò, e del suo compagno, il vagabondo Rizzo che vive di espedienti, le interpretazioni indimenticabili di Jon Voight e Dustin Hoffman confermarono la straordinaria potenza del romanzo, uscito quattro anni prima, che aveva ispirato il film. Lo strepitoso successo della pellicola (vincitrice di tre premi Oscar, come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale – caso unico nella storia del cinema, per un un’opera vietata ai minori di 18 anni) ha trasformato il romanzo in un vero e proprio libro di culto.
Le disavventure rocambolesche e drammatiche dei due protagonisti si susseguono nella New York degli anni Sessanta fra alberghi squallidi e appartamenti lussuosi, ragazzi di vita e signore viziose, predicatori strampalati e pseudo artisti pop, ma soprattutto una galleria di personaggi lacerati più o meno consapevolmente da una solitudine feroce.
La rappresentazione arguta e compassionevole di un mondo popolato di outsider si affianca a una penetrante e poetica comprensione del «grottesco umano», per la quale Herlihy è stato accostato ad autori come Sherwood Anderson, Nathanael West e J.D. Salinger.
James Leo Herlihy (1927-1993) è stato scrittore, drammaturgo, attore e regista. Oltre a Un uomo da marciapiede (1965) ha scritto altri due romanzi ( E il vento disperse la nebbia, 1960, e Season of the Witch, 1971) e due raccolte di racconti.
:: Segnalazione di Ogni cosa a suo tempo di Michail Gorbacëv (Marsilio, 2013)
2 aprile 2013
Michail Gorbacëv
Ogni cosa a suo tempo
Storia della mia vita
I Nodi
Marsilio
traduzione e cura di Nadia Cigognini
traduzione e cura di Francesca Gori
All’indomani della morte della moglie, l’amata Raisa, Michail Gorbacev decide di scrivere un libro. Non sarà un libro di memorie, né un romanzo e neppure una cronaca storica. Nelle parole dell’autore: «è il racconto della nostra vita».
Nasce cosi questa autobiografia, che dall’infanzia nel cuore del Caucaso lo vede giungere ai vertici della politica mondiale, fino alle dimissioni nel 1991 e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Sull’onda dei ricordi, Gorbacëv ripercorre con onestà e schiettezza la propria vita. Insieme alle vicende private – prima tra tutte l’amore per Raisa, che va oltre la vita – vi si ritrovano gli avvenimenti, i protagonisti e le svolte epocali che ne hanno segnato la carriera, a cui si accompagnano insoliten riflessioni sulla politica e il ruolo del destino, rivelando tutte le difficolta e gli errori di un uomo alla prova della storia.
Alla fine di questo percorso non si puo non concordare sul giudizio che del libro dà lo stesso Gorbacëv: «ho l’impressione di essere riuscito a raccontare in modo esauriente la storia della mia vita. In un certo senso è una sorta di risposta alla domanda su come abbiano potuto prodursi certe situazioni; le quali, alla fine, sono risultate determinanti per il mio destino politico».
Michail Gorbacëv (2 marzo 1931) è stato l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) dal 1985 al 1991, animatore dei processi di riforma legati alla perestrojka. La sua politica e stata decisiva per porre fine alla guerra fredda. Nel 1990 è stato insignito del premio Nobel per la pace. È stato sposato con Raisa Maksimovna Gorbacëva, scomparsa nel 1999.
:: Recensione di Niente è come sembra di Tommaso Carbone (Rusconi Libri, 2012)
1 aprile 2013
Ispirato ad un fatto di cronaca, la morte di Luca e Marirosa, avvenuta più di vent’ani fa a Policoro in provincia di Matera, Niente è come sembra, nuovo romanzo di Tommaso Carbone, pubblicato da Rusconi Libri nella collana “Gialli Rusconi” diretta dallo scrittore viareggino Divier Nelli, è un giallo con venature noir e un buono sfondo sociale, ben costruito e originale per ambientazione e stile. La Basilicata è decisamente uno scenario insolito per un giallo, e a dire la verità lo è anche per un romanzo di per sé, ed è perciò piacevole scoprire i suoi angoli più remoti, i piatti tipici, i vini, il tutto caratterizzato da un gusto un po’ vintage che fa rivivere la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con spruzzate realistiche di vita quotidiana che vanno dalle marche di sigarette, ai programmi televisivi, alle automobili, con una gran cura per i dettagli. Lo stile è semplice, diretto, caratterizzato da dialoghi essenziali e quasi prevalenti sulla parte descrittiva, molto scerbanenchiano e come non pensare a Duca Lamberti, molto simile al suo protagonista. Niente è come sembra è una storia di coperture e depistaggi, una storia in cui la verità sembra una vittima altrettanto inerme quanto i due ragazzi uccisi, Miriam e Francesco, ritrovati morti in bagno una notte del 1989. Frettolosamente classificata come un incidente domestico, la loro morte sembra nascondere qualcosa di oscuro e minaccioso e dubbi e interrogativi si insinuano nella mente specialmente della madre di Francesco. Ma soprattutto perché non è stata effettuata l’autopsia sui due corpi, perché la deposizione di una testimone che aveva visto tre uomini davanti alla loro casa all’ora presunta della loro morte non è stata presa in debita considerazione, perché i giornalisti che non accettavano la verità precostituita e nei loro articoli azzardavano dubbi o evidenziavano incongruenze subivano minacce e ritorsioni? Troppe perizie lacunose e contraddittorie, troppa fretta, troppa improvvisazione per essere dettata da semplice incapacità umana e non invece da una reale volontà di intralciare la giustizia. Sei anni dopo la loro morte, la madre di Francesco decide di rivolgersi ad un investigatore privato e così entra in scena il protagonista: Max Ferretti, ex poliziotto, con un passato doloroso alle spalle, e una situazione difficile anche nel presente. In crisi con la moglie, con un rapporto conflittuale con il figlio adolescente, in difficoltà finanziarie, pensa di chiudere la sua agenzia investigativa ma quel caso lo incuriosisce e sebbene da principio non sa se accettarlo o meno, non ostante gli servano i soldi, poi ne viene assorbito e la scoperta della verità diventa per lui quasi una ragione di riscatto, una necessità. Aiutato da Gaia la sua giovane assistente, si getta a capofitto in un’ indagine difficile e pericolosa in cui ben presto si accorge che gli interessi in gioco coinvolgono gente potente e spietata, gente che può manovrare e corrompere, indurre all’omertà e minacciare, pronta a tutto pur di restare pulita davanti alla legge. Quale è il segreto che Miriam custodiva e del quale per vergogna o paura non riuscì a parlarne neanche alla sua migliore amica, segreto di cui Miriam fa cenno in una lettera al fidanzato Francesco? E il passato della ragazza caratterizzato da droga e storie di sesso con persone equivoche come l’egoista figlio di papà Rino Pelliti, o l’avvocato Pascale, può essere il terreno in cui scavare per disseppellire la verità? Poi qualcuno che non ha più niente da perdere, per vendetta, rompe il muro di omertà e racconta a Ferretti la sua verità. Credergli o no? Amaro il finale.
:: Recensione di I quaderni di Lanzarote, Josè Saramago, Einaudi 2010 a cura di Viviana Filippini
1 aprile 2013
Quando Saramago scrisse questi quaderni non sapeva che di lì a poco tempo (per la precisione nel 1998) gli avrebbero consegnato il Premio Nobel per la letteratura, ma dentro a questi scritti c’è la sua vita a Lanzarote e tutta la sua anima di uomo e scrittore. Gli anni di stesura dei Quaderni vanno dal 1993 al 1997, periodo durante il quale Saramago si trasferì in un sorta di vero e proprio autoesilio sull’isola di Lanzarote a causa dello scandalo suscitato dal suo libro Vangelo secondo Gesù Cristo. Queste lettere – e qui il curatore Paolo Collo ne ha scelte solo alcune tra le migliaia che Saramago scrisse in 4 anni di permanenza sull’isola- sono un vero e proprio diario quotidiano che permette al lettore di conoscere Saramago non solo come letterato, ma come uomo privato. Le lettere sono divise in diari corrispondenti agli anni di permanenza sull’isola e sono dedicati sempre a qualcuno: alla moglie Pilar, agli amici più cari e agli scrittori che Saramago incontrò nel suo cammino di vita. Ed ecco che leggendo questi quaderni intimi, incontriamo un Josè Saramago quotidiano alle prese con la tinteggiatura artigianale delle fughe del pavimento dipinte con un’infusione di te. Un piccolo gesto quotidiano che a tratti potrebbe sembrare anche banale, ma che al suo termine lascerà nell’animo dello scrittore un profondo senso di pace e tranquillità. Da non scordare la passione dell’autore per gli amici a quattro zampe, un affetto così grande che molti cani senza padrone videro in Saramago la persona ideale alla quale affidarsi per sopravvivere. L’autore animato da un profondo bene per gli animali non fece altro che accogliere a braccia aperte i tanti trovatelli che si avvicinavano alla sua casa. Esemplare anche il rapporto e la presenza di Pilar,non una semplice compagna di vita (diventerà sua moglie nel 1998), ma un’ amica e una fidata confidente nella quale lo scrittore trovava conforto e sostegno. I diari sono una fucina di elementi dove si trova di tutto di Saramago, perché è lo scrittore stesso che racconta in parole il suo vivere. Ci sono riflessioni sui propri libri, sul loro processo di scrittura e sulla ricerca delle informazioni e del materiale necessario alla loro stesura. Allo stesso tempo sono presenti i tanti aneddoti e piccoli eventi della vita di ogni giorno che hanno infuso nell’autore la vocazione per la scrittura, a dimostrazione del fatto che l’ispirazione a volte arriva non solo quando meno te lo aspetti, ma può essere fomentata dalla cosa più semplice. Saramago racconta davvero tutto sé stesso, mettendo in queste lettere gli incontri con altri scrittori, le interviste con colleghi e giornalisti e i tanti viaggi da lui svolti per la presentazione dei suoi libri e le tante conferenze tenute in giro per il globo. Dalla Spagna, all’Inghilterra, facendo tappa in Cina e in Italia, Saramago ha incontrato persone e incamerato tante emozioni che hanno influenzato la sua persona e il suo lavoro di scrittura. Una della altre cose che è emerge dai Quaderni e che evidenzia quanto sia sottile il confine tra diverse forme di arte, è il parallelismo attuato tra i suoi scritti e le opere pittori da lui osservate durante le diverse escursioni fuori da Lanzarote. A fare da cornice a questi Quaderni c’è lei, l’isola di Lanzarote con il suo paesaggio, la sua natura, la sua brezza e con quei colori che rendono e rispecchiano il senso di pace e tranquillità del vivere trovato da Saramago in questa terra. Traduzione Rita Desti. A cura di Paolo Collo.
José de Sousa Saramago è stato uno scrittore, un critico letterario, un poeta, un drammaturgo e giornalista portoghese, premiato con il Nobel per la letteratura nel 1998. Dopo anni passati a lavorare come giornalista e critico. Il successo in ambito narrativo arrivò nel 1982 con Memoriale del convento e negli anni a seguire Saramago scrisse molti altri libri di successo tra i quali: Caino, L’anno della morte di Ricardo Reis, Una terra chiamata Alentejo, Storie dell’assedio di Lisbona, Saggio sulla lucidità, Lucernari e Il vangelo secondo Gesù Cristo editi da Einaudi e Feltrinelli. Saramago morto il 18 giugno 2010, ricevette il premio Nobel alla letteratura nel 1998.

























