La memoria è fondamentale. L’atto del ricordare gli eventi del tempo trascorso è un’importante azione per non dimenticare chi ha vissuto, lottato e agito. La memoria e il tramandarla ai posteri è l’essenza de Il libro dei sussurri di Varujan Vosganian, una vera e propria perla letteraria del catalogo dell’editore indipendente Keller di Rovereto. Vosganian è uno scrittore dalle attività molteplici e oltre a quella di politico, economista e docente universitario è anche autore di vari libri. Il libro dei sussurri è un romanzo intimo che restituisce al lettore la vita degli armeni nella Romania negli anni ’50, ma allo stesso tempo ci conduce in un salto temporale a ritroso nel tempo, grazie ai ricordi d’ infanzia trasmessi all’autore dal nonno Garabet attraverso i tanti racconti di vita sussurrati. Il lavoro di Vosganian è una storia ricca di fatti e persone all’interno del quale si mescolano l’esistenza di un io singolo e della sua famiglia e quella di un popolo – gli armeni – vittime di una diaspora e del tremendo genocidio che li travolse nel 1915. La storia nasce nelle viuzze della piccola città rumena di Foçsani quando lo sguardo innocente di un bambino – Varujan Vosganian – osserva il mondo attorno a sé respirandone gli aromi, guardandone i colori, ascoltandone i suoni e le parole delle tante persone che frequentavano la sua casa. Senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella narrazione sussurrata oltre a quello dell’autore – il cui sguardo si evolve e cresce con lo svilupparsi temporale degli anni narrati – è quello di nonno Garabet e degli anziani che con lui parlano del mondo di ieri e di oggi (nel quale i protagonisti vissero), nascosti dentro ad una cripta per potersi scambiare liberamente le proprie opinioni e giudizi sulla società dove abitavano e sul mondo a loro contemporaneo. Pareri detti sottovoce, lontano da occhi indiscreti per il timore delle conseguenze derivanti da essi. Il libro dei sussurri è la storia di una famiglia e allo stesso tempo quella di un popolo- gli armeni- alla ricerca dell’autonomia e della libertà. Una popolazione purtroppo finita vittima di raggiri e intrighi sociali, economici e politici derivanti da alleanze che promettevano la libertà, ma che poi non la concessero mai (vedi per esempio le conseguenze dei legami con i regime bolscevico prima e nazista poi). Le voci, le storie, i personaggi dei quali Vosganian ci narra sono un vero e proprio viaggio nella Storia e nelle umili e quotidiane esistenze vissute dei tanti uomini che oltre a fare la grande storia la subirono. Nel corposo volume dell’autore di origine armena si alternano donne, contadini, commercianti, militari, generali, tutti uniti nella ricerca fervente della libertà e dell’adeguato vivere. Il libro dei sussurri è un romanzo corale e sussurrato a noi con delicatezza da Vosganian, nel quale il passato rivive con la sua umanità eroica e sconfitta (il capitolo VIII fa un elenco tragico di alcune delle vittime del brutale genocidio armeno) facendo compiere al lettore un viaggio nella sfera spirituale e pubblica di una famiglia e di un popolo che hanno vissuto, agito e sofferto in nome della libertà e della desiderata indipendendenza. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia.
Varujan Vosganian è nato nel 1958 a Craiova da una famiglia di origine armena emigrata in Romania dall’antico Impero ottomano dopo il genocidio contro gli armeni del 1915. Personalità complessa, Vosganian è scrittore, politico, economista, matematico, professore universitario. È stato Ministro dell’Economia e delle Finanze, è presidente dell’Unione degli Armeni di Romania e primo vicepresidente dell’Unione degli Scrittori di Romania. Tra il 2006 e il 2008 è stato Ministro dell’Economia e del Commercio e, attualmente, è membro del Parlamento come senatore. Tra le sue opere si annoverano tre volumi di poesia Lo sciamano blu (1994), Il bianco occhio della regina (2001), Gesù dalle mille braccia (2004) e la raccolta di racconti La statua del Comandante (1994) che ha ricevuto il Premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest. Il romanzo Il libro dei sussurri, in fase di traduzione in numerose lingue, lo ha consacrato come scrittore sia per il successo di critica e vendite in libreria sia per l’interesse suscitato sul piano internazionale. Numerosi sono i riconoscimenti concessi al romanzo e all’autore tra cui il Premio Libro dell’anno (2009) della rivista «România literară», il Premio “Mihail Sadoveanu” per la prosa della rivista «Viaţa Românească» (2009), il Premio per la prosa e il Premio dei lettori della rivista «Observatorul Cultural» (2009), il Premio della rivista «Convorbiri literare» (2010), il Premio BestSeller della Fiera del Libro “Librex” di Iași (2010) e il Premio per la prosa della rivista spagnola «Niram Art» (2010).
È sempre un piacere scovare il libro di un amico e collega che si cimenta in un genere differente da quello che gli ha portato fortuna. Romano De Marco lo conosco sin da Ferro e Fuoco, esordio al calor bianco seguito poi da Milano a mano armata, entrambi ben inseriti in quel filone hard-boiled italiano che in un’altra epoca, se ancora esistesse il cinema di genere nel nostro paese, avrebbero trovato, chissà…, una trasposizione cinematografica. Forse non con Maurizio Merli che poi è il viso che viene subito in mente quando si leggono i primi capitoli ma con qualche attore più giovane e adatto al ruolo ai giorni nostri. A casa del Diavolo si preannuncia sin dalla suggestiva cover come un passo in una differente direzione. L’influenza del cinema popolare italiano è evidente, e conferma la mia intuizione già più volte espressa, che i migliori narratori d’intrattenimento di questi anni, abbiano nella memoria il nostro cinema più che la narrativa. Restava, però, un piccolo dubbio, giustificato proprio dal mutamento di atmosfere e ritmo. Il ‘thrilling’ italiano, o forse quel gotico che sicuramente ha radici nell’opera di Pupi Avati quando (letterariamente) negli scritti di Eraldo Baldini, rifugge da sganassoni e sparatorie, inseguimenti in auto e battute a effetto simili al western. Si cammina su una lastra di ghiaccio più sottile. Ce l’avrebbe fatta Romano a mantenere le promesse’ A casa del diavolo mi ha preso, e molto anche tanto che, una volta cominciato l’ho terminato in poco tempo. Una prima osservazione. Questa volta Guido Terenzi, il protagonista, eh be’, me lo son visto proprio con il viso del suo autore. Scanzonato e simpatico, seduttore e ‘filone’ quanto basta per caratterizzare un personaggio vero, insolito, lontano dai duri del poliziottesco. Perché il thrilling richiede un personaggio forte nel carattere ma, per sua natura, non abituato alla violenza. Il protagonista dei precedenti romanzi di Romano avrebbe trasformato una vicenda d’atmosfera in un paesino d’Abruzzo dove un giovane direttore di banca viene trasferito per scontare scappatelle di letto in una sorta di ‘Lo straniero senza nome’. Non ci voleva un cavaliere pallido ma un uomo normale, con debolezze e fragilità, intimamente buono altrimenti non si preoccuperebbe così di Albino, l’inquietante bimbetto che disegna immagini sataniche, unico infante di un posto isolato e deprimente. Il romanzo si avvale di una trama gialla con meccanismi che lascio valutare al lettore. Recensire un libro è difficile, soprattutto se la trama riserva delle soprese. Non spoileriamo e lasciamo a chi legge il gusto di seguire la vicenda. Piuttosto mi soffermo sulla capacità di creare nel nostro territorio un microcosmo isolato, angosciante. Riecheggia di antiche leggende, di oscenità consumate dietro una verniciatura di normalità il paese dove Giulio viene mandato ‘in castigo’. Di chi può fidarsi? Se l’appassionato di gialli magari la sa lunga e vede lontano il racconto non è mai banale, disseminato di indizi e false piste, domande e sentimenti. Perché, non dimentichiamolo, Giulio Terenzi si definisce come uomo anche per le sue umanissime pulsioni e con il lettore l’identificazione scatta proprio nei suoi rapporti con le donne. La collega MILF, la fidanzata alla moda, il nuovo amore che, ‘malgrado l’accento’, lo coinvolge. Ma non sono decamerotiche avventure le sue. Quei segni rossi sulle porte dei vecchi scomparsi, quelle tendine che si muovono suggerendo occhi da spia dietro magioni avite e pure le precise e ottimamente raccontate manovre bancarie costituiscono tasselli di un unico mosaico. Un bel thrilling di quelli che davvero meriterebbero una versione filmata. Scritto con disinvoltura ,capacità di raccontare senza perdersi ma con la puntuale capacità di caratterizzare protagonisti e comprimari finalizzandoli al racconto.
«Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa sia. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio… Nulla è gratis nella terra della libertà».
La mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.
Leggendo L’acustica perfetta di Daria Bignardi mi sono chiesta quanto conosciamo e ascoltiamo le persone che vivono con noi. Poi, continuando nella lettura ho cominciato a riflettere sul comportamento che spesso abbiamo verso gli altri e a quanto il nostro modo di fare ed essere possa influire sulle relazioni umane della nostra vita. L’acustica perfetta, il nuovo romanzo di Daria Bignardi è questo: una riflessione intensa sul rapporto di coppia e sul fatto che non sempre la sintonia tra le parti sia così armonica come la si crede. Dal mio punto di vista il libro coinvolge chi legge portandolo direttamente dentro alla storia, a fianco dei protagonisti, scatenando nel lettore una serie di domande che ci inducono a valutare come agiamo e viviamo nella realtà. Dopo due libri incentrati sul mondo femminile (Non vi lascerò orfani e Un karma pesante, entrambi editi da Mondadori), la giornalista e conduttrice de Le invasioni barbariche torna in libreria con una storia raccontata attraverso uno sguardo maschile. Il narratore in questione è Arno Cange, violoncellista alla Scala di Milano, figlio di una tedesca e di un toscano, impegnato nella ricerca di Sara – ma anche di sé direi – che gli permetterà di conoscere quella parte della vita della consorte a lui del tutto ignota. Arno e Sara sono marito e moglie e genitori di tre bambini. Vivono a Milano e la loro esistenza domestica è il ritratto prefetto della felicità, ma è solo apparenza. Non a caso a spiazzare l’equilibrio di cui è convinto il musicista è l’improvvisa e immotivata sparizione volontaria della moglie. Arno non capisce perché Sara abbia lasciato lui e i loro tre figli. Non riesce a farsi una ragione dell’accaduto fino a quando incomincerà un solitario cammino di indagine alla ricerca della sua amata metà. Il “detective” Arno si muoverà in pellegrinaggio formativo alla scoperta di luoghi e persone familiari, ma anche di realtà paesaggistiche e umane a lui –ma non alla moglie Sara – del tutto sconosciute, compiendo un percorso di indagine psicologia che cambierà per sempre la sua vita e quella del loro focolare domestico. Il rancore scatenato in Arno dall’allontanamento volontario di Sara si trasforma in una nuova viscerale curiosità mai dimostrata in precedenza verso l’universo esistenziale trascorso della donna. Il motivo del disinteresse passato? Arno è sempre stato troppo assorbito dal suo lavoro di musicista alla Scala di Milano per accorgersi di quello che accadeva attorno al lui. Solo l’appassionata ricerca di Sara indurrà l’uomo a conoscerla davvero e a capire cosa lui vuole fare dalla propria vita, scoprendo durante questo tortuoso cammino di formazione in crescendo quale sarà la sua acustica perfetta. Sara – moglie, madre e amica – non è presente fisicamente, ma la sua essenza si percepisce attraverso i ricordi e le parole che fluiscono nel racconto attraverso un coro di voci che rivelano ad Arno e a noi chi è davvero la donna. Quella che emerge è l’immagine di un persona con un bagaglio emotivo ipersensibile, che si è acutizzato a causa di traumi profondi che Sara ha subìto in gioventù e dei quali Arno non sa nulla. La scoperta di questi drammi porteranno Cange a rivalutare in maniera radicale l’amata moglie, la loro vita matrimoniale e i legami con i figli. L’acustica perfetta è un romanzo appassionate da leggere perché ci induce a riflettere, dimostrando quanto l’esistere quotidiano di una famiglia possa diventare un avventuroso viaggio alla scoperta di sé nel momento in cui un calcolato evento imprevisto fa vacillare ogni presunta certezza.
Dopo Chocolat, il romanzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, e Le scarpe rosse, è arrivato con Il giardino delle pesche e delle rose il terzo capitolo delle avventure di Vianne Rocher, alter ego e non solo dell’autrice Joanne Harris. Abbiamo incontrato la scrittrice al Circolo dei lettori di Torino, intervistata da Bruno Gambarotta.
In una Varsavia notturna, desolata e decadente, ma ancora vitale popolata di insegne al neon di sex shop, peep show, bar aperti 24 ore, rivendite di liquori e di kebab, che conserva malinconicamente le antiche vestigia delle grandi capitali dell’Europa orientale sopravvissute alla dittatura comunista ma ormai in mano alle mafie dell’est che ne hanno cambiato irrimediabilmente il volto e la fisionomia, Luke Case, giornalista freelance, che lavora per uno di quei giornali di merda che portano a galla ogni sorta di squallide storie relative alla Polonia e le vendono ai tabloid inglesi come sconvolgenti storie dell’orrore o per lo più scrive affascinanti articoli che parlano di magazzini e di centri commerciali, disilluso e malandato, passa i suoi giorni tra alcool e amori a pagamento. Lasciata l’Inghilterra vive da esule in terra straniera una vita sospesa frequentando i quartieri malfamati di una città in cui la criminalità ormai spadroneggia, in cui i piccoli delinquenti fanno i soldi con locali notturni di infimo ordine, smerciando droga o rivendendo vestiti usati presi dai centri di raccolta delle ricche e opulente città del nord Europa. Ma Luke Case infondo è un sentimentale, ha un debole per Tatiana, prostituta ucraina dalla pelle bianchissima, almeno finché non incontra Jola, la bellissima e insoddisfatta moglie di un gangster “di medio livello”, ed è così preso da lei da sognare di fuggire assieme, lontano verso una nuova vita. Ma naturalmente il destino si mette di mezzo e tra coincidenze e bizzarri imprevisti, la beffa sarà ancora più amara. In questa short story dalle cupe atmosfere noir come un film americano in bianco e nero degli anni 50, Paul D. Brazill ci porta in un mondo possibile e pieno di vita, dentro una storia dalle sfumature amare e beffarde in cui i crudeli scherzi del destino incidono a sangue la vita del protagonista. Amore, violenza, crudeltà, egoismo, speranza di riscatto si intrecciano dove tutti cercano un’ occasione indifferenti e noncuranti dei destini degli altri. In questo breve racconto venato anche da un sottile umorismo, in cui il fascino maggiore sta nel potere evocativo delle atmosfere che sa creare, ci troviamo a parteggiare per il protagonista, un uomo simpatico seppur pieno di debolezze, gravato da una vita squallida e precaria ma capace anche di atti di grande coraggio, come quando si spinge a mettersi contro un gangster per amore di una donna. Sfortunato, gentile, forse anche imprudente si lascerà piegare dal destino, conservando pur tuttavia una certa dignità e un pizzico d’orgoglio. Luke Case è un bel personaggio, ben caratterizzato, dotato di un’ aura dannata e romantica ma fondamentalmente simpatico che ritroveremo in altri 4 racconti della collana Atlantis. Seppure ancora non molto conosciuto in Italia Paul D. Brazill è un autore che vi consiglio di seguire. E’ inglese e da dieci anni vive in Polonia. Ha un blog in cui intervista i più interessanti ed emergenti nomi della letteratura noir e hardboiled
“Sia sbranato al Colosseo
Con sottofondo di Raghupati, Ananda Shankar
























