:: Recensione di Il libro dei sussurri, Varujan Vosganian, (Keller editore, 2011) a cura di Viviana Filippini

7 gennaio 2013 by

sussurriLa memoria è fondamentale. L’atto del ricordare gli eventi del tempo trascorso è un’importante azione per non dimenticare chi ha vissuto, lottato e agito. La memoria e il tramandarla ai posteri è l’essenza de Il libro dei sussurri di Varujan Vosganian, una vera  e propria perla letteraria del catalogo dell’editore indipendente Keller di Rovereto. Vosganian è uno scrittore dalle attività molteplici e oltre a quella di politico, economista e docente universitario è anche autore di vari libri. Il libro dei sussurri  è un romanzo intimo che restituisce al lettore la vita degli armeni nella Romania negli anni ’50, ma allo stesso tempo ci conduce in un salto temporale a ritroso nel tempo, grazie ai ricordi d’ infanzia trasmessi all’autore dal nonno Garabet attraverso  i tanti racconti di vita sussurrati. Il lavoro di Vosganian è una storia ricca di fatti e persone all’interno del quale si mescolano l’esistenza di un io singolo e della sua famiglia e quella di un popolo – gli armeni – vittime di una diaspora e del tremendo genocidio che li travolse nel 1915. La storia nasce nelle viuzze della piccola città rumena di Foçsani quando lo sguardo innocente di un bambino – Varujan Vosganian – osserva il mondo attorno a sé respirandone gli aromi, guardandone i colori, ascoltandone i suoni e le parole delle tante persone che frequentavano la sua casa. Senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella narrazione sussurrata oltre a quello dell’autore – il cui sguardo si evolve e cresce con lo svilupparsi temporale degli anni narrati – è quello di nonno Garabet e degli anziani che con lui parlano del mondo di ieri e di oggi (nel quale i protagonisti vissero), nascosti dentro ad una cripta per potersi scambiare liberamente le proprie opinioni e giudizi sulla società dove abitavano e sul mondo a loro contemporaneo. Pareri detti sottovoce, lontano da occhi indiscreti per il timore delle conseguenze derivanti da essi. Il libro dei sussurri è la storia di una famiglia e allo stesso tempo quella di un popolo- gli armeni- alla ricerca dell’autonomia e della libertà. Una popolazione purtroppo finita vittima di raggiri e intrighi sociali, economici e politici  derivanti da alleanze che promettevano la libertà, ma che poi non la concessero mai (vedi per esempio le conseguenze dei legami con i regime bolscevico prima e nazista poi). Le voci, le storie, i personaggi dei quali Vosganian ci narra sono un vero e proprio viaggio nella Storia e nelle umili e quotidiane esistenze vissute dei tanti uomini che oltre a fare la grande storia la subirono. Nel corposo volume dell’autore di origine armena si alternano donne, contadini, commercianti, militari, generali, tutti uniti nella ricerca fervente della libertà e dell’adeguato vivere. Il libro dei sussurri è un romanzo corale e sussurrato a noi con delicatezza da Vosganian, nel quale il passato rivive con la sua umanità eroica e sconfitta (il capitolo VIII fa un elenco tragico di alcune delle vittime del brutale genocidio armeno) facendo compiere al lettore un viaggio nella sfera spirituale e pubblica di una famiglia e di un popolo che hanno vissuto, agito e sofferto in nome della libertà e della desiderata indipendendenza. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia.

Varujan Vosganian è nato nel 1958 a Craiova da una famiglia di origine armena emigrata in Romania dall’antico Impero ottomano dopo il genocidio contro gli armeni del 1915. Personalità complessa, Vosganian è scrittore, politico, economista, matematico, professore universitario. È stato Ministro dell’Economia e delle Finanze, è presidente dell’Unione degli Armeni di Romania e primo vicepresidente dell’Unione degli Scrittori di Romania. Tra il 2006 e il 2008 è stato Ministro dell’Economia e del Commercio e, attualmente, è membro del Parlamento come senatore. Tra le sue opere si annoverano tre volumi di poesia Lo sciamano blu (1994), Il bianco occhio della regina (2001), Gesù dalle mille braccia (2004) e la raccolta di racconti La statua del Comandante (1994) che ha ricevuto il Premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest. Il romanzo Il libro dei sussurri, in fase di traduzione in numerose lingue, lo ha consacrato come scrittore sia per il successo di critica e vendite in libreria sia per l’interesse suscitato sul piano internazionale. Numerosi sono i riconoscimenti concessi al romanzo e all’autore tra cui il Premio Libro dell’anno (2009) della rivista «România literară», il Premio “Mihail Sadoveanu” per la prosa della rivista «Viaţa Românească» (2009), il Premio per la prosa e il Premio dei lettori della rivista «Observatorul Cultural» (2009), il Premio della rivista «Convorbiri literare» (2010), il Premio BestSeller della Fiera del Libro “Librex” di Iași (2010) e il Premio per la prosa della rivista spagnola «Niram Art» (2010).

:: Recensione di A casa del diavolo di Romano De Marco (Nero italiano – TimeCrime, 2013) a cura di Stefano Di Marino

7 gennaio 2013 by

CopCasaDiavoloÈ sempre un piacere scovare il libro di un amico e collega che si cimenta in un genere differente da quello che gli ha portato fortuna. Romano De Marco lo conosco sin da Ferro e Fuoco, esordio al calor bianco seguito poi da Milano a mano armata, entrambi ben inseriti  in quel filone hard-boiled italiano che in un’altra epoca, se  ancora esistesse il cinema di genere nel nostro paese, avrebbero trovato, chissà…, una trasposizione cinematografica. Forse non con Maurizio Merli che poi è il viso che viene subito in mente quando si leggono i primi capitoli ma con qualche attore più giovane e adatto al ruolo ai giorni nostri.  A casa del Diavolo si preannuncia sin dalla suggestiva cover come un passo in una differente direzione. L’influenza del cinema popolare italiano è evidente, e conferma la mia intuizione già più volte espressa, che i migliori narratori d’intrattenimento di questi anni, abbiano nella memoria il nostro cinema più che la narrativa. Restava, però, un piccolo dubbio, giustificato proprio dal mutamento di atmosfere e ritmo. Il ‘thrilling’ italiano, o forse quel gotico che sicuramente ha radici nell’opera di Pupi Avati quando (letterariamente) negli scritti di Eraldo Baldini, rifugge da sganassoni e sparatorie, inseguimenti in auto e battute a effetto simili al western. Si cammina su una lastra di ghiaccio più sottile. Ce l’avrebbe fatta Romano a mantenere le promesse’ A casa del diavolo mi ha preso, e molto anche tanto che, una volta cominciato l’ho terminato in poco tempo. Una prima osservazione. Questa volta Guido Terenzi, il protagonista, eh be’, me lo son visto proprio con il viso del suo autore. Scanzonato e simpatico, seduttore e ‘filone’ quanto basta per caratterizzare un personaggio vero, insolito, lontano dai duri del poliziottesco. Perché il thrilling  richiede un personaggio forte nel carattere ma, per sua natura, non abituato alla violenza. Il protagonista dei precedenti romanzi di Romano avrebbe trasformato una vicenda d’atmosfera in un paesino d’Abruzzo dove un giovane direttore di banca viene trasferito per scontare scappatelle di letto in una sorta di  ‘Lo straniero senza nome’. Non ci voleva un cavaliere pallido ma un uomo normale, con debolezze e fragilità, intimamente buono altrimenti non si preoccuperebbe così di Albino, l’inquietante bimbetto che disegna immagini sataniche, unico infante di un posto isolato e deprimente. Il romanzo si avvale di una trama gialla con meccanismi che lascio valutare al lettore. Recensire un libro è difficile, soprattutto se la trama riserva delle soprese. Non spoileriamo e lasciamo a chi legge il gusto di seguire la vicenda. Piuttosto mi soffermo sulla capacità di creare nel nostro territorio un microcosmo isolato, angosciante. Riecheggia di antiche leggende, di oscenità consumate dietro una verniciatura di normalità il paese dove  Giulio viene mandato  ‘in castigo’. Di chi può fidarsi? Se l’appassionato di gialli magari la sa lunga e vede lontano il racconto non è mai banale, disseminato di indizi e false piste, domande e sentimenti. Perché, non dimentichiamolo, Giulio Terenzi si definisce come uomo anche per le sue umanissime pulsioni e con il lettore l’identificazione scatta proprio nei suoi rapporti con le donne. La collega MILF, la fidanzata alla moda, il nuovo amore che, ‘malgrado l’accento’, lo coinvolge. Ma non sono decamerotiche avventure le sue. Quei segni rossi sulle porte dei vecchi scomparsi, quelle tendine che si muovono suggerendo occhi da spia dietro magioni avite e pure le precise e ottimamente raccontate manovre bancarie costituiscono tasselli di un unico mosaico. Un bel thrilling di quelli che davvero meriterebbero una versione filmata. Scritto con disinvoltura ,capacità di raccontare senza perdersi ma con la puntuale capacità di caratterizzare protagonisti e comprimari finalizzandoli al racconto.

A CASA DEL DIAVOLO- Romano De Marco-nero italianoTimecrime-218pp-9,90euro

:: Segnalazione di La deriva dei continenti di Russell Banks (Einaudi, 2012)

7 gennaio 2013 by

978880617877GRA«Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa sia. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio… Nulla è gratis nella terra della libertà».

Russell Banks, La deriva dei continenti

Traduzione di Paola Brusasco

Bob Dubois si guadagna da vivere riparando bruciatori a nafta. Sposato con due figli, si trascina a fatica in un’esistenza affannosa e grigia come i cieli nevosi del suo New Hampshire. Vanise Dorsinville fugge con il figlio neonato e un nipote da Haiti, dove la povertà e il terrore regnano sovrani, per cercare fortuna nella terra dei sogni. Per entrambi, la Florida dei nuovi ricchi, tra sole, spiagge e piscine, ha il profumo di un cambiamento e di un benessere che, tutto d’un tratto, sembrano a portata di mano. Banks ne segue le storie parallele e l’incontro, esplorando attraverso i loro occhi e le loro voci il retaggio di ingiustizie, illusioni e violenza che, fuori dal mito e dai falsi miraggi, accompagna ogni tappa del sogno americano.

Pochi scrittori hanno saputo fissare uno sguardo cosí umano e lucido sulle vite di chi non ce la fa. Uomini e donne incagliati alla deriva dello scintillante e spietato sogno americano. Che vivono ai margini di tutto, selvatici e inaddomesticabili, mossi solo dalla pura forza biologica di sopravvivere. In questa storia di immigrazione e miseria, di speranze e sogni, si muovono come piccoli continenti alla deriva, si incontrano e si respingono, accompagnati dallo stile sapiente, secco e carico di sofferta pietas, di un maestro del romanzo contemporaneo.

«Nelle prime pagine di La deriva dei continenti, Russell Banks paragona le migrazioni dell’umanità e quelle degli elementi: maree, venti, intere masse che compiono il loro giro del pianeta, seguendo una traiettoria prestabilita. Una delle ragioni della bellezza abbagliante di questo libro sta nella perfetta combinazione tra una prospettiva cosí aerea e disincarnata e la capacità di esplorare le vite dei personaggi nella loro concretezza». James Marcus, «The Nation»

Russell Banks è universalmente considerato uno dei piú grandi narratori americani degli ultimi trent’anni. Delle sue opere, spesso tradotte per il cinema, Einaudi ha pubblicato i romanzi Tormenta, Il dolce domani e La legge di Bone, e per Stile Libero è uscita l’antologia di racconti L’angelo sul tetto. La Dalai Editore ha pubblicato La memoria perduta della pelle. Con La deriva dei continenti, Banks è stato finalista al Pulitzer e ha ottenuto il Dos Passos Prize per il miglior romanzo.

:: Recensione di La mano destra del diavolo di Dennis McShade (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 gennaio 2013 by

La mano destra del diavolo di Dennis McShadeLa mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non  produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.

Dennis McShade pseudonimo di Dinis Machado (1930-2008). Nato a Lisbona, è stato giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale e autore di sceneggiature. È stato anche caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin” sulle cui pagine sono uscite per la prima volta le avventure di Corto Maltese. Nella sua produzione letteraria da ricordare soprattutto O que diz Molero, uscito nel 1977, libro che ebbe un successo clamoroso di pubblico e di critica.

:: Recensione di L’acustica perfetta, Daria Bignardi (Mondadori, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2013 by

COP_Daria Bignardi_Acustica_perfetta.inddLeggendo L’acustica perfetta di Daria Bignardi mi sono chiesta quanto conosciamo e ascoltiamo le persone che vivono con noi. Poi, continuando nella lettura ho cominciato a riflettere sul comportamento che spesso abbiamo verso gli altri e a quanto il nostro modo di fare ed essere possa influire sulle relazioni umane della nostra vita. L’acustica perfetta, il nuovo romanzo di Daria Bignardi è questo: una riflessione intensa sul rapporto di coppia e sul fatto che non sempre la sintonia tra le parti sia così armonica come la si crede. Dal mio punto di vista il libro coinvolge chi legge portandolo direttamente dentro alla storia, a fianco dei protagonisti, scatenando nel lettore una serie di domande che ci inducono a valutare come agiamo e viviamo nella realtà. Dopo due libri incentrati sul mondo femminile (Non vi lascerò orfani e Un karma pesante, entrambi editi da Mondadori), la giornalista e conduttrice de Le invasioni barbariche torna in libreria con una storia raccontata attraverso uno sguardo maschile. Il narratore in questione è Arno Cange, violoncellista alla Scala di Milano, figlio di una tedesca e di un toscano, impegnato nella ricerca di Sara – ma anche di sé direi – che  gli permetterà di conoscere quella parte della vita della consorte a lui del tutto ignota. Arno e Sara sono marito e moglie e genitori di tre bambini. Vivono a Milano e la loro esistenza domestica è il ritratto prefetto della felicità, ma è solo apparenza. Non a caso a spiazzare l’equilibrio di cui è convinto il musicista è l’improvvisa e immotivata sparizione volontaria della moglie. Arno non capisce perché Sara abbia lasciato lui e i loro tre figli. Non riesce a farsi una ragione dell’accaduto fino a quando incomincerà un solitario cammino di indagine alla ricerca della sua amata metà. Il “detective” Arno si muoverà in pellegrinaggio formativo alla scoperta di luoghi e persone familiari, ma anche di realtà paesaggistiche e umane a lui –ma non alla moglie Sara – del tutto sconosciute, compiendo un percorso di indagine psicologia che cambierà per sempre la sua vita e quella del loro focolare domestico. Il rancore scatenato in Arno dall’allontanamento volontario di Sara si trasforma in una nuova viscerale curiosità mai dimostrata in precedenza verso l’universo esistenziale trascorso della donna. Il motivo del disinteresse passato? Arno è sempre stato troppo assorbito dal suo lavoro di musicista alla Scala di Milano per accorgersi di quello che accadeva attorno al lui. Solo l’appassionata ricerca di Sara indurrà l’uomo a conoscerla davvero e a capire cosa lui vuole fare dalla propria vita, scoprendo durante questo tortuoso cammino di formazione in crescendo quale sarà la sua acustica perfetta. Sara – moglie, madre e amica – non è presente fisicamente, ma la sua essenza si percepisce attraverso i ricordi e le parole che fluiscono nel racconto attraverso un coro di voci che rivelano ad Arno e a noi chi è davvero la donna. Quella che emerge è l’immagine di un persona con un bagaglio emotivo ipersensibile, che si è acutizzato a causa di traumi profondi che Sara ha subìto in gioventù e dei quali Arno non sa nulla. La scoperta di questi drammi porteranno Cange a rivalutare in maniera radicale l’amata moglie, la loro vita matrimoniale e i legami con i figli. L’acustica perfetta è un romanzo appassionate da leggere perché ci induce a riflettere, dimostrando quanto l’esistere quotidiano di una famiglia possa diventare un avventuroso viaggio alla scoperta di sé nel momento in cui un calcolato evento imprevisto fa vacillare ogni presunta certezza.

Daria Bignardi è nata a Ferrara. Giornalista ha collaborato con molte testate e dal 1991 lavora per la televisione e per la radio. Ha diretto il mensile «Donna». È autrice e conduttrice del programma “Le invasioni barbariche” per la 7 e scrive su «Vanity Fair». Il suo romanzo d’esordio, Non vi lascerò orfani (Mondadori 2009), ha vinto il premio “Rapallo Carige”, Il premio “Elsa Morante” e il premio dei “Librai Città di Padova” ed è stato tradotto in diverse lingue. Nel 2010 è uscito sempre per Mondadori, Un karma pesante.

:: Liberidiscrivere Award terza edizione – Le votazioni

31 dicembre 2012 by

Giunto alla terza edizione il Liberi di Scrivere Award permette di  votare il migliore libro edito nel 2012.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di martedì 15 gennaio, scegliendo tra i libri candidati.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post!

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, mi serve come verifica per il conteggio dei risultati. Grazie a tutti.

I candidati:

  • Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) Traduzione di Valeria Galassi VOTI 1
  • Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli, 2012) VOTI 2
  • Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012) VOTI 123
  • Nero Criminale – Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) VOTI 3
  • Roma per sempre di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2012) VOTI 159
  • Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (Mondadori, 2012) Traduzione di Beata della Frattina
  • Stoner – John E. Williams (Fazi, 2012) Traduzione di Stefano Tummolini VOTI 1
  • Qualcosa di più dell’amore– Orlando Figes (Neri Pozza, 2012) Traduzione di Serena Prina
  • I falò dell’autunno– Irené Nèmirovsky (Adelphi, 2012) Traduzione di Laura Frausin Guarino
  • La stretta del lupo di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture, 2012) VOTI 19
  • La puntualità del destino di Patrick Fogli (Piemme, 2012)
  • Alle radici del male  di Roberto Costantini (Marsilio, 2012) VOTI 14
  • Occhi viola di Fabio Mundadori (Ego edizioni, 2012) VOTI 164
  • Sherlock Holmes e la morte del Cardinale Tosca, di Luca Martinelli (UR Edizioni, 2012) VOTI 64
  • Chiunque io sia, di Biagio Proietti (Hobby&Work, 2012) VOTI 1
  • I Boschi dell’Odio, di Sara Bovolenta (Foschi, 2012) VOTI 24
  • Angel Heart di William Hjortsberg (Tre Editori, 2012) Traduzione di Anna Cascone
  • Più alto del mare – Francesca Melandri (Rizzoli, 2012)
  • Fai bei sogni – Massimo Gramellini (Longanesi, 2012) VOTI 3
  • Tre settimane a dicembre – di Audrey Schulman (EO, 2012) Traduzione di Nello Giugliano VOTI 1
  • Amnesia, Jean Christophe Grangé, (Garzanti, 2012) Traduzione di Doriana Comerlati
  • L’avvoltoio di Tom Franklin, (Piemme, 2012) Traduzione di Sebastiano Pezzani
  • La notte alle mie spalle, Giampaolo Simi, ( E/O, 2012) VOTI 39
  • Il prossimo sarai tu,  Gregg Hurwitz, (Giunti, 2012) Traduzione di Mauro Boncompagni e Luca Conti
  • Respiro corto, Massimo Carlotto, (Einaudi, 2012)
  • Il metodo del coccodrillo, Maurizio de Giovanni, (Mondadori, 2012) VOTI 6
  • The prestige – Christopher Priest  – (Miraviglia ed., 2012) Traduzione di Fabio Gamberini VOTI 25
  • Uccidere il padre – Amélie Nothonb ( Voland ed., 2012) Traduzione di Monica Capuani
  • Il circo della notte – di Erin Morgenstern – (Rizzoli, 2012) Traduzione di Marinella Magrì

:: Un’ intervista a Joanne Harris a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2012 by

il giardinoDopo Chocolat, il romanzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, e Le scarpe rosse, è arrivato con Il giardino delle pesche e delle rose il terzo capitolo delle avventure di Vianne Rocher, alter ego e non solo dell’autrice Joanne Harris. Abbiamo incontrato la scrittrice al Circolo dei lettori di Torino, intervistata da Bruno Gambarotta.

Come mai hai voluto scrivere il seguito di Chocolat?

Non ne avevo una vera necessità, ma è come quando si va in un posto dove si mangia bene e si sente il bisogno di tornarci. Tra l’altro, nella vita reale sono passati undici anni, nel romanzo, dove il tempo scorre in maniera un po’ diversa, solo otto.

Il titolo inglese è un po’ diverso, come mai?

Chocolat è stato facile da mantenere così in tutte le lingue, mentre il gioco di parole dell’originale, Peaches for monsieur le Curé non funzionava bene tradotto.

Per poter leggere Il giardino delle pesche e delle rose bisogna aver letto Chocolat e Le scarpe rosse?

C’è chi dice di sì, effettivamente ci sono dei legami, più con Chocolat che con Le scarpe rosse, ma io penso che si possa leggere tranquillamente da solo, i riferimenti si possono dedurre e non sono fondamentali.

Siamo di nuovo a Lansquenet, dove è arrivata una comunità musulmana, c’è di nuovo Vianne: Chocolat si svolgeva durante la Quaresima, qui invece siamo durante il Ramadan. Come mai questa attenzione ai calendari liturgici?

La vita nella nostra società, anche se non si crede, è influenzata comunque dal calendario religioso, e a me interessa molto il rapporto tra digiuno e festeggiamenti, anche dal punto di vista di altre religioni. Tra l’altro una persona come Vianne, che dialoga con il cibo, incontra altre difficoltà a proporre da mangiare a gente che sta digiunando.

La vicenda è a tratti analoga a quella di Chocolat, dove Vianne apriva la sua pasticceria il Mercoledì delle Ceneri, qui arriva il giorno d’inizio del Ramadan. I capitoli, raccontati in prima persona da lei e dal parroco, François Reynaud, con come simboli alternati la mezzaluna e la croce.

La mezzaluna non è solo un simbolo musulmano, è anche associato a chiaroveggenza e potere femminile, così come la croce non è solo un simbolo cristiano, ma appartiene anche ad altre culture. Noi non siamo proprietari dei simboli, sono qualcosa di molto più grande.

Vianne è un suo alter ego?

Abbiamo entrambe una figlia, ma in realtà sono ben poche le cose in comune tra di noi. Vianne è una donna che non riesce a sistemarsi, che sente sempre il bisogno di spostarsi, mentre io, che sono costretta a viaggiare per lavoro, non vedo in realtà l’ora di tornare a casa mia. E inoltre non sono una grande cuoca come lei!

Il libro ha pezzi drammatici, ma anche umoristici. Vianne era comunque più sicura in Chocolat, qui ha qualche dubbio in più. E anche François Reynaud.

Reynaud è minacciato da un prete più giovane, che gli fa concorrenza usando Power Point nelle prediche. Vianne è più vecchia, è diventata madre di nuovo, e di una bambina con qualche problema, e si rende conto che man mano che le figlie crescono devono affrontare vari pericoli. Inoltre Vianne si trova a dover mettere in discussione alcune sue certezze, su come era stata educata da sua madre, e deve cercare di capire cosa è meglio per lei, sta facendo un viaggio per capire se stessa.

Nel primo romanzo a portare scompiglio a Lansquenet era l’arrivo degli zingari, qui la comunità musulmana. Cosa l’ha spinta a trattare questo argomento?

Io abito nello Yorkshire, dove ho avuto modo di conoscere molte persone di religione islamica, e ad un certo punto ho voluto scrivere non solo su Vianne Rocher ma sul motivo che spinge una ragazza nata in Occidente, Francia o Gran Bretagna, a voler portare il velo a tutti i costi. Vianne è comunque anche lei a suo modo un’outsider, ha viaggiato e visto tante culture, ma spesso è stata considerata come una rivale e una straniera. Ma alla fine lei cerca di capire cosa unisce le varie culture, anche perché sono più le cose in comune di quelle che dividono.

Non è un po’ troppo forzato il modo con cui Vianne decide di tornare a Lansquenet, tramite una lettera di Armande, morta anni prima, che le viene spedita dal nipote?

Vianne non ascolta nessuno, ho dovuto interrogarmi su come farla tornare a Lansquenet, e ho pensato al richiamo di una persona a cui lei voleva bene e rispettava, cioè Armande. Ho rimesso anche di nuovo l’elemento dell’incendio, come mistero per far partire la storia.

Il reietto della storia è François Reynaud…

Non ho mai pensato a lui come al cattivo, tra l’altro è in grave difficoltà per l’arrivo del nuovo prete, anche perché a lui alla fine interessa conoscere e capire le persone, non essere carismatico e tecnologico.

Cosa ne pensa del film tratto da Chocolat?

Devo dire che il paesino dove è stato girato il film per me è stato un po’ una delusione, poi in realtà è un insieme di tanti posti. Il regista andò nel paese che aveva ispirato Lansquenet, ma disse che era troppo perfetto e bello per essere utilizzato! Mi piacerebbe comunque che venisse tratto un film anche da Il giardino delle pesche e delle rose, ma vorrei che fosse un po’ diverso, meno film hollywoodiano e più film indipendente europeo.

E cosa farà Vianne alla fine di questo libro? Tornerà a Parigi sulla chiatta da compagno e figlie o rimarrà a Lansquenet?

Ho voluto lasciare tutto aperto. Senz’altro sentirà il richiamo della sua famiglia, ma anche dei suoi sogni. Comunque qualcosa lascerà di nuovo, a Lansquenet.

:: Recensione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2012 by
17_piatto_alta

Clicca sulla cover per l’acquisto

Borck chiuse gli occhi e rivide la scritta rossa “panetteria cooperativa”. Il tempo della perduta innocenza, pensò. Settembre. L’insegna al neon era ancora illuminata quando si svegliava al mattino. Di solito veniva accesa circa un’ ora dopo il suo ritorno dalla banca, mentre riposava davanti al bicchierino pomeridiano, un piccolo lusso che si era concesso negli ultimi anni. Spesso accompagnato da una musica spagnola, greca, araba suonata dal suo giradischi. Una sorta di evasione mentale in paesi lontani, esotici, mentre adesso al contrario, non voleva andare in nessun posto. Avrebbe voluto soltanto tornare indietro nel tempo, a prima di avere compiuto certi passi fatali, quando avrebbe potuto ancora cambiare in meglio la sua vita, trovare la felicità, nonostante tutto.

Copenaghen, luglio 1968. I venti caldi del maggio francese giungono fino nell’algida e compassata Danimarca portando con sé contestazione, ribellione, rottura dei tabù sessuali, rifiuto delle rigide regole sociali, e proprio in questa atmosfera di radicali cambiamenti e di anarchia Flemming Borck compie le sue scelte fino a spingersi ad un punto di non ritorno.
Già protagonista di Pensa un numero, uscito sempre per Iperoborea l’anno scorso, Flemming Borck è un eroe anomalo, quint’essenza del common man, del ligio cassiere di banca banale, del cittadino rispettoso della legge anonimo, timoroso, insignificante, che diventa all’improvviso un “criminale”.
Ladro per caso, assassino per necessità Borck si ritrova al di là delle leggi morali, della normalità consueta, nella scivolosa e sconosciuta terra del crimine, ricattato da un vero delinquente, il folle e visionario Sorgenfrey, e dalla sua ex donna e complice. Alice, che per convincerlo a compiere una rapina nella sua banca rapisce David il figlio di Miriam, cassiera della stessa banca, e sua amante.
Ecco in breve la trama di La borsa e la vita (Pengene og livet, 1976) di Anders Bodelsen, tradotto dal danese da Karen Tagliaferri e pubblicato da Iperborea nella collana Ombre.
Anders Bodelsen, uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta, si guadagna assieme a Gunnar  Staalesen il mio personale podio del noir scandinavo e se leggerete i suoi libri sono certa concorderete con me che per complessità e originalità emerge chiaramente dalla folla più o meno variegata che popola le librerie.
Innanzitutto il sapore vintage, (fu scritto nel 1976), contribuisce ad accrescere il suo fascino, poi ciò che ho apprezzato maggiormente è senz’altro il rifiuto dei più triti luoghi comuni in favore di un’ originale freschezza narrativa e un pizzico di sana anarchia.
Flemming Borck, il protagonista, non è un eroe, anzi è ciò che più si discosta da come idealmente ce lo raffiguriamo un eroe. Il bene e il male per lui non comportano scelte morali di fondo. Umanamente non è irreprensibile, nè coraggioso, nè altruista, né possiede alcuna qualità ed è proprio questa sua scolorita mediocrità che lo rende reale e verosimile, pure nelle sue scelte estreme e certamente non condivisibili. Uccide un poliziotto, pur non essendo un uomo violento, beffa e deruba un rapinatore, va a letto con Alice, pur non essendone innamorato attratto dal pericolo, fugge in Tunisia, viene ricattato, minacciato, trasformato in complice, e sempre prova nostalgia per la vita di prima.

Nessun profumo si sprigionava dalla notte e Borck pensò con nostalgia alle notti di settembre in Danimarca, con il loro odore di terra, frutti e fumo di legno.

E’ proprio il dubbio e la contraddittoria incertezza se rimpiangere davvero o no la rassicurante normalità abbandonata costituiscono la chiave di volta del libro, il suo nucleo più profondo. Rilevante il passaggio in cui Anders Bodelsen scrive:

Due concetti gli si affacciarono alla mente, ma Borck preferì tenerli per sé. Uno era “la vita di ogni giorno” e l’altro “L’innocenza”. Due dimensioni che non gli appartenevano più. Due modi di vivere che non si era accorto di amare. Finché non li aveva perduti. Ma era proprio certo che avrebbe continuato ad amarli se li avesse recuperati? L’innocenza sì. Ma la vita di ogni giorno?

Tenerissimo il rapporto che lega il protagonista con David, il figlio di 4 anni di Miriam, con i quali cerca di ricreare una famiglia “normale”. Toccante e divertente quando Borck ruba l’alberello di Natale fingendo di essere inseguito dalla polizia. Bellissimo. 

Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gabriella dell’Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Rosso Esperanto di Paul D. Brazill (Atlantis, 2012)

28 dicembre 2012 by

rosso-esperantoIn una Varsavia notturna, desolata e decadente, ma ancora vitale popolata di insegne al neon di sex shop, peep show, bar aperti 24 ore, rivendite di liquori e di kebab, che conserva malinconicamente le antiche vestigia delle grandi capitali dell’Europa orientale sopravvissute alla dittatura comunista ma ormai in mano alle mafie dell’est che ne hanno cambiato irrimediabilmente il volto e la fisionomia, Luke Case, giornalista freelance, che lavora per uno di quei giornali di merda che portano a galla ogni sorta di squallide storie relative alla Polonia e le vendono ai tabloid inglesi come sconvolgenti storie dell’orrore o per lo più scrive affascinanti articoli che parlano di magazzini e di centri commerciali, disilluso e malandato, passa i suoi giorni tra alcool e amori a pagamento. Lasciata l’Inghilterra vive da esule in terra straniera una vita sospesa frequentando i quartieri malfamati di una città in cui la criminalità ormai spadroneggia, in cui i piccoli delinquenti fanno i soldi con locali notturni di infimo ordine, smerciando  droga o rivendendo vestiti usati presi dai centri di raccolta delle ricche e opulente città del nord Europa. Ma Luke Case infondo è un sentimentale, ha un debole per Tatiana, prostituta ucraina dalla pelle bianchissima, almeno finché non incontra Jola, la bellissima e insoddisfatta moglie di un gangster “di medio livello”, ed è così preso da lei da sognare di fuggire assieme, lontano verso una nuova vita. Ma naturalmente il destino si mette di mezzo e tra coincidenze e bizzarri imprevisti, la beffa sarà ancora più amara. In questa short story dalle cupe atmosfere noir come un film americano in bianco e nero degli anni 50, Paul D. Brazill ci porta in un mondo possibile e pieno di vita, dentro una storia dalle sfumature amare e beffarde in cui i crudeli scherzi del destino incidono a sangue la vita del protagonista. Amore, violenza, crudeltà, egoismo, speranza di riscatto si intrecciano dove tutti cercano un’ occasione indifferenti e noncuranti dei destini degli altri. In questo breve racconto venato anche da un sottile umorismo, in cui il fascino maggiore sta nel potere evocativo delle atmosfere che sa creare, ci troviamo a parteggiare per il protagonista, un uomo simpatico seppur pieno di debolezze, gravato da una vita squallida e precaria ma capace anche di atti di grande coraggio, come quando si spinge a mettersi contro un gangster per amore di una donna. Sfortunato, gentile, forse anche imprudente si lascerà piegare dal destino, conservando pur tuttavia una certa dignità e un pizzico d’orgoglio. Luke Case è un bel personaggio, ben caratterizzato, dotato di un’ aura dannata e romantica ma fondamentalmente simpatico che ritroveremo in altri 4 racconti della collana Atlantis. Seppure ancora non molto conosciuto in Italia Paul D. Brazill è un autore che vi consiglio di seguire. E’ inglese e da dieci anni vive in Polonia. Ha un blog in cui intervista i più interessanti ed emergenti nomi della letteratura noir e hardboiled  http://pauldbrazill.wordpress.com/. Ha pubblicato Guns Of Brixton e The Gumshoe e le raccolte di racconti 13 Shots Of Noir e Snapshots. E’ redattore delle antologie Drunk On The Moon, e True Brit Grit e Off The Record 2: At The Movies. I suoi racconti sono comparsi in decine di riviste e antologie internazionali.            

:: Recensione di Colosseum, Simone Sarasso, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

28 dicembre 2012 by

Sarasso“Sia sbranato al Colosseo 
sia spellato al Colosseo 
sia scannato al Colosseo 
sia squartato al Colosseo 
sia incornato al Colosseo 
sia sbudellato al Colosseo 
sia disossato al Colosseo 
in fricassea 
sia servito in fricassea 
riceva il ferro al Colosseo 
hoc habet hoc habet hoc 
hoc habet hoc habet hoc 
la legge della curva… la legge della curvaaa…”

Questa l’atmosfera che permea in ogni fibra narrativa di Colosseum. Non so perché, ma appena ha iniziato a leggere le avventure del protagonista del nuovo romanzo di Simone Sarasso mi è partita a manovella nella mente Al Colosseo, la canzone di Vinicio Capossela e così l’ho eletta come la colonna sonora ideale per questo nuovo romanzo epico di Sarasso, edito sempre per Rizzoli. L’ambientazione è nella Roma dell’80 d.C. dove il gladiatore Vero scenderà a combattere dentro ad una delle arene più famose al giorno d’oggi. Ad assistere alla scontro tra lottatori ci sarà tutta Roma, ma soprattutto, nella tribuna d’onore avrà posto l’imperatore Tito che con soddisfazione osserverà uomini forgiati a forza di allenamenti e lotta, combattere dentro al suo magnifico gigante di marmo, che i posteri conosceranno con il nome di Colosseo. Protagonisti di Colosseum sono la costruzione del noto anfiteatro, ma soprattutto Vero, un giovane deportato britanno che arrivato nell’Urbe entrerà a far parte della schiera di esseri viventi modellati e istruiti a forza di sudore, sangue e lotte per diventare gladiatori.  Quello compiuto dal giovane uomo tutto muscoli e cervello è un vero e proprio viaggio verso l’ indipendenza. Un cammino lungo, pieno di insidie e colmo di coreografici combattimenti per fare spettacolo popolare nella più nota arena dell’Urbe. In Colosseum accanto alla corsa di Vero verso la libertà, Sarasso colloca un altro importante valore, ed è quello rappresentato dall’amicizia tra il protagonista e il suo compagno-complice dei combattimenti di nome Prisco. Vero è impulsivo, è come il fuoco che scaturisce da una scintilla. Prisco, l’avversario per contratto è ghiaccio allo stato puro. I due si combattono, ma sono legati da un rapporto di stima e solidarietà che solo la presenza di una donna – Giulia- riuscirà a scalfire. Colosseum è un avvincete romanzo d’avventura in bilico tra Storia e storia, nel quale, sudore, sangue, dolere, morte, violenza e spettacolo si intrecciano in solide maglie nella trama narrativa creata ad arte da Sarasso. Ogni pagina è un tassello dell’eroica corsa verso la vita libera di un giovane britanno privato di ogni bene e affetto. Un animo coraggioso e combattivo che lotta con tutte le forze per tornare ad essere un uomo libero. Colosseum è un concentrato di suspense, di intrighi, di passione e azione che richiamano nettamente alla memoria le grandi epopee cinematografiche degli anni Cinquanta e Sessanta – ho pensato subito a Spartacus di Kubrik – con protagonisti i gladiatori.  Sarasso con il suo linguaggio contemporaneo e fluido ci racconta il viaggio di formazione di un ragazzo che lottando impara non solo a diventare un gladiatore, ma anche un uomo e allo stesso tempo l’autore ci trascina in un cammino nell’anticha Roma facendoci scoprire usi, costumi e modi di vita di un tempo passato. Colosseum vi travolgerà dalla prima all’ultima pagina raccontandovi la storia di Vero, ma allo stesso tempo conoscerete la magnificenza degli spettacoli negli anfiteatri romani con le loro scenografie, con le  fantastiche macchine teatrali e quelle lotte tra gladiatori e bestie offerte dai potenti di Roma al popolo come forme di intrattenimento. Ed è quest’ultima l’arte magica dei grandi imperatori, i quali grazie al connubio tra cibo e spettacolo riuscirono a conquistare le masse popolari garantendosi il rispetto, la fama e il potere. Un’usanza che nel corso del tempo si è spesso ripetuta e che vive ancora oggi conquistando con astuzia il favore della massa.

Simone Sarasso, classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con «Carmilla», «MilanoNera Web Press», «Satisfiction», «Film TV». Ha pubblicato per Marsilio i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangetopoli: Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco) e Settanta (2009). United We Stand, futuro ideale della trilogia, è la sua prima graphic novel. Per la collana Rizzoli Max è stato pubblicato Invictus. Scrive per il cinema e la tv e insegna scrittura narrativa alla NABA di Milano.

:: Un’ intervista a Daria Bignardi a cura di Viviana Filippini

26 dicembre 2012 by

COP_Daria Bignardi_Acustica_perfetta.inddCiao Daria è un piacere averti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo terzo romanzo, L’acustica perfetta, recentemente pubblicato da Mondadori. Una storia umana di coppia e un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca della propria identità.

Da dove o cosa nasce il tuo terzo libro, L’acustica perfetta?

Volevo scrivere una storia d’amore ma è uscito un romanzo di formazione e ricerca di sé.

Dove lo hai scritto?

Un po’ dappertutto.

Arno Cange è il protagonista che ci racconta la storia.  Come è stato per te donna scrivere un libro attraverso l’ottica maschile?

E’ stato liberatorio e molto divertente.

C’è qualche fatto o evento che ti ha ispirato le figura dei due protagonisti?

Non direi, no.

Arno, violoncellista alla Scala, è sposato con Sara, hanno tre figli e tutto sembra perfetto. Poi, Sara scompare quattro giorni prima della festa che incarna l’amore e l’unione della famiglia: il Natale. Perché proprio in quel momento?

Non lo so, funzionava narrativamente.

Arno è italo-tedesco, quando questa mescolanza di culture e la sua dedizione al lavoro di musicista influiscono sul suo comportamento e sulla vita quotidiana?

Più di quanto lui si renda conto, credo.

Arno parte alla ricerca di Sara e scoprirà una parte della vita della moglie del tutto sconosciuta. Questo cosa determina in lui?

Scopre soprattutto una cosa: quanto il dolore possa condizionare la vita delle persone. E che non siamo tutti uguali.

Tutti i parenti e amici della coppia, figli compresi, sanno che Sara è scomparsa e conoscono il posto dove si nasconde e cosa fa. Perché Arno non riceve aiuti e viene lasciato solo nel pellegrinaggio per trovare la moglie ?

Tutti intuiscono che ad Arno serve cercarla da solo per capire davvero.

L’atteggiamento del violoncellista mi ha ricordato molto da vicino il protagonista di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, dove  Pietro era un giovane immaturo che non “apriva” gli occhi sulla realtà? Arno è un po’ come Pietro che vede solo quello che vuole e come lo vuole?

Non conosco l’opera, mi documenterò.

Sara vive attraverso i ricordi di Arno e gli eventi ripescati dal passato. L’immagine che ne emerge è quella di una donna fragile, molto sensibile e allo stesso tempo coraggiosa. Tra lei e Arno chi è più forte nell’affrontare la vita?

Sono forti entrambi, ognuno a modo suo. Ma Sara è più coraggiosa.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Salvatore Bandinu autore di Sotto i ponti di Yama (Arkadia, 2012)

21 dicembre 2012 by

Sotto i ponti di YamaCon sottofondo di Raghupati, Ananda Shankar

Leggo nel quarto di copertina de Sotto i ponti di Yama: “La perversa logica della globalizzazione e i suoi devastanti effetti, riscontrati direttamente sotto i ponti di Calcutta, la moderna Kolkata, offrono all’autore l’occasione per una riflessione fuori dai soliti schemi pietistici o miracolistici. Un viaggio nell’India di Gandhi e Madre Teresa, in quella descritta da Tiziano Terzani, Hesse, Pasolini, Moravia, Lapierre. Ma anche l’India del popolo della strada e dei suoi silenziosi ma acuti tormenti, dell’Hi-tech, di Bollywood, delle grandi multinazionali e dei suicidi di massa dei contadini. Un lucido cammino attraverso l’indian dream contrapposto a quello della più sordida miseria, dove folle di mendicanti, senzatetto, persone denutrite, portano avanti, giorno dopo giorno una sistematica lotta per la sopravvivenza. Un libro per tutti coloro che nei supplizi e nei rantoli dei dannati della terra non identificano una precisa volontà divina, ma individuano una specifica, responsabile e scellerata scelta umana.” Puoi spiegarci il perché del tuo viaggio a Calcutta e della scelta di scriverne poi un reportage così incisivo?

Non la posso definire una “scelta”, piuttosto una necessità. Arriva un momento nella vita in cui senti il bisogno di andare a toccare con mano una realtà che hai sempre e solamente visto in televisione o letto tra le pagine di qualche libro. L’estate del 2008 per me ha rappresentato un periodo molto particolare della mia vita. Ho deciso così, all’ultimo momento, rovistando su google e cercando luoghi significativi, veri, con i quali confrontarmi. Un confronto, un esame, un’opportunità, una scommessa. Ed ecco comparire Calcutta, con le sue immagini forti, dure, terribili. Non ho avuto dubbi, sarei andato lì. Viviamo avvolti dall’apparenza, dalla finzione e dalla virtualità. Il mio è stato un bisogno assoluto di sentire l’odore dello sterco e della polvere. L’odore ancestrale dell’umanità. Un’ esigenza di verità.   Il tempo per preparare il visto e farmelo autorizzare e poi il viaggio. Un salto nel buio, un’ immersione nel profondo della mia anima. Tornato a Cagliari, dentro di me qualche cosa pulsava e premeva talmente forte e insistente che ho dovuto ascoltare. Scrivere e testimoniare questa mia esperienza è stata una cosa inevitabile. Tempo fa lessi riguardo il potere catartico e liberatorio che ha la scrittura. E’ stato proprio così anche per me. Ho preso una penna in mano e ho semplicemente rielaborato il diario che ogni giorno scrivevo chiuso nella stanza d’hotel a Calcutta. Così e nato “Sotto i ponti di Yama”.

La storia è scritta in modo molto personale e con una struttura inedita. Ci sono, tuttavia, “Cattivi Maestri” che ti hanno ispirato? Reportage di altri autori che hanno avuto qualche importanza nella stesura finale di Sotto i ponti di Yama?

No. Il bello di questa esperienza è stato che sono partito in India completamente “vergine” di conoscenze e di nozioni. Non mi vergogno nell’affermare pubblicamente che di questo continente non sapevo assolutamente nulla. Neppure che l’India fosse la più grande democrazia al mondo. E’ stato comunque un bene non conoscere nulla della realtà che stavo andando ad incontrare. In questo modo nessun condizionamento ha potuto interferire con i miei pensieri e le mie personali e profonde valutazioni. Valutazioni e sensazioni che sono venute a galla da sole, con una naturalezza davvero significativa e sconcertante. Il mio percorso di informazione circa la storia del sub-continente è avvenuta negli anni a seguire. Ho letto Giorgio Manganelli, Pierpaolo Pasolini, Moravia, Hesse, Rampini, Terzani, Roy,  e diversi altri autori che hanno vissuto l’India ognuno a proprio modo.

Sei molto critico con la visione pietistica occidentale nei confronti dei dannati della terra, visione che condivido in pieno. La tua analisi ha avuto stravolgimenti dopo il tuo viaggio in India o è un pensiero che avevi già elaborato prima della partenza?

Questa è una parte molto delicata. Non sono una persona molto avvezza ai compromessi e devo dire che ho davvero fatto uno sforzo notevole per non trasformare il libro in un manifesto contro l’ipocrisia. Anche mia, sia ben inteso.
Ho sempre pensato che il pietismo altro non è che un perverso sistema dal quale traggono beneficio altre persone o “istituzioni”. Il pietismo come alcune forme di “compassione” sono sistemi istituzionalizzati e radicati talmente nel profondo di ognuno di noi che è difficilissimo riuscire a liberarsene. Non dimentichiamo il ruolo che copre il “senso di colpa” è nato dal “peccato originale”. Nasciamo già colpevoli di colpe terribili per le quali comunque esiste il sistema di “purificazione” purché disposti a genufletterci. Per farla breve, è molto funzionale allevare figli e mantenerli emotivamente sempre dei “fanciulli”.
Calcutta è (ai miei occhi) una lavatrice di coscienze sporche oltre che un’ industria dalle risorse illimitate per chi traffica questi sensi di colpa. Devo essere sincero, mi piacerebbe credere a tutto questo. Vivrei indubbiamente più sereno. Resta il fatto che “la verità” rende liberi, per questo bisogna allenare il senso critico e resistere alla tentazione di “fuga dalla libertà”.
I diritti rendono libere le persone e non alimentano perverse forme di asimmetria spirituale dove esiste una persona che aiuta e un’altra che riceve l’aiuto. La storia ci ha insegnato cosa accade quando entra in campo la “religione”.
Chiunque a tal proposito può fare una facile esperienza. Andate su internet e digitate la parola “Calcutta+libri”. Resterete stupiti del fatto che compariranno migliaia di titoli su Madre Teresa e forse due o tre sulla reale storia di questa città. Una città di venti milioni di abitanti che riesce a “sparire” monopolizzata da un’ icona. Assurdo ma indicativo no?

Soprattutto nella seconda parte del testo analizzi e spieghi molti fattori storici che hanno fatto dell’India e di Calcutta quello che è oggi. Come ti sei documentato? Hai dovuto intervistare persone su questi aspetti prettamente storiografici e sociali?

Semplicemente ho letto moltissimo. Esiste una vasta bibliografia che tratta la storia dell’India e di Calcutta. Leggere la storia di questa città dopo averla respirata per tanto tempo è stata un’ ulteriore esperienza meravigliosa.

Citi molto spesso Jawaharlal Nehru, il Mahatma Gandhi e anche Buddhadeb Bhattacharjee, il vecchio leader del partito comunista bengalese. Cosa pensi di questi personaggi e di come si sono comportati nei confronti del popolo indiano e della Storia?

Leggendo non solo di questi personaggi principali – che hanno scritto la storia dell’India moderna – ma anche di altri meno conosciuti, ho capito quanto amore e quanta passione ognuno di loro ha messo in campo per vedere realizzato un sogno. Certamente non tutti hanno seguito un filo conduttore fatto di pace e compromesso, ma anche tra quelli più “bellicosi”, traspare una passione commovente. Stiamo parlando di personaggi che hanno pagato con la vita e con molti anni di prigione le loro idee e i loro ideali.

In certe parti il tuo libro mi ha ricordato descrizioni lette in Shantaram di Gregory David Roberts e Flash di Charles Duchaussois. Ovviamente i loro testi narrano storie completamente diverse dalla tua esperienza, forse è l’atmosfera “India” che mi ha fatto nascere questo paragone. Hai letto questi romanzi/reportage? Pensi che l’India possa influenzare un certo tipo di scrittura?

Non ho letto questo romanzo anche se mi ripropongo ogni volta di farlo. Mi hanno detto che è fantastico. Continuo ad affermare che se riuscissimo per un attimo ad uscire dalla logica che Calcutta sia solamente la città della Santa, allora scopriremmo che Kolkata è un caleidoscopio immenso e variegato dove la religione cattolica rappresenta solamente il 2%. Una babilonia di lingue, culture, tradizioni, etnie e religioni davvero sorprendente. Il paradiso della diversità.

Fra tutti gli incontri che hai avuto e che ha descritto ampiamente in Sotto i ponti di Yama, ce n’è qualcuno che ti ha colpito maggiormente e che avresti voluto analizzare più dettagliatamente?

Impossibile rispondere. E’ stato un continuo incrociare sguardi e anime. Una giostra di emozioni incessanti dove neppure per un attimo sono riuscito a staccare lo sguardo da qualcuno o da qualcosa. Ho collezionato talmente tante emozioni che sarei in grado di scrivere almeno altri tre libri sull’argomento. Tuttavia, posso citare un episodio tra i tanti. Notte fonda, solita uscita per distribuzione alimenti e vestiti sotto i cavalcavia e per le strade. Arriviamo sotto l’Hoogly, il ponte più grande della città. Ci recavamo spesso proprio per l’alta concentrazione di barboni che vivevano li. Un barbone prende il succo di frutta che gli doniamo e prima ancora di bere, aiuta il suo amico disabile. Lo fa con una tenerezza che ancora adesso che ci penso mi commuove. Indelebile nella mia mente il suo sguardo e la sua dolcezza.

L’India è il mondo hanno qualche speranza di salvarsi da questa imperante globalizzazione senza scrupoli?

Non sono molto ottimista. Lavorando da quasi vent’anni con bambini ho maturato la convinzione che gli esseri umani sono fatti per apprendere e plasmarsi. Se questo non lo si fa da subito, il rischio è che si prendano strade che poi difficilmente si possono cambiare. Credo che siamo tutti vittime di una follia generale che ci fa pensare di essere felici solo nella misura in cui riusciamo a collezionare beni e a usufruire di servizi spesso inutili. E’ una corsa folle in cui l’India (come altri paesi in pieno sviluppo) è attualmente impegnata. Basta guardarsi attorno. L’uomo non è diventato egoista, è sempre stato egotico. Guarda solamente a se’, al suo bene, al suo interesse. No, non sono ottimista. Penso che questa strada che abbiamo scelto di percorrere sia una strada che porta ad un burrone. Solo dopo la caduta sarà possibile ricominciare… sempre ammesso che si rivedano moltissimi aspetti legati alle scelte educative.

Quale è stato il metodo di stesura del libro? Hai scritto tutti i giorni? Hai un metodo di lavoro quotidiano?

Come ho già accennato, il grosso del libro l’ho scritto a Calcutta sotto forma di diario. Rientrato a casa ho semplicemente rielaborato il tutto e articolato la seconda parte fatta più di contenuti storici che di esperienze vissute. Nessun metodo. E’ come se il libro si fosse scritto da sé.

Hai in cantiere nuovi libri e nuovi viaggi? Come sta andando la promozione di Sotto i ponti di Yama? Stai avendo un riscontro positivo dal pubblico italiano.

Da qualche mese è uscito il mio nuovo libro scritto con un amico educatore (Bruno Furcas) dal titolo “I dolori del giovane bullo. Disagio e adolescenza ai tempi dei social network” sempre edizione Arkadia. Sempre in questi giorni è uscita un’ antologia di 12 racconti. Un’ esperienza intensa nella quale ho conosciuto i detenuti di una casa di reclusione e da questo incontro è nata un’ antologia.
Prossimo viaggio? Non so davvero. Aspetto che sia l’istinto a suggerirmi. Non nascondo che da anni sono attratto dalla Palestina e dai suoi “segreti”. Altro posto dove si annidano bugie e verità, interessi e nefandezze…