:: Segnalazione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013)

30 marzo 2013 by

lee childIn libreria dall’ 11 aprile

Una ragione per morire
Lee Child
Traduzione di Adria Tissoni
Longanesi

Nei territori selvaggi del Nebraska c’è un brutto pasticcio e Reacher ci finisce dentro in pieno. Entra in conflitto con i Duncan, un clan locale che terrorizza l’intera contea soggiogandone gli abitanti. Ma è soprattutto il caso irrisolto della scomparsa di una bambina di otto anni, risalente a un paio di decenni prima, a tormentarlo. Pesto e malconcio, avrebbe dovuto semplicemente continuare per la sua strada, ma per Reacher questo è impossibile. Per che cosa varrebbe la pena di morire in una contea agricola stretta nella morsa del terrore?

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». I titoli di Child in edizione Longanesi: Destinazione inferno, Trappola mortale, Via di fuga, Colpo Secco, Il nemico, A prova di killer, La vittima designata, Vendetta a freddo, Niente da perdere, I dodici segni, L’ora decisiva e La Prova decisiva.  Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com

:: Segnalazione di Morte e vita di Bobby Z. di Don Winslow (Einaudi, 2013)

30 marzo 2013 by

vita eDal 23 aprile

Morte e vita di Bobby Z.
The death and life of Bobby Z.
Don Winslow
Traduzione di Alfredo Colitto
Editore Einaudi,
Stile libero big 2013
350 pagine 18 €

Quando Tim Kearney, ex marine congedato con disonore e piccolo criminale, taglia la gola a un Hell’s Angel e si ritrova a San Quentin, dove i compagni del morto non aspettano altro che di potersi vendicare, non ha alternative se non accettare la proposta di un agente della DEA: impersonare Bobby Z., un leggendario, potentissimo trafficante di marijuana morto recentemente per infarto, data la rassomiglianza impressionante e farsi consegnare a un boss del narcotraffico messicano che tiene prigioniero un altro agente della DEA. Lo scambio di prigionieri avviene regolarmente, ma nel bunker di Don Huertero Tim troverà molto più di quello che aveva immaginato: soprattutto, una ragione per rischiare tutto e forse ricominciare a vivere…

Un Wislow d’annata dunque del 1997, già uscito per Rizzoli con il titolo La leggenda di Bobby Z. con traduzione di A. Biavasco e  V. Guani, ritradotto da Alfredo Colitto per Einaudi. Esiste anche un film di John Herzfeld del 2007 con Paul Walker e Laurence Fishburne dal titolo Bobby Z – Il signore della droga.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve.

:: Un’ intervista con Chris Pavone

28 marzo 2013 by

566-2238-6 fascettaCiao  Chris. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te: ghost-writer, editor, scrittore. Chi è Chris Pavone? Punti di forza e di debolezza.

Per più di vent’anni ho lavorato svolgendo vari ruoli nella editoria, quindi credo che il mio punto di forza sia la mia familiarità con il business legato al libro. Ma il perché non abbia fatto un’ altra professione è anche la mia debolezza: c’è ben poco che so fare d’altro che lavorare con i libri. Anche se sono anche un cuoco passabile.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato e cresciuto a New York City, e fatta eccezione per i 4 anni di università, – ho studiato American government – ho vissuto in città per 40 anni consecutivi, prima di trasferirmi in Lussemburgo, dove è ambientato Il Sospetto. Quando ero bambino con la mia famiglia abbiamo trascorso ogni estate in Messico e Guatemala, e da adulto ho viaggiato moltissimo, in modo che posso dire di aver visto qualcosa del mondo. Ma è stato scioccante vivere realmente da qualche altra parte.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Non riesco a ricordare quando esattamente ho sviluppato il desiderio di scrivere un romanzo; in realtà è da sempre. Ma avendo lavori a tempo pieno non ne ho avuto materialmente il tempo fino a quando ci siamo trasferiti all’estero, l’ abbiamo fatto per il lavoro di mia moglie, e da allora non sono più andato in un ufficio.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Quando ho ritenuto che il manoscritto fosse completo, l’ho mandato ad un agente letterario, una persona che conosco da vent’anni. Ha accettato di rappresentare il libro, e mi ha chiesto di fare un po’ di revisioni. Una volta che la revisione è stata completata, ha presentato il progetto a quindici editori, e ha ricevuto un’offerta da Crown due giorni dopo. Non ho mai sentito che sia stato respinto da qualcuno in quel breve lasso di tempo, e non sono andato alla ricerca di brutte notizie quando ne avevo una buona.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Penso che gli scrittori migliori siano prima di tutto consapevoli. Fanno in modo che ogni parola in ogni frase abbia uno scopo, e sono in grado di realizzare qualcosa, sia che si tratti di un avanzamento della trama, o di un aumento di tensione, o dello sviluppo di un personaggio, o della creazione di un’ atmosfera. Non riempiono solo lo spazio.

The Expats, uscito in Italia con il titolo Il Sospetto, e tradotto da Alfredo Colitto, è una sorta di spy story. Cosa ti ha ispirato a scrivere questo romanzo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Nel 2008-9 ero un coniuge espatriato, nel senso che mi ero trasferito all’estero per il lavoro di mia moglie. Dopo aver trascorso la mia intera vita adulta facendo l’ editor, ora ero in primo luogo un genitore, e un uomo che faceva i lavori domestici, e un cuoco. Mi annoiavo. Dopo aver vissuto un anno di questa vita in Lussemburgo, decisi che era il momento di scrivere un romanzo sulla mia esperienza. Ho aperto un nuovo documento di elaborazione testi, e digitato il titolo sulla prima pagina, e ho cominciato a scrivere.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Una donna americana si trasferisce all’estero con la sua famiglia, e trova che nessuno nella sua nuova vita sia quello che sta facendo finta di essere. Scopre che ci sono spie, e doppi giochi, e una quantità enorme di denaro rubato, tutto nascosto in una vita da espatriati altrimenti tranquilla. E lei non è chi finge di essere.

Puoi dirci un po’ di più dei tuoi protagonisti principali?

Kate Moore è una persona che ha trascorso quasi vent’anni in funzione della sua carriera. Poi, all’improvviso, nella mezza età si trova senza una carriera, di colpo diventata semplicemente una casalinga, una moglie, un genitore. (Esattamente quello che è successo a me!) La trama si evolve dalla sua insoddisfazione per questa nuova vita.

Quale è o sono le tue scene preferite in Il Sospetto?

Il Sospetto è un thriller di spionaggio, con un alto livello di tensione che si sviluppa nel corso della storia, e spero che il libro sia soddisfacente da questo punto di vista. Ma è anche un libro su un matrimonio, e sul trasferirsi all’estero, e stare a casa con i bambini, cioè un libro sulla vita reale, e su quello che ho vissuto. Quindi, anche se mi piacciono molto le scene più spiccatamente di spionaggio, le indagini, gli inseguimenti etc… le mie parti preferite del libro sono i dialoghi domestici molto realistici, e le scene di viaggio.

In Il Sospetto quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il personaggio più semplice da creare è stata la protagonista, Kate Moore, perché le nostre vite sono molto simili, nonostante le nostre differenze di genere. E il personaggio più difficile è stato il marito Dexter, perché è il personaggio che deve mantenere il segreto più a lungo nel racconto.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Il Sospetto?

La prima stesura ha richiesto sei mesi. Poi altri nove mesi per le revisioni. La prima parte è stata decisamente più piacevole, ma la seconda parte è anche essenziale.

Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo?

Lascio i miei figli a scuola alle 8:45 e proseguo a piedi fino ad un club privato, dove arrivo quasi esattamente alle 9:00 ogni mattina. Posiziono il mio computer portatile e ordino una tazza di caffè, e inizio a lavorare immediatamente: niente navigazione sul web o Facebook o telefonate, con o senza cuffie. Il club è sempre pieno di gente, come la hall di un hotel alla moda, con le persone che vanno e vengono tutto il giorno, e il personale che serve cibo e bevande, e musica in sottofondo. Tutto questo mi aiuta a concentrarmi invece di distrarmi: è in una stanza tranquilla, in una casa, che non riesco a realizzare nulla. Lavoro fino a che non sono a corto di energia o ho fame, anche se tendo a non voler mangiare al club. Allora di solito vado a mangiare da qualche altra parte tra mezzogiorno e l’ 1:00, e faccio altre cose fino a quando è il momento di raccogliere i miei figli di nuovo alle 3:00.

Progetti di film tratti dal tuo libro?

La CBS Films ha tenuto un’opzione per due anni, e credo che presto leggerò una seconda bozza della sceneggiatura. E’ molto eccitante!

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia maggiormente influenzato la tua scrittura?

Leggo almeno un romanzo ogni settimana, di più quando sono in vacanza. Ogni anno ho nuovi scrittori favoriti, ma nel corso degli ultimi vent’anni penso che David Foster Wallace, Richard Price, e Don DeLillo siano dei punti fermi.

Che riscontri ha avuto il tuo romanzo?

Il mio romanzo è stato nominato per un paio di premi in America: per il  Los Angeles Times Book Prize, e per un Edgar dai Mystery Writers of America.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, John Steinbeck, Flannery O’Connor, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Philip Roth, Don De Lillo, Cormac McCarthy, Ken Follett.

Impossibile. Nessuno può essere ridotto ad una sola parola. O almeno non da me.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Ma certo! Mi piace viaggiare, non importa dove, o per quale motivo. Io amo le librerie. E amo le persone che amano i libri, e se una cosa si può dire del pubblico degli eventi per la promozione di un libro, è che ama i libri e le persone che li scrivono. Quindi penso che la cosa sia di per sé divertente. Mi chiedi un fatto divertente, fammi pensare, credo che la cosa più divertente che mi sia successa sia che un paio di giorni prima del mio arrivo in Lussemburgo, dove ho avuto un paio di eventi, più un certo numero di interviste per la stampa, la mia presenza è stata richiesta presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Così ho fatto colazione con l’ambasciatore americano in Lussemburgo, con un aiutante che fungeva da testimone e un segretario.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Amo moltissimo stare in contatto con i lettori, e sono felice di rispondere a qualsiasi domanda. Ho un sito web – http://www.chrispavone.com – e le persone possono trovare qui il mio indirizzo e-mail.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia, e sarei entusiasta di visitarla per un tour promozionale. Spero di averne la possibilità.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho quasi finito di lavorare ad un nuovo thriller, intitolato The Accident, su ciò che accade ad un’ agente letterario quando riceve un misterioso manoscritto anonimo, e poi la gente intorno a lei comincia a morire. Mi aspetto che sia pubblicato all’inizio del 2013.

:: Recensione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2013 by

crepeIl passato non conta più, potrebbe metterlo in una scatola da sistemare accanto a quelle che contengono i ricordi dei suoi amori precedenti. Il passato è il regno del male. Il male è potente e fa breccia anche nel mondo dei sogni. Non c’è riparo al male. Però ci si riprova ogni volta come se non si sapesse fare altro. Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle estreme conseguenze, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalare la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’ immaginava di poter un giorno essere.  

Si doveva intitolare Alta Velocità il nuovo romanzo di Luigi Bernardi. Poi a questo titolo vagamente Futurista si è preferito Crepe ed è così che è uscito il 13 marzo per Il Maestrale, interessante casa editrice nuorese specializzata in narrativa, ma che pubblica anche saggi e poesia. Crepe oltre ad essere una lezione di scrittura, tutti gli scritti di Bernardi infondo lo sono, è un romanzo che evidenzia formalmente la differenza tra narrativa e letteratura, tra finzione e realtà. Siamo a Bologna, in una via non lontana dalla Stazione. In un palazzo vivono i cinque protagonisti di questo romanzo: Amanda, Arturo, Armida, Gegorio, e Orfeo. I lavori per l’Alta Velocità fervono e nelle viscere della terra si scavano gallerie che smuovono le fondamenta del loro palazzo. Per colpa di queste oscillazioni, di questi cedimenti, di questo rovistare nel grumo oscuro della terra si propagano crepe che minano non solo la sicurezza degli abitanti della zona, ma si ripercuotono anche nelle loro vite, come se tutto ciò rappresentasse un segnale, un inizio, un passare oltre dove niente sarà più lo stesso. Le crepe fisiche diventano crepe interiori che si dilatano e lacerano forse maggiormente, tra i vari personaggi, il giovane Orfeo. Lui sì passa oltre, si lascia sgretolare e concepisce un piano di morte, razionale e terribile. Forse una vendetta, o forse una liberazione. L’Alta Velocità diventa quindi un pretesto per parlare del tempo, del suo dilatarsi, del progresso che vuole ottenere tutto nell’immediato, abolendo la lentezza, la riflessione, in una frenesia che si fa agitazione e tumulto. La dolce Armida avrebbe bisogno di tranquillità, di calma, lei dell’Alta Velocità non sa proprio che farsene, il tempo per lei è ricordo, dell’amato marito da cui il destino l’ha separata lasciandole trascorrere gli ultimi anni nella solitudine. Per Amanda, giornalista di talento, un po’ ribelle, inquieta, sacrificata in un piccolo foglio locale, che insegue il grande giornalismo e perciò legge avidamente biografie di grandi giornalisti che le insegnino  la differenza, l’Alta Velocità è l’occasione di scrivere un articolo verità, che scuota, morda, che la completi. Per Arturo, ricco farmacista, dalla vita sessuale movimentata, la cui moglie l’ha abbandonato per un calciatore, lasciandolo solo con un figlio da crescere, ora amante fedele e premuroso di Amanda, che cos’è l’Alta Velocità? Lui che pensa di comprare l’appartamento che ha affianco, per allargare il suo spazio, per avere più spazio. E Gregorio con la sua vita alternativa lui non ha bisogno dell’Alta Velocità per muoversi in spazi paralleli, gli basta la fantasia, gli basta l’immaginazione e di colpo si trova sulla Transiberiana a correre nella notte, ma con l’ Alta Velocità può monetizzare, stipulando contratti di assicurazione, e con i soldi che gli daranno per ripagare i danni potrà rendere più solido e più bello il suo appartamento.  Definito da Bernardi il suo libro più bello, il suo romanzo migliore, Crepe merita senz’altro di essere letto e con attenzione, perché non ci sono parole gettate a caso, tutto ha un senso, un rimando emotivo e a volte solo la bellezza emerge, certi passaggi sono semplicemente belli, da leggere ad alta voce, per sentirne la musicalità e gli echi profondi, le piccole crepe che si propagano anche nelle nostre vite di lettori.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Segnalazione di Scatto matto di Vania Colasanti (Marsilio,2013)

28 marzo 2013 by

scacco mattoLa stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani

La storia del giornalista che “allegava” le sue immagini ai piccioni viaggiatori, facendole volare nel cielo.

Ancora agli inizi del Novecento, i giornali italiani erano soliti illustrare i fatti di cronaca più salienti grazie all’abilità di qualche disegnatore. Porry Pastorel, giovane cronista in erba, ebbe, nel 1906, l’audacia di proporre al direttore del Messaggero di poter sostituire il mezzo fotografico a matite e pennelli. In un periodo nero per la stampa italiana come l’epoca fascista, le foto scattate e pubblicate di Adolfo Porry-Pastorel rappresentavano veramente un baluardo di libertà. Egli contribuì a mostrare un volto inedito di Mussolini offrendo alla stampa estera il destro per una efficace satira politica. Sempre da un’angolazione originale e stravagante. Sempre in bilico tra dovere di cronaca e cura dell’immagine. Adolfo Porry-Pastorel ha immortalato in 9 milioni di click la storia del nostro Paese. Vania Colasanti, attraverso l’inedito materiale di famiglia e foto esclusive, ha ripercorso le tappe salienti della sua vita.

Vania Colasanti giornalista e autrice Rai. Dopo aver lavorato a «Paese Sera» e al «Venerdì di Repubblica», nel ’97 inizia la sua carriera di autrice televisiva. E dopo l’attività a Rai International e RaiDue, attualmente lavora per RaiTre nel programma Storie Maledette di Franca Leosini. Ha collaborato con «L’Espresso», «La Repubblica», le pagine romane del «Corriere della Sera», «Wimbledon», «Arte Mondadori» e la rivista letteraria «Storie». Tra le sue pubblicazioni, il libro di poesie Gioco di carte e Tutti i ponti a Roma. E nel 2011, sempre per Marsilio, l’autobiografi a Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato, sull’accettazione dei genitori e l’importanza della figura del padre.

www.vaniacolasanti.com

:: Recensione di Pazzo weekend di Roddy Doyle (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

27 marzo 2013 by

NZO“Questa è una storia vera. Parla di uomini, calcio e bevute. Quindi è vera per forza.”

Comincia così Pazzo Weekend di uno degli autori irlandesi contemporanei più conosciuti al mondo. Roddy Doyle.
Pat, Dave e Ben sono amici d’infanzia e tifosi del Liverpool. Così tifosi da decidere di organizzare un weekend per assistere a una partita di campionato della loro squadra. Pat, Dave e Ben sono irlandesi, buoni irlandesi. E da buoni irlandesi la prima cosa che fanno appena scesi dall’aereo è quella di entrare in un pub. E qui cominciano i guai. Già perché improvvisamente Ben sparisce senza lasciare traccia. Comincia così un’affannosa ricerca da parte dei due amici rimasti. Affannosa forse è un po’ troppo. Diciamo che si mettono a cercare Ben nei pub e nei ristoranti di Liverpool accompagnati da due ragazze appena conosciute finché non decidono di andare comunque allo stadio: d’altra parte giocava il Liverpool e loro erano lì per quello!!
Ma i sensi di colpa sono più forti del calcio, della birra e del sesso e la ricerca di ben diventerà sempre più serrata fino ad arrivare a un inaspettato esito.
Pazzo weekend è un racconto brevissimo, che si legge in mezz’ora. Forse un po’ troppo breve. Già perché ti lascia con un po’ di amaro in bocca. Non fraintendetemi: il racconto è piacevolissimo, la vicenda divertente e drammatica al tempo stesso e i personaggi sono incredibili. Pat, Dave e Ben sono i tipici irlandesi che si possono incontrare girovagando per la splendida isola verde. Potrebbe capitare davvero di incontrarli in qualche pub, a me è successo! Ma appunto per questo mi sarebbe piaciuto che il racconto durasse un po’ di più. Avrei voluto passare più tempo con loro, seguire le loro gesta, ridere e piangere assieme a loro.
Roddy Doyle è il creatore di personaggi come Paddy Clarke e Henry Smart. Ci ha regalato storie affascinanti sull’Irlanda contemporanea e sulla sua storia passata. Attraverso i suoi romanzi ho conosciuto meglio un popolo che amo tanto. Roddy Doyle sa parlare d’Irlanda e della sua gente. Sa essere ironico, divertente e contemporaneamente tragico, ma mai triste: i suoi personaggi sanno sempre uscire dalle disgrazie con leggerezza e ironia. Roddy Doyle è un pezzo d’Irlanda ed  è forse per questo motivo che Pazzo Weekend mi ha  deluso un pochino, mi aspettavo di più. Traduzione di Silvia Piraccini.

:: Recensione di Imperium, Christian Kracht, Neri Pozza 2013 a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2013 by

imperium-christianImperium. Beh dimenticate l’antica Roma e fate un salto verso la fine del XIX secolo in Nuova Pomerania, il più o meno noto protettorato della Germania situato nell’arcipelago Bismarck. Anzi, a dire la verità il romanzo dello svizzero Kracht conduce il lettore sul Prinz Waldemar, il  moderno – per i tempi- piroscafo di tremila tonnellate pronto a solcare l’oceano Pacifico diretto a Sydney. Qui, come compagno di viaggio incontrerete  August Engelhardt, un giovane tedesco vegetariano e nudista diretto verso i mari del Sud con l’intento preciso di dare vita al suo progetto di società fondata solo ed esclusivamente sulla coltivazione e consumo del cocco. Il libro di Kracht è un biografia romanzata di Engelhardt e allo stesso tempo un libro di viaggio in un epoca e in mondi diversi e se devo essere sincera il modo in cui è scritto mi ha fatto venire in mente i libri di Jules Verne. Il protagonista di questa vicenda si allontana dalla Germania e dalla modernità per scovare nella sperduta Pomerania l’armonia e la pace del vivere che la società dei suoi tempi stava dimenticando, lascandosi travolgere da un imbarbarimento culturale e sociale dilagante. Engelhardt parte e ha le idee ben chiare: una volta giunto alla meta comprerà un appezzamento di terreno (in realtà sarà l’isolotto di Kabakon) per avviare la coltivazione di cocco e dar vita alla colonia di “coccovori”. Naturalmente il protagonista non sarà solo in questa avventura e non a caso tra le pagine di Imperium sfileranno altri personaggi che intrecceranno la loro esistenza e le loro idee con quelle del “re” del cocco. La cosa che stupisce è che il bisogno di ritorno ad un stile di vita puro, semplice e monoalimentare indurrà lo stesso Engelhardt a isolarsi sempre più dal resto del mondo – non a caso gli sporadici viaggi che l’uomo compirà gli lasceranno nell’animo un senso di profondo malessere, dovuto alla corruzione e povertà di valori umani che lui percepisce nel resto del globo terrestre- arrivando a compiere azioni drastiche (improvvisi scatti d’ira isterica e non solo) ripudiando contaminazioni dall’esterno e rifiutando la messa in discussione delle proprie idee. Un esempio concreto di questa atteggiamento di Engelhardt, che definirei simile a quello di un piccolo dittatore, è il progressivo incrinarsi delle relazioni con le personalità amministrative delle isole della Nuova Pomerania o ancora lo sfasciarsi della convivenza – solo in apparenza pacifica – con Halsey, Lützow e altre persone (pittori e artisti) che tentano di seguire il protagonista di Imperium nella sua estrema scelta di vita. Per la stesura di Imperium, Kracht si è ispirato alla vera figura di Engelhardt e nel romanzo ha raccontato l’evolversi e l’accartocciarsi su sé stesso di un percorso esistenziale i cui valori fondanti (alimentazione esclusiva con il cocco e i suoi derivati) sono stati portati all’esasperazione dal protagonista stesso. Imperium è un viaggio narrativo avventuroso e a tratti surreale, dove il lettore è portato dall’autore dentro alla vita di un uomo vegetariano e nudista. Dall’altra parte chi leggerà Imperium compirà anche un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta dell’Impero di Guglielmo II, delle sue colonie non proprio così necessarie e di quel contesto storico, sociale e culturale incapace di accettare una persona alternativa come August Engelhardt.In conclusione credo che l’ Imperium del titolo non si riferisca solo a quello dell’ ultimo imperatore tedesco, ma anche al piccolo regno creato dallo stesso Engelhardt, due entità così diverse per dimensione, ma allo stesso tempo uguali per il tracollo che le travolse. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Christian Ktacht è nato in Svizzera nel 1966. I suoi romanzi precedenti, Faserland (1995), 1979 (2001) e Ich werde hier im Sonnenschein und im Schatten (2008) sono stati tradotti in più di 25 lingue. Acclamato da critica e pubblico, al centro di accese dispute letterarie in Germania, Christian Kracht viene unanimemente considerato uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua tedesca. Imperium è stato il caso  letterario e uno dei libri più venduti in Germania nel 2012.

:: Segnalazione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

25 marzo 2013 by

Ancora-vivain libreria dal 28 marzo 2013

Una donna in gamba, una minaccia strisciante, voci che chiedono aiuto.
Troppe ragazze scomparse.
Per la gioia degli appassionati del brivido, arriva il decimo romanzo di Carlene Thompson.

Ancora viva
Carlene Thompson
traduzione di Silvia Viganò
le foglie, 448 pagine, 14,50 euro

Dov’è sparita Zoey quella lontana, strana sera dell’appuntamento al lago con un misterioso innamorato? Cosa c’è dietro la sparizione di altre ragazze di Black Willow in circostanze mai chiarite? E come mai Chyna Greer, ora che son passati tanti anni, quando torna in paese per sistemare le cose in famiglia dopo la morte della mamma, continua a sentire la voce di Zoey, un tempo sua amica per la pelle, che implora aiuto nei boschi?
Impossibile che si tratti solo di una allucinazione. Chyna, che è un bravissimo medico e possiede il dono di vedere  e sentire cose che gli altri non percepiscono, decide di andare a fondo.
Ma non è certo facile per lei e per Michelle, cane sensibile e intelligente, reggere il clima sempre più angosciante che stringe in una morsa Black Willow. Specialmente ora che un’altra ragazza è sparita, e più di una persona comincia a sospettare di Chyna. Ancora viva è un thriller psicologico che insinua molti dubbi
sul nostro modo di intendere la percezione, fa tremare le nostre certezze sugli amici migliori, su chi siano i ‘buoni’ e chi i ‘cattivi’: soprattutto ci lascia nel dubbio, fino all’ultimo, su chi sia il mostro di questa tranquilla cittadina del West Virginia.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani.
Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.

:: Un’ intervista con Anna Premoli a cura di Viviana Filippini

22 marzo 2013 by

premoliCiao Anna ben arrivata qui a Liberi di Scrivere che ne diresti di raccontarci qualcosa di te prima di parlare di Ti prego lasciati odiare. Che lavoro fai, i libri che hai preferito nella tua vita

Ciao a tutti. Sono nata in Croazia nel 1980 ma mi sono trasferita da bambina a Milano, per cui mi sento profondamente milanese. I miei studi sono stati decisamente di natura matematica: liceo scientifico prima e poi laurea in economia dei mercati finanziari alla Bocconi. Dal 2003 mi occupo di investimenti finanziari e da un bel po’ di anni lavoro al Private Banking di una banca privata. Sono felicissimamente sposata dal 2005 e ho un bambino di tre anni.

Quando è nata la tua passione per la scrittura e perché la definisci metodo “antistress”?

Sono da sempre una grandissima lettrice di libri di ogni genere, ma indubbiamente con il crescere delle mie responsabilità lavorative la lettura ha assunto nella mia vita il ruolo di valvola di sfogo. A un certo punto la mera lettura non mi è più bastata e ho provato a svagarmi mettendo per iscritto la storia che avrei voluto leggere.

Quanto la tua esperienza lavorativa ti ha influenzato nella scrittura della storia e nella creazione dei personaggi di Ti prego lasciati odiare?

Pochissimo: il contorno del mio romanzo è finanziario solo perché credo che sia importante scrivere di qualcosa che si conosce bene in modo da risultare credibili. Oggi la competizione si sente in qualsiasi settore, io ho semplicemente scelto quello a me vicino, ma senza entrare mai in dettagli troppo tecnici.

Il tuo romanzo è un concentrato di commedia romantica, di letteratura chick-lit, ma ha anche richiama alla struttura tradizionale del romanzo rosa. Detto questo quali sono gli autori o autrici del passato e del presente che ti hanno influenzato?

Ho letto talmente tanto che non saprei davvero da dove iniziare con le citazioni: di sicuro, parlando di rosa, devo molto ai grandi classici quali la Austen, le sorelle Bronte e la Gaskell (sarò impopolare, ma trovo che il suo Mr. Thornton sia molto meglio di Mr. Darcy). Ho poi letto tutto il meglio del genere regency attuale: consiglierei qualsiasi cosa sia stato scritto da Julia Quinn, Sarah MacLean, Lisa Kleypas e Lorella Chase. In un certo senso il mio libro è un regency in chiave moderna. Certo, ho anche letto tutti i libri chick-lit che ci fossero in circolazione: sono alla costante ricerca di testi che mi strappino una risata.

La scelta di ambientare la storia a Londra è legata ad una particolare motivazione?

Come dicevo sopra è stato un omaggio al regency tradizionale. Il mio libro è solo ambientato ai giorni nostri.

Jennifer e Ian, i due protagonisti, sono nati solo dalla fantasia o c’è qualcuno che te li ha ispirati?

Sono personaggi assolutamente inventati!

Ian è un nobile rampollo della nobiltà inglese, un vero e proprio “tombeur de famme”, mentre Jennifer è vegetariana, animalista convinta che crede molto nei propri ideali. La sfida nella quale i due si gettano a capofitto cosa determinerà nel loro modo di affrontare la vita?

Ho voluto giocare contrapponendo due mondi molto diversi per affrontare anche il tema dell’accettazione della diversità e del rispetto. Trovo che senza quello non ci sia vero amore.

Tra i due protagonisti c’è un forte competizione sul posto di lavoro, ma nella realtà lavorativa secondo te quanto è presente la concorrenza tra i due sessi?

La competizione si sente eccome in alcuni ambienti. Io sono stata molto fortunata nelle mie esperienze dirette, ma da quello che mi raccontano è un tema molto caldo.

A te è mai capitato di trovarti un una situazione come quella di Jennifer?

Mai. Sono sposatissima! E poi lavoro in un gruppo di persone splendide per cui davvero non ho dovuto subire quello che è capitato a Jennifer.

Quello che accade ai due colleghi protagonisti di lavoro sempre pronti ad ostacolarsi potrebbe essere la conferma del proverbio “chi disprezza ama”?

Sì, mi è rimasta molto impressa la poesia di Catullo quando ero ragazzina. E’ un tema che mi affascina quello dell’amore mischiato all’odio.

Jennifer e Stacy, sono due sorelle, come descriveresti il rapporto tra di loro?

Difficile, come capita spesso tra sorelle. Jennifer e Stacy sono due donne profondamente diverse che si amano molto ma non si capiscono mai appieno. Anche in questo caso trovo che l’accettazione sia l’unica regola corretta.

Tra i diversi personaggi presenti nella storia c’è qualcuno a cui sei più affezionata? Se sì chi è e perché lo apprezzi più degli altri?

La maggior parte delle lettrici mi ha riferito di aver amato in maniera quasi viscerale Ian. Io invece mi schiero con Jennifer, perché mi rendo conto di quanto le sia costato negli anni costruirsi quest’immagine da “dura”.

Ian è così spocchioso e insopportabile come sembra o in realtà il suo atteggiamento è determinato dallo status sociale d’origine?

Alla fine del libro si capisce bene che anche Ian si è costruito negli anni una corazza. L’immagine che mostra alle persone non corrisponde a quello che sente dentro. Chiaro, l’essere educati in un certo modo in parte lo ha influenzato, ma lui è bel oltre che un pedigree perfetto.

Gli eventi che investono i personaggi di Ti prego lasciati odiare sono la dimostrazione che non sempre le persone sono quello che sembrano?

Più che altro sono la dimostrazione che le persone spesso sono anche altro. Abbiamo tutti mille sfaccettature diverse e non sempre riusciamo ad esprimerci davvero.

Come hai fatto per il tuo primo romanzo (Come inciampare sul principe azzurro), anche Ti prego lasciati odiare è uscito prima in  versione e-book e poi cartacea. Cosa ha determinato questa scelta editoriale?

Mi sono sempre rifiutata di mandare i miei testi a qualche editore tradizionale perché la scrittura rappresentava per me solo un hobby. Qualcosa di mio da non divedere con gli altri. Ma mio marito ha ritenuto che ci fosse del potenziale nelle mie storie e alla fine, di fronte alle mie reticenze, ha deciso di pubblicarle tramite una piattaforma di self-publishing.

Il titolo è stato deciso da te o con la casa editrice?

I titoli sono tutti miei e sono quelli che avevo scelto originariamente per la piattaforma di auto-pubblicazione.

A chi hai fatto leggere per primo il tuo romanzo?

L’hanno letto solo in due prima che venisse pubblicato: mio marito e una mia carissima amica.

Se dovessi scegliere una colonna sonora da abbinare al tuo libro, quale sarebbe la musica o canzone ideale?

Non saprei davvero. Spero solo che Jenny e Ian al loro matrimonio abbiano preteso il Canone in re maggiore di Pachelbel!

Un’ultima domanda: sei già al lavoro con un altro libro? Se sì di cosa tratterà?

Continuo a scrivere ma senza scadenze e senza sforzarmi. Vedremo cosa ne verrà fuori, al momento è troppo presto.

:: Un’ intervista con Pier Francesco Liguori a cura di Elena Romanello

22 marzo 2013 by

anankeDopo Il custode delle reliquie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, è arrivato in libreria il nuovo romanzo di P. F. Liguori, La stanza del naturalista, un altro giallo che affonda i suoi misteri nella Storia. Abbiamo chiesto all’autore qualcosa sui suoi due libri, atipici nel vasto mare del genere giallo e thriller nel nostro Paese.

Come sono nate le idee de “La stanza del naturalista” e de “Il custode delle reliquie”?

Sembrerà quanto meno strano, ma sia “La stanza del naturalista” che “Il custode delle reliquie” nascono da una pratica molto in uso nelle scuole elementari e medie di una quarantina d’anni fa, cioè la ricerca, che aveva lo scopo di stimolare gli studenti ad approfondire alcuni aspetti della storia e della cultura locali abituandoli all’uso di strumenti documentali che andavano ricercati nelle biblioteche pubbliche, tra monografie e stampa periodica. Inizierò con l’esempio de “Il custode delle reliquie”.    Ricordo che in terza media, i professori di storia e di storia dell’arte, di comune accordo, assegnarono a ciascuno degli studenti un monumento del passato su cui “indagare”, e a me fu assegnata la basilica francescana di S. Caterina d’Alessandria in Galatina, vicino a Lecce, uno splendido monumento gotico della fine del XIV secolo, inizi del XV, edificato su commissione dei feudatari del luogo, gli Enghien e gli Orsini-Del Balzo, di origine francese, fedeli agli Angioini che a quei tempi cingevano la corona del Regno di Napoli. Spulciando pubblicazioni e documenti d’archivio, scoprii che le famiglie che ho appena citato avevano ereditato i loro possedimenti da Gauthier VI de Brienne, anch’egli francese, Conte di Lecce, che aveva anche ereditato il titolo di Duca d’Atene e proprio con quel titolo era noto per aver ottenuto la signoria di Firenze, città da cui poi era stato scacciato. Gauthier de Brienne era poi morto nella battaglia di Poitiers  nel 1356.    Quello delle Crociate fu il periodo in cui le maggiori reliquie della cristianità – vere o false che fossero – vennero disperse, sottratte, vendute o nascoste. E mi stuzzicò la coincidenza di alcune date e di alcune località in cui i Brienne, a vario titolo, avevano vissuto ed esercitato il potere feudale. La Sindone di Torino, per esempio. Si sa che da Gerusalemme approdò a Costantinopoli, da cui poi sparì. Io ipotizzai al contrario che i Brienne, che guarda caso si trovavano a Gerusalemme, poi a Costantinopoli, quindi ad Atene e in Puglia, proprio in quegli anni bui della Sindone, potessero aver avuto a che fare con il sudario e con un’altra importante reliquia che poteva essere quella raffigurata nel famoso affresco intitolato “La  cacciata del Duca d’Atene” conservato a Firenze: una strana testa barbuta che qualcuno aveva identificato come i Bafometto dei “soliti” Templari, che a quell’epoca però erano stati già disciolti da un quarantennio. Che dire poi della ricomparsa della Sindone in Francia, a Lirey, nel 1353?    Gauthier de Brienne e Geoffroi de Charny, signore di Lirey, per l’appunto, si erano incontrati più volte in quegli anni, ed erano entrambi morti nella battaglia di Poitiers del 19 settembre 1356, il primo con la carica di Gran Conestabile, il secondo con quella di Gonfaloniere del re di Francia. E’ possibile che il Brienne avesse ceduto al de Charny una delle due reliquie di cui era il custode – la Sindone – ad avesse occultato la seconda in luogo segreto? E’ da questo che nasce il racconto de “Il custode delle reliquie”.

L’idea alla base de La stanza del naturalista nasce invece da una “ricerca” assegnatami ancor prima, in quinta elementare, che verteva sull’origine del nome di una delle strade della cittadina in cui vivevo, intitolata ad un tale Giovanni Camillo Giannotta.  Scoprii che si trattava di un medico, nato negli anni 80 del XVI secolo, che aveva studiato a Bologna e poi si era trasferito a Roma, dove era stato medico di alcune grandi famiglie romane e di un paio di papi. Giannotta era tornato infine nella sua città natale intorno al 1620, ed era morto ancora in giovane età.  Molti anni dopo mi ritornarono alla memoria quel nome e quelle date: il 25 aprile 2011 ricorreva infatti il IV centenario dell’adesione di Galileo Galilei all’Accademia dei Lincei, avvenuta nel 1611, per promuovere lo studio delle scienze “con metodo sperimentale” e di creare una rete di scambi culturali con gli studiosi dell’epoca. Mi balenò un’idea: possibile che il “mio” Giovanni Camillo Giannotta fosse entrato in contatto con quel gruppo di giovani entusiasti? In questa storia di segreti se ne inserisce un’altra, moderna, così che ancora una volta storia, mistero e delitto – quest’ultimo generato dalla sete di potere e dalla brama di denaro – ancora una volta si intreccino. Un moderno naturalista, che ha sacrificato alla scienza anche gli affetti e l’intera vita, un archeologo dal passato turbolento e un prete colto spesso dal dubbio, sveleranno l’antico segreto e, a rischio della propria vita, smaschereranno l’autore di alcuni efferati delitti che hanno segnato col sangue l’estate della tranquilla e sonnolenta vita di una cittadina di provincia.

Come mai la scelta di raccontare gialli anomali, tra misteri e indagini svolte da studiosi?

Sia “Il custode delle reliquie” che “La stanza del naturalista” affondano le radici nella storia passata, il primo nel XIV secolo e il secondo nel XIX con richiami al ‘600. Poi però l’avventura si trasferisce sempre nel presente ed i protagonisti, con il loro bagaglio personale di cultura svelano i segreti più riposti, dalla patina a volte soprannaturale. E non è raro comunque imbattersi in una storia in cui il giallo classico, deduttivo, nel quale il delitto è sempre ispirato dal sesso, dal denaro o dalla brama di potere, spesso combinati tra loro, e l’horror o il mistero si intrecciano. Possiamo trovare interessanti esempi sia nella letteratura italiana di genere che in quella anglosassone. Il commissario Ricciardi, protagonista dei gialli di Maurizio De Giovanni, ambientati a Napoli negli anni del Ventennio, “vede” i fantasmi delle vittime di delitti e di suicidi, colti nell’attimo estremo, che gli urlano frasi che contribuiranno a risolvere il caso. Oppure Preston e Child che condiscono di horror le loro storie ben radicate nell’archeologia e nelle religioni dei Nativi americani. Come ho già dichiarato in passato, non credo ai fantasmi, ma le storie di fantasmi mi piacciono tanto…

Perché la scelta di ambientare le vicende negli anni ’90?

Nonostante io sia, come tanti della mia età, un  “meticcio digitale”, abituato da tempo all’uso del web e della tecnologia più avanzata, ho scelto che i protagonisti delle mie storie fossero ancora legati, per la loro ricerca della verità, a più “romantici” – almeno per me – strumenti d’indagine, quali le biblioteche ed i libri cartacei. Ho scelto che interagissero tra loro in modo più diretto, senza telefoni cellulari, che pure negli anni ’90 iniziavano a comparire. I “nativi digitali” forse non capiranno questa mia esigenza…

Come vede il mercato della letteratura gialla in Italia?

Gli Italiani, si sa, leggono poco, ma quel poco credo sia orientato proprio verso la letteratura di genere e del genere giallo, in particolare.  Il mercato è comunque sommerso da valanghe di titoli per lo più stranieri, che seguono le mode – e gli interessi – delle grandi case editrici. Si è vista per esempio un’invasione di autori scandinavi che stanno contendendo il mercato a quelli d’oltre oceano. Qualcuno mi ha spiegato che queste ondate sono frutto di accordi tra stati per la promozione della cultura del proprio paese: le case editrici otterrebbero infatti grossi incentivi pubblicando quegli autori, indipendentemente dalle prospettive di vendita. Tradotto in soldoni: anche se il libro lo comprano in pochi io comunque ci ho guadagnato.

Quali sono i suoi maestri nel genere e non?

Arthur Conan Doyle è stato per me un maestro, senza dubbio. E non è il Conan Doyle di Sherlock Holmes, che pure è splendido, quello a cui mi riferisco, ma l’”altro”, legato al mondo del fantastico e del soprannaturale: Lot 249, The last of the legions and other tales of long ago, My friend the murderer and other mysteries, The lost world, The mystery of Sasassa Valley. Tra gli italiani ho sempre ammirato il Valerio Massimo Manfredi de L’oracolo mentre, nel panorama internazionale, la Fred Vargas del commissario Jean-Baptiste Adamsberg o degli Evangelisti, ma anche Katy Reichs con la sua Temperance Brennan (quella originale e non la caricatura della serie tv Bones), la cui attività di antropologa fisica non mi è nuova. Al contrario sono innumerevoli gli autori che non sopporto, ma che qui non nominerò e che fanno grande uso di macelleria fine a se stessa e di sesso esplicito sbattuto in faccia.

Prossimi progetti.

Per citare Fruttero & Lucentini sarà un “Enigma in luogo di mare”, un mistero che trae origine anche questa volta dal passato, ma che viene svelato ai nostri giorni… o quasi.

Pier Francesco Liguori (classe 1959) è nella vita un antropologo fisico che si occupa di archeologia e antropologia forensi applicate ai crimini di guerra.

:: Segnalazione di Carola di Barbara Garlaschelli (Frassinelli, 2013)

22 marzo 2013 by

carolaEcco il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli. La storia di Carola, dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra. Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.

La storia di Carola comincia in una bella estate del 1905, lungo lo specchio d’acqua ordinato del Naviglio, in un paese che si chiama Robecco. Sedici anni, una vita modesta ma felice, cullata nella pienezza degli affetti famigliari, scandita dalla laboriosa continuità del lavoro quotidiano: cucire e ricamare, con quelle mani d’oro, lavare i panni nel canale, prendersi cura dell’amatissima sorellina. Un’esistenza, quella di Carola, che sembra già tutta iscritta nel libro del destino. Eppure quel giorno d’estate del 1905, il libro si interrompe all’improvviso. Un tragico incidente, il tradimento dell’acqua che pareva amica, sconvolge Carola al punto da farla scappare lontano. A interrompere la sua fuga disperata è il canto stralunato di un bambino tutto occhi neri e nervi che la conduce al suo nuovo mondo: il carro degli scavalcamontagne, gli attori girovaghi che fanno teatro per il popolo. Carola si aggrappa a quella famiglia di vagabondi geniali, all’intesa immediata che la lega al bambino Leo, diventa parte della compagnia grazie alla sua abilità di sarta, e comincia a girare con loro per l’Italia. Fino a quando l’affetto di Leo non diventa qualcosa di più, qualcosa di esclusivo e furioso. L’amore di un adolescente. Indomabile. E lei deve andarsene. Dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra, Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.
Barbara Garlaschelli soffonde le pagine di una luce radiosa, quella dell’acqua che fa da leitmotiv al suo romanzo e nella quale si riflette la figura di Carola: una voce narrante ricca di sfumature che rivelano la profonda sensibilità della scrittrice verso i suoi personaggi e la sua coinvolgente passione per l’arte del teatro, qui raccontato in tutta la sua meravigliosa finzione e pure nella sua illuminante verità.

:: Recensione di Cuore di tigre a cura di Luca Crovi e Claudio Gallo (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

21 marzo 2013 by

coverimage.phpCurioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Le occasioni del centenario della sua morte (25 aprile 2011), del centocinquantenario della sua nascita (1862) e dei centotrentesimo compleanno di Sandokan (1883) sono state  buone per rispolverarlo presso i suoi comunque non pochi fan, ed accanto a convegni, riedizioni anche critiche delle sue opere, saggi, è uscita per Piemme Cuore di tigre, un’antologia di racconti omaggio ad Emilio Salgari di autori contemporanei curata dai due esperti Luca Crovi e Claudio Gallo.
Introdotti dal primo racconto di Salgari, I selvaggi della Papuasia, avventura ai confini del mondo, i racconti presentano variazioni sul tema dell’avventura, tra il piratesco classico, l’avventuroso, il fantascientifico, rivisitando atmosfere e creando seguiti e nuove avventure, a volte nostalgiche, per eroi come Sandokan, il Corsaro nero o Testa di Pietra, o portando l’autore nel mondo di oggi per un’ultima avventura, o omaggiando la propria passione personale, magari trasmessa da parenti e amici.
In antologia ci sono nomi di autori di romanzi tra l’avventuroso e lo storico di oggi come Marcello Simoni, Alfredo Colitto, Mino Milano, Marco Buticchi, Alan D. Altieri , e di autori che spaziano anche su generi come il thriller e il mainstream come Pino Cacucci, Wu Ming 5, Marco Malvaldi, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Piero Colaprico, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Alan D. Altieri, Luca di Fulvio.
I racconti riflettono lo spirito salgariano dell’avventura, tra omaggio e innovazione, e non fanno dimenticare di come Salgari abbia influenzato la narrativa di genere non solo nel nostro Paese, portando in luoghi e tempi lontani, raccontando la Storia e le storie partendo dagli ultimi e dai diversi, facendo di indiani, cinesi, giapponesi, nativi americani i suoi eroi, vestendo le ragazze da uomo decenni prima delle supereroine dei fumetti, creando intrecci che hanno influenzato l’immaginario anche di chi nella vita ha fatto altro che scrivere.
L’antologia Cuore di tigre è un must per ogni appassionato o appassionata di Salgari,che si ritroverà senz’altro anche nelle parole di introduzione in cui ogni autore racconta il suo rapporto con il papà di Sandokan e de Il corsaro nero. Un omaggio ad una grande passione, ma forse non un modo per trovare nuovi fan e lettori a Salgari, i cui libri sono comunque sempre disponibili in varie edizioni in libreria e biblioteca.
Ma se si è appassionati di Salgari il divertimento in questa antologia è assicurata: tra i vari racconti, tutti di interesse notevole, merita una segnalazione particolare l’originale e fantascientifico I pirati delle Twin Towers di Tullio Avoledo, in cui Sandokan e Yanez diventano viaggiatori nel tempo per scongiurare gli attentati dell’11 settembre, emblema di una ricerca di eroi e di un mondo migliore, tema fondamentale di tutte le storie di Salgari.