:: Recensione di L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, (Scrittura e Scritture Edizioni, 2012)

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L'ombra del boscoL’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, edito da Scrittura e Scritture Edizioni, titolo che vagamente echeggia Il segreto del bosco vecchio di Buzzati, è un romanzo interessante, e sebbene tratti temi che solitamente per principio evito, quando se ne accentua il carattere sensazionalistico e morboso, come la violenza su un bambino, grazie alla sensibilità e delicatezza dell’autore, che mai calca i toni alla ricerca dell’effetto o perde il rispetto necessario quando si parla di uno dei crimini più abbietti che si possano concepire, l’ho letto rimanendone decisamente colpita e provando una profonda empatia nei confronti dei personaggi. Innanzitutto l’ambientazione è suggestiva. Siamo nella immaginaria valle di Stille, un altopiano riparato sui tre lati da una corona di alte montagne. Cieli tersi e azzurrissimi, torrenti di acque limpide e fredde, ricchi pascoli, floride malghe, boschi di conifere, qualche casa sparsa con il suo piccolo orto, la chiesa bianca, i masi appoggiati sui versanti tutt’intorno, e l’unico negozio che vendeva un po’ di tutto. Un piccolo paradiso isolato dal mondo, abitato da una comunità chiusa di valligiani, riuniti quasi in una segreta congregazione che segue il Metodo del fondatore, San Mathias. Capo indiscusso della comunità, il parroco don Basilio, depositario degli antichi riti e guardiano e mediatore di ogni controversia si possa verificare. Perché la comunità è un luogo di pace, di amore e benevolenza, tutti si devono aiutare, stretti dai vincoli di familiarità e comunanza. Il male, se c’è, viene da fuori, dagli intrusi come l’eccentrico stilista svizzero che ha acquistato il maso Becker, rompendo il tacito equilibrio che dura da secoli: ci si sposa all’interno della comunità tra simili, le proprietà passano di generazione in generazione, tutto come dettano i precetti del Metodo. Proprio l’arrivo di Emerich Schuster e del suo amante Lucas, con le sue feste, il jet set internazionale che lo segue, innalza barriere di diffidenza e di sospetto e quando il piccolo Aron scompare nel bosco, e viene ritrovato con addosso i segni della violenza subita, tutti sono concordi nell’additare gli estranei, i forestieri, come colpevoli. Solo l’arrivo di Helena, ex poliziotta e psicologa sensibile e coraggiosa, capace di superare il silenzio che ha ormai inghiottito il piccolo Aron, riuscirà a far luce su quello che è davvero avvenuto, perché anche il colpevole è una vittima del male, che non sempre si trova dove immaginiamo che sia. L’ombra del bosco scarno narra questa storia con lievità e sensibilità, con uno stile semplice e lineare, quasi con familiare dolcezza, sia che tratteggi le descrizioni dei paesaggi che quelle dei personaggi. Soprattutto il rapporto tra il bambino e la psicologa è a mio avviso ricco di sfumature e di complicità, ed  è emozionante sia il tentativo di Helena di creare un legame di affetto e di fiducia con la piccola vittima, sempre con rispetto e tenerezza, sia il suo accettarne il silenzio comunicando tramite i disegni che il piccolo Aron fa, riuscendo ad interpretarli immedesimandosi nella sua sofferenza. Anche gli altri personaggi sono a mio avviso ben caratterizzati: Barnabas, su tutti, ma anche Greta, Thomas, Michael, Harald, il vecchio Dagomar. Pur essendo un thriller psicologico, è originale l’utilizzo di toni poetici e mai aggressivi, dove altri avrebbero per esempio usato descrivere la violenza in modo più manifesto, e il risultato ottenuto è sicuramente singolare e ricco di fascino. La scrittura scorre limpida, fluida, e l’apparente facilità espressiva nasconde sicuramente un lungo lavoro di limatura e perfezionamento. Tocco noir nel finale, affatto scontato e drammaticamente realistico.

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