:: Recensione di Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, (Edizioni della Sera, 2012)

18 febbraio 2013 by

NZOScrivo davanti a una finestra aperta. E’ prima sera, aria di primavera che sale su dalle gemme dei pini, come gocce di resina da respirare. Che bisogno ho dei deodoranti ambientali? Mi basta aprire le finestre, ancora  troppo presto per le zanzare, abbastanza avanti nel tempo perché non entri più il freddo di un inverno che è stato lungo e troppo cattivo. Solo profumi, tanti profumi che si confondono insieme e diventano un unico aroma nella primavera romana, un’ essenza che galleggia in questo ponentino leggero che la porta fino dentro casa mia, fino a poggiarla sul cuscino dove stanotte ancora la respirerò. 

Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, è un libro particolare e se vogliamo anche difficile da definire. Non è un romanzo tradizionale, non è una raccolta di racconti, non è una guida turistica, non è un saggio. E’ qualcosa di diverso e originale più simile ad un diario in cui storia personale e coordinate geografiche si intrecciano rendendo una città, Roma, indiscussa protagonista. Le sfumature autobiografiche sono comunque prevalenti: l’autore parla di sé, di ricordi di infanzia, di esperienze di vita adulta, della sua famiglia, dei suoi amici e racchiude tutto nel macrocosmo che è Roma, madre, amante, figlia, sorella. L’approccio è sanguigno, umorale, quint’essenza di tutta la “romanitudine” che Marco porta con sé; riflessioni intime si alternano a battute goliardiche, dando vita e libero sfogo ad una capacità espressiva strabordante che accoglie il lettore come un amico a cui si vogliono confidare le esperienze di una vita: ciò che si è imparato, ciò che ci ha reso migliori, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò che ci ha resi felici. Le vie, le piazze, i quartieri di Roma in cui l’autore scorrazza in scooter, con il suo Angelo custode alle spalle, romano pure lui, fanno da scenario ad un turbinio di passato e presente, di oggi e di ieri scandito in 39 frammenti narrativi, alcuni racconti a parte, come la storia d’amore tra il giornalista e la sua amata Giuliana, altri schegge di vita, in cui la lingua colloquiale e immediata, a volte impreziosita dal dialetto, sempre comprensibilissimo, instaura un canale di comunicazione preferenziale tra autore e lettore. La Roma degli anni 60, del teatro delle marionette, che in realtà erano burattini, dei chioschi dove si compravano le bibite o i palloncini, dei cinema d’oratorio dove le ragazze erano da una parte e i ragazzi dall’altra, dei pantaloni corti e delle interminabili partite di pallone, si sovrappone alla Roma di oggi, forse più anonima, multietnica, in cui vecchie trattorie sono state assorbite da catene di grande ristorazione, ancora caciarona, forse più ricca, ma certo non più felice. Storie nelle storie, in cui brevi scampoli retorici vengono sommersi da una sincerità e un’ autenticità verace, a tratti non mi vergogno a dirlo, commovente. La puttana da cui il protagonista compra un sorriso, il baccalà con patate, l’Armanda, Er Quagliaro, tutto si sussegue sotto i nostri occhi, quasi prendendo vita, acquistando una precisa identità. E il padre dell’autore Benedetto, meriterebbe un romanzo a sé. E non è detto che Marco Proietti Mancini non ci abbia pensato. Dettagli minimi che acquistano importanza, illuminati da continui rimandi, in cui la tenerezza si alterna alla malinconia, il riso al pianto. Ci si diverte, si imparano cose su una città immensa e spudorata, si impara a ridere della morte, della povertà, della malattia, perché non c’è tempo di essere tristi. La vita è troppo breve, troppo simile per tutti. Un romano a Milano vi farà ridere di gusto, l’ultimo ricordo dell’autore della madre vi strapperà un po’ il cuore ma dopo tutto chiuderete il libro con un sorriso. Ne sono sicura.

:: Un’ intervista con Valerio Varesi a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2013 by

rivoluzBuona giornata Valerio, piacere di averti qui a Liberi di Scrivere per raccontarci come è nato Oscar Montuschi, l’ex partigiano protagonista del tuo ultimo romanzo Il rivoluzionario edito da Frassinelli. Prima di addentrarci nelle maglie della storia  narrata raccontaci un po’ di te cosa fai, che musica ascolti e l’ultimo libro letto?

Sono redattore di Repubblica e lavoro a Bologna. A parte i libri, amo la montagna, i paesaggi innevati e correre. Ascolto soprattutto cantautori italiani e l’ultima opera che ho letto è Obbedienza e libertà di Vito Mancuso. 

Dopo aver scritto racconti , noir e gialli, cosa ti ha spinto ad affrontare la Storia dell’Italia del’900 attraverso il romanzo?

In realtà avevo già scritto libri non gialli come Le imperfezioni, Il paese di Saimir e il poco conosciuto Labirinto di ghiaccio. I temi che affronto nei miei noir sono abbastanza vicini alle problematiche sociali raccontati nei romanzi storici. Nel caso de Il rivoluzionario, sono partito dall’analisi dell’oggi: com’è che siamo finiti nella crisi più nera dopo il ’29? Nel libro cerco di ricostruire la decadenza dai grandi ideali post bellici fino all’avvento del liberismo economico che ha anteposto l’economia alla costruzione politica del mondo, il valore di scambio al progetto sociale.

Cosa o chi ti ha ispirato la trama de Il rivoluzionario?

Ho attinto all’esperienza di un amico, Antonio Ferri, che ha percorso l’itinerario di cui prima parlavo all’interno del mondo di sinistra e mi ha fornito parecchio materiale. Poi mi sono documentato bene, ho studiato il periodo mischiando personaggi storici a personaggi di fantasia. Non ho la pretesa di essere totalmente oggettivo, ma penso di aver afferrato il senso di una parabola ideale ed esistenziale.

Quanto c’è di vero storico e quanto di finzione narrativa nel tuo ultimo lavoro?

La storia del periodo c’è tutta e anche i protagonisti, pur non essendo esistiti realmente, è come se lo fossero tant’è che molti mi hanno riferito di essersi riconosciuti nel romanzo. Il libro di per sé è sempre una rielaborazione della realtà e ne rappresenta l’essenza.

Il protagonista è Oscar Montuschi, un ex-partigiano, c’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato il protagonista?

Sono tanti i personaggi della realtà che mi hanno influenzato a partire da mio padre ex partigiano. Direi che Oscar è la sintesi di una generazione. O di una parte di essa, quella più idealista e pervasa dalla voglia di cambiare radicalmente il mondo.

Oscar è un fervente sostenitore del comunismo puro- quello dell’uguaglianza sociale e della condivisione comune- ma questa sua fede nell’ideologia in che modo influisce sulla sua vita quotidiana?

Dopil crollo del comunismo reale, nel cui funzionamento non ho mai creduto, è rimasta in piedi l’esigenza di un egualitarismo travolto dalla follia neo-liberista che ci ha portato al disastro. Sul piano pratico, credo che la sinistra oggi non possa che essere riformista e forse rifarsi a Turati più che a Lenin. Ma ai tempi di Oscar, il sogno rivoluzionario era una speranza molto forte per le masse che ambivano al riscatto. Cosa resta di questa idea? Solo l’esigenza di un riequilibrio nel senso dell’uguaglianza e ciò che ad essa è legato, vale a dire un forte senso di libertà oggi negato in un mondo regolato dal denaro.

Rispetto al precedente romanzo – La sentenza, ambientato nel 1944- ne il rivoluzionario hai scelto un arco temporale che va dal dopo Liberazione fino ai primi anni ’80, quale è la funzione della trama narrativa che si sviluppa in un trentennio?

Direi quella di riassumere la nostra storia recente analizzandola dal punto di vista dell’ansia di cambiamento impellente di un uomo come Oscar. Una rilettura che mette in luce aspetti poco raccontati del nostro passato prossimo, come gli omicidi nelle piazze della polizia rimasta fascista, la realtà di un paese che non ha mai fatto i conti col ventennio mussoliniano e la perdita di identità ideale delle cooperative.

Perché Oscar sarà sempre definito da tutti i suoi comprimari letterari un rivoluzionario?

Lo è nel senso letterale del termine: uno che voleva rovesciare lo stato delle cose in Italia proseguendo la lotta di liberazione anche dopo il 25 aprile ’45. Poi, trascorso il ’48, questo sogno svanisce e la rivoluzione si fa trasformando il rapporto gerarchico tra lavoratori e padroni in un sistema dove tutti sono allo stesso livello, vale a dire quello delle cooperative. Quindi svanisce anche questa illusione e Oscar prova a fare una rivoluzione per davvero in Mozambico a fianco del Frelimo. Ma anche lì arriva lo scacco.

Italina, la moglie del protagonista, che ruolo e “peso” ha nella vita di Oscar e di tutto il romanzo?

Italina è una donna che ha una forte autonomia intellettuale e rappresenta l’alter ego di Oscar. E’ una donna emiliana di carattere forte che osserva la realtà su un piano più pratico e realistico rispetto a Oscar troppo preso dai voli ideologici. E come tale realizza la fusione tra il cristianesimo di base del frate dei poveri don Olinto Marella e l’ideale di comunismo. Tutt’e due sono al servizio degli umili a prescindere dalle divisioni teoriche.

Oscar e Italina hanno un figlio di nome Dalmazio, un giovane taciturno, introverso, con il quale Oscar sembra proprio non riuscire a relazionarsi. Cosa determina l’incomunicabilità tra padre e figlio?

All’inizio è una incomunicabilità legata alle assenze di Oscar, poi si trasforma in una contrapposizione generazionale con Dalmazio che rappresenta la generazione del ’68 e poi del ’77 che rompe col vecchio Pci. Dalmazio guarda a Mao quando il padre è ancora legato a Mosca. Nel ’77 bolognese è il sindaco Pci Zangheri che, d’accordo con Francesco Cossiga, chiama a Bologna i blindati. Poi, specchiandosi nella delusione del padre, Dalmazio si riavvicina al genitore in nome di quegli ideali di libertà e uguaglianza traditi dalla sinistra dei partiti.

Tra i pochi amici veri che Oscar ha, mi ha colpito Dozza il sindaco. Cosa rappresenta per il protagonista questa figura?

Dozza è una figura mitica di quella schiera di sindaci usciti direttamente dalla Resistenza e pervasi di grandi idealità. In loro c’erano il fervore politico, la capacità di stare vicino alla gente sentendone i bisogni e l’abilità nel gestire una città amministrandola nella miseria del dopoguerra. Un modello lontanissimo dalla politica di oggi.

Oscar assisterà impotente a delle impreviste trasformazioni del PCI, questi avvenimenti cosa determineranno in lui?

Il Pci si trasforma perché la politica non è solo idealità, ma anche realpolitik. La rivoluzione che sognava Oscar sarebbe stata un bagno di sangue come è accaduto in Grecia. Ma accanto a questo realismo politico, ci sono anche le meschinità e soprattutto una grande sconfitta culturale. Nell’avvento dei manager anche dentro le cooperative rosse, il cuore economico della sinistra, si misura appieno la sconfitta e la trasformazione che ha cancellato il movente ideale delle cooperative stesse omologandole. Dall’egemonia culturale gramsciana, si è passati all’egemonia sottoculturale del mondo rampante dell’economia dove cinismo, brutalità e inganno costituiscono la vera essenza del vivere sociale.

Il suo stato di delusione di uomo comune di fronte alla realtà politica italiana potrebbe essere visto come una rappresentazione di un atteggiamento comune di molti italiani contemporanei ad Oscar?

Per come è finita la vicenda italiana e per il tradimento di molte aspettative di miglioramento certamente Oscar rappresenta più di una generazione. Oggi la gente, oltre che di onestà, ha soprattutto bisogno di speranza e quest’ultima non può essere data solo da un buon welfare, comunque essenziale al vivere sociale. C’è bisogno di riprendere in mano la sorte del nostro vivere facendola confluire in un progetto di mondo che restituisca la speranza di miglioramento e questo può farlo solo l’idealità e la politica che ne è l’applicazione.

Da Bologna, Oscar decide prima di andare a Milano, poi in Russia e anche in Africa. Cosa lo spinge ad accettare questi incarichi che spesso mettono a repentaglio la sua vita?

La voglia di essere utile a una causa e l’ansia di modificare la realtà. Non ha potuto farlo in Italia, se non in parte, e cerca di farlo altrove. Consapevole che solo modificando gli equilibri globali si potrà cambiare anche nel proprio paese. In questo, Oscar, è molto moderno.

Alla fine Oscar pronuncia queste parole:«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Sono da intendere come una speranza che non muore mai o come un avvertimento per le generazioni future?

Lui e Italina sono stati sconfitti dal tempo come persone, ma l’idealità resiste. In quest’accezione non sono degli sconfitti, ma le vestali che hanno custodito il fuoco che potrà riscaldare l’umanità nel futuro consapevoli che i tempi della vita umana sono più brevi dei cicli della storia. Solo quando gli uomini non saranno più fedeli e obbedienti come i cani, ma indipendenti e liberi come i lupi, ci potrà essere un vero riscatto.

Se Oscar vivesse ai giorni nostri, cosa penserebbe della situazione storica- sociale e politica dell’Italia?

Avrebbe una visione disperante di com’è ridotto questo paese nel culmine dell’egemonia sottoculturale berlusconiana. Ma vedrebbe anche la via per risorgere in quanto mai come oggi è prossima una deflagrazione sociale. Spero che tutto questo avvenga pacificamente come una presa di coscienza, un rimbalzo di moralità, e non in modo traumatico.

Sei già al lavoro con il nuovo romanzo che analizzerà un altro periodo della Storia d’Italia del ‘900 o stai scrivendo altro?

Sto scrivendo un altro episodio della serie Soneri, ma come dicevo prima, per me il giallo è ‘romanzo sociale’ e quindi non mi discosterò molto dai temi che sono solito affrontare. Il noir è un’indagine sull’oggi.

:: Recensione di I baci di una notte di Antonella Boralevi (Rizzoli, 2013)

15 febbraio 2013 by

i baci

I baci di una notte (Rizzoli, 2013) di Antonella Boralevi è un breve romanzo molto particolare, insolito sia per struttura narrativa, in cui il registro poetico ha una parte rilevante,  che per tematiche ed esiti. Se inizia come la più classica storia d’amore – una rivisitazione moderna di una delle fiabe più amate, archetipo di generazioni di sogni femminili, Cenerentola – gli sviluppi sono del tutto inattesi e si discostano grandemente dal tipico romanzo sentimentale. Sì, si parla di sentimenti e paradossalmente anche della negazione degli stessi, ma il fulcro della narrazione ci porta a considerare come l’amore entri nella vita di due persone, diversissime in tutto, per condizione sociale, sensibilità, aspettative, e rivoluzioni i punti di vista. Protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi: Santina e Sigieri. Vent’anni. Niente che li unisca se non uno scherzo del caso, che li fa incontrare la notte di Capodanno in un rifugio di Cortina. Santina è una ragazza semplice, di modeste origini, nata in Sicilia. Una ragazza dei nostri giorni che ha toccato con mano gli effetti della crisi dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. La fabbrica è chiusa, solo cartacce trasportate dal vento al suo ingresso, e suo padre è una delle tante vittime: disoccupato, passa il tempo a giocare a carte con gli amici in cerca di un lavoro che non c’è. In cerca di un futuro, di una speranza per il domani Santina si trasferisce a Milano e qui lavora in un fast-food. Si accontenta di poco: vestiti presi a pochi euro nei grandi magazzini, la compagnia della sua migliore amica Gessica, con il ciuffo fucsia, il sogno di fare studiare il fratellino, bravissimo in matematica, e di incontrare l’amore, quello che ti cambia la vita, quello che ti da una ragione per esistere. Sigieri al suo opposto ha perso la capacità di sognare. La vita gli ha dato tutto, bellezza, salute, ricchezza ma non gli ha impedito di fare i conti con la noia, l’egoismo e il cinismo che contamina il suo ambiente, la sua famiglia, il suo intero mondo. Quando vede per la prima volta Santina, seduta ad un tavolo, in una festa privata in cui non dovrebbe stare, nei suoi poveri vestiti dozzinali, così diversa dalle ragazze che è solito frequentare, qualcosa scatta, l’istinto del predatore, o forse l’amore stesso anche se lui non se ne rende conto. L’avvicina per una scommessa crudele con un amico, più cinico e infelice di lui, e questo incontro sfocia in un atto d’amore, consumato sotto la fredda luce di un bagno, in cui tenerezza e aggressività si scontrano facendo dubitare alla ragazza stessa che sia stato amore. Ma non si abbandonano mai le persone che si amano.  E questa verità emergerà dolorosa nelle pagine seguenti fino al non scontato e imprevedibile finale.

:: Recensione di Il Mago e l’Imperatrice – Il volto nascosto di Messalina di Claudia Salvatori (Mondadori, 2012)

13 febbraio 2013 by

IlmagoelimperatriceL’anno scorso, nell’edizione economica degli Oscar Bestsellers, è tornato in libreria Il romanzo di Roma, curato da Valerio Massimo Manfredi, ciclo completo di nove romanzi che raccontano le storie più significative legate all’Impero Romano. Tra questi libri ho avuto modo di trovare Il Mago e l’Imperatrice – Il volto nascosto di Messalina di Claudia Salvatori e ho scelto di leggerlo soprattutto per scoprire un punto di vista controcorrente su questa donna dell’antichità, che fu imperatrice di Roma dal 41 al 48 d.C, da sempre demonizzata e descritta come quint’essenza della depravazione e della dissolutezza. Claudia Salvatori reinveinta probabilmente il personaggio, superando millenni di campagna denigratoria, e ci consegna il ritratto di una donna con una sua precisa valenza etica e morale, una sensibilità forse moderna, pensiamo solo alla sua avversione ai maltrattamenti contro gli animali che si svolgevano nei giochi del Circo, una precisa caratterizzazione psicologica, possibile vittima di una campagna diffamatoria orchestrata per ragioni politiche. Il Mago e l’Imperatrice è dunque una rivisitazione romanzata della vita di Messalina, che parte dalle poche righe lasciate da Tacito, e in un gioco di specchi tra reale e immaginario fa quello che da sempre la letteratura è chiamata a fare: sonda gli estremi limiti del possibile. L’originalità e se vogliamo il fascino principale di questo romanzo, che si discosta in maniera netta da molte ricostruzioni storiche seppur fedeli che ho avuto modo di leggere, è racchiuso nello spirito che lo anima, nella autenticità e profondità psicologica con cui l’autrice descrive i personaggi che animano la scena, e se lo leggerete avrete modo di comprendere cosa intendo. Valeria Messalina giovanissima ragazza romana di umili origini, avendo sposato Claudio, lo zio di Caligola, alla morte di quest’ultimo diviene imperatrice di Roma. La madre di Messalina, Lepida, non ama la figlia e proprio la scelta di farle sposare Claudio, uomo mite e goffo da tutti considerato affatto brillante, rientra in questo scontro di volontà che segnerà profondamente la vita della donna. Ma Claudio non è però una persona mediocre, anzi è intelligente e sensibile, dotato di una profonda cultura e autore di libri di notevole valore. Mentre tutti gli eredi di Augusto e di Tiberio venivano uccisi perché non potessero ereditare il trono, proprio il basso profilo di Claudio gli permise di sopravvivere, non essendo visto da nessuno come una minaccia. Alla morte di Caligola, ucciso in una congiura di pretoriani, Claudio viene proclamato imperatore e così ha inizio uno dei periodi più interessanti dell’Antica Roma. Messalina ben lungi da essere la donna dissoluta che la storia ci ha tramandato è per l’autrice una ragazza gentile e intelligente, educata ad amare l’arte e la bellezza, interessata ai libri, che si circondava di mimi e ballerini in una tensione intellettuale che la rendeva una donna di fatto eccezionale per l’epoca. Saggia ed equilibrata divenne la più preziosa consigliera del marito che aiutava con sagacia in tutte le questioni più delicate del suo comando. Generosa, intuitiva, di animo delicato, amante della bellezza e grazie agli insegnamenti di Simon Mago attenta agli altri, questo emerge dal vivido ritratto che la Salvatori ci consegna restituendo dignità e considerazione ad una donna forse a torto pesantemente demonizzata dalla storia. L’unico sbaglio che fece, che le costò tutto, fu di mettere da parte Claudio risposandosi con un giovane patrizio romano, volendo regnare fino alla maggior età del figlio, questo permise ad Agrippina sorella di Caligola, nuova moglie di Claudio, di far nominare il figlio Nerone imperatore. Altro personaggio riabilitato dall’autrice è Simone di Samaria, conosciuto come Simon Mago, che predicava una religione molto simile a quella cristiana in opposizione con gli apostoli. Messalina seguì i suoi insegnamenti e un altro suo errore, o più che altro motivo per il quale fu odiata e vilipesa, fu la sua volontà che anche i Romani seguissero i suoi insegnamenti, per cui tutti sono uguali e hanno diritto alle stesse cose. Ma i tempi non erano maturi per accettare un tale rivoluzionario ribaltamento di privilegi e con il suo crollo finì anche il sogno di portare a Roma il regno dell’uguaglianza.

:: Segnalazione di La preda di Graham Hurley (TimeCRIME, 2013)

12 febbraio 2013 by

CopLaPredaLa preda di Graham Hurley
Traduzione di Valentina Pezzoni
TimeCRIME, in libreria dal 21 febbraio.

Secondo capitolo della serie che vede protagonista l’ispettore Joe Faraday.

L’assistente dell’ispettore Joe Faraday, Vanessa Parry, è morta in un incidente d’auto. Il suo funerale è l’amaro epilogo di un’altra settimana trascorsa in prima linea a combattere contro l’ondata di criminalità che sta travolgendo Portsmouth, nel Regno Unito. Anche l’ambiguo e apparentemente intoccabile detective Paul Winter deve fare i conti con un destino infausto. Ma in una città in cui l’unico linguaggio è quello della violenza e della corruzione non c’è tempo per il dolore. La polizia deve mettersi subito sulle tracce di uno stupratore seriale che aggredisce le proprie vittime mascherato da Paperino e indagare sulla scomparsa di un ginecologo che sembra essere stato inghiottito nel nulla, ma che ha lasciato dietro di sé un raccapricciante numero di donne orrendamente mutilate che adesso chiedono giustizia.

Graham Hurley è nato nel 1946 a Clactonon – Sea, Essex. Dopo una fortunata carriera come documentarista, ha deciso di dedicarsi interamente alla scrittura. La serie che ha per protagonista Joe Faraday, di cui La preda è il secondo episodio, dopo Il caso Maloney, consta al momento di dodici volumi e ha conosciuto un ampio consenso di critica e pubblico; France 2 ha prodotto una fortunata trasposizione televisiva di quattro romanzi della serie. Hurley vive e lavora a Exmouth, nel Devon, con la moglie Lin, i tre figli e un gatto.

«Se siete convinti, come lo sono io, che alcuni settori della nostra società siano al collasso, tenete presente che la prima testimone del degrado al quale si è giunti è la polizia. Perché è la polizia la prima ad avere a che fare con la rottura dei vincoli familiari, con gli orrori di un’educazione sbagliata, con la povertà e le ingiustizie che questa implica. Quello di cui sono testimoni oggi gli agenti di polizia è spesso lo specchio di quello che domani ci riguarderà tutti.» Graham Hurley

:: Recensione di Un favoloso bugiardo, Susann Pásztor, Keller editore a cura di Viviana Filippini

12 febbraio 2013 by

pasztor-400Prendete tre fratelli nati da un unico padre, ma da tre madri diverse. Poi aggiungete una nipote sedicenne alla ricerca di informazioni sul nonno internato nel campo di concentramento di Buchenwald. Unite il fatto che forse il protagonista del quale tutti parlano -Joschi Molnár- non ha detto sempre la verità sul suo vissuto. Ecco che allora conoscerete la curiosa storia narrata da  Susan Pásztor  nel suo romanzo d’esordio, Un favoloso bugiardo. La Pàsztor nel libro racconta edito da Keller narra l’Olocausto seguendo una strada del tutto personale che non ha nulla a che vedere con la maggior parte delle storie alle quali noi lettori – me compresa – siamo abituati. Ad essere precisa ci sono dei rimandi alla detenzione degli internati a Buchenwlad che si conoscono attraverso la visita turistico-educativa svolta dal gruppetto familiare discendente da Molnár, ma procedendo nella lettura ci si accorge che Un favoloso bugiardo prende spunto dal possibile internamento di Molnár nel campo vicino a Weimar, per raccontare il progressivo processo di riavvicinamento dei suoi tre figli. Non a caso Gabor, Marika, Hannan e la figlia sedicenne di quest’ultima Lily – la voce narrante del libro e studentessa alla prese con una ricerca su Buchenwald- si ritrovano per la prima volta nella loro vita per celebrare il centenario della nascita del padre/nonno. I tre fratellastri comincieranno a parlare della figura paterna evidenziando il suo essere poco presente come genitore, il suo repentino tradire le donne amate e la sua maggiore abilità: inventare frottole. Questa consapevolezza indurrà i protagonisti adulti a chiedersi quanto Molnár ha detto loro di vero della sua vita e si chiederanno se i due figli e la prima una moglie scomparsi ad Auschwitz e il suo successivo imprigionamento a Buchenwald siano fatti accaduti o bugie di comodo. Mentre avviene questo cammino alla scoperta dell’altro che non c’è più, l’adolescente Lily ascolta, impara e scopre realtà curiose e del tutto sconosciute sul suo passato parenterale. Aspetti che forse non le permetteranno di scoprire l’intera verità sul nonno Joschi, ma sicuramente la aiuteranno a crescere e ad affrontare con coraggio e nuovo interesse il domani. Il tono ironico e la situazioni tragicomiche presentate dall’autrice di Un favoloso bugiardo creano una storia dall’impianto narrativo scorrevole che permette a chi legge di conoscere parte della Storia passata, ma anche di appassionarsi – e qui noi lettori siamo sullo stesso piano di Lily – alle vicende della scapestrata famiglia di Gabor, Marika e Hannan, alla identificazione di colui che: “Amava le donne, ignorava la contraccezione, mentiva a tutto spiano e quando le cose si facevano complicate, se la svignava”. Il primo romanzo di Susann Pàsztor stupisce, perché l’autrice riesce ad affrontare con sensibilità e fine umorismo un tema delicato come quello dell’Olocausto senza offendere o irritare l’animo del lettore. Allo stesso tempo,  la scrittrice di origini ebraiche pone una lente di ingrandimento su quanto possano essere complessi, sconosciuti e intricati i rapporti tra consanguinei, facendoci capire che in realtà nessuno è perfetto. Traduzione di Fabio Cremonesi.

Susann Pásztor è nata nel 1957. Terminati gli studi artistici e pedagogici, ha lavorato come illustratrice di libri per bambini. Dal 1991 è giornalista freelance, autrice, scrittrice e traduttrice. Un favoloso bugiardo è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Jack Reacher – La prova decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2013 by
la prova

Clicca sulla cover per l’acquisto

Jack Reacher – La prova decisiva (One shot, 2005), tradotto da Adria Tissoni, nono episodio della serie di Jack Reacher, ideata dall’autore britannico Lee Child, è una riedizione voluta da Longanesi, che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 2008 con il titolo La prova decisiva, in occasione dell’uscita dell’omonimo film di Christopher McQuarrie con Tom Cruise nei panni del protagonista. Premetto che non avendo visto il film eviterò qualsiasi parallelismo tra romanzo e opera cinematografica. Come tutti i libri di Lee Child che fino ad oggi ho letto questo romanzo merita di essere letto,  soprattutto se amate i thriller in cui predomina l’azione. Jack Reacher è un personaggio tipicamente americano, il cui spirito si nutre di molte figure iconiche del vecchio west, se non addirittura andando indietro nel tempo, e cambiando continente, possiamo trovare anche delle somiglianze con la figura del ronin dell’antico Giappone. L’eroe solitario, il guerriero senza macchia e senza paura, che vaga di villaggio in villaggio, senza una casa, una famiglia, senza addirittura a volte un nome, ma rigorosamente testimone di un codice morale in cui giustizia, lealtà e libertà si uniscono e diventano un tutt’uno, è da sempre una figura cardine di quella parte più anarchica e libera, alle radici stesse del mito della frontiera, di cui Child si appropria rielaborandola e proiettandola nel suo personaggio. Jack Reacher è un ex militare, ma una specie particolare di militare, un maggiore della polizia militare, che ha avuto modo di indagare sui crimini commessi all’interno dell’esercito e già per questo un paria, ben prima della sua scelta di lasciare tutto e vagare per l’America, senza un conto corrente, un indirizzo email, una casa a cui tornare, diventando un invisibile insomma, che a malapena la previdenza sociale può stabilire che è vivo. Le parti in cui vaga in autobus, vedendo scorrere la provincia americana più profonda fuori dal finestrino, anche se brevi sono capaci di creare l’atmosfera e il giusto scenario in cui si svolgono le sue avventure. Non rifugge la violenza, pur non essendo un violento. Si limita a difendersi in un modo in cui la violenza è diffusa, le armi sono facilmente ottenibili, il più forte schiaccia il più debole senza alcuna pietà. Scusatemi sto divagando, questo non è un saggio su Jack Reacher, torno al romanzo.  Allora tutto inizia nel garage di un palazzo, in una piccola cittadina di provincia. Un cecchino spara sulla folla e uccide cinque persone: quattro uomini e una donna. Apparentemente senza motivo. La polizia ferma nel giro di poche ore James Barr: un reduce, disoccupato, con problemi di insonnia, senza una assicurazione medica. Le prove portano a lui, senza ombra di dubbio, così lampanti che sembrano costruite. James Barr si chiude in un ostinato mutismo e solo con il suo primo avvocato difensore fa il nome di Jack Reacher prima di essere selvaggiamente picchiato in carcere da una banda di latinos a cui aveva mancato di rispetto. Ormai in coma, con l’onta di colpevole marchiata a fuoco, giace in un letto d’ospedale e solo la sorella lo crede innocente e cerca un altro avvocato difensore e lo trova in Helen Rodin, una preparata e ambiziosa avvocatessa alle prime armi, la figlia stessa del pubblico ministero a cui è affidato il caso. Trovare Jack Reacher diventa imperativo. Ma naturalmente nessuno ci riesce, sarà lui stesso a farsi vivo dopo aver visto in tv un servizio in cui si fa il nome di James Barr. E Jack Reacher con James Barr ha un conto in sospeso. Lo sa colpevole di un altro crimine simile, crimine per cui non l’aveva potuto perseguire per intrallazzi politico- militari. Scoprire la verità sarà per Jack Reacher l’unica via d’uscita. Azione dunque, un’ indagine che porta in direzioni diverse dalle premesse, l’intuito di Jack Reacher, il bel personaggio di Helen Rodin, sono questi gli elementi centrali di questo romanzo. Se l’inizio con l’attuazione dell’attentato è un po’ convenzionale, non lasciatevi scoraggiare appena entra in scena Jack Reacher l’azione accelera in un susseguirsi di cambi di prospettiva. Scritto in terza persona, tipo di scrittura che Child predilige quando vuole dare più spazio alla suspense, Jack Reacher – La prova decisiva è uno di quei romanzi che si leggono in poche ore, senza annoiarsi. Le possibili aperture del finale le avevo naturalmente intuite già dall’inizio, Child utilizza infatti una soluzione non certamente innovativa ma di sicuro effetto che unita alla bravura nel delineare cattivi credibili e simili a dei congiurati rendono il romanzo un thriller pienamente riuscito.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Angeli assassini di Nicola Paparusso (Edizioni Tifernum, 2012) a cura di Diego Di Dio

12 febbraio 2013 by

angeli assassini“Angeli assassini”.
Da un titolo del genere ci si aspetterebbe un thriller, magari un pulp con tanto di strage sanguinolenta. E invece no. “Angeli assassini” (Edizioni Tifernum) è un libro sull’amore.
Ma partiamo dall’autore: Nicola Paparusso. Classe 1963, una laurea in Scienze Politiche, è stato Consigliere Legislativo del Presidente della Commissione Difesa del Senato e, nella legislatura successiva, del Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea italiana della NATO. Accanto alla passione istituzionale e politica, è la scrittura ad aver monopolizzato le successive esperienze di Paparusso. In ambito narrativo, c’è da segnalare il premio “Approdi D’Autore” con l’opera “Caffè corretto” (Graus Editore, 2007) , mentre nel settore saggistico vanno menzionati lavori su argomenti sociologici e antropologici.
“Angeli assassini” non è un manuale d’amore. Non vuole insegnare nulla perché non ha questa pretesa. È una disamina, a volte lucida a volte sognante, sul sentimento che “move il sole e l’altre stelle”.
Diciamo la verità. Oggi si prova quasi imbarazzo a parlare d’amore. Come se fosse un fratellastro deforme da tenere nascosto in cantina, oppure un peccato così grave da non farne parola con nessuno. Ci sono una serie di argomenti, oggi, divenuti tabù, per una sorta di stravolgimento sociale. Stravolgimento che ci ha portati a credere che se può essere legittimo parlare di sesso in tutte le sue forme, d’altro canto non è conveniente parlare di argomenti scomodi e poco gettonati. Argomenti pesanti, in fondo, di cui molti vorrebbero liberarsi. Potremmo citare Dio. E potremmo citare l’amore.
Ma questo libro, scevro da ogni illusione a buon mercato, affronta con piglio razionale, ma anche fiducioso, le varie fasi che possono caratterizzare quell’amore che più di ogni altro si presta ad analisi sociologiche: il rapporto di coppia.
I quindici capitoli che compongono il volume non pretendono di fondare una nuova scuola di pensiero, né di fare facili proseliti. Hanno la speranza, piuttosto, di aprire gli occhi (a giovani e meno giovani) su quanto siano simili tra loro le storie d’amore. Le dinamiche, grossomodo, finiscono per rispettare logiche abbastanza note, ed è proprio su questo presupposto che l’autore costruisce una serie di consigli che possono aiutare a vedere un rapporto di coppia con maggiore distacco. Un distacco necessario ad affrontare meglio, per esempio, un abbandono. Un punto di vista lucido che può aiutarci a riconoscere i nostri errori, a fare marcia indietro, a non cadere in quei facili standard sentimentali che, soprattutto nei momenti bui, portano a puntare un dito accusatore contro l’altro. Anche le storie d’amore passate giocano un ruolo importante in questo “saggio”: dare il giusto peso agli ex è un’operazione difficile, che tuttavia può aiutare a vivere meglio il presente. Il fardello del passato non deve essere un ostacolo, ma un’esperienza da conservare e sviluppare. Da non dimenticare, infine, le parole dedicate alla passione e all’importanza dell’intimità: mantenere vivo il fuoco dell’attrazione è forse il sistema più sicuro per saldare il collante sentimentale tra due persone.
Una lettura, “Angeli assassini”, interessante e istruttiva, che mi sento di consigliare a tutti. Perché tutti, chi prima chi dopo, chi più chi meno, ci siamo confrontati con questo universo.

:: Segnalazione di La ragazza dei cocktail di James M. Cain (Isbn edizioni, 2013)

11 febbraio 2013 by

ragazza-dei-c_800x600Data di uscita: 15 febbraio 2013
Traduzione: Marco Rossari

Hyattsville, Maryland, primi anni sessanta. Joan Medford è giovane, sexy e vedova. Suo marito è morto in un incidente automobilistico, le cui circostanze restano misteriose. Con il fiato sul collo di polizia e familiari, un bambino da crescere e il mutuo da pagare, Joan è costretta a rimboccarsi le maniche e a trovarsi un lavoro. Al Garden of Roses cercano una ragazza bella e disinvolta che serva ai tavoli in hot pants e camicetta scollata, e lei sa che le mance dei clienti più facoltosi potranno aiutarla a rimettere insieme i pezzi della sua vita. Nel bar incontra due uomini: un giovanotto attraente, ambizioso e sfrontato che le fa ribollire il sangue nelle vene, e un uomo anziano, molto malato ma dannatamente ricco, in grado di darle la sicurezza che vuole per sé e per suo figlio. La «ragazza dei cocktail» deve prendere una decisione, ma quando tutto sembra andare per il verso giusto, si troverà incastrata in una trappola mortale. In un romanzo ruvido e sensuale, ritrovato trentacinque anni dopo la sua morte e finora inedito in tutto il mondo, James Mallahan Cain dà voce – e corpo – all’ultima dark lady della letteratura americana.

James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio e Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.

:: Recensione di Un’ educazione parigina di Roberto Saporito (Perdisa – EPop, 2013)

11 febbraio 2013 by

PerdisaImager.aspxDa oggi, solo in formato eBook, in tutte le librerie on line, al prezzo di 2,99 Euro.

Io mi trovo bene a Parigi, in questa Parigi un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica, e per ora tutto questo mi basta. La lotta no, non mi interessa più.

Un’ educazione parigina di Roberto Saporito è da oggi diponibile in formato eBook nella collana editoriale diretta da Antonio Paolacci, ePop di Perdisa Pop Editore.
Saporito si sa è uno scrittore colto e raffinato, portatore sano di una sensibilità a volte ingombrante ma mai presuntuosa e forse fuori moda. Legge di tutto, con una predilezione per la letteratura americana contemporanea, della quale oltre che estimatore è proprio un fine cultore. Non a caso Luigi Bernardi aveva scelto personalmente questo libro per la pubblicazione.
Prima di iniziare la lettura del romanzo vi trovereste a leggere una breve nota dell’autore, una specie di mappa che vi guiderà nella lettura, simile ad un faro che nelle notti di burrasca indica gli scogli ai naviganti e la giusta rotta. Il discorso sembra complesso, ma in realtà non lo è, anzi è affascinante. L’autore si è così innamorato di due personaggi dei sui libri precedenti che ha deciso di farli rivivere ancora in questo libro come due io narranti senza nome. Le storie di questi due io narranti, ambientate in massima parte a Parigi, si rincorrono di capitolo in capitolo e ogni capitolo ha un io narrante senza nome differente come protagonista: “primo io” e “secondo io” .
Come sottofondo il rumore del traffico di Parigi, lo sciabordare della Senna e queste due vite che si intrecciano, si sfiorano, respirano in un canone a due voci virtuosisticamente stilizzato. Tracce distintive riportano ai personaggi dei libri precedenti, fuggevoli ma inconfondibili; come non pensare alla bicicletta con cui il protagonista di Carenze di futuro vuole raggiungere Parigi, e la vita fluisce, tanti fotogrammi che si susseguono verso un finale che non c’è. Come nella sceneggiatura di un film francese della Nouvelle Vague, uno di quei collage esistenziali recitati pianissimo, tra voci che si rincorrono, tra il rumore cacofonico delle tazzine e i cucchiaini che tintinnano in un bar.
La scrittura di Saporito affascina, come sempre anche quando parla di cose minime, in un minimalismo suo proprio che ne fa la cifra distintiva della sua scrittura. Riflesso di quanto la psicologia dell’uomo moderno sia frammentata, quasi che i due “io” siano i volti di un medesimo personaggio, quasi da teatro dell’assurdo. Il titolo farebbe pensare ad un romanzo di formazione, ma a dire il vero i personaggi sono già formati, maturi; si limitano a vivere, a domandarsi cose, a vagare per la città fatta di zone degradate, cimiteri storici, caffè all’aperto, librerie, mercatini da strada e tetti, i magnifici tetti di Parigi.
Il resto è silenzio.

:: Recensione di Striges di Barbara Baraldi (Mondadori, 2013) a cura di Stefano Di Marino

10 febbraio 2013 by

striges-baraldiLa fiaba è un genere molto amato e molto praticato della narrativa popolare. Sino a qualche tempo fa pareva relegato a vecchie raccolte di autori classici (Andersen, i fratelli Grimm) e a qualche racconto per bambini. Più di recente ha subito una rinascita nel cinema ma anche nei romanzi che ne hanno a volte colto il senso profondo del meraviglioso (sensoriale e sentimentale) tingendolo di  nero. Da Tim Burton aTwilight, da cappuccetto Rosso a Biancaneve e il Cacciatore ma mi piace inserirvi anche la visione cupissima di Golden e Mignola realizzata nella serie Baltimore il vampiro, ispirata al Soldatino di Latta. Di certo la fiaba (che si differenzia dalla favola dove i caratteri sono animali antropomorfi) ha sempre avuto un suo lato oscuro, affascinante e negli ultimi decenni ha mescolato il classisco sfondo pseudomedioevale con ambientazioni e tematiche più moderne. L’avventura poi ci ha aggiunto qualcosa di dinamico, di vigoroso fondamentalmente a vantaggio delle eroine che, lungi da essere, damigelle in pericolo hanno preso saldamente le redini  della situazione. Come tutti gli eroi (maschi e femmine) non sempre partono da situazioni vantaggiose. A volte, e proprio qui sta la novità, è il disagio giovanile di chi si sente stretto tra una famiglia non in grado di comprendere la realtà oltre il visibile e la scuola, l’ambiente sociale e sentimentale in cui di ‘ streghe cattive’ e  ‘orchi’ in carne ed ossa ce ne sono sin troppi. L’amore tradito, impossibile si mescolano così alla presa di coscienza di essere donne speciali ma di avere sempre avversari in una realtà che urbana e moderna o medioevale fantastica è sempre fatta di grigi, di zone d’ombra. È il percorso narrativo di Barbara Baraldi, chiaro anche se non ancora così ben delineato, sin dai primi racconti, da quel  piccolo capolavoro che vinse il Gran Giallo città di Cattolica e dalle opere che seguirono, i due ‘corti’ Perdisa che compongono il dittico di Amelia, ai Gialli sanguinari e dark con protagonista Eva  sino a Lullaby e ai primi due episodi della saga di Scarlett. Sarebbero moltissime le storie scritte da Barbara nel corso degli anni, da recuperare per ricostruire il suo mondo fantastico. Mi piace ricordare ‘La casa dagli specchi rotti’ che le chiesi per un’antologia che curai anni fa ‘Il mio vizio è una stanza chiusa’ dedicato al thrilling  anni  ’70. Un percorso autoriale e di formazione che si è andato a ogni tappa affinando. La narrazione, il linguaggio sono sempre più consapevoli, scorrevoli, quasi un film che Barbara vede nella sua testa e proietta attraverso lo sguardo sulla pagina scritta e incanta il lettore. Striges arriva in un momento difficile dell’editoria italiana, un momento in cui l’urban fantasy, la fiaba moderna sono stati massicciamente scoperti e sfruttati, spesso con una produzione  narrativa e cinematografica sovrabbondante, ovviamente esterofila. Ma che bisogno abbiamo di cercare autori all’esterno, quando ne abbiamo di così bravi a casa nostra. In un romanzo corposo (che intuiamo è solo una parte di un più ampio disegno narrativo) Barbara interpreta in maniera originale il mito delle streghe, affondando la lama nella ricerca, nel mito solo per quel che è necessario per stimolare emozioni, astenendosi da didascalismi inutili. Vince il cuore, naturalmente, perché queste sono le regole delle fiabe ma il mistero e la sofferenza accompagnano la crescita della sua eroina Zoe per tutto il romanzo. Ed è incredibilmente brava Barbara a mescolare la realtà (evidente in certi personaggi come Sam e l’adorabile Clohe) alla fantasia. Il palcoscenico è Milano che rivela angoli nascosti, botteghe di burattinai di Praga, inaspettati consessi di streghe, inquisitori, feste che sembrano uscite da reami fatati e combattimenti sulle guglie del duomo. E come sempre in tutte le cose c’è una natura buona e un’altra feroce che lottano  per il predominio. Tra le Streghe quanto  tra gli Inquisitori. C’è persino un famiglio mutaforma che appare prima con l’aspetto di un furetto che la protagonista coccola provando poi un certo imbarazzo scoprendolo un bel giovane, un artifizio ben calibrato che sicuramente piacerà al pubblico femminile. Cura nei dettagli, negli abiti e nei profumi, nella musica, nei riferimenti letterari e cinematografici che spuntano così, magari nel titolo di un capitolo, inaspettati. Una lettura per tutti quindi, una lettura per chi non ha paura di emozionarsi. Un bellissimo film ‘scritto’ del quale aspettiamo nuovi e inediti sviluppi, magari inseriti in panorami extra urbani, bucolici e ricchi di fascino come quelli che Barbara sa raccontare, perché il  velo magico del suo racconto si applica perfettamente alla città quanto alla natura.

Striges – Barbarba Baraldi- Mondadori-465pp-17 euro

:: Recensione di La svolta di Michael Connelly (Piemme, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2013 by

la svoltaLa svolta (The Reversal, 2010) di Michael Connelly, tradotto da Stefano Tettamanti e Giuliana Traverso ed edito da Piemme, è il terzo romanzo della serie Heller, dopo Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer, 2005) e La lista (The Brass Verdict, 2008), questa volta con la partecipazione anche di Harry Bosch e Rachel Walling in ruoli un po’ defilati ma essenziali per la risoluzione del caso. Con il personaggio di Mickey Haller lo scrittore di Filadelfia ha fatto ufficialmente il suo ingresso nel legal thriller, privilegiando una prospettiva anche critica nei riguardi del sistema legale americano, e del suo stretto legame con la strumentalizzazione dei mass media per influenzare l’opinione pubblica e di riflesso anche la giustizia, e questa senz’altro a mio avviso è la caratteristica più interessante di questa serie. La svolta è un legal thriller puro, la maggior parte dell’azione è svolta in tribunale, nell’ufficio del giudice, o nella preparazione del processo; chi ha amato Presunto innocente di Scott Turow, Anatomia di un omicidio di Robert Traver o i romanzi di John Grisham sicuramente troverà questa lettura interessante, ma se gli interrogatori e i controinterrogatori vi annoiano, il mio consiglio è che leggiate le serie più d’azione con protagonista Bosch o Jack McEvoy. Essenzialmente ne La svolta abbiamo a che fare con un cold case, – termine abbastanza conosciuto anche grazie una serie televisiva di successo- ovvero uno di quei casi non risolti che anche a distanza di molti anni possono venire dissepolti se per esempio si trovano nuove prove, anche grazie alle sempre più moderne tecniche di laboratorio. Ed è così che accade questa volta: l’analisi del DNA condotto sulle vesti della vittima sembra porre dubbi sulla colpevolezza di Jason Jessup, che già da più di vent’anni è in carcere accusato dell’omicidio di Melissa Landy, una ragazzina di 12 anni. Grazie anche all’intervento di un’associazione di legali conosciuta come Genetic Justice Progject e l’ostinazione di Jessup, sempre impegnato nella sua cella a compilare ricorsi, istanze, denunce, la Corte Suprema dello stato revoca la condanna, il caso viene riaperto e si inizia un nuovo processo che se stabilisse l’innocenza  di Jessup implicherebbe un clamoroso danno di immagine per l’intero dipartimento della polizia di Los Angeles, il sistema giudiziario e finanche la necessità di sborsare un ingente risarcimento di milioni di dollari che la città e la contea dovrebbero corrispondergli per ingiusta detenzione. Proprio a causa di queste ripercussioni, anche politiche, e della delicatezza della situazione, dovuta anche al grande clamore mediatico, il procuratore della contea di Los Angeles, Gabriel Williams, decide di affidare l’accusa ad un pubblico ministero esterno al suo ufficio e chi meglio di Mickey Haller è la persona giusta per questo incarico? Heller, fermamente convinto della colpevolezza di Jessup, accetta di fare da pubblico ministero, lui da sempre avvocato della difesa, e chiama accanto a sé la ex moglie Maggie McPherson come vice-procuratore e il fratellastro Harry Bosch nel ruolo di detective. Da questo momento in poi Heller si occupa della preparazione del processo e dell’impegnativo scontro con l’avvocato difensore Clyve Royce, abile manovratore dell’opinione pubblica e dei media, e Bosch delle indagini sul campo. Jessup viene rilasciato e proprio il suo pedinamento porta Bosh a sospettare che ci sia sotto qualcosa di non risolto e l’intervento risolutivo Rachel Walling profiler dell’FBI chiarirà a tutti gli errori commessi nel primo processo e la minaccia che Jessup rappresenta anche per Bosch e Heller stessi. Solitamente in questo tipo di legal thriller il dubbio sulla colpevolezza del presunto colpevole viene giocato in modo più ricco di suspense, Connelly no, sceglie un approccio molto meno ad effetto: sia Heller, che Maggie, che soprattutto Bosch sono certi della sua colpevolezza e si adoperano per assicurarlo alla giustizia. Questa scelta rende le sfumature thriller molto meno marcate a favore invece di un’analisi più accurata del sistema legale in sé. Si trattano temi come la pena di morte, il dolore dei parenti delle vittime le cui ripercussioni possono condizionare le intere loro vite, ( bellissimo a mio avviso il personaggio di Sarah Ann Gleason), gli scrupoli morali degli avvocati, in lotta tra cinismo ed etica, i rapporti tra media e giustizia, il rischio che errori giudiziari possano rovinare la vita di innocenti. Connelly resta uno scrittore notevole, per stile e struttura narrativa, autore di alcuni dei più bei thriller che abbia mai letto; se paragono i primi a questi più recenti noto una diversa prospettiva di analisi, come Connelly stesso ammise ad una presentazione a cui partecipai. Connelly è cambiato e così lo sono i suoi libri e i suoi personaggi. Da lettrice vorrei più spazio per Jack McEvoy, ma nonostante questo Bosch resta un personaggio che amo ritrovare di libro in libro, invecchiato, amareggiato, sempre più desideroso di fare bene il padre. Le sue priorità sono cambiate proprio come per Connelly, presumo.