:: Altri libri. La diversità come risorsa. La tavola degli indipendenti

10 Maggio 2013 by
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COSA: ALTRI LIBRI DA EATALY

La tavola degli indipendenti

DOVE: Sala Punt & Mes, Eataly, Lingotto, via Nizza 230, Torino

QUANDO: Giovedì 16 e Venerdì 17, in contemporanea con il Salone del Libro

Partendo da un’idea di Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop e promotore dell’iniziativa, un gruppo di editori indipendenti ha deciso di unirsi in modo alternativo in occasione della prossima edizione del Salone internazionale del libro di Torino.

Per rivendicare l’importanza della propria diversità e il diritto di essere raggiunti dal pubblico, in un contesto editoriale sempre più gestito dai grandi gruppi, le case editrici DeriveApprodi, :duepunti edizioni, Hacca, La Linea, Laurana, Melampo e Perdisa Pop saranno insieme per una serie di eventi in uno spazio esterno al Salone: la sede di Eataly, al Lingotto. In questa sede verrà allestito uno spazio espositivo per la vendita dei libri e saranno presentati a lettori e stampa i progetti, le novità e le anteprime di ciascun editore aderente all’iniziativa.
Punto centrale della due giorni sarà la tavola rotonda sull’editoria indipendente,

ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÁ COME RISORSA,

che si terrà giovedì 16 a partire dalle ore 17,00, a cui parteciperanno vari esponenti del mondo editoriale, tra cui gli Enrico Pandiani, Silvia Longo, Francesco Forlani, Domenico Scarpa, Marco Croella e tanti altri stanno inviando la propria adesione.
La scelta di incontrare lettori e stampa in uno spazio diverso non è in polemica con il Salone del libro, al quale parteciperanno comunque alcuni degli editori presenti in contemporanea da Eataly. Nasce tuttavia dall’esigenza di richiamare l’attenzione sull’editoria indipendente e sulle sue potenzialità, all’interno di un sistema di mercato che ne limita la visibilità e la crescita. Per questo gli incontri saranno aperti anche agli interventi dei rappresentanti di altre case editrici, che saranno invitati a partecipare attivamente. Media partner Border Radio e Extra Campus TV

PROGRAMMA

GIOVEDÌ 16
10.00 – Apertura spazio espositivo
12.00-13.00 – Conferenza stampa: le case editrici espongono le ragioni dell’iniziativa. A seguire aperitivo
15.00 – Presentazione a cura di La Linea: I giorni in fila, di Andrea Garbarino, interviene Alessandra Callegari
16.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Zoo a due, di Marino Magliani e Giacomo Sartori
Dalle 17.00 alle 19.00 – Tavola rotonda: Dibattito sull’editoria indipendente, ALTRI LIBRI. LA DIVERSITÀ COME RISORSA. A seguire degustazione a cura di Velier
VENERDÌ 17
10.00 – Apertura spazio espositivo
11.00 – Presentazione a cura di Perdisa Pop: Cattiverìa, di Rosario Palazzolo
13.00 – 14.00 – Degustazione a cura di Velier e chiusura stand.

:: Un’ intervista con Massimo Cassani a cura di Viviana Filippini

10 Maggio 2013 by

51575-1Ciao Massimo benvenuto a Liberi Discrivere prima di parlare del tuo terzo romanzo dedicato alle indagini del Commissario Micuzzi raccontaci un po’ di te.

Lavoro nel Gruppo 24 ORE, mi occupo di riviste. Sia per i libri sia per la musica sono un disordinato, faccio fatica a seguire un filo. Passo dalla musica d’autore alle contaminazioni multietniche dell’Orchestra di via Padova, dalla musica antica alla Gatta Cenerentola di Roberto de Simone. Dipende dai periodi. O dal cd che mi casca in mano in quel momento. Ultimamente sto ascoltando fino alla nausea la colonna sonora di In the mood for love. Non sto proprio sull’attualità, diciamo…

Zona franca è il terzo giallo milanese con protagonista Micuzzi. Come è nata l’idea di fare dei romanzi gialli seriali?

In realtà non era previsto che fosse una serie, per lo meno in principio. Mentre scrivevo il primo episodio ho cominciato a buttar giù qualche appunto su una possibile seconda storia con gli stessi personaggi e con la medesima ambientazione, ma erano, appunto, soltanto spunti. Quando presentai a Sironi il romanzo, abbozzando l’ipotesi di un seguito, mi proposero un contratto anche una seconda storia. E lì ho avuto paura di essermi ficcato in un guaio.

A chi ti sei ispirato per creare la figura del commissario Sandro Micuzzi, un uomo svagato che a volte sembra aver perso il contatto con la città dove vive e lavora?

A nessuno in particolare. Certe distrazioni sono le mie, ma non mi sono preso come modello. E poi lui ha i baffi.

In Sottotraccia l’indagine si svolgeva attorno ai Navigli, in Pioggia battente protagonista e viale Abruzzi e in Zona Franca protagonista è l’area di Via Padova e limitrofe. In base a quali motivi scegli l’ambientazione delle tuo storie con protagonista Micuzzi.

In realtà sui Navigli era ambientata una sola scena,all’inizio del romanzo, tutto il resto spaziava per varie zone di Milano: da Città Studi a corso Buenos Aires, dal quartiere Gallaratese fino allo storico quartiere dell’Ortica. Racconto le zone che frequento o che mi è capitato di frequentare.

Nei tuoi romanzi c’è sempre una perfetta mescolanza tra realtà con riferimenti a fatti e persone provenienti dalla Storia e invenzione narrativa. Come è avviene il processo di unione tra le due parti?

Tutte le vita individuali sono sempre inserite in un contesto storico più generale. Ed è impossibile, almeno per me, dimenticare cosa accade intorno alle vicende private. Credo che questo derivi dai racconti familiari di quando ero bambino. Il tema della seconda Guerra mondiale, per esempio, era un filo conduttore continuo. Episodi di vita quotidiana, magari anche piccoli, banali, venivano sempre associati allo scenario più generale. Una contaminazione continua. E’ la forza del racconto popolare, della tradizione orale.

Addentrandoci in Zona Franca il primo personaggio che il lettore incontra si chiama Benito Marabelli ed è tornato in Italia per portare a termine un missione punitiva. Come mai ha scelto un’apertura che fa capire da subito al lettore che ben presto tra le pagine si troverà alla prese con un omicidio?

Volevo che l’obiettivo di Marabelli fosse chiaro fin da subito e che si intuissero anche le motivazioni del suo agire, per far concentrare il lettore sul resto dell’intreccio, sui personaggi, sugli ambienti in cui si muovono, che ci fosse un equilibrio fra gli aspetti tipici del genere e quelli tipici del romanzo in senso stretto.

L’ottantenne Gigi Sciagura, all’anagrafe Luigi Pecchi, è alle prese con una sua forma di protesta che lo spinge a sostenere la demolizione del Duomo. Perché sostiene questa sua iniziativa con così tanta tenacia e da tanto tempo?

Gigi Sciagura dice cose vere su certe derive di Milano, ma siccome è un po’ andato via di testa le trasforma lui stesso in una narrazione delirante. La sua lucida follia gli fa vedere le cose che noi stessi viviamo senza rendercene più conto. Vive la sua predicazione come una missione. Fra le pieghe dei suoi deliri c’è più saggezza di tanti individui che girano per Milano con macchine che sembrano carrarmati. E che consumano come i carrarmati.

Il tragico epilogo della vita di Sciagura-Pecchi è l’evento che porta alla ribalta Sandro Micuzzi, come accoglierà questa nuova indagine il commissario?

Con fastidio, come sempre. Gli tocca lavorare. Micuzzi non ha dentro il fuoco sacro. Cerca di fare il suo lavoro. E spesso gli pesa.

Ambra Cattaneo, l’amica giornalista di Micuzzi, viene brutalmente aggredita e Selene, sua amica nonché persona importante per le indagini rischia più volte di essere vittima di violenze. Come agiscono sulla psiche del commissario questi eventi che travolgono le persone che lui consoce?

Sono la molla che lo spingono a indagare, anche se lui non potrebbe, visto che già nel primo episodio viene silurato dalla squadra mobile e confinato in un commissariato cittadino.

Micuzzi non deve solo badare a se stesso, ma tenere sotto controllo le perenni avances della ex moglie Margherita. Il prendersi e lasciarsi continuo come è vissuto dai protagonisti?

Il commissario Micuzzi è l’antitesi dell’uomo decisionista. Da una parte sente che la loro storia è finita. Dall’altro è attratto dall’idea di ricostruire il suo matrimonio perché in fondo è un abitudinario. Una situazione di perenne stallo. Margherita è una donna volitiva, anche se nei tre episodi fin qui pubblicati dimostra tratti di fragilità inaspettati. Penso che questa donna sia abbastanza antipatica ai lettori. E io sono d’accordo con loro.

Quanto sono importanti per il protagonista i  suoi colleghi di lavoro, sia dal punto di vista delle indagini, ma anche umano?

Sono fondamentali. Se c’è un lato positivo di Micuzzi è quello di saper valorizzare i suoi collaboratori. E loro danno il meglio. Poi, loro come lui, sono umani, sbagliano, hanno le loro debolezze e, come nel caso di Lariccia, pure le loro meschinità. C’est la vie.

Zona Franca ha al centro un’ indagine per la risoluzione di un inspiegabile omicidio. Micuzzi indaga, ma poi scoprirà inquietanti e drammatiche realtà presenti nella città della Madonnina (lavoro nero, traffico di droga, morti sul lavoro). Quale sarà la sua reazione e cosa hai voluto mettere in evidenza con questi fatti?

La realtà. Sia quella che vediamo sia quella che non vediamo. Una realtà spesso “invisibile ai vedenti”.

Se dovessi pensare ad un adattamento cinematografico delle storie dell’ispettore Micuzzi, quale attore potrebbe vestire i suoi panni?

Francamente non lo so. Fisicamente ho in mente un attore che purtroppo è scomparso, ma anche se fosse stato in vita avrebbe avuto soltanto la faccia giusta. Non dico chi è. Però era un comico. E non era nemmeno milanese.

Massimo potresti dare ai lettori una breve spiegazione del senso del titolo di Zona franca e perché lo hai scelto?

Nel romanzo si parla di un sevizio segreto clandestino realmente esistito e attivo in Italia dal Dopoguerra (il cosiddetto Anello). E’ solo uno dei tanti misteri del nostro Paese, l’ennesima storia torbida in cui i veri responsabili non hanno mai pagato. I protagonisti di certe vicende, come questa o come la strage di piazza Fontana o della stazione di Bologna (e qui mi fermo perché purtroppo l’elenco è lungo) sembra che vivano o abbiano vissuto in tante ‘zone franche’, protette, impermeabili.

Sei già al lavoro su un nuovo caso del commissario Micuzzi? Puoi darci qualche anticipazione a riguardo?

La risposta alla prima domanda è: sì. La risposta alla seconda domanda è: no. Ma non per reticenza, è che al momento sto ancora rimestando nel torbido.

Un’ultima domanda prima di salutarti. Quale è libro secondo te il libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni lettore?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ogni lettore è diverso dall’altro. Conosco persone che hanno adorato Il Maestro e Margherita e altre che l’hanno detestato. Per non parlare del Piccolo Principe. Posso dirti un autore che ho scoperto di recente e che mi è piaciuto molto: Torsten Krol, in Italia è pubblicato da ISBN. Si favoleggia non l’abbia mai incontrato nessuno, neppure il suo editore, o che dietro questo nome si nasconda un noto autore. Io so solo che i suoi libri sono straordinari. E magari invece qualcuno li detesta, chi lo sa?

:: Recensione di 666 Park Avenue New York, di Gabriella Pierce, (Newton Compton, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2013 by

666 park-avenueRomanzo dark fantasy di Gabriella Pierce che ha ispirato una serie televisiva.
Il romanzo narra di Jane Boyle, architetto, cresciuta con la nonna dopo aver perso entrambi i genitori.
Trasferitasi in Francia con la nonna è stata cresciuta con un’educazione molto rigida in un ambiente paranoico e troppo protettivo.
Scappata dalla nonna appena entrata nell’età adulta fa carriera nel migliore studio di architettura francese.
La sua vita sembra del tutto normale, fino a quando incontra Malcom, un ragazzo fantastico, figlio della più famosa e importante famiglia di New York: i Doran.
La loro storia d’amore sembra andare avanti senza problemi, Malcom sembra proprio la perfezione, anche quando vanno a casa della nonna di Jane e la trovano morta è lui che prende in mano la situazione.
Quando Jane arriva a New York, a casa dei suoceri, viene accettata come se fosse una figlia. Jane non riesce a credere a quello che sta vivendo, tutto è perfetto come se stesse vivendo dentro una bolla a di fuori del mondo dove tutto è rosa e fiori e prosegue senza intoppi.
Purtroppo però è tutto un’illusione, infatti Jane non è una ragazza normale ma una strega, come anche la sua futura suocera che ha manipolato tutto e tutti per poter approfittare di lei.
Inizia così uno scontro epico che terrà il lettore attaccato alla lettura con il fiato sospeso.
Infatti il romanzo all’inizio parte con una narrazione molto lenta, quasi da classico romanzo rosa stile Liala con la trama scontata della ragazza normale che incontra il ricco ereditiere, scocca l’amore e la vita di lei cambia. Una volta riusciti a superare la prima parte però sembra di trovarsi completamente in un altro libro, la narrazione diventa più fluida e piena di colpi di scena che sanno tenere il lettore incollato alla lettura senza fiato fino alla fine del libro.
Finale che pur lasciando il lettore in sospeso non risulta né banale né inconcludente, invogliando a procurarsi il prima possibile il seguito. Sì proprio così, il seguito, perché se la serie televisiva, pur essendo molto più complessa come trama e avvincente fin dall’inizio, non ha ottenuto molto successo al punto che hanno deciso di interromperla alla fine della prima stagione, il libro ha avuto talmente successo che l’autrice ha deciso di farlo diventare il primo di una saga e si sa già che un secondo volume è già stato pubblicato e il terzo sarà pubblicato nel 2013. Non si hanno notizie certe per altri volumi a seguire ma potrebbero essercene.
Un ottimo libro che può essere letto ovunque e da chiunque, che descrive in un’ottica un po’ diversa la figura delle streghe e i rapporti e i legami familiari.

Gabriella Pierce scrittrice americana, vive a Parigi coi suoi due cani. 666 Park Avenue è il suo primo romanzo.

:: Recensione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Dalai Editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013 by
Matt Bondurant

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“Perché avete tutti paura dei Bondurant? Mi dica solo questo”.
“Vuole che le dica qualcosa? Gli hanno tagliato la gola con un rasoio. Erano convinti che fosse morto, tutto quel sangue… Non ne aveva più nemmeno una goccia nelle vene. Ma se le dicessi che si è rialzato e ha camminato per più di quindici chilometri in una bufera di neve? Che ne pensa?
“Che è una gran bella storia”
“E lei ci crede?”
“No. E’ una leggenda. Una balla”.
“Be’, allora lei non ha nulla da temere”.

Può un libro diventare un’ ossessione?
Ma a me è successo che un libro diventasse un’ossessone con La contea più fradicia del mondo (The Wettest County in the World, 2008) di Matt Bondurant, pubblicato da Dalai Editore nella collana Romanzi e racconti. Sarà che il periodo in cui è ambientato, (Grande Depressione e Proibizionismo), mi ha da sempre interessato; sarà che si parla di uno scrittore come Sherwood Anderson, noto per la raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ogni appassionato di letteratura anglo-americana conosce, il cui talento forse a tutt’oggi non è ancora stato giustamente valutato e così sfortunato in vita da morire per aver inghiottito per sbaglio uno stecchino da denti in un cocktail party; sarà che è stato ispirato da una storia vera, la vita del nonno e dei prozii dell’autore, e oltre ad essere un romanzo storico, ben documentato, è anche una gangster story in cui buoni e cattivi si scambiano le parti; sarà che è uscito un film intitolato Lawless, e a volte il cinema pur quando non è al suo meglio, offre un ottimo servizio alla letteratura spingendoti a chiederti come sarà il romanzo da cui il film è tratto.
Per queste e forse altre ragioni più difficilmente identificabili leggere questo libro è diventato per me quasi un chiodo fisso e quando finalmente me ne sono procurata una copia la paura di rimanere delusa è stata tanta. Naturalmente se sto ora a parlarvene, la delusione non c’è stata anzi, mi sono divertita pure parecchio ad immaginarmi come doveva essere stata la vita dei contrabbandieri illegali di alcool nelle contee rurali della old Virginia, popolate di leggende e di gangster improvvisati e bizzarri, più avvezzi a scuoiare un maiale che a sparare con i fucili a pompa, con magari una corda invece che una cintura, la salopette di jeans, e la terra dei campi sotto le unghie.
Per non parlare delle donne che li hanno amati, donne volitive e determinate, rivisitazione in chiave proibizionista delle belle da saloon del vecchio West, come il personaggio di Maggie, il più bello a mio avviso ed evocativo di tutto il romanzo, o come il personaggio di Berta, suonatrice di mandolino, dall’animo ribelle e scanzonato seppur costretta negli abiti grigi e dimessi di una brava ragazza battista.
Se il Vecchio West incarna il lato allegro ed ottimistico del sogno americano, la Grande Depressione e il Proibizionismo ne incarnano la sua anima più dolente e tormentata e a questo proposito non posso non pensare alle bellissime foto di Dorothea Lange, che difficilmente si dimenticano una volta viste, e anche una foto compare sulla copertina, una foto di Jack presumo, nel romanzo l’autore cerca di ricreare il giorno in cui fu scattata. Starei ore a parlarvi di questo libro, ma  mi rendo conto che sto divagando e forse voi vorreste conoscere qualcosa in più della trama e dello stile di Matt Bondurant, che per inciso mi deve un’ intervista – se mi leggi sappi che aspetto ancora le tue risposte-.
Tornando alla trama, allora la storia si basa sui fatti e sul processo legati al The Great Moonshine Conspiracy Trial of 1935 avvenuto nella contea di Franklin, processo teso a dimostrare il reticolo di corruzione e ricatti che legava i moonschiners, distillatori illegali di whiskey, con le forze dell’ordine locali, sceriffo e procuratore legale in testa, anche se quest’ultimo, forse per i suoi agganci politici, sarà l’unico poi a farla franca.
Sherwood Anderson sulle tracce di una fantomatica contrabbandiera, Willie Carter Sharpe, l’unico essere umano in grado di sfrecciare giù per Grassy Hill al volante di una Ford, le cui gesta il vero Anderson racconterà in Kit Brandon, si imbatte nei fratelli Bondurant: Howard, Forrest e Jack. Paladini di una lotta personale con la legge che non solo infrangono contrabbandando alcool, ma anche schierandosi platealmente contro all’idea di pagare sottobanco le forze dell’ordine per continuare i loro traffici. Proprio per questo, in quel celebre processo non sedettero sul banco degli accusati, ma furono sentiti come semplici testimoni dei fatti accaduti.
La contea più fradicia del mondo, frase coniata dallo stesso Anderson per descrivere la contea di Franklin, è una saga familiare, dai toni epici e violenti, che raffigura un mondo rude e nello stesso tempo liricamente tratteggiato, capace di evocare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più, forse l’innocenza di una nazione che nel periodo più difficile della sua storia, gravato da una crisi economica che degenerò nella Seconda Guerra Mondiale, riuscì a rafforzare quei legami di solidarietà e di fratellanza, quell’ amore per la libertà e una giustizia ben superiore ai giochi di potere della legge costituita.
Una certa anarchia soffia per tutto il romanzo, un’allegra avversione verso la giustizia umana, nelle cui pieghe corruzione, sopraffazione e sadico amore per la violenza in sé vengono combattuti da Robin Hood in salopette e stivali da contrabbandiere. Questo mondo di certo non c’è più, ma nelle pagine di questo libro ancora vive, ed è bello che sia così. Traduzione di Paolo Falcone.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

Liberi di scrivere intervista Matt Bondurant: qui

Source: acquisto personale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: questo libro appartiene alla promozione Remainders -50%

:: Un’intervista con Massimo Gardella a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2013 by

il male necessarioCiao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.

R. Ciao, sì è tutto esatto tranne critico, una specializzazione che non mi appartiene. Amo cucinare, quindi mangiare, e mi piace la tranquillità. Sono una specie di fusione riuscita tra l’orso e l’uomo, sto volentieri in casa senza professare l’autoreclusione. Odio gli sport e convivo con una PS3 e una Xbox360, che ormai fanno parte della mia famiglia.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R. Preferisco non entrare nei dettagli, peraltro poco avvincenti, della mia vita privata, anche se la mia infanzia è stata bellissima (sugli studi basti la laurea). Per quanto riguarda il mio background, sono un musicofilo/musicista con un passato negli Yellow Capra, una band di musica strumentale composta da sette elementi. Essendo tutti patiti di cinema facevamo colonne sonore immaginarie, con proiezioni live di filmati montati (e spesso girati) da Gianandrea Tintori, che oltre a essere il batterista è anche montatore di cinema. Abbiamo inciso tre album (due e mezzo, diciamo, uno era un vinile bianco da collezione, in split con una band scozzese), lasciando il segno con una cover strumentale (e molto riarrangiata, devo dire) di A Forest dei Cure, scelta come musica per gli spot al cinema del Consorzio Prosciutto Crudo.

Come è nato il tuo amore per la letteratura anglo-americana? Quali libri e quali autori ti hanno maggiormente appassionato, incuriosito, influenzato?

R. Ho sempre amato la fantascienza, le antologie di racconti e i romanzi che leggevo da ragazzino erano tutti di autori americani e inglesi. Credo che sia un’influenza andata di pari passo con la fascinazione dello stile di vita e della cultura americani, più che anglosassoni in senso generale, trasmessa dai film e dalla musica che guardavo e ascoltavo. Più che influenzato, molti autori (diversissimi tra loro) hanno contribuito a fare nascere e crescere la voglia di scrivere, inventare e raccontare storie. Più o meno come per la musica, uno cerca di suonare quello che gli piace – o vorrebbe – ascoltare, una specie di amalgama di gusti e stili diversi che almeno all’inizio non prevede un ragionamento sulla struttura, ma forse solo la volontà di trovare la conferma – o la disdetta – di una vocazione. Fare nomi specifici sulle influenze significa per forza escludere qualcuno altrettanto importante che ti viene in mente un secondo dopo avere inviato la mail. Perciò dico solo mi sono laureato su Dick e Pynchon, ma in mezzo ci sono praticamente tutte le Norton Anthologies di letteratura americana e inglese…

La critica letteraria è una branca del sapere interessante e ancora poco conosciuta. Ci sono testi classici, fondamentali, che bisognerebbe leggere? Testi che tu consulti frequentemente?

R. Rimando alla prima risposta. Non sono un critico, se scrivo a proposito di libri lo faccio in modo colloquiale, senza addentrarmi in labirinti di cui non conosco la mappa. Quando leggo testi critici lo faccio per curiosità personale, per passione di un argomento, non per cercare di ordinare o scardinare o imbastire un percorso critico. Tra i saggi critici che ho letto e amato, City of Words dell’americanista (ma inglesissimo) Tony Tanner, sulla letteratura statunitense dal secondo dopoguerra agli anni Settanta (tra l’altro mai pubblicato in Italia), o le newsletter accademiche come Modern Fiction Studies, poi Leslie Fiedler e altri saggi sulla cultura americana che lambiscono anche la letteratura, come City of Quartz ed Ecology of Fear di Mike Davis.

Hai esordito con il romanzo di fantascienza Il Quadrato di Blaum edito da Cabila Edizioni di Milano, poi hai pubblicato più di recente con Guanda il romanzo noir Il male quotidiano. Entro l’estate dovrebbe uscire il tuo nuovo romanzo. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Hai seguito corsi di scrittura creativa? Reputi la lettura un’attività indispensabile per ogni scrittore?

R. Mi piacevano gli scrittori al cinema. Il primo in assoluto, quello della scintilla, è il Curt di American Graffiti, interpretato da Richard Dreyfuss, visto da bambino sulla scia dell’amore verso Lucas. Il primo vero romanzo “della vita”, divorato in tempo di record, è IT di Stephen King quando avevo quattordici anni, ma fino ai diciannove prendevo appunti, diciamo. Scribacchiavo sulla Olivetti di mio padre, con i computer il primo reperto di attività letteraria compiuta – un romanzo surreale ambientato a Parigi – risale al 1998. Non ho seguito corsi di scrittura creativa e personalmente credo che siano utili solo se posteriori o paralleli all’ambito universitario. Per ultimo, sono convito che se fai lo scrittore è perché ami leggere, quindi sì, è un’attività fondamentale.

Dalla fantascienza al noir. Ti reputi uno scrittore noir? O ami sperimentare, scegliere i generi secondo gli stati d’animo?

R. Non mi reputo uno scrittore noir, né di fantascienza. Sono entrambi generi piuttosto flessibili, capaci di rappresentare la realtà con allegorie potenti e attuali, al punto che a volte sono più efficaci della forma realista della narrazione. Per me prima di tutto viene la storia, è lo sviluppo dell’intreccio mentre procede la stesura che poi ne definisce l’eventuale genere.

Parlaci del tuo esordio. Come hai trovato il tuo primo agente? E’stato difficile giungere alla pubblicazione?

R. Ho pubblicato racconti online su BooksBrothers e Carmilla, poi su un’antologia di Coniglio nel 2007, e Il Quadrato di Blaum come primo romanzo due anni dopo. La mia agente, Silvia Meucci, l’ho conosciuta attraverso un’amica. Sì, pubblicare è difficile se cerchi un editore serio. È un lavoro molto solitario, sei davanti a uno schermo e prima o poi ti chiedi sempre che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e a chi dovrebbe interessare quello che scrivi. A questo si aggiunga poi una bella sfilza di rifiuti, lapidari o no fanno male lo stesso.

Asimov, Philip K. Dick, John Wyndham, Ray Bradbury. Questi sono i miei. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

R. Be’ sono tutti dei giganti. Su Dick ormai abbiamo scoperto di condividerne la passione, il mio preferito di sempre è Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quando l’ho finito ricordo di avere guardato mia madre e avere pensato che non fosse davvero mia madre. Per fortuna avevo torto. Altri autori di fantascienza che amo sono Fredric Brown (un maestro del racconto brevissimo, come La sentinella o La risposta), Heinlein, Sturgeon, Frank Herbert (non la saga di Dune proseguita dai figli), Lem, certe cose di Clarke (i racconti come Strada buia e I sette miliardi di nomi di Dio sono pazzeschi), Peter Hamilton e anche Jonathan Lethem (da sempre fan di Dick) che in Ragazza con paesaggio e poi Chronic City è riuscito finalmente a fondere la fantascienza al romanzo di formazione e letterario.

Il cinema influenza decisamente la tua scrittura. In che modo pensi queste due arti interagiscano tra loro?

R. Nei casi migliori di influenza del cinema sulla letteratura – e viceversa, ma è un rapporto d’amore-odio che si consuma dai Lumière – si tratta di cogliere atmosfere ottiche e cercare di trasportarle sulla pagina attraverso la lingua, che per quanto mi riguarda non significa scrivere con l’obiettivo e la speranza di ammiccare a un potenziale produttore cinetelevisivo. Molti romanzi, soprattutto quelli di azione, noir e affini, sembrano proprio scritti per ambire alla trasposizione in celluloide. Nella maggior parte dei casi condivido le parole di Hemingway per descrivere il suo rapporto con Hollywood: “Io e i produttori ci troviamo al confine, gli lancio la borsa con i libri, loro quella con i soldi, e poi ognuno va per la sua strada”. Ci sono registi “letterari” nel modo in cui filmano e montano il film, con uno sguardo sui personaggi e i paesaggi più simile all’approccio letterario che cinematografico (Ejzensŝtejn, Chabrol, Kubrick, Cronenberg, Visconti e Olmi solo per citarne alcuni, anche il talentuoso Wes Anderson, Paul Thomas Anderson o certe cose dei Coen per restare ai giorni nostri, Il grande Lebowski è il film su Vineland di Pynchon che nessuno girerà mai), autori che riescono a fondere l”efficacia espressiva del cinema con la suggestione più aperta e libera da vincoli visivi della letteratura. Faccio un esempio che conoscono tutti, guardi Shining senza avere letto il romanzo e poi quando ti butti su King per forza immagini il suo Jack Torrance con la faccia di Nicholson, anche se i personaggi del libro – oltre che l’intreccio e le complicazioni psicologiche – sono del tutto diversi. Continui a leggere e scopri che non ha importanza che Nicholson abbia invaso la tua libertà d’immaginazione, per l’intensità della recitazione nel film, perché si tratta comunque di una storia eccellente. È giusto e credo ormai naturale che cinema e letteratura si parlino, come è altrettanto naturale che restino due medium orgogliosi della loro indipendenza.

Parlami de Il male quotidiano. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

R. Ho studiato qualche anno a Pavia, ci andavo in macchina da Milano, la mia città. Attraversavo paesaggi rurali che a febbraio non hanno nulla da invidiare alle distese del Midwest, piatte e apparentemente immote. Poi c’è il fiume, e a un milanese l’acqua in città piace non fosse solo perché ci siamo ritrovati chiusi i navigli per ridicoli capricci di regime. La campagna fluviale nella zona del Ticino è molto suggestiva, poi credo sia una questione di indole. C’è chi attraversa il Ponte della Becca e rimane colpito dalla bellezza delle sponde, dal grande fiume che si snoda, e immagina quadretti romantici tra coppie che si giurano amore eterno; e c’è chi lo attraversa e immagina di vedere spuntare dal fiume la sagoma di un mostro che abita le sue acque. Non so da cosa dipenda, davvero. Ma il capitolo d’apertura è un innocente tributo a Lo squalo di Spielberg (il romanzo di Benchley, per esempio, non arriva ai vertici del film ma merita di essere letto).

Parlami del protagonista, Remo Jacobi. Come hai costruito il suo personaggio?

R. Jacobi è un signore di mezza età che ha sofferto molto. Vive con l’anziano padre Johan, vedovo, in una cascina fuori da Pavia. Remo è ispettore di polizia, senza né voglia né speranza di fare carriera, anzi non vede l’ora di andare in pensione. È convinto che un velo di male puro abbia ormai ammantato il mondo che lo circonda, e che sia imbattibile. L’unica soluzione è lasciarlo passare. È un pavido ma lo riconosce, si è costruito una muraglia intorno per paura dei rapporti umani, la sua misantropia non conosce né razze né religioni. Volevo raccontare un uomo che non ha vinto niente nella vita, la dignità di uno sconfitto. Remo non ha un hobby che lo salva, non cucina dopo il lavoro, non frequenta mostre d’arte o è un appassionato lettore, l’unica oasi che gli è rimasta è la silenziosa compagnia del padre.

La provincia italiana è un luogo ideale per parlare di noir. In quale misura i luoghi, l’ambientazione, influenzano la tua scrittura?

R. Forse è un passaggio indiretto, ma l’ambientazione influisce prima sull’atmosfera con cui si vuole ammantare la storia più che sulla scrittura in sé. Non è detto che una descrizione analitica di un paesaggio riesca a comunicare l’atmosfera meglio di quattro parole ben calibrate, che condensano la sensazione, l’essenza dell’oggetto da descrivere. La provincia è una dimensione curiosa, molto e ingiustamente bistrattata dai cittadini, è uno stato mentale più che un luogo fisico. Forse viene più spesso associata della città al genere noir per il fatto che i crimini compiuti “fuori” dalle mura sicure della metropoli siano in qualche modo più morbosi, violenti. Ci sono ottimi noir ambientati in città che sfatano questo luogo comune, autori come Lehane, Pelecanos (basti guardare la serie televisiva The Wire) o Connelly. E anche Marlowe indagava a San Francisco (con frequenti gite fuoriporta, ma il suo iconico ufficio era in piena città). Il noir nasce prima al cinema che in letteratura, ed è la trasposizione fiction della cronaca nera, parte dalla periferia delle città in espansione (C’era una volta in America, i primi film di Samuel Fuller, come Underworld USA senza il quale credo non esisterebbe Goodfellas).

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

R. Concordo in parte. Ogni storia ha il suo contesto, sarebbe come dire che H.G. Wells non poteva scrivere La guerra dei mondi perché non aveva idea di come fosse fatto un tripode marziano. E cosa dire di Salgari che non s’è mai mosso dall’Italia?

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R. Sì abbastanza, ma purtroppo non ho aneddoti simpatici o divertenti da raccontare. Per questo consiglio la lettura di Lunar Park di Ellis, la prima parte è uno spassoso resoconto del suo tour promozionale per Glamorama. Ma certe cose, per fortuna in molti casi, capitano solo a lui.

Parlaci del tuo prossimo romanzo. Di che genere sarà? E’ una continuazione de Il mare quotidiano?

R. Sì è il secondo capitolo della trilogia che vede Jacobi protagonista, e uscirà ad agosto 2013 sempre per Guanda. Non è una serie concepita come tre casi da risolvere, ma tre momenti nella vita di Jacobi. Questo secondo è ambientato un paio d’anni dopo Il male quotidiano e non ci sono riferimenti obbligati o strizzatine d’occhio al libro precedente. Jacobi si occupa di una serie di suicidi di adolescenti, vagamente ispirati alla cosiddetta “epidemia” che tra 2007 e 2008 colpì la cittadina di Bridgend nel Galles, e il fulcro del romanzo è l’importanza che rivestono gli oggetti – anche i più stupidi – quando è assente la persona a cui erano associati. Direi che è “nero”, più che noir nel senso stretto del genere.

Grazie della tua disponibilità. Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

R. Ho finito la stesura di un romanzo su una coppia, non di genere e svincolato da Jacobi, e lavoro con Alessandro Bertante nella redazione di http://www.bookdetector.com, un portale solo di recensioni, oltre a tradurre romanzi e collaborare con diversi editori. I miei progetti per l’immediato futuro riguardano il ragù per le lasagne che ora mi accingo a togliere dal fuoco. Grazie a te, e un saluto a tutti i lettori!

:: Gran Premio delle Lettrici di Elle: Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti)

9 Maggio 2013 by

image003Gran Premio delle Lettrici di Elle
Romanzo dell’Anno 2012
Il linguaggio segreto dei fiori
di Vanessa Diffenbaugh

      (Garzanti)

Premiazione
giovedì 16 maggio, ore 18.30
Boutique Montblanc, Via Roma 104 – Torino
(nell’ambito del fuori Salone)

E’ Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti) il romanzo vincitore della terza edizione del Gran Premio delle Lettrici di Elle, votato da una giuria di 80 lettrici tra 24 titoli in concorso.

Il romanzo verrà premiato giovedì 16 maggio alle ore 18.30, nell’esclusiva boutique Montblanc a Torino, alla presenza dell’autrice, del direttore di Elle, Danda Santini, e della redazione.
Diventato in breve tempo un caso editoriale, il libro racconta la storia di  Victoria, una giovane donna capace di trovare pace e serenità solo quando è a contatto con i fiori, comunicando attraverso di loro le sue emozioni. Una storia che ha saputo arrivare al cuore delle lettrici e toccarne le corde più profonde.
Lanciato dall’edizione francese di Elle nel 1970, il Gran Premio delle Lettrici di Elle, che prevede i romanzi come unica categoria di opere in concorso, è subito apparso totalmente diverso rispetto ai premi letterari tradizionali. Vere protagoniste sono infatti le lettrici. La giuria, rinnovata ogni anno, è composta da 80 donne, scelte dalla redazione di Elle, tutte volontarie e rigorosamente coperte dal più assoluto anonimato. In soli due anni, le richieste di farne parte sono passate da poche centinaia alle 1500 di quest’anno, a conferma del fatto che le donne di oggi sono grandi divoratrici di cultura e buone letture.
Il meccanismo è semplice: la redazione ogni mese seleziona tre romanzi tra le opere letterarie di recente pubblicazione e li sottopone, a turno, alle valutazioni delle lettrici giurate, divise in 8 giurie mensili composte da 10 lettrici ciascuna. Ogni giuria mensile designa un Libro del mese, al quale viene dedicato un focus su Elle e, attraverso il sito e il blog, un dibattito con le altre lettrici, che possono interagire con i loro commenti e seguire  in tempo reale la sfida tra i 24 titoli in concorso.
Insieme al romanzo dell’anno designato dal Gran Premio delle Lettrici di Elle, nel corso della serata verrà assegnato anche il riconoscimento speciale “Nel segno di Grace” istituito per il secondo anno da Montblanc, marchio particolarmente attento alla cultura, in omaggio al personaggio letterario che per grazia, spirito artistico e animo appassionato possa evocare più di altri l’iconica Grace Kelly. La sfida è stata ardua, ma la giuria di qualità formata dai giornalisti della redazione di Elle alla fine ha scelto la piccola Cica, protagonista del romanzo Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo (Mondadori). Cica è una ragazzina fragile ma ostinata, un’anima leggera e coraggiosa che diventa grande con il libro. Sopravvissuta al trauma di una madre che tenta di suicidarsi, cresce lottando, confrontandosi con il mondo, diventando un modello di giovane donna.

Questi gli otto romanzi finalisti che si sono contesi il Premio:

Il male quotidiano di Massimo Gardella (Guanda); La Masnà di Raffaella Romagnolo (Piemme); Così in terra di Davide Enia (Dalai Editore); Esecuzione di Angela Capobianchi (Piemme); Il negativo dell’amore  di Maria Paola Colombo (Mondadori); Da qui a cent’anni di Anna Melis (Frassinelli); La bambina che diceva sempre di sì di Maud Lethielleux (Frassinelli), Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh (Garzanti).

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2013/05/14/liberi-di-scrivere-intervista-eugenio-gallavotti-vicedirettore-di-elle-e-maria-paola-colombo/

:: Un’intervista con Tom Wood autore di Killer (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013 by

Killer Tom WoodCiao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Wood? Punti di forza e di debolezza.

Tom Wood è un inglese che scrive thrillers con protagonista un assassino conosciuto solo come Victor. Come la maggior parte delle persone ho una discreta quantità di punti di forza e, probabilmente, un numero maggiore di punti deboli. Speriamo che la scrittura sia uno dei miei punti di forza!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nella contea di Staffordshire, in una piccola città dove non c’era molto da fare e ho trascorso la maggior parte della mia infanzia annoiandomi molto. Ho studiato sceneggiatura prima di dedicarmi ai romanzi.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Guardando indietro credo di averlo saputo fin dalla più giovane età, probabilmente intorno ai dieci o undici anni, ma ero troppo giovane allora per pensare ad una carriera nella scrittura. Amavo scrivere storie, questo è vero. In effetti era l’unica cosa che apprezzavo della scuola. Ma diciamo che solo a vent’anni ho deciso di prendere sul serio la scrittura.

Scrivi a tempo pieno? O si dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Scrivo a tempo pieno.

Raccontami cosa succede nella vita di uno scrittore. Descrivimi una tua tipica giornata di lavoro.

Mi alzo verso le 07:00 e di solito inizio a scrivere verso le nove. Poi scrivo tutto il giorno fino alle 18:00. Un giorno di lavoro può includere prendere appunti e pianificare i miei libri, o fare editing, o ricerca. A volte mi prendo una pausa dalla digitazione e scrivo a mano. Non c’è un giorno tipico nella mia esperienza. Se sta andando particolarmente bene scrivo fino a sera e faccio lo stesso se sta andando male o sono di fronte ad una scadenza.

Hai scritto tre romanzi: The Killer, The Enemy e The Game. Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Baso i miei personaggi su persone che ho incontrato e spesso i dialoghi provengono dal mondo reale, ma non più di questo. La mia vita è incredibilmente banale rispetto a quella di Victor.

The Killer, ora pubblicato in Italia con il titolo Killer da TimeCrime – Fanucci, è una sorta di thriller internazionale d’azione. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza risale a molto tempo fa. Prima di decidermi a provare a scrivere un romanzo iniziai a scrivere racconti e brevi sceneggiature. Comunque questi testi erano ben lungi dall’essere completi, forse erano composti solo da una scena o un capitolo. Uno di questi testi narrava quella che sarebbe diventata la sparatoria all’hotel, scena di apertura del mio primo libro. Nella sua forma originale era solo una sequenza d’azione, senza una storia, ma poi alcuni anni dopo ci sono ritornato su e ho deciso di scrivere quello che sarebbe successo dopo.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Victor è un assassino freelance che si ritrova in fuga dopo un lavoro apparentemente di routine che è andato storto. E’ braccato da vari nemici e cerca di scoprire chi lo vuole morto e perché.

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Victor?

Victor è un assassino professionista estremamente pericoloso che vive da solo, opera da solo. Non ha famiglia, non ha veri amici. Egli sa che, a causa della sua professione, la sua vita è costantemente in pericolo e così è sempre vigile e sempre in attesa di essere attaccato. E’ assolutamente spietato e quasi amorale. In qualsiasi altro libro sarebbe stato un cattivo.

Victor è una sorta di perfetto assassino. Una sorta di Jason Bourne. Chi ti ha ispirato a scrivere questo personaggio?

I cattivi mi sono sempre piaciuti e diciamocelo di solito sono i personaggi più interessanti e memorabili sia nel cinema che in letteratura. Un giorno ho deciso di vedere cosa sarebbe successo se il cattivo fosse stato il protagonista invece del semplice cattivo di turno.

Quale è la tua scena preferita in Killer?

E’ difficile. Credo che sia una delle tante scene d’azione. La sparatoria all’ hotel è la prima che ho scritto e credo che sia di conseguenza un po ‘sentimentale, ma la mia scena preferita forse è la sequenza culminante in Tanzania, dove ci sono tutti i tipi di eventi interessanti che accadono uno dopo l’altro o la breve scena in cui una banda di giovani fa l’errore di cercare di derubare Reed.

In Killer quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Victor era sicuramente il più difficile perché è un antieroe. Ottenere il giusto equilibrio tra la sua autenticità come assassino e la sua simpatia come protagonista è stata una sfida. Quando ho iniziato a scrivere di lui era ancora più spietato, ma io ero molto giovane a quel tempo e la passione per la creazione di un protagonista molto diverso dalla norma, era molto forte. Per fortuna invecchiando l’ho addolcito e ho attenuato un po ‘la sua amoralità, senza perdere quella autenticità. Alcune persone sono scioccate e sconvolte da alcune delle cose che fa, e io voglio che sia così, ma la maggior parte delle persone finiscono per volergli bene. Se ci penso, non sono davvero sicuro di sapere come sia riuscito a scrivere questa storia.

Dove hai ambientato la storia? I luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

La storia si svolge in tutto il mondo, ma i luoghi sono semplicemente i fondali dove si svolge l’azione.

Quali scrittori contemporanei leggi? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Non leggo molti altri autori che scrivono il mio genere, ma leggo un sacco di scrittori contemporanei. Il mio autore preferito è probabilmente Bernard Cornwell, in particolare per la sua trilogia Warlord. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente Kevin Wignall, che ha scritto diversi romanzi fantastici che vedono degli assassini in ruoli da protagonista.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La correzione delle bozze in cui devo leggere il mio libro e visualizzare tutte le modifiche che sono state apportate da parte del revisore. A questo punto non ho solo scritto il romanzo, ma è anche passato attraverso diverse fasi di editing e di revisione quindi sono praticamente annoiato a forza di rileggerlo. In più, non è affatto divertente vedere tutti gli errori di ortografia e di grammatica che ho fatto.

Ritieni il tuo stile cinematografico? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, considero il mio stile cinematografico e questo è intenzionale. Voglio che i lettori siano in grado di vedere ciò che sta accadendo, perché nella mia esperienza succede così quando la lettura è al suo meglio. Uso anche alcune tecniche di sceneggiatura nella scrittura dei miei romanzi, vale a dire non scrivo parole superflue o scene riempitive. Con i vincoli di tempo di un film non c’è spazio per niente che non sia essenziale per la trama o i personaggi e il risultato è una storia più snella. Ho lo stesso approccio con i miei romanzi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono tra un libro e l’altro, ma il prossimo sulla mia lista è Poison di Sarah Pinborough.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Trattare la scrittura come una carriera, anche quando non lo è. Potrebbe essere la vostra passione, ma se volete essere pubblicati vi toccherà un sacco di duro lavoro. Trattare ogni presentazione all’editore del vostro libro come se ci si stesse dedicando ad un lavoro che non solo ci vuole, ma è necessario. Trattare ogni rifiuto come una cosa normale e provare di nuovo.

Come  possono i lettori mettersi in contatto con te ?

E’ sempre bello stare in contatto con i miei lettori, e possono contattarmi tramite il mio sito web o sia via Twitter che su Facebook.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Attualmente non ci sono piani, ma mi piacerebbe moltissimo venire in Italia per un tour letterario.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo il mio quarto romanzo. E’ nella fase iniziale e non ha ancora un titolo, ma sono molto entusiasta.

:: Segnalazione di Guaritore galattico di Philip K. Dick (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013 by

CopGuaritoreGalat_LowEsce per Fanucci Guaritore galattico di Philip K. Dick. Pubblicato già da Bompiani a metà degli anni Novanta, ritroviamo questo bellissimo romanzo in un’edizione curata dal professor Carlo Pagetti e con la nuova traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. Philip K. Dick non ha bisogno di grandi presentazioni ma basta pensare a cosa disse di lui un grande come Roberto Bolaño – “Dick è la somma di Thoreau più la morte del sogno americano”- per capire che fu più di un semplice scrittore di fantascienza, senza nulla togliere al genere che già di per sè si presta a parlare del presente e delle tematiche più profonde dell’uomo col solo pretesto di aggiungere astronavi e mondi sconosciuti.

Scritto da Philip K. Dick tra il 1967 e il 1968, e pubblicato negli Stati Uniti nel 1969, Dick avrà modo di soffermarsi in più occasioni su Guaritore galattico individuando in esso un momento di difficoltà e di crisi nella sua ricerca del Salvatore (the salvific entity), che poi costituirà il centro de La Trilogia di Valis. Giustamente riconducibile a opere dello stesso periodo come Ubik, Guaritore galattico mescola motivi e forme della cultura sf più convenzionale, spesso apertamente parodiati. Parodia dunque ma anche il continuo lavoro su una sua idea del divino, e poi ancora, al di là dell’elemento speculativo e religioso,  l’utilizzo costante di un metodo intertestuale, fatto di rimandi e di echi letterari (riferimenti espliciti a Yeats e a Brecht, alla leggenda di Faust), che non riguardano solo la fantascienza, e che rivelano un gusto evidente nell’attenzione al linguaggio e alle sue manipolazioni. Nell’Exegesis (febbraio 1982, pochi mesi prima della morte), Dick annota: «Guaritore galattico mostra la possibilità molto concreta di sconfinare nella follia. Gli archetipi sono fuori controllo – vale a dire, l’inconscio è ostile e si solleva per sommergere. Il libro è disperato e spaventato, e si disintegra, come in un sogno, sempre più escluso dalla realtà. Fuga, disorganizzazione: la via si è quasi esaurita.» Quasi. Insomma, l’autore americano ribadisce che quel momento costituisce anche l’inizio del suo risveglio creativo. Infatti, Guaritore galattico comprende anche una riflessione sull’identità dell’artista e, in modo più specifico, sullo scrittore di fantascienza. Man mano che procedeva nella sua attività di scrittore, per Dick diveniva sempre più incalzante l’interrogativo dello scrittore sul ruolo che una narrativa così marginale come quella fantascientifica avrebbe potuto ritagliarsi nella cacofonia di voci che riempivano l’orizzonte culturale americano, tanto più se accanto alla dimensione estetica si manifestava l’urgenza di definire anche un rapporto con il divino.  Nel caso di Dick, bisognerebbe pensare allo scrittore di fantascienza, che, fornito di poche pretese, cerca di ‘aggiustare’ le visioni futuristiche e fantastiche dei suoi lettori, senza però dare a esse una coerenza che non possono avere.

Siamo nel 2046, in un’America totalitaria nella quale lo Stato controlla le azioni, le parole e perfino i pensieri dei suoi cittadini, così come avviene ormai in tutto il mondo. Joe Fernwright è un guaritore di vasi, in grado di far tornare come nuovi i manufatti di ceramica che restaura. In un mondo dove tutto è fatto di plastica, però, Joe si ritrova disoccupato e depresso. Con un matrimonio fallito alle spalle, e senza prospettive, il suo unico divertimento è quello di dedicarsi, con alcuni amici sparsi in tutto il mondo, a quel che Joe chiama semplicemente il Gioco. Il Gioco consiste nel decifrare incomprensibili traduzioni automatiche di titoli di libri e film, e risalire al titolo originale. Un giorno, però, Joe viene contattato da Glimmung, un’entità dotata di poteri quasi divini, e insieme ad altre persone altrettanto depresse e alienate, e a una schiera di creature provenienti da tutta la galassia, si imbarca in una grande Impresa: raggiungere un lontano pianeta per far riemergere un’antica cattedrale sommersa sul fondo dell’oceano.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Recensione di La morte dei caprioli belli, Ota Pavel, Keller editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

8 Maggio 2013 by

caprioli belliDicono che la scrittura abbia una funzione terapeutica e credo sia proprio vero, visto che molti autori hanno iniziato a scrivere per lenire alcune problematiche personali o malattie. Ota Pavel giornalista sportivo nato a Praga, cominciò  a scrivere di narrativa per curare la depressione che lo tormentava e questa arte curativa gli ha permesso di dare vita ai tanti racconti presenti in La morte dei caprioli belli. Il libro prende il titolo da una delle storie di Pavel presenti nella raccolta uscita per la prima volta in Italia nel 1971, ma l’editore Keller ci ridona questo insieme di ricordi familiari e d’infanzia in una nuova edizione. Protagonista di ogni breve episodio di vita è Leo Popper, il padre dell’autore, un uomo ricco, non tanto di soldi, ma di quel coraggioso spirito d’iniziativa – a volte eccessivo direi- che non sempre gli garantiva il successo sperato nelle imprese compiute. Ogni episodio narrato ha in sé un buona dose di comicità che evidenzia tutta la frizzante voglia di vivere e di fare del padre del protagonista. Incredibili e sensazionali sono le imprese compiute da Otto Popper come venditore di elettrodomestici per la ditta Electrolux. Un’abilità che gli permise di guadagnarsi la stima del padrone della ditta, ma due piccoli imprevisti derivanti dal comportamento un po’ goffo di Leo misero a repentaglio la sua fama di mercante di frigoriferi (in Al servizio della Svezia).  A fare da sfondo alle vicende c’è la Seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze derivanti da essa. Eventi che toccheranno da vicino Ota e i suoi familiari, senza impedire loro di nutrire  la speranza per un domani migliore. Il padre dell’autore è un uomo coraggioso che non si arrende davanti alle avversità del destino e fa di tutto pur di garantire una vita degna alla moglie e ai figli.  Basta addentrarsi nella lettura del racconto che fornisce il titolo alla raccolta, per scoprire tutto il coraggio di Leo pronto a rischiare la vita per assicurare ai figli destinati alla deportazione quel sano cibo che gli fornisca forza. La scrittura fluida permette a Pavel di regalarci delle cartoline vere e proprie del suo album di famiglia e della provincia boema dove visse, facendoci entrare in un mondo di affetti e di eventi storicamente accaduti e del tutto sconosciuti a molti dei lettori. Da questo punto di vista un esempio è la distruzione della cittadina di Lidice o i disordini negli anni del Comunismo (in La corsa per le strade di Praga), drammi che fecero comprendere a Leo Popper che essere ebrei era una spinosa questione pure dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La morte dei caprioli belli è toccante e allo stesso tempo tragicomico grazie alla figura vera dell’intraprendente e sognatore padre del protagonista innamorato della pesca e della donne. Un ometto che ne combinava una dietro l’altra strappando sorrisi – anche nei momenti più dolorosi- alla paziente moglie e ai figli. I Popper- diventati poi Pavel- non sono soli nella vita, ma accanto a loro compare la più variegata umanità: operai, cacciatori di frodo con i loro fidi segugi, pittori eccentrici non disposti a compromessi e rappresentanti di commercio sempre pronti ad imbarcarsi in avventure economiche dall’esito incerto (basta leggere la tragicomica vicenda della carta moschicida in Problema insetti risolto). Questo piccolo libro è uno scrigno dove le storie presenti sono preziose perle familiari dell’infanzia di Pavel  raccontate con chiarezza e con uno humour agrodolce che ci fanno sì sorridere, ma allo stesso ci inducono a riflettere quanto coraggio serva per affrontare gli imprevisti della vita di ogni giorno. Traduzione di Barbar Zane. Postfazione di Mariusz Szczygiel.

Ota Pavel è nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga. Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz. Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

7 Maggio 2013 by

milaBentornato Matteo su Liberi di Scrivere. Dalla nostra ultima intervista è passato più di un anno e la tua Mila è diventata un fumetto, poi è uscito il secondo episodio della serie, Regina nera e intanto è notizia di pochi giorni fa che hai venduto i diritti per la pubblicazione in Usa, Gran Bretagna e Australia. Un bilancio più che positivo. Cosa hai provato quando hai saputo la notizia?

Be’ è stata una soddisfazione enorme, anche perché non sono moltissimi gli autori italiani tradotti in quei Paesi ma Mila era il personaggio perfetto per Exhibit A, il nuovo marchio editoriale di Angry Robot – casa editrice distribuita in USA (Random House) e UK (Osprey) oltre che in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica – che fa dello stile cinematografico dei romanzi pubblicati il proprio marchio di fabbrica. Emlyn Reese, editor in chief di Exhibit A, si è appassionato da subito al personaggio di Mila e alla questione della mafia cinese in Veneto oltre che al dramma della sopraffazione della donna nel nostro Paese e così ha deciso di acquistare i diritti di entrambi i romanzi opzionando già il terzo. Per questo ringrazio Allan Guthrie, il mio agente per i diritti di lingua inglese che ha creduto fermamente nel progetto. Tanto più che adesso, a seguito della notizia della pubblicazione a partire da giugno 2014, hanno cominciato a muoversi anche i produttori americani e quindi la speranza per una trasposizione cinematografica è sempre più concreta.

Sai già chi si occuperà della traduzione, chi porterà Mila a parlare inglese?

Non poteva che essere Marco Piva Dittrich, uno dei migliori traduttori da inglese a italiano e da italiano a inglese in circolazione. Quello che sto portando avanti con Marco è un vero tandem creativo e non escludo che più avanti possano esserci molti altri progetti che ci vedano coinvolti. Poi ci saranno gli editor di Exhibit A quindi credo che la versione anglo-americana sarà una bomba. Se a questo aggiungi che la miniserie a fumetti disegnata da Ale Vitti sta giungendo a conclusione, ecco che l’ipotesi “Mila fumetto all’estero” si fa sempre più concreta. Insomma, l’idea è, per una volta, di esportare qualcosa dall’Italia verso gli Stati Uniti e il Regno Unito. Trovo divertente che il pulp sia diventato Sugarpulp e ora, adulterato con lo zucchero di barbabietola della Bassa, diventi una cosa diversa e legata all’Italia, tornando in una veste nuova e differente negli States e nel Regno Unito, e del resto senza lanciarmi in paragoni azzardati (non ci penso nemmeno) Quentin Tarantino non era un ammiratore di Umberto Lenzi e Sergio Castellari? E giustamente per di più? Ecco, mantenendo un senso della decenza e quindi senza riconoscermi nulla, però confesso che è bello che un autore italiano, con la a minuscola e fortunato come sono io, torni a proporre un genere che riesce a ritagliarsi un’esportabilità anglo-americana. Credo sia davvero bello perché – se ci pensi – noi arriviamo da Sergio Leone, Sergio Corbucci, Dario Argento, Umberto Lenzi, Michele Soavi, insomma maestri assoluti che hanno reso il cinema italiano di genere fra i più apprezzati al mondo e oggi, sulla scia di un grande come Massimo Carlotto che ha fatto lo stesso per il romanzo di genere italiano, portandosi a casa una nomination all’Edgar, ebbene senti che hai centrato qualcosa di buono e vedere Mila che prova a conquistarsi un posto al sole in USA e UK come nuova eroina pulp anzi sugarpulp italiana, be’ è proprio una figata.

A questo punto la domanda è d’obbligo: ci sono progetti cinematografici in vista? Vedremo Mila sul grande schermo?

Guarda, c’è una trattativa sul piatto che, al solo pensiero, mi manda fuori di testa ma taccio perché nel momento in cui lo dico so che non si avvererà, ergo mi zittisco e incrocio le dita, ma come dicevo prima la pubblicazione anglo-americana ha destato grande attenzione.

Dunque da poco è uscito Regina nera. Un romanzo decisamente femminista. Parli di una donna candidata premier, la tua eroina incarna un personaggio femminile forte, determinato, capace di difendersi e di perseguire la sua giustizia. Pensi che un romanzo come il tuo possa avere un ruolo sociale, possa aiutare le donne a prendere coscienza della loro vera forza ?

Onestamente non lo so, insomma quello che voglio non è incidere le coscienze, non sono in grado di farlo e solo l’idea di pensarlo mi fa dire “Matteo Strukul ma quanto coglione sei?” invece quello che spero di poter fare è contribuire a far sì che le donne si sentano meno sole, insomma non è solo una loro battaglia, deve anche essere nostra, degli uomini, che devono svegliarsi e – citando una frase disgustosamente in voga oggi e usata a sproposito – assumersi le proprie responsabilità. Credo che Mila sia un personaggio che urla, questo sì. Victor Gischler ha detto che Mila è uno splendido esempio di un archetipo: prendi una donna, rovesciale il mondo addosso, dalle una spada e una pistola e fai un passo indietro e resta a guardare. Mi sembra una definizione bellissima che coglie in pieno il senso del personaggio. Mila non è nata così, qualcuno l’ha fatta così. Sono stati quattro uomini vigliacchi, quattro rifiuti umani. Mi viene da ridere quando mi chiedono se c’è misandria in lei o odio per gli uomini. Ma che domanda è? Credo che nessuno di noi uomini sappia che cosa significhi essere stuprati, fisicamente intendo. Penso però che sia una di quelle tragedie che ti taglia l’anima, che ti spezza dentro. Credo che il verbo profanare sia davvero il più corretto per una cosa del genere. Mila è una donna spezzata che decide di non subire più e in questo opporsi al male assoluto, che ha subito, smarrisce la misura, ma ne esiste forse una per una cosa come lo stupro? Senza contare che non c’è nessun piacere nel non riuscire a perdonare gli uomini, nel restarne marchiate e nel cercare di tornare ad innamorarsi di loro, nonostante tutto, senza peraltro riuscirci. Ecco, nella Mila di Regina Nera c’è tutto questo, ma come giustamente dicevi tu, c’è molto dolore e orgoglio femminile anche in Laura Giozzet o in sua figlia Giulia o in Edith. Io spero che questo romanzo sia letto da più donne e uomini possibili, per sapere cosa ne pensano, punto. Se poi ci troviamo un giorno a qualche presentazione e a parlarne, be’ allora ne sarò felice. E in effetti questo è proprio quello che mi capita. Ed è fantastico.

Parlaci un po’ della trama, quali sono i temi più importanti del romanzo?

Molti li abbiamo detti: la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna anzitutto, le sette e i meccanismi di manipolazione e condizionamento, la teoria del complotto, una rilettura pop della letteratura gotico – romantica tedesca, penso ad autori come Friedrich Schiller, Ernst Theodor Amadeus Hoffman, Theodor Storm, Novalis, per non parlare del mio sfrenato amore per il Nibelungenlied, le saghe dell’Edda, e certi temi mitologici e del folclore europeo come la Caccia Selvaggia.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Dipende. Con Mila non è possibile, perché lei è molto istinto; non solo, certo, però è una creatura istintiva, sensibile, impulsiva, estrema, fragile, contraddittoria, violenta, disperata, dolce e quando hai un personaggio così non ce n’è, non puoi preparare una scaletta oppure se la fai, be’ te la manderà in fumo dopo tre pagine. Mila non può essere controllata, non è proprio possibile, è fuori controllo per definizione. Il che crea un bel problema se qualcuno mi chiede una sinossi. Fortuna che Colomba e Massimo (Carlotto) sono comprensivi da questo punto di vista. Direi che una storia di Mila nasce attraverso strappi progressivi. Vedo le sue idee che frullano nell’aria e provo a pescarle tenendomi a debita distanza, eh eh. Ma è il bello di Mila no? L’istinto è fondamentale e la fedeltà alle storie che lei vuole raccontare pure. Temevo che i lettori non capissero, ad esempio, questa storia così cupa e crudele invece non solo l’hanno capita ma la stanno amando, perché il personaggio ti dice in faccia quello che è. Adoro i lettori di Mila, siete i migliori, ragazzi! E RAGAZZE! Invece, nel caso del prossimo personaggio, che sarà protagonista di un romanzo in arrivo a inizio 2014, ebbene in quel caso la “costruzione” è stata fondamentale, ma questo perché quel personaggio, maschile, è assolutamente razionale, anche se poi anche lui ha la sua bella carica umana. Ma la professione che svolge, il metodo che adotta, le scelte e la ponderazione, l’analisi e la cura sono chiavi di percezione e comprensione che certamente lo aiutano a superare i drammi, anche se poi, come dicevo, anche questo personaggio avrà le sue difficoltà esistenziali, i suoi abissi, i suoi sipari interiori, ma è un uomo ed è un alienista, quindi qualcuno che per certi aspetti è agli antipodi rispetto a Mila. Il che lo rende altrettanto affascinante, peraltro, ma in modo diverso. Ecco, dal mio punto di vista, l’immersione nel personaggio, nel mare profondo del suo carattere, è fondamentale: solo così posso sperare di raccontare qualcosa di credibile e la storia che ne esce dev’essere profondamente sua, non mia, per certi aspetti è come se traducessi in segni quello che lui vive. In questo senso, se vuoi, c’è un metodo nel delirio che provo a mettere su carta.

Quali sono le parti del libro che ami di più? Le scene che hai scritto di cui sei più soddisfatto?

Guarda non saprei, lascio che siano i lettori a giudicare. Certo, posso dirti che la parte onirica, quella degli incubi di Mila è stata quella che mi ha fatto penare, ma anche le sequenze d’azione, portate davvero all’estremo in questo secondo capitolo, hanno richiesto una preparazione e un’attenzione, un controllo e una cura assoluti, per cui ho dovuto pensarle e ripensarle prima di rappresentarle. Il tentativo è stato quello di usare la penna come una telecamera, lavorare sulle inquadrature, sul montaggio, sul ritmo, insomma è stata una bella sfida anche quella.

Il personaggio di Mila in questo romanzo è più avvolto da ombre che da luci. Il suo doloroso passato in un certo senso condiziona il suo presente. Perché hai deciso di dare al personaggio queste connotazioni dark?

Per quello che Mila è diventata dopo quello che le è successo. E quello che le è successo è davvero devastante. E non è qualcosa che può essere liquidato con un romanzo o un duello. Proprio per niente. Considera questi due romanzi come altrettanti capitoli di una grande saga. Mila ha molto altro da raccontare, basta volerla ascoltare. Proprio come le donne con cui viviamo. Proviamo a stare zitti un attimo. La voce di Mila è la litania della violenza subita e risputata addosso. Occhio per occhio. E non migliorerà, credimi.

C’è molta azione nel tuo romanzo. Scrivere buone scene di combattimento è tutt’altro che facile, bisogna avere nozioni di balistica, conoscere le arti marziali, i tempi di reazione di un vero combattimento. Ci vuole intuito, preparazione, senso dello spazio. E’ quasi una coreografia da realizzare semplicemente con le parole. Anche autori con molta esperienza ne avvertono la difficoltà. Come ti sei documentato?

Le scene d’azione arrivano da molte letture e dal costante bombardamento di film con cui mi mando definitivamente in acqua il cervello eh eh. Robert Louis Stevenson studiava le pagine degli autori che amava e le riscriveva a memoria sul foglio. Credo che sia chiaro quali sono gli autori che amo a livello di sequenze action e li studio costantemente. Ho riscritto le loro pagine, filtrandole con il mio gusto personale e alla fine mi sono impadronito di una tecnica che ho arricchito con la mia sensibilità. Adoro leggere e scoprire nuovi modi di rendere le cose, adoro guardare i film e scoprire soluzioni differenti, punti di vista sorprendenti. Chi dice che non si ispira a nessuno mente e se per una qualche ragione dovesse essere come dice lui molto probabilmente scriverà delle cose noiosissime. Gli scrittori che non leggono sono pessimi scrittori, io ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi autori e, credimi, leggevano tutti molto più di me. E io leggo veramente tanto. Poi, certo, internet, le riviste specializzate, il poligono di tiro… ma alla fine quello che cerchi di fare è montare lo show e niente monta lo show come una sparatoria raccontata bene o come un duello spettacolare, insomma se scrivi un certo tipo di storie, è chiaro.

La tua interpretazione della mitologia germanica mi ha ricordato in un certo senso Derek Nikitas e il suo interesse per la mitologia norrena, presente nel suo romanzo I fuochi del nord. Pensi di essere in debito con questo autore?

Certo, è un autore pazzesco ma allo stesso tempo sono in debito con Ernst Theodor Amadeus Hoffman e il suo La donna vampiro e con I masnadieri di Friedrich Schiller e con Gli inni alla notte di Novalis e con Billy Morgan di Joolz Denby e una marea di altre storie. Però, certo, Nikitas è uno scrittore che ho amato tantissimo, non a caso ho rotto l’anima ai ragazzi di Edizioni BD per pubblicarlo fino a sfinirli… e poi uno che diventa il pupillo di Joyce Carol Oates dev’essere bravo per forza, credo.

C’è molta musica nel tuo romanzo, Heavy Metal per la precisione. Una musica carica di energia, energia buona, una musica a torto demonizzata. Ricordo che da ragazzina ne ascoltavo parecchia, poi crescendo sono passata al jazz, al blues. Se dovessi ideare una colonna sonora ideale per il romanzo, quali canzoni heavy sceglieresti?

Be’ c’è pure molto hard rock, dunque vediamo ti dico cosa ho ascoltato io in heavy rotation: Keep on Swinging dei Rival Sons; Candele di Simone Piva & I Viola Velluto; Mama I’m Coming Home di Ozzy Osbourne; Ace of Spades dei Motörhead; A Conspiracy, Black Crowes; Enter Sandman, Metallica; Rasputin, Turisas; Rock me like the Devil, Crucified Barbara; Fire it up, Black Label Society; War Pigs, Black Sabbath.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Non credo, però è chiaro che le critiche davvero positive che sono arrivate ai due romanzi di Mila mi hanno fatto molto piacere, se ti dicessi il contrario sarei falso come Giuda. Ma non cerco il plauso dei critici, quello che mi ha colpito è che pur scegliendo le storie che volevo scrivere, cercando di essere fedele alla volontà dei personaggi, siano arrivate tutte le recensioni e le interviste e gli articoli che sono arrivati, a dimostrazione della grande apertura e intelligenza che ha la critica italiana. Poi, certo, qualcosa di buono devono averci letto, nei romanzi, immagino. Da parte mia li ringrazio, e tanto, e spero di continuare a far bene, questo sì.

Parliamo adesso della tua collana Revolver, per Edizioni BD. Quali sono le prossime novità?

“Notte sanguinaria” di Allan Guthrie, un romanzo pazzesco e “Il gioco del suicidio” di Victor Gischler… ci siamo capiti? State in campana, eh eh.

Ci sarai alla Fiera del libro di Torino a Maggio? Quali autori porterai?

Sì, sarò allo stand E/O sabato e domenica, mentre venerdì presenterò insieme a Luca Crovi, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Paolo Roversi e altri autori la bellissima antologia, edita da Multiplayer, Le realtà in gioco, cui ho partecipato con un racconto decisamente urban fantasy. Si tratta di un progetto splendido che approfondisce il tema della narrativa videoludica tenendo una linea sottile fra realtà virtuale e quotidiano, utilizzando il mondo e la dimensione del videogame come cardine narrativo. Esce per una delle case editrici più attente, stimolanti, vivaci e attive degli ultimi anni e sono davvero felice che mi abbiano voluto a bordo per il progetto. Sabato e domenica invece con Mila allo stand E/O inoltre sempre domenica sarò fra i relatori a una presentazione organizzata da LA CASE BOOKS di Giacomo Brunoro che proverà a raccontare la nuova narrativa fra digitale e carta, un incontro che si preannuncia molto interessante. Dal dieci al diciassette maggio sarò in tour per l’Italia con Ray Banks e Allan Guthrie, direi non male.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco lo splendido romanzo di Pierluigi Porazzi “Nemmeno il tempo di sognare”, sto leggendo contemporaneamente il sorprendente e bellissimo “Il flagello di Roma” di Michele Gazo per la collana Rizzoli Max che sto trovando sempre più interessante con titoli come “Invictus” e “Absedium”, poi “La morte di Dracula” fumetto di Victor Gischler e Giuseppe “Cammo” Camuncoli e “I resti di Jacinto” di Karen Traviss, romanzo della saga di Gears of War edito da Multiplayer. Ho appena terminato anche “12 Children of Paris”, nuovo romanzo di Tim Willocks, in uscita questo maggio per Jonathan Cape, e l’affresco epico fantasy incredibile di Joe Abercrombie “The Heroes” per quei geniacci di Gargoyle Books.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Adoro fare tour promozionali. Be’ molto divertente è stato quando Victor Gischler ha voluto comprare le Winx per le nipotine e siamo andati al supermercato del giocattolo a Piacenza. Ho visto l’uomo di Baton Rouge svaligiare un’intera corsia e poi carico di bambole e scettri fatati andare in cassa a pagare, un momento di puro delirio: quell’uomo è un pazzo.

Oltre che scrittore sei anche traduttore. Quali sono i tuoi prossimi lavori di traduzione?

Dunque ho appena finito di tradurre Money Shot di Christa Faust, romanzo finalista all’Edgar Award che uscirà quest’autunno per Revolver, ho tradotto la miniserie a fumetti di Spike, firmata da Victor Gischler e un paio di fumetti di Joe R. Lansdale, tanto per stare in allenamento. Entrambi questi lavori usciranno in estate per Edizioni BD. Fra poco dovrei partire con la serie dei G I JOE.

Progetti per il futuro?  

Un thriller storico virato al gotico, una trilogia di romanzi urban fantasy con vampiri su cui sto lavorando, il terzo romanzo di Mila, una commedia pulp, parecchi fumetti in forno.

:: Segnalazione di Destini di sangue. Un’indagine dell’ispettore Sangermano di Marco Di Tillo (Arkadia Editore, 2013).

7 Maggio 2013 by

Invito Aperitivo in gialloUna Roma gelida e piovosa. Il Natale alle porte. Per Marcello Sangermano, ispettore dell’Unità Operativa per i Crimini Seriali, laico consacrato e uomo di profonda umanità che nella vita privata si occupa del reinserimento di giovani ex tossicodipendenti, non può esserci fine anno peggiore. Da qualche mese si aggira per Roma un assassino sadico e spietato i cui obiettivi sono innocui anziani trucidati senza alcuna pietà e poi fatti a pezzi. Nonostante le indagini frenetiche, la pressione dell’opinione pubblica spaventata e delle autorità che chiedono con decisione una soluzione al problema, la ricerca del colpevole è a un punto morto. A soccorrere Sangermano sarà un indizio fortuito che lo porterà sulla giusta strada, segnata dagli incroci coi vicoli di un passato torbido e squallido.

Marco Di Tillo ha scritto per più di vent’anni programmi televisivi e radiofonici per la Rai, insieme a Serena Dandini, Piero Chiambretti, Nanni Loy, Enza Sampò. Ha scritto e diretto per il cinema la commedia “Un anno in campagna” e ha diretto, sempre per il cinema, il giallo per bambini “Operazione Pappagallo”, scritto insieme a Piero Chiambretti e Claudio Delle Fratte. È autore dei romanzi d’avventura Il giovane cavaliere (Einaudi) e Tre ragazzi ed il sultano (Mursia). È inoltre autore delle favole illustrate Mamma Natale e Mamma Natale e i Pirati (entrambi editi da Mursia). Come autore di fumetti ha scritto tra l’altro per “Il Giornalino” i testi per le serie “I grandi del cinema”, “I grandi del jazz”, “I grandi del calcio” insieme ai migliori disegnatori italiani. È stato vincitore del premio “Nuova Strip italiana” con la striscia Piero (disegni di Fabio Petrassi) e premiato al Salone dei Comics di Lucca. È autore insieme allo scrittore americano Augustine Campana del thriller “The Other  Eisenhower” pubblicato di recente negli Stati Uniti dalla Webster House Publishing.

:: Il Cile paese ospite d’onore al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino Lingotto Fiere dal 16 al 20 Maggio 2013

7 Maggio 2013 by

pablo-nerudaQuest’anno sarà il Cile il paese ospite d’onore del Salone del libro di Torino 2013. Molti gli appuntamenti dedicati alla cultura del Cile, dunque.
Per la poesia in una serata condotta da Luis Sepulveda con Bruno Arpaia si leggeranno testi di Gabriela Mistral, la prima donna latinoamericana a ottenere il Premio Nobel nel 1945, di Pablo Neruda, anch’egli premio Nobel, di Gonzalo Rojas, Vicente Huidobro e Nicanor Parra. Con loro una nuova generazione di poeti come Oscar Hahn, Raul Zurita, e Elikura Chihuailaf, esponente di spicco della minoranza mapuche.
Per la narrativa la moglie Carolina Lopez, Javier Cercas, e Roberto Brodsky ricorderanno Roberto Bolaño sabato 18 alle ore 21 Sala rossa, accompagnati da nuove voci come quelle di Alejandro Zambra, Lina Meruane e Maria José Viera-Gallo.
Luis Sepulveda presenterà il suo nuovo libro Ingredienti per una vita di formidabili passioni, (Guanda) oltre al quale il decano degli scrittori cileni Jorge Edwards, narratore e diplomatico (oggi ambasciatore a Parigi), sarà presente per un incontro con l’autore venerdì 17 alle ore 18, Spazio Cile.
Ci saranno inoltre Roberto Ampuero, padre dell’investigatore Brulé, protagonista di sei romanzi tradotti da Garzanti e  Arturo Fontaine, che si misura con il tema del tradimento attraverso la storia di tre donne che, già militanti di sinistra, diventano tra le più spietate collaboratrici del regime di Pinochet. Alejandro Zambra presenterà il suo romanzo Modi di tornare a casa tradotto da Mondadori. Poi ci saranno Lina Meruane, di origini palestinesi con «Sangue negli occhi» (La Nuova Frontiera) e Maria-José Viera Gallo che racconta i difficili percorsi di formazione di giovani donne nel Cile dello sviluppo industriale

Per il programma completo degli incontri dedicati al Cile rimando al sito del Salone del Libro http://www.salonelibro.it/programma/eventlist.html?filter=%20-%20paese%20ospite:%20il%20Cile&filter_type=title