:: Segnalazione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013)

3 marzo 2013 by

crepeIn libreria: 13 Marzo 2013

Crepe

Luigi Bernardi

Bologna, sottoterra: le gigantesche talpe d’acciaio dei lavori per l’Alta Velocità ferroviaria scavano giorno e notte, noncuranti dei brividi che la terra ferita rimanda in superficie. In una palazzina i tremori disegnano crepe di sofferenza sui muri e sulle esistenze di chi vi abita.  Amanda è una giovane giornalista ambiziosa e insoddisfatta. Arturo ha un rapporto difficile con il figlio Orfeo, ventenne solitario che odia il mondo e vorrebbe ripulirlo da ogni sporcizia. La signora Armida è un’anziana sola che vive dei propri ricordi in un mondo ch enon riconosce più. Gregorio fa l’anatomopatologo e viaggia ininterrottamente in luoghi che sembrano estratti da un atlante di itinerari di sogno. Ma non sono solo i lavori a disorientare l’esistenza: il tempo sembra accelerare e chiedere a ognuno di adeguarsi alla sua nuova velocità. La signora Armida osserva crescere dentro di sè il sentimento della fine. Gregorio è sempre più legato ai suoi viaggi. Amanda riesce a visitare il cantiere sotterraneo per scrivere l’articolo della vita. Arturo si sente affondare nell’incapacità di gestire i propri affetti. Orfeo trasforma il desiderio di pulizia del mondo in un piano criminale. Un romanzo che unisce la tensione del thriller e l’autorevolezza stilistica del classico. Il ritratto privo di indulgenza di un umanità smarrita, capace soltanto di raccattare soluzioni di comodo che la fanno precipitare sempre più verso un abisso dal quale sarà impossibile ogni riscatto.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Segnalazione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013)

2 marzo 2013 by

ohTraduzione di Daniele Petruccioli

Un titolo enigmatico che ha il sapore di un’amara liberazione, o magari forse di una resa. Michele è una produttrice cinematografica di successo con un figlio, un matrimonio fallito alle spalle, una madre tutta rifatta e un padre che marcisce in galera. Una sera viene violentata da uno sconosciuto in passamontagna mentre rientra a casa e inizia così la sua lenta e inesorabile discesa agli inferi. Uno straordinario ritratto di donna, un romanzo politicamente scorretto, il racconto di una società che non merita salvezza.

Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Il cerchio del robot, Philip K. Dick, (Fanucci editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

1 marzo 2013 by

CopCerchioRobotOk, mettete da parte l’idea di essere alla prese con un romanzo fantascientifico. Lo so che il titolo potrebbe far pensare ad un storia dove l’uomo deve affrontare robot o altre strane creature meccaniche, ma ne Il cerchio del robot di Philip K. Dick , edito da Fanucci, ci sono sì dei robot, però hanno un valore metaforico, perché loro non sono di metallo, ma di carne ed ossa. Mi spiego meglio. Entrando nelle vite di Jim Briskin, dj radiofonico che non ha del tutto risolto i rapporti con la ex moglie Pat e della giovane coppia di sposini immaturi formata da Art e Rachael, ci si rende conto che questi individui agiscono come degli automi e sopprimano in modo progressivo i loro istinti d’azione, assecondando le regole del vivere imposte dalla società americana dove vivono. Tutti i diversi personaggi che compaiono nella trama narrativa del romanzo di Dick si limitano ad obbedire e ad appoggiare ogni richiesta che viene da chi comanda, evitando la trasgressione di principi legislativi e morali per agire come dei veri e propri burattini (i robot), inseriti in un vita che si ripete sempre uguale a se stessa (il cerchio). A dire il vero ci sono frangenti di trasgressione, ma le conseguenze derivanti da essi fanno capire a Jim Briskin (sospeso dal lavoro perché ha voluto dire la sua opinione criticando le scelte dei datori di lavoro) e ai compagni che forse è meglio adeguarsi, per evitare spinosi problemi esistenziali, capaci di mettere in crisi i loro già precari equilibri psicologici e relazionali. Oltre a questo aspetto Philip K. Dick affronta in modo delicato le relazioni umane nell’America degli anni’50, mostrando due giovani coppie alle prese con i problemi di cuore, situazioni nelle quali la stabilità matrimoniale è più volte messa in crisi da eventi tentatori esterni all’alcova. Jim e Pat sono stati sposati e si sono lasciati, ma c’è ancora un lieve fiammella passionale che li unisce, mentre Art e Rachael sono una giovane coppia di sposini alla prese con la futura nascita del primo figlio. Due futuri genitori che non hanno ben capito (soprattutto Art che si comporta come un immaturo) cosa sia il matrimonio e cosa voglia dire diventare madre e padre. Il tutto è inserito in un cornice sociale che ha per protagonista la San Francisco di fine anni ’50, dove un gruppo di amici capitanati dall’enigmatico e strambo Grimmelmann si aggirano per le vie della metropoli con un macchina iperteconologica, consultando piantine segrete della city nella convinzione dell’imminente scoppio di una nuova guerra. Il cerchio del robot è bel un romanzo d’annata – è stato scritto dall’ autore nel 1956 e pubblicato per la prima volta in America nel 1988- ma quel profondo senso di insicurezza esistenziale che dal microcosmo delle due coppie protagoniste si estende all’intera società e viceversa, è uno specchio letterario che evidenzia le paure, le tensioni, i dubbi e le accuse (a volte infondate) verso coloro che erano sospettati di tramare contro il governo U.S.A. ai tempi della Guerra Fredda. Un mondo di ieri, non molto diverso da quello di oggi aggiungerei, afflitto da un senso di  una catastrofe imminente, nel quale i cicli di vita si ripetono sempre uguali a sé stessi senza lasciar intravedere possibili vie di fuga. Traduzione dall’inglese di Fabio Zucchella.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Segnalazione di Ulisse di James Joyce (Einaudi, 2013)

27 febbraio 2013 by

jouceDal 5 marzo uscirà per Einaudi, dopo una certa attesa intramezzata da anticipazioni, critiche, curiosità, la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce in lingua italiana di Gianni Celati. Uno scrittore che traduce uno scrittore, uno scontro-incontro che preannuncia scintille. Come molti, o forse moltissimi, conosco l’Ulisse interpretato e tradotto da Giulio De Angelis e non posso non essere perciò incuriosita, e un tantino divertita, da questo clima di filologiche interpretazioni di un mostro sacro della letteratura del Novecento. Riuscirà Gianni Celati a trovare il segreto della lingua joyciana, capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo? La sfida è affascinante e non priva di rischi. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, ma per ora, perciò spero anche solo di poter consultare questa nuova traduzione, aspettandomi tutta una serie di licenze poetiche capaci di ricostruire una lingua e destrutturarla. Celati avrà creato parole nuove, avrà scavato, forse omesso, magari anche tagliato parti, chissà. Posso comunque per ora solo ipotizzare possibilità di scrittura e queste possono essere infinite. Ammiro comunque il coraggio di Celati, e di chiunque si avventuri in questa titanica impresa. Ho letto che Celati ha restituito musicalità al testo, un’ altra ragione per essere incuriositi. Per chi si avvicinasse per la prima volta al testo, un consiglio che mi è stato dato e che trovo illuminante. Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena.

Segnalo per completezza di informazione che esistono anche altre due traduzione dell’Ulisse di Joyce, una con traduzione e note di Bona Flecchia, Firenze, Shakespeare and Company, 1995, (sembra che per dissensi con l’erede di Joyce la casa editrice sia stata costretta a distruggere le copie del libro) e l’altra pubblicata ne I Mammut di Newton Compton, traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi, 2012.

:: Recensione di Alfred e Emily di Doris Lessing (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto

26 febbraio 2013 by

dorisA chi non è mai capitato di mettersi lì a sognare di aver avuto una vita diversa da quella reale alzi la mano! Per tutti arriva un momento in cui ci si chiede come sarebbero andate le cose se avessimo fatto altre scelte, o se fossimo nati un Paese diverso o addirittura in un’altra epoca. È vero, la storia non si fa con i “se”, ma a volte è bello poter immaginare un diverso corso della nostra vita.
Molti scrittori hanno fatto dei risultati di questi “esercizi” di fantasia dei capolavori! Doris Lessing ha creato un’operazione simile: ha reinventato completamente le vite dei suoi genitori!
Il premio Nobel per la letteratura del 2007 narra qui le vicende di Alfred e Emily due giovani che crescono in un’ Europa che non sarà sconvolta dalle due Guerre Mondiali. Alfred quindi non dovrà partire per il fronte, come è accaduto nella sua vera vita, dal quale tornerà irrimediabilmente invalido, e avrà così la possibilità di diventare un giovane agricoltore, sposare una ragazza del luogo e crescere due splendidi ragazzoni. Emily invece diventerà infermiera (come nella realtà) ma, dopo esser rimasta vedova di un ricco medico, aprirà delle scuole per i bambini poveri. L’Europa vive in pace, le pulsioni belliche dei giovani si riversano in imprese coloniali, e l’economia va alla grande: sembra un paradiso perfetto! Sembra, perché anche le vite inventate di Alfred e Emily hanno visto gioie e dolori, ostacoli e difficoltà, delusioni e successi. Doris Lessing non ci propina una bella favoletta, ma riscrive le vite dei suoi genitori in maniera assolutamente credibile: se non ci fossero state le due guerre mondiali probabilmente le loro due vite sarebbero davvero andate così!
La realtà però è stata ben diversa: la Grande Guerra ha sconvolto le vite di migliaia di giovani inglesi che nel dopoguerra si sono visti quasi costretti a emigrare in Africa per cercare di avere un futuro migliore. Pieni di speranze e aspettative, anche i veri Alfred e Emily si sono imbarcati per il Sudafrica dove hanno cercato in tutti i modi di ricostruirsi una vita.
In Alfred e Emily  Doris Lessing racconta entrambe le versioni della vita dei genitori: quella inventata e quella reale. In quella inventata l’autrice cerca dunque di ridare ai propri cari quella serenità, quel successo e quella rivalsa che probabilmente agli Alfred e Emily reali sono sempre mancati.
“ Se potessi incontrare Alfred Tayler e Emily McVeagh ora, come li ho reinventati qui, come avrebbero potuto essere se la guerra non fosse mai scoppiata, spero sarebbero soddisfatti  delle vite che ho riscritto per loro.”

:: Recensione di Il demone bianco di Bernard Minier (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

25 febbraio 2013 by

biancoNon capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima  conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior  timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi  romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.

Il demone bianco – Bernard Minier-Piemme-19,50 euro

:: Recensione di Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editore, 2013)

22 febbraio 2013 by

trappolaTrappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino, edito nella collana Tascabili Noir di Fratelli Frilli Editore, rientra a pieno titolo nella categoria di opere a carattere regionale in cui una città, in questo caso un’ estiva e torrida Torino, assume un’importanza rilevante per l’azione diventando essa stessa personaggio.
Frilli ha seguito questo criterio con un certo entusiasmo facendoci conoscere la Genova di Bruno Morchio, e di Claudio Bo, la Milano di Adele Marini, la Mantova di Antonio Caron, portandoci in somma in giro per l’Italia, un’Italia in noir, in cui attualità, trame poliziesche, e caratterizzazione geografica, costituiscono il carattere distintivo.
L’attualità è anche al centro di questo romanzo torinese, in cui Facebook, popolare social network con cui bene o male tutti abbiamo avuto o abbiamo tuttora a che fare,  assume un ruolo di catalizzatore di eventi.
Le cronache dei nostri giorni sono piene di eventi a volte drammatici legati a questa realtà virtuale che non sempre resta tale. Virtuale e reale si intrecciano e a volte può succedere che si commettano crimini, che vanno dallo stalking all’omicidio.
Se dunque il punto di partenza è interessante o quanto meno di stretta attualità, gli sviluppi sono abbastanza consueti. Rocco Ballacchino utilizza questo spunto come filo conduttore di una vicenda un po’ complicata  che inizia da un incontro tra due utenti di Facebook, Daniele e Marzia, che si danno appuntamento a Porta Nuova un pomeriggio d’estate.
Non si conoscono, se non tramite scambi di messaggi; Daniele non ha mai visto neanche una foto di questa donna ma sogna il possibile grande amore, l’incontro che ti cambia la vita. Marzia “Bambi” Paolini non arriverà mai a Torino, Daniele la aspetterà inutilmente al binario 13, conscio di poter essere anche vittima di uno scherzo, di un innocuo raggiro.
Ma la realtà è molto più drammatica. La donna è stata uccisa a coltellate e di questo delitto il maggior sospettato è lui.
Le domande che si susseguono sono tante. Chi l’ha uccisa? Chi ha ideato un piano così diabolico da scaricare la colpa su di lui? Quale nemico Daniele ha, nascosto nell’ombra, ma così implacabile? Daniele non ha scelta, deve scoprire la verità.
Il protagonista, Daniele, piuttosto sprovveduto all’inizio, con una vita monotona e noiosa trascinata tra casa e lavoro, è il classico uomo qualunque, che l’unica volta in cui tenta qualcosa di non consueto, di diverso dal solito, finisce per cacciarsi in un guaio più grande di lui, in una caccia all’uomo dove la sua ingenuità e la sua inesperienza dovranno essere ben presto messe da parte se vuole avere una speranza di avere ragione del nemico che ha ideato questa trappola a suo danno.
Una certa estraniante irrealtà, dovuta forse anche al tema trattato e alla precisa caratterizzazione psicologica del protagonista, indebolisce un po’ la narrazione anche se lo stile è per lo più scorrevole, descrittivo, venato anche da un certo umorismo, molto torinese, molto understatement. Solo qualche inciampo nell’ utilizzo di vocaboli che sinceramente non avrei utilizzato.

:: Recensione di Doglands di Tim Willocks (Sonda editore, 2012)

20 febbraio 2013 by

Doglands.ai

“Qua dentro? Io pensavo che le Doglands fossero libere e selvagge, montagne, fiumi, alberi e spazi aperti”.
“Anche quelle sono le Doglands”.
Ma io le ho viste, le ho odorate, le ho sentite”.
“Lo so. Perchè le Doglands sono qui” Argal sollevò una zampa massiccia e la poggiò sul petto di Furgul. ” Nel tuo cuore. Ogni cane dal cuore libero conosce le Doglands, poco importa se siamo animali da compagnia, vagabondi o prigionieri. Portiamo le Doglands dentro di noi, ovunque andiamo”.
Furgul cominciò a capire. ” Anche nella morte?”
“Soprattutto in quel momento; ecco perchè la morte non mi avrà mai”.

Doglands di Tim Willocks, edito da Sonda editore e tradotto da Simone Buttazzi, è un romanzo incredibilmente evocativo che racconta le avventure, narrate in prima persona, di un lurcher, Furgal, un incrocio tra un levriero e Argal, un mitico cane senza razza, che attraverso il suo sguardo puro e onesto sul mondo, sulle ingiustizie che lo limitano, sulla forza della libertà, del coraggio, dell’amicizia, porta noi umani a riflettere sul rapporto uomo-natura, sul nostro mondo, sull’intima natura di noi stessi. La letteratura per ragazzi spesso riserva sorprese anche ai lettori adulti, come in questo caso, soprattutto se l’autore del libro è Tim Willocks, scrittore e psichiatra britannico, conosciuto forse ai più per i suoi romanzi noir come Bad City Blues e Re macchiati di sangue. Doglands è, e resta, un romanzo per ragazzi, che potete tranquillamente far leggere dagli undici anni in su, ma anche gli adulti sono invitati a leggerlo, magari assieme ai loro figli. Il ritratto che potrei definire psicologico di Furgal non è pura invenzione, l’autore si basa sull’osservazione del comportamento e delle reazioni di diversi cani che non ha “posseduto”, ma che l’hanno accompagnato nella vita. L’abilità e la sensibilità di Willocks gli hanno permesso di trasformare queste esplorazioni in letteratura, e questa è la sensazione prevalente che ci accompagna addentrandoci in questa epica canina. La vita di Furgal dalla sua nascita “irregolare” a Dedbone’s Hole, un allevamento di greyhound da corsa più simile ad un campo di prigionia, alla sua epica lotta per la libertà, alla ricerca delle mitiche Doglands, e la liberazione di sua madre e dei suoi, viene narrata dall’autore con un’ attenzione profonda verso le esigenze e le necessità di questi animali, capaci di sentimenti profondi, di riconoscenza, lealtà, fedeltà, amore sia verso i Grandi, ovvero noi umani, che verso gli appartenenti alla loro specie. La loro natura selvaggia, indomita, a volte feroce, piegata alle esigenze umane, pure da coloro che amano sinceramente gli animali, è analizzata con lucidità e obbiettività, ricordando a tutti noi che i cani non sono giocattoli da regalare a Natale ai propri figli, sopprimendo la loro natura, castrandoli per renderli più docili, obbligandoli a tradire il loro istinto e la loro natura altra da noi per compiacerci in cambio di una ciotola di croccantini. Il rispetto per queste creature complesse e meravigliose riflette il rispetto che noi umani abbiamo per noi stessi e questa lezione etica e morale, emerge da queste pagine forte e senza compromessi. L’avidità, l’egoismo, l’insensibilità, di molti spezza il legame profondo che ci lega a questi nobili compagni di viaggio, capaci di arrivare a sacrificare la loro vita per amore dei padroni anche quando spesso non ce lo meritiamo. Chi ha avuto un amico a quattro zampe o chi tuttora divide la sua casa con queste creature, leggendo questo libro avrà modo di imparare a conoscere meglio sia loro che se stesso. E questo rientra appieno nell’intento educativo e formativo di questo romanzo, da alcuni definito un capolavoro. Consiglio a chi fosse interessato di leggere la recensione di Beppe Sebaste scritta per l’Unità disponibile sul suo blog http://beppesebaste.blogspot.it/2013/01/il-plus-umano-dellanimale-doglands-di.htlm

:: Segnalazione di Cuore cavo di Viola Di Grado (EO, 2013)

20 febbraio 2013 by

Cop Cuore Cavo DefIn un romanzo coraggioso e sorretto da una scrittura formidabile per originalità e poesia, Viola Di Grado racconta la storia di un suicidio e di ciò che lo segue. Una folgorante invenzione della vita dopo la morte: la nostalgia, l’amore, la frequentazione “fantasmatica” delle persone care, la solitudine e l’incomunicabilità, in un aldilà cupo e ribollente, senza pelle e senza sensi, dominato da una natura crudele, che sfalda i corpi, ma anche da una vita ostinata che a questa morte si sottrae. Si rimane seriamente scossi da questa lettura, in cui Di Grado conferma appieno la sua unicità. Un romanzo che fa paura: la disgregazione dei corpi, la sopravvivenza dell’“anima”, la tristezza e il rimpianto per la vita che non riesce a ricomporsi ma continua a incedere e spiare, vagando in un mondo deserto ma affollato, dove i vivi non possono più vederti e sentirti ma i morti restano all’erta, impauriti, in ascolto. Un romanzo sulla morte e sulla “vita-dopo-la-morte” innovativo e conturbante, la conferma evidente di uno dei maggiori talenti della narrativa di questi anni.

Viola Di Grado ha venticinque anni. È nata a Catania e ha studiato lingue e filosofie dell’Asia orientale a Torino e Londra. Il suo primo romanzo, Settanta acrilico trenta lana, libro-rivelazione del 2011, è stato premiato con il Campiello Opera Prima e il Rapallo Carige Opera Prima ed è stato già tradotto in otto paesi.

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013 by

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!

:: Recensione di Da qui all’eternità di James Jones, (Beat, 2012) a cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2013 by

es da qui all'eternita _Layout 1Dimenticate le medaglie al valore militare. Dimenticate l’eroismo dei soldati impegnati in azioni di guerra stile Salvate il soldato Ryan, perché quello che troverete in Da qui all’eternità, ripubblicato in versione integrale dalla Beat edizioni, è un disarmante ritratto della fragilità umana di uomini arruolati nell’esercito in tempo di pace, nell’ attesa di una guerra che loro non sanno quando e se mai arriverà. Questo è il primo romanzo di Jones pubblicato nel 1951, un libro che ottenne immediato successo di pubblico, tanto che l’anno seguente vinse il prestigioso premio “National Book Award” e nel corso del tempo è entrato a far parte della classifica dei 100 romanzi di maggiore importanza letteraria del XX secolo. Da qui all’eternità è un romanzo di guerra, ma tra le sue numerose pagine non c’è la battaglia sul campo,  perché quella che Jones ci racconta è la faida tra uomini nella base di Schofield, sull’isola di Oahu, nelle Hawaii. I principali personaggi sono Robert “Prew” Prewitt e il suo superiore, il sergente Milton Warden. Il primo è un trombettiere di talento ed ex pugile che non ha la minima intenzione di tornare a combattere, visto che  l’ultima volta che lo ha fatto ci è quasi scappato il morto. L’altro, è un freddo sergente dai modi di fare beffardi, innamorato della donna di un suo superiore e animato da un profondo senso di giustizia. I due soldati  sono entrambi delle teste calde e non a caso durante la narrazione non perderanno occasione di cacciarsi nei guai per la troppa cocciutaggine che li caratterizza (Prew disobbedirà ai suoi superiori, sarà coinvolto in una inchiesta con l’accusa di omosessualità e finirà nella  prigione militare a tutti nota con il nome di “Palizzata”). Accanto a loro ci sono i tanti altri soldati della compagnia che non incarnano la tipica immagine del militare  eroico, tutto coraggio e solidità morale. Quelli usciti dalla penna di  Jones sono uomini semplici, fragili e quotidiani che cercano in ogni modo di evadere dalla monotonia esistenziale imposta dalle regole dell’esercito, rifugiandosi nell’alcool e tra le braccia delle prostitute dei bordelli presenti sull’isola hawaiana. Tra loro emerge il mingherlino, ma combattivo  Maggio, un italoamericano di Brooklyn. C’è il caporale Bloom, un giovane uomo in perenne lotta esistenziale per le sue origini ebraiche e con l’irrisolto rapporto con la propria sessualità, e che dire dello scapestrato Jack Malloy, così colto e intellettuale da essere sempre in prigione. In queste Hawaii del 1941, primo attore è un’umanità derelitta e non a caso solo alla fine la guerra arriverà a toccare le già precarie vite dei protagonisti, per la precisione quando i “Jap” – così l’autore nel libro definisce i giapponesi recuperando lo slang americano degli anni’40 – bombarderanno Pearl Harbor. In questo romanzo Jones racconta la vita in ambiente militare evidenziando tutta la volubilità e le insicurezze dei soldati protagonisti della vicenda. Ciò che colpisce è il fatto che indipendentemente dal grado militare ognuno dei personaggi agenti dimostra delle debolezze e tormenti interiori che rendono questi uomini in divisa umani e fallibili. Da qui all’eternità sarà pure ambientato nelle meravigliose isole delle Hawaii, ma il senso di ribellione,  di colpevolezza uniti alla violenza psicologica  e fisica subìta e perpetrata dai vari protagonisti sono un disarmante ritratto di una generazione derelitta e sfinita che vorrebbe solo vivere liberamente. La versione edita dalla Beat è quella integrale senza tagli e censure riportata alla luce nel 2009 da Kaylie Jones, la figlia dell’autore che rivelò l’esistenza del manoscritto originale del padre, dove erano presenti tutti i tagli imposti a Jones dall’editore Scribner, il quale ritenne lo scritto troppo “ricco” di  parolacce e di scene di sesso omosessuale, troppo scandalose per l’America perbenista degli anni’50. Da ricordare anche la produzione nel 1953 dell’omonimo film vincitore di ben 8 premi Oscar, realizzato dal regista Fred Zinnemann. Traduzione dall’inglese per l’edizione Beat  di Chiara Ujka.

James Jones (1921-1977) fu arruolato nel 1939 nell’esercito americano nella 25a Divisione Fanteria, poco prima delle scoppio della Seconda guerra mondiale. Di stanza alle Hawaii, Jones combatté poi nella guerra di Guadalcanal. Nei suoi lavori letterari  di fama mondiale – Da qui all’eternità e La sottile linea rossa – ha raccontato la quotidianità, le atrocità e le conseguenze della guerra.

:: Segnalazione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013)

19 febbraio 2013 by

fratelloTraduzione dal finlandese di Cira Almenti

Il libro – Viktor Kärppä, “l’uomo con la faccia da assassino” e il cuore diviso tra le radici sovietiche e la sua nuova vita a Helsinki, ha chiuso con il crimine da quando il socio Ryškov ci ha rimesso la pelle. E a parte qualche giro di contrabbando si accontenta di una piccola impresa edile che offre lavoro nero ma ben pagato agli immigrati dell’Est. Ma quando una partita di supereroina semina la morte in città, i sospetti ricadono su suo fratello Aleksej, l’irreprensibile ingegnere che stanco di fare la pedina di un sistema corrotto a Mosca lo ha raggiunto a Helsinki a caccia di soldi facili. Sotto il fuoco incrociato della polizia e della mafia russa, a Viktor non resta che riaprire le porte della sua vecchia vita e infiltrarsi nella cupola di San Pietroburgo: chi ha osato sfidare i boss del narcotraffico? Comincia così una nuova indagine del romantico faccendiere frontaliero sospeso tra la nostalgia dello sradicato e le cicatrici di un torbido passato nel KGB. E che muovendosi al confine di due epoche e due mondi ci proietta in una Finlandia sconosciuta, terra di frontiera fatalmente segnata dalla parabola sovietica, puzzle etnico dalle mille anime in cui i problemi di identità portano il peso e le ferite della storia.

L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).