:: Un’ intervista con Filippo Fornari a cura di Viviana Filippini

14 marzo 2013 by

FornariCiao Filippo, piacere conoscerti e ospitarti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo romanzo intitolato La signora degli inferi, edito da Todaro. Prima di entrare nella storia tanto per cominciare raccontaci qualcosa di te e di quando è nata la tua passione per la scrittura.

Ho iniziato a scrivere nell’ambito professionale (sono un biochimico) e per hobby (sono appassionato di vela), quindi ho cominciato con materiale scientifico, riviste di nautica e giornali di bordo. I romanzi sono arrivati  perché mi affascinavano le analogie, storiche e culturali, che legano tra di loro avvenimenti e temi attuali con fatti e miti del passato. Ho provato a mettere le mie riflessioni su una pagina bianca, e poi a legarle tra loro con una trama.

La Signora degli inferi è stato ispirato più dalla letteratura o dalla realtà?

Direi da entrambe: il romanzo è nato da un altro mio hobby, la numismatica, ed è stato ispirato dai miti classici, greci e romani, che sono rappresentati sulle antiche monete.  La realtà è entrata di prepotenza, perché il mondo della numismatica, con la presenza di falsi e di contraffazioni  che ne inquinano il mercato milionario, è sovente teatro di vicende, ignote ai non addetti, che non hanno nulla da invidiare alle trame di un film o di un libro giallo.

Leggendo il tuo romanzo ho pensato ad autori come Dan Brown e Glenn Cooper. Quali sono gli scrittori che ti hanno influenzato?

Diciamo che mi sento più vicino alla sensibilità europea che non americana, e sono stato più influenzato dalla lettura degli autori dei classici “gialli” storici, tipo l’Umberto Eco de Il nome della rosa o l’Ellis Peters dei romanzi di Fratello Cadfael, anche se, degli autori che hai citato, apprezzo la scrittura agile e l’abilità con cui mescolano il presente con il passato. Come anch’io ho cercato di fare nel mio romanzo.

Al centro della storia c’è un lunga scia di omicidi sparsi in diverse località italiane ed europee. Perché la scelta di questa diffusione geografica di delitti diversi, ma allo stesso tempo simili vista la presenza di antiche monete sui cadaveri?

Perché, anche per la mia attività al di fuori della scrittura, sono abituato a considerare l’attualità con un approccio europeo. E poi, guardando al racconto con l’ottica di un viaggiatore o come se fosse la sceneggiatura di un film, ne ho immaginato l’ambientazione nelle città che più mi affascinano.

Nel libro sono presenti riproduzioni grafiche di monete antiche. Sono realmente esistite o sono riproduzioni ad hoc per il tuo romanzo?

Tutto quello che racconto sulle monete è assolutamente vero. Sono iscritto a un forum di appassionati di numismatica, lamoneta.it, e i miei “colleghi” non mi avrebbero perdonato, in un thriller in cui si racconta di antiche monete, inesattezze o imprecisioni.

Perché scegliere la città di Roma come luogo principale dove tutto deve accadere e manifestarsi?

Perché è un crogiolo ineguagliabile di antico e moderno, di sacro e profano. E poi ci ho vissuto per un certo periodo della mia vita.

Spesso nei romanzi dove ci sono reperti archeologici o reliquie di una certa valenza artistico-storica-sociale sono presenti delle sette o confraternite a caccia dell’oggetto. Secondo te questi gruppi segreti che agiscono nell’ombra non possono essere messi in relazione un po’ con le società massoniche?

L’idea di un gruppo ristretto o segreto di iniziati che operano all’interno della società in cui vivono perseguendo fini noti solo agli adepti è vecchia come l’uomo. La massoneria ne è un’espressione relativamente moderna.

Visconti è un ex soldato appena tornato dall’Afghanistan, come sarà per lui agire in un campo lavorativo del tutto nuovo e del quale non conosce quasi nulla?

Si sente sicuramente inadeguato e impreparato al suo nuovo ruolo di detective nel Reparto Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Tuttavia, per senso del dovere, e anche per la fiducia che nutre nelle proprie capacità, non ha esitazioni ad accettare il nuovo incarico.

Il protagonista maschile mi ha ricorda un po’ Indiana Jones, ma in questo caso è un esploratore in fase di formazione. Questa è un’associazione azzardata o fattibile?

Non mi ero mai soffermato su questa analogia. Se c’è, è del tutto involontaria, anche se plausibile.

Lavinia, l’esperta con la quale Visconti collabora è un donna forte, ma anche lei come lui ha un passato colmo di dolori esistenziali. Quanto questi traumi influenzano il loro agire nel presente?

Non credo che Marco abbia dolori esistenziali, piuttosto dei sensi di colpa. È un uomo pratico e, anche se soffre per la separazione e la lontananza dalla figlia, affronta comunque la vita di getto, senza remore o esitazioni. Lavinia, invece, è più cauta e diffidente nei rapporti umani, e sta ancora cercando di metabolizzare le esperienze negative che l’hanno segnata.

Il vicino di casa del protagonista è lo stereotipo del simpatico ficcanaso sempre a spasso con il proprio fido, chi ti ha ispirato questa figura?

Non è un personaggio che si ispiri a qualcuno in particolare, è stato inserito nel racconto per dare un senso di vissuto, di realtà quotidiana.  E per ironizzare e sdrammatizzare, come sanno fare i romani.

Ci sarà un seguito de La signora degli inferi?

Sicuramente sì. Anzi, la nuova indagine di Marco Visconti è già ben avviata.

Ora, parlando di libri, quale è stata la tua ultima lettura?

Gli ultimi due che ho letto, in contemporanea. Magellano, di Stefan Zweig: sarà per la passione per la vela, ma amo i libri sulle esplorazioni e i grandi navigatori. E Viaggio al termine della notte, di Celine, autore difficile e quasi odioso per certi versi, ma che a  mio parere scrive in un modo inarrivabile per noi comuni mortali.

Il libro più importante che hai letto?

I libri dei grandi sudamericani, Borges e Marquez. Immancabili, in ogni biblioteca e in ogni percorso di formazione culturale.

:: Recensione di La meraviglia della vita, Michael Kumpfmüller, Neri Pozza 2013 a cura di Viviana Filippini

13 marzo 2013 by

la_meraviglia_della_vita_02Di solito di uno scrittore si conoscono le opere pubblicate in vita o dopo la sua morte.  Ed è proprio grazie a quei libri che noi lettori ci addentriamo nell’universo di un autore, in questo modo oltre a concerei le storie che l’artista delle scrivere ci racconta attraverso le parole, entriamo in contatto con i suoi pensieri, le  riflessioni e le opinioni sugli elementi che hanno ispirato un romanzo, ma che in molti casi hanno anche influenzato il corso di una vita. Poi compaiono dei libri – non sempre autobiografie- che ci raccontano la dimensione esistenziale più privata di chi, nel corso della sua esistenza, ha fatto dello scrivere non una semplice passione, ma un vero e proprio lavoro. Ne La meraviglia della vita, edito da Neri Pozza, Michael Kumpfmüller fa compiere a noi lettori un viaggio indietro nel tempo, nei primi anni ’20 del Novecento, alla scoperta dell’ultimo periodo di vita dello scrittore praghese Franz Kafka. Il romanzo biografico è un intenso ed elegante ritratto della relazione tra l’autore de La metamorfosi e Dora Diamant, la figlia di un commerciante ebreo ortodosso di una comunità chassidica che dopo la morte della moglie si trasferì a Będzin. Le tre parti tramite la quali Kumpfmüller ha concepito il suo lavoro mi hanno ricordato gli atti di una tragedia caratterizzata da un crescendo emotivo che culmina sì con il fine tragico, ma che alo stesso tempo ha in sé qualcosa di pacifico. Nel libro cronaca c’è l’Arrivare, ossia la comparsa di Kafka nella località di Muritz dove sua sorella Elli è in vacanza con le figlie, ed è proprio qui che il “Dottore” conoscerà Dora Diamant. Tra lo scrittore già sofferente di tubercolosi, ma finalmente lontano dalla città e dai tanti sanatori dove è stato ricoverato, e la giovane cuoca della Casa del popolo nascerà prima un‘amicizia, che un po’ alla volta si trasformerà in una vera e propria attrazione reciproca vissuta dai due con educazione ed eleganza. L’atto secondo è lo Stare, dove Kafka e la sua donna vivono nella Berlino degli anni ’20 senza essere sposati e senza che i genitori di lui conoscano questa realtà. La convivenza è segnata dalla povertà, ma soprattutto dalle ansie e paure dell’insuccesso che tormentano Kafka tanto quanto la malattia che lo sta distruggendo in ogni fibra. Lo scrittore nativo di Praga nonostante sia molto debilitato nel fisico ha una forza interiore che lo spinge a  continuare a scrivere e a vivere il sentimento che lo lega a Dora. Tra i due non si creerà solo uno scambio di affetti, ma anche un passaggio di valori culturali. Lui dona alla donna amata il suo “sapere letterario” e lei lo ricambia con il dono di “sapere religioso ebraico”. Purtroppo la felicità non durerà per sempre e il peggiorare delle condizioni di salute del Dottore portano il lettore ad addentrarsi nella terza ed ultima parte  – Partire– dove Kumpfmüller ci racconta la permanenza in sanatorio di Kafka. Qui lo scrittore sarà assistito con amore da Dora e dall’amico medico Robert Klopstock in un lento percorso di progressivo spegnimento dell’alito vitale determinerà la fine di Kafka, rendendo per sempre vano il progetto concordato con Dora di raggiungere la terra di Palestina. Attenzione! In La Meraviglia della vita il lettore non compirà un viaggio dentro le opere di Kafka, anche se esse aleggiano nella trama, senza essere mai essere le dirette protagoniste della vicenda, perché  l’intento di Kumpfmüller è quello di raccontare – e ci riesce con garbo ed equilibrio – una storia vera evidenziando la forza del sentimento d’amore che legava Dora Diamant a Kafka e che permise a quest’ultimo di vivere in serenità l’ultima parte della sua tormentata e dolorosa esistenza. Traduzione Chiara Ujka.

Michael Kumpfmüller è nato a Monaco di Baviera nel 1961 e vive a Berlino. Autore dei romanzi Durst e Hampels Fluchten, lavora come giornalista freelance per le testate tedesche «Die Zeit», «Süddeutsche» e «Frankfurter Rundschau».

:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2013 by

missione suicidaTorna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.

Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista. 

:: Segnalazione di Canada di Richard Ford (Feltrinelli, 2013)

12 marzo 2013 by

canada2Traduzione di Vincenzo Mantovani

“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi.” Ai nostri giorni, a distanza di mezzo secolo dai fatti, il professor Dell Parsons, americano trapiantato in Canada e alla vigilia della pensione, ricorda i due avvenimenti che hanno impresso una svolta decisiva alla sua vita e a quella di Berner, la sua gemella. Nel 1960, l’anno dei fatti criminosi, Dell e Berner hanno quindici anni e i Parsons sono una famiglia americana assolutamente normale, da cui sarebbe stato assurdo aspettarsi cose simili. Ma, come scrive Richard Ford, “il preludio a cose molto brutte può essere ridicolo, ma può anche essere casuale e insignificante. Cosa che merita di essere riconosciuta perché indica il punto da cui possono originarsi eventi disastrosi: a un pelo dalla vita di tutti i giorni”.

Richard Ford, nato nel 1944 a Jackson (Mississippi), è considerato uno dei più grandi scrittori americani contemporanei. Con Il giorno dell’Indipendenza (1995, Feltrinelli 1996) ha vinto i due premi più prestigiosi d’America, il Pen/Faulkner Award e il Pulitzer Prize. Feltrinelli ha pubblicato anche: Rock Springs (1989), L’estrema fortuna (1990), Incendi (1991), Sportswriter (1992), Il donnaiolo (1993), Donne e uomini (2001), Infiniti peccati (2002) e Lo stato delle cose.

:: Un’ intervista con Eva Clesis

11 marzo 2013 by

parole santeBenvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Eva Clesis è il tuo pseudonimo, almeno così ho letto, mi incuriosisce sapere il motivo perché l’hai scelto.

Eva Clesis è uno pseudonimo che ho scelto intersecando gusti personali e opinioni di persone a me care. Quando ho iniziato a scrivere sentivo la necessità di nascondermi dal quotidiano per essere libera. È come quando ci si immagina di essere slegati da tutto per poter vivere finalmente la vita che vogliamo. Cercavo un’identità che fosse un territorio franco.

Parlaci di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, dei tuoi interessi.

Non ho avuto una vita facile, né felice. Anche se ero una studentessa brillante, mi sono laureata più per dovere, lavoravo già come grafico da nove anni, non mi ha mai interessato la carriera accademica perché sapevo di non potermela permettere. Oltre alla lettura, amo molto il cinema, mi piacciono l’arte, i viaggi, la cucina. Rimpiango di non aver fatto il cuoco e il fotografo e il regista, di aver interrotto la mia carriera di illustratore con la maggiore età.

Come è nato l’amore per la scrittura? Da quali letture? Quali scrittori hanno influenzato il tuo stile?

Il mio rapporto con la scrittura non si potrebbe capire senza la mia fissazione per la scrittura. Io amo tutto della scrittura, dalla sua superficie di lettera alla sua sostanza di parola. Amo variare e sono imprevedibile anche nelle letture. Raymond Chandler e un po’ anche Jim Thompson sono gli autori che mi hanno permesso di migliorare, ma ogni tanto quando scrivo mi viene in mente un romanzo di Buzzati, sempre quello. Poi Beckett e la Plath.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio debutto è stato disastroso, sono molto a disagio con gli editori perché non so gestire tutto ciò che mi è caro, spesso ho lasciato che decidessero loro per me. Ho ricevuto valanghe di rifiuti, ma più di tutto un sacco di indifferenza. Non sono i primi ma è la seconda a fare danno per chi scrive.  

Parliamo adesso del tuo ultimo libro Parole sante, romanzo che mi ha davvero impressionato per stile, originalità, capacità di scrittura. Come è nato, quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando volevo scrivere il mio nuovo romanzo, vivevo vicino a un’anziana moribonda, che invocava giorno e notte sua madre. Un giorno bussò alla mia porta la sua badante, disperata perché era andata a gettare la spazzatura e per sbaglio aveva chiuso la malata sola in casa. Parlava poco l’italiano, e quasi mi stupii che avesse chiamato me per un aiuto. Capii che nessun altro le aveva aperto. La badante piangeva in modo disperato, non sapeva neanche dire il nome dei figli di chi accudiva. Pensai: “Ecco qualcuno veramente solo, in un Paese che non conosce, mentre gli affetti crescono lontano”.

Ti ha richiesto molte revisioni, molte stesure o è nato di getto?

Non so quanto i romanzi nascano davvero di getto. Sono d’accordo con Poe, scrivere secondo l’ispirazione non significa nulla, oltre quella conta l’esercizio e il metodo, che è razionale. Parole sante ha avuto pochi tentennamenti e come gli altri romanzi si è beccato una certa ostilità, almeno nella prima versione, un po’ più lunga. La revisione è consistita in una “asciugatura” di cinquanta cartelle, circa un’ottantina di pagine.

Puoi riassumere la trama del tuo libro, toccandone i temi principali?

La dico in una frase, che prima usavo nella scheda di lettura del libro. Una vedova bigotta tenta di eliminare la propria domestica con l’appoggio del parroco. L’essenziale è questo. Tutto il resto vien leggendo.

Utilizzi un registro linguistico composito, l’uso del dialetto è funzionale e oltre a riproporre la lingua parlata, trasmette un senso di forte realismo, di autenticità. Come hai lavorato sul linguaggio?

Per Parole Sante mi sono documentata tantissimo. Il dialetto salentino è molto diverso da quello della mia provincia, perciò mi sono messa a studiare. Per mesi ho letto e riletto dizionari di salentino, libri, tesi di laurea: persino testi di canzoni e commenti sulle pagine di facebook.  

Viorica parla molto poco italiano, con Santo comunicano con il traduttore di Google, anche nella loro relazione il linguaggio ha una funzione essenziale. Ma oltre che con le parole, comunicano con i gesti, con i silenzi, con le espressione del volto. Come nasce il loro amore? Cosa hanno in comune questi due personaggi?

In realtà hanno in comune un difetto che si riconoscono a vicenda, anzi, un difetto che permette loro di riconoscersi, dato che fin dal primo incontro tra i due scocca la scintilla dell’agnizione (e poi, forse, dell’amore). Sono orgogliosi, ambedue calati in condizioni sfortunate, di quelle che la gente non perdona. Lui, un tempo bello e benestante, ora vicino ai cinquant’anni e “guastato di gambe”, deturpato dalla malattia. Lei, ex-madre dalla bellezza sfiorita, straniera, costretta a vivere lontano da casa. Entrambi vorrebbero ribellarsi a un destino che decide per loro.

Viorica, la badante ucraina, è un personaggio bellissimo. Non giudica, si limita ad osservare stranita un mondo che non comprende perfettamente. Pronta ad un matrimonio di convenienza, che nonostante tutto coinvolge anche i suoi sentimenti. E’ un personaggio romantico, che ispira tenerezza, e nello stesso tempo fa sorridere. Nel romanzo descrivi con molta sensibilità il suo senso di estraneità, il razzismo che la circonda, la sua necessità di vivere lontano dalla sua famiglia, da sua madre e da suo figlio, per motivi di sopravvivenza. Descrivici ora il piccolo mondo di Comasia attraverso i suoi occhi.

Comasia è piccola per Viorica, che in Italia cerca l’America, e che si trova suo malgrado invischiata in un mondo alla rovescia che le ricorda il suo, di paese. Per lei Comasia e Villa Magnano assumono la stessa dimensione claustrofobica e diffidente. Comasia è una porta semplice, ma chiusa, e il bello è che Viorica non ha alcuna intenzione di scoprire cosa c’è dietro, quello che vorrebbe lei è salvarsi.

L’handicap fisico di Santo è descritto dando grande risalto alla fisicità, alla corporalità. La sua apparente debolezza, in un certo senso è la sua forza. Come hai costruito il suo personaggio?

Per cercare di creare un personaggio verosimile, mi sono fissata su uno reale, pubblico, un artista che dalle foto mi ha sempre dato l’idea di essere altezzoso. Ho costruito il carattere di Santo basandomi sulle sue foto e su quello che desideravo per il mio personaggio. Volevo un uomo dalla vita fortunata, poi beffato dalla malattia, che nel tempo ha nutrito la sua fierezza, isolandolo.

Un’ altra coppia fondamentale nel romanzo e quella anomala composta da Lina Magnano e Don Felice. L’una vittima delle trame vendicative dell’altro. Lina è una beghina, inevitabilmente comica, patetica, fondamentalmente vendicativa, egoista, gretta. Don Felice a suo modo vuole giustizia, vuole riappropriarsi di ciò che ritiene suo, e non mi riferisco al solo lato materiale. Chi è la vera vittima tra i due?

Bella domanda, la cui risposta dipende dai punti di vista. Non so chi dei due possa avere lo scettro di “vera vittima”. Forse si può pensare che don Felice abbia un movente personale più forte della salvezza dell’anima di Lina Magnano, oppure pensare a chi dei due, nel complesso della loro storia personale, ha recato con intenzione più danni agli altri. Messa così Lina è più inconsapevole del suo prete.

Parlaci dei personaggi secondari, Dieci, Don Michele, le amiche di Lina, Ivan il rumeno. Che ruolo hanno nel romanzo?

Alcuni di essi fanno da contrappunto ai protagonisti di questa tragicommedia provinciale, mi riferisco in particolare alle amiche per Lina, a Dieci per don Felice, a Ivan per Viorica. Altri, come don Michele o il notaio, sono portatori di una morale e di un conseguente comportamento che permettono al lettore di indentificarli da subito. Assieme a questi, i ministranti, i proprietari dei negozi, la postina, la farmacista fanno quello che un tempo nelle tragedie era il coro, attraverso il loro pittoresco punto di vista.

Comasia è un paese nato dalla tua immaginazione, che comunque rispecchia tanti piccoli paesini del sud, ancora provinciali, in cui la comunità parrocchiale è ancora forte, le vedove si vestono sempre di nero, tutti conoscono tutto di tutti, si gioca a burraco per spettegolare. Da che cittadine reali hai preso spunto per costruire Comasia?

Da nessuna in particolare e da tutte in generale. Il nome di Comasia è quello della santa patrona di Martina Franca, in provincia di Taranto, e che mi sembrava utile per un paesino immaginario pugliese, perché Comasia come santa ha origini incerte.

Quale è o sono le tue scene preferite in Parole sante?

Tutti i dialoghi di Lina con le comari mi divertono, specialmente il primo al supermercato; tra le scene che preferisco: l’incontro tra Viorica e Santo, il risveglio nel letto di Luciano/Dieci, la “resa dei conti” finale.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

I personaggi più difficili da scrivere sono stati Santo e don Felice: nel primo c’era il rischio di renderlo troppo patetico per via della malattia (e quindi che il suo carattere passasse in secondo piano rispetto al suo status di uomo con un handicap fisico). Dietro il parroco ho invece dovuto tessere la trama di una storia personale che scavava nel passato, con l’accortezza che non pesasse troppo sul romanzo e non confondesse il lettore.  

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Se facessero del tuo romanzo un film, quale regista sceglieresti, quali attori per i personaggi?

Uno stile cinematografico è quello che ti suggerisce subito delle scene, quasi che le vedessi davanti ai tuoi occhi: cerco di non eccedere in questo (non vorrei finire per scrivere romanzi come sceneggiature), tuttavia è vero che guardando molti film e serie tv, oltre che leggendo noir, la tendenza a evidenziare la scena rimane. Perciò sì, il mio stile si può definire cinematografico. Se mai facessero un film dal mio romanzo, poiché so che non accadrà mai, posso permettermi di sparare alto e dire: se fosse un film americano ci vedrei i fratelli Coen, se fosse italiano punterei su registi come Ciprì, Rubini, Garrone.  

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un romanzo scritto subito dopo Parole sante, e che continua il filone dell’atmosfera noir e della famiglia al centro di un delitto, in un contesto meridionale. Rispetto a Parole sante è scarno, essenziale, freddo ma disperato a suo modo. Mi piace, ma questo non vuol dire che anche i lettori possano amarlo.

:: Segnalazione Concerto “Al cuore fa bene far le scale” di Diana Tejera e Patrizia Cavalli

10 marzo 2013 by

ImmagineRoma, martedì 12 marzo 2013 ore 21,30

Teatro Valle Occupato, Via del Teatro Valle 21
Concerto “Al cuore fa bene far le scale”
La cantautrice Diana Tejera e la poetessa Patrizia Cavalli
accompagnate dai musicisti
Simone De Filippis alla chitarra elettrica,
Angelo Maria Santisi al violoncello,
Pietro Casadei al basso,
Giulio Caneponi alla batteria
e special guest Barbara Eramo
presentano il libro/cd
“Al cuore fa bene far le scale”
Ingresso libero – Sottoscrizione libera
“Al cuore fa bene far le scale” è il titolo di una raccolta di poesie e canzoni nata dalla collaborazione tra la poetessa Patrizia Cavalli e la musicista Diana Tejera. Un libro e un cd che sono il prodotto del lavoro comune nato dall’amore di Diana Tejera per le poesie di Patrizia Cavalli e diventato poi un vero e proprio scambio tra musica e poesia. Le parole inedite di Patrizia Cavalli scritte per le musiche di Diana Tejera, e le musiche originali di Diana Tejera composte per alcune poesie già edite di Patrizia Cavalli si intrecciano rivelando così un unico, inatteso e coinvolgente senso del pop. 11 poesie, una conversazione tra amiche e un cd. Uno straordinario incontro tra la musica pop e una delle voci più originali della poesia contemporanea italiana. “Al cuore fa bene far le scale” è un progetto Voland e Sunnybit.
LE AUTRICI
PATRIZIA CAVALLI è nata a Todi e vive a Roma. Ha pubblicato presso l’editore Einaudi “Le mie poesie non cambieranno il mondo” (1974); “Il cielo” (1981); “Poesie” (1992); “Sempre aperto teatro” (1999) e “Pigre divinità e pigra sorte” (2006); presso le edizioni Nottetempo i poemetti “La Guardiana” (2005) e “La patria” (2011). Ha vinto diversi premi tra cui Viareggio Repaci, Pasolini, Dessì, Lerici Pea, Brancati, De Sanctis e Monselice. Ha recentemente pubblicato “Flighty Matters”, poesie sulla moda in edizione bilingue (Quodlibet, 2012). Al momento sta lavorando a un libro fotografico su Elsa Morante. Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue.
DIANA TEJERA nasce a Roma. Nel 1997 studia composizione al CET di Mogol. Nel 2000 fa parte della band i Plastico, con cui partecipa al 52° Festival di Sanremo col brano Fruscìo. Nel 2003 prosegue la sua carriera da sola e inizia a collaborare con vari artisti tra cui Chiara Civello (con lei scrive “Al posto del mondo”), Ana Carolina e Tiziano Ferro, con cui compone i brani “E fuori è buio” presente nel disco di Ferro “Nessuno è solo” (2006), e “Scivoli di nuovo” contenuto nell’album “Alla mia età” (2008). Diana inizia a scrivere e comporre anche musiche per film e cortometraggi. Nel 2010 esce per l’etichetta SunnyBit “La mia versione”, il suo primo album da solista in cui si fondono il gusto melodico italiano all’energia latina, le sfumature folk a quelle del rock più energico.

:: Recensione di “Oh…” di Philippe Djian (Voland, 2013) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2013 by

ohIrène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.

Protagonista di “Oh…” (“Oh…”, 2012) di Philippe Djian, edito da Voland e tradotto da Daniele Petruccioli, è Michèle, produttrice cinematografica parigina quasi cinquantenne, una donna forte, di successo; madre di Vincent, un ragazzo che lavora in un McDonald’s, fidanzato con Josie e in attesa di un figlio non suo; moglie divorziata di Richard, sceneggiatore senza fortuna, amareggiato dalla mancanza di talento della quale neanche si rende conto; figlia di Irène, caricatura patetica e grottesca della femme fatale, fidanzata di Ralf, un ragazzo molto più giovane di lei che intende addirittura sposare, contro il volere della figlia, e di un padre che da trent’anni è rinchiuso in prigione per aver massacrato un numero imprecisato di bambini, tanto da guadagnarsi il nome di mostro di Aquitania; amante di Robert, marito della sua migliore amica e socia nella casa di produzione, Anna. Un giorno il suo complicato mondo imperfetto va in mille pezzi per un’ aggressione: un uomo sconosciuto, con un passamontagna in testa entra nella sua casa e la violenta, davanti al suo gatto Marty. Da principio non lo riconosce, immagina le tesi più fantasiose, che sia uno sceneggiatore di cui ha respinto il lavoro, un uomo che vuole vendicarsi di qualche ipotetica ingiustizia subita, uno sconosciuto senza volto, nome, identità. Confida l’aggressione solo al suo ex marito, di cui subisce ancora il fascino, un po’ perché lo considera l’uomo migliore che abbia incontrato, un po’ per riconoscenza, per quello che ha fatto per lei, salvandola letteralmente dalle dolorose conseguenze degli atti di suo padre, di cui per un residuo senso di possesso, è quasi gelosa della sua nuova compagna, Helene, ragazza più giovane e bellissima. E intanto la vita continua e Michèle cerca di radunare i pezzi, cerca di aiutare il figlio, in questo periodo di crisi, i prezzi delle case a Parigi sono alti, la responsabilità di una moglie e di un figlio, sono forse più di quello che Vincent riesca a farsi carico, oltre al fatto che il vero padre del bambino è in prigione in Thailandia per motivi di droga e Josie cerca soldi da mandargli per farlo uscire di prigione e gli avvocati costano. E poi c’è sua madre e il folle desiderio di sposarsi, oltre al fatto che vuole che vada a trovare suo padre in carcere e come ultimo desiderio gli chiede di accordargli il suo perdono. E infine c’è Patrick, il suo vicino di casa, sposato con Rebecca, per cui prova una malsana attrazione, non ostante sia un bancario, forse anche insulso e qualunque. “Oh…” è questo e molto altro, un romanzo decisamente coraggioso e  forte, né consolatorio, né rassicurante, il tentativo di un uomo di guardare il mondo con gli occhi di una donna, un tentativo che ha risonanze interessanti, bizzarre. Un vertiginoso tentativo di sondare le profondità della psiche femminile, cosa significhi essere madre, il doppio ruolo di Anna e Michèle come madri di Vincent è raccontato con grande sensibilità, cosa significhi subire una violenza, cosa significhi essere figlia di un padre che non merita perdono, e di una madre che seppure con tutte le sue debolezze sa ancora farsi amare. Lo stile particolare Djian è il valore aggiunto che impreziosisce ogni pagina, e raggiunge vette estetiche di particolare intensità.

Philippe Djian Nato a Parigi nel 1949, Philippe Djian si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Segnalazione di L’arena dei perdenti di Antonin Varenne (Einaudi, 2013)

9 marzo 2013 by

arenaTraduzione di Fabio Montrasi

«Dopo il successo di Sezione Suicidi, che gli è valso diversi premi letterari, Antonin Varenne ha colpito ancor piú a fondo con L’arena dei perdenti… un noir di incredibile potenza nel quale ci si interroga senza requie sulla difficoltà di essere uomini liberi e sul rapporto degli esseri umani con la violenza, che sia scelta o imposta. Sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense, L’arena dei perdenti è un romanzo davvero riuscito, e la conferma di uno scrittore di primissimo piano».

«Lire»

Un poliziotto disilluso, che arrotonda lo stipendio sul ring; un algerino e un italo-francese, ormai anziani, con un segreto in comune che risale agli anni più bui del dopoguerra; una sgradevole verità da rivelare al mondo e una vendetta da consumare a ogni costo, se si vuol sopravvivere. Sono loro i protagonisti del nuovo libro di Antonin Varenne, autore celebrato dalla stampa francese come il nuovo Fred Vargas. Un libro sul disincanto e la resistenza alle sconfitte e ai colpi imposti dal destino. Sulla capacità di restare in piedi malgrado la vita diventi un ring in cui l’avversario contro cui battersi è sempre e comunque più forte.

Antonin Varenne è considerato l’astro nascente del noir francese. Curioso personaggio, coltissimo, giramondo e laureato in filosofia, oltre a Sezione Suicidi (Einaudi, 2011 e 2012), clamoroso successo di critica e di pubblico e vincitore del Prix Michel Lebrun 2009, del Grand Prix du jury Sang d’Encre 2009 e del Prix du Meilleur Polar des Lecteurs de Points, ha pubblicato altri due romanzi (Le fruit de vos entrailles, 2006 e Le gâteau mexicain, 2008). Nel 2013, sempre per Einaudi, ha pubblicato L’arena dei perdenti.

:: Recensione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013) a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2013 by

fratelloEravamo usciti insieme diverse volte, eravamo andati al cinema e a bere qualcosa sulla terrazza estiva di un pub, eravamo stati addirittura a una mostra d’arte sul realismo socialista, anche se avevo cercato di oppormi dicendo che io ci avevo vissuto – non in una mostra ma nel socialismo. Alla fine l’avevo comunque  accompagnata e le opre d’arte mi avevano riempito di nostalgia.
Più tardi avevo spiegato a Helena quanto mi avrebbe dato fastidio se un altro visitatore avesse fatto commenti ironici o maligni senza rendersi conto che un piccolo ingranaggio in un grande macchinario non ha la forza, né la capacità, né la possibilità di afferrare l’intero sistema, tanto meno di fermarlo. Le avevo detto che in quei quadri, nei lavori dall’ aspetto assurdamente imponente, nelle distese infinite dei campi di grano e nei trattori dall’aria aggressiva c’era il profumo e la realtà della mia infanzia. Avevo cercato di farle capire che quella realtà esisteva, anche se ormai era solo nella mia testa. Helena mi aveva guardato, e anche allora mi aveva fatto una carezza sulla nuca.   

Matti Rönkä, autore cult finlandese, vincitore di numerosi premi tra cui il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008) è sicuramente uno scrittore che ha catturato la mia curiosità. Nel 2011 pubblicò sempre per Iperborea “L’uomo con la faccia da assassino” primo romanzo di una serie con protagonista Viktor Kärppä, arrivata ormai in patria al sesto episodio, e per uno strano motivo mi passò sotto gli occhi senza che riuscissi a leggerlo, anche se non passò del tutto inosservato anzi partecipò anche al Courmayeur Noir Festival per presentare il suo romanzo d’esordio con Luca Crovi, ragion per cui basta un attimo di distrazione e si possono perdere dei libri di tutto rispetto. Fratello buono, fratello cattivo (Hyvä veli, paha veli, 2003), traduzione dal finlandese di Cira Almenti è il secondo episodio della serie e per chi ama i noir nordici, un po’ malinconici, con un buono sfondo sociale, è sicuramente un romanzo da non lasciarsi sfuggire. Siamo a Helsinki e Viktor Kärppä, uno dei tanti rimpatriati che dopo aver vissuto nell’ex Unione Sovietica decise di tornare in Finlandia in cerca delle sue radici, si arrangia guadagnandosi da vivere sempre in bilico tra legalità e illegalità, rassegnato a  gestire una piccola impresa edile apparentemente in regola anche se non rinuncia a offrire lavoro in nero agli immigrati dell’Est, e per arrotondare qualche giro di contrabbando come cd contraffatti, auto usate o elettrodomestici da rottamare venduti invece a prezzi stracciati, sempre costretto a fare da informatore alla polizia che lo ricatta con un vecchio giro di sostanze doppanti per la nazionale di sci. Ed è proprio Korhonen, un poliziotto con non tutte le rotelle a posto, a coinvolgerlo in un caso che sta avendo gravi ripercussioni all’interno della criminalità di Helsinki. Qualcuno vuole subentrare nel traffico di eroina, togliendolo dalle mani della mafia russa, e spacciando una super eroina tagliata male che inizia a fare troppi morti. Toccherà a Viktor Kärppä far luce e infiltrarsi nella mafia di San Pietroburgo, grazie agli agganci dello zio Olavi, ex KGB, per scoprire cosa diavolo stia succedendo, anche se a complicare la situazione arriverà dalla Russia suo fratello Alexej, che sia lui il fratello cattivo a cui allude il titolo? Vi lascio con questa piccola curiosità e intanto vi dico che è un noir decisamente ben riuscito. Con quel pizzico di malinconia, e nostalgia che da profondità al protagonista quando ricorda la sua vita in Unione Sovietica, anche se molti ricordi di quando era nelle truppe d’assalto scoloriscono nell’amarezza. Ma si sa il passato ha sempre una luce diversa e malinconica, ci si ricorda di quando si era giovani, di quando sogni e ideali ancora avevano un senso e non erano stati contaminati dalla realtà. Molto peculiare lo sfondo sociale, della Helsinki dei primi anni 2000: il sottobosco criminale, la vita degli immigrati dell’est che cercavano lavoro in Finlandia, gli operai che lavoravano senza protezione a contatto con solventi pericolosi, i piccoli spacciatori che con il commercio di droga cercavano di fare il grande salto, e la stessa criminalità russa che tramite i suoi traffici illeciti cercava i fondi per inserirsi poi nel tessuto sano del paese, sognando anche di costruire ospedali, infrastrutture, per migliorare la vita della popolazione. O almeno questo è quello che Viktor Kärppä si sente dire quando vogliono convincerlo ad entrare nella mafia. Ma naturalmente Viktor Kärppä è un buono, è stanco di violenza e sangue, i suoi sogni sono molto più comuni: una bella casa, la sua fidanzata Marja, ora in America per studiare, un lavoro onesto. Decisamente ben caratterizzato il personaggio di Korhonen di cui Viktor Kärppä quasi si prende cura andando a riprenderlo ubriaco nei posti più impensati, lui e il suo amore platonico per una donna, non ostante abbia moglie e figli. Un accenno a Juho Takala, nonno di Marja, un vecchietto decisamente combattivo. Oltre ad Helsinki anche San Pietroburgo troviamo come scenario. Vi lascio con questa breve descrizione che ho trovato significativa: Il rivestimento in similpelle del sedile era umidiccio e appiccicoso, ma mi sembrava un lusso starmene li ad ammirare San Pietroburgo accarezzata dagli ultimi raggi del sole. L’acqua della Neva brillava, i palazzi lungo il fiume risplendevano di una bellezza solida e fredda e cespugli stendevano un verde velo pietoso sulle recinzioni metalliche abbattute, sulla spazzatura mista e indifferenziata dei cortili e sulle buche scavate chissà più perché, che si riempivano rapidamente di bottigliette di plastica schiacciate, ruote di bicicletta deformate e resti di giocattoli. Una volta questa era la mia città, ricordai con un sorriso.

L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).

:: Un’ intervista con Samuel Marolla

7 marzo 2013 by

tea_coverDal 27 febbraio è disponibile nelle principali librerie online, al prezzo standard di € 1,99, per la casa editrice Mezzotints Ebook, specializzata in editoria digitale, il nuovo ebook, in lingua inglese di Samuel Marolla, Black Tea and other stories, primo titolo della collana Buio, diretta da Alessandro Manzetti e pubblicato con il contributo dei vincitori del Bram Stoker Award: Benjamin Kane Ethridge, che si è occupato dell’editing, e Gene O’Neil, che ha scritto l’introduzione, dal titolo A box of lovely dark chocolate. L’opera comprende tre racconti: Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo), e The Janara (La Janara). Noi di Liberi abbiamo avuto l’opportunità di leggerli in edizione italiana, e intervistare l’autore. Abbiamo infatti oggi con noi Samuel Marolla.

Benevenuto Samuel su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Sei una persona molto misteriosa, riservata. Raccontaci qualcosa di te, qualche episodio significativo della tua vita, che vuoi dividere con noi.

Racconto una cosa che ho già detto in una vecchia intervista. Quando ero bambino per motivi familiari ho trascorso diverse estati  in una scuola elementare, chiusa al pubblico per le festività (era aperta solo la segreteria, con un paio di persone al lavoro). Erano mesi lunghissini, infiniti, nei quali giocavo da solo fra i corridoi, le classi, la palestra, il giardino. La situazione era esattamente come quella di Danny in Shining nell’Hoverlook Hotel, ma senza triciclo, e in una scuola invece che in un albergo. Ho iniziato allora a creare storie nella mia testa, forse per vincere la noia. E sì, la scuola deserta faceva davvero paura, tanto che ancora oggi non sono riuscito a scriverci un racconto. Le classi vuote, i cigolii, i rumori nel silenzio, i lunghissimi corridoi deserti, con i pavimenti a scacchiera, le grosse mattonelle rosse e bianche, e, nell’angolo in fondo in fondo, un’ombra appena accennata, come se qualcuno, nascosto, mi stesse attendendo… Tutto questo deve avere attivato qualche connettore sconosciuto nella mia testa e sono iniziate le storie di paura, che poi mettevo su carta, nella segreteria scolastica, iniziando a lavorare su una vecchia Olivetti ministeriale. E da allora non ho mai più smesso.

La narrativa horror permette di scoprire un mondo affascinante e terribile, dove si muovono le pulsioni più antiche e forti che agiscono nell’uomo. La paura è forse la forza più destabilizzante e sconvolgente. Si può morire di paura. Da dove nasce secondo te la paura?

Dal desiderio segreto di essere rassicurati sul fatto che ci sia vita dopo la morte, che la morte non sia la fine di tutto. Siamo terrorizzati dalle storie di paura, ma in realtà la conferma che ci sia qualcosa oltre il confine è ciò che desideriamo più ardentemente. Io sono convinto che il genere horror parli segretamente di questa speranza.

Come è nato il tuo amore per l’horror? Da quali letture? Quali sono gli scrittori horror da cui hai imparato di più?

Il mio inizio è stato Stephen King (A volte ritornano), Lovecraft (Il ciclo di Chtulhu), Ray Bradbury (la raccolta Urania “Molto dopo mezzanotte”). Oltre a King, Lovecraft e Bradbury, fra gli autori che maggiormente mi influenzano, sia per stile che per tematiche, aggiungo Robert Howard, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco.

Parliamo adesso di Black Tea and other stories. I primi due racconti Black Tea (Tè Nero), Crocodiles (Il Coccodrillo) sono stati già pubblicati in cartaceo nella raccolta Malarazza (Epix Mondadori, 2009), mentre l’ultimo era già disponibile sul tuo sito in formato ebook, ma in italiano. Ora la possibilità di leggerli in inglese. Come affronti questa nuova esperienza, il confronto con i grandi autori horror americani?

Uno dei miei sogni letterari è sempre stato quello di farmi leggere “a casa” dei miei maestri, cioè negli Stati Uniti. Per cui sono felicissimo di questa uscita e non vedo l’ora di leggere i giudizi fuori dall’Italia. Per ora, quelli di Gene O’Neill, che ha scritto la prefazione, e di Benjamin Kane Ethridge (che ha seguito l’editing inglese), sono stati lusinghieri.

Black Tea è un racconto molto claustrofobico: manca l’aria leggendolo, non c’è via d’uscita, corridoi senza fine, un labirinto in cui perdersi. Una villa cadente, velluti, tappeti, lampadari di cristallo, un’ ambientazione tipica della letteratura gotica. Soprattutto Poe, sento vivere in queste pagine. Come è nato questo racconto?

Da un incubo ricorrente che avevo fino a qualche anno fa. Sognavo spesso di ritrovarmi in una casa come quella del racconto, una grande casa gotica con corridoi stretti pieni di mobili, in cui si faticava a muoversi; ma non era isolata, c’erano piccole finestre da cui vedevo la gente passare, colpivo i vetri ma ero come invisibile, e imprigionato. L’incubo finiva sempre con una presenza malevola, dentro casa, che veniva a cercarmi, e io mi nascondevo in un vano dentro un mobile, consapevole che non ne sarei mai più uscito.

La vecchia rappresenta il male, una forza oscura che come un ragno imprigiona nella sua tela. Ma anche lei ha delle limitazioni: non può entrare in certe stanze, si sente solo il suo respiro, la sua rabbia. C’è una speranza di salvezza per i superstiti?

Se scopriranno tutte le regole e le seguiranno, forse sì.

Questa villa metaforicamente rappresenta qualcosa di altro? C’è un messaggio superiore racchiuso in questo racconto?

Non penso mai a messaggi diversi da quelli relativi alla struttura primaria del racconto. Se ve ne sono, sono inconsapevoli. Se leggessi un racconto così scritto da altri, potrei pensare forse che la casa-labirinto rappresenta la vita stessa, quelle vite che alcuni (forse tutti noi, in alcuni momenti) si fanno costruire addosso dagli altri, si fanno vivere dagli altri, rimanendo testimoni passivi di se stessi, figuranti che leggono il gobbo nella commedia che è la loro stessa esistenza.

Milano è la tua città, la descrivi nei suoi aspetti più cupi, inquietanti, estranianti, barocchi. Parlaci di Milano come scenario ideale per una storia horror.

Milano è una fucina di horror, che si rinnova sempre. Solo così si potrebbe spiegare l’inquietudine che suscita una visita nel recente quartiere universitario Bicocca (pura geometria lovecraftiana) o i grattacieli di Repubblica che incorniciano la claustofobica piazzetta Gae Aulenti.

Crocodiles è un racconto quasi satirico: un uomo un giornalista, riceve in dono per una buona azione, un vino, un elisir ‘miracoloso’. La follia, la vendetta, si intrecciano e la scrittura dei coccodrilli, quegli articoli scritti per commemorare un defunto, quando ancora respira, assumono una luce inquietante. Vuoi parlarci di questo racconto?

Lo ritengo uno dei racconti più spaventosi che abbia mai scritto perché parla dell’orrore della solitudine, quella vera, quella cattiva, che rende cattivi.

Ultimo racconto della raccolta The Janara.Vuoi parlarcene?

E’ un’altra paura infantile che ho avuto spesso, quella di una figura che girava intorno al letto mentre dormivo, e che se avesse sentito il mio respiro, o un minimo rumore che avesse segnalato la mia presenza, avrebbe avuto il diritto di prendermi. Tecnicamente, volevo scrivere qualcosa che parlasse della figura folkloristica della Janara, ma senza esagerare. Le storie folkloristiche hanno il rischio di cadere nel didascalico, quindi ritengo che l’elemento folklorico debba essere appena accennato.

Grazie Samuel della tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti anticipazioni sui tuoi progetti futuri.

Romanzi da terminare, romanzi terminati da revisionare, progetti in valutazione, anche in ambiti diversi dal fumetto e dalla narrativa. L’unica cosa certa è che l’Orrore continuerà.

:: Recensione di La tela, Benjamin Stein, Keller editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 marzo 2013 by

la telaQuesto romanzo mi ha ricordato un po’ il gioco del Tetris, ma anche i famosi mattoncini colorati della Lego che possono essere uniti tra loro in modo molteplice, per il semplice fatto che ogni sua parte si unisce alle altre a seconda di come il lettore vorrà leggere la storia. Detto questo, prendete La tela di  Benjamin Stein e addentratevi nella storia di Jan Wechsler. Poi arrivati alla fine della sua vicenda, tenete ancora tra le mani La tela di Stein e leggete la storia di Amnon Zichroni. Oppure potete fare il contrario, partire dalla vicenda di Zichroni – uno psicoanalista nato a Gerusalemme, cresciuto a Zurigo, che ha il dono straordinario di rivivere i ricordi delle altre persone toccandone la pelle – e di seguito passate a quella di Wechsler, il giornalista  tedesco al quale viene recapitata un misteriosa valigia che lui non ricorda di aver mai posseduto e il cui contenuto lo porterà ad intraprendere un viaggio in Israele per scoprire la verità. Ma se non foste ancora soddisfatti, volendo potreste leggere le due vicende a capitoli alterni, girando di continuo il libro dello scrittore nato a Berlino Est nel 1970. Attenzione non pensate che non abbia la minima idea di cosa scrivere su questo romanzo, o che mi stia divertendo a girare attorno al succo del libro, perché quelle sopra indicate sono le diverse possibilità di lettura che La tela, edito da Keller, concede al lettore curioso di conoscere questa ingarbugliata storia. La tela di Stein non è solo un romanzo multi prospettico, fatto da una pluralità di punti di  vista che si intrecciano tra di loro, ma esso racchiude in sé diversi generi. Se si considera la misteriosa valigia che viene recapitata al giornalista Wechsler e il mistero che alleggia attorno ad essa, direi proprio che il romanzo ha i tratti tipici del giallo. Non manca una spruzzata di genere psicologico, vista l’indagine nei contorti meandri labirintici della mente dei due protagonisti e di alcuni dei loro comprimari che diventano – come accade al violinista ebreo Minsky, sopravvissuto al campo di concentramento – il ponte di collegamento tra Zichroni e Wechsler. Non solo, perché nel libro di Stein c’è anche del romanzo antropologico, grazie al viaggio alla scoperta degli insegnamenti della cultura e della religione ebraica e dei principi dai quali prende vita la medicina orientale. Stein non fa mancare proprio nulla al lettore, perché La tela è un libro ricco di contenuti storici – esemplare è la descrizione dell’adolescenza di Wechsler nella DDR –  e di vicende umane che si intessono nell’ intricata e avvincente trama narrativa, facendo della storia una vera e propria tela dipinta a più colori, nella quale trova spazio anche il dramma dell’Olocausto.  La tela di Benjamin Stein coinvolge i lettori, avvicinandoli alla complessità presente nella mente umana, mostrata come una dimensione individuale attiva, perspicace e ricca di risorse, ma allo stesso tempo l’autore – e ce ne fornisce una  prova con la storia di Wechsler – evidenzia quanto a volte ciò che sta nella testa di una persona possa tradirlo e indurlo a rimuovere parti importanti e fondamentali del proprio passato e di quello degli altri incontrati nel proprio cammino esistenziale. Traduzione di Elisa Leonzio.

Benjamin Stein nasce a Berlino (Est) nel 1970. Dopo il diploma lavora come portiere di notte in una casa di riposo fino alla caduta del Muro, nel 1989; in seguito studia giudaistica ed ebraistica. Dal 1982 pubblica poesie e brevi prose. Il suo primo romanzo, Das Alphabet des Juda Liva, esce nel 1995 presso la Ammann Verlag. Benjamin Stein ha lavorato anche come redattore e corrispondente di diverse riviste di informatica tedesche e americane e dal 1998 come consulente di azienda nel campo della tecnologia dell’informazione.
Vive a Monaco di Baviera, è proprietario della casa editrice Edition Neue Moderne e porta avanti il blog letterario «Turmsegler».

:: Recensione di Parole sante di Eva Clesis (Perdisa Pop, 2013)

4 marzo 2013 by

parole santeLui stesso non era per niente sicuro di stare facendo la cosa giusta. Ma quando toccò la spalla di Viorica e lei si voltò a guardarlo capì di non avere altra scelta, e che nessuno di loro due la aveva. Non era concepibile fare altrimenti, lasciarla andare e raccogliere i cocci di quel piccolo mondo antico che era andato in frantumi in poco tempo. Con delicatezza, fece risalire la mano sul collo di lei. Vide Viorica abbassare le palpebre ed ebbe la conferma che niente sarebbe stato meglio di così. Si avvicinò e le diede il bacio più bello che ricordava di aver mai dato nella sua vita di uomo intero, nonchè l’unico da menomato. Come a scandire il momento, la sua stampella destra cascò ai loro piedi. Lungi dal divincolarsi, Viorica si strinse e rispose a quello che in seguito avrebbe ricordato come il suo ultimo vero bacio.

Parole sante di Eva Clesis è un romanzo decisamente caustico e surreale, che si potrebbe anche definire corale: protagonisti infatti non sono uno o due personaggi, ma una intera comunità, un gruppo eterogeneo di personalità capaci di dare colore a una narrazione strutturata come un affresco sociale, in questo caso sulfureo e oserei dire agghiacciante. Scenario delle vicende narrate è Comasia, immaginario paesino della Puglia, specchio di un Meridione gretto e provinciale, in cui religione, superstizione, razzismo, avidità, vendetta, gelosia si mischiano formando un tessuto connettivo capace di creare alchimie esplosive e devastanti. Oggetto del contendere, punto nevralgico su cui si costruisce l’intera vicenda, è una villa e i suoi terreni circostanti, appartenenti a una agiata famiglia del posto, i Magnano. Il parroco di Comasia, per motivi ben più complessi che la semplice avidità, motivi che si sveleranno pian piano nella lettura, ha ordito un piano oserei dire diabolico per convincere con l’ inganno Lina Magnano e suo figlio Santo a donare alla chiesa la villa, conservandone in teoria l’usufrutto, in cambio della salvezza dell’anima. Tutto andrebbe come previsto se non che l’arrivo di Viorica Kirilenko, badante ucraina, desiderosa di trovare un marito italiano, costringerà il parroco Don Felice e il suo sacrestano Dieci a dover mettere in atto, oltre al raggiro, un vero e proprio piano criminoso con esiti del tutto imprevisti. Innanzitutto devo premettere che è un romanzo estremamente intelligente e divertente, pur conservando un retrogusto noir che non scontenterà i cultori del genere. Si ride e molto, l’autrice ha uno stile satirico e ironico che ci accompagna pagina per pagina condito da un senso dell’ inquietudine e dell’attesa che accresce la suspense fino al finale vagamente pulp. Non ridevo così praticamente dai tempi di Peccatori di provincia di Gabriel Chevallier, ma comunque si ride amaro, una certa malinconica tristezza rende opachi i raggiri in odore di simonia del parroco, la triste vita del sacrestano, l’irreligioso bigottismo della vedova Magnano, l’infelicità di Santo, minato da una malattia che ne debilita il fisico e lo spirito, la mancanza di etica del notaio, la necessità di sopravvivere di Viorica, non più giovanissima ma ancora piacente e vitale, desiderosa di costruire un futuro per suo figlio e sua madre nella terra delle opportunità che è l’Italia. E poi altri personaggi, le amiche del burraco di Lina, il viceparroco Don Michele, Ivan il benzinaio rumeno, danno coralmente vita ad un mondo non tanto lontano dal nostro. Schegge di dialetto rendono realistici e credibili, molti dialoghi davvero fulminanti e propri della lingua parlata. Realmente apprezzabile proprio lo stile narrativo dell’autrice, era da tempo infatti che non leggevo un libro così ben scritto e curato fin nei dettagli più minuti. Davvero un piccolo gioiello. Uscirà il 6 marzo per Perdisa Editore nella Collana i Corsari.

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Con questo pseudonimo ha pubblicato il saggio 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010) e i romanzi A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011), oltre a numerosi racconti su riviste e antologie.