:: Recensione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2013 by

InfernoUn’altra avventura del professore Robert Langdon.
Robert si sveglia all’ospedale e non si ricorda più gli ultimi due giorni della sua vita, quando viene avvicinato da una dottoressa scopre che si trova lì perché lo hanno trovato ferito da un colpo di pistola alla testa. Robert non capisce come mai qualcuno lo voglia morto e all’inizio è anche incredulo se non fosse che si ritrova a faccia a faccia con la propria assassina.
Robert e la dottoressa Sienna Brooks scappano dall’ospedale e iniziano una lunga fuga alla ricerca del motivo per cui vogliono ammazzare Robert seguendo vari indizi che arrivano direttamente dall’Inferno della Divina Commedia che li portano a viaggiare tra Firenze, Venezia e Istanbul, alle prese con i più bei quadri e le più belle opere architettoniche delle varie città.
Un ennesimo capolavoro di Dan Brown che come nei suoi precedenti lavori è riuscito a unire storia e fantasia talmente bene da non notarsi quando inizia uno e finisce l’altro.
Una corsa contro il tempo che tiene il lettore inchiodato al libro dall’inizio alla fine togliendo il fiato a ogni pagina. Colpi di scena che si accavallano alla storia giocando con il lettore che ogni volta che pensa di aver risolto una parte del mistero trova quel particolare che cambia tutto.
Una visione dei luoghi più segreti e invisitabili delle città più belle portano il lettore a scoprire nuovi posti e nuova storia che lo invogliano ad approfondire, magari andando proprio a visitare le strade percorse da Robert.
Un capolavoro da non perdere che saprà coinvolgervi come non mai.

Dan Brown Figlio di un insegnante di matematica e di una musicista professionista era il primo di tre figli.
Frequentò la Phillips Exeter Academy e subito dopo si iscrisse all’Amherst College dove entrò a far parte di una confraternita la Psi Upsilon.
Nel 1986 dopo essersi laureato si trasferì a Hollywood dove intraprese una carriera di cantautore e pianista fino a quando non decise di trasferirsi a Siviglia in Spagna per studiare Storia dell’arte all’università dove nacque la sua passione e il suo interesse per Leondardo da Vinci e per la crittografia.
Nel 1993 ritorna nel New Hampshire e inizia a insegnare Inglese alla Phillips Exeter e alla Lincoln Akerman School.
Nel 1994, dopo che a Tahiti in vacanza lesse un libro di Sidney Sheldon, decise di scrivere un romanzo insieme alla moglie, convinto di poter diventare uno scrittore migliore.
Nel 1995 pubblicò 187 Men to Avoid: A guide for the Romantically Frustrated Woman.
Nel 1996 decide di lasciare il ruolo di insegnante e dedicarsi interamente alla scrittura.
Attualmente vive a Rye nel New Hampshire e si fa aiutare nelle sue ricerche dalla moglie che è storica dell’arte e pittrice.

:: Recensione di Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2013 by

PerdisaImager.aspxCi sono romanzi misteriosi, che richiedono al lettore oltre ad una partecipazione attiva e consapevole – quale romanzo o qualsivoglia opera narrativa non lo richiedono, in fondo? – anche una precisa volontà creativa. Così è per Cattiverìa di Rosario Palazzolo, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e attore palermitano, già autore sempre per Perdisa di altre due novelle L’ammazzatore e Concetto al buio. Palazzolo richiede, anzi pretende con una certa forza, un lettore non spettatore, debordianamente considerato come un passivo consumatore a cui non resta che ammirare immagini che altri hanno scelto per lui, spot pubblicitari incanalati da un alter ego narrativo alternativo al tubo catodico (e il paragone televisivo non è pura speculazione ma, vedrete in seguito, ha una precisa ragione d’essere in tutto il romanzo). Se siete lettori pigri o distratti e non avete in voi un briciolo di sana follia, cambiate romanzo, Cattiverìa non fa per voi. Se viceversa amate l’esperienze un po’ estreme, e vi avviso subito Palazzolo non è un autore facile nè accomodante, leggendo questo libro vi divertirete, è un romanzo etremamente divertente, farete considerazioni profonde e inusuali, forse scomode, apprezzerete l’uso della parola creativamente proposta in molteplici e bizzarre combinazioni ai limiti della logica, ma comunque mai banali, mai consuete. L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Ho riletto La società dello spettacolo di Guy Dabord mentre leggevo Cattiverìa, per precisa scelta dei situazionisti libera da copyright  e qui disponibile e non posso non citare L. Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo. “E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.” Di verità si parla in Cattiverìa, di immaginario e di rappresentazione, e la chiave di lettura è in bella mostra nell’epigrafe tratta da Una specie di Alaska di Harold Pinter. Se seguirete i lunghi monologhi che si alternano nei capitoli, strumentalmente atti ad evocare i mondi interiori dei fittizi personaggi,  vi accorgerete del mistero sotteso, dell’equivoco di cui potreste essere vittime se non farete molta attenzione, e quando sul finale l’hitchcockiano colpo di scena vi svelerà tutto ribaltando le vostre certezze, avrete davvero la sensazione che Cattiverìa, (non vi svelo cos’è, lo scoprirete leggendolo, e anche il motivo di quello spostamento della ì, non temete), sia un ultimo scherzo, un’ illusione, un gioco in cui l’unico atto reale di  cattiveria dell’intero libro sia spiegarvelo, spiegarvi dove risiede la verità. Ma sarà un atto punito, in modo davvero definitivo. Ironica  e grottesca l’immagine di copertina: la caricatura di un tizio sbracato. Se fate attenzione noterete che tiene un telecomando in mano.

:: Segnalazione di Trash europeo di Ulf Peter Hallberg (Iperborea, 2013)

1 giugno 2013 by

Trash-europeo“Trash Europeo è una delle esperienze letterarie più stimolanti dell’anno.” – SVD KULTUR

New York, Central Park, una donna elegante: “Quanto adoro l’Europa, l’antica Grecia, Socrate, Platone, wow, e i Romani, così sensuali, Catullo, l’Italia, Dante a Firenze, meraviglioso, il Rinascimento, l’Inghilterra, Shakespeare! Tutti quei personaggi che si guardano dentro, e Dickens, ah, Dickens, il vecchio adorabile Pickwick, e Parigi, Baudelaire, il poeta solo nella folla elettrizzato dai passanti, e i russi, Tolstoj, Dostoevskij, tutta quella miseria, Čechov, con la sua eterna malinconia del troppo tardi. Gli irlandesi poi! Quel Leopold Bloom che vaga per Dublino in un solo giorno come una specie di Ulisse – tutto è sempre legato all’antichità!” L’uomo sulla panchina fissa il suo iPhone. La donna continua: “A proposito, c’è una super mostra di impressionisti francesi al MoMA, ti va?” L’uomo alza lo sguardo: “Lo sai che non sopporto il trash europeo.”
Seduto sulla stessa panchina, Hallberg sente che Trash europeo deve essere il titolo del libro in cui racconta la straordinaria avventura umana del padre cercando di raccogliere la sua preziosa eredità: dipinti, carte, fotografie, ritagli di giornali, cianfrusaglie, un caleidoscopio di storie, dalla Garbo al neorealismo italiano a Blade Runner, dal maestro Benjamin ai pittori Bager e Nemes. Un patrimonio di arte e pensiero che non ha alcun valore economico, ma a cui un uomo speciale ha dedicato l’intera vita nel totale rifiuto del mondo del denaro, del successo e dell’apparenza. Un inno alla liberazione attraverso la conoscenza e la bellezza e una dichiarazione d’amore alla cultura europea.

Traduzione di Massimo Ciaravolo
Con il contributo di: Statens Kulturråd – Swedish Arts Council
pp. 352 – € 17,50

Ulf Peter Hallberg – Nato a Malmö e residente a Berlino dal 1983, è uno degli scrittori svedesi dalla prospettiva più europea e cosmopolita. Autore per il teatro e il cinema, si è affermato con un originale tipo di narrazione tra romanzo e saggio. Lo sguardo del flâneur (1996) racconta la storia della seconda parte del Novecento attraverso ricordi personali e artistici. Grand Tour (2005), acclamato dalla critica e vincitore del prestigioso premio letterario “Samfundet De Nios Vinterpris”, è la storia di un odierno viaggio europeo di formazione. Nel Calcio rubato (2006) è l’Italia degli ultimi due decenni a essere osservata con arguzia e passione.

:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010) a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2013 by

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Recensione di Anna Bolena, una questione di famiglia, Hilary Mantel, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2013 by

anna bolenaIn Wolf Hall – primo capitolo di una trilogia dedicata ai Tudor – Hilary Mantel raccontava gli eventi che portarono all’origine dell’Inghilterra. In Anna Bolena. Una questione di famiglia l’autrice, vincitrice per ben due volte – e mai nessuno autore britannico ci era riuscito – del “Man Booker Prize” (nel 2009 e nel 2012), narra ancora gli snodi storici dell’Inghilterra, ma si addentra sempre più nella dimensione privata della vita della famiglia reale mostrando il tutto attraverso gli occhi di quei personaggi che nei tradizionali libri di storia vengono relegati in secondo piano. In questo caso, come nel precedente romanzo, il lettore conosce la vita del Regno Unito del 1535-36 attraverso gli occhi di Sir Thomas Cromwell, Primo Ministro – ma direi anche fidato braccio destro-  di Re Enrico VIII. Il fatto che stupisce di più, date le umili origini di Cromwell, è il continuo domandarsi da parte dei personaggi della narrazione, ma anche del lettore, come caspiterina questo ex mercenario, vedovo, nato in una umile famiglia dove il padre era fabbro sia riuscito ad entrare nelle “grazie” del re. Questo secondo romanzo dedicato ai Tudor mostra un Cromwell all’apice del successo e del potere, un cammino che si sviluppa  parallelo a quello di Anna Bolena, la donna per la quale il re fece di tutto per poterla rendere la sua seconda moglie. Enrico VIII non esitò a ripudiare la prima consorte Caterina d’Aragona allontanandosi dalla Chiesa di Roma con conseguente scomunica papale e  fondazione della Chiesa Anglicana. Il re fece queste azioni che cambiarono la storia perché in lui ardeva la  convinzione che Anna sarebbe stata la donna giusta che gli avrebbe dato l’erede maschio. Calcolo non proprio esatto, visto che la Bolena partorì una bella bambina. Scontento, il sovrano cominciò ad invaghirsi (strano caso!) di una giovane dama di compagnia, molto riservata e pacata: Jane Seymour. In Anna Bolena,  una questione di famiglia spetterà a Cromwell trovare l’adeguata scusante da servire agli occhi e orecchie della nobiltà riguardo al fallimento della seconda unione di Enrico VIII. La missione sarà un’ardua impresa che il protagonista, con il suo carattere elegantemente minaccioso (nel senso che Cromwell riusciva a destabilizzare  chi voleva mettergli i bastoni tra le ruote nascondendo le minacce dietro modi cortesi ed educati) dovrà riuscire a portare a termine con successo per garantire il rispetto verso il regnante, continuando ad assicurarsi il successo e la fiducia che la corona aveva sempre avuto verso di lui. Un’ opera non semplice, visto che Anna Bolena dimostrerà un coraggio e una tenacia che spiazzeranno i suoi contemporanei. Il tutto è organizzato in una intelaiatura di intrighi e alleanze politiche che evidenziano un ruolo di primaria importanza di coloro che nel romanzo rappresentano i cattivi e che con astuzia riuscirono ad incastrare con accuse come la stregoneria, l’incesto e l’adulterio – rivelatesi nel corso del tempo infondate – Anna Bolena. L’alta capacità narrativa di Hilary Mantel le ha permesso di creare una storia dove la suspense è sempre sul filo del rasoio e l’effetto empatico con i personaggi presenti nella scena è elevato. Il lettore sarà trascinato alla scoperta della corte inglese tra il 1535 e il 1536 attraverso lo sguardo di Sir Thomas Cromwell, ma questa visione soggettiva non impedirà a chi leggerà Anna Bolena, una questione di famiglia  di capire con quanta furbizia venne orchestrato il castello di accuse verso la giovane Anna, la quale si eleva sopra a tutti i suoi contemporanei dimostrando una forza e un coraggio disarmanti. Traduzione di Giuseppina Oneto.

Hilary Mantel, è nata a Glossop, nel Derbyshire, nel 1952. Scrittrice prolifica, ha esordito nel 1985 con Every Day is Mother’s Day. Wolf Hall (Fazi, 2011) è stato insignito nel 2009 del “Man Booker Prize” ed è stato finalista al “Costa Novel Award 2009” e all’ “Orange Prize for Fiction” 2010. Con il successo di Anna Bolena, una questione di famiglia l’autrice è entrata definitivamente nel pantheon dei più grandi scrittori contemporanei. Nel 2012 il romanzo ha vinto il “Man Booker Prize”, il “Costa Book of the year” e il “David Cohen Award”. Hilary Mantel sta lavorando al terzo capitolo della trilogia, The Mirror and the Night. La BBC ha opzionato i diritti televisivi per una trasposizione della trilogia. Hilary Mantel è stata inserita nella lista delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Time.

:: Un’ intervista con Giuliano Pasini

29 Maggio 2013 by

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddBentornato Giuliano su Liberi di Scrivere. Dopo il tuo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito l’anno scorso per Fanucci – Time Crime, ritroviamo il commissario Serra nel tuo nuovo romanzo Io sono lo straniero, questa volta edito con Mondadori. Parlaci di come è nato questo tuo nuovo romanzo, da dove hai tratto l’ispirazione?

L’idea ha iniziato a formarsi all’interno del recinto di Dachau. Pensavo di scrivere un romanzo che coinvolgesse in qualche modo i campi di sterminio, tornando a tematiche legate alla Seconda guerra mondiale come in Venti corpi nella neve. Di quel progetto resta solo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi in epitome; iniziando a documentarmi (con I medici nazisti di Robert J. Lifton) ho capito che i campi di sterminio erano un punto in una sequenza, una sequenza fatta di stragi ed eccidi che hanno messo in pratica teorie che vogliono che esista una razza superiore ad un’altra e individui superiori ad altri per puro diritto di nascita. Teorie che non solo non sono estinte, ma che sembrano pericolosamente in voga anche ai giorni nostri. Di questo ho scritto, vestendo il tutto di giallo, anche se Io sono lo straniero è molto più thriller rispetto al primo romanzo.

Dall’Appennino tosco- emiliano alle colline venete del Prosecco. Variano gli scenari ma la natura è sempre al centro delle tue ambientazioni, con i suoi tempi, i suoi riti, le sue stagioni. Ce ne vuoi parlare?

Le vicende di Io sono lo straniero seguono le fasi della vite, dai nomi molto evocativi: Dormienza, Taglio, Pianto (la vite piange, sì!), Allegagione, Invaiatura, Il giusto grado di maturazione. La vite è la pianta della vita, come dice il suo nome. La sua esistenza è un ciclo che parte da una situazione di dormienza, quasi morte, e lì ritorna dopo aver generato i proprio frutti. E’ quasi un augurio alle vittime del romanzo, che per loro si apra un nuovo ciclo, che la loro morte sia solo dormienza.

Forse per la centralità del ruolo della natura, per il tuo stile poetico ed evocativo, per la tua scrittura di stampo classifico, alcuni definiscono i tuoi romanzi “gialli letterari”, affermazione che sento di condividere, già dal primo romanzo e forse ancora più per questo. Ne sei consapevole? E’ un effetto voluto, o accidentale?

Ti ringrazio. Il mio sforzo è di creare storie italiane (non “all’italiana” eh!) scritte però con uno stile molto poco italiano. Scandinavo o anglosassone, direi. La mia ambizione sarebbe arrivare a un “punto zero” di scrittura, un testo in cui tutte le parole sono necessarie tanto che basta toglierne una per far crollare l’intera impalcatura narrativa. Ambizione, appunto… devo ancora bere molto prosecco prima di riuscirci!

L’anno scorso mi dicevi che consideri il tuo primo romanzo più noir, per la centralità della psicologia di Roberto Serra, e giallo per l’enigma di cui si cerca la soluzione. Mentre Io sono lo straniero è spiccatamente più thriller?

Sono parzialmente d’accordo con me stesso (è un buon risultato). A cose fatte, devo dire che la psicologia dei personaggi è meglio delineata in Io sono lo straniero. Venti corpi nella neve è più “giallo”, il meccanismo di scoperta del colpevole è più centrale. In Io sono lo straniero sono la storia e i personaggi i veri protagonisti. E tra i personaggi, ovviamente, anche le vittime. Certo è che questa seconda storia è più dura, più nera. Più thriller, come scrivi tu.

Se vogliamo per costruire le tue trame parti sempre da avvenimenti storici, gli eccidi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale per il precedente e l’eugenetica e gli esperimenti su cavie umane per Io sono lo straniero. Che ricerche hai fatto per questo ultimo romanzo?

Una dei momenti che più amo della scrittura è… quando non scrivo! La scoperta di avvenimenti, dettagli, storie che la documentazione sottostante ai miei romanzi mi obbliga a fare. Sono partito da Lifton, già citato. E ho scoperto che Stati considerati modelli di civiltà e di welfare come la Svezia hanno applicato operazioni di “pulizia” della razza fino alla fine del ventesimo secolo, realizzando sterilizzazioni coatte su soggetti considerati di tipo B, ovvero imperfetti quindi indegni di riprodursi.

Il tuo personaggio Roberto Serra, ora commissario capo dell’ufficio immigrazione a Treviso, già in Venti corpi nella neve era uno straniero, non solo nel senso di forestiero ma un estraneo alle regole del gioco, al di fuori dei meccanismi che regolano le consolidate regole sociali.

Roberto è irrecuperabile: si sentirebbe straniero anche in casa sua. Capita un po’ a tutti, no? E’ il senso del titolo il prima persona: Io sono lo straniero vorrei che lo pensasse ogni lettore o ogni curioso che prende in mano il volume. Siamo tutti stranieri, prima o poi. Lo straniero in letteratura, poi, ha una duplice funzione: riesce ad avere uno sguardo esterno al sistema di cui non fa parte perché non condizionato dalle dinamiche interne (anche se soffre di questa esclusione)… e per scoprire la seconda funzione bisogna leggere il romanzo!

A Case Rosse va per nascondersi, a Termine per trovare un equilibrio, una certa pace interiore, tramite le medicine che prende e il buon proposito di non lasciarsi coinvolgere nei guai. Naturalmente non ci riuscirà. Cosa lo spinge a rimettersi in gioco, a voler aiutare Francesca, (come ha già fatto in precedenza con Susana), nella ricerca di Elèna, la donna scomparsa che dà l’avvio all’indagine?

Inizialmente Roberto non vuole mettersi in gioco. Vive in una sorta di camera iperbarica in cui svolge un lavoro da burocrate e, grazie a misteriose “pillole magiche”, riesce a tenere sotto controllo la Danza – la forma di empatia estrema che lo porta a vedere e sentire la sofferenza delle vittime e l’odio degli assassini. Francesca, una ragazza magra, rabbiosa, è la straniera per lo straniero, il detonatore del mondo chiuso di Roberto. E’ la forza di Francesca – il personaggio che più amo nel romanzo – che riesce a risvegliare Roberto. Con conseguenze positive e negative… e molto, molto negative.

Razzismo, intolleranza, diffidenza verso gli stranieri, sono mali che non contagiano solo il ricco nord-est, ricco almeno fine a qualche anno fa, ora sembra che la crisi stia incidendo anche in quelle zone d’Italia. Quali mali vuoi maggiormente stigmatizzare nel tuo romanzo?

Vorrei che si smettesse di usare espressioni come “pulizia etnica” o che non s’invocassero soluzioni estreme appena uno straniero è coinvolto in episodi violenti. Il Nord Est è terra di contraddizioni, patria di estremismi beceri e, al contempo, la terra dove secondo la Caritas si registra la miglior integrazione tra italiani e stranieri. E’ di questo che volevo parlare nel romanzo.

Come è cambiato il tuo stile, come è cresciuto il tuo personaggio principale?

Venti corpi nella neve è tutto cuore (o “pancia”, se vuoi), Io sono lo straniero è testa e pancia. C’è tanto di me e del momento che stavo vivendo, dei luoghi dove abito da dodici anni e dove è nato mio figlio. Conosco meglio Roberto, ora. E ho imparato a volergli bene col tempo. Anche se non prenderei mai un caffè con lui.

Per rilassarsi Roberto cucina nel ristorante, ricavato nel chiostro di un vecchio monastero, dell’amico Alvise Dori. Anche tu ami cucinare? Quali sono i tuoi piatti preferiti?

Il modo di cucinare è l’unica caratteristica comune a me e Roberto. Entrambi “sentiamo i sapori nella testa”, non assaggiamo, non seguiamo le ricette. Apriamo frigorifero e dispensa e amalgamiamo, abbiniamo. I miei piatti preferiti? Quelli buoni, creati con ingredienti freschi e genuini. Poco conditi per far risaltare la qualità delle materie prime. Qualsiasi piatto che rispetti queste linee guida mi piace!

Molti tuoi lettori sono rimasti in un certo senso delusi, si aspettano sempre che il commissario Serra indaghi sulla morte dei suoi genitori, avvenimento scatenante anche della sua Danza. Succederà mai? O è un lato della sua vita che per ora vuoi tenere segreto?

Anche a me piacerebbe scoprire chi ha ucciso i genitori di Roberto. Credo che lui meriti di saperlo, davvero.

Ti hanno proposto di trasformare i tuoi romanzi in opere cinematografiche? Ci sono progetti in corso?

Un paio di case di produzione stanno leggendo i romanzi ma… nulla di concreto, sinora.

Insieme ad altri autori emiliani hai contribuito con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola. Ce ne vuoi parlare, sia del progetto benefico che del racconto?

E’ un progetto che mi sta molto a cuore. Quarantotto grandi autori emiliani (e poi ci sono io, siamo quarantanove in tutto) hanno donato un racconto per questa antologia. Da Benni a Guccini, dai compianti Edmondo Berselli, Roberto Roversi e Giuseppe Pederiali a Valerio Massimo Manfredi o Carlo Lucarelli fino a personaggi noti come Zucchero, Philippe Daverio o Vittorio Zucconi. La mia storia parla di natura feroce, quella della ritirata di Russia a quaranta sotto zero e quella che ha stravolto per sempre la Bassa emiliana. Ed è una storia di amicizia e di amore per l’Emilia.

Sempre l’anno scorso mi parlavi di un romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller, ma con al centro la brama di potere. Ce ne vuoi parlare? Progetti di pubblicazione?

E’ ancora lì che aspetta nel cassetto. Sono convinto che vedrà la luce, prima o poi. E che i lettori lo ameranno quanto lo amo io.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo. Certo che ti anticipo qualcosa: uscirà nel 2014. Ah dici che non è abbastanza? Diciamo che è ambientato nel 2001, in uno splendido mese di ottobre…

:: Segnalazione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

28 Maggio 2013 by

image001Dopo il successo del

Silenzio del ghiaccio
una nuova indagine di

Jane Rizzoli e Maura Isles

Tess Gerritsen
L’ultima vittima
Traduzione di Adria Tissoni

IN LIBRERIA 30 MAGGIO 2013

Teddy Clock ha solo 14 anni, ma è già sopravvissuto a due massacri. Due anni fa è stata sterminata la sua famiglia d’origine e ora una mano omicida gli ha portato via anche i genitori adottivi.
In evidente stato di shock, il ragazzino viene affidato a una struttura protetta, una sorta di college per il recupero dei giovani che hanno vissuto situazioni drammatiche. E qui giunge anche Jane Rizzoli, per cercare di fare chiarezza in quello che forse non è un semplice accanirsi beffardo del destino, ma un preciso ed efferatissimo piano di un sadico assassino…

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller: i suoi libri sono stati tradotti in 31 lingue con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.
«Mi piace, attraverso i miei thriller, fare paura alla gente, perché adoro il brivido. Mia madre mi ha letto, fin da quando ero piccola, storie spaventosissime. Che, non so perché, mi garantivano sonni sereni.» Tess Gerritsen, Grazia.

:: Recensione di La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione di Bepi Vigna (Arkadia, 2013)

28 Maggio 2013 by

storia-delle-storieNegli ultimi anni, se vogliamo essere più precisi dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è verificato un fenomeno curioso, ovvero il proliferare di corsi di scrittura creativa e di veri e propri manuali per cosiddetti autodidatti, che promettono o quanto meno indicano le strade da percorrere, ce ne è sempre più di una, per imparare a scrivere. Diffido molto di quelli che assicurano risultati eclatanti, ma non sono, né lo sono mai stata, contraria né a corsi nè ai manuali di scrittura creativa. Tutto dipende dall’insegnante e dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare con l’allievo. Certo ci sono corsi improvvisati, tenuti da gente più o meno preparata, che si arroga la qualifica di insegnate di scrittura creativa quando per esempio ha dato ben poca prova delle sue reali capacità narrative, o al contrario ci sono testi che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe leggere come per esempio On writing: Autobiografia di un mestiere di King. La curiosità penso sia la dote maggiore di uno scrittore e l’alimento più tonificante dell’intelligenza, e c’è sempre da imparare nella vita, anche a volte dagli errori propri o degli altri. Tornando ai manuali di scrittura creativa ne esistono di vario genere, dai semplici manuali che ti insegnano l’uso della punteggiatura, della grammatica, dello stile, più tecnici e a volte davvero utilissimi anche se di stampo puramente didattico e per alcuni versi portatori di insegnamenti opinabili o per lo meno soggettivi, ad altri più meramente discorsivi e aneddotici. A questo seconda categoria appartiene La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione dello scrittore e sceneggiatore Bepi Vigna pubblicato da Arkadia nella collana Paideia. Diciamolo subito non promette di trasformarvi in uno scrittore, né di darvi tutti gli strumenti necessari o di sviscerare con completezza tutte le tematiche, dissolvendo tutti i dubbi. E’ solo un saggio di circa 200 pagine, non brevissimo ma certo non definitivo o conclusivo, che delinea la storia della narrazione, partendo dalla nascita stessa del linguaggio in epoca preistorica, interessante la teoria formulata dall’autore su cosa ne ha determinato la scintilla, passando dai miti e da Omero e i tragediografi greci, per arrivare a Dante, alla nascita dei romanzi di avventura, fino agli sceneggiatori hollywoodiani dei giorni nostri. Nel corso della narrazione, arricchita da note e indicazioni bibliografiche, fitta di brani e citazioni che vanno dai canti dell’Iliade ad articoli di Pier Paolo Pasolini, con agilità e apparente leggerezza fa quello che ogni buon manuale di scrittura creativa dovrebbe fare, vi porta a familiarizzare con termini tecnici, spiegandovene il significato e gettando le basi delle regole e dei fondamenti della scrittura. Sentirete così citate parole come cliffhanger, climax, flashback, flashforward e arriverete a conoscere le otto regole del conflitto, regole che accomunano i tragediografi greci agli sceneggiatori hollywoodiani, che strano a  dirsi disseminano i colpi di scena che dovrebbero stupire lo spettatore più o meno alle pagine 25/30, 85/90,95/120, delle loro sceneggiature. Narrare storie che facciano immedesimare nei protagonisti, che insegnino possibilmente qualcosa, è sicuramente una delle esigenze più forti dell’uomo, e leggendo questo libro, si ha chiaramente la sensazione di quanto questo narrare sia indistinguibile dall’esigenza di tramandare il proprio sapere, le proprie conoscenze, il senso della propria vita. Già nella Bibbia Dio creò il mondo tramite la parola, la più necessaria forza creatrice che esista. Dio disse: “ Sia la luce”. E la luce fu. Non stupisce dunque la riflessione finale con cui l’autore chiude il saggio. Vi invito a leggerlo.

Bepi Vigna è scrittore, sceneggiatore, regista cinematografico, autore di fumetti, (Nathan Never e Legs Weaver per Sergio Bonelli Editore). È autore di diversi saggi, testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e cortometraggi.  Ha pubblicato anche vari romanzi, L’estate dei dischi volanti (Condaghes, 1997), La pietra antica (Condaghes, 1999), Si è fatto tardi (Aìsara, 2008) e numerosi racconti. Dirige a Cagliari il Centro Internazionale del fumetto.

La prefazione del libro è di Franciscu Sedda, docente di Semiotica preso le Università “La Sapienza” e “Tor Vergata” di Roma.

:: Estratto dal capitolo 9 di Protocollo Stonehenge il nuovo romanzo di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Mezzotints Ebook, 2013)

27 Maggio 2013 by

headerinsidenuovostonehenge(…) La stagione degli incubi iniziò quella notte. Per molti giorni fu attribuita a un mix banale che tutti, più volte nella vita, sono costretti a ingurgitare: una cena indigesta, un film da evitare o una lettura impressionante.
Le cinque del mattino. Francesca avrebbe avuto tutto il tempo per desumerlo ogni volta che avrebbe affrontato il tremendo ritorno alla realtà.
All’inizio il senso di angoscia era quello descritto da Hufford. La sensazione di essere sul punto di svegliarsi e una presenza maligna sopra di sé. L’odore del fiato estraneo, la trama di un tessuto, forse un giubbotto. Il rumore e il vento gelido di uno spazio aperto. Il tutto al buio, con motori che sfrecciavano da qualche parte in un’apparente dimensione parallela.
Poi, un ruggito lontano. Un rombo di motore, titanico e alieno. Sempre più forte. Infine il buio veniva violato.
Due lumini in lontananza. Crescevano. E anche il frastuono. Nel suo letto, una Cosa la sovrastava e un’automobile stava per travolgerla.
Era nel regno della pazzia. Perché Francesca si sentiva sveglia.
I lumini si erano trasformati in palle di fuoco. Il rumore era assordante. Poteva persino sentire il tanfo di benzene emanato dagli scarichi dell’auto.
Aveva urlato, con tutto il fiato di cui disponeva. Di sicuro svegliando tutta la gente del palazzo. Francesca non poteva ancora saperlo in settembre, ma quelle persone sarebbero state svegliate alla stessa ora molte altre volte.
Dopo l’urlo, aveva acceso la luce sul comodino.
E guardato l’orologio.
Le 5.20.
Era cominciata così. E dopo un anno, non accennava a smettere. (…)

http://www.mezzotints.it/stonehenge.html

:: Recensione di Io sono lo straniero di Giuliano Pasini (Mondadori, 2013)

27 Maggio 2013 by

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddGiuliano Pasini, scrittore emiliano originario di Zocca, città natale di Vasco Rossi, già autore di Venti corpi nella neve, opera narrativa d’esordio che da inizio alla serie di romanzi con al centro le indagini del commissario Roberto Serra, ebbi modo di intervistarlo circa un anno fa, incuriosita dall’intervista che aveva concesso a Omar di Monopoli nel suo blog. Se devo essere sincera la prima cosa che ho pensato riguardo alla presenza del soprannaturale nel suo romanzo è che già c’era un celebre commissario capace di sentire la voce dei morti. Poi ciò che mi ha deciso a non considerarlo un limite è stato il suo sguardo “provinciale” sulla realtà italiana. E per sguardo provinciale non intendo, uno sguardo chiuso o ristretto, come si è soliti considerarlo in un’ accezione negativa del termine, ma al contrario mi riferisco alla capacità dell’autore di fotografare i microcosmi ancora vivi e vitali che caratterizzano i piccoli centri, i paesi che ancora costellano la provincia italiana. E Pasini nei suoi romanzi, prima di vittime, delitti e colpevoli, ci parla di geografia umana, correlando le comunità etniche ai territori che abitano, dando grande risalto al ciclo delle stagioni legato alla natura e all’agricoltura. Non a caso in quest’ ultimo romanzo, Io sono lo straniero, edito da Mondadori, i cicli vitali della coltivazione della vite, dividono in sezioni i capitoli passando dalla dormienza, all’allegazione, dall’invaitura al giusto grado di maturazione degli acini. Cicli vitali che sono gli stessi del protagonista che come la vite passa dalla dormienza ad un risveglio carico di aspettative, in un finale insolitamente ottimistico, non ostante per tutto il romanzo la presenza del male sia forte e amara, giusto solo incrinato da una sorta di doppio epilogo, in cui l’autore non concede l’ultima parola al suo personaggio ma da vita ad una ghost track, come si usa negli album musicali. La musica infatti è un’altra direttiva principale del romanzo, assieme alla enogastronomia, entrambe passioni di Pasini, e per riflesso anche del suo personaggio letterario. Se avete già letto Venti corpi nella neve, già conoscete il commissario Roberto Serra, il suo amore per Alice, il suo intuito investigativo, la Danza che lo tormenta, legata al suo passato e alla morte dei suoi genitori. In questo nuovo romanzo abbiamo un cambio di scenario, non più Case Rosse e l’Appennino tosco- emiliano, ma il ricco Nord- Est, Treviso, e Termine piccolissimo borgo, quasi un incrocio tra le vigne, sulle colline venete del Prosecco. Io sono lo straniero inizia in un tempo sospeso, un tempo di quiete, di incapacità di parlare quasi. Le medicine che Serra prende tengono a bada la Danza, la barba nasconde le cicatrici del suo volto, il piccolo borgo lo isola da tutto e da tutti, il suo lavoro come commissario capo dell’ufficio immigrazione della questura di Treviso non gli permette di mettersi in gioco, di rischiare, di vedere il suo precario equilibrio in pericolo. Oltre ad Alice ha nuovi amici, Suzana, sudamericana con un passato doloroso da dimenticare, e Alvise e il suo ristorante, dove il commissario si rilassa cucinando per gli ignari avventori, piatti che non assaggia mai, piatti nati dalla memoria dei gesti semplici di sua madre. Una vita tranquilla, tutto quello che chiede, ma un giorno il passato ritorna, col volto di una ragazzina pelle e ossa, con un chiodo e i capelli rosa. Francesca sa chi è. Conosce il uso passato nella squadra speciale a Roma. Sa che è un poliziotto che risolve i crimini su cui indaga. Francesca spera che si occupi della scomparsa della sua amica Elèna, una straniera, una donna delle pulizie bielorussa, un’ invisibile, una ragazza di cui a nessuno, oltre lei, importa niente. Serra è tentato di lasciar perdere, di ignorare la disperazione e il dolore che legge in quegli occhi, un dolore troppo grande per la sua giovane età. Ma naturalmente non può, non può continuare a dormire, trincerandosi dietro un’ ostile indifferenza. Poi la scomparsa di Elèna si rivela l’inizio di una voragine di donne scomparse, tutte giovani, tutte straniere, tutte abbandonate ad una sorte senza scampo. Perché c’è un serial killer nella zona, un assassino spietato, con un piano in mente, un folle piano nato molti anni prima in menti altrettanto folli, organizzate, scientificamente determinate. E Serra non può non cercare di fermare il male, ora che ne ha l’occasione. Ora che non può fare diversamente.

:: Il leggendario disegnatore americano James O’Barr, autore de Il corvo, arriva in Italia

24 Maggio 2013 by

Nuova immagineIn occasione dell’uscita della nuova, definitiva edizione della graphic novel “Il corvo” – pubblicata originariamente nel 1989, e in grado di vendere milioni di copie in tutto il mondo – il leggendario autore americano James O’Barr visiterà il nostro Paese, con un tour che lo vedrà attraversare lo stivale dall’assolata Sicilia alla brumosa Milano.
Dal 7 al 18 giugno, l’autore americano sarà in Italia per incontrare i suoi lettori e tutti i fan del “Corvo”, un fumetto che ha saputo trascendere il genere per diventare icona e fenomeno di culto. Ospite di “Etna Comics” per tutti e tre i giorni della convention, James O’Barr presenterà in anteprima la nuova edizione del proprio capolavoro, pubblicata da Edizioni BD.
Dopo la presenza – in qualità di ospite d’onore – alla popolare convention dedicata al fumetto, il 10 giugno, James O’Barr partirà alla volta di Napoli, per poi proseguire fino a Milano passando per Roma e Bologna. In occasione di un simile, storico evento, Edizioni BD realizzerà una speciale variant cover, a tiratura limitata, disponibile solo e soltanto nelle tappe del tour.

Ecco dunque le date da tenere a mente

7-9 giugno: Etna Comic
10 giugno: Star Shop Napoli, Vico San Giuseppe Cristofaro 3, Napoli, ore 17:30
11 giugno: Scuola Internazionale di Comics Napoli, ore 10:00
12 giugno: Libreria Altroquando, Roma, Via del Governo Vecchio 80, ore 18:30
14 giugno: Scuola Internazionale di Comics Roma, ore 15:30
15 giugno: Popstore Bologna, Via Saragozza 34/b, ore 17:00
18 giugno: Alastor fumetti Milano, Via Alessandro Volta 15, ore 18:00

Pubblicato per la prima volta nel 1989, “Il corvo” è stato una delle graphic novel underground più importanti del fumetto mondiale ben prima di diventare un classico immancabile quando, nel 1994, uscì l’omonimo film. La pellicola, con protagonista il figlio di Bruce Lee, Brandon Lee, ottenne uno strepitoso successo ma si ammantò di un alone di maledizione e tragedia a causa della morte del giovane attore statunitense, avvenuta a seguito di un terribile incidente durante le riprese.
La storia di amore e vendetta di Eric Draven, il protagonista del fumetto, rappresenta il disperato tentativo di catarsi di James O’Barr. Con essa, l’autore americano tenta di esorcizzare la tragica morte della propria fidanzata, che venne travolta e uccisa nel 1978 da un camionista ubriaco. “Il corvo” finisce quindi per diventare una tragedia nera senza tempo sulla violenza, il dolore e l’accettazione della fine. In questa nuova e ben più ricca edizione, James O’Barr ha ripristinato alcune scene tagliate in precedenza, rivisitato molte pagine e aggiunto due capitoli, regalando ai propri fan la versione definitiva di un’opera che non smette di colpire dritto al cuore.

Nato nel 1960, James O’Barr è cresciuto in un orfanotrofio, ha studiato arte rinascimentale e iniziato a lavorare al suo primo, più importante fumetto durante un periodo di leva nei marine, in cui si era arruolato per cercare di superare il dolore della perdita della sua fidanzata, morta a seguito di un tragico incidente stradale nel 1978. Dopo sette anni di lavoro e attesa, “Il corvo” è uscito in America nel 1989 con un impatto devastante per il mondo del fumetto underground. Trasformato in film nel 1994, ha regalato al suo autore fama mondiale e una lunga serie di seguiti. Negli ultimi anni, James O’Barr è stato impegnato nella produzione di “Sundown”: una graphic novel di 300 pagine pubblicata nel 2011.

Ad accompagnare James O’Barr per tutto il tour ci sarà Renee Witterstaetter. Booking manager di numerosi artisti internazionali, Renee è anche disegnatrice, colorista, editor, sceneggiatrice, editrice e autrice di numerosi saggi. Ha lavorato per Marvel, DC Comics, Warner e numerose etichette indipendenti.

:: Recensione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 Maggio 2013 by

lee childChi ha detto che al giorno d’oggi non si abbia più bisogno di eroi? Che valori come il coraggio, l’altruismo, la generosità siano fuori moda o nostalgicamente reazionari e retrivi. Lo sa bene Lee Child autore britannico, ma ormai a tutti gli effetti cittadino americano, creatore del personaggio letterario di Jack Reacher. Un eroe moderno, solitario e incorrotto, un gigante fatto di muscoli e per giunta dotato anche di cervello, un outsider solitario capace di dar vita e linfa ad una delle saghe più longeve e felici di thriller d’azione degli ultimi anni. E’ infatti dalla fine degli anni Novanta che il personaggio di Jack Reacher, arrivato in Italia alla sua quindicesima avventura, percorre le vie d’America, vagabondando di città in città e trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto.
Lee Child è già stato ospite del nostro blog, abbiamo già recensito I dodici segni, L’ora decisiva, La prova decisiva, quindi corro il rischio di ripetermi e dire cose già dette, anche se per chi non conoscesse il personaggio forse sarà l’occasione per avvicinarsi ad una serie di romanzi adrenalinici e divertenti che si è già conquistata un posto speciale nel cuore dei lettori di mezzo mondo. Certo anche il film con Tom Cruise, Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie, ha contribuito a rendere ancora più popolare il personaggio, e sia detto per inciso che questa volta l’ho finalmente visto, e con tutte le riserve del caso, – il mio Jack non assomiglia neanche lontanamente a Tom Cruise-, ho passato un’ ora e mezza piacevole, con il vecchio Tom meno antipatico del solito.
Una ragione per morire (Worth dying for, 2010), sempre edito da Longanesi e tradotto da Adria Tassoni, ci riporta sulle tracce di Jack Reacher, questa volta alle prese con una famiglia, il clan dei Duncan, che tiranneggia una piccola comunità agricola del Nebraska. Preceduto da L’ora decisiva (61 Hours, 2010), recensito per noi da Stefano Di Marino, Una ragione per morire racchiude nuovi tasselli della vita di Jack, anche se in questo romanzo il già parco di notizie Lee Child non si sbilancia più di tanto nel descriverci il personaggio, facendocelo conoscere prevalentemente per le sue azioni. Le sue scelte, il suo solitario schierarsi solo contro tutti, anche quando le forse nemiche sono soverchianti, per difendere un personale ideale di giustizia e di onestà, il suo intervenire per difendere una donna apparentemente vittima di abusi domestici, invece che continuare per la sua strada e farsi i suoi sacrosanti fatti suoi, ne determinano per riflesso la sua tempra morale, la sua dimensione etica ed altruistica, in un mondo inquinato dall’indifferenza e dal disinteresse per la sorte dei più deboli.
Siamo nel cuore dell’inverno, Jack diretto in Virginia facendo autostop viene lasciato davanti ad un fatiscente motel, perso in una terra, buia e piatta, morta e desolata, l’Apollo Inn. Luci al neon rosse e azzurre e bungalow. Una sorta di visione anni Sessanta di Las Vegas trasportata nello spazio, nell’angolo più sperduto del Nebraska, lo stato americano meno popolato dei cinquanta americani, ettari ed ettari di campi di campi di mais che si susseguono monotoni e desolati, spazi immensi e poco popolati con cinquanta chilometri o più tra un ristorante e l’altro. Jack si presenta alla reception in cerca di una stanza dove passare la notte e prima decide di prendere un caffè al bar del motel, per scaldarsi le ossa. Unico avventore un medico ubriaco che quando viene chiamato per telefono da una donna con una violenta emorragia al naso, per le percosse subite presumibilmente dal marito, si nega deciso a non muovere un dito. Jack temendo ferite più gravi, porta quasi di peso il medico dalla sua paziente ed è l’inizio di un incubo che trae le sue origine nel passato.
La donna infatti è la moglie di Seth Duncan, erede di un clan di signorotti del luogo, proprietari di una ditta di trasporti, implicati in una fitta rete di violenze e di affari sporchi. Jack decide di intervenire e dare una lezione al marito della donna, fatto che gli scatenerà addosso l’ira dell’intero clan Duncan e che darà l’avvio ad una vera e propria caccia all’uomo. Parlando con Dorothy, la cameriera del motel, Jack scopre anche che tutto sembra avere avuto inizio 25 anni prima con la sparizione di una bambina, figlia di Dorothy, di cui furono accusati i Duncan, già sospettati di aver molestato le bambine della zona. Di prove non ne trovarono e i Duncan tornarono a casa, ma da quel momento una faida silenziosa ebbe inizio trasformando la vita della gente del luogo in una serie di vendette, minacce e punizioni. Jack sente che è giunto il momento di fare giustizia e di scoprire cosa successe realmente 25 anni prima, solo allora potrà continuare il suo viaggio.
Un thriller asciutto, forte di un’ ambientazione originale e visivamente evocativa, un buon tratteggio dei personaggi, su tutti Jack indiscutibilmente il protagonista assoluto del romanzo. Sebbene Lee Child alterni ambientazioni metropolitane ad altre prevalentemente rurali, penso che in quest’ultime si avvicini maggiormente al cuore pulsante dell’America più profonda, lui osservatore europeo, occhio esterno in un certo senso. Se penso al personaggio di Jack Reacher, la prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo solo, riflesso sul vetro bagnato di pioggia di un autobus che corre tra campi sconfinati di mais e in questo romanzo ho quasi avuto la certezza che sia la stessa che abbia anche l’autore.