:: Segnalazione di Un’amicizia pericolosa di Suzanne Rindell (Nord, 2013)

5 giugno 2013 by

un'amiciziaUn’amicizia pericolosa
di Suzanne Rindell
Traduzione
di Patrizia Spinato

In libreria da giovedì 6 giugno

«Un romanzo che fa rivivere tutto il fascino della mitica New York degli anni ‘20.»
Bookseller

Intuii che qualcosa stava per succedere nell’attimo esatto in cui varcò la soglia, il giorno del colloquio. Entrò a passi lenti, con estrema calma, ma io capii subito di avere davanti l’occhio del ciclone. Quella donna era il cupo epicentro di un evento che ancora ci era oscuro, il rovinoso luogo in cui caldo e freddo si fondono.
In quell’istante capii che tutto, attorno a lei, sarebbe cambiato.

Odalie… Quella mattina del 1924, quando si è seduta alla scrivania accanto alla mia, avrei dovuto capire che avrebbe sconvolto la mia vita. Già da due anni lavoravo come dattilografa alla centrale di polizia di Manhattan e conducevo una vita tranquilla, ordinaria. Ero una ragazza all’antica: sebbene intorno a me il mondo stesse cambiando, non avevo mai nemmeno pensato di tagliarmi i capelli o d’iniziare a fumare. Poi è arrivata Odalie. Il suo caschetto nero, i suoi vestiti eleganti, la disinvoltura con cui teneva la sigaretta… Odalie era così spregiudicata, così sicura, così moderna. In quei giorni, mi sono resa conto che volevo essere come lei e che avrei fatto qualsiasi cosa per riuscirci. Per questo ho accettato di trasferirmi nel suo lussuoso appartamento e l’ho accompagnata alle feste dove si beveva champagne e si ballava fino all’alba al ritmo della musica jazz. E per questo non ho detto nulla quando mi sono accorta che aveva falsificato alcuni rapporti di polizia. Volevo proteggerla. Non potevo immaginare che mi stesse semplicemente usando. Che mi stesse mentendo. Come avrei potuto? Odalie era più di un’amica per me. Era il mio ideale di donna. E invece lei stava architettando la mia rovina…

In equilibrio sul labile confine che separa verità e menzogna, la protagonista e voce narrante di questo fulminante romanzo d’esordio – che ha lanciato la sua giovane autrice ai vertici delle classifiche internazionali –, ci fa vivere il mito della New York degli anni ’20, coinvolgendoci in una storia ambigua, sfuggente e imprevedibile, come solo le grandi storie sanno essere.

Suzanne Rindell sta studiando per il dottorato in Letteratura Americana Moderna alla Rice University. The Other Typist (Un’ amicizia pericolosa) è il suo primo romanzo. Vive a New York e sta attualmente scrivendo il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Scatto matto di Vania Colasanti (Marsilio, 2013)

4 giugno 2013 by

scacco mattoAdolfo Porry-Pastorel è un nome piuttosto sconosciuto al di fuori delle fondazioni e dei circoli di appassionati ed esperti di fotografia e forse, purtroppo, i più avranno la sensazione di sentirlo nominare per la prima volta, anche se di fatto è il fondatore del fotogiornalismo italiano e, per il suo spirito anticonvenzionale ed eccentrico, uno dei personaggi icona più curiosi e singolari del Novecento, modello di libertà, intraprendenza e determinazione.
A toglierlo dall’immeritato oblio ci ha pensato la giornalista e autrice Rai, Vania Colasanti, nel suo libro “Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani”, edito da pochi mesi da Marsilio.
In questo libro curioso, curioso come il personaggio di cui si narra la vita, corredato da una parte centrale di foto in bianco e nero provenienti dall’archivio privato dell’autrice, forse rese pubbliche per la prima volta, e dall’archivio Farabola, a Vaiano Cremasco, in provincia di Cremona, Vania Colasanti ripercorre, con uno stile piacevole e letterario, gli avvenimenti più significativi della storia italiana che va dai primi anni del Novecento al secondo dopo guerra, guidata da un osservatore d’eccezione come Adolfo Porry-Pastorel, critico e nello stesso tempo scanzonato, capace di racchiudere nei suoi scatti fotografici lo spirito di un’epoca, per alcuni versi tragica, segnata dal fascismo e da ben due guerre mondiali con il loro corollario di morti, dramma che non risparmiò neanche il figlio di Adolfo, disperso in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nello stesso tempo affascinante e ricca di fermento e di novità.
E infatti dal ritratto che ne fa la Colasanti, Adolfo Porry-Pastorel emerge come un puro talento sempre in movimento, sempre al passo coi tempi e curioso delle più recenti innovazioni, capace di arrivare primo, sempre, battendo la concorrenza come quando affidò ai piccioni viaggiatori i negativi delle foto scattate al Re, a Hitler e a Mussolini durante le simulazioni belliche in mezzo al mare nel maggio del 1938, e i tre le trovarono stampate sui giornali ancora prima di scendere nel porto di Napoli o quando con un escamotage degno di un prestigiatore un po’ sleale, al matrimonio del principe Umberto di Savoia con Maria Josè del Belgio, lasciò i suoi colleghi letteralmente per aria, con l’aiuto di una scala prontamente fatta sparire da sua moglie, amatissima fedele alleata  e complice delle sue innumerevoli trovate, e calando di nascosto i negativi riuscì a far apparire sulle prime pagine di tutti i giornali le immagini degli sposi principeschi affacciati al balcone.
Aneddoti curiosi come questi si susseguono nelle pagine di questo libro, forse troppo breve, ma attendibile e fondato su un attento studio oltre che delle foto, si parla che esistano ben 9 milioni di click, anche di numerosi documenti d’epoca, soprattutto quotidiani come Il Giornale di Italia, per cui Porry-Pastorel lavorò, di cui l’autrice riporta ampi stralci, esattamente come furono scritti.
Eccentrico, cosmopolita, parlava correntemente diverse lingue, elegante, con il suo immancabile papillon o con il suo caratteristico frac, spiritoso, in una foto di gioventù è ritratto vestito da ballerina sulla spiaggia di Ostia,  amico di Trilussa e di Vittorio de Sica a cui consiglierà Castel San Pietro Romano di cui era sindaco come location per Pane, amore e fantasia, fotografo mussoliniano, per cui inventò le celebri foto con sfondo agreste, ma con il quale scambiava polemiche battute, sempre pronto a cogliere nel Duce una sua dèfaillance, Adolfo Porry-Pastorel conserverà sempre una sana allegria, una irriverente capacità di stupire e meravigliare almeno fino alla scomparsa del figlio, fatto che probabilmente segnò la fine di qualcosa, lo spezzarsi di una fase della sua vita.
Non più foto commissionate dal regime, non più falsi matrimoni propagandistici, Porry era stanco di tutte quelle situazioni che aveva dovuto fotografare nel corso degli anni. E nel quartiere romano di San Lorenzo, il giorno dopo il bombardamento americano del 19 luglio 1943, sganciò una raffica di foto verità. La morte del figlio lo convinse ad agire e durante l’occupazione nazista di Roma diventò uno dei maggiori attivisti del Centro X, il fronte militare clandestino. Non più foto buffe, particolari, artistiche, ma il suo talento a servizio delle foto dei passaporti per i partigiani, ebrei, antifascisti, l’agenzia Vedo di via di Pietra 87, sede per stampare falsi documenti, incurante dei rischi, del pericolo. Tutto per accelerare la fine di quella assurda e folle guerra.
Il 2 aprile 1960 i giornali annunciano la sua morte. Alle 2, 30 di ieri notte, nella clinica Marco Polo sulla via omonima, si è spento Adolfo Porry Pastorel, che fu il primo fotoreporter italiano.  

Vania Colasanti giornalista e autrice Rai. Dopo aver lavorato a «Paese Sera» e al «Venerdì di Repubblica», nel ’97 inizia la sua carriera di autrice televisiva. E dopo l’attività a Rai International e RaiDue, attualmente lavora per RaiTre nel programma Storie Maledette di Franca Leosini. Ha collaborato con «L’Espresso», «La Repubblica», le pagine romane del «Corriere della Sera», «Wimbledon», «Arte Mondadori» e la rivista letteraria «Storie». Tra le sue pubblicazioni, il libro di poesie Gioco di carte e Tutti i ponti a Roma. E nel 2011, sempre per Marsilio, l’autobiografi a Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato, sull’accettazione dei genitori e l’importanza della figura del padre.

:: Concorso letterario “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”

3 giugno 2013 by

SvizzeraTutti liberi di scrivere! Potete esprimere l’ idea che avete della Svizzera con una frase breve e letteraria. Potete diventare infatti autori di corti letterari: é appena partito il concorso “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social” con il quale Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla terra Svizzera. Ora tocca a te, scrivi i tuoi pensieri, commenti o impressioni di viaggio su www.lamiasvizzera.it e fino al cinque agosto puoi vincere bellissimi premi.

Al via “La mia Svizzera”, un concorso social di scrittura ideato da Svizzera Turismo insieme a Hoepli, Montblanc e Swiss International Airlines. Lo spunto iniziale è stato constatare come la Svizzera sia stata una fonte di ispirazione per molti artisti, pensatori e scienziati. Friedrich Nietzsche, Charles Dickens, Georges Simenon, Hugo Pratt, Freddie Mercury, Arturo Toscanini sono solo alcuni dei personaggi illustri che hanno trovato in Svizzera un contesto fertile per le loro opere e per le loro idee.
Con “La mia Svizzera – A colpi di scrittura su piattaforma social”, Svizzera Turismo propone ad aspiranti scrittori, appassionati della Confederazione o semplici internauti di lasciarsi ispirare dalla Svizzera e di inserire su www.lamiasvizzera.it i propri pensieri, commenti o impressioni di viaggio. L’obiettivo è raccogliere voti per aggiudicarsi i premi in palio sfruttando le funzioni di condivisione del web. Spazio, quindi, alla creatività ma anche alla capacità di coinvolgere e stupire il popolo della rete che, con il suo voto, contribuirà a determinare il vincitore. Facebook e Twitter saranno il canale da utilizzare per promuovere il proprio talento. Dopo una prima selezione di 30 pensieri in base al numero dei “Votami” ricevuti, si passa a un giudizio qualitativo. Una giuria selezionata – composta dai rappresentanti delle aziende coinvolte e da un esponente della cultura – premierà a settembre i dieci pensieri più significativi valutandone la peculiarità letteraria.
Si può postare in prosa o in rima, in lingua italiana o in dialetto. L’unica regola da seguire è la lunghezza del commento che non deve superare i 125 caratteri. Massima libertà anche per i contenuti. I partecipanti possono ispirarsi a un’esperienza vissuta in prima persona in Svizzera o prendere spunto da fotografie, riproduzioni di quadri, scene di film o testi letterari – legati indirettamente al territorio elvetico – che Svizzera Turismo pubblicherà continuativamente su lamiasvizzera.it e sulla sua pagina Facebook. Immagini e immaginazione prenderanno forma sui social media in un continuo rigenerarsi di contenuti.
Il progetto rivela l’approccio innovativo di Svizzera Turismo e dei suoi partner che hanno unito le loro competenze per creare un concorso 2.0 valorizzando l’eredità culturale di artisti e personaggi del XIX e XX secolo. L’obiettivo è far conoscere ai navigatori aspetti meno conosciuti della Svizzera e di sperimentare i canali social in modo divertente e originale.

I premi

Ai 10 finalisti verranno assegnati i seguenti premi:

1° classificato: voucher del valore di 4.000 euro, valido per una vacanza in Svizzera.

2° classificato: uno strumento di scrittura Montblanc da collezione (anniversary pen 2006).

3° classificato: due biglietti A/R Milano-Zurigo in Business Class con SWISS.

4° classificato: weekend per due persone al leggendario Kulm-Hotel***** di St. Moritz.

5°-10° classificato: pacchetto libri editi dalla Hoepli del valore di 100 euro.

:: Recensione di Il mago della luce, Mathias Gatza, (Neri Pozza, 2013) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2013 by

il_mago_della_luce_02Quanto è stato importante per gli uomini dei secoli scorsi trovare mezzi alternativi alla pittura per riprodurre alla perfezione la realtà per come essa è? Parecchio direi e di solito la mente corre alla nascita del cinema con i fratelli Lumière nella Parigi del 1895. Per la fotografia si deve indietreggiare di qualche anno, nel 1826,  con le sperimentazione di Joseph Niépce. Ma sarà proprio quest’ultimo  il vero scopritore dell’arte di riproduzione fotografica della realtà o forse qualcuno ci riuscì prima di lui? Questa è una della tante sfumature di giallo contenute ne Il mago della luce, l’ intrigante nuova opera narrativa del tedesco Mathias Gatza. L’enigma da risolvere c’è nel presente ambientato a Dresda nel 2002 con l’indagine di un anonimo curatore coinvolto in un ricerca disperata di documenti antichi a lui necessari per ricostruire la vita di un pittore del quale esistono due opere certe. Poi, il giallo si trasferisce nel passato, sempre a Dresda, ma nel XVII secolo, quando una serie di brutali omicidi mettono a dura prova la popolazione della cittadina e l’artista Silvius Schwarz, appena rientrato dai suoi viaggi, è ritenuto uno dei principali indiziati. Sarà lui il vero colpevole, o qualcuno ha orchestrato tutto per incastrare il giovane mago del colore? Fosse solo questa la domanda a cui rispondere non ci sarebbero problemi, ma un’altra questione che attanaglia il lettore è questa: perché tutti temono le opere d’arte che Schwarz ha realizzato grazie alle sue scoperte in ambito artistico – scientifico? Il mago della luce di Gatza è un libro originale  all’interno del quale le imprese del pittore del ‘600 sono narrate tramite la convivenza di tre punti di vista. Uno è quello contemporaneo, rappresentato dall’ottica del curatore anonimo dell’opera dedicata a Schwarz. L’esperto di arte ci racconta il contorto e intricato cammino che lo ha portato alla disperata ricerca dei sei antichi Libretti dello stampatore secentesco Leopold dentro ai quali è raccolto l’intero vissuto di Silvius. Oltre alla caccia al “tesoro”, l’io narrante ci mette a conoscenza della sua di vita, delle sue sconfitte in ambito amoroso e professionale, eventi derivanti dal suo ossessivo interesse verso Schwarz. Una passione malata che disintegra la dimensione  relazionale del ricercatore e lui non sembra soffrine molto. Gli altri due punti di vista sono da collocare nel passato negli anni Settanta del 1600 e corrispondono ai Libretti stampati da Leopold e alle lettere di un romanzo epistolare della matematica  Sophie Von Schlosser donna all’avanguardia per la sua epoca e un qualcosa in più di una semplice amica per il pittore. Questi tre sguardi si susseguono nelle pagine de Il mago della luce dando vita ad un giallo storico nel quale l’amore, la filosofia, il bisogno di sapere, la passione per la ricerca artistica e scientifica si mescolano raccontando a chi legge le gesta di Silvius Schwarz, focalizzando l’attenzione sull’importante e misteriose scoperta fatta da lui compiuta. Una novità sì eccezionale, ma allo stesso tempo scandalosa che lo etichetterà come uno dei precursori della fotografia e vittima del pregiudizio popolare. Il mago della luce di Gatza è stato concepito con un impianto narrativo  nel quale i confini  tra realtà, illusione, menzogna sono in bilico perenne tra loro, così come lo sono il presente e il passato dell’ambientazione. Dal mio punto di vista ciò che incuriosisce e rende originale questo giallo barocco è il linguaggio narrativo stesso, nel senso che Gatza fa parlare il curatore anonimo con espressioni a noi note e conosciute,  compatibili con il nostro parlato quotidiano. Tutto si trasforma nel momento in cui leggiamo le parti dei  Libretti di Leopold o le lettere di Sophie, caratterizzate da quelle forme linguistiche di altri tempi che rendono più completa l’immersione del lettore nella caccia al colpevole e alla grande scoperta che cambierà per sempre la riproduzione ottica della realtà. Traduzione di Emanuela Cervini.

Mathias Gatza è nato nel 1963 a Berlino. Nel 1990 ha fondato la casa editrice Mathia Gatza, con cui ha pubblicato soprattutto autori di lingua tedesca. Ha poi proseguito questa attività con il marchio Gatza bei Eichborn e in seguito ha lavorato come editor presso Berlin Verlag e Suhrkamp. Il suo primo libro, Der Schatten der Tiere (2008), è stato elogiato dalla «Frankfutter Allgemeine Zeitung» come miglior romanzo d’esordio della stagione.

:: Recensione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2013 by

InfernoUn’altra avventura del professore Robert Langdon.
Robert si sveglia all’ospedale e non si ricorda più gli ultimi due giorni della sua vita, quando viene avvicinato da una dottoressa scopre che si trova lì perché lo hanno trovato ferito da un colpo di pistola alla testa. Robert non capisce come mai qualcuno lo voglia morto e all’inizio è anche incredulo se non fosse che si ritrova a faccia a faccia con la propria assassina.
Robert e la dottoressa Sienna Brooks scappano dall’ospedale e iniziano una lunga fuga alla ricerca del motivo per cui vogliono ammazzare Robert seguendo vari indizi che arrivano direttamente dall’Inferno della Divina Commedia che li portano a viaggiare tra Firenze, Venezia e Istanbul, alle prese con i più bei quadri e le più belle opere architettoniche delle varie città.
Un ennesimo capolavoro di Dan Brown che come nei suoi precedenti lavori è riuscito a unire storia e fantasia talmente bene da non notarsi quando inizia uno e finisce l’altro.
Una corsa contro il tempo che tiene il lettore inchiodato al libro dall’inizio alla fine togliendo il fiato a ogni pagina. Colpi di scena che si accavallano alla storia giocando con il lettore che ogni volta che pensa di aver risolto una parte del mistero trova quel particolare che cambia tutto.
Una visione dei luoghi più segreti e invisitabili delle città più belle portano il lettore a scoprire nuovi posti e nuova storia che lo invogliano ad approfondire, magari andando proprio a visitare le strade percorse da Robert.
Un capolavoro da non perdere che saprà coinvolgervi come non mai.

Dan Brown Figlio di un insegnante di matematica e di una musicista professionista era il primo di tre figli.
Frequentò la Phillips Exeter Academy e subito dopo si iscrisse all’Amherst College dove entrò a far parte di una confraternita la Psi Upsilon.
Nel 1986 dopo essersi laureato si trasferì a Hollywood dove intraprese una carriera di cantautore e pianista fino a quando non decise di trasferirsi a Siviglia in Spagna per studiare Storia dell’arte all’università dove nacque la sua passione e il suo interesse per Leondardo da Vinci e per la crittografia.
Nel 1993 ritorna nel New Hampshire e inizia a insegnare Inglese alla Phillips Exeter e alla Lincoln Akerman School.
Nel 1994, dopo che a Tahiti in vacanza lesse un libro di Sidney Sheldon, decise di scrivere un romanzo insieme alla moglie, convinto di poter diventare uno scrittore migliore.
Nel 1995 pubblicò 187 Men to Avoid: A guide for the Romantically Frustrated Woman.
Nel 1996 decide di lasciare il ruolo di insegnante e dedicarsi interamente alla scrittura.
Attualmente vive a Rye nel New Hampshire e si fa aiutare nelle sue ricerche dalla moglie che è storica dell’arte e pittrice.

:: Recensione di Cattiverìa di Rosario Palazzolo (Perdisa, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2013 by

PerdisaImager.aspxCi sono romanzi misteriosi, che richiedono al lettore oltre ad una partecipazione attiva e consapevole – quale romanzo o qualsivoglia opera narrativa non lo richiedono, in fondo? – anche una precisa volontà creativa. Così è per Cattiverìa di Rosario Palazzolo, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e attore palermitano, già autore sempre per Perdisa di altre due novelle L’ammazzatore e Concetto al buio. Palazzolo richiede, anzi pretende con una certa forza, un lettore non spettatore, debordianamente considerato come un passivo consumatore a cui non resta che ammirare immagini che altri hanno scelto per lui, spot pubblicitari incanalati da un alter ego narrativo alternativo al tubo catodico (e il paragone televisivo non è pura speculazione ma, vedrete in seguito, ha una precisa ragione d’essere in tutto il romanzo). Se siete lettori pigri o distratti e non avete in voi un briciolo di sana follia, cambiate romanzo, Cattiverìa non fa per voi. Se viceversa amate l’esperienze un po’ estreme, e vi avviso subito Palazzolo non è un autore facile nè accomodante, leggendo questo libro vi divertirete, è un romanzo etremamente divertente, farete considerazioni profonde e inusuali, forse scomode, apprezzerete l’uso della parola creativamente proposta in molteplici e bizzarre combinazioni ai limiti della logica, ma comunque mai banali, mai consuete. L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Ho riletto La società dello spettacolo di Guy Dabord mentre leggevo Cattiverìa, per precisa scelta dei situazionisti libera da copyright  e qui disponibile e non posso non citare L. Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo. “E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.” Di verità si parla in Cattiverìa, di immaginario e di rappresentazione, e la chiave di lettura è in bella mostra nell’epigrafe tratta da Una specie di Alaska di Harold Pinter. Se seguirete i lunghi monologhi che si alternano nei capitoli, strumentalmente atti ad evocare i mondi interiori dei fittizi personaggi,  vi accorgerete del mistero sotteso, dell’equivoco di cui potreste essere vittime se non farete molta attenzione, e quando sul finale l’hitchcockiano colpo di scena vi svelerà tutto ribaltando le vostre certezze, avrete davvero la sensazione che Cattiverìa, (non vi svelo cos’è, lo scoprirete leggendolo, e anche il motivo di quello spostamento della ì, non temete), sia un ultimo scherzo, un’ illusione, un gioco in cui l’unico atto reale di  cattiveria dell’intero libro sia spiegarvelo, spiegarvi dove risiede la verità. Ma sarà un atto punito, in modo davvero definitivo. Ironica  e grottesca l’immagine di copertina: la caricatura di un tizio sbracato. Se fate attenzione noterete che tiene un telecomando in mano.

:: Segnalazione di Trash europeo di Ulf Peter Hallberg (Iperborea, 2013)

1 giugno 2013 by

Trash-europeo“Trash Europeo è una delle esperienze letterarie più stimolanti dell’anno.” – SVD KULTUR

New York, Central Park, una donna elegante: “Quanto adoro l’Europa, l’antica Grecia, Socrate, Platone, wow, e i Romani, così sensuali, Catullo, l’Italia, Dante a Firenze, meraviglioso, il Rinascimento, l’Inghilterra, Shakespeare! Tutti quei personaggi che si guardano dentro, e Dickens, ah, Dickens, il vecchio adorabile Pickwick, e Parigi, Baudelaire, il poeta solo nella folla elettrizzato dai passanti, e i russi, Tolstoj, Dostoevskij, tutta quella miseria, Čechov, con la sua eterna malinconia del troppo tardi. Gli irlandesi poi! Quel Leopold Bloom che vaga per Dublino in un solo giorno come una specie di Ulisse – tutto è sempre legato all’antichità!” L’uomo sulla panchina fissa il suo iPhone. La donna continua: “A proposito, c’è una super mostra di impressionisti francesi al MoMA, ti va?” L’uomo alza lo sguardo: “Lo sai che non sopporto il trash europeo.”
Seduto sulla stessa panchina, Hallberg sente che Trash europeo deve essere il titolo del libro in cui racconta la straordinaria avventura umana del padre cercando di raccogliere la sua preziosa eredità: dipinti, carte, fotografie, ritagli di giornali, cianfrusaglie, un caleidoscopio di storie, dalla Garbo al neorealismo italiano a Blade Runner, dal maestro Benjamin ai pittori Bager e Nemes. Un patrimonio di arte e pensiero che non ha alcun valore economico, ma a cui un uomo speciale ha dedicato l’intera vita nel totale rifiuto del mondo del denaro, del successo e dell’apparenza. Un inno alla liberazione attraverso la conoscenza e la bellezza e una dichiarazione d’amore alla cultura europea.

Traduzione di Massimo Ciaravolo
Con il contributo di: Statens Kulturråd – Swedish Arts Council
pp. 352 – € 17,50

Ulf Peter Hallberg – Nato a Malmö e residente a Berlino dal 1983, è uno degli scrittori svedesi dalla prospettiva più europea e cosmopolita. Autore per il teatro e il cinema, si è affermato con un originale tipo di narrazione tra romanzo e saggio. Lo sguardo del flâneur (1996) racconta la storia della seconda parte del Novecento attraverso ricordi personali e artistici. Grand Tour (2005), acclamato dalla critica e vincitore del prestigioso premio letterario “Samfundet De Nios Vinterpris”, è la storia di un odierno viaggio europeo di formazione. Nel Calcio rubato (2006) è l’Italia degli ultimi due decenni a essere osservata con arguzia e passione.

:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010) a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2013 by

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Recensione di Anna Bolena, una questione di famiglia, Hilary Mantel, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2013 by

anna bolenaIn Wolf Hall – primo capitolo di una trilogia dedicata ai Tudor – Hilary Mantel raccontava gli eventi che portarono all’origine dell’Inghilterra. In Anna Bolena. Una questione di famiglia l’autrice, vincitrice per ben due volte – e mai nessuno autore britannico ci era riuscito – del “Man Booker Prize” (nel 2009 e nel 2012), narra ancora gli snodi storici dell’Inghilterra, ma si addentra sempre più nella dimensione privata della vita della famiglia reale mostrando il tutto attraverso gli occhi di quei personaggi che nei tradizionali libri di storia vengono relegati in secondo piano. In questo caso, come nel precedente romanzo, il lettore conosce la vita del Regno Unito del 1535-36 attraverso gli occhi di Sir Thomas Cromwell, Primo Ministro – ma direi anche fidato braccio destro-  di Re Enrico VIII. Il fatto che stupisce di più, date le umili origini di Cromwell, è il continuo domandarsi da parte dei personaggi della narrazione, ma anche del lettore, come caspiterina questo ex mercenario, vedovo, nato in una umile famiglia dove il padre era fabbro sia riuscito ad entrare nelle “grazie” del re. Questo secondo romanzo dedicato ai Tudor mostra un Cromwell all’apice del successo e del potere, un cammino che si sviluppa  parallelo a quello di Anna Bolena, la donna per la quale il re fece di tutto per poterla rendere la sua seconda moglie. Enrico VIII non esitò a ripudiare la prima consorte Caterina d’Aragona allontanandosi dalla Chiesa di Roma con conseguente scomunica papale e  fondazione della Chiesa Anglicana. Il re fece queste azioni che cambiarono la storia perché in lui ardeva la  convinzione che Anna sarebbe stata la donna giusta che gli avrebbe dato l’erede maschio. Calcolo non proprio esatto, visto che la Bolena partorì una bella bambina. Scontento, il sovrano cominciò ad invaghirsi (strano caso!) di una giovane dama di compagnia, molto riservata e pacata: Jane Seymour. In Anna Bolena,  una questione di famiglia spetterà a Cromwell trovare l’adeguata scusante da servire agli occhi e orecchie della nobiltà riguardo al fallimento della seconda unione di Enrico VIII. La missione sarà un’ardua impresa che il protagonista, con il suo carattere elegantemente minaccioso (nel senso che Cromwell riusciva a destabilizzare  chi voleva mettergli i bastoni tra le ruote nascondendo le minacce dietro modi cortesi ed educati) dovrà riuscire a portare a termine con successo per garantire il rispetto verso il regnante, continuando ad assicurarsi il successo e la fiducia che la corona aveva sempre avuto verso di lui. Un’ opera non semplice, visto che Anna Bolena dimostrerà un coraggio e una tenacia che spiazzeranno i suoi contemporanei. Il tutto è organizzato in una intelaiatura di intrighi e alleanze politiche che evidenziano un ruolo di primaria importanza di coloro che nel romanzo rappresentano i cattivi e che con astuzia riuscirono ad incastrare con accuse come la stregoneria, l’incesto e l’adulterio – rivelatesi nel corso del tempo infondate – Anna Bolena. L’alta capacità narrativa di Hilary Mantel le ha permesso di creare una storia dove la suspense è sempre sul filo del rasoio e l’effetto empatico con i personaggi presenti nella scena è elevato. Il lettore sarà trascinato alla scoperta della corte inglese tra il 1535 e il 1536 attraverso lo sguardo di Sir Thomas Cromwell, ma questa visione soggettiva non impedirà a chi leggerà Anna Bolena, una questione di famiglia  di capire con quanta furbizia venne orchestrato il castello di accuse verso la giovane Anna, la quale si eleva sopra a tutti i suoi contemporanei dimostrando una forza e un coraggio disarmanti. Traduzione di Giuseppina Oneto.

Hilary Mantel, è nata a Glossop, nel Derbyshire, nel 1952. Scrittrice prolifica, ha esordito nel 1985 con Every Day is Mother’s Day. Wolf Hall (Fazi, 2011) è stato insignito nel 2009 del “Man Booker Prize” ed è stato finalista al “Costa Novel Award 2009” e all’ “Orange Prize for Fiction” 2010. Con il successo di Anna Bolena, una questione di famiglia l’autrice è entrata definitivamente nel pantheon dei più grandi scrittori contemporanei. Nel 2012 il romanzo ha vinto il “Man Booker Prize”, il “Costa Book of the year” e il “David Cohen Award”. Hilary Mantel sta lavorando al terzo capitolo della trilogia, The Mirror and the Night. La BBC ha opzionato i diritti televisivi per una trasposizione della trilogia. Hilary Mantel è stata inserita nella lista delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Time.

:: Un’ intervista con Giuliano Pasini

29 Maggio 2013 by

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddBentornato Giuliano su Liberi di Scrivere. Dopo il tuo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito l’anno scorso per Fanucci – Time Crime, ritroviamo il commissario Serra nel tuo nuovo romanzo Io sono lo straniero, questa volta edito con Mondadori. Parlaci di come è nato questo tuo nuovo romanzo, da dove hai tratto l’ispirazione?

L’idea ha iniziato a formarsi all’interno del recinto di Dachau. Pensavo di scrivere un romanzo che coinvolgesse in qualche modo i campi di sterminio, tornando a tematiche legate alla Seconda guerra mondiale come in Venti corpi nella neve. Di quel progetto resta solo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi in epitome; iniziando a documentarmi (con I medici nazisti di Robert J. Lifton) ho capito che i campi di sterminio erano un punto in una sequenza, una sequenza fatta di stragi ed eccidi che hanno messo in pratica teorie che vogliono che esista una razza superiore ad un’altra e individui superiori ad altri per puro diritto di nascita. Teorie che non solo non sono estinte, ma che sembrano pericolosamente in voga anche ai giorni nostri. Di questo ho scritto, vestendo il tutto di giallo, anche se Io sono lo straniero è molto più thriller rispetto al primo romanzo.

Dall’Appennino tosco- emiliano alle colline venete del Prosecco. Variano gli scenari ma la natura è sempre al centro delle tue ambientazioni, con i suoi tempi, i suoi riti, le sue stagioni. Ce ne vuoi parlare?

Le vicende di Io sono lo straniero seguono le fasi della vite, dai nomi molto evocativi: Dormienza, Taglio, Pianto (la vite piange, sì!), Allegagione, Invaiatura, Il giusto grado di maturazione. La vite è la pianta della vita, come dice il suo nome. La sua esistenza è un ciclo che parte da una situazione di dormienza, quasi morte, e lì ritorna dopo aver generato i proprio frutti. E’ quasi un augurio alle vittime del romanzo, che per loro si apra un nuovo ciclo, che la loro morte sia solo dormienza.

Forse per la centralità del ruolo della natura, per il tuo stile poetico ed evocativo, per la tua scrittura di stampo classifico, alcuni definiscono i tuoi romanzi “gialli letterari”, affermazione che sento di condividere, già dal primo romanzo e forse ancora più per questo. Ne sei consapevole? E’ un effetto voluto, o accidentale?

Ti ringrazio. Il mio sforzo è di creare storie italiane (non “all’italiana” eh!) scritte però con uno stile molto poco italiano. Scandinavo o anglosassone, direi. La mia ambizione sarebbe arrivare a un “punto zero” di scrittura, un testo in cui tutte le parole sono necessarie tanto che basta toglierne una per far crollare l’intera impalcatura narrativa. Ambizione, appunto… devo ancora bere molto prosecco prima di riuscirci!

L’anno scorso mi dicevi che consideri il tuo primo romanzo più noir, per la centralità della psicologia di Roberto Serra, e giallo per l’enigma di cui si cerca la soluzione. Mentre Io sono lo straniero è spiccatamente più thriller?

Sono parzialmente d’accordo con me stesso (è un buon risultato). A cose fatte, devo dire che la psicologia dei personaggi è meglio delineata in Io sono lo straniero. Venti corpi nella neve è più “giallo”, il meccanismo di scoperta del colpevole è più centrale. In Io sono lo straniero sono la storia e i personaggi i veri protagonisti. E tra i personaggi, ovviamente, anche le vittime. Certo è che questa seconda storia è più dura, più nera. Più thriller, come scrivi tu.

Se vogliamo per costruire le tue trame parti sempre da avvenimenti storici, gli eccidi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale per il precedente e l’eugenetica e gli esperimenti su cavie umane per Io sono lo straniero. Che ricerche hai fatto per questo ultimo romanzo?

Una dei momenti che più amo della scrittura è… quando non scrivo! La scoperta di avvenimenti, dettagli, storie che la documentazione sottostante ai miei romanzi mi obbliga a fare. Sono partito da Lifton, già citato. E ho scoperto che Stati considerati modelli di civiltà e di welfare come la Svezia hanno applicato operazioni di “pulizia” della razza fino alla fine del ventesimo secolo, realizzando sterilizzazioni coatte su soggetti considerati di tipo B, ovvero imperfetti quindi indegni di riprodursi.

Il tuo personaggio Roberto Serra, ora commissario capo dell’ufficio immigrazione a Treviso, già in Venti corpi nella neve era uno straniero, non solo nel senso di forestiero ma un estraneo alle regole del gioco, al di fuori dei meccanismi che regolano le consolidate regole sociali.

Roberto è irrecuperabile: si sentirebbe straniero anche in casa sua. Capita un po’ a tutti, no? E’ il senso del titolo il prima persona: Io sono lo straniero vorrei che lo pensasse ogni lettore o ogni curioso che prende in mano il volume. Siamo tutti stranieri, prima o poi. Lo straniero in letteratura, poi, ha una duplice funzione: riesce ad avere uno sguardo esterno al sistema di cui non fa parte perché non condizionato dalle dinamiche interne (anche se soffre di questa esclusione)… e per scoprire la seconda funzione bisogna leggere il romanzo!

A Case Rosse va per nascondersi, a Termine per trovare un equilibrio, una certa pace interiore, tramite le medicine che prende e il buon proposito di non lasciarsi coinvolgere nei guai. Naturalmente non ci riuscirà. Cosa lo spinge a rimettersi in gioco, a voler aiutare Francesca, (come ha già fatto in precedenza con Susana), nella ricerca di Elèna, la donna scomparsa che dà l’avvio all’indagine?

Inizialmente Roberto non vuole mettersi in gioco. Vive in una sorta di camera iperbarica in cui svolge un lavoro da burocrate e, grazie a misteriose “pillole magiche”, riesce a tenere sotto controllo la Danza – la forma di empatia estrema che lo porta a vedere e sentire la sofferenza delle vittime e l’odio degli assassini. Francesca, una ragazza magra, rabbiosa, è la straniera per lo straniero, il detonatore del mondo chiuso di Roberto. E’ la forza di Francesca – il personaggio che più amo nel romanzo – che riesce a risvegliare Roberto. Con conseguenze positive e negative… e molto, molto negative.

Razzismo, intolleranza, diffidenza verso gli stranieri, sono mali che non contagiano solo il ricco nord-est, ricco almeno fine a qualche anno fa, ora sembra che la crisi stia incidendo anche in quelle zone d’Italia. Quali mali vuoi maggiormente stigmatizzare nel tuo romanzo?

Vorrei che si smettesse di usare espressioni come “pulizia etnica” o che non s’invocassero soluzioni estreme appena uno straniero è coinvolto in episodi violenti. Il Nord Est è terra di contraddizioni, patria di estremismi beceri e, al contempo, la terra dove secondo la Caritas si registra la miglior integrazione tra italiani e stranieri. E’ di questo che volevo parlare nel romanzo.

Come è cambiato il tuo stile, come è cresciuto il tuo personaggio principale?

Venti corpi nella neve è tutto cuore (o “pancia”, se vuoi), Io sono lo straniero è testa e pancia. C’è tanto di me e del momento che stavo vivendo, dei luoghi dove abito da dodici anni e dove è nato mio figlio. Conosco meglio Roberto, ora. E ho imparato a volergli bene col tempo. Anche se non prenderei mai un caffè con lui.

Per rilassarsi Roberto cucina nel ristorante, ricavato nel chiostro di un vecchio monastero, dell’amico Alvise Dori. Anche tu ami cucinare? Quali sono i tuoi piatti preferiti?

Il modo di cucinare è l’unica caratteristica comune a me e Roberto. Entrambi “sentiamo i sapori nella testa”, non assaggiamo, non seguiamo le ricette. Apriamo frigorifero e dispensa e amalgamiamo, abbiniamo. I miei piatti preferiti? Quelli buoni, creati con ingredienti freschi e genuini. Poco conditi per far risaltare la qualità delle materie prime. Qualsiasi piatto che rispetti queste linee guida mi piace!

Molti tuoi lettori sono rimasti in un certo senso delusi, si aspettano sempre che il commissario Serra indaghi sulla morte dei suoi genitori, avvenimento scatenante anche della sua Danza. Succederà mai? O è un lato della sua vita che per ora vuoi tenere segreto?

Anche a me piacerebbe scoprire chi ha ucciso i genitori di Roberto. Credo che lui meriti di saperlo, davvero.

Ti hanno proposto di trasformare i tuoi romanzi in opere cinematografiche? Ci sono progetti in corso?

Un paio di case di produzione stanno leggendo i romanzi ma… nulla di concreto, sinora.

Insieme ad altri autori emiliani hai contribuito con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola. Ce ne vuoi parlare, sia del progetto benefico che del racconto?

E’ un progetto che mi sta molto a cuore. Quarantotto grandi autori emiliani (e poi ci sono io, siamo quarantanove in tutto) hanno donato un racconto per questa antologia. Da Benni a Guccini, dai compianti Edmondo Berselli, Roberto Roversi e Giuseppe Pederiali a Valerio Massimo Manfredi o Carlo Lucarelli fino a personaggi noti come Zucchero, Philippe Daverio o Vittorio Zucconi. La mia storia parla di natura feroce, quella della ritirata di Russia a quaranta sotto zero e quella che ha stravolto per sempre la Bassa emiliana. Ed è una storia di amicizia e di amore per l’Emilia.

Sempre l’anno scorso mi parlavi di un romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller, ma con al centro la brama di potere. Ce ne vuoi parlare? Progetti di pubblicazione?

E’ ancora lì che aspetta nel cassetto. Sono convinto che vedrà la luce, prima o poi. E che i lettori lo ameranno quanto lo amo io.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo. Certo che ti anticipo qualcosa: uscirà nel 2014. Ah dici che non è abbastanza? Diciamo che è ambientato nel 2001, in uno splendido mese di ottobre…

:: Segnalazione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

28 Maggio 2013 by

image001Dopo il successo del

Silenzio del ghiaccio
una nuova indagine di

Jane Rizzoli e Maura Isles

Tess Gerritsen
L’ultima vittima
Traduzione di Adria Tissoni

IN LIBRERIA 30 MAGGIO 2013

Teddy Clock ha solo 14 anni, ma è già sopravvissuto a due massacri. Due anni fa è stata sterminata la sua famiglia d’origine e ora una mano omicida gli ha portato via anche i genitori adottivi.
In evidente stato di shock, il ragazzino viene affidato a una struttura protetta, una sorta di college per il recupero dei giovani che hanno vissuto situazioni drammatiche. E qui giunge anche Jane Rizzoli, per cercare di fare chiarezza in quello che forse non è un semplice accanirsi beffardo del destino, ma un preciso ed efferatissimo piano di un sadico assassino…

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller: i suoi libri sono stati tradotti in 31 lingue con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.
«Mi piace, attraverso i miei thriller, fare paura alla gente, perché adoro il brivido. Mia madre mi ha letto, fin da quando ero piccola, storie spaventosissime. Che, non so perché, mi garantivano sonni sereni.» Tess Gerritsen, Grazia.

:: Recensione di La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione di Bepi Vigna (Arkadia, 2013)

28 Maggio 2013 by

storia-delle-storieNegli ultimi anni, se vogliamo essere più precisi dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è verificato un fenomeno curioso, ovvero il proliferare di corsi di scrittura creativa e di veri e propri manuali per cosiddetti autodidatti, che promettono o quanto meno indicano le strade da percorrere, ce ne è sempre più di una, per imparare a scrivere. Diffido molto di quelli che assicurano risultati eclatanti, ma non sono, né lo sono mai stata, contraria né a corsi nè ai manuali di scrittura creativa. Tutto dipende dall’insegnante e dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare con l’allievo. Certo ci sono corsi improvvisati, tenuti da gente più o meno preparata, che si arroga la qualifica di insegnate di scrittura creativa quando per esempio ha dato ben poca prova delle sue reali capacità narrative, o al contrario ci sono testi che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe leggere come per esempio On writing: Autobiografia di un mestiere di King. La curiosità penso sia la dote maggiore di uno scrittore e l’alimento più tonificante dell’intelligenza, e c’è sempre da imparare nella vita, anche a volte dagli errori propri o degli altri. Tornando ai manuali di scrittura creativa ne esistono di vario genere, dai semplici manuali che ti insegnano l’uso della punteggiatura, della grammatica, dello stile, più tecnici e a volte davvero utilissimi anche se di stampo puramente didattico e per alcuni versi portatori di insegnamenti opinabili o per lo meno soggettivi, ad altri più meramente discorsivi e aneddotici. A questo seconda categoria appartiene La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione dello scrittore e sceneggiatore Bepi Vigna pubblicato da Arkadia nella collana Paideia. Diciamolo subito non promette di trasformarvi in uno scrittore, né di darvi tutti gli strumenti necessari o di sviscerare con completezza tutte le tematiche, dissolvendo tutti i dubbi. E’ solo un saggio di circa 200 pagine, non brevissimo ma certo non definitivo o conclusivo, che delinea la storia della narrazione, partendo dalla nascita stessa del linguaggio in epoca preistorica, interessante la teoria formulata dall’autore su cosa ne ha determinato la scintilla, passando dai miti e da Omero e i tragediografi greci, per arrivare a Dante, alla nascita dei romanzi di avventura, fino agli sceneggiatori hollywoodiani dei giorni nostri. Nel corso della narrazione, arricchita da note e indicazioni bibliografiche, fitta di brani e citazioni che vanno dai canti dell’Iliade ad articoli di Pier Paolo Pasolini, con agilità e apparente leggerezza fa quello che ogni buon manuale di scrittura creativa dovrebbe fare, vi porta a familiarizzare con termini tecnici, spiegandovene il significato e gettando le basi delle regole e dei fondamenti della scrittura. Sentirete così citate parole come cliffhanger, climax, flashback, flashforward e arriverete a conoscere le otto regole del conflitto, regole che accomunano i tragediografi greci agli sceneggiatori hollywoodiani, che strano a  dirsi disseminano i colpi di scena che dovrebbero stupire lo spettatore più o meno alle pagine 25/30, 85/90,95/120, delle loro sceneggiature. Narrare storie che facciano immedesimare nei protagonisti, che insegnino possibilmente qualcosa, è sicuramente una delle esigenze più forti dell’uomo, e leggendo questo libro, si ha chiaramente la sensazione di quanto questo narrare sia indistinguibile dall’esigenza di tramandare il proprio sapere, le proprie conoscenze, il senso della propria vita. Già nella Bibbia Dio creò il mondo tramite la parola, la più necessaria forza creatrice che esista. Dio disse: “ Sia la luce”. E la luce fu. Non stupisce dunque la riflessione finale con cui l’autore chiude il saggio. Vi invito a leggerlo.

Bepi Vigna è scrittore, sceneggiatore, regista cinematografico, autore di fumetti, (Nathan Never e Legs Weaver per Sergio Bonelli Editore). È autore di diversi saggi, testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e cortometraggi.  Ha pubblicato anche vari romanzi, L’estate dei dischi volanti (Condaghes, 1997), La pietra antica (Condaghes, 1999), Si è fatto tardi (Aìsara, 2008) e numerosi racconti. Dirige a Cagliari il Centro Internazionale del fumetto.

La prefazione del libro è di Franciscu Sedda, docente di Semiotica preso le Università “La Sapienza” e “Tor Vergata” di Roma.