:: Segnalazione di Scatto matto di Vania Colasanti (Marsilio,2013)

28 marzo 2013 by

scacco mattoLa stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani

La storia del giornalista che “allegava” le sue immagini ai piccioni viaggiatori, facendole volare nel cielo.

Ancora agli inizi del Novecento, i giornali italiani erano soliti illustrare i fatti di cronaca più salienti grazie all’abilità di qualche disegnatore. Porry Pastorel, giovane cronista in erba, ebbe, nel 1906, l’audacia di proporre al direttore del Messaggero di poter sostituire il mezzo fotografico a matite e pennelli. In un periodo nero per la stampa italiana come l’epoca fascista, le foto scattate e pubblicate di Adolfo Porry-Pastorel rappresentavano veramente un baluardo di libertà. Egli contribuì a mostrare un volto inedito di Mussolini offrendo alla stampa estera il destro per una efficace satira politica. Sempre da un’angolazione originale e stravagante. Sempre in bilico tra dovere di cronaca e cura dell’immagine. Adolfo Porry-Pastorel ha immortalato in 9 milioni di click la storia del nostro Paese. Vania Colasanti, attraverso l’inedito materiale di famiglia e foto esclusive, ha ripercorso le tappe salienti della sua vita.

Vania Colasanti giornalista e autrice Rai. Dopo aver lavorato a «Paese Sera» e al «Venerdì di Repubblica», nel ’97 inizia la sua carriera di autrice televisiva. E dopo l’attività a Rai International e RaiDue, attualmente lavora per RaiTre nel programma Storie Maledette di Franca Leosini. Ha collaborato con «L’Espresso», «La Repubblica», le pagine romane del «Corriere della Sera», «Wimbledon», «Arte Mondadori» e la rivista letteraria «Storie». Tra le sue pubblicazioni, il libro di poesie Gioco di carte e Tutti i ponti a Roma. E nel 2011, sempre per Marsilio, l’autobiografi a Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato, sull’accettazione dei genitori e l’importanza della figura del padre.

www.vaniacolasanti.com

:: Recensione di Pazzo weekend di Roddy Doyle (Guanda, 2013) a cura di Michela Bortoletto

27 marzo 2013 by

NZOQuesta è una storia vera. Parla di uomini, calcio e bevute. Quindi è vera per forza.”

Comincia così Pazzo Weekend di uno degli autori irlandesi contemporanei più conosciuti al mondo. Roddy Doyle.
Pat, Dave e Ben sono amici d’infanzia e tifosi del Liverpool. Così tifosi da decidere di organizzare un weekend per assistere a una partita di campionato della loro squadra. Pat, Dave e Ben sono irlandesi, buoni irlandesi. E da buoni irlandesi la prima cosa che fanno appena scesi dall’aereo è quella di entrare in un pub. E qui cominciano i guai. Già perché improvvisamente Ben sparisce senza lasciare traccia. Comincia così un’affannosa ricerca da parte dei due amici rimasti. Affannosa forse è un po’ troppo. Diciamo che si mettono a cercare Ben nei pub e nei ristoranti di Liverpool accompagnati da due ragazze appena conosciute finché non decidono di andare comunque allo stadio: d’altra parte giocava il Liverpool e loro erano lì per quello!!
Ma i sensi di colpa sono più forti del calcio, della birra e del sesso e la ricerca di ben diventerà sempre più serrata fino ad arrivare a un inaspettato esito.
Pazzo weekend è un racconto brevissimo, che si legge in mezz’ora. Forse un po’ troppo breve. Già perché ti lascia con un po’ di amaro in bocca. Non fraintendetemi: il racconto è piacevolissimo, la vicenda divertente e drammatica al tempo stesso e i personaggi sono incredibili. Pat, Dave e Ben sono i tipici irlandesi che si possono incontrare girovagando per la splendida isola verde. Potrebbe capitare davvero di incontrarli in qualche pub, a me è successo! Ma appunto per questo mi sarebbe piaciuto che il racconto durasse un po’ di più. Avrei voluto passare più tempo con loro, seguire le loro gesta, ridere e piangere assieme a loro.
Roddy Doyle è il creatore di personaggi come Paddy Clarke e Henry Smart. Ci ha regalato storie affascinanti sull’Irlanda contemporanea e sulla sua storia passata. Attraverso i suoi romanzi ho conosciuto meglio un popolo che amo tanto. Roddy Doyle sa parlare d’Irlanda e della sua gente. Sa essere ironico, divertente e contemporaneamente tragico, ma mai triste: i suoi personaggi sanno sempre uscire dalle disgrazie con leggerezza e ironia. Roddy Doyle è un pezzo d’Irlanda ed  è forse per questo motivo che Pazzo Weekend mi ha  deluso un pochino, mi aspettavo di più. Traduzione di Silvia Piraccini.

:: Recensione di Imperium, Christian Kracht, Neri Pozza 2013 a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2013 by

imperium-christianImperium. Beh dimenticate l’antica Roma e fate un salto verso la fine del XIX secolo in Nuova Pomerania, il più o meno noto protettorato della Germania situato nell’arcipelago Bismarck. Anzi, a dire la verità il romanzo dello svizzero Kracht conduce il lettore sul Prinz Waldemar, il  moderno – per i tempi- piroscafo di tremila tonnellate pronto a solcare l’oceano Pacifico diretto a Sydney. Qui, come compagno di viaggio incontrerete  August Engelhardt, un giovane tedesco vegetariano e nudista diretto verso i mari del Sud con l’intento preciso di dare vita al suo progetto di società fondata solo ed esclusivamente sulla coltivazione e consumo del cocco. Il libro di Kracht è un biografia romanzata di Engelhardt e allo stesso tempo un libro di viaggio in un epoca e in mondi diversi e se devo essere sincera il modo in cui è scritto mi ha fatto venire in mente i libri di Jules Verne. Il protagonista di questa vicenda si allontana dalla Germania e dalla modernità per scovare nella sperduta Pomerania l’armonia e la pace del vivere che la società dei suoi tempi stava dimenticando, lascandosi travolgere da un imbarbarimento culturale e sociale dilagante. Engelhardt parte e ha le idee ben chiare: una volta giunto alla meta comprerà un appezzamento di terreno (in realtà sarà l’isolotto di Kabakon) per avviare la coltivazione di cocco e dar vita alla colonia di “coccovori”. Naturalmente il protagonista non sarà solo in questa avventura e non a caso tra le pagine di Imperium sfileranno altri personaggi che intrecceranno la loro esistenza e le loro idee con quelle del “re” del cocco. La cosa che stupisce è che il bisogno di ritorno ad un stile di vita puro, semplice e monoalimentare indurrà lo stesso Engelhardt a isolarsi sempre più dal resto del mondo – non a caso gli sporadici viaggi che l’uomo compirà gli lasceranno nell’animo un senso di profondo malessere, dovuto alla corruzione e povertà di valori umani che lui percepisce nel resto del globo terrestre- arrivando a compiere azioni drastiche (improvvisi scatti d’ira isterica e non solo) ripudiando contaminazioni dall’esterno e rifiutando la messa in discussione delle proprie idee. Un esempio concreto di questa atteggiamento di Engelhardt, che definirei simile a quello di un piccolo dittatore, è il progressivo incrinarsi delle relazioni con le personalità amministrative delle isole della Nuova Pomerania o ancora lo sfasciarsi della convivenza – solo in apparenza pacifica – con Halsey, Lützow e altre persone (pittori e artisti) che tentano di seguire il protagonista di Imperium nella sua estrema scelta di vita. Per la stesura di Imperium, Kracht si è ispirato alla vera figura di Engelhardt e nel romanzo ha raccontato l’evolversi e l’accartocciarsi su sé stesso di un percorso esistenziale i cui valori fondanti (alimentazione esclusiva con il cocco e i suoi derivati) sono stati portati all’esasperazione dal protagonista stesso. Imperium è un viaggio narrativo avventuroso e a tratti surreale, dove il lettore è portato dall’autore dentro alla vita di un uomo vegetariano e nudista. Dall’altra parte chi leggerà Imperium compirà anche un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta dell’Impero di Guglielmo II, delle sue colonie non proprio così necessarie e di quel contesto storico, sociale e culturale incapace di accettare una persona alternativa come August Engelhardt.In conclusione credo che l’ Imperium del titolo non si riferisca solo a quello dell’ ultimo imperatore tedesco, ma anche al piccolo regno creato dallo stesso Engelhardt, due entità così diverse per dimensione, ma allo stesso tempo uguali per il tracollo che le travolse. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Christian Ktacht è nato in Svizzera nel 1966. I suoi romanzi precedenti, Faserland (1995), 1979 (2001) e Ich werde hier im Sonnenschein und im Schatten (2008) sono stati tradotti in più di 25 lingue. Acclamato da critica e pubblico, al centro di accese dispute letterarie in Germania, Christian Kracht viene unanimemente considerato uno dei più importanti scrittori contemporanei in lingua tedesca. Imperium è stato il caso  letterario e uno dei libri più venduti in Germania nel 2012.

:: Segnalazione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

25 marzo 2013 by

Ancora-vivain libreria dal 28 marzo 2013

Una donna in gamba, una minaccia strisciante, voci che chiedono aiuto.
Troppe ragazze scomparse.
Per la gioia degli appassionati del brivido, arriva il decimo romanzo di Carlene Thompson.

Ancora viva
Carlene Thompson
traduzione di Silvia Viganò
le foglie, 448 pagine, 14,50 euro

Dov’è sparita Zoey quella lontana, strana sera dell’appuntamento al lago con un misterioso innamorato? Cosa c’è dietro la sparizione di altre ragazze di Black Willow in circostanze mai chiarite? E come mai Chyna Greer, ora che son passati tanti anni, quando torna in paese per sistemare le cose in famiglia dopo la morte della mamma, continua a sentire la voce di Zoey, un tempo sua amica per la pelle, che implora aiuto nei boschi?
Impossibile che si tratti solo di una allucinazione. Chyna, che è un bravissimo medico e possiede il dono di vedere  e sentire cose che gli altri non percepiscono, decide di andare a fondo.
Ma non è certo facile per lei e per Michelle, cane sensibile e intelligente, reggere il clima sempre più angosciante che stringe in una morsa Black Willow. Specialmente ora che un’altra ragazza è sparita, e più di una persona comincia a sospettare di Chyna. Ancora viva è un thriller psicologico che insinua molti dubbi
sul nostro modo di intendere la percezione, fa tremare le nostre certezze sugli amici migliori, su chi siano i ‘buoni’ e chi i ‘cattivi’: soprattutto ci lascia nel dubbio, fino all’ultimo, su chi sia il mostro di questa tranquilla cittadina del West Virginia.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani.
Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.

:: Un’ intervista con Anna Premoli a cura di Viviana Filippini

22 marzo 2013 by

premoliCiao Anna ben arrivata qui a Liberi di Scrivere che ne diresti di raccontarci qualcosa di te prima di parlare di Ti prego lasciati odiare. Che lavoro fai, i libri che hai preferito nella tua vita

Ciao a tutti. Sono nata in Croazia nel 1980 ma mi sono trasferita da bambina a Milano, per cui mi sento profondamente milanese. I miei studi sono stati decisamente di natura matematica: liceo scientifico prima e poi laurea in economia dei mercati finanziari alla Bocconi. Dal 2003 mi occupo di investimenti finanziari e da un bel po’ di anni lavoro al Private Banking di una banca privata. Sono felicissimamente sposata dal 2005 e ho un bambino di tre anni.

Quando è nata la tua passione per la scrittura e perché la definisci metodo “antistress”?

Sono da sempre una grandissima lettrice di libri di ogni genere, ma indubbiamente con il crescere delle mie responsabilità lavorative la lettura ha assunto nella mia vita il ruolo di valvola di sfogo. A un certo punto la mera lettura non mi è più bastata e ho provato a svagarmi mettendo per iscritto la storia che avrei voluto leggere.

Quanto la tua esperienza lavorativa ti ha influenzato nella scrittura della storia e nella creazione dei personaggi di Ti prego lasciati odiare?

Pochissimo: il contorno del mio romanzo è finanziario solo perché credo che sia importante scrivere di qualcosa che si conosce bene in modo da risultare credibili. Oggi la competizione si sente in qualsiasi settore, io ho semplicemente scelto quello a me vicino, ma senza entrare mai in dettagli troppo tecnici.

Il tuo romanzo è un concentrato di commedia romantica, di letteratura chick-lit, ma ha anche richiama alla struttura tradizionale del romanzo rosa. Detto questo quali sono gli autori o autrici del passato e del presente che ti hanno influenzato?

Ho letto talmente tanto che non saprei davvero da dove iniziare con le citazioni: di sicuro, parlando di rosa, devo molto ai grandi classici quali la Austen, le sorelle Bronte e la Gaskell (sarò impopolare, ma trovo che il suo Mr. Thornton sia molto meglio di Mr. Darcy). Ho poi letto tutto il meglio del genere regency attuale: consiglierei qualsiasi cosa sia stato scritto da Julia Quinn, Sarah MacLean, Lisa Kleypas e Lorella Chase. In un certo senso il mio libro è un regency in chiave moderna. Certo, ho anche letto tutti i libri chick-lit che ci fossero in circolazione: sono alla costante ricerca di testi che mi strappino una risata.

La scelta di ambientare la storia a Londra è legata ad una particolare motivazione?

Come dicevo sopra è stato un omaggio al regency tradizionale. Il mio libro è solo ambientato ai giorni nostri.

Jennifer e Ian, i due protagonisti, sono nati solo dalla fantasia o c’è qualcuno che te li ha ispirati?

Sono personaggi assolutamente inventati!

Ian è un nobile rampollo della nobiltà inglese, un vero e proprio “tombeur de famme”, mentre Jennifer è vegetariana, animalista convinta che crede molto nei propri ideali. La sfida nella quale i due si gettano a capofitto cosa determinerà nel loro modo di affrontare la vita?

Ho voluto giocare contrapponendo due mondi molto diversi per affrontare anche il tema dell’accettazione della diversità e del rispetto. Trovo che senza quello non ci sia vero amore.

Tra i due protagonisti c’è un forte competizione sul posto di lavoro, ma nella realtà lavorativa secondo te quanto è presente la concorrenza tra i due sessi?

La competizione si sente eccome in alcuni ambienti. Io sono stata molto fortunata nelle mie esperienze dirette, ma da quello che mi raccontano è un tema molto caldo.

A te è mai capitato di trovarti un una situazione come quella di Jennifer?

Mai. Sono sposatissima! E poi lavoro in un gruppo di persone splendide per cui davvero non ho dovuto subire quello che è capitato a Jennifer.

Quello che accade ai due colleghi protagonisti di lavoro sempre pronti ad ostacolarsi potrebbe essere la conferma del proverbio “chi disprezza ama”?

Sì, mi è rimasta molto impressa la poesia di Catullo quando ero ragazzina. E’ un tema che mi affascina quello dell’amore mischiato all’odio.

Jennifer e Stacy, sono due sorelle, come descriveresti il rapporto tra di loro?

Difficile, come capita spesso tra sorelle. Jennifer e Stacy sono due donne profondamente diverse che si amano molto ma non si capiscono mai appieno. Anche in questo caso trovo che l’accettazione sia l’unica regola corretta.

Tra i diversi personaggi presenti nella storia c’è qualcuno a cui sei più affezionata? Se sì chi è e perché lo apprezzi più degli altri?

La maggior parte delle lettrici mi ha riferito di aver amato in maniera quasi viscerale Ian. Io invece mi schiero con Jennifer, perché mi rendo conto di quanto le sia costato negli anni costruirsi quest’immagine da “dura”.

Ian è così spocchioso e insopportabile come sembra o in realtà il suo atteggiamento è determinato dallo status sociale d’origine?

Alla fine del libro si capisce bene che anche Ian si è costruito negli anni una corazza. L’immagine che mostra alle persone non corrisponde a quello che sente dentro. Chiaro, l’essere educati in un certo modo in parte lo ha influenzato, ma lui è bel oltre che un pedigree perfetto.

Gli eventi che investono i personaggi di Ti prego lasciati odiare sono la dimostrazione che non sempre le persone sono quello che sembrano?

Più che altro sono la dimostrazione che le persone spesso sono anche altro. Abbiamo tutti mille sfaccettature diverse e non sempre riusciamo ad esprimerci davvero.

Come hai fatto per il tuo primo romanzo (Come inciampare sul principe azzurro), anche Ti prego lasciati odiare è uscito prima in  versione e-book e poi cartacea. Cosa ha determinato questa scelta editoriale?

Mi sono sempre rifiutata di mandare i miei testi a qualche editore tradizionale perché la scrittura rappresentava per me solo un hobby. Qualcosa di mio da non divedere con gli altri. Ma mio marito ha ritenuto che ci fosse del potenziale nelle mie storie e alla fine, di fronte alle mie reticenze, ha deciso di pubblicarle tramite una piattaforma di self-publishing.

Il titolo è stato deciso da te o con la casa editrice?

I titoli sono tutti miei e sono quelli che avevo scelto originariamente per la piattaforma di auto-pubblicazione.

A chi hai fatto leggere per primo il tuo romanzo?

L’hanno letto solo in due prima che venisse pubblicato: mio marito e una mia carissima amica.

Se dovessi scegliere una colonna sonora da abbinare al tuo libro, quale sarebbe la musica o canzone ideale?

Non saprei davvero. Spero solo che Jenny e Ian al loro matrimonio abbiano preteso il Canone in re maggiore di Pachelbel!

Un’ultima domanda: sei già al lavoro con un altro libro? Se sì di cosa tratterà?

Continuo a scrivere ma senza scadenze e senza sforzarmi. Vedremo cosa ne verrà fuori, al momento è troppo presto.

:: Un’ intervista con Pier Francesco Liguori a cura di Elena Romanello

22 marzo 2013 by

anankeDopo Il custode delle reliquie, pubblicato sotto lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera, è arrivato in libreria il nuovo romanzo di P. F. Liguori, La stanza del naturalista, un altro giallo che affonda i suoi misteri nella Storia. Abbiamo chiesto all’autore qualcosa sui suoi due libri, atipici nel vasto mare del genere giallo e thriller nel nostro Paese.

Come sono nate le idee de “La stanza del naturalista” e de “Il custode delle reliquie”?

Sembrerà quanto meno strano, ma sia “La stanza del naturalista” che “Il custode delle reliquie” nascono da una pratica molto in uso nelle scuole elementari e medie di una quarantina d’anni fa, cioè la ricerca, che aveva lo scopo di stimolare gli studenti ad approfondire alcuni aspetti della storia e della cultura locali abituandoli all’uso di strumenti documentali che andavano ricercati nelle biblioteche pubbliche, tra monografie e stampa periodica. Inizierò con l’esempio de “Il custode delle reliquie”.    Ricordo che in terza media, i professori di storia e di storia dell’arte, di comune accordo, assegnarono a ciascuno degli studenti un monumento del passato su cui “indagare”, e a me fu assegnata la basilica francescana di S. Caterina d’Alessandria in Galatina, vicino a Lecce, uno splendido monumento gotico della fine del XIV secolo, inizi del XV, edificato su commissione dei feudatari del luogo, gli Enghien e gli Orsini-Del Balzo, di origine francese, fedeli agli Angioini che a quei tempi cingevano la corona del Regno di Napoli. Spulciando pubblicazioni e documenti d’archivio, scoprii che le famiglie che ho appena citato avevano ereditato i loro possedimenti da Gauthier VI de Brienne, anch’egli francese, Conte di Lecce, che aveva anche ereditato il titolo di Duca d’Atene e proprio con quel titolo era noto per aver ottenuto la signoria di Firenze, città da cui poi era stato scacciato. Gauthier de Brienne era poi morto nella battaglia di Poitiers  nel 1356.    Quello delle Crociate fu il periodo in cui le maggiori reliquie della cristianità – vere o false che fossero – vennero disperse, sottratte, vendute o nascoste. E mi stuzzicò la coincidenza di alcune date e di alcune località in cui i Brienne, a vario titolo, avevano vissuto ed esercitato il potere feudale. La Sindone di Torino, per esempio. Si sa che da Gerusalemme approdò a Costantinopoli, da cui poi sparì. Io ipotizzai al contrario che i Brienne, che guarda caso si trovavano a Gerusalemme, poi a Costantinopoli, quindi ad Atene e in Puglia, proprio in quegli anni bui della Sindone, potessero aver avuto a che fare con il sudario e con un’altra importante reliquia che poteva essere quella raffigurata nel famoso affresco intitolato “La  cacciata del Duca d’Atene” conservato a Firenze: una strana testa barbuta che qualcuno aveva identificato come i Bafometto dei “soliti” Templari, che a quell’epoca però erano stati già disciolti da un quarantennio. Che dire poi della ricomparsa della Sindone in Francia, a Lirey, nel 1353?    Gauthier de Brienne e Geoffroi de Charny, signore di Lirey, per l’appunto, si erano incontrati più volte in quegli anni, ed erano entrambi morti nella battaglia di Poitiers del 19 settembre 1356, il primo con la carica di Gran Conestabile, il secondo con quella di Gonfaloniere del re di Francia. E’ possibile che il Brienne avesse ceduto al de Charny una delle due reliquie di cui era il custode – la Sindone – ad avesse occultato la seconda in luogo segreto? E’ da questo che nasce il racconto de “Il custode delle reliquie”.

L’idea alla base de La stanza del naturalista nasce invece da una “ricerca” assegnatami ancor prima, in quinta elementare, che verteva sull’origine del nome di una delle strade della cittadina in cui vivevo, intitolata ad un tale Giovanni Camillo Giannotta.  Scoprii che si trattava di un medico, nato negli anni 80 del XVI secolo, che aveva studiato a Bologna e poi si era trasferito a Roma, dove era stato medico di alcune grandi famiglie romane e di un paio di papi. Giannotta era tornato infine nella sua città natale intorno al 1620, ed era morto ancora in giovane età.  Molti anni dopo mi ritornarono alla memoria quel nome e quelle date: il 25 aprile 2011 ricorreva infatti il IV centenario dell’adesione di Galileo Galilei all’Accademia dei Lincei, avvenuta nel 1611, per promuovere lo studio delle scienze “con metodo sperimentale” e di creare una rete di scambi culturali con gli studiosi dell’epoca. Mi balenò un’idea: possibile che il “mio” Giovanni Camillo Giannotta fosse entrato in contatto con quel gruppo di giovani entusiasti? In questa storia di segreti se ne inserisce un’altra, moderna, così che ancora una volta storia, mistero e delitto – quest’ultimo generato dalla sete di potere e dalla brama di denaro – ancora una volta si intreccino. Un moderno naturalista, che ha sacrificato alla scienza anche gli affetti e l’intera vita, un archeologo dal passato turbolento e un prete colto spesso dal dubbio, sveleranno l’antico segreto e, a rischio della propria vita, smaschereranno l’autore di alcuni efferati delitti che hanno segnato col sangue l’estate della tranquilla e sonnolenta vita di una cittadina di provincia.

Come mai la scelta di raccontare gialli anomali, tra misteri e indagini svolte da studiosi?

Sia “Il custode delle reliquie” che “La stanza del naturalista” affondano le radici nella storia passata, il primo nel XIV secolo e il secondo nel XIX con richiami al ‘600. Poi però l’avventura si trasferisce sempre nel presente ed i protagonisti, con il loro bagaglio personale di cultura svelano i segreti più riposti, dalla patina a volte soprannaturale. E non è raro comunque imbattersi in una storia in cui il giallo classico, deduttivo, nel quale il delitto è sempre ispirato dal sesso, dal denaro o dalla brama di potere, spesso combinati tra loro, e l’horror o il mistero si intrecciano. Possiamo trovare interessanti esempi sia nella letteratura italiana di genere che in quella anglosassone. Il commissario Ricciardi, protagonista dei gialli di Maurizio De Giovanni, ambientati a Napoli negli anni del Ventennio, “vede” i fantasmi delle vittime di delitti e di suicidi, colti nell’attimo estremo, che gli urlano frasi che contribuiranno a risolvere il caso. Oppure Preston e Child che condiscono di horror le loro storie ben radicate nell’archeologia e nelle religioni dei Nativi americani. Come ho già dichiarato in passato, non credo ai fantasmi, ma le storie di fantasmi mi piacciono tanto…

Perché la scelta di ambientare le vicende negli anni ’90?

Nonostante io sia, come tanti della mia età, un  “meticcio digitale”, abituato da tempo all’uso del web e della tecnologia più avanzata, ho scelto che i protagonisti delle mie storie fossero ancora legati, per la loro ricerca della verità, a più “romantici” – almeno per me – strumenti d’indagine, quali le biblioteche ed i libri cartacei. Ho scelto che interagissero tra loro in modo più diretto, senza telefoni cellulari, che pure negli anni ’90 iniziavano a comparire. I “nativi digitali” forse non capiranno questa mia esigenza…

Come vede il mercato della letteratura gialla in Italia?

Gli Italiani, si sa, leggono poco, ma quel poco credo sia orientato proprio verso la letteratura di genere e del genere giallo, in particolare.  Il mercato è comunque sommerso da valanghe di titoli per lo più stranieri, che seguono le mode – e gli interessi – delle grandi case editrici. Si è vista per esempio un’invasione di autori scandinavi che stanno contendendo il mercato a quelli d’oltre oceano. Qualcuno mi ha spiegato che queste ondate sono frutto di accordi tra stati per la promozione della cultura del proprio paese: le case editrici otterrebbero infatti grossi incentivi pubblicando quegli autori, indipendentemente dalle prospettive di vendita. Tradotto in soldoni: anche se il libro lo comprano in pochi io comunque ci ho guadagnato.

Quali sono i suoi maestri nel genere e non?

Arthur Conan Doyle è stato per me un maestro, senza dubbio. E non è il Conan Doyle di Sherlock Holmes, che pure è splendido, quello a cui mi riferisco, ma l’”altro”, legato al mondo del fantastico e del soprannaturale: Lot 249, The last of the legions and other tales of long ago, My friend the murderer and other mysteries, The lost world, The mystery of Sasassa Valley. Tra gli italiani ho sempre ammirato il Valerio Massimo Manfredi de L’oracolo mentre, nel panorama internazionale, la Fred Vargas del commissario Jean-Baptiste Adamsberg o degli Evangelisti, ma anche Katy Reichs con la sua Temperance Brennan (quella originale e non la caricatura della serie tv Bones), la cui attività di antropologa fisica non mi è nuova. Al contrario sono innumerevoli gli autori che non sopporto, ma che qui non nominerò e che fanno grande uso di macelleria fine a se stessa e di sesso esplicito sbattuto in faccia.

Prossimi progetti.

Per citare Fruttero & Lucentini sarà un “Enigma in luogo di mare”, un mistero che trae origine anche questa volta dal passato, ma che viene svelato ai nostri giorni… o quasi.

Pier Francesco Liguori (classe 1959) è nella vita un antropologo fisico che si occupa di archeologia e antropologia forensi applicate ai crimini di guerra.

:: Segnalazione di Carola di Barbara Garlaschelli (Frassinelli, 2013)

22 marzo 2013 by

carolaEcco il nuovo romanzo di Barbara Garlaschelli. La storia di Carola, dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra. Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.

La storia di Carola comincia in una bella estate del 1905, lungo lo specchio d’acqua ordinato del Naviglio, in un paese che si chiama Robecco. Sedici anni, una vita modesta ma felice, cullata nella pienezza degli affetti famigliari, scandita dalla laboriosa continuità del lavoro quotidiano: cucire e ricamare, con quelle mani d’oro, lavare i panni nel canale, prendersi cura dell’amatissima sorellina. Un’esistenza, quella di Carola, che sembra già tutta iscritta nel libro del destino. Eppure quel giorno d’estate del 1905, il libro si interrompe all’improvviso. Un tragico incidente, il tradimento dell’acqua che pareva amica, sconvolge Carola al punto da farla scappare lontano. A interrompere la sua fuga disperata è il canto stralunato di un bambino tutto occhi neri e nervi che la conduce al suo nuovo mondo: il carro degli scavalcamontagne, gli attori girovaghi che fanno teatro per il popolo. Carola si aggrappa a quella famiglia di vagabondi geniali, all’intesa immediata che la lega al bambino Leo, diventa parte della compagnia grazie alla sua abilità di sarta, e comincia a girare con loro per l’Italia. Fino a quando l’affetto di Leo non diventa qualcosa di più, qualcosa di esclusivo e furioso. L’amore di un adolescente. Indomabile. E lei deve andarsene. Dal teatro itinerante agli atelier parigini, dall’amore infuocato di un ragazzino a quello gentile di un borghese, dalla pace della campagna alla rabbia devastatrice della guerra, Carola non si arrende mai e percorre la sua strada, apparentemente tortuosa. Finché una sera, in un teatro di Parigi, la sua vita ha di nuovo una svolta inaspettata e travolgente.
Barbara Garlaschelli soffonde le pagine di una luce radiosa, quella dell’acqua che fa da leitmotiv al suo romanzo e nella quale si riflette la figura di Carola: una voce narrante ricca di sfumature che rivelano la profonda sensibilità della scrittrice verso i suoi personaggi e la sua coinvolgente passione per l’arte del teatro, qui raccontato in tutta la sua meravigliosa finzione e pure nella sua illuminante verità.

:: Recensione di Cuore di tigre a cura di Luca Crovi e Claudio Gallo (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

21 marzo 2013 by

coverimage.phpCurioso oltre che tragico il destino di Emilio Salgari: in vita fu uno stakanovista della penna, amatissimo da un vasto pubblico di ragazzi e anche di ragazze ma sfruttato dagli editori finché, sopraffatto da gravi problemi personali, si suicidò. Una volta morto ha saputo continuare ad essere amato da varie generazioni, non solo italiane, visto che tra i suoi fan ci sono Isabel Allende e Ernesto Che Guevara, anche se per i più giovani non è più tanto un autore di riferimento.
Le occasioni del centenario della sua morte (25 aprile 2011), del centocinquantenario della sua nascita (1862) e dei centotrentesimo compleanno di Sandokan (1883) sono state  buone per rispolverarlo presso i suoi comunque non pochi fan, ed accanto a convegni, riedizioni anche critiche delle sue opere, saggi, è uscita per Piemme Cuore di tigre, un’antologia di racconti omaggio ad Emilio Salgari di autori contemporanei curata dai due esperti Luca Crovi e Claudio Gallo.
Introdotti dal primo racconto di Salgari, I selvaggi della Papuasia, avventura ai confini del mondo, i racconti presentano variazioni sul tema dell’avventura, tra il piratesco classico, l’avventuroso, il fantascientifico, rivisitando atmosfere e creando seguiti e nuove avventure, a volte nostalgiche, per eroi come Sandokan, il Corsaro nero o Testa di Pietra, o portando l’autore nel mondo di oggi per un’ultima avventura, o omaggiando la propria passione personale, magari trasmessa da parenti e amici.
In antologia ci sono nomi di autori di romanzi tra l’avventuroso e lo storico di oggi come Marcello Simoni, Alfredo Colitto, Mino Milano, Marco Buticchi, Alan D. Altieri , e di autori che spaziano anche su generi come il thriller e il mainstream come Pino Cacucci, Wu Ming 5, Marco Malvaldi, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Piero Colaprico, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Alan D. Altieri, Luca di Fulvio.
I racconti riflettono lo spirito salgariano dell’avventura, tra omaggio e innovazione, e non fanno dimenticare di come Salgari abbia influenzato la narrativa di genere non solo nel nostro Paese, portando in luoghi e tempi lontani, raccontando la Storia e le storie partendo dagli ultimi e dai diversi, facendo di indiani, cinesi, giapponesi, nativi americani i suoi eroi, vestendo le ragazze da uomo decenni prima delle supereroine dei fumetti, creando intrecci che hanno influenzato l’immaginario anche di chi nella vita ha fatto altro che scrivere.
L’antologia Cuore di tigre è un must per ogni appassionato o appassionata di Salgari,che si ritroverà senz’altro anche nelle parole di introduzione in cui ogni autore racconta il suo rapporto con il papà di Sandokan e de Il corsaro nero. Un omaggio ad una grande passione, ma forse non un modo per trovare nuovi fan e lettori a Salgari, i cui libri sono comunque sempre disponibili in varie edizioni in libreria e biblioteca.
Ma se si è appassionati di Salgari il divertimento in questa antologia è assicurata: tra i vari racconti, tutti di interesse notevole, merita una segnalazione particolare l’originale e fantascientifico I pirati delle Twin Towers di Tullio Avoledo, in cui Sandokan e Yanez diventano viaggiatori nel tempo per scongiurare gli attentati dell’11 settembre, emblema di una ricerca di eroi e di un mondo migliore, tema fondamentale di tutte le storie di Salgari.

:: Looking for twin brother Jeno [Jolli], Auschwitz child survivor No.A7734

20 marzo 2013 by

brotherjolliLooking for Jolli – child survivor A7734 from Auschwitz, 4.5 years old at liberation. Born in 1940. Clues lead to possible adoption by a Christian family, then to the USA. Whatever name and location, his tattooed number is A7734. And his brother still hopes to meet him. Please help us by spreading the word. FamilyRoots2000@gmail.com

 

 

Menachen Bodner oggi ha 72 anni e vive in Israele, sta cercando il suo fratello gemello Jeno [Jolli] e per farlo ha aperto una pagina su Facebook http://www.facebook.com/pages/A7734/499971010060858 Se avete notizie potete contattarlo a questo indirizzo email. So che ho lettori da ogni parte del mondo e molti dagli Stati Uniti, se potete spargete la voce. Grazie.

:: Segnalazione di Apologia di uomini inutili, di Lorenzo Mazzoni (Edizioni La Gru, 2013)

19 marzo 2013 by

uomini inutiliin uscita ad aprile

«Con Apologia di uomini inutili, Lorenzo Mazzoni firma un’apocalisse fiammeggiante, una discesa nel maelstrom, sfoderando una scrittura spietata che scintilla come polvere di diamanti, illuminando le zone nere in cui alligna il male. L’autore ricostruisce una vera e propria topografia dell’orrore globale e mette in scena la miseria umana – quella del terrorismo e della violenza sulle donne – con la forza dirompente di un capocomico, figlio del demonio. Applaudo al suo coraggio e alla rabbia delle sue storie». MATTEO STRUKUL – scrittore

«Quasi se ne andasse in giro con sottobraccio una finestra che gli permetta di osservare e dare un senso alle azioni dei suoi personaggi, Lorenzo Mazzoni apre uno spaccato sul sociale raccontando una girandola di storie appassionanti. Vite reali e disincantate vi si intrecciano con lucida premeditazione per portare il lettore verso un destino al quale non potrà sfuggire. Dai tempi di Eric Ambler mancava un romanzo di denuncia così colto e appassionato. Una nuova, vibrante stagione della spy-story di denuncia, sullo sfondo di un Medio Oriente affascinante e letale». ENRICO PANDIANI – scrittore

«La letteratura non deve dare risposte, non deve consolare, né tantomeno esibire concetti di “giusto o sbagliato”. La letteratura deve raccontare la vita per quello che è, lasciando a essa il ruolo centrale. E così fa Lorenzo Mazzoni nel suo romanzo: lascia parlare il protagonista e la sua storia, lascia che le città e i loro angoli più bui scorrano tra le pagine, e nell’andare del romanzo affretta e velocizza gli avvenimenti, porta a un punto di rottura le esistenze dei protagonisti, giunge ai confini della follia umana, così da raccontare a fondo le abissali paure occidentali». MASSIMILIANO SANTAROSSA – scrittore

La strada era deserta. La solita strada che conosceva bene. L’ambiente era immutabile in quell’angolo di città. Era lui che era cambiato. Irrimediabilmente. Infilò le chiavi nel portone d’ingresso e lo aprì. Salendo le scale si accorse che le lacrime non erano così salate come i suoi ricordi infantili gli facevano credere. In quella notte farcita d’orrore perse la sua innocenza.

Apologia di uomini inutili affronta la caduta nel vortice della pazzia di un uomo qualunque. Un uomo come tanti, la cui unica vera azione attiva della sua vita, uccidere uno stupratore di bambine, lo porta a uno stravolgimento del suo equilibrio psichico.
Il romanzo, ambientato fra lo Yemen e l’Egitto, indaga nelle piaghe della società e si nutre di atti e pensieri folli e disumani. Tra atmosfere cupe, violenze, terrorismo e interessi di politica internazionale, Lorenzo Mazzoni ci offre una storia senza pietà, ignorando completamente l’ipotesi di un lieto fine standard, immergendosi in un viaggio senza ritorno nelle fragilità umane. Apologia di uomini inutili non è dunque una lettura d’evasione. È una lettura di liberazione, anche se dolorosa, perché pensare a tutto ciò che lasciamo accadere sotto i nostri occhi di occidentali può far male.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (fotografie di Marco Belli; edizione bilingue italiano/romeno; Lite Editions, 2012). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni) Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (2011; Premio Liberi di Scrivere Award) e Malatesta. La Tremarella (2012). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter” e “Torno Giovedì”. Collabora con “il Fatto Quotidiano”. Vive tra Milano e Istanbul.

Edizioni La Gru è una delle 14 case editrici italiane selezionate da Greenpeace per il progetto Scrittori per le foreste. Edizioni La Gru, ispirata alla figura di Neri Pozza e Leo Longanesi, combatte lo squallido sistema dell’editoria a pagamento.

:: Segnalazione: Il ritorno del commissario Sanantonio (EO, 2013)

18 marzo 2013 by

Sanantonio folder sing OK
E proprio in Svizzera, cari miei, comincia una di quelle svizzerate da far svizzerare persino un parigino super carrozzato e purosangue come il superbo e celeberrimo commissario Sanantonio
Frédéric Dard

Maggio 2013
Il ritorno del commissario Sanantonio
L’ inarrivabile maestro dello humour nella letteratura noir.
“Sanantonio ha dato una svolta all’evoluzione del giallo moderno” La Stampa
Traduzioni di Bruno Just Lazzari

Tornano in libreria per le Edizioni E/O le avventure del Commissario Sanantonio, per la prima volta nell’ordine voluto dall’autore: Per stavolta Don AntonioNespole come se piovesse e Obitorio per signore le prime uscite.
Frédéric Dard è stato un autore insuperabile, il più grande scrittore francese di gialli dopo Simenon, il meno ortodosso e, con oltre 300 romanzi sulle spalle, anche uno dei più prolifici. Sotto lo pseudonimo di Sanantonio la sua vena inesauribile ha dato vita a un mondo comico e tragico assieme, dove i territori del Noir francese più duro incontrano quelli della commedia.La saga del Commisario Sanantonio è senz’altro la sua opera più straordinaria: oltre 150 episodi, scritti fra il 1949 e il 2001. Una spumeggiante serie di avventure del poliziotto più strampalato e feroce della storia del giallo.
Ma Frédéric Dard non è stato solo un grande scrittore di gialli ma anche uno straordinario innovatore dello stile. Una lingua che pare un continuo fuoco d’artificio fatto di gerghi e neologismi, giochi di parole e calembour, ricco di quelle invenzioni che hanno rivoluzionato per sempre i canoni di un genere.

Frédéric Dard è un autore molto noto in Francia, soprattutto per la serie di polizieschi che ha per protagonista il commissario San-Antonio e il suo aiutante, Bérurier. Oltre 200 romanzi, scritti tra il 1949 e l’anno della sua morte, il 2000. In Italia la pubblicazione dei romanzi di Dard ha inizio nel 1970. Case editrici: Mondadori, Editrice Erre, Rosa & Nero, Le lettere. Ogni titolo pubblicato vanta un numero altissimo di ristampe. Film. Sceneggiati televisivi. Pièces teatrali. Nasce nel 1921 a Bourgoin-Jallieu, piccolo centro del dipartimento di Isère. Di famiglia modesta, il giovane Frédéric affronta senza alcun interesse gli studi commerciali presso le ècoles La Martinière a Lyon, dove nel frattempo la famiglia si è trasferita. Lo zio, portiere di notte alle Éditions du Lugdunum et du Mois, lo presenta al loro fondatore, Marcel E. Grancher. Siamo nel 1937. Frédéric ha 16 anni. Viene assunto come agente pubblicitario, per approdare poi al giornalismo. Pubblica il suo primo romanzo, La Peuchère, e alcuni racconti. Nel novembre del 1942 si sposa con Odette Damaisin, dalla quale avrà due figli (Patrice ed Elizabeth) e si trasferisce in un appartamento di rue Calas a Lyon. Per mantenere la famiglia scrive romanzi popolari e libri per ragazzi. Il suo nome varca i confini della sua regione. Influenzato fortemente dai narratori di noir americani (Faulkner, Steinbeck e, soprattutto, Peter Cheyney), si lega in particolare a George Simenon, che gli scriverà la prefazione di Au massacre mondain. Inizia a scrivere romanzi e li pubblica poi utilizzando numerosi pseudonimi: Maxell Beeting, Verne Goody, Wel Norton, Cornel Milk, solo per citarne alcuni. Negli anni ‘48-’50 arriva il successo. E’ del 1949 il romanzo Réglez-lui son compte!, dove appare per la prima volta il nome San-Antonio. In seguito al successo commerciale, Dard approda alle edizioni Fleuve noir, con le quali pubblicherà tutti i romanzi successivi. La notorietà non lo abbandonerà più. La sua vita familiare, però, non è altrettanto felice. Divorzia da Odette e si risposa nel 1968 con Françoise De Caro, figlia del fondatore delle Edizioni Fleuve Noir. Per sottrarsi al fisco francese, si trasferisce in Svizzera, seguendo l’esempio di molte celebrità: Henri Verneuil, Georges Simenon, Charles Aznavour tra gli altri. Nel 1975 dà alle stampe il libro Je le jure, firmato San-Antonio, in cui narra alcune circostanze della sua infanzia, dei suoi inizi, della sua famiglia e delle sue idee. Muore il 6 giugno del 2000 nella sua casa di Bonnefontaine, Svizzera.

Tratto da Wikipedia

:: La mia vita di Benedetto XVI Joseph Ratzinger (Edizioni San Paolo, 2013)

15 marzo 2013 by

benLa cristianità ha un nuovo papa, papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires, di antiche origini piemontesi, un papa che viene “dalla fine del mondo” come ha detto nelle sue prime parole pronunciate sulla finestra affacciata su Piazza San Pietro. Come non pensare quindi al suo predecessore papa Benedetto XVI che, con la sua rinuncia al pontificato, ha deciso di mettersi da parte per il bene della Chiesa, perché le sue forze fisiche e spirituali non gli consentivano più l’esercizio delle sue funzioni. Questa scelta decisamente inconsueta, sicuramente inaspettata, ha generato parecchie riflessioni. Molti libri si sono scritti e si stanno scrivendo in questi giorni sulle vere ragioni di questa rinuncia, prima di leggerli ho voluto conoscere meglio la figura di Benedetto XVI leggendo direttamente le sue parole contenute nella sua autobiografia, La mia vita, edito da Edizioni San Paolo, nella nuova edizione con l’aggiunta di un’appendice che ricostruisce gli anni dal 1978 al 2013. I proventi di tutti i libri di Joseph Ratzinger sono destinati alla fondazione vaticana “Joseph Ratzinger Benedetto XVI” che devolve gran parte dei diritti d’autore per l’aiuto dei più poveri. Joseph Ratzinger nacque in un piccolo paesino della Baviera, Marktl am Inn, il 16 aprile del 1926. Figlio di un gendarme, spiccatamente antinazista, e di una casalinga, visse la sua infanzia assieme ai fratelli Georg e Maria in una famiglia fortemente religiosa. La mia vita è un libro di ricordi, di un uomo che giunto ad un punto della sua vita, ripensa alla sua vita passata e ai punti salienti che l’hanno caratterizzata, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, affatto complicato da artifizi retorici o bizantinismi, seppure una certa eleganza stilistica emerge dalle pagine caratterizzate da una limpidezza intellettuale rigorosa e ferma. Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo e un insegnante, più legato al mondo universitario e allo studio che alla mera amministrazione del potere sia temporale che religioso, distinto da una spiccata autonomia intellettuale e un certo individualismo che gli causarono anche amarezze e difficoltà come racconta nel periodo in cui scrisse la sua tesi di dottorato, per un pelo rigettata dalla commissione esaminatrice. Amante della natura, sensibile e caratterizzato da una dolcezza e simpatia che difficilmente emergono dalla sua vita pubblica, molto solenne anche se umile. Tutto mi aspettavo tranne che fosse capace di ironia e sarcasmo, ma in alcune pagine spiccatamente polemiche con il nazismo, utilizza proprio l’ironia per demitizzarlo. La parte che mi interessava di più è infatti la narrazione del periodo in cui il nazismo era al potere in Germania e Ratzinger, con pacatezza e serenità, racconta il periodo di grave crisi, di disoccupazione, di incertezza in cui il suo paese visse e se anche più giovane dei suoi fratelli, comprese la gravità della situazione e visse sulla propria pelle la mancanza di libertà che si viveva in una dittatura in cui la fede religiosa era in un certo senso un modo per ribellarsi e opporsi ad un’ ideologia secolare nei fatti anticristiana e non solo antisemita, maturando una sorta di avversione per il Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. La sua fede in un certo senso gli diede il coraggio di rifiutarsi di aderire alle SS, definiti come una vera  e propria banda di criminali, quando anche molti lo fecero anche solo per paura. Durante la guerra fu arruolato come studente nella contraerea, fino al 10 settembre del 1944, quando raggiunse l’età del servizio militare, e ricevette la chiamata nel servizio lavorativo del Reich, fino alla caserma di fanteria di Traunstein, e per un caso non fu destinato al fronte. Dopo la morte di Hiltler la speranza che la fine della guerra fosse vicina accrebbe ma proprio questa speranza lo spinse a disertare, con il rischio di essere fucilato appena scoperto. Con l’arrivo degli americani, fu riconosciuto come soldato, costretto a indossare di nuovo la divisa e posto tra i prigionieri di guerra. Dopo la guerra, in una Germania bombardata e distrutta trovare libri era assai difficile ma la lettura di Dostoevskij, Bernanos, Muriac, oltre ai testi teologici, accompagnarono i suoi anni di formazione. Non amava lo sport, una certa timidezza rese i sui primi anni di vita comune con gli altri studenti quasi una tortura, ma la sua sete di conoscenza e la vocazione religiosa furono determinanti per le sue scelte future. Il 29 giugno del 1951 viene ordinato sacerdote assieme al fratello Georg, particolarmente portato per la musica. Dopo aver insegnato teologia per 25 anni il 25 marzo del 1977 viene nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga. Da questo momento la parte autobiografica finisce e la narrazione dei fatti è a cura di Giuliano Vigini: l’elezione a cardinale voluta da Paolo VI, e poi l’elezione a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voluta da Giovanni Paolo II. Poi il 19 aprile 2005, con il nome di Benedetto XVI, divenne papa fino alla rinuncia l’11 febbraio del 2013 per dedicarsi ad una vita di preghiera e di contemplazione. Ecco la parabola della vita di un uomo la cui fede ha senz’altro modificato le sue aspirazioni più profonde, mettendo quasi da parte se stesso per una vocazione al servizio, leggendo queste pagine mi sono accorta innanzitutto che un’unica esigenza ha caratterizzato il suo pontificato, riemerge infatti spesso l’esigenza di unità dei cristiani, e la sua ferma volontà nel perseguirla, e anche la coerente consapevolezza della sua debolezza, coscienza che l’ha addirittura portato al passo della rinuncia, atto che leggendo la sua biografia non sembra affatto straordinario e inspiegabile. Ora vivrà nel nascondimento i suoi ultimi anni, forse continuerà a scrivere testi teologici o dispenserà consigli, quello che è certo è che il suo pontificato seppur breve sarà ricordato come retto da un papa teologo, forse inadatto a far uscire la chiesa dal periodo di crisi che attraversa, ma capace di mettersi da parte e dare spazio ad altre forze, altre esigenze. A corollario degli scritti numerose foto in bianco e nero, molte provenienti dal suo archivio privato.