Saturnine è una giovane ragazza belga che insegna all’ École du Louvre. Vive sul divano-letto di una sua amica d’infanzia in un monolocale ben lontano dal centro.
Un giorno trova un annuncio su un giornale: “Cercasi coinquilina per una stanza di 40 metri quadri con bagno, accesso libero a una grande cucina attrezzata per un affitto di 500 €”.
Saturnine pensa ci sia un errore, ma la curiosità ha la meglio e si presenta al colloquio di selezione. Con suo grande stupore si accorge che oltre a lei sono presenti solo altre donne. Nessun uomo.
Saturnine scopre così che molte di loro sono lì solo per curiosità: si dice che il proprietario della grande casa abbia avuto in passato altre otto coinquiline, tutte misteriosamente sparite. Il mistero attorno al proprietario e alla scomparsa delle otto donne sono i motivi della presenza di così tante donne al colloquio. Solo Saturnine, che nulla sapeva, è lì perché vuole davvero quella stanza. E proprio Saturnine sarà la prescelta.
Saturnine incontra così il Grande di Spagna Don Elmirio Nibal Y Milcar, l’eccentrico proprietario della grande casa. Elmirio ha quarantaquattro anni e da ormai vent’anni non esce da quella casa. Passa la sua esistenza tra quelle mura cucinando, cucendo magnifici abiti per la coinquilina del momento, leggendo gli atti processuali del tribunale della Santa Inquisizione, e comprando indulgenze da un prete amico di famiglia.
Secondo il contratto d’affitto Saturnine ha la libertà di fare qualsiasi cosa e entrare in qualsiasi stanza della casa ad eccezione della camera oscura di Don Elmirio: “Non è chiusa a chiave, è una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe.”
Saturnine intuisce immediatamente che la camera oscura è il motivo della scomparsa delle precedenti otto donne e comincia a interrogarsi sulle parole pronunciate da Elmirio. Che il suo proprietario le abbia assassinate? Perché? Cosa nasconde nella camera oscura? E perché in casa non c’è nessuna foto nonostante Don Elmirio si professi fotografo?
Saturnine lascia da parte ogni dubbio: è intenzionata a vivere in quella casa e se non deve entrare in quella stanza allora non ci entrerà!
Comincia così un rapporto intenso e burrascoso tra Saturnine e Don Elmirio. I due imparano a conoscersi, a influenzarsi e persino ad amarsi in un loro modo tutto particolare, fino all’inaspettato epilogo finale.
Barbablù è un breve romanzo sulla tentazione. La tentazione di profanare un segreto, la tentazione di amare un uomo che potrebbe essere pericolsoso, la tentazione di diventare la sua nona vittima. La tentazione di essere l’unica donna a resistere. Ma è anche un romanzo d’amore. Di un amore impalpabile, di un amore fatto di parole, gesti e soprattutto di colori. E il finale della storia non è per nulla scontato.
In Barbablù sono presenti tutti gli elementi caratteristici dei romanzi di Amélie Nothomb: la brevità, l’incisività dei personaggi, l’essenzialità, le citazioni letterarie, una vicenda surreale attraverso la quale analizzare uno dei numerosi tratti di noi umani.
Seppur in poche pagine, Amèlie Nothomb riesce ancora una volta ad indagare a fondo l’animo umano regalandoci anche questa volta dei personaggi degni dei protagonisti dei grandi classici. La Nothomb è l’esempio di come un libro non debba avere per forza mille pagine per approfondire un particolare tema ed essere incisivo: poche decine di pagine sono sufficienti, se si ha il talento e il dono dell’essenzialità che ha lei. Una volta scoperto il mondo di Amèlie, non se ne può più fare a meno! Traduzione di Monica Capuani.
:: Recensione di Barbablù di Amélie Nothomb (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto
9 aprile 2013:: Recensione di La notte non dimentica, Pamela Hartshorne, Nord 2013 a cura di Viviana Filippini
5 aprile 2013
Il proverbio dice “una mela al giorno toglie il medico di torno”, ma credo che per Grace Trewe protagonista di La notte non dimentica, le mele siano l’ultimo frutto da prendere in considerazione per tenere alla larga i guai che la tormentano. Grace è appena approdata a York per occuparsi della casa lasciatele in eredità da Lucy morta tragicamente. Nel momento in cui la protagonista metterà piede nell’appartamento cominceranno a manifestarsi eventi strani che destabilizzeranno della sua già problematica esistenza. Grace comincerà a sentire delle voci, il suo olfatto percepirà un costante odore di mele marce e lo stesso frutto mezzo putrido le comparirà davanti agli occhi lasciandole un perenne senso di nausea e malessere ai quali non riesce a dare spiegazioni. Fossero solo queste le sue preoccupazioni Grace non avrebbe nulla da temere, ma il tutto peggiora quando oltre alle voci che chiamano di continuo una certa Bess, lei comincerà a fare strani sogni nei quali si troverà a vivere nei panni di una certa Hawise, nella città di York nel 1577. Il romanzo della Hartshorne ha un ritmo ben costruito e gioca sul labile confine tra passato e presente, dove la vita di Grace e quella di Hawise si compenetrano sino a diventare una sola. Grace rivive sulla propria pelle e nel proprio animo la drammatica vicenda esistenziale e le emozioni vissute da Hawise nella York elisabettiana. Le due donne sono lontane sì nel tempo, ma in comune hanno un profondo dolore causato dalla convinzione di non essere riuscite a salvare delle vite innocenti. Un senso di colpa che attraversa i secoli e che tormenta in modo ossessivo entrambe. Grace- Hawise o Hawise-Grace sono l’esempio del coraggio e della forza di volontà che si nasconde nell’animo femminile, quell’energia che le spingerà ad affrontare un destino avverso e pieno di insidie e che metterà a repentaglio la vita di entrambe e di coloro che le due donne amano. Allo stesso tempo la Hartshorne sviluppa, giocando sempre sul parallelismo tra presente e passato, una serie di tematiche che affondano le loro radici sul conflitto generazionale tra genitori e figli incarnato nel romanzo dallo scontro tra il razionale studioso di storia Drew e la figlia ribelle Sophie. E che dire della fine riflessione sul tema della manipolazione mentale attuata nei confronti di persone sensibili, in particolare questo emerge nel tempo presente dal viscerale interesse di Sophie per la setta guidata dallo pseudosantone Ash, un ex studente di Drew, che riesce a condizionare in maniera incisiva l’agire dell’adolescente mettendone a repentaglio la vita. Nel passato lo stesso tema è affrontato nel momento in cui le donne che attorniano Hawise – compresa la sorella Agnes – istigate dal malefico Francis, si convinceranno che la donna è l’incarnazione del maligno, dimostrando in questa maniera la loro completa ottusità mentale e incapacità di giudicare in libertà le persone. La simmetria tra l’oggi e lo ieri è molto forte anche tra i vari personaggi, perché è facile mettere in relazione gli attori della vicenda del presente con quelli che sono esistiti nella York del Cinquecento. La notte non dimentica è un romanzo avvincente e ricco di suspense, dove il coinvolgimento del lettore nella trama narrativa è così efficace che ad un certo punto non si riuscirà più a distinguere i sottili passaggi temporali tra il presente e il passato e allo stesso tempo la storia simbiotica tra Grace e Hawise evidenzia che imparando ad evitare gli errori del passato è possibile migliorare il presente. Traduzione di Paolo Falcone.
Pamela Hartshorne oggi vive a York, ma prima di approdare qui l’autrice ha viaggiato in tutto il mondo facendo i lavori più disparati: l’interprete in Camerun, l’insegnante d’inglese a Giacarta, e anche la cuoca in una fattoria australiana. Si è avvicinata la mondo della narrativa collaborando saltuariamente con l’«Observer», per pagarsi il Dottorato in Storia. Un passione quella per l scrittura che continua nel tempo come l’amore per la storia. La notte non dimentica è il suo primo pubblicato in Italia.
:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone
4 aprile 2013
L’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.
:: Recensione di Regina Nera di Matteo Strukul (EO, 2013)
3 aprile 2013
L’Alto Adige è uno stato dell’anima, ancor prima che un luogo.
Ma dietro questa calma apparente si nasconde un mondo duro e crudele. Fatto di lavoroche spezza la schiena, di tradizioni da preservare, ma anche dei fiumi di alcol che scorrono dentro i Gasthof la sera, di razzismo pronto ad esplodere, di masse di denaro che fluiscono nelle tasche dei residenti grazie agli affitti estivi e ai proventi della stagione invernale. La Provincia a statuto speciele foraggia gli altoatesini, incentiva gli albergatori e prospera grazie al turismo.
Guardare e non toccare.
Ma c’è anche una realtà per molti aspetti legata al passato, fatta di segherie e di distillati che bruciano la gola, di caccia al capriolo e raccolta di funghi. C’è ancora una vita governata da ritmi primitivi e sacri, i ritmi della natura. Sono sacche che resitono, nonostante la cortina di denaro che fodera tutto: l’Alto Adige ha ancora un cuore, perso da qualche parte.
Dopo due anni da La ballata di Mila, che aveva inaugurato nel 2011 la collana Sabot/age di EO, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, torna, sempre per la stessa collana, il personaggio creato da Matteo Strukul, Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, in un sequal dal titolo significativo Regina Nera – La giustizia di Mila e sembra ormai che questa fortunata trilogia sia destinata a varcare i confini nazionali e trovare fortuna dagli USA all’Australia passando per il Sudafrica, notizia che penso debba far felice non solo l’autore ma l’intero mondo editoriale nostrano, data la difficoltà congenita di farci conoscere all’estero, ancora di più in un genere come il pulp noir in cui i precursori e maestri incontrastati parlano inglese. Per chi ha già letto La ballata di Mila forse le ragioni di questo successo sono più comprensibili, ma analizziamole assieme, prima di parlare del secondo episodio della trilogia da me appena letto. Matteo Strukul influenzato da tutto un magma di letteratura, cinema, fumetto pulp ha creato innanzitutto un’ eroina decisamente non convenzionale, simile a tante eroine ormai classiche, da Lara Croft, a Nikita, da O-Ren Ishii a Sema Gokalp dell’Impero dei lupi di Grangè, ma identica a nessuna: Mila Zago ha infatti una sua propria identità definita e una sua iconica rappresentazione molto peculiare, già i suoi lunghi dreadlocks rossi di per sé servono allo scopo, che la caratterizzano rendendola umana e nello stesso tempo invincibile. L’aspetto onirico non è da sottovalutare e lo scardinamento della realtà e della logica – ricordiamoci che è sempre una ragazzina che armata di katana taglia teste e scorrazza per il Veneto o prende a pugni tizi nerboruti che dovrebbero a rigor di logica farne strazio – si accompagna ad un tentativo di sublimazione e di riscatto. Non dimentichiamoci che è un uomo che parla, un uomo che osserva le donne, si immedesima, fa sue le battaglie di emancipazione e liberazione che loro vivono. Soprattutto in questo secondo episodio la forza femminista è predominante. Una donna Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana, leader di un immaginario partito delle Donne, rimane vittima di un attentato, un uomo le spara riducendola in fin di vita e le rapisce la figlia Giulia. Cosa lega Laura Giozzet ad una donna ritrovata cadavere nella neve, brutalmente torturata e privata degli occhi? Mila Zago, incaricata dal BHEG di trovare la figlia scomparsa di Franz Rainer, lo scoprirà presto e la sua missione di giustizia la porterà a far chiarezza in tutta questa intricata faccenda e anche in se stessa. Tra politici corrotti, bande di bikers, musicisti heavy metal, fanatici di vecchi culti germanici, e tutta una fauna umana variegata e colorita, Mila Zago in compagnia della sua katana emerge come una vendicatrice coraggiosa e spietata, ma capace di gesti e sentimenti di grande umanità. La violenza iperrealistica delle scene di combattimento (scene curate da ogni angolatura, come se fossero fotogrammi di un film al rallentatore) sprigiona una carica vitale che infonde all’intera narrazione un ritmo anfetaminico e dilatato, come se di colpo la protagonista fosse catapultata in un caleidoscopio di suoni e colori dal quale esce trasfigurata. Sebbene il realismo spesso è posto in secondo piano, la componente di critica sociale che accomuna per esempio l’autore con Carlotto, e non mi stupisco che abbia scelto questo libro per la sua collana, è molto marcata e da spessore e profondità all’ intera vicenda non facendola debordare in una fracassona e rumorosa saga da Luna Park. Mila Zago è un personaggio con una sua profondità: ha sentimenti e ricordi, ha un passato doloroso che getta crepe nella sua corazza di eroina invincibile, è sexy e affascinante, coraggiosa e generosa, sa essere spietata e dura ma solo per un suo senso personale di giustizia che la connota come un’eroina positiva, non ostante tutto. Strukul sta affinando lo stile, e per esempio quando parla di musica emerge il suo passato di critico musicale con piacevoli descrizioni che si capisce sono fatte da un intenditore ed un appassionato. La scrittura è diretta, veloce, frasi brevi, accelerazioni improvvise e vertiginose ricadute. Consigliato.
:: Segnalazione di Un uomo da marciapiede di James Leo Herlihy (Beat, 2013)
2 aprile 2013
James Leo Herlihy
Un uomo da marciapiede
Traduzione di Andreina Lombardi Bom
Una potentissima storia di solitudine esistenziale e perdita dell’innocenza nell’America degli anni Sessanta.
«Un romanzo che si muove con il fascino irresistibile di un serpente a sonagli».
Sunday Times
«James Leo Herlihy scrive con un’ironia tagliente che Steinbeck ormai ha perso, con autentica indignazione verso le umiliazioni dello spirito umano».
Nelson Algren
«Una storia agghiacciante, raccontata con grandissima maestria».
The Saturday Review
«La prosa è sia durissima che piena di fantasia. I dialoghi sono impeccabili».
The New York Review of Books
Quando nel 1969 John Schlesinger portò sul grande schermo la storia del giovane texano Joe Buck, aspirante cowboy che si trasferisce nella grande metropoli sperando di fare fortuna come gigolò, e del suo compagno, il vagabondo Rizzo che vive di espedienti, le interpretazioni indimenticabili di Jon Voight e Dustin Hoffman confermarono la straordinaria potenza del romanzo, uscito quattro anni prima, che aveva ispirato il film. Lo strepitoso successo della pellicola (vincitrice di tre premi Oscar, come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale – caso unico nella storia del cinema, per un un’opera vietata ai minori di 18 anni) ha trasformato il romanzo in un vero e proprio libro di culto.
Le disavventure rocambolesche e drammatiche dei due protagonisti si susseguono nella New York degli anni Sessanta fra alberghi squallidi e appartamenti lussuosi, ragazzi di vita e signore viziose, predicatori strampalati e pseudo artisti pop, ma soprattutto una galleria di personaggi lacerati più o meno consapevolmente da una solitudine feroce.
La rappresentazione arguta e compassionevole di un mondo popolato di outsider si affianca a una penetrante e poetica comprensione del «grottesco umano», per la quale Herlihy è stato accostato ad autori come Sherwood Anderson, Nathanael West e J.D. Salinger.
James Leo Herlihy (1927-1993) è stato scrittore, drammaturgo, attore e regista. Oltre a Un uomo da marciapiede (1965) ha scritto altri due romanzi ( E il vento disperse la nebbia, 1960, e Season of the Witch, 1971) e due raccolte di racconti.
:: Segnalazione di Ogni cosa a suo tempo di Michail Gorbacëv (Marsilio, 2013)
2 aprile 2013
Michail Gorbacëv
Ogni cosa a suo tempo
Storia della mia vita
I Nodi
Marsilio
traduzione e cura di Nadia Cigognini
traduzione e cura di Francesca Gori
All’indomani della morte della moglie, l’amata Raisa, Michail Gorbacev decide di scrivere un libro. Non sarà un libro di memorie, né un romanzo e neppure una cronaca storica. Nelle parole dell’autore: «è il racconto della nostra vita».
Nasce cosi questa autobiografia, che dall’infanzia nel cuore del Caucaso lo vede giungere ai vertici della politica mondiale, fino alle dimissioni nel 1991 e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Sull’onda dei ricordi, Gorbacëv ripercorre con onestà e schiettezza la propria vita. Insieme alle vicende private – prima tra tutte l’amore per Raisa, che va oltre la vita – vi si ritrovano gli avvenimenti, i protagonisti e le svolte epocali che ne hanno segnato la carriera, a cui si accompagnano insoliten riflessioni sulla politica e il ruolo del destino, rivelando tutte le difficolta e gli errori di un uomo alla prova della storia.
Alla fine di questo percorso non si puo non concordare sul giudizio che del libro dà lo stesso Gorbacëv: «ho l’impressione di essere riuscito a raccontare in modo esauriente la storia della mia vita. In un certo senso è una sorta di risposta alla domanda su come abbiano potuto prodursi certe situazioni; le quali, alla fine, sono risultate determinanti per il mio destino politico».
Michail Gorbacëv (2 marzo 1931) è stato l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) dal 1985 al 1991, animatore dei processi di riforma legati alla perestrojka. La sua politica e stata decisiva per porre fine alla guerra fredda. Nel 1990 è stato insignito del premio Nobel per la pace. È stato sposato con Raisa Maksimovna Gorbacëva, scomparsa nel 1999.
:: Recensione di Niente è come sembra di Tommaso Carbone (Rusconi Libri, 2012)
1 aprile 2013
Ispirato ad un fatto di cronaca, la morte di Luca e Marirosa, avvenuta più di vent’ani fa a Policoro in provincia di Matera, Niente è come sembra, nuovo romanzo di Tommaso Carbone, pubblicato da Rusconi Libri nella collana “Gialli Rusconi” diretta dallo scrittore viareggino Divier Nelli, è un giallo con venature noir e un buono sfondo sociale, ben costruito e originale per ambientazione e stile. La Basilicata è decisamente uno scenario insolito per un giallo, e a dire la verità lo è anche per un romanzo di per sé, ed è perciò piacevole scoprire i suoi angoli più remoti, i piatti tipici, i vini, il tutto caratterizzato da un gusto un po’ vintage che fa rivivere la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con spruzzate realistiche di vita quotidiana che vanno dalle marche di sigarette, ai programmi televisivi, alle automobili, con una gran cura per i dettagli. Lo stile è semplice, diretto, caratterizzato da dialoghi essenziali e quasi prevalenti sulla parte descrittiva, molto scerbanenchiano e come non pensare a Duca Lamberti, molto simile al suo protagonista. Niente è come sembra è una storia di coperture e depistaggi, una storia in cui la verità sembra una vittima altrettanto inerme quanto i due ragazzi uccisi, Miriam e Francesco, ritrovati morti in bagno una notte del 1989. Frettolosamente classificata come un incidente domestico, la loro morte sembra nascondere qualcosa di oscuro e minaccioso e dubbi e interrogativi si insinuano nella mente specialmente della madre di Francesco. Ma soprattutto perché non è stata effettuata l’autopsia sui due corpi, perché la deposizione di una testimone che aveva visto tre uomini davanti alla loro casa all’ora presunta della loro morte non è stata presa in debita considerazione, perché i giornalisti che non accettavano la verità precostituita e nei loro articoli azzardavano dubbi o evidenziavano incongruenze subivano minacce e ritorsioni? Troppe perizie lacunose e contraddittorie, troppa fretta, troppa improvvisazione per essere dettata da semplice incapacità umana e non invece da una reale volontà di intralciare la giustizia. Sei anni dopo la loro morte, la madre di Francesco decide di rivolgersi ad un investigatore privato e così entra in scena il protagonista: Max Ferretti, ex poliziotto, con un passato doloroso alle spalle, e una situazione difficile anche nel presente. In crisi con la moglie, con un rapporto conflittuale con il figlio adolescente, in difficoltà finanziarie, pensa di chiudere la sua agenzia investigativa ma quel caso lo incuriosisce e sebbene da principio non sa se accettarlo o meno, non ostante gli servano i soldi, poi ne viene assorbito e la scoperta della verità diventa per lui quasi una ragione di riscatto, una necessità. Aiutato da Gaia la sua giovane assistente, si getta a capofitto in un’ indagine difficile e pericolosa in cui ben presto si accorge che gli interessi in gioco coinvolgono gente potente e spietata, gente che può manovrare e corrompere, indurre all’omertà e minacciare, pronta a tutto pur di restare pulita davanti alla legge. Quale è il segreto che Miriam custodiva e del quale per vergogna o paura non riuscì a parlarne neanche alla sua migliore amica, segreto di cui Miriam fa cenno in una lettera al fidanzato Francesco? E il passato della ragazza caratterizzato da droga e storie di sesso con persone equivoche come l’egoista figlio di papà Rino Pelliti, o l’avvocato Pascale, può essere il terreno in cui scavare per disseppellire la verità? Poi qualcuno che non ha più niente da perdere, per vendetta, rompe il muro di omertà e racconta a Ferretti la sua verità. Credergli o no? Amaro il finale.
:: Recensione di I quaderni di Lanzarote, Josè Saramago, Einaudi 2010 a cura di Viviana Filippini
1 aprile 2013
Quando Saramago scrisse questi quaderni non sapeva che di lì a poco tempo (per la precisione nel 1998) gli avrebbero consegnato il Premio Nobel per la letteratura, ma dentro a questi scritti c’è la sua vita a Lanzarote e tutta la sua anima di uomo e scrittore. Gli anni di stesura dei Quaderni vanno dal 1993 al 1997, periodo durante il quale Saramago si trasferì in un sorta di vero e proprio autoesilio sull’isola di Lanzarote a causa dello scandalo suscitato dal suo libro Vangelo secondo Gesù Cristo. Queste lettere – e qui il curatore Paolo Collo ne ha scelte solo alcune tra le migliaia che Saramago scrisse in 4 anni di permanenza sull’isola- sono un vero e proprio diario quotidiano che permette al lettore di conoscere Saramago non solo come letterato, ma come uomo privato. Le lettere sono divise in diari corrispondenti agli anni di permanenza sull’isola e sono dedicati sempre a qualcuno: alla moglie Pilar, agli amici più cari e agli scrittori che Saramago incontrò nel suo cammino di vita. Ed ecco che leggendo questi quaderni intimi, incontriamo un Josè Saramago quotidiano alle prese con la tinteggiatura artigianale delle fughe del pavimento dipinte con un’infusione di te. Un piccolo gesto quotidiano che a tratti potrebbe sembrare anche banale, ma che al suo termine lascerà nell’animo dello scrittore un profondo senso di pace e tranquillità. Da non scordare la passione dell’autore per gli amici a quattro zampe, un affetto così grande che molti cani senza padrone videro in Saramago la persona ideale alla quale affidarsi per sopravvivere. L’autore animato da un profondo bene per gli animali non fece altro che accogliere a braccia aperte i tanti trovatelli che si avvicinavano alla sua casa. Esemplare anche il rapporto e la presenza di Pilar,non una semplice compagna di vita (diventerà sua moglie nel 1998), ma un’ amica e una fidata confidente nella quale lo scrittore trovava conforto e sostegno. I diari sono una fucina di elementi dove si trova di tutto di Saramago, perché è lo scrittore stesso che racconta in parole il suo vivere. Ci sono riflessioni sui propri libri, sul loro processo di scrittura e sulla ricerca delle informazioni e del materiale necessario alla loro stesura. Allo stesso tempo sono presenti i tanti aneddoti e piccoli eventi della vita di ogni giorno che hanno infuso nell’autore la vocazione per la scrittura, a dimostrazione del fatto che l’ispirazione a volte arriva non solo quando meno te lo aspetti, ma può essere fomentata dalla cosa più semplice. Saramago racconta davvero tutto sé stesso, mettendo in queste lettere gli incontri con altri scrittori, le interviste con colleghi e giornalisti e i tanti viaggi da lui svolti per la presentazione dei suoi libri e le tante conferenze tenute in giro per il globo. Dalla Spagna, all’Inghilterra, facendo tappa in Cina e in Italia, Saramago ha incontrato persone e incamerato tante emozioni che hanno influenzato la sua persona e il suo lavoro di scrittura. Una della altre cose che è emerge dai Quaderni e che evidenzia quanto sia sottile il confine tra diverse forme di arte, è il parallelismo attuato tra i suoi scritti e le opere pittori da lui osservate durante le diverse escursioni fuori da Lanzarote. A fare da cornice a questi Quaderni c’è lei, l’isola di Lanzarote con il suo paesaggio, la sua natura, la sua brezza e con quei colori che rendono e rispecchiano il senso di pace e tranquillità del vivere trovato da Saramago in questa terra. Traduzione Rita Desti. A cura di Paolo Collo.
José de Sousa Saramago è stato uno scrittore, un critico letterario, un poeta, un drammaturgo e giornalista portoghese, premiato con il Nobel per la letteratura nel 1998. Dopo anni passati a lavorare come giornalista e critico. Il successo in ambito narrativo arrivò nel 1982 con Memoriale del convento e negli anni a seguire Saramago scrisse molti altri libri di successo tra i quali: Caino, L’anno della morte di Ricardo Reis, Una terra chiamata Alentejo, Storie dell’assedio di Lisbona, Saggio sulla lucidità, Lucernari e Il vangelo secondo Gesù Cristo editi da Einaudi e Feltrinelli. Saramago morto il 18 giugno 2010, ricevette il premio Nobel alla letteratura nel 1998.
:: Segnalazione di Una ragione per morire di Lee Child (Longanesi, 2013)
30 marzo 2013
In libreria dall’ 11 aprile
Una ragione per morire
Lee Child
Traduzione di Adria Tissoni
Longanesi
Nei territori selvaggi del Nebraska c’è un brutto pasticcio e Reacher ci finisce dentro in pieno. Entra in conflitto con i Duncan, un clan locale che terrorizza l’intera contea soggiogandone gli abitanti. Ma è soprattutto il caso irrisolto della scomparsa di una bambina di otto anni, risalente a un paio di decenni prima, a tormentarlo. Pesto e malconcio, avrebbe dovuto semplicemente continuare per la sua strada, ma per Reacher questo è impossibile. Per che cosa varrebbe la pena di morire in una contea agricola stretta nella morsa del terrore?
Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». I titoli di Child in edizione Longanesi: Destinazione inferno, Trappola mortale, Via di fuga, Colpo Secco, Il nemico, A prova di killer, La vittima designata, Vendetta a freddo, Niente da perdere, I dodici segni, L’ora decisiva e La Prova decisiva. Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com
:: Segnalazione di Morte e vita di Bobby Z. di Don Winslow (Einaudi, 2013)
30 marzo 2013
Dal 23 aprile
Morte e vita di Bobby Z.
The death and life of Bobby Z.
Don Winslow
Traduzione di Alfredo Colitto
Editore Einaudi,
Stile libero big 2013
350 pagine 18 €
Quando Tim Kearney, ex marine congedato con disonore e piccolo criminale, taglia la gola a un Hell’s Angel e si ritrova a San Quentin, dove i compagni del morto non aspettano altro che di potersi vendicare, non ha alternative se non accettare la proposta di un agente della DEA: impersonare Bobby Z., un leggendario, potentissimo trafficante di marijuana morto recentemente per infarto, data la rassomiglianza impressionante e farsi consegnare a un boss del narcotraffico messicano che tiene prigioniero un altro agente della DEA. Lo scambio di prigionieri avviene regolarmente, ma nel bunker di Don Huertero Tim troverà molto più di quello che aveva immaginato: soprattutto, una ragione per rischiare tutto e forse ricominciare a vivere…
Un Wislow d’annata dunque del 1997, già uscito per Rizzoli con il titolo La leggenda di Bobby Z. con traduzione di A. Biavasco e V. Guani, ritradotto da Alfredo Colitto per Einaudi. Esiste anche un film di John Herzfeld del 2007 con Paul Walker e Laurence Fishburne dal titolo Bobby Z – Il signore della droga.
Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve.
:: Un’ intervista con Chris Pavone
28 marzo 2013
Ciao Chris. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te: ghost-writer, editor, scrittore. Chi è Chris Pavone? Punti di forza e di debolezza.
Per più di vent’anni ho lavorato svolgendo vari ruoli nella editoria, quindi credo che il mio punto di forza sia la mia familiarità con il business legato al libro. Ma il perché non abbia fatto un’ altra professione è anche la mia debolezza: c’è ben poco che so fare d’altro che lavorare con i libri. Anche se sono anche un cuoco passabile.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono nato e cresciuto a New York City, e fatta eccezione per i 4 anni di università, – ho studiato American government – ho vissuto in città per 40 anni consecutivi, prima di trasferirmi in Lussemburgo, dove è ambientato Il Sospetto. Quando ero bambino con la mia famiglia abbiamo trascorso ogni estate in Messico e Guatemala, e da adulto ho viaggiato moltissimo, in modo che posso dire di aver visto qualcosa del mondo. Ma è stato scioccante vivere realmente da qualche altra parte.
Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?
Non riesco a ricordare quando esattamente ho sviluppato il desiderio di scrivere un romanzo; in realtà è da sempre. Ma avendo lavori a tempo pieno non ne ho avuto materialmente il tempo fino a quando ci siamo trasferiti all’estero, l’ abbiamo fatto per il lavoro di mia moglie, e da allora non sono più andato in un ufficio.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?
Quando ho ritenuto che il manoscritto fosse completo, l’ho mandato ad un agente letterario, una persona che conosco da vent’anni. Ha accettato di rappresentare il libro, e mi ha chiesto di fare un po’ di revisioni. Una volta che la revisione è stata completata, ha presentato il progetto a quindici editori, e ha ricevuto un’offerta da Crown due giorni dopo. Non ho mai sentito che sia stato respinto da qualcuno in quel breve lasso di tempo, e non sono andato alla ricerca di brutte notizie quando ne avevo una buona.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
Penso che gli scrittori migliori siano prima di tutto consapevoli. Fanno in modo che ogni parola in ogni frase abbia uno scopo, e sono in grado di realizzare qualcosa, sia che si tratti di un avanzamento della trama, o di un aumento di tensione, o dello sviluppo di un personaggio, o della creazione di un’ atmosfera. Non riempiono solo lo spazio.
The Expats, uscito in Italia con il titolo Il Sospetto, e tradotto da Alfredo Colitto, è una sorta di spy story. Cosa ti ha ispirato a scrivere questo romanzo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Nel 2008-9 ero un coniuge espatriato, nel senso che mi ero trasferito all’estero per il lavoro di mia moglie. Dopo aver trascorso la mia intera vita adulta facendo l’ editor, ora ero in primo luogo un genitore, e un uomo che faceva i lavori domestici, e un cuoco. Mi annoiavo. Dopo aver vissuto un anno di questa vita in Lussemburgo, decisi che era il momento di scrivere un romanzo sulla mia esperienza. Ho aperto un nuovo documento di elaborazione testi, e digitato il titolo sulla prima pagina, e ho cominciato a scrivere.
Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?
Una donna americana si trasferisce all’estero con la sua famiglia, e trova che nessuno nella sua nuova vita sia quello che sta facendo finta di essere. Scopre che ci sono spie, e doppi giochi, e una quantità enorme di denaro rubato, tutto nascosto in una vita da espatriati altrimenti tranquilla. E lei non è chi finge di essere.
Puoi dirci un po’ di più dei tuoi protagonisti principali?
Kate Moore è una persona che ha trascorso quasi vent’anni in funzione della sua carriera. Poi, all’improvviso, nella mezza età si trova senza una carriera, di colpo diventata semplicemente una casalinga, una moglie, un genitore. (Esattamente quello che è successo a me!) La trama si evolve dalla sua insoddisfazione per questa nuova vita.
Quale è o sono le tue scene preferite in Il Sospetto?
Il Sospetto è un thriller di spionaggio, con un alto livello di tensione che si sviluppa nel corso della storia, e spero che il libro sia soddisfacente da questo punto di vista. Ma è anche un libro su un matrimonio, e sul trasferirsi all’estero, e stare a casa con i bambini, cioè un libro sulla vita reale, e su quello che ho vissuto. Quindi, anche se mi piacciono molto le scene più spiccatamente di spionaggio, le indagini, gli inseguimenti etc… le mie parti preferite del libro sono i dialoghi domestici molto realistici, e le scene di viaggio.
In Il Sospetto quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?
Il personaggio più semplice da creare è stata la protagonista, Kate Moore, perché le nostre vite sono molto simili, nonostante le nostre differenze di genere. E il personaggio più difficile è stato il marito Dexter, perché è il personaggio che deve mantenere il segreto più a lungo nel racconto.
Quanto tempo ci hai messo a scrivere Il Sospetto?
La prima stesura ha richiesto sei mesi. Poi altri nove mesi per le revisioni. La prima parte è stata decisamente più piacevole, ma la seconda parte è anche essenziale.
Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo?
Lascio i miei figli a scuola alle 8:45 e proseguo a piedi fino ad un club privato, dove arrivo quasi esattamente alle 9:00 ogni mattina. Posiziono il mio computer portatile e ordino una tazza di caffè, e inizio a lavorare immediatamente: niente navigazione sul web o Facebook o telefonate, con o senza cuffie. Il club è sempre pieno di gente, come la hall di un hotel alla moda, con le persone che vanno e vengono tutto il giorno, e il personale che serve cibo e bevande, e musica in sottofondo. Tutto questo mi aiuta a concentrarmi invece di distrarmi: è in una stanza tranquilla, in una casa, che non riesco a realizzare nulla. Lavoro fino a che non sono a corto di energia o ho fame, anche se tendo a non voler mangiare al club. Allora di solito vado a mangiare da qualche altra parte tra mezzogiorno e l’ 1:00, e faccio altre cose fino a quando è il momento di raccogliere i miei figli di nuovo alle 3:00.
Progetti di film tratti dal tuo libro?
La CBS Films ha tenuto un’opzione per due anni, e credo che presto leggerò una seconda bozza della sceneggiatura. E’ molto eccitante!
Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia maggiormente influenzato la tua scrittura?
Leggo almeno un romanzo ogni settimana, di più quando sono in vacanza. Ogni anno ho nuovi scrittori favoriti, ma nel corso degli ultimi vent’anni penso che David Foster Wallace, Richard Price, e Don DeLillo siano dei punti fermi.
Che riscontri ha avuto il tuo romanzo?
Il mio romanzo è stato nominato per un paio di premi in America: per il Los Angeles Times Book Prize, e per un Edgar dai Mystery Writers of America.
Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, John Steinbeck, Flannery O’Connor, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Philip Roth, Don De Lillo, Cormac McCarthy, Ken Follett.
Impossibile. Nessuno può essere ridotto ad una sola parola. O almeno non da me.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Ma certo! Mi piace viaggiare, non importa dove, o per quale motivo. Io amo le librerie. E amo le persone che amano i libri, e se una cosa si può dire del pubblico degli eventi per la promozione di un libro, è che ama i libri e le persone che li scrivono. Quindi penso che la cosa sia di per sé divertente. Mi chiedi un fatto divertente, fammi pensare, credo che la cosa più divertente che mi sia successa sia che un paio di giorni prima del mio arrivo in Lussemburgo, dove ho avuto un paio di eventi, più un certo numero di interviste per la stampa, la mia presenza è stata richiesta presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Così ho fatto colazione con l’ambasciatore americano in Lussemburgo, con un aiutante che fungeva da testimone e un segretario.
Come possono i lettori mettersi in contatto con te?
Amo moltissimo stare in contatto con i lettori, e sono felice di rispondere a qualsiasi domanda. Ho un sito web – http://www.chrispavone.com – e le persone possono trovare qui il mio indirizzo e-mail.
Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?
Amo l’Italia, e sarei entusiasta di visitarla per un tour promozionale. Spero di averne la possibilità.
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Ho quasi finito di lavorare ad un nuovo thriller, intitolato The Accident, su ciò che accade ad un’ agente letterario quando riceve un misterioso manoscritto anonimo, e poi la gente intorno a lei comincia a morire. Mi aspetto che sia pubblicato all’inizio del 2013.
:: Recensione di Crepe di Luigi Bernardi (Il Maestrale, 2013) a cura di Giulietta Iannone
28 marzo 2013
Il passato non conta più, potrebbe metterlo in una scatola da sistemare accanto a quelle che contengono i ricordi dei suoi amori precedenti. Il passato è il regno del male. Il male è potente e fa breccia anche nel mondo dei sogni. Non c’è riparo al male. Però ci si riprova ogni volta come se non si sapesse fare altro. Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle estreme conseguenze, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalare la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’ immaginava di poter un giorno essere.
Si doveva intitolare Alta Velocità il nuovo romanzo di Luigi Bernardi. Poi a questo titolo vagamente Futurista si è preferito Crepe ed è così che è uscito il 13 marzo per Il Maestrale, interessante casa editrice nuorese specializzata in narrativa, ma che pubblica anche saggi e poesia. Crepe oltre ad essere una lezione di scrittura, tutti gli scritti di Bernardi infondo lo sono, è un romanzo che evidenzia formalmente la differenza tra narrativa e letteratura, tra finzione e realtà. Siamo a Bologna, in una via non lontana dalla Stazione. In un palazzo vivono i cinque protagonisti di questo romanzo: Amanda, Arturo, Armida, Gegorio, e Orfeo. I lavori per l’Alta Velocità fervono e nelle viscere della terra si scavano gallerie che smuovono le fondamenta del loro palazzo. Per colpa di queste oscillazioni, di questi cedimenti, di questo rovistare nel grumo oscuro della terra si propagano crepe che minano non solo la sicurezza degli abitanti della zona, ma si ripercuotono anche nelle loro vite, come se tutto ciò rappresentasse un segnale, un inizio, un passare oltre dove niente sarà più lo stesso. Le crepe fisiche diventano crepe interiori che si dilatano e lacerano forse maggiormente, tra i vari personaggi, il giovane Orfeo. Lui sì passa oltre, si lascia sgretolare e concepisce un piano di morte, razionale e terribile. Forse una vendetta, o forse una liberazione. L’Alta Velocità diventa quindi un pretesto per parlare del tempo, del suo dilatarsi, del progresso che vuole ottenere tutto nell’immediato, abolendo la lentezza, la riflessione, in una frenesia che si fa agitazione e tumulto. La dolce Armida avrebbe bisogno di tranquillità, di calma, lei dell’Alta Velocità non sa proprio che farsene, il tempo per lei è ricordo, dell’amato marito da cui il destino l’ha separata lasciandole trascorrere gli ultimi anni nella solitudine. Per Amanda, giornalista di talento, un po’ ribelle, inquieta, sacrificata in un piccolo foglio locale, che insegue il grande giornalismo e perciò legge avidamente biografie di grandi giornalisti che le insegnino la differenza, l’Alta Velocità è l’occasione di scrivere un articolo verità, che scuota, morda, che la completi. Per Arturo, ricco farmacista, dalla vita sessuale movimentata, la cui moglie l’ha abbandonato per un calciatore, lasciandolo solo con un figlio da crescere, ora amante fedele e premuroso di Amanda, che cos’è l’Alta Velocità? Lui che pensa di comprare l’appartamento che ha affianco, per allargare il suo spazio, per avere più spazio. E Gregorio con la sua vita alternativa lui non ha bisogno dell’Alta Velocità per muoversi in spazi paralleli, gli basta la fantasia, gli basta l’immaginazione e di colpo si trova sulla Transiberiana a correre nella notte, ma con l’ Alta Velocità può monetizzare, stipulando contratti di assicurazione, e con i soldi che gli daranno per ripagare i danni potrà rendere più solido e più bello il suo appartamento. Definito da Bernardi il suo libro più bello, il suo romanzo migliore, Crepe merita senz’altro di essere letto e con attenzione, perché non ci sono parole gettate a caso, tutto ha un senso, un rimando emotivo e a volte solo la bellezza emerge, certi passaggi sono semplicemente belli, da leggere ad alta voce, per sentirne la musicalità e gli echi profondi, le piccole crepe che si propagano anche nelle nostre vite di lettori.
Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com
Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

























