:: Un’ intervista con Valerio Varesi a cura di Viviana Filippini

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rivoluzBuona giornata Valerio, piacere di averti qui a Liberi di Scrivere per raccontarci come è nato Oscar Montuschi, l’ex partigiano protagonista del tuo ultimo romanzo Il rivoluzionario edito da Frassinelli. Prima di addentrarci nelle maglie della storia  narrata raccontaci un po’ di te cosa fai, che musica ascolti e l’ultimo libro letto?

Sono redattore di Repubblica e lavoro a Bologna. A parte i libri, amo la montagna, i paesaggi innevati e correre. Ascolto soprattutto cantautori italiani e l’ultima opera che ho letto è Obbedienza e libertà di Vito Mancuso. 

Dopo aver scritto racconti , noir e gialli, cosa ti ha spinto ad affrontare la Storia dell’Italia del’900 attraverso il romanzo?

In realtà avevo già scritto libri non gialli come Le imperfezioni, Il paese di Saimir e il poco conosciuto Labirinto di ghiaccio. I temi che affronto nei miei noir sono abbastanza vicini alle problematiche sociali raccontati nei romanzi storici. Nel caso de Il rivoluzionario, sono partito dall’analisi dell’oggi: com’è che siamo finiti nella crisi più nera dopo il ’29? Nel libro cerco di ricostruire la decadenza dai grandi ideali post bellici fino all’avvento del liberismo economico che ha anteposto l’economia alla costruzione politica del mondo, il valore di scambio al progetto sociale.

Cosa o chi ti ha ispirato la trama de Il rivoluzionario?

Ho attinto all’esperienza di un amico, Antonio Ferri, che ha percorso l’itinerario di cui prima parlavo all’interno del mondo di sinistra e mi ha fornito parecchio materiale. Poi mi sono documentato bene, ho studiato il periodo mischiando personaggi storici a personaggi di fantasia. Non ho la pretesa di essere totalmente oggettivo, ma penso di aver afferrato il senso di una parabola ideale ed esistenziale.

Quanto c’è di vero storico e quanto di finzione narrativa nel tuo ultimo lavoro?

La storia del periodo c’è tutta e anche i protagonisti, pur non essendo esistiti realmente, è come se lo fossero tant’è che molti mi hanno riferito di essersi riconosciuti nel romanzo. Il libro di per sé è sempre una rielaborazione della realtà e ne rappresenta l’essenza.

Il protagonista è Oscar Montuschi, un ex-partigiano, c’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato il protagonista?

Sono tanti i personaggi della realtà che mi hanno influenzato a partire da mio padre ex partigiano. Direi che Oscar è la sintesi di una generazione. O di una parte di essa, quella più idealista e pervasa dalla voglia di cambiare radicalmente il mondo.

Oscar è un fervente sostenitore del comunismo puro- quello dell’uguaglianza sociale e della condivisione comune- ma questa sua fede nell’ideologia in che modo influisce sulla sua vita quotidiana?

Dopil crollo del comunismo reale, nel cui funzionamento non ho mai creduto, è rimasta in piedi l’esigenza di un egualitarismo travolto dalla follia neo-liberista che ci ha portato al disastro. Sul piano pratico, credo che la sinistra oggi non possa che essere riformista e forse rifarsi a Turati più che a Lenin. Ma ai tempi di Oscar, il sogno rivoluzionario era una speranza molto forte per le masse che ambivano al riscatto. Cosa resta di questa idea? Solo l’esigenza di un riequilibrio nel senso dell’uguaglianza e ciò che ad essa è legato, vale a dire un forte senso di libertà oggi negato in un mondo regolato dal denaro.

Rispetto al precedente romanzo – La sentenza, ambientato nel 1944- ne il rivoluzionario hai scelto un arco temporale che va dal dopo Liberazione fino ai primi anni ’80, quale è la funzione della trama narrativa che si sviluppa in un trentennio?

Direi quella di riassumere la nostra storia recente analizzandola dal punto di vista dell’ansia di cambiamento impellente di un uomo come Oscar. Una rilettura che mette in luce aspetti poco raccontati del nostro passato prossimo, come gli omicidi nelle piazze della polizia rimasta fascista, la realtà di un paese che non ha mai fatto i conti col ventennio mussoliniano e la perdita di identità ideale delle cooperative.

Perché Oscar sarà sempre definito da tutti i suoi comprimari letterari un rivoluzionario?

Lo è nel senso letterale del termine: uno che voleva rovesciare lo stato delle cose in Italia proseguendo la lotta di liberazione anche dopo il 25 aprile ’45. Poi, trascorso il ’48, questo sogno svanisce e la rivoluzione si fa trasformando il rapporto gerarchico tra lavoratori e padroni in un sistema dove tutti sono allo stesso livello, vale a dire quello delle cooperative. Quindi svanisce anche questa illusione e Oscar prova a fare una rivoluzione per davvero in Mozambico a fianco del Frelimo. Ma anche lì arriva lo scacco.

Italina, la moglie del protagonista, che ruolo e “peso” ha nella vita di Oscar e di tutto il romanzo?

Italina è una donna che ha una forte autonomia intellettuale e rappresenta l’alter ego di Oscar. E’ una donna emiliana di carattere forte che osserva la realtà su un piano più pratico e realistico rispetto a Oscar troppo preso dai voli ideologici. E come tale realizza la fusione tra il cristianesimo di base del frate dei poveri don Olinto Marella e l’ideale di comunismo. Tutt’e due sono al servizio degli umili a prescindere dalle divisioni teoriche.

Oscar e Italina hanno un figlio di nome Dalmazio, un giovane taciturno, introverso, con il quale Oscar sembra proprio non riuscire a relazionarsi. Cosa determina l’incomunicabilità tra padre e figlio?

All’inizio è una incomunicabilità legata alle assenze di Oscar, poi si trasforma in una contrapposizione generazionale con Dalmazio che rappresenta la generazione del ’68 e poi del ’77 che rompe col vecchio Pci. Dalmazio guarda a Mao quando il padre è ancora legato a Mosca. Nel ’77 bolognese è il sindaco Pci Zangheri che, d’accordo con Francesco Cossiga, chiama a Bologna i blindati. Poi, specchiandosi nella delusione del padre, Dalmazio si riavvicina al genitore in nome di quegli ideali di libertà e uguaglianza traditi dalla sinistra dei partiti.

Tra i pochi amici veri che Oscar ha, mi ha colpito Dozza il sindaco. Cosa rappresenta per il protagonista questa figura?

Dozza è una figura mitica di quella schiera di sindaci usciti direttamente dalla Resistenza e pervasi di grandi idealità. In loro c’erano il fervore politico, la capacità di stare vicino alla gente sentendone i bisogni e l’abilità nel gestire una città amministrandola nella miseria del dopoguerra. Un modello lontanissimo dalla politica di oggi.

Oscar assisterà impotente a delle impreviste trasformazioni del PCI, questi avvenimenti cosa determineranno in lui?

Il Pci si trasforma perché la politica non è solo idealità, ma anche realpolitik. La rivoluzione che sognava Oscar sarebbe stata un bagno di sangue come è accaduto in Grecia. Ma accanto a questo realismo politico, ci sono anche le meschinità e soprattutto una grande sconfitta culturale. Nell’avvento dei manager anche dentro le cooperative rosse, il cuore economico della sinistra, si misura appieno la sconfitta e la trasformazione che ha cancellato il movente ideale delle cooperative stesse omologandole. Dall’egemonia culturale gramsciana, si è passati all’egemonia sottoculturale del mondo rampante dell’economia dove cinismo, brutalità e inganno costituiscono la vera essenza del vivere sociale.

Il suo stato di delusione di uomo comune di fronte alla realtà politica italiana potrebbe essere visto come una rappresentazione di un atteggiamento comune di molti italiani contemporanei ad Oscar?

Per come è finita la vicenda italiana e per il tradimento di molte aspettative di miglioramento certamente Oscar rappresenta più di una generazione. Oggi la gente, oltre che di onestà, ha soprattutto bisogno di speranza e quest’ultima non può essere data solo da un buon welfare, comunque essenziale al vivere sociale. C’è bisogno di riprendere in mano la sorte del nostro vivere facendola confluire in un progetto di mondo che restituisca la speranza di miglioramento e questo può farlo solo l’idealità e la politica che ne è l’applicazione.

Da Bologna, Oscar decide prima di andare a Milano, poi in Russia e anche in Africa. Cosa lo spinge ad accettare questi incarichi che spesso mettono a repentaglio la sua vita?

La voglia di essere utile a una causa e l’ansia di modificare la realtà. Non ha potuto farlo in Italia, se non in parte, e cerca di farlo altrove. Consapevole che solo modificando gli equilibri globali si potrà cambiare anche nel proprio paese. In questo, Oscar, è molto moderno.

Alla fine Oscar pronuncia queste parole:«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Sono da intendere come una speranza che non muore mai o come un avvertimento per le generazioni future?

Lui e Italina sono stati sconfitti dal tempo come persone, ma l’idealità resiste. In quest’accezione non sono degli sconfitti, ma le vestali che hanno custodito il fuoco che potrà riscaldare l’umanità nel futuro consapevoli che i tempi della vita umana sono più brevi dei cicli della storia. Solo quando gli uomini non saranno più fedeli e obbedienti come i cani, ma indipendenti e liberi come i lupi, ci potrà essere un vero riscatto.

Se Oscar vivesse ai giorni nostri, cosa penserebbe della situazione storica- sociale e politica dell’Italia?

Avrebbe una visione disperante di com’è ridotto questo paese nel culmine dell’egemonia sottoculturale berlusconiana. Ma vedrebbe anche la via per risorgere in quanto mai come oggi è prossima una deflagrazione sociale. Spero che tutto questo avvenga pacificamente come una presa di coscienza, un rimbalzo di moralità, e non in modo traumatico.

Sei già al lavoro con il nuovo romanzo che analizzerà un altro periodo della Storia d’Italia del ‘900 o stai scrivendo altro?

Sto scrivendo un altro episodio della serie Soneri, ma come dicevo prima, per me il giallo è ‘romanzo sociale’ e quindi non mi discosterò molto dai temi che sono solito affrontare. Il noir è un’indagine sull’oggi.

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