:: Un’ intervista con Antonio Paolacci

25 febbraio 2015 by

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Ciao Antonio, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Già nel 2010, quanto tempo, Giulia Guida ti ha intervistato (chi vuole leggere l’intervista) e da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto presentati, parlaci di te, e della tua professione di editor e di scrittore.

In quell’intervista Giulia mi incontrava in veste di autore, e rileggerla mi aiuta a risponderti. Penso che, se ho realizzato cose di valore in questi anni, è anche perché ho sempre lavorato con lo spirito di uno scrittore, invece che con quello di un dipendente. E dopo anni di battaglie, di scontri con menti ottuse, di progetti naufragati e andati in porto, posso dire che oggi sono fiero di tutte le mie scelte, sia personali che lavorative. Il fatto che sto ancora combattendo ne è la prova più concreta.

Lo scorso autunno ha preso il via Progetto Santiago, (ha un sito, invito i lettori a visitarlo, http://www.progettosantiago.it/) un’associazione culturale, ma forse qualcosa di più, una cooperativa di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, editor, con a cuore (sembra così retrò dirlo) l’editoria e la letteratura nel nostro paese. Ce ne vuoi parlare?

La prima cosa che chiedo ai lettori è di fare attenzione: Progetto Santiago va osservato con attenzione perché è qualcosa di nuovo e, come tale, non può essere inquadrato se viene associato mentalmente a realtà già esistenti. Per esempio alcuni hanno voluto capire che siamo un gruppo di scrittori intenzionati a combattere contro i grandi editori, mentre per certi aspetti è l’esatto contrario: basta scorrere i nomi per vedere che tra noi ci sono autori Mondadori, Einaudi, Bompiani, ed è quindi ovvio che ci stia a cuore la grande editoria italiana. Il fatto è che il discorso andrebbe proprio ribaltato, perché vedi, in questo momento storico è l’editoria ad aver bisogno di scrittori, molto più del contrario. Si è cercato di renderla un’industria dai grandi fatturati mettendo da parte gli scrittori veri, ma come si vede l’impresa era fallimentare. Diciamola così: è la letteratura a fare l’editoria, quindi è chi si intende di letteratura che dovrebbe occuparsene.

In un mondo editoriale dove il mugugno sembra lo sport nazionale, voi offrite un progetto concreto, dettato dal classico ma ormai minoritario, “rimbocchiamoci le maniche”. La crisi è globalizzata, nessuno l’ignora, ma c’è una specie di frenesia in cui i pochi che agiscono tentano strade politiche, culturali, economiche quasi procedendo a tentoni nel buio. Sono sicura che il vostro progetto sia nato da lunghe riflessioni condivise. Fatte da gente che lavora all’interno del sistema editoria. C’è ottimismo, una luce in fondo al classico e abusato tunnel?

Non per tutti. Per giocare con la tua metafora, diciamo che lo si può definire tunnel solo se appunto si viaggia verso una luce, altrimenti si chiama buco. E per molti l’editoria italiana è un buco. Molti se ne stanno lì, nel buco, a dire che sono in un buco e ad aspettare che magari qualcuno li tiri fuori non si sa come. Si scrivono articoli sul disastro dell’editoria, anche ottimi articoli. Belle parole che in genere supportano ragionamenti teorici, incentrati sul tema “Come si starebbe bene fuori dal buco”. C’è la tendenza a credere che per cavarsi dal buco si debba piacere a qualcuno che conta nell’ambiente. Solo che nell’ambiante editoriale, al momento, anche chi conta è incastrato nel buco. Progetto Santiago è nato anche per questo: invece di parlare del buco, noi abbiamo cercato una luce e ci siamo incamminati in quella direzione.

Per alcuni, si dice così quando non si vuole fare nomi e cognomi, la crisi editoriale è iniziata quando si sono affidate le scelte editoriali agli addetti marketing, sottraendole a chi avrebbe dovuto invece occuparsene, per i più ottimisti gente come Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, gente che intendeva il lavoro culturale come artigianato. Naturalmente sto estremizzando, tu cosa ne pensi?

Il problema delle case editrici affidate agli esperti di marketing è uno di quelli che abbiamo posto tra le premesse della nascita di Progetto Santiago. È un problema gravissimo, enorme davvero. Ma occorre anche capire che insultare gli editori che hanno fatto questa scelta non porta a niente. Più utile è lasciare a loro i fallimenti finanziari e noi occuparci di libri altrove. Perché il nostro mestiere è proprio artigianato, non si scappa: se Calvino intendeva il lavoro culturale come artigianato non lo faceva perché i tempi erano altri, lo faceva perché il lavoro culturale è quello, può essere solo quello. Se non è quello, non è culturale. La cultura e l’alta finanza non possono stare sullo stesso campo da gioco: se fai marketing non fai cultura, e se fai cultura non puoi tollerare il marketing. Il che non nega la possibilità di fare soldi con la cultura. La cultura ha un suo mercato da sempre, e lo avrà sempre. Solo, non funziona come quello delle saponette.

Un progetto editoriale ha anche una dimensione economica o è destinato al fallimento e a smarrirsi nelle nebbie dell’utopia. Voi che scelte avete fatto? Finanziamenti pubblici, sponsor privati, autotassazione, condivisone delle entrate comuni, un po’ come nelle comunità cenobitiche?

La prima scelta è stata quella di non rischiare il fallimento. Non siamo imprenditori: facciamo altri mestieri. Vogliamo che sia il nostro lavoro a portarci il guadagno, non che i nostri soldi finanzino un sogno. Per cui Progetto Santiago non ha scopo di lucro: nelle casse dell’associazione culturale non resta un centesimo. Tutto ciò che incassa serve a pagare i singoli che con il loro lavoro hanno permesso quel guadagno specifico. Poi, sì: esiste anche un sistema di autotassazione, così come cerchiamo sponsor, pubblici e privati, e chiunque può finanziare il progetto con una semplice donazione… Diciamo che il sistema è abbastanza complesso, però è giusto, equo, e permette a ognuno di restare autonomo e di lavorare anche altrove. Ma la cosa più importante di questo sistema è che quanto più il singolo lavora, tanto più viene retribuito.

Il monopolio dei grossi gruppi editoriali sembra una realtà quasi riscoperta in questi giorni (la possibile fusione Mondadori / Rcs, ha scatenato dibattiti e tavole rotonde) quando appunto non è una “nuova” realtà con cui i piccoli e gli indipendenti devono avere a che fare. Parlare è facile, agire un po’ meno. Servono scelte politiche, prima che dibattiti? In Germania si investe in cultura. Da noi?

Da noi no. Ma parliamoci chiaro: a me questo dibattito non interessa più. Mi spiace davvero per le persone che adesso rischiano di finire in mezzo a una strada, ma negli ultimi dieci anni ci sono state molte altre persone che meritavano successo e hanno invece perso il lavoro. Guardiamo la realtà: se l’unione tra due soli gruppi crea un monopolio in un Paese dove gli editori sono centinaia, vuol dire che l’editoria era già monopolizzata da quelle due sole aziende. Il monopolio è una realtà da anni: ha già fatto fallire molti piccoli editori, ha già fatto sparire scrittori meritevoli, ha già ucciso un sacco di ottimi libri. L’intervento dell’Antitrust andava chiesto anni fa, quando la distribuzione è stata assorbita da quelle aziende monopolizzando di fatto tutta la filiera. Se l’Antitrust interverrà solo ora, e solo sul caso Mondadori-Rcs, sarà l’ennesima beffa. Così come a me sembra una beffa che solo ora alcuni autori di Mondadori e Rcs firmino petizioni dicendosi preoccupati per l’editoria indipendente. È divertente che si facciano paladini dei piccoli editori giusto adesso, dopo che per anni il monopolio li ha avvantaggiati proprio a spese di quei piccoli editori, mentre ora sembra minacciare anche loro.

Il lettore è in fondo l’ago della bilancia del mercato, e non so a te, a me fa venire in mente scuola, educazione, capacità critica. “Educare” il gusto del lettore, senza snobismo, ma proprio perché lo si rispetta e lo si vuole considerare al centro del sistema, non importante solo quando va in libreria e apre il portafoglio, non sarebbe la strada da percorrere? Voi cosa fate in questo senso?

Noi lavoriamo proprio in questo senso. Siamo partiti da qui: dall’intenzione di incontrare i lettori, formarli e informarli. Tutti i nostri primi sforzi si sono concentrati sulla creazione di corsi, seminari, eventi e occasioni di incontro. I lettori cosiddetti forti in Italia sono assetati di libri che non trovano. Ciò che vogliono sono informazioni e stimoli. Lo scambio è molto produttivo: noi abbiamo tante cose da dire e loro vogliono sapere, vogliono consigli di lettura, libri diversi, idee nuove e informazioni su come funzionano davvero l’editoria e la scrittura.

Non vi proponete come concorrenti, rispetto alle realtà editoriali già esistenti, ma proponete un progetto comune di collaborazione. Cosa fate perché sia percepito?

Quando paliamo di collaborazioni, parliamo di lavori precisi: su singoli libri, su eventi letterari o artistici, su futuri progetti editoriali e quant’altro. Il tutto, per i lettori o spettatori (presto apriremo anche una sezione dedicata al teatro), deve tradursi nel semplice fatto che Progetto Santiago propone cose meritevoli di attenzione. Per cui con gli editori (così come con gli autori) dialoghiamo nella misura in cui la loro proposta ci interessi e la loro etica sia ineccepibile.

Grazie Antonio, della disponibilità. Nel salutarti ci diamo appuntamento fra qualche mese per scoprire come saranno andate le cose, i vostri progressi. Prometti che ci sarai?

Grazie a te, Giulietta. Sì, certo, quando vuoi…

:: Nella mente dell’ipnotista, Lars Kepler, (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

25 febbraio 2015 by

nelSono passati cinque anni dal primo libro di Lars Kepler L’ipnotista, si cui è stato fatto anche un film nel 2012, che ha avuto un enorme successo e anche stavolta Kepler ha fatto centro pubblicando un altro successo.
Alla polizia svedese arriva un video di You Tube dove la protagonista è una donna che si sta vestendo ripresa a sua insaputa da fuori dalla sua finestra e il giorno dopo viene trovata morta.
Margot Silvermann, esperta di serial killer, gay e incinta di nove mesi, inizia a indagare sul caso, ma dopo una settimana non è ancora arrivata a una soluzione e le arriva un secondo filmato.
Questa volta però quando trovano la vittima scoprono anche che il marito sotto shock ha ripulito tutto e ha cancellato dalla memoria ogni ricordo. Entra così in scena Erik Maria Bark, l’ipnotista che avevamo incontrato anche nel primo libro, per sondare la mente del marito e aiutare in questo modo a risolvere il caso.
Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero ed Erik finisce a sua volta nei guai.
Un romanzo che come i precedenti sa conquistare il lettore con una storia mozzafiato piena di suspance e colpi di scena che guidano il lettore per tutto il libro portandolo a indagare insieme alla polizia e come i personaggi del libro a volte viene fuorviato per poi trovarsi davanti a un nuovo colpo di scena.
Altra caratteristica di Kepler è la sua capacità di rispettare sempre nei suoi libri la parità dei sessi e di ideologie, i suoi personaggi infatti hanno diversi gusti sessuali, diverse religioni, ma vengono accolti tutti nella stessa maniera e descritti a 360° senza nessun pregiudizio.
I luoghi sono molto interessanti e la minuziosa caratterizzazione denota la conoscenza degli autori dei paesaggi descritti.
Un thriller da cardiopalma come ce ne sono pochi, che farà innamorare tutti sia dei protagonisti che degli autori.

Lars Kepler è lo pseudonimo di Alexander Ahndoril, classe 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, classe 1966, entrambi svedesi. Abitano a Stoccolma, con le loro tre figlie, nei pressi della centrale della polizia.
Nel 2009 decidono di sospendere le loro carriere lavorative per seguire il loro sogno e scrivere un romanzo giallo a quattro mani. Per non mischiare lavoro e passione decidono di pubblicare con lo pseudonimo Lars Kepler.
Il loro primo romanzo L’ipnotista esce nel 2010 diventando subito un best seller e nel 2012 ne viene tratto un film. Questo è il loro quinto libro.

:: Quando tutto sarà finito, Audrey Magee, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G. & Elena Romanello

24 febbraio 2015 by

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Valeria G.

“Tirò fuori le foto di Katharina e di Johannes e le appese a due chiodi arrugginiti che spuntavano dalla parete del bunker, vicino al suo giaciglio. Passò le dita sulle foto e baciò la moglie sulle labbra. Lei gli sorrideva. Sorrideva davanti alla sua pelle squamata, alle gambe rinsecchite ….
… Si distese vicino al fuoco, rannicchiato in posizione fetale, e chiuse gli occhi. Gli piaceva la neve. Attutiva il rumore della battaglia tanto da non fargli più sentire gli uomini che combattevano a nord della città nel tentativo di contenere la pressione russa ….”

Ogni libro ha un’anima propria, parla una lingua nuova e unica e nasconde sentimenti profondi, qualche volta oscuri. Davanti ad un libro, quindi, il lettore si trova spesso a dover sostenere un compito gravoso, per niente divertente, quando il tema in trattazione è il dolore puro. Difficile scorrere le lettere che compongono le parole, la parole che scrivono le frasi, le frasi che si uniscono per formare le pagine senza farsi troppo male. Anzi, sarebbe praticamente impossibile farlo quando si affronta il tema della guerra e di tutto ciò che essa rappresenta.
Questo mi è accaduto quando ho aperto la busta che mi è stata recapitata contenente il primo romanzo (e mi auguro, sinceramente, primo di una lunga serie ) dell’esordiente Audrey Magee edito da Bollati e Boringhieri nella collana “Varianti”.
L’immagine in copertina anticipa in parte il dolore che ci si appresta a vivere: l’editore italiano ha scelto un fiore a gambo lungo, dal bulbo rosso scarlatto pronto alla fioritura, incorniciato da lugubri fili spinati. Questo è sicuramente il primo scontro obbligato per il lettore curioso che non può far a meno di porsi una domanda preliminare: cosa ci fa un simbolo di così immensa purezza accanto ad uno che sa rappresentare solo morte?
D’obbligo anche l’analisi del titolo che per noi italiani diventa “Quando tutto sarà finito”. Per il lettore si apre un varco. Un’illusione. Una vana speranza. Perché, forse, dopo il male nasce il bene.
Forse.
Le prime righe del primo breve capitolo ci presentano Peter Fabel, insegnante diventato soldato per garantire l’espansione del regno tedesco, e Katharina Spinell, dolce fanciulla figlia di genitori ossessionati dal potere del Fuhrer, che si sposano. Non si tratta di uno dei tanti matrimoni tra innamorati perché questo è semplicemente un atto di convenienza tra due giovani travolti dal vento di guerra che si è abbattuto sulle loro vite, una contratto stipulato solo per accedere a delle agevolazioni, economiche per lei in caso di vedovanza,  per l’ottenimento delle tanto attese licenze per lui. Peter e Katharina non si sono mai conosciuti. Non si incontrano nemmeno nel giorno che li rende marito e moglie. Ma, anche se le premesse di amore e rispetto non vengono attese, il momento del loro incontro segna le loro vite, per sempre. Katharina si aggrappa al ricordo di quei giorni di quotidiana serenità che ha trascorso con lui per provare ad accettare un padre pronto a sacrificare tutto, anche la propria famiglia, per il bene del partito. Perer si stringe al petto l’immagine di lei e la lettera nella quale apprende la sua paternità per cercare di non morire sotto il fuoco dei cecchini durante la terribile battaglia di Stalingrado. Katharina e Peter arrancano nella loro disperazione forti della promessa che si sono scambiati (da qui probabilmente il titolo originario “The Undertaking”).  Per loro esiste solo il futuro armonioso che li attende quando la guerra sarà finita e il popolo tedesco avrà conquistato il mondo.
Il libro della Magee ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche per la scelta di affidare la narrazione dei fatti attraverso pagine intere di dialoghi, nonché fitti e crudi scambi di battute tra i protagonisti.  In aggiunta a questa coraggiosa prova di scrittura, peraltro riuscita egregiamente,  mi permetto di dire che non è questo il solo aspetto che rende il romanzo particolarmente interessante. Mi riferisco al fatto che, a mio giudizio,  il vero protagonista che apre e chiude le trecentoventi pagine in questione non è un personaggio bensì  un insieme di sentimenti: il dolore, la disperazione, la vendetta.
La scrittrice ci trascina violentemente al fianco di chi non ha più occhi per vedere la distruzione, di chi non riesce più a respirare quell’aria gravida di morte e sangue, di chi è costretto a fuggire per vivere, di chi non ha più la forza di accettare il suo ruolo di assassino, di chi non trova risposte alle domande che inevitabilmente sorgono di fronte a tanta feroce crudeltà, di chi non ha modo di difendere la propria innocenza, di chi crede che sia giusto sottomettere ed eliminare. E poi, con estrema naturalezza, ci consegna la morte. L’atto finale. La fine di tutto, del fiume di male e delle briciole di bene.
Altro aspetto particolarmente incalzante del libro, è la voglia di normalità, di quotidianità, di serenità che spira marcatamente in parallelo a tanta sofferenza.  E naturalmente, la voglia di amare e di vivere che aleggia in ogni singolo dialogo.
Un romanzo forte, di straordinaria bellezza, di inestimabile autenticità che, attraverso una scrittura semplice ma estremamente efficace, riesce ad affrontare un tema particolarmente complesso come quello della violenza e degli effetti che essa causa. Un argomento decisamente attuale, purtroppo. Traduzione di Carlo Prosperi.

Elena Romanello

Dopo altri scrittori e scrittrici, anche la giornalista irlandese Audrey Magee si confronta con la Seconda guerra mondiale, conclusasi settant’anni fa e ben prima che lei nascesse. Anziché raccontare le vicende dal punto di vista degli Alleati, come sarebbe abbastanza normale tenendo conto della sua provenienza, Audrey Magee sceglie di parlare dei vinti, dei tedeschi, per decenni odiati, dei loro errori e anche delle loro sofferenze.
Quando tutto sarà finito è una storia d’amore insolita e amara, ma anche un affresco d’epoca, attraverso la vicenda di Peter Faber, insegnante in attesa di partire come soldato sul fronte orientale, e Katharina Spinell, ragazza berlinese oppressa da genitori invadenti e da un lavoro che detesta. I due, come capitava all’epoca, si sposano per convenienza, senza conoscersi, ma per avere lui una licenza e lei una pensione di reversibilità nel caso rimanesse vedova. Tra i due è però amore a prima vista, ma la felicità breve, Peter sparisce nell’assedio di Stalingrado, mentre Katharina rimane ad attenderlo per anni nella capitale tedesca, vedendo la vigliaccheria dei genitori, filo nazisti, la morte del fratello vittima delle idee dei genitori, la disfatta del nazismo e la punizione smisurata dei vincitori contro i vinti.
Quando tutto sarà finito è scritto con l’immediatezza di una sceneggiatura, tanti dialoghi, poche descrizioni, per raccontare il dramma di due vinti dalla Storia e dagli eventi, non eroici, che rimangono vittime di eventi che rivivono senza orpelli ma in tutta la loro ferocia. La ritirata di Russia è stata raccontata tante volte dal punto di vista degli italiani, che hanno saputo, grazie ad autori come Mario Rigoni Stern, rielaborare un dramma e un errore madornale, ma meno dalla parte tedesca e Audrey Magee ricorda sia la ferocia dell’esercito di Hitler contro la popolazione civile sia poi l’internamento dei sopravvissuti nei campi di prigionia in Siberia, da cui tornarono anche anni dopo. Un altro fatto di cui si è parlato poco, tranne Ken Follett e pochi altri, e che torna nel romanzo, sono le violenze contro le donne tedesche da parte dell’Armata Rossa, che per decenni non hanno trovato un narratore come Alberto Moravia con La ciociara per parlare di un dramma che distrusse vite e creò drammi insanabili.
Quando tutto sarà finito racconta il dramma di un mondo e di una società che sbagliò, scegliendo la banalità del male e la tranquillità senza rendersi conto in che follia stava andando a mettersi, e anche l’impossibilità di un amore che nasce per caso ma che si scontra con gli eventi della grande Storia, capaci di cambiare, modificare e distruggere e che non sa trasformarsi in qualcosa di più duraturo.
Un libro secco, tagliente, non lungo come invece spesso sono i romanzi storici, per raccontare uno dei tanti drammi della guerra, la storia di due persone a caso, rappresentative dei tanti Peter e Katharina che ebbero la vita distrutta dalla guerra. Un romanzo interessante su un argomento che a tratti può sembrare inflazionato ma su cui, a quanto pare, c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare, anche a settant’anni di distanza.

Audrey Magee
lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, The Times, The Irish Times, The Observer e The Guardian. Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.

:: Heidi, Johanna Spyri, (Giunti Junior, 2014) a cura di Viviana Filippini

22 febbraio 2015 by

heLo ammetto, da piccola non ho mai letto questo libro, forse perché ho visto – mai per intero – l’anime giapponese degli anni Settanta che passavano, e lo trasmettono ancora oggi, in televisione dedicato alla piccola Heidi, la vivace ragazzina che vive con il nonno sulle alpi svizzere. Poi, per curiosità ho deciso di leggere il libro, scritto da Johanna Spiry, e così sono entrata nel mondo di Heidi, del burbero nonno e dei pascoli verdi sui monti, dove Peter fa pascolare sue caprette (sì, esatto quelle che nella canzone cantata da Elisabetta Viviani le fanno ciao). Un bel giorno, dalla città ritorna la zia che prende la piccola e la porta a vivere a Francoforte. Qui Heidi conosce Clara, bloccata sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, e ne diventerà grande amica, ma allo stesso tempo dovrà confrontarsi con un sistema di vita ben diverso da quello adottato sui monti e che la porterà a perdere il sorriso di sempre. Il libro della Spyri è un classico della letteratura per ragazzi, e non importa se la prima edizione risale al 1880, perché le tematiche presenti in esso sono ancora attuali. Heidi è orfana e la zia che la accudisce la affida al nonno perché, avendo trovato lavoro, non riesce più ad occuparsi della nipotina. Il nonno è un uomo silenzioso e, purtroppo, vittima del pregiudizio di chi lo conosce che lo giudica taciturno, molto scorbutico, tanto da avere il dubbio sul fatto che l’anziano sia la persona adatta ad occuparsi di una bambina di cinque anni. Sarà proprio grazie alla spontaneità della piccola protagonista che, un poco per volta, le chiacchiere del paese cadranno nel dimenticatoio. Il romanzo di formazione della Spyri mette in scena anche il contrasto tra vita di montagna, caratterizzata dal contatto diretto con natura, da gesti semplici, ricchi di emozioni, e vita di città.  Quando la piccola Heidi arriverà a Francoforte nella famiglia dove la zia lavora, si renderà conto che nella casa dei Seseman non potrà comportarsi come faceva dal nonno, perché in città la vita è organizzata secondo ritmi precisi e ordini da rispettare con leggi intoccabili che la Rottenmeier farà rispettare.  Per Heidi tornerà la gioia di vivere solo quando le permetteranno di tornare dal nonno, da Peter e dalle sue caprette, perché solo sulle Alpi, la piccola si sente davvero viva e felice. Heidi è sì un libro per ragazzi, dove l’autrice non manca di analizzare con attenzione il mondo dei suoi tempi. Un universo sociale nel quale il lavoro minorile e il livello di analfabetismo erano elevati (non a caso Peter preferisce pascolare le capre che andare a scuola), ma allo stesso tempo la Spyri attraverso le avventura della piccola Heidi ci fa capire quanto la vita vissuta in libertà e a contatto con il mondo naturale possano giovare ai bambini e agli adulti. Tradotto da Alessandra Lavagnino. Illustrazione di copertina di Edwin Rhemrev.

Johanna Louise Spyri nata Heusser è nata nel 1827 a Hirzel, in Svizzera ed è morta a Zurigo nel 1901. Figlia di un medico e di una poetessa, l’autrice, famosa in tutto il mondo per il personaggio di Heidi, ha pubblicato molti romanzi: storie non solo “per bambini”, ma anche e soprattutto, per coloro “che amano i bambini”, con un’attenzione particolare alle condizioni di vita delle giovani donne e dei più piccoli nella Svizzera della rivoluzione industriale.

:: Numero Zero, Umberto Eco (Bompiani, 2015) a cura di Federica Spinelli

22 febbraio 2015 by

ecoQuesta è la mia prima volta con Eco romanziere. Come scrittore e come saggista io penso sia una delle migliori penne di sempre. La sua scrittura così precisa, varia e strutturata è capace di rendere accessibile a chiunque anche la materia più oscura. Ma come dicevo questa è la mia prima volta con Eco romanziere. Mi accingo quindi a parlare per la prima volta di uno scrittore che per me è un Mostro Sacro.
Il romanzo narra la storia di una redazione incaricata di preparare il numero zero di un fantomatico giornale, “Domani”,  per ordine di un’eminenza grigia, il Commendatore, personaggio di dubbia coscienza, che per pestare i piedi ai salotti della Milano bene e ai politici decide di mettere in piedi questo giornalaccio fatto di false notizie e articoli gonfiati. I personaggi non sono eroi, ma nella maggior parte dei casi gente che tira a campare ai margini del grande giornalismo con profiletti da ultima pagina. L’ambientazione è quella della Milano di inizio anni Novanta, poco prima dei grandi processi che buttarono all’aria il capoluogo lombardo. In questa città cupa e un po’ sbavata si srotola la storia dei protagonisti del romanzo, i giornalisti della redazione.
Il complottismo palesemente ironico è l’ingrediente principale di questo romanzo, insieme alla dettagliata ricostruzione storica degli eventi, alla conoscenza dell’ambiente letterario e giornalistico di cui l’autore ha per tanto tempo fatto parte. Si evidenzia una fortissima componente didascalica in quelle parti del romanzo occupate da excursus sul giornalismo, sulla ricostruzione dei quartieri e della storia di Milano e nelle inchieste condotte dai giornalisti.
Una gigantesca presa in giro di un modo fare giornalismo, di un modo di affrontare la realtà che negli ultimi anni ha sporcato il giornalismo di cronaca con il gusto per il pettegolezzo o il dato morboso. Questo stile di  scrittura, su consiglio e ordine di Simei, un professore in contatto con il Commendatore nonché capo del progetto, diventa il modus operandi per la redazioncina del “Domani”. Questo personaggio, viscido e senza scrupoli, consapevole dell’inutilità del lavoro della redazione e intenzionato a lucrare il più possibile su quanto avviene: assolda il protagonista, Colonna, per fargli da ghost writer e raccontare con toni trionfalistici e nobili la storia del numero zero di “Domani”. Simei, in qualità di caporedattore nelle riunioni affronta sistematicamente tutti gli argomenti del buon giornalismo stravolgendoli e insegnando come trasformare un pettegolezzo in una incontrovertibile verità da dare in pasto agli immaginari lettori, volgari e ignoranti. Unica nota romantica è la storia d’amore tra Maia, ingenua giornalista di cronaca rosa che capitata nella redazione di “Domani” in cerca di un riscatto professionale, e Colonna.
Il romanziere lascia spesso il posto allo storico nelle pagine del romanzo, il che non guasterebbe se non fosse che in certi momenti si ha l’impressione di uscire dalla cornice narrativa per ritrovarsi tra i banchi di scuola. L’intera impalcatura del romanzo risente talvolta di questi momenti a svantaggio della trama che si sfuma in alcuni passaggi. Ma come dicevo prima, è la mia prima volta con Eco romanziere e si sa che le prime volte non sono mai un granché. Ricomincerò da Il nome della rosa, Professore. Perdonami.

Umberto Eco nasce ad Alessandria (Piemonte) il 5 gennaio 1932. Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. A ventidue anni si è laureato all’Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino. Noto per le brillanti inchieste sulla cultura di consumo (Diario minimo, 1963; Il superuomo di massa, 1976; Sette anni di desiderio, 1983; Il secondo diario minimo, 1992), ha ottenuto un successo mondiale con il romanzo Il nome della rosa (Bompiani, 1980, premio Strega), thriller gotico d’ambientazione medievale e conventuale che sviluppa, con lucido razionalismo, la fitta trama di un dibattito ideologico. Tra i suoi ultimi libri: il romanzo Il cimitero di Praga (2010), la raccolta di saggi Costruire il nemico (2011), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013) e Numero Zero (2015).
Umberto Eco è stato uno dei favoriti per l’assegnazione del premio Nobel per la Letteraura. (dall’Enciclopedia della Letteratura Garzanti)

 

:: Al via il conto alla rovescia per il Salone del Libro di Torino 2015, a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2015 by

saloneDal 14 al 18 maggio torna al Lingotto di Torino il Salone del libro e fervono ormai i preparativi e il conto alla rovescia, ricordando che grazie all’iniziativa Salone off 365 ormai tutto l’anno Torino è la città del libro, con incontri in biblioteche e luoghi vari che vanno oltre i giorni del Salone.
Un’edizione che si presenta con conferme e novità, come è ormai nella tradizione di quella che è la più grande kermesse in tema sul mondo del libro e della cultura italiana: tornano ovviamente tutti gli appuntamenti di sicuro successo, come il Bookstock Village con un angolo sulle graphic novel nel Padiglione 5, lo spazio Officina editoria di un progetto, nel Padiglione 1, a cura di Giuseppe Culicchia sull’editoria indipendente, l’iniziativa Adotta uno scrittore, Nati per leggere, il Concorso Nazionale Lingua Madre, lo spazio Incubatore per i nuovi nati in ambito editoriale, lo spazio goloso Casa CookBook e tutti gli incontri del Salone Off, che quest’anno si allargheranno ancora ad altri Comuni e luoghi. Confermata la presenza di tutti i più importanti stand editoriali italiani nei padiglioni, con un’ampia scelta di proposte di libri di tutti i tipi.
Il tema quest’anno, dopo vari tentennamenti perché si pensava di avvicinarlo all’Expo, sarà le Meraviglie d’Italia, diverso e complementare con Milano, e si parlerà di arte, architettura, letteratua, musica, lingua, paesaggio, moda, cinema, cucina e di tanto altro ancora, partendo tra le altre cose da un compleanno illustre, il 750esimo di Dante Alighieri. Tra gli ospiti che parleranno di questo ci saranno Flavio Caroli, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Salvatore Settis e uno degli argomenti caldi sarà la gestione dei beni culturali, vero tesoro italiano.
Il Paese ospite d’onore è la Germania, già al centro delle iniziative di Torino incontra Berlino, con vari nomi come Markus Garbriel, Wolfgang Streeck, Gunther Walrauff e l’egittologo Jan Assmann, oltre ad una presenza cospicua all’IBF di editori tedeschi. La Regione italiana ospite d’onore è invece il Lazio, con la presenza fissa dell’Assessore alla cultura e politiche giovanili Lidia Ravera e vari momenti interessanti, tra cui spicca un ricordo di Pasolini nel quarantennale della morte, oltre a colazioni e apericena letterari con ospiti e discussioni.
Tanti i temi trattati, come il far leggere a scuola, la situazione in Medio Oriente, con la presenza di esperti come Domenico Quirico, i vari aspetti della letteratura oggi, le eccellenze italiane, il rapporto con la Germania e altri Paesi, i nuovi media e gli editori emergenti.
Non resta quindi che tenere d’occhio il sito www.salonelibro.it per gli aggiornamenti in tempo reale e le aggiunte man mano da qui a maggio, con ospiti, eventi, fino al calendario completo.

:: Un’ intervista con Michela Tilli, a cura di Elena Romanello

20 febbraio 2015 by

OgniIn Ogni giorno come fossi bambina, già recensito da Liberi di scrivere, Michela Tilli ha raccontato la storia di due donne, una ragazza di oggi e una ragazza di ieri, che si incontrano e si aiutano a vicenda. Ma è interessante sapere come sono nati questi personaggi e protagonisti, dalla voce stessa dell’autrice.
I personaggi di Argentina e Arianna sono ispirati a qualcuno di reale?

Mi piace scrivere storie che siano totalmente inventate e per creare i miei personaggi cerco di non ispirarmi mai a persone reali. Questo perché nel mio mondo immaginario mi piace godere della massima libertà. Naturalmente, che io lo voglia o no, echi di esperienze passate, caratteristiche di persone incontrate e sprazzi di vita si insinuano tra le righe e spesso mi capita, alla fine, di dover riconoscere che un personaggio assomiglia a qualcuno. Ma sono sempre tratti del carattere slegati dal contesto, che quindi alla fine non appartengono a nessuno. In questo caso, Argentina è divertente come lo era mia nonna e Arianna è complicata come me alla sua età.

Argentina rappresenta il volto dell’Italia di ieri, quella dell’immigrazione, mentre Arianna quello dell’Italia di oggi, giovani che si sentono senza prospettive e evadono in un mondo reale. Perché ha scelto questi due aspetti?

L’Italia dei giovani d’oggi ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e devo ammettere che mi preoccupa molto il mondo che stiamo preparando per i nostri figli. D’altra parte credo che i giovanissimi, come Arianna, abbiano una marcia in più e spero sinceramente che un giorno ci stupiranno.
Per quanto riguarda l’Italia dell’immigrazione, quella di Argentina, io sono convinta che sia un po’ nel nostro dna e non appartenga solo a un’epoca passata. Come molti, io stessa mi sono trasferita a Milano per lavoro, perché la Liguria non offriva opportunità. E benché i miei due luoghi siano vicini, vivo ugualmente lo sdoppiamento che crea nostalgia ma apre nuove strade. E quanti ragazzi si apprestano oggi a partire per l’estero? Arianna e Argentina hanno molte cose in comune.

Lei non appartiene né alla generazione di Argentina nè a quella di Arianna: chi sente più vicina a sé?

Di certo sento più vicina Arianna, perché ho vissuto la sua condizione di disagio adolescenziale. Ero molto diversa da lei, per esempio amavo molto la scuola, ma la sensazione di non essere compresa e riconosciuta era la stessa. Comunque mi piace trovarmi in mezzo a queste due donne e invecchiando mi piacerebbe mantenere uno spirito bambino come quello di Argentina.

Nel libro ci sono riferimenti alla Basilicata e all’opera di Carlo Levi: che rapporti ha con questa Regione e questo scrittore?

Sia a scuola sia in famiglia sono stata educata all’amore per la libertà e i valori più profondi che mi porto dentro da sempre sono quelli sui quali si fonda la nostra Costituzione, antifascismo e laicità. Quando moltissimi anni fa lessi Cristo si è fermato a Eboli, mi colpì soprattutto l’incontro tra un uomo tenuto al confino a causa delle sue idee liberali e una terra che sembra sprigionare uno spirito ribelle potentissimo. La Basilicata mi ha affascinato subito per la bellezza dei suoi paesaggi che si associa a qualcosa di selvaggio, non contaminato dal potere politico né da quello religioso.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un nuovo romanzo che ha al centro due famiglie strette da grande amicizia, fino a quando un tragico incidente non farà precipitare tutto. Parlerò ancora di adolescenti e della paura materna di vederli crescere.
Poi ho molti progetti che riguardano il teatro. Scrivere per il teatro mi arricchisce tantissimo, mi dà energia e mi stimola ad ascoltare gli altri, ad aprirmi, a confrontarmi. E tra Monza e Milano ho la fortuna di poter frequentare un ambiente molto stimolante da questo punto di vista.

Che cosa vorrebbe dire alle Argentine reali ma soprattutto alle Arianne reali con il suo libro?

Ad Arianna, chiunque sia, vorrei dire che è bellissima così com’è e che non deve mai lasciare che i modelli che la società le propone abbiano il sopravvento sulla sua personalità. A un’Argentina reale vorrei chiedere di raccontarmi la sua storia, perché credo che, oggi più che mai, ci sia un gran bisogno di ascoltare le narrazioni di chi ha vissuto prima di noi.

:: Semina il vento, Alessandro Perissinotto, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

19 febbraio 2015 by

sePiemme ripropone, a qualche anno dalla sua uscita ma sembra trascorso un secolo e l’argomento è diventato di grande attualità oggi più di ieri, Semina il vento di Alessandro Perissinotto.
Un libro profetico già quando è uscito la prima volta, adesso presentato in una nuova edizione, per raccontare quella che è innanzitutto una storia d’amore, straziante e attuale, ma non solo.
Giacomo, cervello in fuga a Parigi dal Piemonte, incontra Shirin, esule iraniana atea, disinibita, colta e in cerca di radici: è il grande amore, e quando lui decide di tornare a vivere nel paesino piemontese in cui è nato lei lo segue in cerca di sicurezza. Sulle montagne, così lontane dall’Iran e dalla cosmopolita capitale francese, Shirin si scontrerà con pregiudizio e razzismo, un mix infernale che la porterà a fare scelte che non aveva mai pensato di fare, lei così lontana da ogni fondamentalismo e anzi critica verso quel mondo, fino ad una decisione estrema, che distruggerà la vita sua e di Giacomo.
Interessante che una storia del genere sia stata scritta, tempo prima che queste cose diventassero cronaca comune, da un italiano e non da uno statunitense o da un francese o da un inglese e che si sia deciso alle nostre latitudini di riflettere su razzismo, pregiudizi, sogni infranti e derive integraliste, per cercare almeno di capire certi meccanismi, quelli che stanno portando ragazzi e ragazze nati in Occidente, totalmente digiuni e menefreghisti fino ad un certo punto di ogni impegno religioso, spesso non più discriminati dei loro coetanei con i bisnonni occidentali, nelle braccia di una guerra santa che ormai fa paura e che non può più essere ignorata.
Alcuni anni fa Semina il vento era un thriller realistico e un ritratto sociologico di una possibile Italia di oggi, visto che tra le righe si parla di vita di coppia, condizione della donna, immigrazione, fuga dei cervelli, razzismo, integralismo. Oggi sembra una storia profetica, una denuncia, un modo per cercare di entrare in meccanismi che sembrano inviolabili, come fa Giacomo, testimone di una caduta agli inferi di una persona che amava profondamente, con cui aveva comunanze intellettuali e sentimentali e che alla fine credeva di conoscere.
Un libro da leggere e su cui riflettere, in cui l’autore non trancia giudizi, né contro gli uni né contro gli altri, si limita a raccontare con il piglio del cronista d’antan una storia di oggi, appassionante fino all’ultima pagina e capace di gelare il sangue perché terribilmente vera e realistica.

Alessandro Perissinotto, è nato a Torino nel 1964 e insegna Teorie e tecniche delle scritture all’Università di Torino. Ha esordito come narratore nel 1997 ed è autore di undici romanzi. Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Con Piemme ha pubblicato Semina il vento, Le colpe dei padri, secondo classificato al Premio Strega, e Coordinate d’Oriente.

:: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali, Francesco Dezio, (Stilo, 2014) a cura di Manuela Mancini

17 febbraio 2015 by

copertina dezio FRONTE OKA tutti quelli che hanno apprezzato gli ultimi due libri di Giorgio Falco, La gemella H (Einaudi 2014) e Condominio Oltremare (L’Orma 2014, con fotografie di Sabrina Ragucci) e soprattutto Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014; Premio Calvino 2013), mi sento di consigliare la lettura di un testo più esile ma ben riuscito, che parla anch’esso del totale sconquasso del tessuto sociale della provincia italiana, tra corruzione, abusivismo edilizio, crisi economica, necrosi intellettuale e ignoranza di ritorno: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta: Storie di provincia e di altri mali (Stilo, Bari 2014, pp. 120, euro 12). Il libro, pubblicato da un piccolo editore pugliese, è di un autore schivo ma non minore, Francesco Dezio, che esordì nel 2004 con il fortunato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), romanzo pioniere della letteratura precaria. A chi, come me, vive in Puglia e soprattutto nella provincia barese, questi racconti ricordano luoghi, tipi umani, paesaggi osservati fin dall’infanzia: gli outlet super-artificiali, costruiti nelle conurbazioni di periferia, a discapito dei centri storici, tra i più belli d’Italia, svuotati di ogni vitalità. Oniriche le descrizioni del racconto “L’outlet di Molfetta”: sono in un artificioso e rutilante panorama di compensato… un agglomerato di case di Barbie a schiera ingigantite all’inverosimile… Guardo ancora su, verso le finestre cieche… perché mi viene da piangere mentre busso con le nocche e scopro che il mascherone antichizzato di Vacanze Romane è fesso, suona cavo? Eh? Perché sto male davanti a questo orrore marzapanato che si para davanti ai miei occhi? (pagg. 88 e sgg.). O ancora: la Murgia devastata dagli stupri ambientali e dai capannoni industriali del distretto del mobile imbottito (Natuzzi e tutte le piccole imprese dell’indotto), moltiplicatisi in un’orgia di sviluppo che è finita nel peggiore dei modi, con licenziamenti e delocalizzazioni (come nei racconti Almeno il sabato e Alla conquista dell’Est).
Se Cartongesso è un monologo fiume (già nella sintassi fluviale e debordante, che non concede soste nell’ipotassi e nella punteggiatura costringendo a letture in apnea per pagine e pagine), Francesco Dezio invece ci dà molte pause, perché il libro si articola in otto racconti-monologhi (alcuni dei quali già pubblicati su testate giornalistiche nazionali tra il 2005 e il 2008) di altrettanti personaggi: c’è un punk di provincia degli anni Ottanta, scampato a derive anarchiche e ai flagelli delle tossicodipendenze, dell’Aids e della malavita; c’è la storia dei membri di un’associazione culturale che negli stessi anni tenta di innestare nella fiacca provincia pugliese le controculture internazionali; poi prende la parola Carla, una cantante alternativa che negli anni Novanta si accontenta di un ingaggio su una nave da crociera, dove canta pezzi di Céline Dion e Mina, perché da quando è tornata da Londra in Puglia non trova un altro modo di sbarcare il lunario: cazzo proprio io, svezzata ascoltando Sex Pistols e Joy Division, vivacchiavo cantando canzoni di merda alle feste dei matrimoni – comunque meglio che fare gli alternativi fuori tempo massimo o sfiatarsi in qualche pub di universitari… Tornare non mi ha emancipata dalla sensazione di non appartenenza. Vivo un’ora alla volta nascondendomi dal sole… A questo penso mentre mi vesto da Jessica Rabbit, voglio un esilio dorato senza progetti, senza ritorno: Croazia Grecia Montenegro Francia Spagna Tunisia. A mai più rivederci (pagg. 61 – 63). Segue lo sfogo di un impiegato che per avere il sabato libero instaura un braccio di ferro con il datore di lavoro, un imprenditore rampante e sleale con i dipendenti e con la concorrenza: il principale c’aveva un’esperienza maturata nel corso di quindici-sedici anni in una ditta media altamurana come commerciale. Era iscritto a Lingue, si era fatto qualche stagione a Rimini… Quando ha visto che poteva camminare con le sue gambe s’è tenuto stretto i contatti commerciali acquisiti e si è licenziato (pag. 70); e la spunta il dipendente, per una volta. Il libro si chiude con la storia d’amore a distanza di due ragazzi disoccupati degli anni Duemila, che non riescono a mettere a frutto i titoli di studio né ad amarsi, tra precarietà affettiva e lavorativa.
Se Maino compone una lunga invettiva dalla cifra stilistica ardua e originale nell’impasto tra italiano e grezzo (il veneto orientale che si parla tra Treviso e Venezia) e nell’invenzione onomastica fortemente satirica (una vera e propria poetica dei nomi), raggiungendo effetti espressivi di grande realismo ma anche di grande levatura tragica, la lingua di Francesco Dezio, che era già stata sperimentale e plurilinguistica in Nicola Rubino (cfr. http://www.treccani.it/magazine/linguaitaliana/percorsi/Silverio Novelli), parte anch’essa dall’uso dell’indiretto libero (ma con esiti meno monumentali di Cartongesso). Anch’essa s’impasta di italiano e lingua parlata (con anacoluti, ripetizioni, inflessioni dialettali, parole gergali, sovrabbondanza del dimostrativo), ma è dotata di grande leggerezza e di una forza comica che tende velocemente verso l’epilogo (icastico) di ciascuno di questi frammenti di vita raccontati in prima persona. I personaggi sono variamente scolarizzati e di età ed inclinazioni diverse, ma tutti con una grande passione in comune: la musica punk, rock, post-punk e post-rock di più di due decenni (dai tardi anni Settanta ai primi anni Duemila), ‘recensita’ nel libro dagli stessi parlanti, che citano formazioni famosissime e quasi sconosciute: Led Zeppelin, AC/DC, Clash, Oasis, Diaframma, Rolling Stones, Gang, Pink Floyd, Underage, Arab Strap, Ramones, Ultravox, Sex Pistols, Orda, Not Moving, Lingomania, Chain Reaction, CCCP, Litfiba, Cure, Died Pretty, Negative Disarcore, Joy Division, Church, Delgados, Rich Fisch in Hand, Boohoos, Simple Minds, Doors, U2, Velvet Underground, Yumi Yumi, Bis, Mando Diao, Libertines, Strokes, Stooges… e tanti altri (i nomi dei 70 gruppi menzionati sono in carattere rilevato nel testo e nell’ultima pagina c’è un’applicazione che consente di scaricare la ‘playlist’ di Dezio).
La letteratura italiana mostra ancora una volta di avere scrittori capaci di sperimentare forme nuove di narrativa: se Cartongesso è un romanzo anomalo perché destrutturato (ma penso anche a Il nemico di Emanuele Tonon, costruito su una trama più lirica ed emotiva che d’intreccio), così Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo, né un saggio musicale, né una semplice raccolta di racconti autonomi: è una polifonia che reduplica e triplica il suo straordinario effetto di coralità nella musica e nella successione dei monologhi, tutt’altro che indipendenti tra loro, ma legati da sottili richiami a distanza, spesso costruiti alla Foster Wallace come recensioni a concerti o pezzi musicali, in uno sforzo ritmico di sintesi, che concentra la parabola narrativa negli stessi tempi di un concerto o dell’ascolto di un album o di un brano, facendo coincidere il tempo della storia e il tempo del racconto (per esempio la descrizione di un concerto dei Boohoos a pag. 35; il concerto di Melpignano di Iggy Pop alle pagg. 45-50; l’ultimo racconto, invece, è una recensione integrale dell’album The Red Thread degli Arab Strap che fa da colonna sonora all’ultimo appuntamento di due giovani). Già il titolo, inoltre, è un omaggio (ed una risposta provocatoria) ad una nota canzone degli Afterhours: anche Dezio, come Maino, individua negli anni Ottanta, nella ubriacatura consumistica di quel decennio e nel saccheggio delle risorse umane attraverso lo sfruttamento ed il lavoro nero, le cause del totale svuotamento di possibilità narrative nel nostro presente, che portano questi autori a sperimentare forme di racconto libere dalla dittatura della trama (Qui non succede mai niente: è il titolo di un altro dei racconti di Dezio), per parlarci di un pezzo di Puglia, o di Veneto, nella loro verità di terre che sono tornate desolate, senza la pretesa di stordirci come turisti nella descrizione delle loro bellezze.

Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto pubblicato nell’antologia Sporco al sole. Narratori del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opera che inaugura la stagione della cosiddetta ‘letteratura precaria’. Alcuni suoi racconti sono apparsi in antologie e su quotidiani e riviste.
Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit su Rai radio 3.
Ha collaborato con «l’Unità», «la Repubblica-Bari», il «Corriere del Mezzogiorno» e condotto laboratori di lettura e scrittura creativa per le scuole.
Tra un periodo di disoccupazione e l’altro, lavora come disegnatore meccanico e grafico.

:: Omicidio senza colpa, Gianni Simoni, (Tea, 2015) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2015 by

omTorna in libreria il commissario Andrea Lucchesi il protagonista di una serie di romanzi gialli molto amati dal pubblico di lettori, creato dalla mano di Gianni Simoni. L’ultimo, Omicidio senza colpa, è appena uscito per Tea. Il nuovo romanzo di Simoni comincia con il fugace incontro di Lucchesi con un ragazzino a Milano. Il piccolo è magro, impaurito e il commissario nota ai suoi piedi un cappellino con qualche moneta. Da subito il suo fiuto indagatore gli permette di capire che qualcosa nella vita di quel giovane non va, e decide di assoldare alcuni suoi colleghi per capire dove il ragazzino vive e cose fa. Poi, la storia prende un improvviso cambiamento di rotta, quando Lucchesi viene chiamato ad indagare sulla morte di un vecchio professore in pensione, trovato impiccato nel suo appartamento. L’uomo, vedovo, senza figli, viveva da solo, ma il commissario guardando la salma e scrutando con attenzione la scena del crimine (l’appartamento, le tazzine del caffè usate di recente, i libri, i soprammobili) comincia a sospettare che quello non sia un caso di suicidio. Andrea Lucchesi, aiutato dalla sua squadra, cercherà di ricucire i tasselli di questo intricato puzzle sentendo le testimonianze della giovane vedova (ma nessuno sa bene come sia morto il marito), vicina di casa della vittima, passando poi all’ex domestica e valutando il responso dell’autopsia fatta dai colleghi. La risoluzione del caso si rivelerà più complessa del previsto e ancora una volta il commissario, sempre più cupo e tormentato, dovrà fare i conti con le ambiguità che caratterizzano l’agire umano. In Omicidio senza colpa, Gianni Simoni mette in scena due casi che in apparenza possono sembrare tra loro distanti, ma in realtà, se si fa un parallelo tra la vita del professore e quello del piccolo Hamsy, ci si rende conto di come quelle due esistenze siano, purtroppo, caratterizzate da una profonda solitudine e mancanza di affetti. L’anziano e il bambino, a causa di queste mancanze, sono entrambi deboli e vulnerabili, ed è questa loro fragilità che infonde in Lucchesi quella grinta e voglia di giustizia che lo porterà a lottare per risolvere entrambe i casi. In parallelo alle due indagini, ancora una volta, l’autore ci porta dentro il mondo affettivo del commissario, un uomo sì adulto, ma dall’animo molto sensibile che dovrà sistemare, da un lato, le scaramucce d’amore con l’amata Lucia e, dall’altro, rendersi conto che Alice, la figlia, non è più una bambina, ma è una giovane donna. Omicidio senza colpa di Gianni Simoni è un giallo dal ritmo incalzante, con colpi di scena inaspettati che scuotono l’animo di Lucchesi, troppo coinvolto dal lavoro per pensare alla sua salute, e quello del lettore. Nella trama creata da Simoni, come vuole il suo stile di scrittura, la dimensione lavorativa e privata vissute del commissario Lucchesi viaggiano assieme e restituiscono a chi legge un quadro narrativo nel quale è possibile scovare molte similitudini con la vita quotidiana di ogni giorno

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. Nelle edizioni TEA son pubblicati I casi di Petri e Miceli e Le indagini del commissario Lucchesi.

:: Il libro del male, James Oswald, (Giunti, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2015 by
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Lasciando la chiesa in rovina si addentrò nel cimitero. Le lapidi si ergevano sbilenche, come se i monaci sepolti lì sotto tentassero di rialzarsi e riprendersi quello che un tempo era stato loro. Alcune erano antiche, i solchi delle incisioni ormai consumati e sbiaditi, su altre si leggevano ancora chiaramente i nomi degli uomini che commemoravano. Erano iscrizioni semplici, senza sentimentalismi. Solo un nome, una data, una preghiera. Alcune indicavano il ruolo svolto nella comunità – apicoltore, pescatore, erborista. L’ultima lapide attirò la sua  attenzione. McLean non si sorpese affatto. Finalmente tutto aveva un senso.

Nascono come ebook autoprodotti i romanzi polizieschi dello scozzese James Oswald, barbuto allevatore di bovini e pecore (per la precisione Highland Cattle e New Zealand Romney Sheep) nella contea di North East Fife. Scrittore per caso dunque, che con il suo primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male, è riuscito a fare tutto quello che gli autoprodotti sognano, vendere 350.000 copie nel giro di poche settimane, e sia con Nel nome del male, che con il successivo Il libro del male (libro che ho avuto occasione di leggere e di cui parlerò in questa recensione) rientrare come finalista del concorso di opere inedite organizzato dalla Crime Writer’s Association.
Come è noto i grandi editori sono a caccia dei successi del web e così è capitato ai libri di Oswald, (a tutt’oggi ne sono disponibili quattro: Natural Causes e The Book of Souls, e gli inediti in Italia The Hangman’s Song e Dead Men’s Bones) i diritti di tutta la saga sono infatti stati acquistati dalla Penguin Random House, e in Italia da Giunti.
Acclamato in patria come l’erede di Ian Rankin, ma è stato accostato anche ad autori come Val McDermid, Peter James e Stuart McBride, James Oswald è un autore che non disdegna componenti horror e paranormali nei suoi crime (è anche autore di una epic fantasy series), e se vogliamo si discosta un po’ dalla cosiddetta ortodossia del tartan noir. Resta piacevole la lettura? Senz’ altro e anche la piana e scorrevole traduzione di Leonardo Taiuti non guasta.
Ambientato a Edimburgo, a gloomy and dark town, Il libro del male (The Book of Souls, 2013) è il secondo libro della serie, seppur può essere letto come uno stand-alone. Donald Anderson, il killer di Natale, ormai al sicuro in carcere, muore accoltellato al cuore dal suo compagno di cella. Per Tony McLean una liberazione, anche la fidanzata dell’ispettore fu una delle vittime del killer, ma il senso di sollievo non dura a lungo. Dodici anni dopo la cattura di Anderson, all’avvicinarsi delle festività natalizie il corpo di una giovane donna viene ritrovato vicino a un ponte: nuda, lavata, con la gola squarciata. Stesso modus operandi del killer di Natale. Ma non può essere lui, McLean ha visto di persona la bara di Anderson scendere nella fossa.
I dubbi dell’ispettore subito si moltiplicano: c’era davvero lui nella bara? c’è un imitatore in città che segue le orme del Killer di Natale?, ma soprattutto era davvero Anderson il Killer di Natale? E poi perché McLean continua a vedere Anderson in giro per le strade di Edinburgo? Sta impazzendo e comincia a vedere i fantasmi? A complicare il tutto l’azione di un piromane, che continua a disseminare la città di acre fumo nero e la visita di misterioso monaco che farnetica di un libro capace di disseminare la morte.
Sicuramente originale.
In libreria dal 25 febbraio 2015.

Elena Romanello

Dopo il successo di Nel nome del male, torna l’ispettore McLean dell’autore scozzese James Oswald, per una storia che si svolge circa dieci anni dopo la prima indagine, prima autopubblicata dall’autore e poi diventata un best-seller editoriale.
Di nuovo, la grande protagonista è Edimburgo, la capitale della Scozia, qui vista nei suoi aspetti più sporchi e degradati, lontani mille miglia dell’idea che ne ha un visitatore e da quella che viene propagandata come idea nel mondo, ma non per questo meno affascinante.
Il secondo capitolo si aggancia al primo, dove McLean era riuscito a catturare il cosiddetto serial killer di Natale, l’insospettabile libraio antiquario Donald Anderson, non prima che questi uccida come ultima vittima Kristy, la fidanzata del poliziotto. Anderson muore in cella, e da quel momento iniziano ad avvenire omicidi sempre di donne, diversissime tra loro come età, vita e provenienza sociale, più ravvicinati ma con le stesse modalità di Anderson. In parallelo, McLean verrà contattato da un misterioso ex monaco che gli parlerà di un antico libro capace di stravolgere la mente di chiunque lo prenda in mano.
Il libro del male è una storia interessante, che si inserisce bene nel thriller, con echi di Ian Rankin e comunque di tutta la narrativa in tema con taglio realistico, portando il lettore per mano in tanti inferni quotidiani, esterni ed interni ai personaggi. Il tema del serial killer, soprattutto di donne, non è nuovo, ma l’autore riesce a trattarlo in maniera non banale e scontata, non togliendo nulla alla suspense e alla devastazione di queste storie.
A tutti questi elementi realistici, il romanzo aggiunge, scombinando le carte, alcune tematiche esoteriche e paranormali, con la storia del libro del male, sorta di grimorio alla Lovecraft, che ispirerebbe le azioni peggiori, e con un finale aperto a nuovi sviluppi, più vicino ad X-Files comunque che a romanzi più sensazionalistici di Dan Brown e Glenn Cooper, anche se la spiegazione resta ambigua e può essere alla fine molto più razionale di quello che si pensa.
Nel complesso Il libro del male, godibile anche se non si conosce il primo libro a cui ci sono comunque riferimenti continui e sul quale si rimane informati (o spoilerati, come si suol dire), è un thriller di sicuro interesse, il secondo di una serie, perché troveremo senz’altro l’ispettore McLean in qualche altra storia. E meno male, perché il suo è un personaggio davvero interessante, un antieroe dolente e un vinto in cerca di verità e di una giustizia non trionfalistica ma che per un attimo gli scaldi il cuore.

James Oswald vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, finchè un giorno ha deciso di autopubblicare su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean, Nel nome del male: nel giro di pochi mesi l’e-Book è stato scaricato da oltre 350.000 lettori. Questo incredibile successo ha attirato l’attenzione di Penguin, che con un’offerta altissima ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi. Un successo mondiale, confermato da questo secondo episodio, Il libro del male, che ha suscitato grande entusiasmo di critica e pubblico.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maya di BizUp.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: “Nowcomics”, il nuovo marchio di 001 Edizioni a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2015 by

imLa 001 edizioni di Torino, casa editrice leader nel fumetto d’autore di varia provenienza (o se si preferisce delle graphic novel) lancia una nuova collana, Nowcomics, che coniuga qualità e prezzo nel campo della narrativa disegnata, proponendo storie che si rivolgono all’appassionato e al neofita, con tavole a colori e spazio dato ad approfondimenti su storia e autore, a ricordare che anche il fumetto è un’arte e una forma letteraria, e che spesso la vicinanza tra fumetto e letteratura avviene anche nel campo degli scambi di miti letterari e personaggi.
I singoli titoli, che si alterneranno ogni mese, usciranno varie volte durante l’anno a coprire l’arco narrativo di singole storie senza troppa attesa tra un’uscita e l’altra, croce e delizia spesso degli appassionati di fumetti. Il filo conduttore di NowComics è l’avventura, in tutte le sue accezioni, che sia fantascienza, thriller, paranormale, viaggi, steampunk, tutte proposte a 4 euro e 90, prezzo decisamente basso tenendo conto della veste editoriale e delle storie.
Si inizia con un’icona letteraria del giallo riletta in chiave fumettistica, e cioè Sherlock Holmes e i vampiri di Londra, sceneggiatura di Sylvain Cordurié e disegno dell’artista serbo Laci, gotico di ambientazione vittoriana che unisce miti letterari impareggiabili. Un’altra serie proposta è Scotland Yard, di Dobbs e Stéphane Perger, anche qui thriller ottocentesco che si unisce al gotico, con una caccia all’uomo nelle nebbie di Londra che riserverà più di una sorpresa. Altri miti letterari che si incontrano in Mr. Hyde contro Frankenstein di Dobbs di nuovo con il nostro Antonio Marinetti, per rileggere uno scontro tra titani del genere gotico, in una corsa contro il tempo nell’Europa ottocentesca. Questi tre titoli fanno parte di una collana più ampia che si chiama 1800 NOW e che ospiterà man mano il meglio del fumetto di ambientazione ottocentesca.
In parallelo parte anche la collana SCI-FI NOW, dedicata alla fantascienza, genere che sta tornando di moda (ma forse per chi lo ama non era mai passato..) con Universal War One, saga spaziale in stile space opera classica di Denis Bajram tra astronavi e federazioni planetarie del futuro, che è stata opzionata per il cinema.
Una collana da tenere d’occhio, come in generale tutte le pubblicazioni della casa editrice che, dalla sua sede nel cuore di Cit Turin, sa sempre stupire chi ama il mondo delle nuvole parlanti e non lo considera secondo a niente.