:: Quando tutto sarà finito, Audrey Magee, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G. & Elena Romanello

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Valeria G.

“Tirò fuori le foto di Katharina e di Johannes e le appese a due chiodi arrugginiti che spuntavano dalla parete del bunker, vicino al suo giaciglio. Passò le dita sulle foto e baciò la moglie sulle labbra. Lei gli sorrideva. Sorrideva davanti alla sua pelle squamata, alle gambe rinsecchite ….
… Si distese vicino al fuoco, rannicchiato in posizione fetale, e chiuse gli occhi. Gli piaceva la neve. Attutiva il rumore della battaglia tanto da non fargli più sentire gli uomini che combattevano a nord della città nel tentativo di contenere la pressione russa ….”

Ogni libro ha un’anima propria, parla una lingua nuova e unica e nasconde sentimenti profondi, qualche volta oscuri. Davanti ad un libro, quindi, il lettore si trova spesso a dover sostenere un compito gravoso, per niente divertente, quando il tema in trattazione è il dolore puro. Difficile scorrere le lettere che compongono le parole, la parole che scrivono le frasi, le frasi che si uniscono per formare le pagine senza farsi troppo male. Anzi, sarebbe praticamente impossibile farlo quando si affronta il tema della guerra e di tutto ciò che essa rappresenta.
Questo mi è accaduto quando ho aperto la busta che mi è stata recapitata contenente il primo romanzo (e mi auguro, sinceramente, primo di una lunga serie ) dell’esordiente Audrey Magee edito da Bollati e Boringhieri nella collana “Varianti”.
L’immagine in copertina anticipa in parte il dolore che ci si appresta a vivere: l’editore italiano ha scelto un fiore a gambo lungo, dal bulbo rosso scarlatto pronto alla fioritura, incorniciato da lugubri fili spinati. Questo è sicuramente il primo scontro obbligato per il lettore curioso che non può far a meno di porsi una domanda preliminare: cosa ci fa un simbolo di così immensa purezza accanto ad uno che sa rappresentare solo morte?
D’obbligo anche l’analisi del titolo che per noi italiani diventa “Quando tutto sarà finito”. Per il lettore si apre un varco. Un’illusione. Una vana speranza. Perché, forse, dopo il male nasce il bene.
Forse.
Le prime righe del primo breve capitolo ci presentano Peter Fabel, insegnante diventato soldato per garantire l’espansione del regno tedesco, e Katharina Spinell, dolce fanciulla figlia di genitori ossessionati dal potere del Fuhrer, che si sposano. Non si tratta di uno dei tanti matrimoni tra innamorati perché questo è semplicemente un atto di convenienza tra due giovani travolti dal vento di guerra che si è abbattuto sulle loro vite, una contratto stipulato solo per accedere a delle agevolazioni, economiche per lei in caso di vedovanza,  per l’ottenimento delle tanto attese licenze per lui. Peter e Katharina non si sono mai conosciuti. Non si incontrano nemmeno nel giorno che li rende marito e moglie. Ma, anche se le premesse di amore e rispetto non vengono attese, il momento del loro incontro segna le loro vite, per sempre. Katharina si aggrappa al ricordo di quei giorni di quotidiana serenità che ha trascorso con lui per provare ad accettare un padre pronto a sacrificare tutto, anche la propria famiglia, per il bene del partito. Perer si stringe al petto l’immagine di lei e la lettera nella quale apprende la sua paternità per cercare di non morire sotto il fuoco dei cecchini durante la terribile battaglia di Stalingrado. Katharina e Peter arrancano nella loro disperazione forti della promessa che si sono scambiati (da qui probabilmente il titolo originario “The Undertaking”).  Per loro esiste solo il futuro armonioso che li attende quando la guerra sarà finita e il popolo tedesco avrà conquistato il mondo.
Il libro della Magee ha ricevuto numerosi riconoscimenti anche per la scelta di affidare la narrazione dei fatti attraverso pagine intere di dialoghi, nonché fitti e crudi scambi di battute tra i protagonisti.  In aggiunta a questa coraggiosa prova di scrittura, peraltro riuscita egregiamente,  mi permetto di dire che non è questo il solo aspetto che rende il romanzo particolarmente interessante. Mi riferisco al fatto che, a mio giudizio,  il vero protagonista che apre e chiude le trecentoventi pagine in questione non è un personaggio bensì  un insieme di sentimenti: il dolore, la disperazione, la vendetta.
La scrittrice ci trascina violentemente al fianco di chi non ha più occhi per vedere la distruzione, di chi non riesce più a respirare quell’aria gravida di morte e sangue, di chi è costretto a fuggire per vivere, di chi non ha più la forza di accettare il suo ruolo di assassino, di chi non trova risposte alle domande che inevitabilmente sorgono di fronte a tanta feroce crudeltà, di chi non ha modo di difendere la propria innocenza, di chi crede che sia giusto sottomettere ed eliminare. E poi, con estrema naturalezza, ci consegna la morte. L’atto finale. La fine di tutto, del fiume di male e delle briciole di bene.
Altro aspetto particolarmente incalzante del libro, è la voglia di normalità, di quotidianità, di serenità che spira marcatamente in parallelo a tanta sofferenza.  E naturalmente, la voglia di amare e di vivere che aleggia in ogni singolo dialogo.
Un romanzo forte, di straordinaria bellezza, di inestimabile autenticità che, attraverso una scrittura semplice ma estremamente efficace, riesce ad affrontare un tema particolarmente complesso come quello della violenza e degli effetti che essa causa. Un argomento decisamente attuale, purtroppo. Traduzione di Carlo Prosperi.

Elena Romanello

Dopo altri scrittori e scrittrici, anche la giornalista irlandese Audrey Magee si confronta con la Seconda guerra mondiale, conclusasi settant’anni fa e ben prima che lei nascesse. Anziché raccontare le vicende dal punto di vista degli Alleati, come sarebbe abbastanza normale tenendo conto della sua provenienza, Audrey Magee sceglie di parlare dei vinti, dei tedeschi, per decenni odiati, dei loro errori e anche delle loro sofferenze.
Quando tutto sarà finito è una storia d’amore insolita e amara, ma anche un affresco d’epoca, attraverso la vicenda di Peter Faber, insegnante in attesa di partire come soldato sul fronte orientale, e Katharina Spinell, ragazza berlinese oppressa da genitori invadenti e da un lavoro che detesta. I due, come capitava all’epoca, si sposano per convenienza, senza conoscersi, ma per avere lui una licenza e lei una pensione di reversibilità nel caso rimanesse vedova. Tra i due è però amore a prima vista, ma la felicità breve, Peter sparisce nell’assedio di Stalingrado, mentre Katharina rimane ad attenderlo per anni nella capitale tedesca, vedendo la vigliaccheria dei genitori, filo nazisti, la morte del fratello vittima delle idee dei genitori, la disfatta del nazismo e la punizione smisurata dei vincitori contro i vinti.
Quando tutto sarà finito è scritto con l’immediatezza di una sceneggiatura, tanti dialoghi, poche descrizioni, per raccontare il dramma di due vinti dalla Storia e dagli eventi, non eroici, che rimangono vittime di eventi che rivivono senza orpelli ma in tutta la loro ferocia. La ritirata di Russia è stata raccontata tante volte dal punto di vista degli italiani, che hanno saputo, grazie ad autori come Mario Rigoni Stern, rielaborare un dramma e un errore madornale, ma meno dalla parte tedesca e Audrey Magee ricorda sia la ferocia dell’esercito di Hitler contro la popolazione civile sia poi l’internamento dei sopravvissuti nei campi di prigionia in Siberia, da cui tornarono anche anni dopo. Un altro fatto di cui si è parlato poco, tranne Ken Follett e pochi altri, e che torna nel romanzo, sono le violenze contro le donne tedesche da parte dell’Armata Rossa, che per decenni non hanno trovato un narratore come Alberto Moravia con La ciociara per parlare di un dramma che distrusse vite e creò drammi insanabili.
Quando tutto sarà finito racconta il dramma di un mondo e di una società che sbagliò, scegliendo la banalità del male e la tranquillità senza rendersi conto in che follia stava andando a mettersi, e anche l’impossibilità di un amore che nasce per caso ma che si scontra con gli eventi della grande Storia, capaci di cambiare, modificare e distruggere e che non sa trasformarsi in qualcosa di più duraturo.
Un libro secco, tagliente, non lungo come invece spesso sono i romanzi storici, per raccontare uno dei tanti drammi della guerra, la storia di due persone a caso, rappresentative dei tanti Peter e Katharina che ebbero la vita distrutta dalla guerra. Un romanzo interessante su un argomento che a tratti può sembrare inflazionato ma su cui, a quanto pare, c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare, anche a settant’anni di distanza.

Audrey Magee
lavora da dodici anni come giornalista per, tra altre testate, The Times, The Irish Times, The Observer e The Guardian. Ha conseguito un Bachelor of Arts in tedesco e francese all’University College di Dublino e un master di giornalismo al Dublin City College. Vive a Wicklow con il marito e le tre figlie. Quando tutto sarà finito è il suo primo romanzo.

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