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:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Un’ intervista con Michela Tilli, a cura di Elena Romanello

20 febbraio 2015

OgniIn Ogni giorno come fossi bambina, già recensito da Liberi di scrivere, Michela Tilli ha raccontato la storia di due donne, una ragazza di oggi e una ragazza di ieri, che si incontrano e si aiutano a vicenda. Ma è interessante sapere come sono nati questi personaggi e protagonisti, dalla voce stessa dell’autrice.
I personaggi di Argentina e Arianna sono ispirati a qualcuno di reale?

Mi piace scrivere storie che siano totalmente inventate e per creare i miei personaggi cerco di non ispirarmi mai a persone reali. Questo perché nel mio mondo immaginario mi piace godere della massima libertà. Naturalmente, che io lo voglia o no, echi di esperienze passate, caratteristiche di persone incontrate e sprazzi di vita si insinuano tra le righe e spesso mi capita, alla fine, di dover riconoscere che un personaggio assomiglia a qualcuno. Ma sono sempre tratti del carattere slegati dal contesto, che quindi alla fine non appartengono a nessuno. In questo caso, Argentina è divertente come lo era mia nonna e Arianna è complicata come me alla sua età.

Argentina rappresenta il volto dell’Italia di ieri, quella dell’immigrazione, mentre Arianna quello dell’Italia di oggi, giovani che si sentono senza prospettive e evadono in un mondo reale. Perché ha scelto questi due aspetti?

L’Italia dei giovani d’oggi ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e devo ammettere che mi preoccupa molto il mondo che stiamo preparando per i nostri figli. D’altra parte credo che i giovanissimi, come Arianna, abbiano una marcia in più e spero sinceramente che un giorno ci stupiranno.
Per quanto riguarda l’Italia dell’immigrazione, quella di Argentina, io sono convinta che sia un po’ nel nostro dna e non appartenga solo a un’epoca passata. Come molti, io stessa mi sono trasferita a Milano per lavoro, perché la Liguria non offriva opportunità. E benché i miei due luoghi siano vicini, vivo ugualmente lo sdoppiamento che crea nostalgia ma apre nuove strade. E quanti ragazzi si apprestano oggi a partire per l’estero? Arianna e Argentina hanno molte cose in comune.

Lei non appartiene né alla generazione di Argentina nè a quella di Arianna: chi sente più vicina a sé?

Di certo sento più vicina Arianna, perché ho vissuto la sua condizione di disagio adolescenziale. Ero molto diversa da lei, per esempio amavo molto la scuola, ma la sensazione di non essere compresa e riconosciuta era la stessa. Comunque mi piace trovarmi in mezzo a queste due donne e invecchiando mi piacerebbe mantenere uno spirito bambino come quello di Argentina.

Nel libro ci sono riferimenti alla Basilicata e all’opera di Carlo Levi: che rapporti ha con questa Regione e questo scrittore?

Sia a scuola sia in famiglia sono stata educata all’amore per la libertà e i valori più profondi che mi porto dentro da sempre sono quelli sui quali si fonda la nostra Costituzione, antifascismo e laicità. Quando moltissimi anni fa lessi Cristo si è fermato a Eboli, mi colpì soprattutto l’incontro tra un uomo tenuto al confino a causa delle sue idee liberali e una terra che sembra sprigionare uno spirito ribelle potentissimo. La Basilicata mi ha affascinato subito per la bellezza dei suoi paesaggi che si associa a qualcosa di selvaggio, non contaminato dal potere politico né da quello religioso.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un nuovo romanzo che ha al centro due famiglie strette da grande amicizia, fino a quando un tragico incidente non farà precipitare tutto. Parlerò ancora di adolescenti e della paura materna di vederli crescere.
Poi ho molti progetti che riguardano il teatro. Scrivere per il teatro mi arricchisce tantissimo, mi dà energia e mi stimola ad ascoltare gli altri, ad aprirmi, a confrontarmi. E tra Monza e Milano ho la fortuna di poter frequentare un ambiente molto stimolante da questo punto di vista.

Che cosa vorrebbe dire alle Argentine reali ma soprattutto alle Arianne reali con il suo libro?

Ad Arianna, chiunque sia, vorrei dire che è bellissima così com’è e che non deve mai lasciare che i modelli che la società le propone abbiano il sopravvento sulla sua personalità. A un’Argentina reale vorrei chiedere di raccontarmi la sua storia, perché credo che, oggi più che mai, ci sia un gran bisogno di ascoltare le narrazioni di chi ha vissuto prima di noi.