:: Uomini senza donne, Haruki Murakami (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 luglio 2015 by
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Non è un caso che, in letteratura, quel sentimento di vuoto interiore, di perdita che si prova a fine di un amore totalizzante sia percepito come qualcosa di esclusivamente femminile.

Come se gli uomini dovessero (per forza) farsi scivolare tutto addosso. I veri uomini non piangono mai, si sa.
Poi arriva Murakami e, con sette racconti brevi, scardina l’ordine precostituito.

Sette uomini soli protagonisti di altrettante storie brevi. Al centro di ogni racconto una donna: l’amata, irraggiungibile e assente, lascia dietro di sé un carico di emozioni e sensazioni spiazzanti.  Sette “aiutanti”, quasi come a rispettare lo schema classico della fiaba di Propp, sopraggiungono in soccorso del protagonista. Sono loro a raccontarci la storia, secondo un punto di vista straniante, del tutto inaspettato: una prospettiva obliqua, che si tramuta spesso in quell’occhio critico capace di trovare una soluzione, anzi “la” soluzione: quella che il protagonista si rifiuta di vedere.

“A volte perdere una donna significa perderle tutte.”

Esorcizzare e superare un lutto, accettare la fine di un amore o mandare giù un tradimento. Il punto di vista maschile sull’amore e le situazioni ad esso collegate sembra inusuale, ma perché dovrebbe essere così? Gli uomini non soffrono?

Non piangono?

Nulla è lasciato al caso nella narrazione di Murakami. Il registro stilistico legato al fantastico viene messo da parte per far posto ad un impeccabile realismo. Si può parlare di temi amorosi con protagonisti al maschile senza far ricorso ad artifici.
Ricordi, dolore, assenza e distacco si mescolano in un turbine di parole, volti e situazioni.

C’è l’uomo di mezza età che ha perso la moglie, malata di tumore, e non riesce a sopportare il vuoto lasciato nella sua vita. Pur consapevole che in vita la donna l’avesse più volte tradita. C’è quel ragazzo un po’ strano che sembra aver trovato l’amore della sua vita fin dalle elementari, ma che poi, a vent’anni, si rende conto di non meritare. Così spinge il suo caro amico a uscire con la sua ragazza, in modo da “poter stare più tranquillo”. C’è la storia di Gregor Samsa al contrario, che molto ha impressionato la critica qui in Italia: lo scarafaggio che si risveglia uomo, con tutto quello che ne deriva. C’è la narratrice da Le mille e una notte che non può lasciar incompiuta la sua narrazione perché, a volte, l’amore diventa una metastoria, oltre che una promessa da rinnovare ogni giorno.

Tutto questo (e anche di più) è Uomini senza donne – titolo originale “Onna no Inai Otoko-tachi”-, volume uscito nel 2014 in Giappone e pubblicato quest’anno in Italia da Einaudi. Precedentemente i suoi racconti erano già stati pubblicati su alcune riviste all’estero.

Raccolta di racconti che si presta a differenti livelli di lettura, l’ultima creatura di Murakami diventa una cartina da tornasole dei sentimenti umani, offrendoci una panoramica di esistenze ben inquadrate in un Giappone che tutto sembra tranne che asiatico. Molti, infatti, i rimandi alla cultura occidentale, a quella pop culture capace di permeare anche in una società – apparentemente lontana – come quella asiatica sradicandone tutte le strutture più complesse.

E allora via libera ai Beatles con la loro Yesterday, qui reinterpretata dal giovane Kitaru in uno strano dialetto, quello del Kansai, (non suo, addirittura, ma imparato da autodidatta), a Manhattan di Woody Allen visto per la prima volta al cinema, passando per i vari riadattamenti di Tolstoj a teatro (il protagonista della prima storia, attore teatrale, recita a memoria Zio Vanja per calmarsi, prima dello spettacolo vero e proprio) fino a Salinger tradotto (territorio ben conosciuto dall’autore) e a un Gregor Samsa kafkiano assolutamente singolare: da insetto si sveglia uomo ed è del tutto impreparato alla vita.

Come ci fa sapere Murakami: «Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia via, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. Io sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo. […]
Scrivo storie strane, bizzarre. Non so perché mi piaccia tanto tutto ciò che è strano. In realtà, sono un uomo molto razionale. Non credo alla New Age, né alla reincarnazione, ai sogni, ai tarocchi, all’oroscopo. […] Ma quando scrivo, scrivo cose bizzarre. Non so perché. Più sono serio, più divento balzano e contorto».

Sette storie che diventano sette tesori. Sette piccoli capolavori da scoprire e comprendere al meglio per farsi strada nel tortuoso cammino esistenziale (e personale) dell’accettazione. Di una delusione, di un dolore, di un lutto.

Haruki Murakami, classe 1949, è nato a Kyoto ed è cresciuto a Kobe. Autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. Con “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” ha vinto in Giappone il Premio Tanizaki. In Italia Einaudi ha pubblicato i suoi “Dance Dance Dance”, “La ragazza dello Sputnik”, “Underground”, “Tutti i figli di Dio danzano”, “Norwegian Wood”, “L’uccello che girava le Viti del Mondo”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “Kafka sulla spiaggia”,” After Dark”, “L’elefante scomparso e altri racconti”, “L’arte di correre”, “Nel segno della pecora”, “I salici ciechi e la donna addormentata”, “1Q84” (suddiviso in Libri 1 e 2, usciti insieme nel 2011, e Libro 3, uscito nel 2012), “A sud del confine, a ovest del sole” (2013), “Ritratti in jazz” (2013, con le illustrazioni di Wada Makoto), “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (2014) e “Uomini senza donne” (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Gabo – Gabriel García Márquez *memorie di una vita magica*, AAVV, (Tunuè, 2014) a cura di Maria Chiara Paone

25 luglio 2015 by
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Come nasce una storia?

È una domanda che prima o poi tutti ci poniamo, da aspiranti scrittori in cerca di ispirazione o semplicemente da lettori accaniti. E se vi rivelassi che uno dei più grandi classici della letteratura mondiale ha avuto il suo incipit durante un viaggio in macchina?

Io stessa ne sono rimasta stupita ma mai quanto l’autore in questione. Sto parlando di Gabriel García Márquez e il suo romanzo è, ovviamente, Cent’anni di solitudine: tutto questo viene raccontato in Gabo, la biografia a fumetti sceneggiata da Óscar Pantoja e disegnata dalle capaci mani di Miguel Bustos, Felipe Camargo, Tatiana Córdoba e Julián Naranjo.

L’opera, edita in Italia da Tunué, ha vinto il premio per il Miglior libro a fumetti in America Latina alla Fiera Internazionale del Libro di Buenos Aires 2014 raccontando la vita dello scrittore che porterà alla ribalta la letteratura latino-americana.

Così finiamo catapultati ad Aracataca, nella casa dove Gabo verrà dato alla luce e affidato ai nonni materni quando i genitori decideranno di trasferirsi a Barranquilla in cerca di fortuna dopo il massacro della Compagnia Bananiera.

Lì passerà la sua infanzia, in bilico tra l’universo della nonna Tranquilina Iguaràn – il cui cognome verrà utilizzato, non a caso, per il personaggio di Ursula – magico e divinatorio, e quello “per soli uomini” del nonno, colonnello e fine orefice, soprattutto quando si tratta di pesciolini d’oro (e qui una lampadina dovrebbe accendersi): due mondi diversi ma complementari, riuniti in quella casa che rimarrà nel cuore del piccolo Gabito fino all’età adulta, portando dentro di sé tutti i suoi fantasmi.

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Una vita non sempre facile, segnata dalle guerre e dagli stenti, data l’impossibilità di trovare un posto fisso con cui mantenersi, ma non per questo priva di emozioni: gli innumerevoli viaggi come corrispondente, l’amore per Mercedes, sua compagna inseparabile, l’incontro con Zavattini e il Neorealismo, il passaggio nelle terre descritte da Faulkner, che considerava il suo maestro…

In una linea temporale percorsa avanti e indietro senza fine (ma che si può consultare nel giusto ordine alla fine del libro) osserviamo la storia di un Paese e di un uomo che, tramite il realismo magico, ha tentato di dargli una voce, con un successo incredibile che gli era stato confermato, ancor prima del Nobel, da una singola copia del suo libro comprata e custodita da una borsa del mercato.

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Il libro è corredato di una fitta bibliografia di riferimento (anche informatica) e di un’appendice scritta dallo stesso sceneggiatore Oscar Pantoja; i disegni, nonostante le diverse mani, conferiscono continuità alle varie parti, legate dal leitmotiv di fiori e farfalle gialle, un fil jaune insolito e di finissimo gusto, con l’intento di richiamare inconsciamente un altro dei personaggi dell’opera di Márquez (lascio a voi l’onore di indovinare).

Gabo risulta non solo un omaggio al Márquez scrittore ma un documentario sul suo percorso personale e privato, senza però risultare voyeuristico, dando la possibilità anche ai suoi ammiratori più devoti – come la sottoscritta – di conoscerlo in tutte le sue sfaccettature.

Óscar Pantoja, nato nel 1971, è uno scrittore vincitore del Premio Alejo Carpentier per il romanzo El Hijo. Vincitore della borsa di studio nazionale di cinematografia in corto e medio metraggio 1998-2001 del ministero della cultura colombiana, ha fatto film d’amore e di terrore. Ha collaborato in diversi progetti di scrittura e audio visuali e attualmente lavora come scrittore di testi, articoli, copioni, romanzi e progetti editoriali. Scrive per la rivista Suite101.net. Dal 2009 è coordinatore e tutore del laboratorio virtuale di scrittori di romanzi brevi, progetto della Fundación Gilberto Alzate Avendano. Ha tre romanzi nel cassetto e vari progetti in mente.

Miguel Bustos, nato nel 1973, è disegnatore grafico dell’Università nazionale della Colombia. La sua produzione grafica su fumetti e illustrazioni, per cui ha ricevuto numerosi premi a livello nazionale. Nel suo lavoro prevalgono l’espressività tecnica, l’attenzione nell’uso della matita e le storie oscure e intimiste.

Felipe Camargo, nato nel 1988, è laureato in arti visive con menzione d’onore presso l’Università javeriana. Ossessionato dalla mancanza di comunicazione all’interno delle città, ha realizzato la sua prima esibizione individuale basandosi proprio su questo tema. In quell’occasione è stato presentato anche il suo primo graphic novel El señor solitario y la anciana incomunicada. ha partecipato a varie esposizioni collettive. I suoi principali argomenti di interesse e di lavoro sono la pittura, l’illustrazione, il fumetto ed il disegno editoriale. Ha pubblicato i suoi fumetti in La gacetilla de robot e sulla rivista Larva. Ha partecipato come ospite al festival Entreviñetas 2012. Ha collaborato al libro dedicato a Rafael Pompo, pubblicato dalla casa editrice Robot.

Tatiana Córdoba, giovane e talentuosa artista visiva colombiana, laureata presso l’Università javeriana, insegna arti plastiche presso la stessa università. Lavora come illustratrice per varie realtà fra cui Maloka, Bacánika, Revista, Colsanitas, Dinero, El malpensante, Orsai. Le sue opere sono state esposte in Colombia, Stati Uniti e Messico. Al momento, la sua carriera di fumettista si accompagna con una serie di dipinti a olio chiamata “estampa series”. Quando non lavora riempie di appunti il suo taccuino e continua a disegnare, parla con i suoi amici, legge e, occasionalmente, si dedica al giardinaggio.

Julián Naranjo, nato nel 1982, è tecnico in disegno grafico della Corporacíon unificada de educación superior (CUN). Nel 2010 è stato vincitore della seconda Biennale di disegno caricaturale citta di Bogotà, organizzata dalla Universidad nacional e dalla Escuela nacional de caricatura. Lì ha ricreato immagini del bicentenario della repubblica. Ha realizzato altri studi di caricatura con Martín Ballona e al momento sta completando un corso specialistico in illustrazione presso la Scuola nazionale di caricatura. È professore presso la stessa scuola e ha pubblicato i suoi lavori nel settimanale Voz e nel portale La caricatura se burla del poder dell’Universidad nacional della Colombia.

Source: acquisto personale.

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:: L’esercito delle cose inutili, Paola Mastrocola (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 luglio 2015 by
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Complici i cinque anni di vagabondaggio che mi porto alle spalle, posso affermare – senza dubbio alcuno- che la libreria della stazione Termini, quella grandissima proprio all’entrata, su Piazza dei Cinquecento è l’unico luogo di Roma che conosco meglio delle mie tasche.

Sono sicura che molti di voi rideranno, altri mi diranno qualcosa tipo “Eh, ma non ci vuole mica chissà quale dote per conoscere a menadito la libreria di una stazione!”. Eh, eppure saprei collocarvi quasi tutte le sezioni. Ad esempio, so perfettamente dove trovare tutti i libri Paola Mastrocola, pur senza (mea culpa – mea culpa – mea grandissima culpa) averne mai letto uno prima del suo ultimissimo “L’esercito delle cose inutili”, pubblicato quest’anno da Einaudi.

Com’è che si dice in questi casi? Ah, sì.

C’è sempre una prima volta. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Gli ultimi saranno i primi.

Bando alle ciance coi proverbi, adesso voglio parlarvi di Raimond, l’asino a distanza regalato a Gulli per Natale. Che volete farci, esistono genitori che amano regalare il telefonino ultimo modello anche ai bimbi di prima elementare e altri (è il caso di Guglielmo, anche detto “Gulli” a casa o “Ulli Gulli”, da quegli insopportabili dei suoi compagni di classe) che, invece, optano per quei regali simbolici: pensierini pregni di un determinato significato.

Come? In che senso “asino a distanza?” Avete capito bene, proprio a distanza. Come un amico di penna, solo con due orecchie e quattro zampe.

Così Gulli, ragazzino di undici anni, molto timido e introverso, “incontra” Raimond, asino fuori carriera che vive nel Paese dei Variopinti, dove “tutti sono inutili, ma felici, in compagnia di altri personaggi fuori dal comune. Tra di loro c’è anche un vecchio libro ammuffito che non viene più letto da nessuno di nome Res. Sarà proprio Res ad insegnare a Raimond a leggere, in modo tale da poter iniziare questa amicizia epistolare con Gulli, che gli scrive tutte le settimane.

Proprio Raimond, l’asinello in pensione, sarà capace di comprendere appieno gli stati d’animo di quel suo piccolo amico e di ricostruire, tramite lettera, il mondo pieno di incertezze e paure di quel ragazzino così chiuso in se stesso.

Si intendono così bene, Raimond e Gulli.

Raimond lo comprende al punto da… decidere di andare a trovarlo! Lui e Res partono per aiutare Gulli con quel bullo che a scuola gli dà tanta pena.

Inizia così il viaggio, anzi la traversata, de “L’esercito delle cose inutili”: favola che diventa racconto volta a spiegare che non sempre sentirsi inutili vuol dire per forza essere infelici.

A volte, ciò che sembra inutile è solo piccolo, inesperto o spaventato. E ancora: non è detto che ciò che oggi ci sembra inutile non possa diventare utile, prima o poi.

Esperienze personali e paradosso si incontrano nell’ultimo libro della scrittrice-insegnante Paola Mastrocola in una favola che, qualora si prefiggesse una morale “utile”, come prima cosa mirerebbe al cuore delle persone (bambini, soprattutto) per fare in modo che non si sentano inutili. Soprattutto in una società come quella in cui viviamo in cui tutti, per essere “accettati”, dovrebbero rispettare certi standard.

Questo libro tutt’altro che inutile, di sicuro, vi strapperà un sorriso. In particolare a quelle persone che, come la sottoscritta, si sono sentite per anni e anni veramente… inutili!

Paola Mastrocola, classe 1956, nella sua vita fa quello che le riesce meglio: scrive. Dopo la laurea in Lettere (e la pubblicazione di diversi saggi letterari), ha insegnato al liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO). Da subito riesce a coniugare il suo amore per la scrittura con la passione per l’insegnamento, dando vita prima a libri per ragazzi e poi a romanzi che riprendono in chiave allegorica e fantastica tanti di quei problemi che interessano il mondo della scuola. Sono passati ormai quindici anni dal suo primo libro, “La gallina volante”, pubblicato da Guanda, ma da lì al suo ultimo “L’esercito delle cose inutili” il suo stile e la sua verve graffiante non si sono spostati di una virgola.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Un giorno come un altro. Storia d’amore, perle e riscatti, Filippo Venturi, (Pendragon, 2015), a cura di Micol Borzatta

24 luglio 2015 by
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Siamo nel 2014 a Bologna. La mostra “Il mito della Golden Age”, organizzata nel fatiscente Palazzo Fava, espone il famosissimo dipinto di Vermeer dal titolo La ragazza con l’orecchino di Perla.
Martino, un meccanico spiantato che si dedica ai furti di cerchioni, riesce a entrare nel palazzo e a rubare il dipinto. Ciò non avviene grazie alla sua bravura e alla sua astuzia, ma grazie a una serie di circostanza fortuite.
Martino infatti non sa bene come muoversi e la sua goffaggine lo porta a fare passi incerti e catastrofici che però non saranno per niente d’aiuto ai funzionari di polizia che non sapranno cogliere la fortuna.
Un romanzo molto divertente e fuori dagli schemi che porta il lettore a tifare per i cattivi che riescono a fare breccia nel suo cuore grazie alle loro azioni imbranate e alla loro ingenuità.
Lo stile di narrazione è molto semplice e leggero, ma non per questo mancano i colpi di scena che danno quella marcia in più che coinvolge a fondo il lettore.
Una trama ben sviluppata che permette di conoscere una Bologna un po’ diversa dal solito.

Filippo Venturi, nasce nel 1972. Vive e lavora a Bologna come ristoratore.
Ha già pubblicato nel 2010 Intanto Dustin Hoffman non fa più un film. Nel 2012 Forse in paradiso incontro John Belushi. Nel 2013 Un saluto ai ragazzi, raccolta di racconti scritto insieme a Emilio Marrese e Cristiano Governa. Tutte le pubblicazioni sono con Pendragon.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Filippo Venturi per la disponibilità.

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:: Mediorientarsi – Hotel Madrepatria, Yusuf Atılgan, (Ed. Jaca Book – Calabuig, 2015) a cura di Matilde Zubani

24 luglio 2015 by
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“Gestire un hotel e gestire un’istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa. È una fortuna che i governanti dei paesi non lo sappiano, altrimenti qui, in questo mondo, farebbero molti più danni di quanti ne può fare il responsabile di un hotel.”

L’Hotel Madrepatria è un konak (una vecchia costruzione ottomana) di tre piani, vicino alla stazione ferroviaria di una cittadina dell’Anatolia che fu vittima, nel 1922, di uno spaventoso incendio appiccato dai greci in ritirata. Il gestore dell’Hotel, Zebercet, è un personaggio solitario che conduce una vita monotona fatta di gesti sempre uguali, clienti poco interessanti e un rapporto-abuso con la cameriera.

Una notte arriva al konak una donna scesa dal treno, in ritardo, proveniente da Ankara, nessuno sa chi sia – non ha con sé la carta d’identità – né dove sia diretta, ma la sua apparizione – di cui resterà soltanto qualche traccia: due sigarette fumate a metà e un asciugamano a righe – è destinata a lasciare un segno indelebile nella vita di Zebercet. Il ricordo di questa donna e l’attesa di un suo improbabile ritorno si trasformeranno presto in un’ossessione totalizzante e irrazionale che trascinarà il protagonista fuori dal tempo e dallo spazio, stritolandolo in un vortice di follia.

La tecnica linguistica usata da Atılgan è interessante: lunghi periodi si alternano a frasi lapidarie e digressioni racchiuse tra parentesi. L’uso della punteggiatura è fortemente evocativo, tanto da rendere quasi difficoltoso il dipanarsi del discorso – proprio come se seguissimo le torsioni di una mente tormentata. Il flusso di coscienza evoca gesti, ricordi, frammenti di dialoghi e illusioni. Quello che conta sembra non essere tanto la trama, quanto il modernismo stilistico; citato dal premio nobel Pamuk tra i suoi maestri, Atılgan viene spesso accostato a William Faulkner, traslandone però l’esperienza nell’ambiente narrativo turco.

Il romanzo si pone al lettore come un’esperienza innovativa e disturbante, sia stilisticamente sia contenutisticamente. Come è evidenziato nella postfazione, il protagonista è circondato dalle cose della vita, ma è estraneo a tutte; patisce uno spaesamento mentale che contrasta col radicamento e l’immobilità delle sue giornate. Allo stesso tempo il pathos cresce in una contrazione prospettica sempre più soffocante.

Pur non essendo un’amante di questo stile modernista, ho apprezzato Hotel Madrepatria per la sua carica emotiva che mi ha ricordato le tinte cupe dei racconti di Poe (tipo Il cuore rivelatore) e il clima di attesa de Il deserto dei Tartari. Indiscussa è la buona riuscita della traduzione, forse resa ancora più efficace dalla collaborazione di due madrelingue: italiana e turca. Mi è piaciuto molto anche il glossario alla fine del libro, che non solo traduce, ma cerca di spiegare e raccontare i termini che sono stati lasciati in lingua originale.

In Turchia, Hotel Madrepatria si è ritrovato spesso al centro del dibattito critico-letterario a causa delle implicazioni politiche, culturali e psicologiche sollevate dai temi trattati: Anayurt Oteli (titolo originale) enfatizza gli aspetti alienanti della vita nella società moderna attraverso un ritratto convincente di un anti-eroe guidato da impulsi arcaici e da una sessualità ossessiva. Viene ritenuto un romanzo “di rottura” con la tradizione letteraria turca e oggi è considerato un classico moderno.

Per chi fosse curioso di approfondire, nel 1986 dal romanzo è stato tratto anche un omonimo film diretto da Ömer Kavur con Macit Koper e Serra Ylmaz.

Yusuf Atılgan (1921-1989), uno dei maestri della letteratura turca contemporanea, ha raggiunto la celebrità grazie a due soli romanzi, Aylak Adam (L’indolente) del 1959 e Hotel Madrepatria del 1973, ai quali si aggiungono alcuni racconti e un terzo romanzo incompiuto e pubblicato postumo. Tradotto in diverse lingue, Atilgan viene qui presentato per la prima volta in italiano.

Rosita D’Amora insegna Lingua e Cultura Turca all’Università del Salento. Ha tradotto in italiano Sabahattin Ali e Mehmet Yashin.

Semsa Gezgin ha tradotto in italiano Orhan Pamuk, Nedim Gürsel, Oguz Atay, Esmahan Aykol, e in turco Italo Calvino, Cesare Pavese, Umberto Eco, Alessandro Baricco.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Jaca Book.

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:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015 by
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Come un film francese, Roberto Saporito, (Del Vecchio editore, 2015)

21 luglio 2015 by
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Roberto Saporito è uno scrittore che legge.
Non in modo bulimico o compulsivo (come me), non affastellando sul suo comodino ideale (un lettore ha per antonomasia accanto al letto un comodino stracolmo di libri) di tutto dalla narrativa commerciale, all’ultimo successo (che la bandella assicura ha venduto mille mila copie), qualche classico (perché se non leggi l’Ulisse, pur non capendoci niente, non sei nessuno), fino ai libri d’arte (oh, ce ne sono di bellissimi), qualche autobiografia di personaggio famoso (sai com’è tutti ne parlano, vuoi mica trovarti in società e non avere niente da dire a tal proposito), qualche libro di cucina, e perché no un corso su carta su come disporre i fiori o tagliare le siepi.
No, non legge per motivi futili.
Legge in modo selettivo, forse snob, prediligendo scritture eleganti e raffinate, (ha una passione per i postmoderni, e per gli esistenzialisti, anche).
Dico questo non perché sia entrata di nascosto nottetempo in casa sua, a sbirciare i libri della sua biblioteca (rigorosamente d’acciaio cromato), ma perché lo capisco leggendo i suoi libri, e perché lui non fa in effetti niente per nasconderlo (oltre a liste di musica, non è raro trovare nei suoi libri consigli di lettura; a pagina 9 – e sì, le ho contate- ce ne è pure una in Come un film francese).
Oltre a leggere, ruba. Dalla realtà. Da sé stesso, aspetti a volte marginali, a volte qualche riflessione filosofica chiarificatrice (sulla letteratura, sulla vita), a volte una sua passione (per gli abiti neri e la Costa Azzurra).
Ma il personaggio senza nome, protagonista di Come un film francese, non è lui.
Non ci somiglia, per molti versi, per niente.
E’ un personaggio letterario, una creatura simbiotica che vive solo in queste pagine. Roberto Saporito è molto più simpatico. Trovo buffo chi scambia l’autore per il suo personaggio, a volte commovente. Anche se alcuni autori si arrabbiano, anche vivacemente quando succede.
Ci sono autori che amano deformare nei loro libri i loro nemici, Saporito ama fare la stessa cosa con se stesso.
E in questo gioco letterario, forse solo lui si orienta, completamente.
Noi lettori accontentiamoci di sentire gli echi letterari della Recherche di Proust, de Il Grande Gatsby di Fitzgerald, di Lolita di Nabokov; le citazioni in chiaro, da DeLillo a Bernardi, da Roth a Ballard, sono solo una parte del gioco, questa volta, metaletterario, (sì, Saporito ci parla di cosa è la buona scrittura e fornisce strumenti validi al lettore per investigarla), che conduce non senza eleganza. Altra cosa è elencare autori famosi, solo per dire io sono un intellettuale colto e à la page.
Come un film francese, riflettevo una volta letta l’ultima pagina e chiedendomi il perché del gesto estremo in essa contenuto, è come un esorcismo laico e consapevole, una sorta di freudiano processo di liberazione, come quando si brucia in piazza il simulacro di Guy Fawkes.
Per un testo così breve, diciamo, tanta carne al fuoco, per restare in metafora. Buona lettura!

Ps: la tomba, a cui si accenna in copertina, è di Proust, è importante, correggetelo nelle prossime ristampe.

Ps2: ah, se mi scrivesse una dedica su un suo libro, non correrebbe il rischio di trovare il volume in una bancarella dell’usato, ma io non sono un critico importante, sono troppo pigra.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, dopo gli studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessi, Anche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Le fatiche di Ercole, Sergio Parini, Jacopo Fo (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2015 by
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Arriverà tra pochi giorni (il 23 luglio) in libreria il libro Le fatiche di Ercole scritto da Sergio Parini con i disegni Jacopo Fo (figlio di Dario) edito da Gallucci. Il libro, adatto ai bambini dagli 8 anni in su, racconta le avventure di quel personaggio della mitologia greca che può essere considerato il primo super eroe della storia: Ercole. Il libro ripercorre le dodici fatiche che Ercole dovette affrontare per rimediare al tremendo errore compiuto e per ritrovare la serenità perduta. Ad affidargli le diverse missioni, re Euristeo che, di volta in volta, sceglierà prove sempre più difficili per mettere in crisi l’eroico Ercole. Da leoni super potenti, a draghi con sette teste, passando per irraggiungibili cervi e affascinanti fanciulle dalla cintura preziosa, il figlio di Zeus e Alcmena ne vedrà delle belle. Il libro di Parini narra, con un linguaggio semplice e scorrevole, le avventure del forte Ercole, rese ancor più divertenti ed emozionati dalla colorate immagini di Jacopo Fo. Quello che mi è piaciuto di questo libro è la volontà di raccontare a piccini e adulti (non a caso sul retro del libro è segnata la fascia di età del lettore ideale che va dagli 8 ai 99 anni) una figura mitologica che da più di tremila anni attraversa la storia dentro libri, dipinti e anche film. Ercole appare sì come un super eroe dal fisico scolpito e dalla forza sovraumana, ma allo stesso tempo presenta pure delle piccole fragilità che lo rendono simile a noi lettori di oggi e che ci fanno capire che anche un individuo mitico come lui ha qualche piccola imperfezione. L’Ercole protagonista di Le fatiche di Ercole di Parini si rende conto che nella vita e, in questo caso, nelle sue mirabolanti avventure, non si deve usare solo la forza per ottenere ciò che si vuole. Essa spesso va unita alla razionalità, alla gentilezza, ad un pizzico di astuzia, di pazienza e di volontà per poter raggiungere l’obiettivo stabilito.

Sergio Parini è nato nel 1955 a Milano, dove vive. Prima di mettersi a scrivere ha fatto per un po’ l’organizzatore di concerti (uno solo, per la verità, ma buono: quello che ha lanciato gli Skiantos) e il rocchettaro (L’invasione degli Uomini Paprika). Con Jacopo Fo ha scritto ’68 – C’era una volta la rivoluzione. Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. Ha un bambino, Giorgio, per il quale adora inventare e rielaborare storie. Le fatiche di Ercole è una di queste.

Jacopo Fo è nato a Roma nel 1955. Scrittore, attore, regista, attivista, a 18 anni ha cominciato a pubblicare vignette e fumetti su varie riviste underground. Nel 1978 è stato tra i fondatori del settimanale satirico “Il Male”. Autore di una quarantina di libri, tra saggi e romanzi, scrive e disegna per numerosi quotidiani e riviste, da “Cuore” a “Il Corriere della Sera”. Nel 1981 ha fondato in Umbria, dove vive e lavora, la Libera Università di Alcatraz, impegnata a diffondere la cultura della pace, dell’arte e dell’ecologia. Per Gallucci ha realizzato i disegni del volume Le fatiche di Ercole.

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:: Fratello Kemal, Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2014) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2015 by
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Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.

Gli scrittori non dovrebbero mai morire.
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).
E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:

La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, distributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.

Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.

Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.

Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle mani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assumerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

Approfondimento: per saperne di più leggete questo interessante post

Jakob Arjouni a quattordici anni scappa dal collegio ogni giovedì per giocare a biliardo nel quartiere a luci rosse di Francoforte. Scopre Hammett, Chandler, i film di Sergio Leone. Dopo la maturità, migra a Montpellier; mentre cerca di diventare scrittore, vende costumi da bagno e noccioline, finché Diogenes, eccellente editore tedesco, non decide di puntare su questo diciannovenne acqua e sapone. Jakob viene consacrato ‘enfant prodige’ dalla stampa: Happy birthday, turco! va in classifica e Doris Dörrie ne ricava un film di cassetta. Simpatico e spaccone, Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, apre nel lontano 1985 il filone europeo dell’etno-thriller.
I romanzi di Arjouni vengono tradotti in tutte le lingue; anche in uk e negli usa si fa a gara con i complimenti. Fratello Kemal è il quinto della serie di Kemal Kayankaya e l’ultimo libro di Jakob Arjouni, portato via a quarantanove anni da una morte prematura: ci lascia in quest’ultimo romanzo il suo senso della giustizia lontano da convenzioni e moralismi, la sua passione per la bellezza fuori da ogni retorica, il suo sguardo lucido e divertito sulla realtà. Memorabili il gioco delle parti alla Fiera del libro di Francoforte e il finale di gioiosa aspettativa della vita che verrà.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: Il lago, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015 by
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Ancora mi ricordo di quel giorno, come se fosse ieri.

Era il 2005, ormai dieci anni fa. Se fosse mattina o pomeriggio, non importa. Entrai nella piccola libreria al centro del paese e, dopo un ponderato giro tra i pochi scaffali presenti, scelsi un libro dalla copertina particolare, i cui colori viravano dal viola chiaro all’azzurro intenso, col titolo in giallino e il nome della scrittrice ancora più chiaro. – Banana – pensai – che nome buffo per una scrittrice, mi piace -.

Si trattava di Amrita, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2005).

Non avevo mai letto nulla della Yoshimoto: quello fu l’inizio di una lunga serie di amore puro per le sue pubblicazioni. Ho letto praticamente gran parte dei suoi libri. Da Kitchen ad Honeymoon, aggiungendoci svariate riletture di Amrita (perché, com’è che si dice, il primo amore non si scorda mai), passando per Presagio Triste, Ricordi di un vicolo cieco… e adesso Il lago.

Che strano: non sembrava proprio un titolo à la Yoshimoto. Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo.

Vi dico la verità: se dovessi analizzarlo per inquadrarlo in un genere prestabilito dovrei dire che Il lago è un romanzo di formazione, dai risvolti ovviamente esistenzialisti, un goccio di mistero, un cucchiaino di nebbia e uno zucchero. Non posso (e non devo, in questa sede), quindi vi anticipo già da adesso che quello che andrete a leggere nient’altro è che il racconto di un viaggio totalizzante e sfumato nei suoi contorni, nel tempo e nello spazio. Eros e Thanatos, elaborazione di un lutto e presa di coscienza di vari distacchi, diffidenza e percezione sensoriale, paura dell’altro e desiderio di aver qualcuno a fianco, ricordi, destini, immagini meravigliose ed altrettanto terrificanti, sogno e realtà: tutto si mescola in una metonimia: quella di un lago. Non troppo esteso, ma neanche troppo piccolo, ha il proprio bacino lungo un sentiero impervio che porta in cima ad una montagna, a tre ore di treno dalla metropoli sconfinata e non so quante ore di cammino contare per darvi solo una possibile idea di lontananza.

Questo lago è naturale, reale, fisico, esistente. Eppure il proprio aspetto cambia rispetto alle condizioni emotive e psicofisiche di chi si trova a guardarlo: può sembrare stupendo, meraviglioso, dalle mille increspature che riflettono un bellissimo tramonto. Un autentico paesaggio zen, che sta lì, a disposizione di chiunque volesse fermarsi a contemplare e godere della propria bellezza naturalistica:

“[…] La superficie del lago era increspata da piccole onde”; la fioritura dei ciliegi intorno l’avrebbero coperto da un velo rosa.”

Oppure può rivelarsi solamente uno specchio d’acqua, poco più grande di una pozzanghera, insignificante. E ancora, potrebbe rivelarsi orrorifico e terribile. Tutto questo non dipende dalla natura in sé. Dipende da noi. Da chi guarda, da chi osserva, da chi vive una determinata situazione.

Partiamo dall’inizio.

Dopo aver vissuto anni in una cittadina di provincia poco fuori da Tokyo, Chihiro si ritrova a dover elaborare il lutto per la perdita della cara mamma. Decide, così, di trasferirsi nella metropoli in modo da poter fronteggiare i tempi duri del distacco da una persona tanto amata.

Non solo: abbandonare la provincia significava anche lasciarsi alle spalle un passato difficile. La gente l’aveva sempre giudicata male, lei come la sua famiglia, poiché era considerata figlia illegittima di una mama-san proprietaria di un locale notturno e di un uomo d’affari spesso fuori per lavoro. In questa condizione che gli altri vedevano come immorale e disonorevole, alla Chichiro bambina – ragazzina non era mai mancato nulla. Portava il cognome di sua madre, ma suo padre non l’aveva mai abbandonata. Anzi, essendo cresciuta in un ambiente non convenzionale, per niente adatto ad una bambina della sua età, i genitori cercavano sempre di proteggerla. Soprattutto sua madre, con cui Chihiro ebbe sempre un rapporto di straordinaria empatia.

Con la morte della mamma, tutto cambiò.

Per caso, a Tokyo, conosce Nakajima, un ragazzo di qualche anno più giovane di lei che si rivelerà essere il suo esatto contrario. Sia per quanto riguarda personalità e sfera emotiva, sia per il suo modo di relazionarsi e avere così un contatto fisico con una donna. Sono diversi anche per attitudini ed interessi: lui, dottorando, studia da mattina a sera per portare a termine il suo lavoro di ricerca; lei è un’artista visuale, ha studiato scenografia e, per lavoro, dipinge murales: dà nuova vita a quegli angoli che sembrano dimenticati dai cittadini.

Nonostante tutto, i due sembrano completarsi a vicenda, così Nakajima diventa ospite fisso a casa di Chihiro, contribuisce alle spese e non disdegna definirsi suo coinquilino o addirittura a definire lei come “la mia ragazza”. Eppure tra loro non c’è molto contatto, per volere di lui, ma anche – inconsciamente – di lei. Infatti, più che tenerlo per mano quando dormono insieme, non riesce a fare. Inoltre capita spesso che sua madre le si presenti in sogno. D’altra parte, anche dimostra da subito di avere ad un passato che, col passare del tempo, si fa sempre più presente. Tra loro c’è un forte sentimento che non riesce, però, a sfociare in nulla che riguardi la sfera della sensualità. Anche abbracciarsi sembra una cosa fuori dal normale per Nakajima e Chihiro, eppure stanno insieme.

Ci vorranno diversi viaggi accompagnate da spiegazioni appena sussurrate e da eventi chiarificatori prima che i due possa solo sperare di aver trovato un equilibrio. Senza farsi male l’un l’altro o, addirittura, far del male a se stessi.

L’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto ci porta in un ambiente in cui il concetto di caos metropolitano si perde, per lasciare spazio ad una vita tranquilla (almeno sulla carta) in cui i protagonisti devono fare i conti, prima che con il proprio passato, con loro stessi.

Come due facce di una stessa medaglia, Chihiro e Nakajima scopriranno cose che non credevano possibili, lasciandoci splendidamente e/o amaramente immersi nel dubbio.

Approfondimento: la Yoshimoto presenta Il lago presso LaFeltrinelli Duomo a Milano: video (dal canale YouTube Feltrinelli Editore)

Banana Yoshimoto (吉本ばなな Yoshimoto Banana), pseudonimo di Mahoko Yoshimoto (吉本真秀子 Yoshimoto Mahoko), classe 1964, è una scrittrice giapponese. Tutti i suoi libri in edizione italiana sono editi da Feltrinelli, a partire da Kitchen (1991); N.P. (1992); Sonno profondo (1994); Tsugumi (1994); Lucertola; Sly (1995) fino ad arrivare ad Honeymoon (2000); Presagio triste (2003); Amrita (2005). Il lago è il suo ultimo lavoro. Molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ama, invece, parlare molto di ciò che scrive: “tendo a sentirmi colpevole perché scrivo queste storie quasi per divertimento”. Ha un giornale online per i suoi lettori anglofoni. La Yoshimoto ha vinto il premio Scanno (1993), il premio Maschera d’Argento (1999) e il premio Capri (2011).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Ultimo piano (o porno totale), Francesco D’Isa (Imprimatur, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 luglio 2015 by
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Momento – momento – momento:

come mio solito, vi rubo due secondi per corredare questo articolo di una piccola nota introduttiva: come collaboratrice di Liberi di scrivere, lettrice e recensore del libro di cui potete vedere la coloratissima e geometrica copertina qui di fianco, volevo avvertirvi che no, non si tratta di letteratura erotica; non troverete contenuti così scabrosi da rovinarvi la vita e sì, il sottotitolo tra parentesi se ne sta lì con un intento ben preciso.

Se Ultimo Piano è il titolo del romanzo, Porno Totale, messo tra parentesi e con quella “o” a precederlo, è il titolo del più grande film porno che un regista affermato nel suo ambiente, Claude, vuole realizzare.

Il suo capolavoro, il suo film più completo e totalizzante, l’ultimo. Il più importante. Una pellicola in cui il desiderio non è più soltanto l’oggetto di un altro desiderio ancora più irraggiungibile e lontano, ma diventa il centro esatto in cui qualsiasi brama di qualunque essere umano può venire soddisfatta ed appagata nel momento stesso in cui viene concepita. Nient’altro che prefiggersi l’obiettivo di annientare il desiderio stesso, servendosi di quello che definisce, appunto, “porno totale”.

Narratore della vicenda, osservatore esterno (ma neanche troppo), quasi fosse un Big Brother in carne e ossa, è il proprietario della Perverse Angels, immenso palazzone squadrato, simmetrico e colorato come se ogni facciata fosse quella di un cubo di Rubik, è Frank Spiegelmann, che non indugia ad autodefinirsi un uomo orrendo, un diabolus in macchina con velleità da voyeur.

“Mi chiamo Frank Spiegelmann e sono un uomo orrendo. Sono alto un metro e quarantasei, ho qualche ciuffo rossiccio appiccicato al cranio e non esito a definirmi calvo; inoltre sono grasso, flaccido, col naso a patata e la bocca sottile. I miei occhi, stretti e vagamente orientali, sono privi di qualunque fascino esotico e mi rendono simile a un grasso felino malato. Nonostante questo sono circondato da belle donne, che potrei cogliere come mele da un albero che l’Onnipotente ha posto alla mia ridicola altezza: il motivo è che sono il proprietario della più grande casa di produzione pornografica della Federazione Europea – e di mille altre cose, tra immobili, ristoranti, alberghi e case di cura. Non lo dico per vanità, ma perché sia chiaro che so che la decisione che mi aspetta sancirà la fine del mio impero. Non solo: le diaboliche forze all’opera dietro questa scelta non si limiteranno alla mia capitolazione, ma forse trascineranno con me anche il palazzo in cui mi trovo, uno dei gioielli di Varsavia, con i suoi cinquanta piani scintillanti – tutti miei.
Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato. In fondo eccedere è parte integrante del mio lavoro.”

Non a caso, Frank è il proprietario della casa cinematografica per cui lavarono i due fratelli Claude & Claude, maschio e femmina uniti dallo stesso nome, ma da carriere diametralmente opposte, seppure complementari: il fratello, regista affermato nel suo ambito, la sorella recita negli stessi film, facendosi chiamare Eva.

Claude regista, proprio come l’autore, ha studiato Filosofia per poi dedicarsi a tutt’altro. L’arte ha molte facce, ma ha senz’altro bisogno di solide basi e studi.

Siamo in una Varsavia indefinita ed immaginaria, così come sono le aspirazioni umane. Quel grattacielo altissimo, palazzone dalle mille facciate colorate, è strutturato secondo una precisa gerarchia, quasi secondo i principi di un’oligarchia ben acclarata: ai piani alti è tutto un paradiso, man mano che si scende si cade nell’abnegazione e nella miseria… e pensare che fino al Medioevo i piani alti erano prevalentemente riservati ai servi, ai meno abbienti.

Nella nostra società, invece, è tutto diverso.

2

L’autore delinea e disegna uno specchio riflesso, ma anche un po’ distorto, del modo di vivere odierno. Lo fa in quella Varsavia “Federale”, molto colorata, ma grigia nell’animo, pur essendo considerata “città del cuore di molti”, soprattutto da chi arriva dalla provincia.

Qualche riga più sopra mi sono accorta di aver usato il termine “disegna”: non avrei potuto esprimermi in altro modo, dato che questo romanzo, più che un’opera da leggere, si deve guardare, scrutare, osservare.

Il nodo cruciale della storia è appunto quello racchiuso nel verbo osservare, campo semantico in cui si svolge l’intera narrazione: non si tratta di un semplice romanzo, ma di un esperimento di inchiostro su carta che è, a suo modo, compreso nella stessa arte visuale, in un mondo apparentemente lontano, ma che diventa così vicino non appena ci si dimostri disposti ad addentrarsi nel sistema perfetto della Perverse Angels.

Vi avevo avvertiti, non c’è traccia di letteratura erotica. Non esplicitamente. Certo, le parole sesso, porno, pornografia etc etc sono all’ordine del giorno, ma non racchiudono il senso di ciò che Francesco D’Isa vuole tramandare. Un libro che va letto più di una volta per afferrarne il senso e la (non troppo velata) critica sociale.

Osservare pare essere diventato un imperativo categorico ai nostri giorni: tanto più osserviamo i comportamenti altri, meglio riusciamo a capire noi stessi.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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© immagine Francesco D’Isa, “How it works”.

:: Muori con me, Karen Sander, (Giunti, 2015)

17 luglio 2015 by
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Siamo a Düsseldorf, città della Renania settentrionale, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o polizieschi tedeschi siamo più abituati a vedere – anche in tv – storie ambientate a Monaco o a Berlino), e già questo promette bene anche se lo sfondo è piuttosto stilizzato, qualche descrizione in più della città, dello spirito della città, avrebbe giovato.
Siamo in autunno, un autunno piovoso, presto arriverà la neve.
Il commissario capo Georg Stadler si appresta a visitare la scena di un crimine. Sangue ovunque ad accoglierlo, e qualcosa di famigliare. Un altro caso, se non uguale, con caratteristiche simili, fa scattare in lui la certezza che ci sia un serial killer in città.
I superiori non gli credono, per il primo delitto c’è già un colpevole in carcere, (perchè gettare il panico in città?), ma lui cocciuto (è tanto competente nella vita professionale quanto immaturo e casinista nella vita privata) si rivolge alla migliore profiler in circolazione, Liz Montario, giovane psicologa e docente universitaria con all’attivo un best seller che racconta le sue gesta.
Un uomo che ha bisogno di una donna, e ha il coraggio di ammetterlo, mi son detta, e anche questo promette bene.
I due si incontrano, e alla nostra non sfugge il fascino stropicciato del bel commissario playboy, (cinquantenne, ma che si tiene bene e non cerca storie serie) ma ha qualcosa da nascondere e non si lascia andare più di tanto. Tuttavia accetta di dare un’ occhiata molto “ufficiosa” ai due casi.
Inizia così Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) edito in Italia da Giunti e tradotto da Lucia Ferrantini.
Un poliziesco, con le cadenze del thriller, che porta in Europa i serial killer, realtà tipicamente d’oltre oceano. (In Germania è comunque già uscita la seconda indagine della coppia Stadler-Montario, “Wer nicht hören will, muss sterben”, che sarà presto pubblicata anche all’estero, tanto per dire che ha ricevuto una accoglienza vivacemente positiva).
Solitamente è il commissario della storia con più lati oscuri (non è detto che il bel Georg non ne abbia, e magari li scopriremo nei prossimi romanzi della serie) ma in questo è la bella Liz, cascata di ricci rossi e occhi verdi (bella anche se un po’ l’aspetto lo trascura) ad avere un passato che l’opprime e la condiziona.
Non aspettatevi comunque bollenti scene di sesso tra i due, il commissario Stadler sarà pure uno sciupafemmine inveterato ma è molto protettivo con le sue partner nelle indagini, o meglio capisce quando non è il momento.
E soprattutto non aspettatevi che i due protagonisti siano perfetti, entrambi prendono cantonate pazzesche, e sono vittime di alcune ingenuità che a fatica ne riusciamo a capire il perchè.
Ma non ostante questo la storia funziona, è una buona indagine di gruppo, (anche i poliziotti Birgit e Miguel sanno fare il loro lavoro), e i due protagonisti si bilanciano e si compensano.
Di morti ce ne saranno parecchie, questo sì, con scene del crimine dalle più variegate, (una sala parto, un ascensore tra le altre) con tripudio di sangue e budella sparse. Ma se non vi piace l’horror, non temete, l’incipit può far sorgere il dubbio che di horror si tratti, ma nel resto del romanzo, le scene un po’ forti diciamo, sono diluite rendendo più significativo lo scontro psicologico tra Liz e l’assassino.
Che dire, con tanti thriller in circolazione quest’estate, questa lettura può rivelarsi per voi una piacevole sorpresa.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me, primo romanzo di una serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, rimasto per settimane nella Top 5 dei bestseller dello Spiegel, con oltre 120.000 copie vendute. Il secondo episodio, già uscito in Germania, ha venduto 30.000 copie solo nelle prime due settimane.
La serie è in corso di traduzione in cinque Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: libro inviato da BizUp Media, ringraziamo Maria Pia, Online PR Specialist.

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