:: Il lago, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

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Ancora mi ricordo di quel giorno, come se fosse ieri.

Era il 2005, ormai dieci anni fa. Se fosse mattina o pomeriggio, non importa. Entrai nella piccola libreria al centro del paese e, dopo un ponderato giro tra i pochi scaffali presenti, scelsi un libro dalla copertina particolare, i cui colori viravano dal viola chiaro all’azzurro intenso, col titolo in giallino e il nome della scrittrice ancora più chiaro. – Banana – pensai – che nome buffo per una scrittrice, mi piace -.

Si trattava di Amrita, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2005).

Non avevo mai letto nulla della Yoshimoto: quello fu l’inizio di una lunga serie di amore puro per le sue pubblicazioni. Ho letto praticamente gran parte dei suoi libri. Da Kitchen ad Honeymoon, aggiungendoci svariate riletture di Amrita (perché, com’è che si dice, il primo amore non si scorda mai), passando per Presagio Triste, Ricordi di un vicolo cieco… e adesso Il lago.

Che strano: non sembrava proprio un titolo à la Yoshimoto. Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo.

Vi dico la verità: se dovessi analizzarlo per inquadrarlo in un genere prestabilito dovrei dire che Il lago è un romanzo di formazione, dai risvolti ovviamente esistenzialisti, un goccio di mistero, un cucchiaino di nebbia e uno zucchero. Non posso (e non devo, in questa sede), quindi vi anticipo già da adesso che quello che andrete a leggere nient’altro è che il racconto di un viaggio totalizzante e sfumato nei suoi contorni, nel tempo e nello spazio. Eros e Thanatos, elaborazione di un lutto e presa di coscienza di vari distacchi, diffidenza e percezione sensoriale, paura dell’altro e desiderio di aver qualcuno a fianco, ricordi, destini, immagini meravigliose ed altrettanto terrificanti, sogno e realtà: tutto si mescola in una metonimia: quella di un lago. Non troppo esteso, ma neanche troppo piccolo, ha il proprio bacino lungo un sentiero impervio che porta in cima ad una montagna, a tre ore di treno dalla metropoli sconfinata e non so quante ore di cammino contare per darvi solo una possibile idea di lontananza.

Questo lago è naturale, reale, fisico, esistente. Eppure il proprio aspetto cambia rispetto alle condizioni emotive e psicofisiche di chi si trova a guardarlo: può sembrare stupendo, meraviglioso, dalle mille increspature che riflettono un bellissimo tramonto. Un autentico paesaggio zen, che sta lì, a disposizione di chiunque volesse fermarsi a contemplare e godere della propria bellezza naturalistica:

“[…] La superficie del lago era increspata da piccole onde”; la fioritura dei ciliegi intorno l’avrebbero coperto da un velo rosa.”

Oppure può rivelarsi solamente uno specchio d’acqua, poco più grande di una pozzanghera, insignificante. E ancora, potrebbe rivelarsi orrorifico e terribile. Tutto questo non dipende dalla natura in sé. Dipende da noi. Da chi guarda, da chi osserva, da chi vive una determinata situazione.

Partiamo dall’inizio.

Dopo aver vissuto anni in una cittadina di provincia poco fuori da Tokyo, Chihiro si ritrova a dover elaborare il lutto per la perdita della cara mamma. Decide, così, di trasferirsi nella metropoli in modo da poter fronteggiare i tempi duri del distacco da una persona tanto amata.

Non solo: abbandonare la provincia significava anche lasciarsi alle spalle un passato difficile. La gente l’aveva sempre giudicata male, lei come la sua famiglia, poiché era considerata figlia illegittima di una mama-san proprietaria di un locale notturno e di un uomo d’affari spesso fuori per lavoro. In questa condizione che gli altri vedevano come immorale e disonorevole, alla Chichiro bambina – ragazzina non era mai mancato nulla. Portava il cognome di sua madre, ma suo padre non l’aveva mai abbandonata. Anzi, essendo cresciuta in un ambiente non convenzionale, per niente adatto ad una bambina della sua età, i genitori cercavano sempre di proteggerla. Soprattutto sua madre, con cui Chihiro ebbe sempre un rapporto di straordinaria empatia.

Con la morte della mamma, tutto cambiò.

Per caso, a Tokyo, conosce Nakajima, un ragazzo di qualche anno più giovane di lei che si rivelerà essere il suo esatto contrario. Sia per quanto riguarda personalità e sfera emotiva, sia per il suo modo di relazionarsi e avere così un contatto fisico con una donna. Sono diversi anche per attitudini ed interessi: lui, dottorando, studia da mattina a sera per portare a termine il suo lavoro di ricerca; lei è un’artista visuale, ha studiato scenografia e, per lavoro, dipinge murales: dà nuova vita a quegli angoli che sembrano dimenticati dai cittadini.

Nonostante tutto, i due sembrano completarsi a vicenda, così Nakajima diventa ospite fisso a casa di Chihiro, contribuisce alle spese e non disdegna definirsi suo coinquilino o addirittura a definire lei come “la mia ragazza”. Eppure tra loro non c’è molto contatto, per volere di lui, ma anche – inconsciamente – di lei. Infatti, più che tenerlo per mano quando dormono insieme, non riesce a fare. Inoltre capita spesso che sua madre le si presenti in sogno. D’altra parte, anche dimostra da subito di avere ad un passato che, col passare del tempo, si fa sempre più presente. Tra loro c’è un forte sentimento che non riesce, però, a sfociare in nulla che riguardi la sfera della sensualità. Anche abbracciarsi sembra una cosa fuori dal normale per Nakajima e Chihiro, eppure stanno insieme.

Ci vorranno diversi viaggi accompagnate da spiegazioni appena sussurrate e da eventi chiarificatori prima che i due possa solo sperare di aver trovato un equilibrio. Senza farsi male l’un l’altro o, addirittura, far del male a se stessi.

L’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto ci porta in un ambiente in cui il concetto di caos metropolitano si perde, per lasciare spazio ad una vita tranquilla (almeno sulla carta) in cui i protagonisti devono fare i conti, prima che con il proprio passato, con loro stessi.

Come due facce di una stessa medaglia, Chihiro e Nakajima scopriranno cose che non credevano possibili, lasciandoci splendidamente e/o amaramente immersi nel dubbio.

Approfondimento: la Yoshimoto presenta Il lago presso LaFeltrinelli Duomo a Milano: video (dal canale YouTube Feltrinelli Editore)

Banana Yoshimoto (吉本ばなな Yoshimoto Banana), pseudonimo di Mahoko Yoshimoto (吉本真秀子 Yoshimoto Mahoko), classe 1964, è una scrittrice giapponese. Tutti i suoi libri in edizione italiana sono editi da Feltrinelli, a partire da Kitchen (1991); N.P. (1992); Sonno profondo (1994); Tsugumi (1994); Lucertola; Sly (1995) fino ad arrivare ad Honeymoon (2000); Presagio triste (2003); Amrita (2005). Il lago è il suo ultimo lavoro. Molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ama, invece, parlare molto di ciò che scrive: “tendo a sentirmi colpevole perché scrivo queste storie quasi per divertimento”. Ha un giornale online per i suoi lettori anglofoni. La Yoshimoto ha vinto il premio Scanno (1993), il premio Maschera d’Argento (1999) e il premio Capri (2011).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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