:: Sotto lo stesso cielo, Anja Reumcheüssel (Gallucci 2024) A cura di Viviana Filippini

7 novembre 2024 by

“Sotto lo stesso cielo” è il romanzo di Anja Reumcheüssel edito da Gallucci, per la collana Young Adult, ed è una storia che ha al centro il conflitto tra Israele e Palestina narrato in due momenti storici distanti negli anni. Da una parte il lettore si trova nel 1948, dove incontra Tessa, una dei sopravvissuti alla Shoah. La giovane arriva a Gerusalemme come molti altri ebrei usciti vivi dai campi di sterminio con la speranza di cominciare una nuova fase della propria esistenza e avere un posto da poter chiamare casa. Nello stesso luogo c’è Mo, un arabo palestinese che con la nascita dello stato di Israele vedrà cambiare in modo radicale -e per sempre- la sua vita e quella sai palestinesi nati e cresciuti lì con lui. Un giorno i due ragazzi si incontrano, si conoscono e tra loro nasce un’ amicizia che forse è anche qualcosa in più. Siamo ancora in primavera, ma nel 2023,  ci sono ancora due giovani, Anat soldatessa dell’esercito israeliano e Karim, non soldato, ma un combattente per i diritti del  popolo palestinese. I due non si conoscono da subito, ed essendo schierati su fronti opposti tra loro non scorre buon sangue. C’è astio, rabbia, odio e risentimento, ma i due ragazzi, ognuno molto legato ai propri ideali, in realtà non sanno che nel loro passato c’è qualcosa o qualcuno che li unisce, più di quanto credono e sanno. Diversi, distanti, ma allo stesso tempo vicini e desiderosi di libertà e felicità sono tutti i protagonisti del romanzo della giornalista tedesca, solo che sono gli eventi, il loro corso che a volte sfugge di mano con conseguenze impreviste che ricadono sulla gente comune con effetti non prevedibili.  “Sotto lo stesso cielo” della Reumcheüssel porta il lettore a fare un viaggio nel passato e nel presente, dentro al conflitto israelo palestinese per raccontare attraverso gli occhi e i sentimenti dei giovani protagonisti dello ieri e dell’oggi come vivono il conflitto tra Israele e Palestina, cominciato nel 1948 e ancora oggi, purtroppo, ben lontano da una fine certa. Traduzione dal tedesco di Maria Alessandra Petrelli.

Anja Reumcheüssel (1983) è una giornalista tedesca. Scrive per varie testate, tra cui “GEO”, “National Geographic” e “Stern”. Ha vissuto per due anni in Israele e in Cisgiordania e qui ha ambientato il suo primo romanzo, “Sotto lo stesso cielo”, candidato al Deutscher Jugendliteraturpreis.

Source: inviato dall’editore.

:: Olga muore sognando di Xochitl Gonzalez (Fazi Editore 2024) a cura di Valentina Demelas

6 novembre 2024 by

Olga muore sognando è il romanzo d’esordio dell’autrice bestseller Xochitl Gonzalez, pubblicato in Italia da Fazi Editore con la traduzione preziosa di Giuseppina Oneto. Una scelta geniale, di spessore, che conferma la capacità della casa editrice di selezionare con cura e passione sempre ottime storie. Un’opera che affascina e lascia il segno, un debutto suggestivo, dall’eleganza narrativa e dalla sorprendente complessità, che ha conquistato lettori e critica: eletto miglior libro del 2022 da New York Times, New York Post, Reader’s Digest, BBC e molti altri, consigliato come migliore lettura estiva da Washington Post, Conde Nast Traveler e Vogue Australia, vincitore del New York City Book Award, finalista all’International Latino Book Awards e al Gotham Book Prize.

Olga Isabel Acevedo è la brillante protagonista del romanzo, ma assolutamente importanti e indispensabili sono tutti gli altri personaggi – comprimari o minori, appartenenti al passato, alla memoria, o al presente – profondamente funzionali alla riuscita della narrazione, in cui Gonzalez ci accompagna con fine sensibilità e sottile ironia, muovendosi sapientemente tra le dinamiche leggere della commedia romantica, le pagine dedicate alla storia portoricana e tematiche intime e universali che scavano nell’animo dei personaggi, con uno stile delicato, ma acuto.

Nata a Brooklyn, Olga è una wedding planner per l’élite newyorkese, conduce un suo programma televisivo di successo, vive e lavora tra Sunset Park e la Quinta Strada. È una donna strutturata, orgogliosa di essersi costruita da sola. Single – sebbene con frequentazioni – si destreggia tra impegni mondani e professionali, incarnando lo stile di vita glamour e dinamico della metropoli. Suo fratello Prieto è un popolare membro del Congresso. Entrambi hanno raggiunto il successo, ma sotto questa apparente realizzazione nessuno dei due si sente veramente soddisfatto. Abbandonati da bambini dalla madre – un’attivista radicale per l’indipendenza di Porto Rico – e orfani del padre tossicodipendente, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorrono difficili, ma dignitosi, cresciuti dalla nonna materna insieme ai parenti, in una chiassosa e affettuosafamiglia portoricana. Assenze e dinamiche, – anche tossiche – li segnano profondamente, condizionando il loro percorso.

Mentre la storia si sviluppa, Gonzalez muove i protagonisti tra segreti e dilemmi morali, rivelando ferite profonde e vincoli irrisolti. Olga si ritrova a riconsiderare la propria esistenza – concentrata su una carriera remunerativa, ma sostanzialmente vuota – grazie a una nuova relazione, mentre Prieto lotta contro ricatti che lo costringono a fare i conti con la sua vera identità, anche sessuale. A fare da sfondo, una New York tratteggiata con vividezza e passione, quasi fosse anch’essa un personaggio, immersa in un affresco sociale di grande potenza.

La svolta arriva con l’uragano Maria, che irrompe con devastazione su Porto Rico, spingendo Olga e Prieto a riconnettersi con le loro radici e affrontare le ingiustizie subite dalle minoranze. Gonzalez qui ci regala un ritratto toccante della cultura portoricana e delle sfide della comunità latina, in un intreccio di personaggi che donano al romanzo grande profondità emotiva.

Olga muore sognando è più di un racconto di ambizione, amore e riconciliazione: è una meditazione sull’identità, sulla forza di confrontarsi con il passato per costruire un futuro autentico. Con una prosa incisiva e appassionata, Gonzalez toglie la maschera alle manipolazioni e alle illusioni e soprattutto al sogno americano, per osservare la vita con occhi nuovi, con uno sguardo che, nonostante tutto, lascia aperta la porta alla speranza.

Xochitl Gonzalez (1977) è nata negli Stati Uniti da una famiglia di origini messicane. Si è orgogliosamente diplomata alla scuola pubblica, ha conseguito una laurea in Storia dell’arte e Arte visuale alla Brown University e ha ottenuto un MFA presso il prestigioso Iowa Writers’ Workshop. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha svolto diversi lavori: interprete, wedding planner, fundraiser, lettrice di tarocchi. Scrive anche per «The Atlantic», e grazie alla sua rubrica è stata finalista al premio Pulitzer. Vive a Brooklyn con il suo cane, Hectah Lavoe.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa/web Fazi Editore.

:: Un uccellino mi ha detto di Susan Fletcher (Rizzoli 2024) di Patrizia Debicke

3 novembre 2024 by

Florence Butterfield ha vissuto una vita straordinaria, piena di viaggi, anche in paesi esotici passione e avventure ma ormai, a ottantasette anni compiuti, sospetta che non ci saranno più sorprese per lei. A causa di uno stupido incidente domestico, che ha richiesto l’amputazione di mezza gamba, ha dovuto rinunciare al suo delizioso cottage e andare a vivere a Babbington Hall, una tranquilla casa di riposo nell’Oxfordshire, una ex splendida residenza gentilizia riconvertita, ed è convinta che il futuro non le riserverà più colpi di scena. Prende quanto la vita le offre ancora, filosoficamente e con obiettività. Solo da qualche giorno rannuvolata dalla morte di un vicino con il quale era entrata in confidenza che, inciampando in un laccio della scarpa è caduto malamente in un angolo del giardino fratturandosi il cranio.
Ma dopo una gentilezza di Florence, detta Florrie e una breve conversazione tra loro, Renata Green, la direttrice di Babbington Hall, ha espresso il desiderio di parlare ancora con lei, cosa che le regala ottimismo. Finalmente qualcuno chiede il suo parere, insomma la “vede” come una persona ancora vitale e capace.
Però, proprio la notte dopo, il solstizio di mezza estate, il loro appuntamento era fissato per il pomeriggio successivo, scoppia un forte temporale durante in quale accade un fatto terribile, e poi strano, inaspettato. Un grido nella notte e Renata Green precipita dalla sua finestra al terzo piano, con Florrie che assiste alla sua caduta. Un gesto che l’inquieta molto e la rende sospettosa. Ricoverata in coma all’ospedale, la direttrice sopravvive attaccata a una macchina, Le possibilità di un risveglio e di un completo ricupero sono flebili. L’evento però verrà archiviato dalla polizia come un tentativo di suicidio. Il gesto disperato di una giovane donna triste e sola, dall’esistenza irrimediabilmente scialba. Ma Florrie è di un altro avviso e pur confinata su una sedia a rotelle, non rinuncia alla curiosità, che ha sempre fatto di lei un’osservatrice attenta. Insomma un dubbio comincia ad assillarla. Per lei non si tratta di un tentato suicidio ed è determinata a scoprire la verità.
Spalleggiata e creduta da un ex professore di latino Stanhope Jones, un nuovo e gentile residente con il debole per le bretelle sgargianti, cercherà di fare luce sull’accaduto. Stanhope non è arrivato a Babbington Hall da molto tempo, ma è un uomo intelligente, sensibile e anche lui pensa che dietro quella caduta possa esserci molto di più. È stato davvero un tentativo di suicidio o invece stanno vivendo accanto a un potenziale assassino? I due anziani investigatori dilettanti decidono di unire le loro capacità intellettuali per mettersi in gioco e provare a risolvere il mistero.
Ma l’unico indizio da cui partire e che parrebbe avvallare l’ ipotesi di un possibile delitto è un biglietto ricevuto dalla direttrice prima di precipitare dal terzo piano: una busta color magenta, con l’indirizzo scritto a mano, con una calligrafia molto particolare, aperta e subito buttata nel cestino quel giorno.
L’ambientazione della antica casa di riposo, circondata da un lussureggiante angolo di campagna appare perfetta per fornire alle loro ipotesi una miriade di possibili sospetti. Quindi Florrie, spingendo la sua sedia a rotelle lungo il giardino e gli scricchiolanti parquet dei corridoi di Babbington, e Stanhope dall’alto del suo oltre un metro e novanta che lo costringe a piegarsi per non battere la testa contro i soffitti dell’antica struttura , muovendosi con prudenza cercheranno potenziali indizi. Per poterlo fare dovranno attingere alle confidenze di una indimenticabile serie di personaggi quali: le cosiddette “sorelle Ellwood”, invece cognate tra loro e tutte e due vedove di due fratelli gemelli, irrefrenabili impiccione, la ricca ed eccentrica Marcella Mistry, e il nuovo reverendo Joe, un ex buttafuori passato alla Chiesa.
Tutti personaggi ideali per aggiungere suspence alla storia mentre Florrie scava sempre più a fondo nei pettegolezzi che girano, buttandosi con entusiasmo giovanile in una avventura in grado di riesumare i suoi ricordi e di rinnovare quel suo segreto tracciato dalle sbiadite cicatrici sulle sue nocche e semi sepolto, da sette decenni ormai, diventato ora sempre più difficile da ignorare.
Un uccellino ti ha detto della pluripremiata autrice Susan Fletcher è un giallo avvincente e edificante perché anche un ritratto toccante ed empatico dell’invecchiamento, imperniato su una protagonista unica e molto speciale.
Ben scritto e ben tradotto per merito di Matteo Camporesi mi ha costretto ad assaporare ogni frase che pian piano ricostruiva l’umanissimo personaggio Florence Butterfield. Lei, la sua vita, la persistente oscurità del suo passato e il vero focus di chi fosse davvero questa donna di 87 anni, per tanti anni in giro per il mondo alla scoperta dell’amore per quanto fugace, e di come una vera e sincera amicizia possa nascere nelle circostanze più insolite o banali.
Non un thriller veloce ma coinvolgente e che si snoda lentamente in un trionfo di osservazione, comprensione, connessione emotiva e gratitudine, racchiusi in un mistero intrigante e sempre più teso. Un bel libro.

Susan Fletcher è nata nel 1979 a Birmingham. È autrice del bestseller “Eve Green”, vincitore del Whitbread First Novel Award.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “Melusina” di Laura Pugno

2 novembre 2024 by

“Melusina” di Laura Pugno è un’opera che intreccia elementi di mitologia, fantastico e introspezione. La protagonista, ispirata alla leggendaria Melusina, vive una realtà in cui le sue origini e la sua natura la pongono in continua tensione tra il mondo umano e quello fantastico. 

La storia si sviluppa in un contesto in cui Melusina è costretta a confrontarsi con il suo passato e la sua identità, esplorando temi come la solitudine, l’amore e la ricerca di appartenenza. La sua figura diventa una metafora della dualità dell’esistenza, rappresentando le sfide di chi si sente diverso o emarginato.

Pugno utilizza un linguaggio ricco e suggestivo, creando immagini vivide che trasportano il lettore in un mondo in cui il confine tra realtà e mito è labile. La narrativa invita a riflettere sulla condizione umana, sull’accettazione di sé e sul rapporto con la natura. 

Il romanzo si distingue anche per la sua capacità di evocare emozioni profonde e per il suo approccio contemplativo, rendendolo un’opera significativa nella letteratura contemporanea italiana.

:: L’equivoco del sangue di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2024) a cura di Giulietta Iannone

1 novembre 2024 by

E così la saga coloniale del maggiore Morosini in forze al PAI, del raffinato giornalista e scrittore torinese Giorgio Ballario, giunge al settimo episodio. Dopo Morire è un attimo, Una donna di troppo, Le rose di Axum, Le nebbie di Massaua, Intrigo ad Asmara e Il prezzo dell’onore, è appena uscito per Edizioni del Capricorno L’equivoco del sangue, nuova indagine nell’Africa coloniale italiana. Siamo ormai nel Dicembre del 1937, dopo una breve licenza nell’afosa Massaua, dove ha avuto modo di conoscere una giovane vedova, la signora Caterina, che potrà occupare forse un posto nel suo cuore, Aldo Morosini torna ad Asmara per indagare sulla morte di una domestica eritrea, Samya, a servizio da una potente famiglia di coloni locali italiani, i Bouchard, di ascendenza piemontese e valdese. Sul tardi mentre tornava da una chiesa copta dove era andata a pregare, la donna, in un vicolo, venne prima pugnalata e poi sgozzata (come un capretto), inscenando un goffo tentativo di stupro, con molte probabilità per sviare le indagini. Quando un’altra morte, questa volta eccellente, quella della capofamiglia Maria Elena Bouchard, viene a complicare lo scenario, Morosini, insieme ai fedeli Barbagallo e Tesfaghì, si trova a supporre che i decessi siano collegati e che per far luce sulla verità bisogna indagare più a fondo sui misteri e i complicati segreti famigliari della famiglia Bouchard. In un contesto in cui il “madamato”, una pratica che sfrutta le donne indigene in relazioni diseguali e spesso abusive, riducendole a meri strumenti di soddisfazione dei bisogni dei coloni, e riflette la mercificazione delle relazioni umane, è all’ordine del giorno, Morosini si trova costretto ad avere a che fare con le conseguenze di tali dinamiche sociali. Nonostante le proibizioni del regime fascista, più che altro per preservare la purezza della “razza” secondo i suoi dettami ideologici, le relazioni tra i coloni italiani e le donne indigene sono tollerate seppure queste famiglie alternative generando figli non sempre riconosciuti potevano determinare tensioni morali, economiche e affettive capaci di scadere nel dramma. Ballario sotto l’apparenza di una trama poliziesca ben congegnata indaga la complessità di queste relazioni coloniali segnate da profonde diseguaglianze e dinamiche di sfruttamento e sebbene non approfondisca i danni del colonialismo, riflettendo i punti di vista dei personaggi che lo vivono, offre un accurato quadro d’epoca, denso di particolari anche inediti e ben documentati. La scrittura di Ballario è classica, ariosa, molto salgariana, ricca di termini specifici, vie storiche, usanze, cibi, musiche e film d’epoca (Aldo e Caterina vanno al cinema Eritreo a vedere un film di Camerini, Il signor Max, con De Sica e Assia Noris, vincitore della Coppa del Ministero della Cultura Popolare per la migliore regia italiana). Grande il lavoro di ricerca e di ricostruzione sociale e politica di un periodo storico ancora poco conosciuto e approfondito. Ballario con tocco leggero, venato di umorismo sebbene segnato da profonda malinconia di fondo come si addice a un noir, indaga su vizi e virtù di un mondo scomparso ma ancora vitale e variegato che ha segnato, anche drammaticamente, la nostra storia recente. In conclusione, “L’equivoco del sangue” non è solo un giallo avvincente, ma anche un’opera che invita a riflettere sulle complesse relazioni coloniali e sulle loro inevitabili conseguenze. Consiglio vivamente questo libro a chiunque sia interessato a una narrazione che unisce intrigo e riflessione sociale, offrendo uno spaccato affascinante di un’epoca e di un contesto spesso trascurati dalla narrativa contemporanea italiana. Fatte le debite eccezioni, mi riferisco per esempio a Lucarelli, o a Cellamare di cui segnalo il suo “Delitto a Dogali”.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e ha lavorato a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi:  tra cui Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Le rose di Axum (2010), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

:: I libri del topolino di Monique Felix tornano finalmente in Italia!

31 ottobre 2024 by

Escono domani, 1 novembre, due deliziosi albi per bambini, in attesa di sfogliarli vi presento il comunicato stampa e qualche immagine.

Tornano in Italia dopo decenni di assenza i deliziosi albi senza parole di Monique Felix, le avventure di un topolino sgranocchiatore di pagine!

Una serie da tre milioni di copie vendute nel mondo, già tradotta in 17 lingue: sono I libri del topolino di Monique Felix, che Camelozampa, nella ricerca dei “classici contemporanei” per bambini, riporta finalmente anche ai piccoli lettori italiani, a cominciare dai primi due titoli, La merenda e Il vento.

Le storie del topolino mangia-pagine danno voce al potere infinito dell’immaginazione. Sono albi senza parole da leggere insieme, in dialogo, per meravigliarsi dei mondi incredibili che possono nascondersi tra le pagine di un libro.

La merenda

C’è un topolino intrappolato dentro un libro, tra le pagine bianche. Dopo un momento iniziale di panico, gli viene un’idea: forse, rosicchiando le pagine del libro, potrà scoprire il mondo che c’è oltre! La sua perseveranza e i suoi dentini lo portano a una bellissima campagna, dove potrà trovare delle spighe con cui fare merenda… Ma come ci arriverà? La risposta è ancora tra le pagine del libro!

Un silent book sorprendente e ironico, che celebra la fantasia e invita a immergersi nelle infinite avventure che un libro può offrire. Premiato, alla sua uscita, con la Mela d’oro alla Biennale di Illustrazione di Bratislava, è un classico che torna in Italia dopo decenni di assenza, in una nuova raffinata edizione. Rispetto al titolo della sua prima uscita, C’era una volta un topo chiuso in un libro, Camelozampa d’accordo con l’autrice lo ripropone con un titolo che gioca scherzosamente con il finale della storia.

Il vento

Il nostro topolino è ancora dentro alle pagine bianche di un libro, ma ormai conosce il segreto: basta rosicchiare e… qualcosa succederà di sicuro! Non si aspettava, però, il vento furioso che trova una volta staccata la pagina, e che rischia di travolgerlo! Tra aquile, elicotteri e aeroplani, troverà anche lui il suo mezzo di trasporto per planare in tranquillità.

Vincitore del Premio Critici in erba alla Bologna Children’s Book Fair, anche questo è un piccolo e prezioso classico, un’esplorazione dell’inesauribile capacità di sognare e di evadere che un libro ci può regalare.

Monique Felix, nata nel 1950 a Morges, in Svizzera, vive a Pully (Losanna). Ha studiato Graphic design all’Ecole cantonale d’Art appliqué di Losanna, poi ha lavorato nella pubblicità, nell’animazione, nel fashion design e nell’interior design. Con questo suo primo albo, uscito nel 1981 come C’era una volta un topo chiuso in un libro…, ottiene numerosi riconoscimenti, tra cui il premio della Biennale di Bratislava. Da allora, il suo topolino dispettoso ha vissuto otto nuove avventure, sbarcando in 17 Paesi e vincendo svariati premi. A oggi Monique Felix ha illustrato una cinquantina di album, pubblicati principalmente da The Creative Company e tradotti in tutto il mondo. Tra i premi che ha ottenuto la Mela d’oro alla Biennale d’Illustrazione di Bratislava, il Premio Grafico alla Bologna Children’s Book Fair e il Premio Octogone a Parigi.

:: Dal libro al cinema: Le Chat di Georges Simenon

27 ottobre 2024 by

Banlieue parigina, primi anni ’70, un’anziana coppia di coniugi vive il capolinea di un amore iniziato in gioventù con le migliori intenzioni. Se poi nella parte di Julien e Clémence troviamo Jean Gabin e Simone Signoret non possiamo che assistere a uno scontro tra titani. Tratto dal romanzo Le Chat di Georges Simenon Le chat – L’implacabile uomo di Saint Germain diretto da Pierre Granier-Deferre è un gioiellino da riscoprire o da rivedere per chi lo conoscesse già. La storia narra le dinamiche di coppia di due anziani pensionati: Julien Bouin, ex tipografo, e Clémence, ex artista circense, rimasta invalida dopo una caduta. Pur apparentemente non amandosi più, dopo 25 anni di matrimonio, senza figli, non riescono a lasciare la casa che un tempo li ha visti felici, casa che sta per essere abbattuta per i nuovi piani urbanistici del quartiere. La loro quotidianità si trascina monotona anche se in realtà nasconde tensioni e rancori profondi che esplodono quando Julien porta a casa un gatto a cui riserva tutte le sue attenzioni e il suo affetto.

Clémence gelosa lo uccide e da quel momento Julien, per ripicca, interrompe ogni forma di comunicazione con lei provocandole grande sofferenza. Il film esplora temi come la solitudine urbana, l’amore in tarda età e la complessità delle relazioni umane, mostrando come, nonostante le tensioni, i due coniugi non possano fare davvero a meno l’uno dell’altra. Tanto che quando Clémence morirà di dolore, Julien la seguirà subito dopo non potendo più vivere senza di lei. La regia sobria e discreta di Pierre Granier-Deferre lascia campo libero a Gabin e Signoret di rivaleggiare in bravura mettendo in gioco tutte le loro doti attoriali per esprimere la complessità di un amore le cui braci non sono del tutto spente sebbene la dinamica del conflitto abbia prevalso e avvelenato sentimenti come la tenerezza e la complicità. Storia di per sé semplice, sono le sfumature espressive dei due attori che la rendono coinvolgente e toccante, come tra l’altro accade con la penna di Simenon, lasciando nello spettatore un retrogusto amaro e malinconico.

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Ben accolto dalla critica all’uscita del film, fu considerato da Gabin la sua migliore intepretazione del dopo guerra. Il ruolo del vecchio brontolone ben gli si addice e lascia trasparire la sua capacità di immergersi in personaggi conflittuali, e incapaci di risolvere disaccordi passati. Sebbene il personaggio che interpreta di per sè non dovrebbe ispirare simpatia, la sua calda umanità lo riesce a rendere umano e commovente. Stessa cosa riesce a fare Simone Signoret, riuscendo a trasmettere al suo personaggio forza e determinazione, ma anche una sofferta vulnerabilità che ne rivela l’umanità e la grande infelicità. Essere trascurata, non desiderata, non compresa la isola in una profonda solitudine che la porterà alla morte senza che il marito abbia alzato un solo dito su di lei, a evidenziare quanto le dinamiche psicologiche siano altrettanto devastanti che la violenza fisica. Tutto è comunque sfumato, evocato più che descritto, con garbo e lievità. Interessante.

:: Visioni di cinema: L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci

25 ottobre 2024 by

Film di culto, vincitore di 9 premi Oscar, tra cui miglior film, e migliore regia, L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci è un film che ha fatto la storia della cinematografia mondiale, valorizzando le eccellenze italiane dell’artigianato cinematografico, dal montaggio, alla scenografia, ai costumi, al truccco. Molto si è detto del film, e molto se ne parla ancora oggi, considerato che fu girato nel 1987, e la tecnologia digitale era ancora agli albori, e per le scene di massa vennero utilizzate comparse in carne ed ossa, che lavorarono per mesi accanto allo staff della produzione. Nel 2013 è stato restaurato utilizzando il digitale ma in tutta sincerità l’opera era perfetta già in originale. Che dire ancora di un film così iconico che ha se vogliamo cambiato la percezione che abbiamo del momento storico preciso in cui l’antica società cinese feudale diventava una repubblica ed entrava nella modernità? Bertolucci presentò la sceneggiatura alle autorità cinesi che l’approvarono dandogli l’autorizzazione, forse per la prima volta concessa a un regista occidentale, di girare molte scene all’interno della Città Proibita, dando veridicità alla storia perlopiù incentrata sul personaggio di Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese, interpratato dall’allora emergente John Lone, in un ruolo significativo per gli attori di origine asiatica (anche se non vinse piuttosto inspiegabilmente nessun premio per questa parte). A impreziosire il cast Peter O’Toole, nella parte di Sir Reginald Fleming Johnston, diplomatico, docente universitario, e precettore personale dell’imperatore cinese Pu Yi, autore di “Il crepuscolo della città proibita” (Twilight in the Forbidden City), con prefazione dello stesso Pu Yi. Bertolucci optò per una visione non lineare della storia, costruendo il montaggio alternando flashback e momenti presenti, con il pretesto che nel campo di prigionia dove Pu Yi venne internato come criminale di guerra gli fu chiesto di riscrivere la sua storia, dall’infanzia, alla Seconda Guerra Mondiale. Immagini d’epoca sul bombardamento di Shanghai, e gli effetti della guerra batteriologica sono fatti vedere come un cinegiornale ai prigionieri riuniti in una sala comune e il valore documentaristico si intreccia con la ricostruzione storica accurata fino all’ultimo dettaglio, con scrupolo quasi maniacale. Tra le critiche, perchè non mancarono neanche quelle, l’appropriazione culturale non mancò soprattutto rivolta a un regista europeo che decise di ricostruire con la sua sensibilità e il suo talento artistico un periodo piuttosto controverso della storia cinese. Al netto di questo c’è da dire che il film fu accolto più o meno da tutti come un capolavoro, grazie anche a una colonna sonora strepitosa composta da David Byrne, Ryūichi Sakamoto e dal cinese Cong Su. Esiste una director’s cut, ricca di scene tagliate nella versione definitiva, di cui consiglio sicuramente la visione, soprattutto perchè permette un approfondimento del personaggio di Pu Yi non così remissivo durante il periodo di dentenzione nel carcere maioista. Alcune scene danno la dimensione del fatto che non abbia mai abbandonato l’idea di essere imperatore, e anche dopo i dieci anni di detenzione e di rieducazione, che lo trasformarono in un semplice giardiniere, ha sempre conservato questo sogno che si esprime nelle scene finali quando passa il testimone al figlio del custode del Palazzo Imperiale.

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:: Giochi d’infanzia di Tanizaki Jun’ichiro, a cura di Luisa Bienati (Marsilio, 2024) a cura di Giulietta Iannone

25 ottobre 2024 by

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il Giappone, aprendosi all’Occidente, iniziò un profondo processo culturale, politico e sociale teso alla modernizzazione e industrializzazione del paese. Questo rinnovamento, sempre nel rispetto delle radici culturali tradizionali, portò a una revisione dei processi educativi e della formazione di genere che di per sè avrebbe dovuto formare ed educare una nuova società di cittadini consapevoli e integrati in una struttura sociale complessa e variegata come era la società giapponese. L’importanza dei sistemi educativi, il maestro portava in classe ancora verghe di vimini e l’educazione si basava su meccanismi di premi e punizioni, è dunque ben evidenziata dalla diffusione di un genere letterario che ha per tema l’infanzia e l’adolescenza, i cosiddetti shonen momo (storie per bambini). In questo genere letterario specifico si colloca “Giochi di infanzia” di Tanizaki Jun’ichiro, edito nella collana Letteratura universale di Marsilio. Il testo comprende due racconti di Tanizaki: Shōnen (Adolescenti, 1911) e Chiisana ōkoku (Il piccolo regno, 1918) e un’interessante e corposa prefazione di Luisa Bienati, che ne ha curato anche la traduzione dal giapponse, oltre a un capitolo specifico sulla vita e le opere di Tanizaki, e un glossario finale. C’è da aggiungere che il testo è stato sottoposto a un comitato scientifico. Tanizaki è considerato uno dei più autorevoli e importanti scrittori della letteratura giapponese moderna, famoso per opere come La chiave, Diario di un vecchio pazzo, La croce buddista, tutte opere giunte in Occidente con grande clamore, data soprattutto la modernità, e la libertà con cui Tanizaki ha preservato la sua identità culturale in un contesto di rapidi cambiamenti della società giapponese del XX secolo. Il piccolo regno narra la vicenda umana ed educativa di un maestro elementare alle prese con una classe dominata da un alunno Numakura Shokichi, un ragazzo corpulento, le spalle grosse e rotonde, il viso quadrato dal colorito scuro, la nuca grossa, lo sguardo malinconico, una figura carismatica, dalla forte vocazione di leader, capace di contendere l’autorità anche al maestro coinvolto nei loro giochi infantili per l’affermazione di sè. Profondo lo scavo psicologico e lo studio della dinamica di interazione tra i personaggi a cui si alternano descrizioni della natura poetiche e affascinanti. Sempre di giochi infantili tratta Adolescenti, il secondo racconto, in cui la figura di Mitsuko sovrasta la narrazione e sovverte le regole tradizionali patriarcali in cui era la figura femminile in posizione di sudditanza e inferiorità, qui prende il sopravvento sui compagni di gioco maschi e alla fine ne fa i suoi schiavi. Non senza tracce di crudeltà i giochi infantili non riflettono un mondo di innocenza gentilezza, ma anzi di sopraffazione e lotta per ottenere l’ubbidienza e il dominio. Tanizaki spesso presenta, come in quest’opera, personaggi femminili forti che sfidano le aspettative di genere e affermano la loro identità oltre ai confini imposti dal patriarcato. Questi personaggi utilizzano il gioco e la finzione per affermare il loro potere e riscrivendo le dinamiche tradizionali che legano i rapporti tra uomini e donne mettono in discussione le strutture di potere esistenti in una sorta di protofemminismo del tutto originale e anomalo per la società del tempo. Oltre al valore letterario intrinseco questi racconti sono indubbiamente interessanti come testimonianza e forma di riscatto.

Junichiro Tanizaki, nato a Tokyo nel 1886 e morto nella città di Yugawara (prefettura di Kanagawa) nel 1965, si formò come scrittore a cavallo tra Ottocento e Novecento. Sconvolse il pubblico, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, per via della modernità dei suoi romanzi.
Tra le sue opere: L’amore di uno sciocco (1924 / Bompiani 2000), Vita segreta del signore di Bushu (1932 / Bompiani 2000), Libro d’ombra (1933 / Bompiani 2000), Neve sottile (1948 / Guanda 2009), Diario di un vecchio pazzo (1962 / Bompiani 2009), Morbose fantasie (Einaudi 2003), Nostalgia della madre (Einaudi 2004), Il demone (Einaudi 2010), Sulla maestria (Adelphi 2014).

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “La passeggiata” di Robert Walser

24 ottobre 2024 by

“La passeggiata” di Robert Walser è una celebrazione della vita attraverso il semplice atto di camminare. L’autore utilizza questo gesto quotidiano per esaminare la sua relazione con l’ambiente e con se stesso. Le descrizioni vivide dei luoghi, dai parchi alle strade cittadine, creano un’atmosfera immersiva. 

Walser riesce a catturare la bellezza nei dettagli più piccoli, come il fruscio delle foglie o il sorriso di un passante. Questi momenti di osservazione attenta offrono pause riflessive dalla frenesia della vita contemporanea. Inoltre, la passeggiata diventa una metafora del viaggio interiore, un modo per esplorare emozioni e pensieri che spesso vengono trascurati. 

Il libro può anche essere visto come un invito a rallentare e a connettersi con il mondo che ci circonda, sottolineando l’importanza della mindfulness e dell’apprezzamento per il momento presente. Attraverso la sua prosa poetica, Walser ci ricorda che ogni passo può portare a nuove scoperte e che la vita è piena di bellezza, anche nei luoghi più ordinari.

:: Un’intervista con Marina Visentin, autrice di Aurora a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2024 by

Benvenuta Marina su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Giornalista, traduttrice, scrittrice, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Non è semplice da sintetizzare la mia vita lavorativa. Ho studiato da filosofa e quello volevo fare da grande, invece mi sono ritrovata a fare la copy-writer in un’agenzia di pubblicità, non mi piaceva e mi sono messa a fare la giornalista. La cronaca mi stava stretta, ho pensato bene di lanciarmi nel mare tempestoso della critica cinematografica. Le parole mi sono sempre piaciute e quindi ogni tanto mi sono anche divertita a tradurle da una lingua all’altra. I romanzi sono venuti alla fine, dopo una lunga strada lastricata di saggistica, tra cinema e filosofia, ma mi hanno dato tra l’altro la possibilità di far rivivere il vecchio e mai dimenticato amore per le sfumature nere della cronaca e della storia.

Hai da poco pubblicato Aurora, un ottimo noir nella collana Calibro 9 di Laurana Editore. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

La prima idea è nata da uno spunto autobiografico: uno spavento che davvero ho provato alcuni anni fa. D’improvviso, senza alcuna ragione, avevo scoperto che qualcuno mi stava seguendo, prendeva informazioni su di me, mi sorvegliava. Per alcune settimane mi ero sentita vulnerabile, inspiegabilmente sottoposta a un controllo misterioso e inquietante. Come era iniziata, in modo altrettanto repentino, questa esperienza è finita. Non ho mai saputo a cosa fosse dovuta, probabilmente a uno scambio di persona. Da questa sensazione di minaccia, tanto inafferrabile quanto allarmante, è nato il primo nucleo di Aurora, che si è poi arricchito della mia passione per l’arte contemporanea e del mio desiderio di scrivere. Per raccontare delle storie, certo, ma anche e soprattutto per dare voce alle donne, alle loro paure, ai loro desideri, alle loro fragilità, alla loro forza, nonostante tutto.

Partiamo dall’ambientazione, una Milano invernale, grigia, fredda, con puntate al lago e a Venezia. Uno scenario malinconico, triste, come hai definito i contorni nelle cose, degli ambienti?

La vera protagonista di Aurora è l’acqua: acqua che ti avvolge, acqua che ti sommerge, acqua di cui avere paura. Acqua trasparente e al tempo stesso torbida. L’acqua di cui Gemma, la protagonista del romanzo, ha paura. Per un motivo ben preciso, che si ricollega al suo passato, a un evento traumatico che ha tentato di seppellire nel profondo della sua coscienza, ma che ogni notte ritorna sotto forma di incubo. Il lago Maggiore e Venezia sono i due scenari che ho scelto proprio per raccontare l’acqua nella sua dimensione calma – il lago, la laguna – e al tempo stesso minacciosa. E poi c’è Milano, ancora e sempre, la mia città, amata e detestata. E ho scelto di raccontarla in inverno, nelle giornate più corte dell’anno, perché proprio il buio è la dimensione che più di altre può descrivere la paura, il disagio, la vulnerabilità.

Gemma è la protagonista, una donna apparentemente forte, realizzata, anche benestante ma con un segreto che teme che tutti possano scoprire. Come hai costruito questo grumo nero di male, nel cuore di un personaggio per certi versi solare?

In qualche modo ho fatto appello all’ambivalenza che abita tante donne: forti, fortissime, capaci di affrontare a testa alta prove di ogni genere e però intimamente fragili, bisognose di sostegno, incapaci di emanciparsi davvero da una profonda sensazione di inadeguatezza. L’idea del segreto da nascondere nasce proprio da questa esperienza condivisa da tante donne: un senso di colpa che nasce prima di tutto dalla sensazione di essere deboli, dalla paura di non essere veramente all’altezza.

La protagonista è una donna forte, razionale, ma nei sogni torna al passato, alla fobia per l’acqua, a un senso di colpa che non l’abbandona. Molto freudiano non trovi? Quanto incide la psicanalisi nel tuo narrato?

Grazie di avermi fatto questa domanda! La dimensione psicologica per me è fondamentale. Più dell’intreccio mi interessano i personaggi, la verità delle relazioni che intrattengono con gli altri, con il mondo circostante. Gemma, la protagonista del mio romanzo, rivive ogni notte – negli incubi che turbano il suo sonno – un evento traumatico che ha segnato la sua vita, che ha costruito la sua personalità all’insegna della paura. Paura che si è cristallizzata in una sorta di corazza che serve a tenere a distanza il mondo, oltre che nel tentativo di rimuovere dalla coscienza tutto ciò che può infastidire e mettere in crisi. Quindi, sì, per rispondere alla tua domanda, direi che la psicoanalisi e in generale gli studi di psicologia hanno – hanno sempre avuto – un notevole influsso sulle mie riflessioni e quindi sulla mia scrittura.

Per un malinteso, non sto a spiegare cosa succede, incontra Vittorio. Ci vuoi parlare di questo personaggio?

Non vorrei parlarne troppo, perché non vorrei svelare troppo della trama a chi ci legge. Però mi sembra importante dire che Vittorio è un personaggio tridimensionale. Può sembrare semplicemente un “cattivo”, perché inizialmente è questa la sua funzione – diciamo così – all’interno dell’intreccio, ma in realtà è un personaggio pieno di sfaccettature. Il suo ruolo può rivelarsi negativo, ma forse più che altro è destabilizzante, rispetto all’iniziale equilibrio della protagonista. Forse incarna solo e semplicemente un’immagine di amore tossico, ma a me sembra importante parlarne, non smettere mai di interrogarci sui motivi che possono rendere un uomo come Vittorio tanto seducente.

Quali autori e opere d’arte ti hanno influenzato nella stesura del tuo libro?

Sicuramente una delle immagini iniziali da cui prende le mosse l’intero romanzo è Ophelia di John Everett Millais, un quadro celeberrimo, simbolo del movimento preraffaelita e perfetta rappresentazione di come bellezza e disfacimento, giovinezza e morte possono sovrapporsi in tanti modi, sotto il segno del fascino e dell’inquietudine. Se devo citare un libro, mi viene in mente Acqua nera di Joyce Carol Oates, che guarda caso, nella vecchia edizione che possiedo da tanti anni, ha in copertina proprio questo quadro che per tanti anni mi ha ossessionato.

Ci sono derivazioni cinematografiche? Film o telefilm che ti hanno dato ispirazione?

Tantissimi, naturalmente. Il mio immaginario si nutre di immagini in movimento da una vita intera. Però, per citare un solo titolo, ti direi Il segno del comando, uno sceneggiato degli anni Settanta che ho rivisto per caso proprio mentre stavo cominciando a scrivere questo romanzo, e a cui voluto in qualche modo rendere omaggio. Non tanto alla storia, quanto alla sua atmosfera – sospesa, inquieta, misteriosa.

Immaginati che una casa di produzione cinematografica ne compri i diritti. Hai carta bianca. Chi immagini potrebbe essere il regista e quali attori vedresti nelle parti principali?

Davvero difficile come domanda, soprattutto a voler tenere i piedi per terra. Allora forse meglio sognare: Roman Polanski come regista, Cate Blanchett come attrice protagonista.

Grazie della disponibilità, nel salutarti mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi progetti futuri.

Sto lavorando al terzo romanzo della serie di Giulia Ferro, la mia poliziotta milanese, alle prese con un nuovo caso e con la voragine rappresentata dai complicatissimi rapporti con la sua famiglia. Spero di riuscire a vederlo pubblicato il prossimo anno.

E grazie a te!

:: Loro. Il primo caso del tenente Ludivina Vancker di Maxime Chattam (Salani 2024) a cura di Massimo Ricciuti

24 ottobre 2024 by

Alexis Timée, appartenente alla Sezione Ricerche della Gendarmeria di Parigi, si reca in un villaggio montano con la speranza d’incontrare Richard Mikelis, famoso criminologo in pensione. In Francia sono all’opera due efferati serial killer, che uccidono contemporaneamente. Uno è soprannominato la Bestia, l’altro il Fantasma e firmano i loro omicidi con lo stesso simbolo: *e, che incidono sulla carne delle proprie vittime. Alexis chiede aiuto a Mikelis, ma quest’ultimo rifiuta perché vuole godersi la famiglia, invece di rimettersi a caccia di criminali. Al gendarme non resta che tornare a Parigi e riprendere le ricerche insieme agli altri due componenti della ristrettissima squadra, Segnon Dabo e Ludivine Vancker. Non trascorre molto tempo quando, in una stazione ferroviaria di provincia, un ragazzo getta sotto un treno alcune persone, per poi fare la stessa cosa con sé. Poco prima aveva dipinto su una parete l’ormai noto simbolo. I gendarmi capiscono di trovarsi di fronte a qualcosa di enorme, ben più grande di due serial killer, anche perché gli avvistamenti del simbolo si moltiplicano. A sorpresa Mikelis si presenta a Parigi e decide di aiutarli: lui è un vero e proprio cacciatore di predatori, capace di immedesimarsi in Loro. Gli efferati omicidi continuano, intanto, diffondendosi anche nel resto d’Europa e la squadra stessa viene colpita al cuore. Ormai è chiaro che l’epidemia di violenza non si fermerà e l’unica possibilità è andare a monte e cercare di comprendere i motivi di tale follia.

Criminologo e psicologo forense, Maxime Chattam torna nelle librerie nostrane dopo una prolungata assenza. La sua scrittura è caratterizzata da descrizioni molto cruente, come ben sanno i lettori e come accade anche in questo romanzo, che risale al 2013 e viene ora pubblicato dalla casa editrice Salani. Il Male, di cui l’autore si è sempre occupato, è qui rappresentato da un insieme di persone, prive di sentimenti e di emozioni, che compiono omicidi di massa a livello mondiale. Dai primi due serial killer la caccia si allarga a macchia d’olio e serve qualcuno in grado di prevenire le loro mosse. Per questo è centrale il personaggio di Mikelis, così come, per diversi motivi, sono utili alle indagini tutti gli altri protagonisti. A cominciare da Ludivine Vancker, citata nel sottotitolo del romanzo e dunque, si spera, presente anche in altre opere di Chattam.

Maxime Chattam è nato a Herblay nel 1976. Da ragazzo ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Ha studiato Criminologia e Psicologia forense. In Francia ha un enorme successo di pubblico e di critica ed è considerato il maestro di tutti i più importanti scrittori noir. La stampa internazionale lo ha accostato ad autori come Stephen King, Michael Connelly, Joël Dicker.