:: Davide Mana (Torino, 1967-Asti, 2024)

23 novembre 2024 by

Ieri è mancato Davide Mana, dopo lunga malattia, ne do notizia oggi, dopo avere avuto conferma, ad amici e lettori con il cuore carico di dolore. Ho sperato fino all’ultimo in un miracolo ma il suo percorso terreno era finito e ora è passato oltre. E’ stato per me un caro amico oltre che collaboratore. Era uno scrittore, un traduttore, un divulgatore culturale, uno scienziato, un insegnante e soprattutto un essere umano meraviglioso. E’ difficile per me scrivere queste righe, spero di elaborare il lutto e scrivere in futuro un suo profilo che gli renda giustizia. Per chi desiderasse dargli un ultimo saluto la cerimonia di commiato si terrà mercoledì 27 novembre alle ore 15.00 al Tempio Crematorio di Asti.

::”Verso l’India. 1879″, Isabel Burton, (Lorenzo de’ Medici Press, 2024) A cura di Viviana Filippini

23 novembre 2024 by

L’India, le sue meraviglia, i profumi e i colori, uniti a usi e costumi sono i protagonisti di “Verso l’India 1879” di Isabel Burton, un vero e proprio diariodi viaggio – tradotto per Lorenzo de’ Medici Press da Simona Bauzullo- grazie al quale il lettore segue, tappa dopo tappa, il percorso attraverso l’Europa della seconda metà dell’ Ottocento svolto dalla Burton e dal marito per raggiungere l’amata India. Si parte dalla terra d’origine della coppia, per passare poi alla Francia, scendendo in Italia ancora alle prese con la fase di riorganizzazione dopo l’Unità d’Italia, dove c’è  Cavour, ma ci sono anche Milano, Brescia, Venezia, Trieste, Roma e i territori circostanti tutti da scoprire. Un viaggio lungo, dove non mancarono degli intoppi, ma che permise all’autrice di vedere da vicino tanti luoghi, comprese le terre dell’Albania  e ben  oltre. Man mano che i coniugi navigano sulla Calypso – imbarcazione costruita a Glasgow-  si vedono scorrere posti che cambiano forma, colore , luce e dalla fredda Europa (non mancano riflessioni sull’Austria e sui magiari dell’Ungheria) si arriva a Port Said, in Egitto; a Gedda teatro di un tragico evento nel 1858, con passaggio nelle zone del Monte Sinai, fino a Aden dove molti viaggiatori arrivavano spesso provati dai chilometri fatti e dove si percepisce anche La Mecca. Il tragitto continua e pagina dopo pagina, si giunge a Bombai, ai suoi profumi, colori, mucche che girano indisturbate nella città controllata verso la metà del XVI secolo dai portoghesi che poi la cedettero poi agli inglesi. Quello che la Burton fa è documentare, raccontare, fermare attraverso le parole il suo viaggio, i posti, le persone, i loro aspetti e caratteri, in quello che è un fare importante che permette a chi legge oggi di comprendere come era il mondo esplorato dalla Burton con il marito. “Verso l’India 1879” è un libro curioso, interessante dove si conferma quanto per la cultura anglosassone del XIX secolo fosse importante mantenere attiva e dinamica la letteratura di viaggio. Non solo, perché nella prefazione scritta dalla Bauzullo e leggendo il libro stesso, emerge un aspetto insolito e innovativo dell’epoca vittoriana, dove era abitudine sociale che la dimensione maschile imponesse il suo essere su quella femminile. Questo non accade nella coppia dei Burton che superò ogni barriera sociale e religiosa (lui era anglicano, lei cattolica) dimostrando di essere uniti, affiatati e complici. Affermo questo perché Sir Richard Francis burton, diplomatico ed esploratore, sosteneva  in modo completo l’intraprendenza e la voglia di conoscere e scoprire della moglie Isabel, la quale riempiva di appunti interi taccuini di viaggio. Questo traspare anche dal libro edito da Lorenzo de’ Medici Press dove, accanto all’esploratrice c’è il consorte, però più che essere lei ad accompagnare lui, è il contrario: è lui che accompagna lei, restando un passo indietro per lasciare campo libero alla voce narrante della moglie Isabel. “Verso l’India 1879” di Isabel Burton, non è solo un viaggiare in luoghi e vederli come erano nel XIX secolo, è osservarli attraverso gli occhi e la sensibilità femminile di una donna curiosa e intraprendente che, nelle sue pagine, oltre al voler far conoscere “il resto del mondo”, ha la volontà di mostrare l’altro, il diverso e ignoto per poterlo scoprire, apprezzare e rispettare.

Isabel Burton (1831-1896) è stata una scrittrice ed esploratrice britannica, moglie dell’esploratore Richard Francis Burton, con il quale viaggiò molto arrivando anche in luoghi come l’Arabia  e l’India che, di rado erano visitati della donne della sua epoca. Tra le sue opere “Inner Life os Syria, Palestine, and the Holy Land” e nel 1879 “ Arabia, Egypt, India”.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ ufficio stampa 1A Comunicazione

:: FILM SU BERLINGUER: AGIOGRAFIA PIU’ CHE BIOGRAFIA, a cura di Antonio Catalfamo

19 novembre 2024 by

Ho visto il film di Andrea Segre su Enrico Berlinguer. La mia curiosità è stata stimolata dalla grande propaganda che intorno ad esso è stata sapientemente orchestrata attraverso i mass-media. Confesso di essere rimasto deluso. Sia chiaro: il regista ha dimostrato tutta la sua competenza tecnica e l’attore protagonista ha dato ampio saggio della sua professionalità.

Ma, al di là dell’aspetto prettamente tecnico, si pone inevitabilmente la questione dei contenuti, del modo in cui sono stati presentati al pubblico gli avvenimenti oggetto della rappresentazione cinematografica. Ho trovato il film marcatamente agiografico. A mio avviso, la «strategia comunicativa» perseguita abilmente dal regista è stata quella di coniugare due esigenze fondamentali.

Da un lato, assecondare la nostalgia intorno alla figura di Berlinguer che anima una fascia di pubblico che ha condiviso, per motivi generazionali, la sua esperienza politica di segretario nazionale del Partito comunista italiano. Si tratta di un’ampia area di persone che, nei decenni a seguire, hanno perlopiù seguito un percorso comune, che è quello dell’adesione ai vari partiti (Pds, Ds, Pd) che sono nati per effetto dello scioglimento del Pci e che trovano conforto nella politica del «compromesso storico» portata avanti da Berlinguer per giustificare la scelta di un processo politico che si è concluso con la nascita di un soggetto, il Partito democratico, che ha unito in sé una parte degli ex comunisti e una componente dell’ex Democrazia cristiana.

Dall’altro lato, il regista ha voluto consolidare una certa immagine di Berlinguer e del Pci a beneficio delle nuove generazioni, presenti e future. Un progetto ambizioso, che sicuramente è destinato ad incidere e ad ottenere risultati tangibili.

Un film agiografico, dicevamo, e, per ciò stesso, poco problematico, conseguentemente esaltatorio e tutto volto ad agire sulla sfera emotiva del pubblico, piuttosto che sulla riflessione critica e, per quanto riguarda i più anziani, anche autocritica.

E’ vero: la personalità di Berlinguer viene ricostruita come tormentata, angosciata dal susseguirsi di avvenimenti drammatici, che hanno un epilogo disastroso, seppur improntata ad alcune scelte di fondo che il politico intende perseguire in maniera intransigente. La «grande ambizione», di cui parla il titolo del film, è quella di dar vita, attraverso il «compromesso storico», ad una collaborazione tra le maggiori forze politiche di estrazione popolare, la Dc e il Pci, per realizzare nel Paese un sistema di riforme tale da assicurare un cambiamento in senso democratico e progressista.

La ricostruzione storica degli avvenimenti è, però, tendenziosa, tutta incentrata sulle passioni del protagonista, sulle sue idee, perseguite con coerenza, sul suo spessore umano e politico-culturale. La prima vittima sacrificale è rappresentata dal dibattito interno al Pci suscitato dal «compromesso storico». Un dibattito che fu aspro, vide posizioni fortemente contrapposte, anche se, in buona parte, fu soffocato dal segretario e dal gruppo dirigente raccolto intorno a lui con la defenestrazione dei suoi antagonisti o con la loro emarginazione attraverso metodi molto discutibili e tutt’altro che democratici.

Nel film questi antagonisti vengono ridotti al rango di semplici comparse, alle quali viene affidata la pronuncia di qualche frase. E’ questa una rappresentazione molto riduttiva di personaggi come Umberto Terracini, fondatore del partito nel 1921, assieme a Gramsci e a Togliatti, condannato dal regime fascista a 22 anni di reclusione, presidente, nell’immediato secondo dopoguerra, dell’Assemblea Costituente, a cui fu affidato il compito di redigere la nuova Costituzione, che porta in calce la sua firma, capogruppo del partito al Senato per lunghi anni e figura di primo piano della lotta politica; come Pietro Ingrao, al quale viene affidata nel film una frase isolata, seppur significativa (laddove egli contesta il progetto di realizzare il cambiamento della società italiana collaborando con la Dc e con uomini come Andreotti che hanno malgovernato per decenni il Paese e sulle cui spalle si addensano pesanti responsabilità); come Luigi Longo, segretario del partito prima di Berlinguer e poi presidente, che manifestò tutta la sua contrarietà al «compromesso storico», a partire dalla stessa definizione adottata, ma che nel film non fa neanche capolino.

Armando Cossutta compare di sfuggita nel momento in cui viene destituito da Berlinguer dal suo compito di tenere i rapporti con il Pcus, sostituito da Gianni Cervetti, e affidato al settore degli Enti locali, e pronuncia brevi frasi che racchiudono la sua preoccupazione per una rottura con l’Unione Sovietica nel momento in cui il Pci è esposto a gravi pericoli che provengono da tutt’altra direzione, come lo sviluppo degli avvenimenti dimostrerà ampiamente. L’immagine di Cossutta come semplice uomo di Mosca è anch’essa molto riduttiva. Si tratta di un dirigente che viene dalla Resistenza ed è stato chiamato a far parte della segreteria nazionale dal segretario che ha preceduto Berlinguer, Luigi Longo, per l’appunto. In linea con le posizioni di quest’ultimo, è stato pubblicamente contrario all’intervento delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, e, successivamente, sotto la segreteria Berlinguer, all’intervento sovietico in Afghanistan, nel 1979. E’ la persona a cui Longo ha affidato il compito di occuparsi dei rapporti con l’Urss per conto del Pci, del quale ha rappresentato gli interessi nelle relazioni bilaterali.

Nel film non compare Ambrogio Donini, storico delle religioni, docente universitario, uno dei capi del Centro esteri del Pci durante il fascismo, esule in vari Paesi nel ventennio della dittatura mussoliniana, autore di un tentativo di liberare Gramsci dalla prigionia attraverso una trattativa mediata dal Vaticano, primo lettore dei Quaderni del carcere, assieme a Togliatti, pervenuti avventurosamente in copia. Donini è il vero punto di riferimento del Pcus in Italia. Sarebbe un’offesa alla sua cultura accademica considerarlo un grigio e dogmatico uomo d’apparato. E’ uno di quelli con i quali Berlinguer ha usato la mano pesante, escludendolo nel 1979 dalla Commissione Centrale di Controllo senza neanche preavvisarlo, come emerge dalla corrispondenza epistolare intrattenuta da Donini con Nino Pino Balotta, già deputato comunista nelle prime tre legislature della Repubblica e anch’egli amico dell’Urss, come uomo di cultura e scienziato di fama internazionale.

L’elenco di coloro che sono stati estromessi ad opera di Berlinguer e dagli uomini che lo attorniano è abbastanza lungo. Si tratta di dirigenti di vecchia data che hanno servito la causa in circostanze difficili, pagando di persona. Un patrimonio di esperienze di cui Berlinguer ha ritenuto di dover privare il partito, mettendo al loro posto persone che poi l’hanno sciolto, come Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino (solo per fare alcuni nomi).

Il film rappresenta il dramma personale di Berlinguer di fronte al rapimento del segretario della Dc, Aldo Moro, e al fallimento del «compromesso storico». Ma non dà conto di quello di migliaia di militanti e di ex dirigenti, defenestrati ai vari livelli, che hanno subito enormi discriminazioni nell’ambito del nuovo sistema creato da Berlinguer assieme alla Dc e al quale è stato dato il nome di «consociativismo».

Non mostra gli effetti nefasti della politica della «concertazione» nei confronti della massa dei lavoratori. Qui basta ricordare che, lungo la scia del «compromesso storico», Luciano Lama, segretario della Cgil, con la «svolta» dell’Eur, nel 1978, accettò la politica di riduzione dei salari, in nome della partecipazione dei lavoratori ai sacrifici imposti dalla crisi economica, in cambio di un promesso aumento dell’occupazione che non si ebbe.

Non rappresenta l’effetto politico principale del «compromesso storico» nell’ambito della sinistra italiana: l’indebolimento del Psi (di fronte ad un accordo tra i due maggiori partiti non poteva che risultare soccombente), la conseguente emarginazione interna del segretario pro tempore Francesco De Martino, l’ascesa al potere di Craxi, in nome dell’autonomismo socialista, che portò da lì a poco alla sua investitura a segretario del partito. I rapporti tra comunisti e socialisti ne risultarono compromessi per sempre e le prospettive di un’alternativa della sinistra alla Dc svanì.

Il film di Andrea Segre ritiene opportuno concludere con il rapimento Moro, tralasciando tutti gli aspetti che ho segnalato e la loro proiezione distruttiva sulla vicenda politica futura.

E’ un film che fa leva sull’emozione acritica e sulla nostalgia, presunta e ingiustificata, piuttosto che sulla ragione critica e sulla riflessione storica, molto più complessa ed articolata.

:: Sono io il tuo destino di Domenico Cacopardo Crovini (Ianieri, 2024) a cura di Patrizia Debicke

19 novembre 2024 by

L’adulterio, benché dal 1981 il delitto d’onore sia stato trasformato dal codice penale in un normale delitto, può scatenare ancora nel 2002 risposte assassine? E fornire una qualche ragione per giustificarle? Magari potrebbe bastare il fatto di avere origini messinesi o meglio di Monturi Superiore?
Tanto meno per loro una coppia di successo, Temoteo Barraci e Berenice Stellanotte detta Nice, da anni trasferita in terra Padana e più precisamente in provincia di Reggio Emilia? Lui medico chirurgo che lavora bene come medico di base e lei veterinaria, collaboratrice di uno studio prestigioso, con frequentazioni di alto livello, diventati soci del locale ed esclusivo Golf .
Unico neo, la mancanza di figli. Quello in arrivo e per il quale si erano sposati prima del previsto è saltato per colpa di un maledetto incidente sul lavoro, il calcio di un cavallo, che aveva privato Berenice della possibilità di averne ancora. Ma non pareva aver intaccato la solidità del loro rapporto matrimoniale ben rodato. Non per loro, una coppia moderna con la testa sulla spalle. Oddio per Temoteo la mancanza di un figlio maschio gioia e onore di ogni siciliano… E ohimè l’idea di una possibile adozione prospettata a Nice, e che non aveva mai avuto alcun seguito, gli provocava sorda inquietudine. Alla quale dare sfogo in diverse saltuarie e successive relazioni, il maschio è sempre maschio e la tentazione della carne sovrana, mentre lei , invece, circa sette anni dopo cederà solo alla confortante, continua e comoda e ben più che affettuosa presenza in casa loro ospite, di Santo, un giovane cugino messinese. In teoria venuto per studiare, ma decisamente negato e scioperato nell’animo. Nel frattempo però Temoteo ha intrapreso una soddisfacente relazione con Molly, una graziosa maestrina con i capelli rossi e gli occhi verdi (che gli ha detto : “Sono io il tuo destino!”) e dovrebbe e potrebbe poterlo essere davvero, basterebbe rispettare le regola del viver civile: separarsi dalla moglie e poi divorziare …
Se non… Temoteo non si fosse lasciato goffamente intrappolare nella sicilianissima e tentatrice rete del delitto d’onore osannata da una visione siciliana tuttora in vigore, quando a essere leso è il maschio, ridesta un qualcosa di incontrollabile e in cui domina la diffusa mentalità isolana (il cambiamento delle leggi non ha toccato una cultura intrinseca, caratterizzata ancora al patriarcato). Insomma come i diritti femminili continuino indefinitamente ad essere subordinati a quelli “superiori” dei maschi, per cui l’uomo con le corna deve reagire in qualche modo sennò…
E rubando l’iconica frase descrittiva di Alessandro Manzoni riferita alla Monaca di Monza: Cacopardo si compiace di trasformarla al maschile in : “e lo sventurato rispose” prima di regalarla al suo protagonista, affidandogli il gravoso compito di compiere un “vendicativo” ma improvvido e maldestro delitto padano per lavare l’onore leso dalla moglie, con il suo “domestico”, e ripetuto tradimento con il cugino Santo.
Insomma Cacopardo impugna la bacchetta magica e, in uno Zac, crea con intelligente ma crudele ironia il suo tragico giallo/noir siculo parmense.
Ci offre come su un vassoio d’argento un delitto premeditato, un amore irregolare, la clandestinità, il lungo processo e i tanti vantaggio ottenibili da un detenuto “ben appoggiato”. Viviamo con i personaggi della sua storia certune realtà culturali e sociali, lo scandalo, siamo testimoni della commedia processuale condotta come uno scenografico balletto in un ideale palcoscenico destinato oltre che agli spettatori, a televisione e testate giornalistiche.
Viviamo purtroppo in un’epoca molto “italiota ” con i femminicidi all’ordine del giorno, con la cronaca nera che ci squaderna quotidianamente le foto dell’ennesima vittima . Non solo vittima di un uomo ma anche di una società che non riesce a emanciparsi dal suo passato. La necessaria strada del cambiamento pare diventata impercorribile.
L’ amore però, quello vero, non fa commettere crimini. Temoteo il protagonista non pensa certo all’amore quando uccide per un superato pregiudizio sociale. Quell’osceno pregiudizio che non permette di immaginare la persona amata altro di una proprietà, una proprietà da considerare come un malriposto e onorifico emblema da difendere a ogni costo e purgare solo versando sangue.
Un osceno e lo ripeto, pregiudizio sociale per cui il protagonista ha rovinato la sua vita e ogni possibile futura felicità. Una storia di infelicità che ci dimostra come ciascuno possa farsi artefice e nemico del proprio fato.
Un romanzo particolare in cui Domenico Cacopardo prova a coniugare l’ inginocchiarsi a vecchie e aberranti tradizioni con una distopica futura visione italiana. Infatti partendo dal prologo ma poi arrivando a far finire la sua storia nel 2026, dopo che s’è consumata una vera e propria rivoluzione con l’anticostituzionale occupazione di una immaginaria Padania. Occupazione portata avanti con un colpo di stato leghista e scissionista al nord, con l’appoggio di truppe mercenarie della Brigata Wagner sponsorizzate dalla Russia, nel tentativo di dividere la nuova entità politica e territoriale dall’Italia, ci propone una surreale ma temibile realtà in divenire?

Domenico Cacopardo Crovini, nato nel 1936, è vissuto in giro per l’Italia al seguito di suo padre, funzionario pubblico, Consigliere di Stato in pensione, ha collaborato e collabora con numerose testate giornalistiche nazionali e locali. Ha insegnato nelle università di Torino e Roma-Luiss. Ha scritto venti romanzi, tra i quali la nota e fortunata serie di gialli che ha per protagonista il magistrato Agrò, edita da Marsilio. Ha pubblicato anche con Mondadori, Baldini&Castoldi, Diabasis e altri. Per la Ianieri Edizioni ha pubblicato Pater (2022) e Pas de Sicile. Ritorno a Candora (2023).

:: Charlie nella foresta di Chiara Lossani, illustrazioni di Maria Cristina Bet (Storiedichi Edizioni 2024) a cura di Giulietta Iannone

17 novembre 2024 by

Bell’albo illustrato dalla copertina cartonata e dal sapore ambientalista, Charlie nella foresta di Chiara Lossani ci narra le avventure di Charlie e del suo cane Milo che un giorno si avventurano nella foresta degli abeti bianchi vicino casa e il bambino vincendo le sue paure, in un percorso di crescita, per seguire un pallone, entra in contatto con la natura: gli animali, gli alberi, gli eventi atmosferici e torna a casa con un cucciolo di lupo. Le illustrazioni sono deliziose, realizzate interamente a mano con tecnica mista acquarello-pastelli dalla talentuosa disegnatrice Maria Cristina Bet, che il bambino può copiare giocando coi pastelli. Inoltre il libro, di grande formato, si presta alla lettura ad alta voce e vengono suggeriti laboratori artistici da svolgere con materiali naturali, pigne, foglie, sassi, fiori e sottofondo di rumori della foresta per una lettura interattiva e arricchente. L’età indicata di lettura è dai 5 anni in su. Della stessa illustratrice Buon volo, ape Regina, (Storiedichi Edizioni 2023).

Chiara Lossani Milanese, già direttrice di due biblioteche della provincia di Milano e fondatrice della Biblioteca delle Storie Infinite, a Trezzano sul Naviglio, pubblica da molti anni in Italia e all’estero. I suoi libri illustrati raccontano antiche fiabe, miti e la vita e le passioni di grandi artisti, come Van Gogh (pubblicato in 14 lingue), Frida Kahlo, Vermeer, Michelangelo, Dalì (Arka Edizioni). Nei suoi romanzi storia e arte vengono narrate attraverso le vicende parallele di ragazzi che incontrano donne e uomini che hanno avuto il coraggio di cambiare, primo fra tutti Gandhi (Edizioni San Paolo). Due volte White Ravens con il romanzo Stregata da un pitone (Giunti editore) e l’albo illustrato Vincent van Gogh e i colori del vento (Arka Edizioni), premi e riconoscimenti anche internazionali hanno qualificato il suo lavoro.

Maria Cristina Bet Vive a Vittorio Veneto (Treviso). Negli anni Novanta ha seguito i primi corsi estivi del maestro Štěpán Zavřel, fondatore della Scuola Internazionale di Illustrazione di Sarmede, e ha proseguito nella formazione partecipando ai corsi di Arcadio Lobato, Svjetlan Junakovic, Gabriel Pacheco, Anna Castagnoli e Giovanni Manna. Per Storiedichi Edizioni, ha realizzato le illustrazioni del suo albo di esordio, Buon volo, ape Regina, scritto da Monica Colli e Alessandro Volo.

Source: albo inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca Tamberlani di LaChicca Ufficio Stampa Specializzato in libri per bambini e ragazzi.

:: É MORTO FRANCO FERRAROTTI, PADRE DELLA SOCIOLOGIA ITALIANA, a cura di Antonio Catalfamo

15 novembre 2024 by

Apprendo dai mass-media della morte di Franco Ferrarotti. Aveva 98 anni. Nonostante l’età avanzata, la sua presenza costante nel dibattito culturale, che non sfociava mai nel presenzialismo fine a se stesso, in quanto sempre apportatrice di idee nuove ed originali, spingeva tutti quelli che lo seguivano ed apprezzavano a non abituarsi alla sua dipartita, che fa avvertire un vuoto unanimemente ritenuto incolmabile. Ed egli, fino all’ultimo, ha dimostrato un’enorme vitalità, che ha suffragato le aspettative generali.

Io l’ho sentito alcune settimane fa, allorquando mi ha confermato la sua collaborazione al ventitreesimo volume di studi internazionali su Cesare Pavese, in corso di preparazione, che sto curando, come i precedenti, per conto della Fondazione intitolata a Santo Stefano Belbo (Cuneo) allo scrittore langarolo amico di Ferrarotti sin dai tempi in cui entrambi si trovarono a dover vivere da clandestini (Pavese come precettore presso il Collegio Trevisio e Ferrarotti come precoce «gappista»), dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’area compresa tra Casale Monferrato e il Santuario di Serralunga di Crea. Insieme i due amici ascendevano la salita che portava al luogo sacro discutendo dei grandi misteri della vita, a partire dal significato del mito, in mezzo ad una doppia fila di soldati tedeschi, in cerca di renitenti alla leva e di partigiani da catturare e sterminare, sfidandoli con sottile ironia attraverso il canto del Chorus Mysticus che conclude il Faust di Goethe, a voler dire loro che, accanto alla Germania criminale e razzista di Hitler, vi era quella di Goethe, di Beethoven, di Schiller, che mirava, invece, ad affratellare gli uomini in nome della cultura e della civiltà.

L’amicizia con Pavese si consolidò negli anni a seguire, allorché Ferrarotti fu chiamato a tradurre, per sua intercessione, per conto dell’editore Einaudi, presso il quale il vecchio amico ricopriva una carica di primo piano, libri fondamentali come La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. E l’illustre sociologo è tra le ultime persone (forse l’ultima) alle quali Pavese telefonò, senza trovarlo, prima di suicidarsi, nell’agosto del 1950, in una camera dell’Albergo Roma di Torino. Ferrarotti, nei suoi interventi in vari volumi da me curati, ha saputo dare un’immagine di Pavese che sfugge allo stereotipo dell’ «eterno fanciullo», incapace di crescere. Ce lo ha presentato nelle sue contraddizioni, ma anche nella sua pienezza di vita e delle idee creative, nel suo «fare» infaticabile.

Ferrarotti era nato a Palazzolo Vercellese nel 1926. Aveva avuto un’infanzia difficile, a causa delle malattie respiratorie e delle difficoltà economiche della famiglia, che aveva superato grazie all’aiuto finanziario e alla guida intellettuale dello zio Leopoldo, alto prelato e uomo di ampia cultura, non solo religiosa. Così aveva imparato a conoscere i classici e a valorizzare gli insegnamenti che ne derivano per i posteri, fino ai nostri giorni.

Si era laureato in Filosofia all’Università di Torino, nel 1949, con una tesi di Sociologia, dedicata proprio a Veblen, rifiutata da Augusto Guzzo, che si era trincerato dietro le resistenze del mondo accademico (ma, evidentemente, anche sue) nei confronti di questa disciplina, considerata, sulla scorta di Croce, poco «scientifica» («inferma scienza» l’aveva definita il filosofo neo-idealista), ed accettata da Nicola Abbagnano, il quale stimava tanto il suo allievo da fargli da vice-direttore, allorquando questi, nel 1951, decise di fondare una propria rivista, «Quaderni di Sociologia», poi sostituita, nel 1967, da un’altra, «La Critica Sociologica», ancora attiva al momento della morte di Ferrarotti e da lui diretta con grande slancio, sino alla fine.

Il Nostro aveva vinto nel 1961 il primo concorso del secondo dopoguerra per la neonata cattedra di Sociologia, sorta, dopo le mortificazioni a cui il fascismo aveva sottoposto questa disciplina, quasi cancellandola (se il regime ha risolto tutti i problemi della società, non c’è bisogno di una materia che li studi!), presso l’Università «La Sapienza» di Roma. Ferrarotti ha, inoltre, insegnato in prestigiose università straniere, soprattutto americane, ma non solo.

Ma ha voluto essere (ed è stato) un «accademico anti-accademico», in quanto ha rifiutato la “fossilizzazione” a cui l’università spesso sottopone la cultura, che, invece, per Ferrarotti è continuo incontro-scontro tra idee, se necessario anche aspro, senza il quale essa non può progredire e raggiungere nuovi traguardi conoscitivi. Ha considerato Socrate il primo sociologo, in quanto ha praticato e trasmesso un sapere, per l’appunto, aperto ad ogni apporto, anche quello popolare, valorizzando la «doxa», l’opinione, rispetto all’«episteme» d’ascendenza platonica, che punta su una scienza chiusa in se stessa e nella propria presunta certezza e perfezione, nonché nella propria autosufficienza.

Ferrarotti ha studiato a fondo i meccanismi attraverso i quali il potere si costruisce, si consolida e pretende di perpetuarsi, partendo dal capitalismo nordamericano, che ha costituito il punto di riferimento per tutto l’Occidente. Egli ne ha seguito gli sviluppi, fino alla fase attuale della società informatizzata, digitalizzata ed iperconnessa, di cui è stato il più lucido analista fortemente critico nei confronti dei suoi effetti disumananti. Ha stigmatizzato i pericoli che caratterizzano il passaggio dalla civiltà del libro a quella dell’audiovisivo. Il libro costringe il lettore a riflettere, a ragionare, a ponderare le varie opzioni. L’audiovisivo colpisce la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Gli individui sono bersagliati quotidianamente da milioni di messaggi che trasmettono in maniera paludata ordini che essi eseguono in uno stato di «sonnambulismo», che non può essere definito neanche «irrazionale», bensì «a-razionale». L’individualità, che dovrebbe rappresentare l’unità umana non ulteriormente scindibile («in-dividuum» significa «indivisibile»), si sbriciola come un biscotto e prevale il cosiddetto «effetto gregge». Ciò vale soprattutto per i giovani, che hanno una ridotta capacità critica, e, quindi, costituiscono quello che Ferrarotti, in un suo libro, ha definito «un popolo di frenetici, informatissimi idioti», che sanno tutto e non capiscono niente. I pericoli che ne derivano per il sistema democratico, per i fondamenti stessi della democrazia, sono molto gravi.

Ferrarotti, in contrapposizione a questo tipo di società, propone una ripresa di alcuni principi fondamentali della vecchia società contadina. Non si tratta di una prospettiva conservatrice, perché non si chiede qui un ritorno a rapporti di produzione semifeudali, ma il recupero della sostanza umana del mondo contadino, che richiama alcuni principi aurei delle civiltà classiche: «Ne quid nimis» («Niente oltre misura»); «Festina lente» («Affrèttati lentamente»); «Age quod agis» («Fa’ bene quel che devi fare»). Bisogna riacquisire i ritmi della società contadina, nella quale ogni uomo si muoveva con cautela, avanzava con ponderazione, calcolando i singoli gesti, per evitare le insidie e le asperità del terreno. E’ tutta una dimensione umana del vivere e del pensare che va recuperata.

Ferrarotti ha dedicato grande attenzione al sistema educativo e alla sua interazione con la società, evidenziandone i limiti e le storture. In un’intervista rilasciata di recente (una delle ultime, in ordine di tempo, prima della morte) alla rivista specialistica online «La Tecnica della Scuola» ha definito la società capitalistica attuale «panlavorista» e «cronofagica»: nelle famiglie italiane lavorano entrambi i genitori e non c’è tempo sufficiente per provvedere all’educazione dei figli, che viene delegata alla scuola, in maniera distorta, però. Difatti, spesso si attribuisce alla famiglia il potere di valutare gli insegnanti e ciò determina una forte restrizione dell’autorità che compete agli stessi, nonché, aggiungiamo noi, della loro libertà di insegnamento, sancita dall’art. 33 della Costituzione. Ferrarotti ricorda che «autorità» deriva dal latino «augere», che vuol dire «far crescere». L’autorità degli insegnanti è indispensabile, per l’appunto, per far crescere i ragazzi. Sottoporli a valutazione, secondo Ferrarotti, significa sacrificare i migliori professori e favorire i peggiori, cioè quelli che assecondano strumentalmente in toto i desiderata di famiglie e studenti, anche quando sono sbagliati. Occorre, allora, un’«autorità» che non sia «autoritaria», bensì «autorevole».

Cogliere l’eredità culturale di Franco Ferrarotti significherà dare attuazione ai principi ch’egli ha saputo individuare, rappresentando spesso una voce isolata, non solo nell’ambito del mondo accademico. Non è un caso che i grandi mezzi di comunicazione di massa hanno dato ampio risalto alla sua morte, ma si sono guardati bene dal richiamare le sue critiche penetranti nei confronti della società capitalistica attuale, che vanno, invece, riprese ed approfondite.

Ferrarotti non ha proposto un modello rivoluzionario, ma una società a dimensione d’uomo, come quella che immaginava Adriano Olivetti, col quale egli collaborò nella realizzazione del programma del movimento «Comunità» (gli successe come deputato alla Camera nella terza legislatura repubblicana, dopo le dimissioni dell’imprenditore), che concepiva non solo la fabbrica, ma anche tutta la società, come una comunità, per l’appunto, caratterizzata dallo spirito solidaristico, dal rispetto tra gli uomini e nei confronti dell’ambiente. Si parlò allora spregiativamente di «neo-capitalismo» paternalista. Ma molti di coloro che allora criticarono Olivetti e Ferrarotti successivamente hanno aderito al modello del capitalismo «neo-liberista» ed hanno avuto assegnati dal sistema ruoli di primo piano nell’attuarlo.

Ferrarotti è stato, invece, coerente con le proprie idee sino alla morte. Possiamo metterle in discussione in più d’un aspetto, ma esse rappresentano il punto di partenza per una discussione franca che abbia come obiettivo il cambiamento della società in una direzione sicuramente progressiva.

:: Natuzza Evolo e gli Angeli di Marcello Stanzione (Edizione Segno) a cura di Daniela Distefano

11 novembre 2024 by

Dio ama confondere i grandi di questo mondo con i cosiddetti “piccoli”, agli occhi del mondo, e noi vediamo lungo i secoli persone di vita ritirata, come santa Caterina Benincasa da Siena o Lucia dos Santos di Fatima, Bernadette Soubirous di Lourdes e tante altre, indicare addirittura ai papi la strada da seguire ed essere, poi, dei fari della cristianità. Da sottolineare il fatto che esse si annullano sempre di fronte alla loro missione: noi sappiamo ben poco della vita privata e religiosa stessa di santa Bernadette, per esempio. Qual è l’obiettivo di questo libro del ben collaudato scrittore Marcello Stanzione?

Presentare non già la figura di Natuzza Evolo quanto i suoi rapporti con gli Spiriti, siano essi celesti od infernali. Don Marcello tratta con sobrietà la figura della mistica calabrese e scrive queste pagine con l’intento di accrescere la devozione ai santi Angeli, in particolare agli Angeli Custodi.

Natuzza è stata una donna di fede, di speranza e grande carità. Abbandonata dal padre, emigrato in Argentina, la sua infanzia non fu felice neanche per volere della madre, la cui condotta di vita era chiacchierata in paese. Eppure, come quei piccoli, teneri, fiori gialli che nascono ai bordi delle strade, affiancati dai rumori di macchine, motori e uomini, la piccola Natuzza crebbe dolce, paziente, con una delicata bontà interiore. A dieci anni, irrompe il soprannaturale alla sua porta non solo spirituale. E’ l’inizio di un misticismo che la porta ben presto a colloquiare con i defunti, mentre si disegnano immagini sacre formatesi col suo sangue sui fazzoletti sovrapposti al corpo. Dopo un calvario di esami medici, già nel 1941 Natuzza pensò a farsi suora, ma i suoi fenomeni mistici apparvero troppo inquietanti per la vita in un convento. La madre decise allora di farla sposare con il compaesano Pasquale Nicolace, falegname. Il matrimonio fu celebrato nel 1943, fu un’unione felice e la coppia ebbe cinque figli.

Non cessarono gli eventi soprannaturali: comparvero le bilocazioni, le stimmate, le effusioni ematiche accompagnate da stati di sofferenza durante il periodo pasquale, i momenti di estasi.

Riguardo agli Angeli, Natuzza li vede come se fossero bellissimi bambini, provvisti di ali e capelli biondi. Quando Dio glielo permetteva, vedeva l’Angelo custode a fianco del suo protetto. In alcuni casi, numerose persone hanno testimoniato che dal corpo di Natuzza si sprigionasse un forte profumo di fiori senza una spiegazione naturale. Il testo offre anche una carrellata di piccole biografie di altre Sante e Beate che hanno condiviso con gli Angeli il Cielo in Terra. Come Santa Faustina Kowalska che ebbe grazie e visioni del suo Divino Sposo ma anche un rapporto intimo con i Santi Angeli. Un esempio valevole per tutti i santi e le sante che ci hanno mostrato un filo che non si spezza con i nostri eterei protettori.

Una piccola nota critica c’è: Natuzza Evolo forse ha predetto anche la sua morte, non è chiaro. Però non posso pensare diversamente leggendo le biografie della sua scomparsa nel 2009. Si legge ovunque: per blocco renale.

Era una donna anziana e una santa, è morta per Vivere, e lo ha fatto in un letto amico con amori cari e vicini. Il blocco renale è stato come l’ultima esalazione prima di spirare con il Cuore già nell’Eternità. Riportare questa curiosità forse distrae dal considerare che la mistica sapeva già il giorno in cui avrebbe lasciato il mondo. Come quando il Beato Carlo Acutis diceva: “Io morirò”. Ci scandalizza il modo, non la morte.

:: Un’intervista con Giorgio Ballario, autore de “L’equivoco del sangue” a cura di Giulietta Iannone

10 novembre 2024 by

Grazie Giorgio per avere accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberi di scrivere. È appena uscito il settimo episodio della serie Morosini, intitolato L’equivoco del sangue, vuoi spiegarci il titolo a cosa si riferisce?

Grazie a te per lo spazio e la disponibilità. Il titolo prende spunto dal sangue di un delitto, ovviamente, ma anche da un tema che percorre l’intero romanzo, cioè le conseguenze, spesso negative, talvolta anche drammatiche, delle relazioni fra coloni italiani e donne indigene, in Eritrea come nelle altre colonie. Relazioni dalle quali potevano nascere figli che erano per l’appunto “mezzosangue” e poiché erano frutto di unioni clandestine non avevano gli stessi diritti degli altri bambini.

Siamo nel dicembre del 1937, ad Asmara viene aggredita e uccisa per strada la domestica di un’importante famiglia di coloni italiani, di origine piemontese e valdese. Così Morosini viene richiamato dalla sua licenza a Massaua per indagare sempre in compagnia del maresciallo Barbagallo e dello scium-basci Tesfaghì. Sarà un’indagine complessa con parecchie diramazioni. Importante indizio le impronte lasciate vicino al corpo della donna, vero?

Le impronte sono un indizio importante, ma siccome le indagini scientifiche all’epoca erano poco diffuse saranno altri elementi a mettere Morosini sulla strada giusta. Ma solo alla fine del romanzo, perché prima, a lungo, lui e i suoi collaboratori brancolano nel buio.

Puoi parlarci dei fatti riguardanti Debra Libanòs, una pagina davvero molto buia della nostra presenza in Etiopia, e quasi del tutto dimenticata.

È un brutto episodio della nostra storia coloniale avvenuto nel maggio del 1937. Non fa parte di questo romanzo ma compariva meglio in uno precedente della serie: dopo l’attentato dei Giovani Etiopi contro il vicerè Graziani di pochi mesi prima, nel quale il generale rimase ferito e ci furono alcuni morti, le forze militari italiane diedero il via a una repressione molto violenta dei “ribelli” etiopi, che culminò appunto nel massacro di Debra Libanòs. Decine di guerriglieri etiopi avevano trovato rifugio nel monastero copto e l’esercito italiano, dopo averlo accerchiato e conquistato con l’ausilio degli ascari somali e libici e di collaborazionisti etiopi di etnia Galla, fucilò sia i guerriglieri, sia centinaia di monaci considerati complici.

A seguito di questi sanguinosi fatti Graziani venne richiamato in Italia e il duca d’Aosta prese il suo posto come viceré, forse anche su pressione della chiesa copta. Nel tuo libro parli anche del coinvolgimento di missionari svedesi nel sostegno ai ribelli. In che misura anche i religiosi divennero strumento politico dei rispettivi governi? Ti sei fatto un’idea in proposito.

Non so se ci furono pressioni della Chiesa copta, non credo avesse la forza di farlo. Di certo c’era la volontà di ricostruire un sistema di relazioni più amichevoli con i copti e con le etnie etiopi che erano meno ostili all’occupazione italiana. E poi lo stesso Graziani aveva parecchi nemici “interni”, credo che lo stesso Mussolini lo considerasse adatto per operazioni belliche ma meno per governare.

In cosa consisteva la pratica del “madamato”, ed era così diffusa nella struttura sociale coloniale in Eritrea?

Il madamato era la consuetudine del concubinaggio, cioè della convivenza più o meno regolare tra un colono e una donna locale, una relazione non soltanto sessuale ma anche affettiva che spesso sfociava nella nascita di vere e proprie famiglie che però non erano unite dal vincolo del matrimonio.

Che libri o film ti hanno ispirato nella stesura del libro?

Non c’è stata nessuna ispirazione particolare che ha influenzato questo romanzo, almeno in modo esplicito. Poi è ovvio che tutto ciò che ho letto e guardato riguardo l’esperienza coloniale ritorna qui, come negli altri libri.

Sembra che un nuovo personaggio femminile abbia fatto capolino nel libro, la vedova Caterina. Prevedi uno sviluppo in questo senso o resterà un evento isolato della sua vita? Magari Erika o Lucilla sono donne più adatte ad alleviare la solitudine di Morosini?

Mai dire mai, però non credo che Caterina abbia le caratteristiche giuste per rappresentare una presenza fissa nel futuro di Morosini. Quanto a Erika e Lucilla, compaiono già da parecchi episodi e prima o poi bisognerà capire che cosa sarà di loro.

Ami inserire nelle tue storie personaggi storici realmente esistiti, in questo episodio è la volta di Comisso, giornalista e scrittore, vuoi farci un breve accenno a questo personaggio?

Giovanni Comisso è uno scrittore veneto ormai un po’ dimenticato (anche se adesso La Nave di Teseo sta ripubblicando alcuni suoi romanzi) che conobbe fama e successo negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma aveva iniziato molto prima, con buoni risultati, tant’è vero che quando incontra Morosini in “L’equivoco del sangue” è già un autore affermato e collabora con importanti quotidiani italiani. In questo caso, ed è ovviamente tutto vero, si trovava in Eritrea per conto della Gazzetta del Popolo. Dopo l’esperienza nella Grande Guerra era stato volontario a Fiume con D’Annunzio e aveva visto di buon occhio l’ascesa del fascismo, ma verso la fine degli anni Trenta era ormai deluso dall’esperienza politica e in parte censurato perché accusato di aver scritto un libro “disfattista” sulla prima Guerra Mondiale.

A parte Lucarelli, e Cellamare, ancora pochi scrittori di narrativa trattano nei loro libri di tematiche legate al colonialismo in Africa e all’avventura coloniale italiana in genere. Passano gli anni è la tua serie resta ancora quasi un unicum nel panorama letterario nazionale. Da un certo punto di vista ti permette maggiore libertà e originalità, da un altro è sempre un segno di trascuratezza culturale. Pensi ci siano alcuni segnali che le cose cambieranno?

C’è stato anche qualcun altro che si è cimentato con il fenomeno coloniale, penso a Davide Longo con “Mattino a Irgalem” (che è più un libro sulla guerra, però), a Enrico Brizzi con il suo ucronico “L’inattesa piega degli eventi” e al romanzo storico “I fantasmi dell’impero” di Dodero, Panella e Consentino. E poi il capostipite, Ennio Flaiano con il capolavoro “Tempo di uccidere”, che però è un libro del 1947 ed è quasi autobiografico, perché lui stesso combatté in Abissinia. Per il resto è vero, il fenomeno coloniale ha prodotto poca letteratura ed è un peccato.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito? Ci sono novità in tal senso?

Purtroppo no, lo scorso anno è stato tradotto in Spagna un romanzo della serie contemporanea del detective Hector Perazzo, ma nulla più. Forse Morosini e l’ambientazione coloniale è troppo legata alla storia italiana, anche se penso che uno straniero la potrebbe comunque leggere come un’affascinante saga poliziesca ambientata in un luogo esotico.

Sei già all’opera per l’ottavo episodio del maggiore Morosini, puoi anticiparci qualcosa?

No, non ho ancora neppure l’idea. Nei prossimi mesi voglio dedicarmi alla promozione di questo romanzo, appena uscito, e a concludere un nuovo capitolo della serie di Hector. Poi vedremo, di solito faccio passare un paio d’anni prima di tornare in libreria con Morosini, quindi ne potremo riparlare nel 2026.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: “La neve in fondo al mare” di Matteo Bussola

8 novembre 2024 by

“La neve in fondo al mare” si distingue per la sua struttura narrativa, che alterna momenti di riflessione personale a episodi di vita quotidiana. Il protagonista, un padre che cerca di dare il meglio per i suoi figli, è in continua lotta con le proprie fragilità e insicurezze. 

Bussola esplora il concetto di paternità non come un semplice ruolo, ma come un viaggio emotivo ricco di sfide e scoperte. Uno degli aspetti più affascinanti è la capacità dell’autore di trasmettere il senso di meraviglia e di malinconia che accompagna i piccoli momenti della vita. Le descrizioni della natura, delle stagioni e degli ambienti quotidiani sono vivide e poetiche, contribuendo a creare un’atmosfera immersiva. La neve, in particolare, diventa un simbolo di rinnovamento e di riflessione, suggerendo che anche in un contesto difficile può esserci spazio per la bellezza e la speranza. 

Inoltre, le relazioni con gli altri personaggi — la moglie, gli amici, i familiari — sono tratteggiate con grande sensibilità. Bussola riesce a rappresentare la complessità delle dinamiche familiari, evidenziando come l’amore e le tensioni possano coesistere. Ogni interazione è un’opportunità per esplorare temi come il perdono, la comprensione e la vulnerabilità. Uno dei messaggi centrali del romanzo è l’importanza della comunicazione e dell’apertura emotiva. Il protagonista si rende conto che condividere le proprie paure e vulnerabilità non solo rafforza i legami familiari, ma è anche fondamentale per il proprio benessere.

:: La mossa della cernia di Valeria Corciolani (Altre voci Edizioni 2024) a cura di Patrizia Debicke

8 novembre 2024 by

Torna in scena Valeria Corciolani e, con il suo La mossa della cernia, ci riporta un felice e indovinato ricordo di altre straordinarie avventure, quali sono state Lacrime di coccodrillo e Pesto verde, riportandoci alle sue amate, coinvolgenti e suasive atmosfere marinare.

Stavolta ci regala un’intrigante storia gialla ma anche stuzzicante e gustosa, sia per l’imperdibile ambientazione culinaria che fa venire l’acquolina in bocca, sia per i suoi incredibili ma fantastici e e indimenticabili personaggi.

Tornano infatti il commissario Pietro Lanzi, sempre con la sua perennemente svolazzante fidanzata torinese e, come d’abitudine, circonfuso da splendide colonne sonore e, al completo, la sua squadra di Chiavari, la bella e variopinta cittadina ligure. Avremo dunque il granitico e funambolico ispettore Teodoro Olivari, l’agente Morelli e l’agente scelto Maria Fiore che ingoia spesso le lacrime per le sue pene amorose, viaggia pericolosamente a cioccolata ed è in perenne e difficile guerra con la bilancia.
Ma poi …impossibile dimenticare Guido, eh no, il libraio che non tollera crimini sul congiuntivo, per non parlare poi delle sue due vispe e fattive amiche, ricche di inventiva e spirito d’osservazione, effervescenti creatrici di catering: Guia, anche assistente libraia in fase “allerta primavera” con la sua bella famiglia, il marito Andrea e i due figli Elia ed Emma, e la sua socia Lucia, bionda paciosa traduttrice e “fidanzata” con l’ispettore Olivari.

Breve anzi brevissima introduzione alla trama per non sciupare troppo la sorpresa: Rinaldo Merello, l’ottantina passata, affascinante ricco e volitivo pasticcere che rifiuta l’idea del festaiolo marito della figlia morta, Umberto Vismara, di cedere la sua azienda a una firma multinazionale, ha organizzato, nella cornice della sua bella villa, uno spettacolare concorso di cinque giorni. Titolo allettante il “Gran Maestro Pasticcere Merello” che ha facilmente richiamato i migliori cuochi di ogni nazionalità nella splendida e accogliente cornice di una cittadina ligure, luminosa ma spesso variabile come il cielo di primavera.

Per l’occasione, dopo aver già apprezzato la loro bravura altrove, ha affidato a Guia e Lucia – e per loro è un favoloso salto di qualità – la preparazione dei rinfreschi destinati agli invitati, che devono confrontarsi riprendendo le decorazioni culinarie di alcuni quadri seicenteschi fiamminghi della sua collezione. Poche cose semplici ma perfette.

Ma in quei giorni le indagini per un traffico illegale di dipinti antichi agitano il commissario Lanzi e la presenza di Gustav Vogel, famoso editore tedesco di libri d’arte, lo impensierisce. La sua attività pare perfetta per muoversi senza destare sospetti e di lui si sussurrano dubbie frequentazioni…

E, ciliegina sulla torta, ecco che, durante il secondo giorno del concorso, l’apparente tranquillità del festoso evento viene spezzata dall’ombra nera di una morte strana e decisamente misteriosa. La vittima Umberto Vismara, genero di Rinaldo Merello, è stata rinvenuta a terra in una stravagante camera pseudo gotica, molto ben nascosta dietro un pannello girevole della libreria della sua villetta in giardino… Cause della morte? Secondo il medico legale, per soffocamento. Ma prima colpito alla testa visto che si nota un trauma all’altezza dell’osso parietale sinistro del cranio.
Ma perché ucciderlo ? E chi mai poteva conoscere quell’oscuro rifugio segreto ? Oddio Vismara prediligeva frequentazioni a pagamento. Un incontro erotico finito male? Oppure cosa c’è dietro?
In un complicato e affannoso crescendo di colpi di scena Guia e Lucia, volenti o nolenti , si troveranno, implicate a forza in un caso collegato a un qualcosa che presenta indubbi contorni esoterici e pare voler aggirare le normali procedure investigative.

Insomma, districandosi con disinvoltura tra una serie di false piste, convegni amorosi proibiti, nell’ambiguo, complesso e illecito mercato di opere d’arte internazionale, composizioni musicali barocche, fortunosi ricongiungimenti e improvvise ma prevedibili vicende e burrasche familiari, Valeria Corciolani costruisce anche stavolta un altro romanzo molto speciale e da gustare, anzi da assaporare con piacere fino in fondo.
Una vera delizia insomma per le meningi e per il palato e per di più, bontà sua, persino alla fine ci gratifica con generosità lasciandoci sciogliere in bocca lo straordinario e inarrivabile sapore a dei Silenzi d’Oltremare della premiata Pasticceria Merello.

Consigliato a tutti i lettori che hanno voglia di sorridere e a beh … a tutti i buongustai.

Valeria Corciolani è nata e vive a Chiavari (Ge). Laureata all’Accademia di Belle arti di Genova, è scrittrice e illustratrice. Inizia la sua avventura nel 2010 con Lacrime di coccodrillo (Mondadori), di cui AltreVoci Edizioni pubblica nel 2023 una nuova edizione rielaborata. Con Acqua passata inaugura la serie della colf e l’ispettore per Amazon Publishing. Suoi racconti sono presenti in varie antologie, tra cui Cosy sia (Giallo Mondadori, 2024). Con l’arte e con l’inganno e Di rosso e di luce danno il via per Nero Rizzoli a una nuova serie legata al mondo dell’arte. Del 2022 è la nuova edizione de Il morso del ramarro (AltreVoci Edizioni), da cui è stato tratto un film pluripremiato in vari festival in giro per il mondo. Del 2023 è La regina dei colori (Rizzoli) e del 2024 Abbaiare alla luna (Indomitus Publishing). La mossa della cernia è il terzo romanzo pubblicato con AltreVoci Edizioni.

:: Torna “scrittorincittà” 2024

8 novembre 2024 by
Illustrazione di Gek Tessaro per scrittorincittà 2024

Dal 13 al 17 novembre si terrà a Cuneo il festival letterario “scrittorincittà“, giunto ormai alla XXVI edizione. Tema di quest’anno le stelle.

Tra gli ospiti: Amedeo Balbi, Matteo Caccia, Mario Calabresi, Red Canzian, Gianrico Carofiglio, Giuseppe Catozzella, Filippo Ceccarelli, Roy Chen, Jonathan Coe, Diego De Silva, Piero Dorfles, Dario Fabbri, Adrian Fartade, Siegmund Ginzberg, Caspar Henderson, Laura Imai Messina, Nicola Lagioia, Piergiorgio Odifreddi, Valeria Parrella, Telmo Pievani, Simon & the Stars, Andrew Spannaus, Craig Thompson.

Mercoledì 13 novembre alle ore 17.30, al Centro Incontri della Provincia – Sala Blu, Nicola Lagioia inaugurerà la manifestazione con l’incontro Presto saprò chi sono. Una lezione sull’arte di raccontare storie attraverso la letteratura.

Scrittorincittà ha infatti come primo obiettivo quello di promuovere la lettura per tutti, dagli adulti ai ragazzi e ai bambini. Per questo è tra i festival in Italia che dedica maggior spazio agli appuntamenti per le e i più giovani, con un ricchissimo programma per le scuole, da quelle per l’infanzia alle superiori, che anche quest’anno non mancherà.

Scrittorincittà è un’iniziativa del Comune di Cuneo, in collaborazione con la Provincia di Cuneo e la Regione Piemonte, ed è organizzato dall’Assessorato per la Cultura del Comune di Cuneo e dalla Biblioteca civica.

Il programma è a cura di Stefania Chiavero, Matteo Corradini, Raffaele Riba, Giorgio Scianna, Andrea Valente.

Il programma completo è disponibile sul sito: www.scrittorincitta.it 

:: Un ebook in regalo per te: “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen

7 novembre 2024 by

Iscrivendoti alla newsletter di TeaLibri a questo link riceverai in omaggio l’ebook di uno dei classici più belli e amati della letteratura inglese, se non mondiale, Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.