:: BookCrossing – Prima tappa: Torino, 25 settembre 2015

25 settembre 2015 by
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Torino, Piazzale Monte dei Cappuccini, davanti all’ingresso del Museo della Montagna.

Allora ci siamo, ecco la prima tappa del nostro BookCrossing Day, il libro che vedete nell’immagine è stato liberato questa mattina verso le 10 su una panca di pietra del Piazzale Monte dei Cappuccini di Torino. Sul retro ho incollato le istruzioni che sono poche e semplici: chi lo trova è invitato a leggerlo e a liberarlo a sua volta in una piazza, possibilmente di un’altra città, naturalmente fotografandolo come ho fatto io e mandandomi la foto all’indirizzo email del blog. Aprirò una pagina e posterò tutte le foto con le tappe. Non siete curiosi come me di vedere dove arriverà?

[Ora sulla panca non c’è più, quindi qualcuno l’ha preso. Siamo fiduciosi di potere postare a breve la seconda tappa].

Aggiornamento: il nostro gioco finisce qui, il libro è stato preso ma non è stato compreso lo spirito di questa specie di caccia al tesoro. Nessuno mi ha mandato la foto della seconda tappa. Un po’ di amarezza c’è ma che dire, magari ne avvierò uno nuovo, organizzandomi meglio. Grazie a tutti per aver aderito con entusiasmo all’iniziativa.

:: Mio padre in una scatola da scarpe, Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

25 settembre 2015 by
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Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

Giulio Cavalli, Milano, (1977) scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010) e L’innocenza di Giulio (2012). È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.

Source: ebook inviato MoBa Comunicazione&Immagine, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa di Giulio Cavalli.

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:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015 by
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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

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:: Central Park, Guillaume Musso (Bompiani, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

22 settembre 2015 by
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Micol Borzatta

Alice è una poliziotta francese alle prese con delle indagini, svolte privatamente, per trovare un serial killer che due anni prima l’ha quasi uccisa facendole perdere il bambino al settimo mese di gravidanza e, indirettamente, ha causato nello stesso giorno la morte del marito.
Alice ha bisogno di svagarsi e decide di uscire a bere con tre sue amiche, beve davvero molto, ma quello che le capita ha dell’incredibile, la mattina dopo si sveglia su una panchina di Central Park, ammanettata a un uomo, con una pistola, la camicia insanguinata e nessun ricordo.
Inizia così per Alice l’indagine più importante della sua vita, scoprire cosa è successo la notte precedente, ma quello che scopre è shockante e la porterà a tentare nuovamente il suicidio.
Un thriller che in Francia ha venduto oltre un milione di copie. Un romanzo, a mio avviso, molto particolare e pieno di sorprese.
Iniziando la lettura si nota subito un andamento molto lento che diventa quasi piatto nella prima parte dei ricordi di Alice. Andando avanti a leggere si può notare che alcune descrizioni temporali sembrano non tornare, infatti la vicenda dovrebbe svolgersi tutta nell’arco delle 24 ore, ma in alcuni passi sembrano quasi 36 o 48.
Viene da domandarsi cosa ci abbiano trovato di bello i francesi, ma proprio in quel momento si arriva alla fine del romanzo con un colpo di scena che spiazza il lettore che a quel punto rimette in discussione il giudizio e l’impressione avuta fino a quel momento, capendo che lo stile particolare usato da Musso è un perfetto stratagemma per trasmettere la situazione mentale e psicologica della protagonista.
Un romanzo spettacolare che sa come stupire e che alla fine ha un unico difetto circoscritto in un lavoro di editing poco curato che causa la presenza di refusi e alcuni errori grammaticali, ma nonostante questo piccolo neo lo consiglio vivamente se si vuole una lettura che sappia travolgere la mente totalmente.

Elena Romanello

Alice, giovane poliziotta parigina, ricorda la sera precedente, ad una festa sugli Champs Elysées con gli amici, così come Gabriel, musicista jazz statunitense, sa di averla passata a Dublino a suonare in un pub: ma quella mattina loro due, due sconosciuti, si risvegliano ammanettati l’uno all’altra ad una panchina di Central Park, in piena New York, Alice tra l’altro con alcune macchie di sangue sulla camicetta. Superato l’inevitabile smarrimento iniziale, i due iniziano un’odissea in cerca della verità, che sarà quanto di più inquietante e spiazzante che si può pensare, in un microcosmo dove ci sono man mano che si va avanti sempre meno certezze.
Di che genere è un romanzo come questo? Verrebbe da dire un thriller, del thriller ha tutte le caratteristiche, a cominciare dalla ricerca di una verità in un contesto dove sono stati commessi dei crimini, anche se bisogna scoprire che crimini, quando e come. Ma Central Park è anche una storia psicologica, un viaggio nella mente umana, nei drammi della vita, negli imprevisti che capitano senza che uno li cerchi, un romanzo che si presenta con premesse e intreccio per poi stravolgere tutto nelle ultime pagine, e mostrando un’altra realtà, diversa da quella che si pensava fino a quel momento, dove tutto sommato sembrava abbastanza chiaro, con all’interno anche un vecchio caso di un serial killer che era stato uno dei maggiori successi ma anche dei peggiori drammi di Alice nel suo lavoro.
Vengono in mente film più che libri, titoli come Shutter Island di Scorsese o A beautiful mind di Ron Howard, anche se con ovvie differenze, con due personaggi che all’inizio sembrano cristallini e ben definiti ma che poi man mano cambiano, con tanti piccoli indizi che però non è facile individuare sparsi per le pagine del libro, e con quello che si può chiamare colpo di scena finale, non prevedibile se non a posteriori e con un lavoro di indagine a ritroso del lettore.
Come thriller Central park è efficace, con tutti i trucchi del genere, come viaggio nell’animo umano e nella ricerca di un antidoto al dolore è originale e spiazzante, attuale e inquietante, e alla fine il risvolto romantico non disturba poi più di tanto, anche perché pur essendo scontato alla fine fa parte di una trama che di scontato ha ben poco. Il tutto scritto da un autore francese ma che ha fatto suoi i meccanismi di azione tipici dei colleghi statunitensi, con in più però un’attenzione maggiore per la natura umana.

Guillaume Musso nasce ad Antibes nel 1974. Professore di Scienze economiche e sociali al Centro Internazionale di Valbonne e scrittore francese. Nel 2001 pubblica Skidamarink e nel 2004 L’uomo che credeva di non avere più tempo che diventa un best-seller e viene tradotto in più di venti lingue e ottiene un adattamento cinematografico.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ufficio stampa Bompiani e prestito alla biblioteca Archimede di Settimo torinese

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:: Primo, Maurizio Cotrona, (Gallucci HD, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2015 by
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Può la nascita di un bambino mettere in crisi la stabilità di una famiglia? A quanto emerge dalle pagine di Primo di Maurizio Cotrona, è possibile. I protagonisti di questa fotografia familiare vivono in un futuro prossimo e sono Anna la mamma, Giacomo il papà, Luca il primogenito di 8 anni e Primo, che è nato per secondo, ma ha ereditato il nome del nonno paterno. Quando il piccolo viene portato a casa, per la famiglia Alfieri ci sarà una vera e propria trasformazione delle relazioni tra consanguinei. Un cambiamento che scatenerà un irreparabile e progressivo tracollo della stabilità familiare. Anna, la madre, passerà i mesi successivi al parto nel vano tentativo di riprendersi dalla brutta emorragia che ha messo a repentaglio la sua vita. Giacomo, marito e padre, sarà travolto da un vero e proprio senso di delirio di onnipotenza che lo indurrà ad imporre ai suoi congiunti, soprattutto al figlio maggiore, ferree regole da rispettare. Luca, sarà quindi obbligato a comportarsi come un adulto, ad arringarsi da solo con la scuola e con le sue questioni da bambino, ma soprattutto non dovrà avvicinarsi al fratellino neonato e fare i capricci. Pena: severe punizioni. In questa casa, che per certi aspetti assomiglia più una caserma, arriva la tata straniera Marialaura, la quale, capita la complessità caratteriale di Giacomo, provvederà a violare alcune regole da lui imposte per permettere a Luca e Primo di conoscersi e di scoprirsi fratelli. Il tempo passa, Primo cresce e tra lui e Luca nascono affetto, amicizia solidarietà. Insomma, i due bambini si scambiano l’amore che la madre non riesce dare loro perché debilitata. Riguardo al padre, ad un certo punto l’uomo, troppo stressato dalle responsabilità del lavoro e travolto dalla sua convinzione di poter controllare tutto e tutti, non riuscirà più a voler bene ai figli. Il romanzo di Cotrona, anche se ambientato in un futuro non molto lontano dal nostro (siamo nel 2020), mette in scena delle dinamiche psicologiche che fanno capire al lettore come a volte l’arrivo di una nuova vita riesca a modificare, in questo caso a destabilizzare, l’armonia di una famiglia. Luca è biondo, calmo, attento alla scrittura e ad Astro boy, mentre Primo è un bambino dai ricci neri, grande, forte (sbatte lo sportello del microonde sul viso del padre, con una foga impensabile per un bimbo) e vivace (troppo come dimostreranno i fatti). Per Giacomo i due figli diventeranno pian piano ingestibili e l’uomo, così sicuro di sé, ad un certo punto, senza rendersene conto, perderà il controllo su tutta la sua famiglia e sarà solo un foglietto di Luca a riportare lui e la moglie alla realtà: “Ha perlustrato la casa centimetro per centimetro tre volte, prima di accorgersi del foglio celeste appoggiato sul letto del figlio maggiore. Legge: ‘La notte fa meno paura di te. Per la mamma:noi ti aspettiamo sempre. Primo e Luca’ ”.Primo di Maurizio Cotrona è un romanzo dove si alternano momenti di gioia e di dolore, nel quale la protagonista è l’infanzia con tutte le sue paure e fragilità, con i suoi bisogni di aiuto e di sostegno. Necessità che però, a quanto pare, non sono solo un’esigenza per Luca e Primo, ma anche per i genitori che dovrebbero aiutarli a diventare grandi.

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973 e vive a Roma. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Malafede (Lantana, Premio PugliaLibre 2011). È membro dell’associazione culturale “BombaCarta” e della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”. Il romanzo Primo è stato uno dei vincitori del premio letterario per inediti “Io Scrittore”, assegnato da una community di oltre 3.500 lettori.

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:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 settembre 2015 by
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Ci sono libri che non possono essere letti a casaccio, “tanto per”, negli intervalli di tempo tra una chiusa per esami universitari imminenti e l’ennesima lavatrice di colorati da fare. Proprio no.

Ci sono libri, sì quei libri che sembrano far parte di una categoria a sé, che hanno un proprio tempo e un proprio habitat. Come se decidesso loro quando essere letti, come, in quali tempi e perché.

Libri bellissimi e che ognuno dovrebbe prendere con sé, nei tempi e nei luoghi giusti, anche se sono così veri e diretti da starci male almeno nelle quarant’otto ore successive. Se non di più.

Secondo questa (infallibile) logica, Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, edito da Giunti, l’ho letto in treno, nelle tre ore che separano Roma da Milano. L’ho finito poco prima dell’arrivo in stazione, a tarda sera, con una nuova amarezza nel cuore, ma con la consapevolezza che quella fosse una lettura necessaria. Ti arricchisce, Adua.

Perché ho voluto introdurla parlando proprio, nel mio piccolo, del tema del viaggio? E, soprattutto, chi è?

“Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia…”.

Adua: una citta, una battaglia vinta, contro il primo colonialismo italiano, una donna che racconta la sua storia all’elefantino dalle grandi orecchie del Bernini in Piazza della Minerva, proprio verso il Pantheon a Roma. Quante cose sente di avere in comune con quell’elefantino di marmo che regge il peso di un piccolo obelisco proprio sotto gli occhi di tutti, in centro.

Eppure alcuni non lo notano nemmeno. Lei sì e lo prende come confidente.

Adua è una Vecchia Lira, arrivata dalla Somalia in Italia negli anni Settanta, quando aveva solo diciassette anni. Come potrete ben immaginare anche solo da questo dato, ha vita di privazioni alle spalle: l’infanzia da nomade, orfana di madre, con un padre, Zoppe, che conoscerà solo in seguito e con cui avrà sempre un rapporto conflittuale; la difficile adolescenza in Somalia, tra sentimenti scarsi e zero dimostrazioni d’affetto, il tutto aggravato dall’umiliante e dolorosa pratica dell’infibulazione, che avrebbe dovuto renderla più pura e che, invece, le ha lacerato il corpo e l’anima; l’arrivo in Italia, adescata da un regista di film erotici, con la promessa di fama e successo.

Voleva essere famosa, Adua. Voleva essere ricordata da tutti. Come la Monroe, solo color cioccolato.

Finirà per sposare un giovane Titanic, come lo chiama lei in una commistione di affetto, pena e disprezzo poi, un migrante richiedente asilo arrivato a Roma dopo lo sbarco a Lampedusa e che, prima di incontrarla e avere un tetto sulla testa, due pasti caldi al giorno e un po’ di affetto materno, bighellonava nei pressi di Termini trangugiando gin scadente. Adua lo salva per lo più per salvare se stessa. Salvarsi da un passato che la soffoca. Da un padre il cui lontano ricordo la soffoca altrettanto, ma che, purtroppo, non ha mai avuto la fortuna di capire.

Si tratta di un romanzo a due voci, ricco di flashback, repentini cambiamenti di registro linguistico e sfasature: c’è la parte di Adua, ambientata in Somalia e poi a Roma, come c’è la parte in cui a parlare è Zoppe, a Roma prima e dopo in Somalia, a fare l’interprete per il nemico, subendo soprusi e umiliazioni.

Ampio spazio è dedicato anche a una sezione denominata “Paternali”, in cui sono raccolte, secondo un personalissimo filo logico, tutte le “ramanzine”, le “sgridate”, le pene e l’amore nascosto dalla rabbia che un padre prova per la figlia lontana, ma che non ha mai (e dico proprio mai) saputo dimostrarglielo in modo amorevole.

Sono complementari, Adua e Zoppe, e nemmeno lo sanno. Complementari e speculari in un racconto che offre una visione diversa ed emotiva della Storia e del tema attualissimo dell’immigrazione. Perché, se negli anni Sessanta e Settanta erano tutti Vecchie Lire, più fortunati sul modo di raggiungere la “Terra Promessa” (che poi non è mai così bella come la si crede), ma non meno sofferenti, oggi sono (e siamo, in generale) tutti dei Titanic, col pensiero e la meta rivolte sempre altrove.

C’è molto studio dietro a questo romanzo. Nella stessa misura in cui vi troviamo del sentimento puro, nudo e crudo più tanta voglia di essere compresi.

Non troverete nulla di così forte e di così attuale in libreria di questi tempi. Da leggere assolutamente.

Igiaba Scego, classe 1974, è nata e vive a Roma. Papà Ali e mamma Kadija sono arrivati in Italia dalla Somalia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre. Igiaba scrive per «Internazionale», «Lo Straniero» e «La Repubblica». Tra le sue pubblicazioni troviamo: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014). Esperta di transculturalità, adora gli elefanti, i gatti, il parmigiano, la cedrata e Caetano Veloso.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’ufficio stampa Giunti.

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:: Carne viva, Merritt Tierce (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 settembre 2015 by
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Se c’è una cosa che adoro fare più di altre in campo editoriale è, sicuramente, ricevere libri in uscita per leggerli prima che gli altri possano trovarli in libreria.

Non si tratta di spocchia o chissà che, la definirei più un giusto mix tra tanta curiosità, un quanto basta di sorpresa (dato che, la maggior parte delle volte, si tratta di titoli e/o autori che non conosco) e un pizzico di adattamento, proprio perché le bozze vengono inviate in pdf e la sottoscritta con l’e-reader ha ancora, dopo mesi e mesi, un rapporto conflittuale. Di odi et amo, più odio che amore.

Direi che possiamo anche tralasciare questi (inutili) dettagli e parlare un po’ di questo libro Carne Viva (titolo originale Love Me Back), edito negli Stati Uniti nello scorso anno e in uscita per noi in Italia il prossimo 24 settembre per edizioni SUR. Grande novità per questa casa editrice romana che pubblica prevalentemente titoli di letteratura ispanica e sudamericana che, proprio con questo titolo, darà vita ad una nuova collana: BIGSUR, tutta dedicata alla narrativa americana.
Segnatevi la data e non lasciatevi scappare questo romanzo perché merita davvero e, nelle prossime righe, tenterò di dimostrarvelo senza svelarvi troppo né lasciarvi troppo sulle spine. Insomma, proprio come le anteprime letterarie che si rispettino.

Carne Viva è un romanzo nudo e crudo, un romanzo che ha il potere di attrarti e ferirti allo stesso tempo. Un pugno allo stomaco inaspettato, ma denso di realismo, anche perché pare che l’autrice si sia ispirata a sue vicende personali. Elemento, questo, non trascurabile nella narrazione e nell’intera economia del libro.

Carne Viva è un vortice senza sosta. Racconta di volti, persone e vite e lo fa senza nessun preavviso. Da subito veniamo a diretto contatto con la protagonista, Marie: ventenne, fa la cameriera in un bistrot a Dallas. Scrupolosa, attenta, quasi maniacale nel suo lavoro concorrerà a fare del ristorante uno dei locali più rinomati e conosciuti della zona.

Non me ne andavo mai senza lucidare i miei tavoli. Neanche una volta. Molte sere ero talmente esausta che non mi ricordavo da che punto avevo cominciato, e mi toccava lucidare tutto il tavolo di nuovo, per sicurezza. Per quanto fossi stanca però mi piaceva l’aria strana del locale vuoto. Il fatto che ogni sera potessimo salire su un palcoscenico sgombro e inventare tutto. Portare il Ristorante da uno stato di immacolato silenzio a un’impressionante situazione di disordine caotico, assordante, eccessivo, e poi rimettere tutto a posto come se non fosse mai entrato nessuno.

Carne Viva “vive” con Marie. Vive la vita di Marie. Senza tralasciare nulla, senza risparmiare niente. Il libro si lega a lei nei suoi eccessi, nella sua esistenza sregolata – tutt’altro di quello che dimostra nelle ore di lavoro: una figlia piccola nonostante la giovanissima età, a cui si rivolge direttamente in alcuni capitoli del romanzo, quasi fossero una serie epistolare a lei dedicata, droga, sesso occasionale, ambiente poco raccomandabile. Eppure lei va avanti, prende tutto di petto e non si ferma mai. Quello che sembra importarle di più è proprio quel voler portare avanti la rispettabilità del suo luogo lavorativo, quel pezzetto di mondo chiuso e fatto di poche certezze, che Marie rispetta sicuramente di più della sua persona.
Un romanzo che presuppone alcuni giorni di assimilazione, ma che – senza dubbio – vi terrà con gli occhi incollati dalla prima all’ultima pagina.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Source: pdf inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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Nota: intervista all’autrice qui.

:: Un’ intervista con Massimo Polidoro, vincitore del NebbiaGialla 2015, a cura di Elena Romanello

15 settembre 2015 by
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Credit: Roberta Baria

Massimo Polidoro ha esordito come scrittore di thriller dopo anni di lavoro come saggista e non solo con Il passato è una bestia feroce, di cui Liberi di scrivere si è già occupato, avvincente e crudo cold case nelle nebbie padane. Per questo libro ha vinto il premio Nebbia gialla, e per questo e altri motivi abbiamo voluto chiedergli qualcosa sul suo romanzo e non solo.

Il passato è una bestia feroce parla di un cold case, argomento che oggi va molto. Come mai hai scelto questo tipo di indagine?

I casi freddi, i misteri che prendono polvere da anni, se non addirittura da secoli a volte, sono una delle mie grandi passioni. Nel mio ruolo di saggista e segretario del CICAP, ho scritto molto sui grandi gialli e misteri della storia, da Re Artù a Jack lo Squartatore, dal mostro di Loch Ness all’assassinio del presidente Kennedy. Credo dunque fosse inevitabile che, cimentandomi con il mio primo thriller, scegliessi di dare al mio protagonista non un caso fresco di cronaca, ma un enigma di cui tutti si erano dimenticati e che ancora attendeva risposta.

Secondo te perché questo tipo di casi piace così tanto?

Credo che il bisogno di risposte sia un’esigenza connaturata dell’uomo. E, dunque, quando un fatto solleva domande, soprattutto se si tratta di un fatto tragico, e a queste domande non segue nessuna risposta, l’interesse non può che restare alto. Il caso di Jack lo Squartatore è esemplare: non è stato il più terribile serial killer della storia, c’è stato di molto peggio, eppure la sua lugubre fama continua a perseguitarci perché ancora non c’è (e forse mai ci sarà) risposta alla domanda principale: chi si nascondeva dietro quel nome?

Come sono stati i tuoi anni Ottanta e cosa pensi di quel decennio in generale, teatro dell’adolescenza dei tuoi eroi?

I miei anni Ottanta sono stati molto simili a quelli di Bruno e dei suoi amici, fatti di estati dove la scuola scompariva e ci si divertiva insieme, spensierati, ai giardini, al parco o anche pedalando sul greto dei torrenti. Dove si ascoltava tanta musica, alla radio o sui dischi, e dove magari si cercava anche di farla insieme. Finivano gli anni di piombo, diminuiva l’impegno politico e si tornava a guardare al privato. Per certi aspetti furono anni legati alla superficialità, dove spesso il look contava più dei contenuti, ma ci hanno anche regalato autentici capolavori, sia al cinema che nella musica. Per non parlare dei romanzi. Stando solo ai gialli, vengono da quegli anni IT, Il silenzio degli innocenti, Presunto innocente, Misery, The Bourne Identity, Caccia a ottobre rosso, Il momento di uccidere… e naturalmente Il nome della rosa, che ovviamente è tantissime cose ma anche un grande giallo. Erano comunque anni ancora pieni di tensione, soprattutto per quel che riguardava il conflitto “freddo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si concluse proprio alla fine del decennio, con l’arrivo di Gorbačëv e la caduta del muro di Berlino. Dunque, tutto sommato, ne ho un ricordo piacevole che si risveglia spesso quando riprendo in mano un libro o rivedo un film di quegli anni.

Qual è secondo te la principale tragedia o problema di chi era ragazzo allora, come Bruno e i suoi amici?

La tragedia di quegli anni, per tanti ragazzi, era indubbiamente la droga. Non che ora non ci sia più, ma allora, per tanti, la droga sembrava un modo senza troppe conseguenze per fuggire dalle difficoltà della vita. Le conseguenze, quasi sempre letali, invece c’erano, eccome. Mentre oggi non è più così frequente, in quegli anni probabilmente tutti conoscevamo qualcuno che era caduto nel tunnel, si era perso o cercava di uscirne.

Il libro parla di persone che scompaiono, una delle disgrazie più angoscianti. Come mai hai scelto questo e non per esempio un omicidio?

Per quello che dicevamo prima. Se Monica, la ragazza di cui non si hanno più notizie da trentatre anni, fosse stata ritrovata morta poco tempo dopo la sua scomparsa, gli interrogativi si sarebbero limitati alla ricerca del colpevole, al movente. Invece, con il fatto che un giorno è scomparsa nel nulla e nessuno sa che cosa possa esserle successo, gli interrogativi e la curiosità di sapere com’è andata sono molto più forti. E poi, tornando ai casi freddi, mi ha sempre molto colpito l’idea che certi misteri possono un giorno trovare soluzione grazie ai progressi della scienza ma anche grazie, come succede nel mio romanzo, alla perseveranza di qualcuno che vuole arrivare in fondo alla storia e non si ferma davanti a nessuna difficoltà.

Quale personaggio senti più vicino a te tra i tuoi?

Forse Bruno, ma in realtà c’è qualcosa delle mie esperienze e dei miei ricordi in tutti i ragazzi del gruppo.

Il libro finisce in maniera aperta: hai in mente nuove avventure per Bruno?

Certamente. Bruno è un tipo che sembra avere un gran talento per cacciarsi nei guai. Dunque, è inevitabile che prima o poi si trovi nuovamente alle prese con un’altra brutta gatta da pelare. Sto già lavorando alla prossima avventura che, pur restando fedele al personaggio e al suo mondo, penso sorprenderà i lettori. Uscirà nel 2016. Chi ha letto Il passato è una bestia feroce e vorrà partecipare al lancio del prossimo, come ho fatto quest’anno con la “Squadra di lancio” composta da 100 miei lettori che hanno letto il romanzo in anteprima, non deve fare altro che iscriversi alla mia newsletter: (http://eepurl.com/2P–L) sarà tra i primi a conoscere tutte le novità.

:: La linea, Enrico Astolfi, Aladin Hussein Al Baraduni (Lorusso Editore, 2015)

14 settembre 2015 by
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Per due punti distinti passa una sola retta. E due percorsi differenti hanno portato a incontrarsi lo scrittore Enrico Astolfi e il pittore, illustratore e street artist Aladin, l’uno figlio della periferia romana, dei centri di accoglienza per minori stranieri, l’altro figlio della primavera araba, fuggito dal suo paese (lo Yemen) quando la sua arte libera si opponeva troppo radicalmente alla dittatura in atto.
Per due punti distinti passa una sola retta e NO LINEA è il grido di battaglia, scritto sugli striscioni di una folla inerme e senza nome. Oltre alla linea, una zona militarizzata: scudi, elmetti, manganelli, armi. Provate a immaginare un terreno di scontro: megafoni, lacrimogeni, grida, minacce, intimidazioni. Questo lo scenario in cui si svolge la fiaba politica messa in scena dalle parole e dalle immagini di questi due eclettici artisti romani d’adozione.
La copertina a colori e la decina di tavole in bianco e nero accompagnano la narrazione serrata e senza sbavature di un racconto destrutturato dall’epilogo amaro e scontato. Abbiamo una società militarizzata, forse troppo, e lo spazio per la libertà, la fantasia, la creatività quasi annullato, cancellato. Un equilibrio di forze, sull’orlo dell’implosione, una metafora degli equilibri di forze in atto nelle società contemporanee.
E il senso di tutto questo si perde, anche se chi detiene il potere assicura che è in grado di dare spiegazioni, certezze. Ma a volte il potere si nutre di potere e per il potere combatte. Senza un altro motivo. Senza un’ altra giustificazione. E la ribellione, il no assumono un colore livido, sbiadito, all’orizzonte. Dopo tutto sappiamo tutti che il più forte vince, anche se non è così evidente dove la vera forza stia.
NO LINEA, no confini, se vogliamo un discorso di strettissima attualità, quando una massa oceanica di gente, che lascia il suo paese in guerra, o fugge semplicemente dalla fame ed alla povertà, si sposta verso l’Europa, che almeno per il momento accoglie, organizza, smista ma non ha usato ancora le armi. Una situazione esplosiva, frammentaria, di difficile soluzione. Una situazione con la quale è bene che prima o poi tutti si confrontino. Meglio prima.

Enrico Astolfi è nato a Magenta (MI) nel 1976; ferrarese di adozione, vive da 8 anni a Roma. Funambolo del precariato ha lavorato come fattorino, lavapiatti, attrezzista, manovale e operatore in un centro di accoglienza per minori stranieri. Ha pubblicato la raccolta di racconti Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara) e il romanzo Casilina. Ultima fermata (Edizioni Pontesisto, 2013, Roma). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul web e su antologie.

Aladin Hussein Al Baraduni è nato in Arabia Saudita nel 1979. Cresciuto nello Yemen, dal 2005 vive a Roma. Pittore, illustratore e street artist, ha realizzato numerosi murales di grandi dimensioni in spazi occupati e autogestiti in tutta Italia, oltre ad aver collaborato con riviste e produzioni culturali indipendenti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ufficio stampa Lorusso editore.

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:: Correzione di bozze in Alta Provenza, Julio Cortázar (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 settembre 2015 by
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Ho provato ad iniziare questa recensione in modo totalmente diverso, ma non c’è stato verso. Quindi non ci rinuncio, cancello e riscrivo, proprio come nel bel mezzo di una rilettura editoriale semi seria.

Quello che voglio dire, proprio qui, proprio ora, senza altrettanti giri di parole è: Correzione di bozze in Alta Provenza è un piccolo capolavoro. Sicuramente più di quel Libro de Manuel di cui nasce a corredo come scritto di revisione editoriale.

Ce lo dice lo stesso Cortázar nelle primissime pagine, ce lo ripete Giulia Zavagna, traduttrice di questo inedito uscito nel marzo di quest’anno per edizioni SUR, e ce lo ripete Juan Villoro, che ne cura diffusamente la prefazione, definendolo “Una breve opera maestra”.

Correzione di bozze in Alta Provenza è un libricino di neanche sessanta pagine che ti prende e ti trascina con Cortázar nel suo furgoncino Volkswagen rosso, scarrozzando per i paesaggi provenzali, accompagnato da provviste in scatola, vino, la sua fedelissima macchina da scrivere, la radio che offre sottofondi musicali a volte accettabili e a volte no e le breaking news sulla situazione argentina.

Il Libro de Manuel, mai pubblicato in edizione italiana, è il suo scritto più politico. Parla di attualità, quel filo sottile di avvenimenti soggetto al mutare del tempo e della situazione politica. Per questo ha bisogno di una rilettura aperta a qualsiasi cambiamento e concentrata. Una rilettura che poteva trovare il suo habitat solo in viaggio e per niente in un luogo fisso, stanziale.

Così il nostro autore decide di partire a bordo di quel furgoncino così sessantottino, con l’adesivo di una lettera dell’alfabeto applicato sul retro. Quella “F” sta per Francia, il Paese che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni. Quella stessa “F” che per lui diventerà simbolicamente “Fafner”, proprio come il drago wagneriano sconfitto da Sigfrido.

Questo è il suo intensissimo diario di bordo in cui annota sì correzioni di refusi, accenti vari ed eventuali, strafalcioni e cancellature da editare, ma che ben presto – e il nostro autore lo sa proprio perché sono quelli gli anni in cui, ormai, è conosciuto e letto da tanti, da tutti, in cui non è più un autore di nicchia e ne sente il peso tutto sulle spalle – gli darà più soddisfazione del libro per cui è stato scritto a corredo.

Come abbiamo già detto, si tratta di un testo inedito del 1972, vergato come bisogno esistenziale, un confronto dell’autore faccia a faccia con la sua opera, passaggio che vuole necessariamente un cambiamento di prospettiva, un diventare un altro da sé per poter poi leggere, rileggere e modificare in modo critico una delle sue opere più ostiche proprio perché attuale.

Tutti noi interessati in maniera più o meno ampia e diversa alle vicende editoriali degli scrittori ci chiediamo come dovesse essere vivere da autore impegnato, totalmente figlio della sua epoca, ma che, nel frattempo, cerca di immergersi nel suo scritto per poi scapparne via il più lontano possibile.

Ecco, in queste poche pagine capirete proprio come ci si dovesse sentire a vivere una situazione di scontro, di odio e amore – azzarderei -, di lavoro di revisione sofferto, ma necessario. Vi troverete, inoltre, immersi in un’atmosfera quasi bohèmienne degna di un novello Robinson Crusoe che scappa da se stesso.

Julio Cortázar, nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. Autore di Rayela, Bestiario e Storie di cronopios e di famas. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Oltre a Correzione di bozze in Alta Provenza, edizioni SUR ha pubblicato Un certo Lucas e i primi due volumi del suo epistolario: Carta carbone e Chi scrive i nostri libri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Il Palazzo degli specchi, Amitav Gosh, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

13 settembre 2015 by
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Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh, edito da BEAT, è un romanzo avventuroso, anzi un viaggio letterario tra la fine dell’Ottocento e buona parte del Novecento, che porta il lettore alla scoperta delle trasformazioni storico-politiche-sociali riguardanti luoghi come la Birmania e la Malesia. Il libro comincia nel 1885 quando il giovane Rajkumar, che lavora come garzone su un’imbarcazione, arriva a Mandalay e scopre che il giorno del suo arrivo è anche quello che segna la fine del regno del re birmano. Il ragazzino assisterà alla guerra lampo tra i soldati del sovrano e i barbari kulan inglesi, che non troveranno difficoltà a vincere la battaglia, perché l’esercito birmano posizionato in loro opposizione sarà composto da forze ridotte. Molti militari birmani hanno deciso di darsi alla fuga e questo permetterà non solo agli inglesi di vincere, ma al popolo di invadere e saccheggiare il Palazzo degli specchi dove viveva il re. In tutto questo trambusto, Rajkumar, dentro a quell’edifico interamente ricoperto di specchi in ogni millimetro della superficie, incrocerà una ragazzina, Dolly, che gli entrerà nel cuore e nella testa. Il protagonista non riuscirà mai a dimenticarla e farà ogni cosa possibile, pur di ritrovarla. Descritto così in breve, il contenuto del libro di Gosh potrebbe far pensare ad una storia d’amore un po’ travagliata di una giovane coppia, in realtà, l’amore c’è, ma è legato alle vicissitudini di un popolo e della loro terra. Il lavoro dello scrittore indiano si trasforma, pagina dopo pagina, in un romanzo corale nel quale Rajkumar si troverà a diventare adulto, e anziano, accanto ad altri personaggi che, come lui vedranno, cambiare per sempre il destino e il volto della Birmania. Ognuno dei personaggi che appare sulla scena narrativa compie delle azioni che permettono ai personaggi di costruirsi il proprio destino in relazione a quello che succede nel mondo nel quale vivono. Rajkumar da semplice mozzo si trasformerà in un imprenditore di legname (tek) e gomma; Dinu – uno dei figli dell’imprenditore – sceglierà di vivere grazie alla fotografia; Uma si trasformerà in una donna impegnata nella lotta dei diritti civili, la piccola Jaja una volta diventata adulta ricostruirà attraverso l’arte della scrittura la storia della sua famiglia e la lascerà in eredità allo stesso scrittore. Attraverso un’accurata descrizione paesaggistica e delle dinamiche umane, il lettore entra dentro ad un universo lontano e differente per usi e costumi, nel quale però i sentimenti messi in gioco hanno valore planetario. Accanto alle storie di questa umanità umile e, molto spesso, tormentata si innestano trasformazioni dovute agli effetti dei grandi cambiamenti storici che in Birmania si manifestarono con disordini interni, con le conseguenze delle due guerre mondiali, con cambiamenti a livello commerciale e pure con lo sviluppo di una politica repressiva postbellica. Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh è un libro monumentale, non tanto per le dimensioni (637 pagine), ma perché ogni sua parola contiene la storia di un mondo, di una famiglia e di un intero popolo a cavallo di due secoli. Traduzione Anna Nadotti.

Amitav Gosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano. Ha studiato a Oxford e vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (La Repubblica), è autore di Il cerchio della ragione (Garzanti, 1986), Le linee d’ombra (Einaudi, 1990), I fantasmi della signora Gandhi (Einaudi, 1996). Per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, 2015), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007), Mare di papaveri (2008, 2015), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009) e Il fiume dell’oppio (2011).

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:: Il segno, Sarah Lotz (Nord editore, 2015), a cura di Micol Borzatta

11 settembre 2015 by
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12 Gennaio 2012. Giovedì. Il giovedì nero come verrà ricordato nella storia. il giovedì in cui quattro aerei in quattro continenti diversi cadono contemporaneamente.
Di tutti i passeggeri solo tre bambini sono i superstiti. Vengono subito ricoverati e dopo i primi esami si notano delle strane reazioni e dei strani comportamenti, ma tutti li attribuiscono allo shock subito.
I governi si mobilitano immediatamente per scoprire come sia potuto succedere e decidono di accettare la tesi dell’attacco terroristico, anche se devono scoprire la correlazione dei quattro avvenimenti.
Nel frattempo un religioso continua a divulgare la sua certezza che i tre bambini superstiti sono un segnale dell’arrivo dell’Apocalisse.
Ovviamente questa affermazione crea il panico obbligando così il governo a mettere al riparo i bambini e a tenerli sotto protezione fino a quando non saranno chiariti tutti i dettagli degli incidenti.
Un romanzo molto particolare con argomenti molto forti e in alcuni tratti quasi mistico.
Una lettura un po’ complessa, non tanto per il linguaggio o lo stile che sono molto semplici, ma per come viene suddiviso.
La prima parte, infatti, che descrive i disastri aerei è davvero coinvolgente e l’autrice riesce a trasmettere gli stati d’animo di terrore e ansia che provano i parenti delle vittime direttamente nel cuore del lettore che inizia a sentire il peso dell’attesa di notizie e il dolore della scoperta come se fosse fisicamente con i parenti delle vittime e conoscesse pure lui i passeggeri dei voli.
Dalla seconda parte però il ritmo di narrazione rallenta notevolmente e il lettore spesso si trova ad avere difficoltà nella lettura pur trovando comunque una trama coinvolgente concentrata su indagini, complotti e rivelazioni mistiche.
Superata la parte centrale dei complotti, però, troviamo nuovamente lo stesso stile narrativo della prima parte che accompagnerà il lettore fino alla fine, tra colpi di scena e momenti di suspense, in un vortice emozionale incredibile che risucchierà il lettore tenendolo in uno stato quasi da cardiopalma a cui lui non potrà sottrarsi se non alla fine del libro.
Un romanzo accolto con tanta aspettativa data dal tipo di pubblicità che gli è stato fatto e che non ha per niente deluso.

Sarah Lotz è una sceneggiatrice sudafricana che con Il segno ha esordito con il suo nome nella narrativa, avendo già pubblicato come co-autrice il romanzo Il Manichino, scritto a quattro mani con Louis Greenberg, sotto lo pseudonimo S. L. Gray. Il segno è stato un caso letterario alla fiera di Francoforte ed è stato acquistato da oltre 20 editori.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Nord Edizioni.

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