:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Valeria Pecora racconta “Le cose migliori”

10 settembre 2015 by

cover“Gli scrittori parlano dei loro libri” è una rubrica che riserva soprese. E’ interessante ascoltare uno scrittore che parla di un suo libro, così ho pensato perchè (invece di scrivere un’ impersonale segnalazione) non permettere a questa giovane scrittrice sarda di parlarci di Le cose migliori, ancora di più perchè tratta di un argomento piuttosto delicato come i malati di Parkinson. Spesso conviviamo con persone, genitori, figli, amici che affrontano gravi malattie e non sempre reagiamo come gli altri si aspettano da noi. Lascio la parola quindi a Valeria.

E’ un romanzo nato due anni fa, riposto in un cassetto. L’ho scritto con furore in un mese e mezzo. Non sentivo più niente, scrivevo e scrivevo. E’ venuta fuori una storia sulla quale sono tornata più volte: per smussarla, migliorarla, cambiarla. Per renderla degna di essere letta. Una volta che ho raggiunto la consapevolezza che potesse meritare la lettura (dopo mesi!) l’ho spedita a diverse case editrici. Poche a dire la verità. Sono una sconosciuta e nel mare delle truffe e dei desideri facili, di chi ti fa pubblicare a tutti i costi, volevo solo risposte serie e sincere. Non mi sarei fatta spillare dei soldi per vedere stampato “il mio capolavoro”. Non cado in queste trappole. Non sono una scrittrice. Ho la stoffa per scrivere ma il percorso sarà ancora lungo, faticoso, intenso. Spedisco il mio manoscritto a novembre 2014 e a primavera 2015 mi arriva la proposta di pubblicazione da parte di una piccola casa editrice. Non vogliono un euro da me, fanno regolare contratto, investiranno loro tempo, soldi ed energie per la mia storia.
Ho avuto un blocco dopo, nonostante la felicità e l’entusiasmo. Pubblicare o non pubblicare?
C’è tanta vita che mi appartiene e che prende vita nelle pagine del mio romanzo. C’è la mia vita di bambina, c’è mio padre, mia madre, ci sono le mie due sorelle, i miei nonni.
Parlare di se stessi e basta è scomodo, può essere imbarazzante ma è un rischio che si può correre.
Parlare delle persone che ami di più al mondo diventa pericoloso, ti fa sentire nuda e vulnerabile soprattutto se sei una persona che scrivendo non vuole e non riesce a plastificare la realtà o seguire gli stereotipi.
Nel mio libro si parla di una maternità che non dovrebbe esistere. Si sente il mio essere “orfana” nonostante mia madre sia ancora viva. E’ l’“orfanitudine” della malattia di Parkinson che quando colpisce le madri giovani le rende sofferenti, imperatrici nella sfera familiare e trasforma i figli in piccoli sudditi, bambini travestiti da adulti troppo in fretta. Genitori che diventano fragili come bambini, figli che diventano genitori di chi li ha messi al mondo.
Ho capito che dovevo superare il blocco e pubblicare perché dignità vuol dire questo: avere il coraggio di ammettere tutta la verità, non sfuggire alle proprie ombre, non fare del dolore un culto ma neanche rifuggirlo, disconoscerlo, dargli mentite spoglie.
La maternità che trabocca nel mio romanzo è quella zoppicante di una madre che purtroppo ha zoppicato fin da quando l’ho conosciuta. Il suo zoppicare è stato reale e metaforico, la sua “assenza” ha pesato sulla mia crescita lasciando carichi di rabbia e di dolore. Ho voluto smentire tutti i luoghi comuni che circondano la malattia e la sofferenza: “fortificano e rendono migliori”. La verità è che spesso non si ha un’alternativa e si è costretti a combattere per restare a galla.  E’ un libro spietato, duro, vero.  Credo che ci sia però anche la mia voglia di amare, di riscatto tra queste pagine e la speranza nelle cose migliori che arriveranno a sorprenderci e farci rinascere ancora.

Valeria Pecora, nata il 06.04.1982 a Cagliari, abita ad Arbus, un piccolo paese tra mare e miniere. Lavora come guida turistica in lingua inglese, francese e spagnola. Adora leggere e scrivere. “Le cose migliori” è il suo romanzo d’esordio (casa editrice Lettere Animate, 2015).

:: Il tuo corpo adesso è un’isola, Paola Predicatori (Rizzoli, 2015), a cura di Valeria Gatti

9 settembre 2015 by
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“Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”

Arthur Schopenhauer

Si può dire che la libertà sia il motore del mondo. Oggi come non mai, purtroppo, assistiamo increduli a fatti crudi e crudeli, che obbligano uomini a fuggire dal proprio paese nel quale, la libertà, appunto, è solo un effimero sogno. Tanto si è scritto, molto si è detto, tutto si è venduto per ottenere la tanto ambita possibilità di vivere senza vincoli una vita nuova e dignitosa. Politica e società si dividono e si accusano reciprocamente per difendersi, da anni, da secoli, da sempre.
Eppure, sembra che manchi qualcosa all’appello per far sì che ognuno di noi si possa sentire davvero libero. Esistono legami che non si possono spezzare, che sono forti e presenti anche quando sembrano dimenticati, gli stessi che ci rendono le persone che siamo.

“ […] gli ultimi giorni non riesce nemmeno a dormire. Di notte si tira su e resta in ascolto: della città fuori; dei rumori che giungono da ogni punto dell’edificio e da cui cerca di indovinare l’origine; del cielo e del vento; e si accorge di una solitudine nuova, pacificata, che lo fa sentire più forte […]”

Questo accade ad Ascanio, il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Predicatori edito da Rizzoli, intitolato “Il tuo corpo adesso è un’isola”.
Si tratta della storia di un adolescente, Ascanio, dal nome così importante e principesco. È un ragazzo schivo e solitario, che si affianca a compagni di scuola allegri per combattere un vuoto e una solitudine che fa fatica a comprendere. Il suo compagno di avventure è Siro, che nella sua saggezza da ragazzo di strada, lo introduce al concetto di libertà.

“ […] sai perché quello è così? Perché è come gli animali dello zoo: quando guarda fuori la prima cosa che vede è sempre la gabbia e allora si incazza […] a volte sono stato molto solo, ma sono sempre stato libero […]”

I genitori di Ascanio sono separati e, come molto spesso accade, uno dei due trova il modo di rifarsi una vita, perché anche questo è sinonimo di libertà e la vita deve continuare, nonostante tutto.
E poi c’è Jacopo, il fratello di Ascanio, il quale, a causa dei suoi innumerevoli problemi fisici che l’hanno accompagnato dalla nascita, ha vissuto una vita breve e sofferta, dalla quale si è liberato troppo presto per diventare un angelo.

“ […] ogni volta deve sforzarsi per ricordare i lunghi periodi trascorsi dal fratello in ospedale, l’unica cosa che rammenta è un tempo indefinito di assenza […]”

E proprio Jacopo, questa figura dolce e delicata, aleggia tra le pagine del romanzo. E’ come un soffio, leggero e calmo, ma talmente profondo e unico che non si spegne mai. Anche quando non è di lui che si sta occupando la scrittrice è il suo ricordo a dettare le parole.

“ Jacopo in quei momenti stava sempre fermo e attento: doveva costargli uno sforzo enorme mantenere tutti i sensi concentrati su di lui […] e invece era lui che si perdeva in quello sguardo […]”

Ascanio crede di aver dimenticato il legame con il suo sfortunato fratellino ma, quando Adele, la nuova compagna di classe, quella “diversa”, entra nella sua vita, viene rimbalzato nel passato e non può far a meno di abbandonarsi al mare di tenerezza e senso di protezione che lei risveglia in lui. Ma questo non è tutto, anzi, questo incontro è proprio l’inizio di tutto. Della paura, della solitudine, del voler perdere ogni contatto con quella realtà che sente troppo stretta, della necessità impellente di fuggire senza meta, lontano dalle sue prigioni, per isolarsi dal passato e dal presente.

Adele se ne va, l’hai saputo?

Un romanzo toccante e delicato che ha la capacità di accompagnare il lettore in un viaggio all’interno di legami famigliari complessi e all’apparenza indomabili. Un commuovente e ben riuscito mix di sentimenti, emozioni, lacrime e sorrisi abbinato a una scrittura calda e precisa che sa accarezzare il dolore, capace di esplorare il delicato emisfero della diversità, della sofferenza, della malattia, capace di tradurre in parole cariche di significato l’emozione del distacco.

Paola Predicatori è nata nelle Marche e vive a Milano. Lavora nel mondo dell’editoria. “Il mio inverno a Zerolandia”, suo romanzo d’esordio, è stato tradotto in otto lingue e pubblicato in decine di Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa RCS Libri.

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:: L’isola di Arturo, Elsa Morante (Einaudi, 2014) a cura di Micol Borzatta

8 settembre 2015 by
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Arturo Gerace è un ragazzo orfano di madre che vive sull’isola di Procida con il padre Wilhelm, figlio bastardo di Antonio Gerace e riconosciuto in tarda età, quando ormai Wilhelm era già un ragazzo, e da lui sempre odiato.
Arturo è sempre cresciuto da solo, con un ragazzo che gli faceva da tutore mentre il padre era sempre in mare per i suoi viaggi. In questi anni di solitudine Arturo ha imparato da autodidatta studiando tutti i libri presenti in casa e creandosi da solo le sue regole di vita dove alla base c’è il suo grande amore per il padre. Un amore che è una vera e propria venerazione.
Crescendo in un ambiente solo maschile in Arturo aumenta la convinzione che le donne siano tutte brutte e inutili, esseri inferiori, e proprio perché cresciuto con questa convinzione si sente tradito quando il padre gli comunica che si sposa, e ancora di più quando lui porta la nuova moglie a casa.
Con il passare del tempo però l’affetto che Arturo inizia a provare per la matrigna, che ha solo un anno in più di lui, si trasforma in amore, amore corrisposto e per questo li porta a evitarsi, fino a spingere Arturo ad abbandonare l’isola arruolandosi come volontario insieme al suo vecchio tutore come soldato nella Seconda Guerra Mondiale.
L’isola di Arturo è un romanzo un po’ diverso dalle solite storie biografiche a cui siamo abituati. Molto poco romanzato e scritto tutto in prima persona trasmette al lettore la sensazione di essere seduto nella grande cucina della casa dei guaglioni di Procida e avere Arturo seduto di fronte a raccontare la sua storia.
Storia ricca di emozioni, sentimenti e pensieri che la Morante sa descrivere alla perfezione.
I temi principali di tutto il libro sono la crescita e la trasformazione che avviene nel protagonista, evolvendolo da bambino ad adolescente, toccando tutte le fasi e le varie esperienze da quando da bambino ha vissuto in una realtà immaginaria creata da lui a quando da adulto prende coscienza della cosa e inizia a riconoscere la vera realtà.
A questo si aggiungono i sentimenti della solitudine, della gelosia e del rapporto parentale tra padre e figlio, descritti nella loro complessità e visti sotto i vari punti di vista: quelli di Arturo bambino, quelli di Arturo adulto, quelli del padre e quelli della matrigna.
Argomenti molto forti che fanno capire al lettore l’importanza dei rapporti umani e che non vengono eclissati nemmeno quando alla fine del libro viene approfondito un altro tema molto forte, ovvero l’omosessualità.
La bravura della Morante sta proprio nel trasmettere al lettore tutti questi sentimenti in un racconto lineare, con un linguaggio semplice che crea un’atmosfera reale che arriva al cuore del lettore che percepisce come sua la solitudine e la sofferenza di Arturo insegnando l’importanza di amare e di apprezzare quello che ha.
Un romanzo che dovrebbero leggere tutti almeno una volta nella vita scritto da una grande autrice del suo tempo.

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912 e muore sempre a Roma nel 1985. Scrittrice, saggista, poetessa e traduttrice è considerata una tra le più importanti autrici del secondo dopoguerra. Ha iniziato a scrivere fin da giovanissima filastrocche e favole che vennero pubblicate dal 1933 fino al 1945 su vari giornali e riviste. Nel 1941 pubblica il suo primo libro, una raccolta di racconti, intitolato Il gioco segreto con la casa editrice Garzanti. Sempre nel 1941 convoglia a nozze con Alberto Moravia, lo scrittore, con il quale fa conoscenza e inizia a frequentare i massimi scrittori italiani del tempo. Dopo una lunghissima carriera letteraria nel 1984, dopo la pubblicazione del suo ultimo libro Aracoeli che ha vinto il premio Prix Médicis, scopre di essere gravemente ammalata e tenta il suicidio, ma viene salvata dalla sua governante, per morire nel 1985 stroncata da un infarto. I suoi manoscritti sono conservati alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma che ha organizzato nel 2006 e nel 2012 due mostre dedicate alla scrittrice.

Source: acquisto del recensore

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:: Un’ intervista con Valeria Arnaldi, a cura di Elena Romanello

8 settembre 2015 by

val 2Valeria Arnaldi, giornalista e organizzatrice di vari eventi, ha scritto per la nuova collana Shibuya di Ultra edizioni dedicata agli anime giapponesi due saggi, rispettivamente sul maestro Hayao Miyazaki e su Lady Oscar. L’abbiamo incontrata per parlare di questa passione travolgente, che ormai unisce varie generazioni, per manga ed anime e l’immaginario ad essi legato.

Come mai ha scelto di occuparsi di Lady Oscar e che rapporto ha con questo personaggio?

Lady Oscar era un personaggio nuovo all’interno della produzione animata giapponese dell’epoca, che a sua volta rappresentava già una rottura rispetto all’animazione cui eravamo abituati in Occidente. Era una donna alle prese con la riflessione su identità, ruolo, desideri. Non la classica icona “domestica”, più spesso addomesticata, della quasi totalità di favole e serie, ma una donna combattiva, determinata, energica. Mi interessava studiare questa nuova femminilità, più moderna e femminista ma non priva di elementi anche maschilisti della tradizione, e raccontarla uscendo dal semplice discorso nostalgico per proporne un’analisi più ampia. L’affezione ha comunque un suo peso. Come direttrice della collana Shibuya, scegliendo gli autori dei vari libri, ho cercato persone con background diversi che avessero uno speciale legame con il personaggio che avrebbero raccontato. Ho seguito questo criterio anche per me: Lady Oscar, da bambina, era la mia serie animata preferita.

Secondo lei come mai Lady Oscar è ancora così amata anche da chi non segue manga ed anime?

Credo sia molto amato per i tanti stimoli che offre. C’è la commistione tra storia e finzione, con tutte le suggestioni che la riconoscibilità di contesto e personaggi porta con sé in termini di credibilità della storia. C’è il fascino del periodo storico, ricostruito tra realismo e stereotipi. Poi, appunto, il carattere di Oscar, la trama emotiva molto articolata e ricca di colpi di scena. È una storia complessa, colma di sorprese, coinvolgente. Un “cappa e spada” al femminile: al tempo stesso, dinamico e romantico.

Che differenze ci sono state tra scrivere il saggio su Miyazaki e scrivere quello su Oscar?

L’approccio, per ricerca e modalità di studio, è stato il medesimo: privilegiare le fonti dirette, ossia appunti e dichiarazioni degli stessi autori, documentare la “cronaca” del loro lavoro, e poi passare all’interpretazione personale di testi, serie e film, a seconda dei casi. Vuole essere proprio nell’interpretazione critica, che nel mio caso segue i principi che adotto nella critica d’arte, il cuore di questi lavori: proporre un approccio diverso, non tradizionale, che guardi all’animazione come linguaggio artistico del contemporaneo, facendola uscire da quella nicchia cui spesso una certa Cultura, per snobismo, la relega. Non è un caso che, nel libro su Miyazaki, sul cui esempio ha poi preso vita la collana,e dunque anche in Lady Oscar, io abbia inserito un capitolo sugli omaggi degli artisti contemporanei in tutto il mondo. Fin qui le somiglianze. La differenza è già insita nei titoli. Nel saggio su Hayao Miyazaki, parlo di un regista e della totalità del suo lavoro, attraverso i decenni. In Lady Oscar, pur parlando di Riyoko Ikeda e del contesto in cui sono nati i suoi lavori, seguo un personaggio e il suo mondo, anche nelle citazioni successive, ma dovendo forzatamente evitare di approfondire altri passaggi della carriera dell’autrice.

Cosa ha reso secondo lei i manga e gli anime anni Settanta ed Ottanta così mitici e unici?

I lavori del cosiddetto “Anime Boom” hanno rappresentato una rivoluzione nel panorama italiano in particolare e occidentale. Eravamo abituati al buonismo, soprattutto disneyano, con le sue favole ritoccate per lasciare la paura, anche l’orrore a volte, ma stemperato dalla garanzia del lieto fine. La produzione giapponese era diversa, più “adulta”, fatta di chiaroscuri, sangue e carne, violenza ma anche passione e perfino erotismo. Era qualcosa di completamente diverso, una “bomba” per le generazioni che, per prime, sono venute a contatto con quel mondo.

Prossimi progetti dedicati agli anime e ai manga o in generale?

Da autrice, ho in programma, nei prossimi mesi, l’uscita di nuovi titoli nei quali, stavolta, vorrei proporre anche letture trasversali di un medesimo tema, attraverso più serie e più epoche. Da direttrice, la collana andrà avanti ancora con monografie dedicate ai personaggi cult dell’animazione dell’epoca, che hanno cresciuto più di una generazione. Personaggi divenuta icona, come, ad esempio, Lupin III.

:: Quello che non uccide, David Lagercrantz (Marsilio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015 by
QUELLO CHE NON UCCIDE

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Frans Balder, grande scienziato svedese di fama internazionale, specializzato nell’intelligenza artificiale, torna in Svezia dopo aver passato anni a lavorare negli Stati Uniti. il suo ritorno in patria interessa a molte persone, specialmente visto il grande cambiamento avvenuto in lui, che oltre a renderlo quasi irriconoscibile lo riavvicina al figlio autistico permettendogli in questo modo di scoprire che il piccolo è un savant, ovvero rientra nel gruppo di autistici che grazie al loro QI superiore alla media sono dei geni.
L’interesse nei suoi confronti però non coinvolge soltanto i suoi familiari e conoscenti, ma anche un’organizzazione criminale interessata ai suoi studi.
Balder, sentendosi in grave pericolo, si rivolge prima a Lisbeth Salanger, hacker sua amica, per scoprire chi lo stia spiando, e poi contatta Mikael Blomkvist, giornalista di cui è un grande ammiratore per la sua integrità e coerenza, per fargli rendere pubblici i suoi studi e le sue scoperte.
Purtroppo Mikael non scoprirà mai cosa Badler volesse comunicargli perché appena arriva all’appuntamento lo scienziato viene ucciso davanti agli occhi del figlio.
L’omicidio di Badler riunisce così nuovamente le strade di Mikael e di Lisbeth che torneranno a indagare insieme per scoprire il responsabile della morte dello scienziato e rilevare i suoi studi secondo le sue volontà.
Romanzo che ha fatto parlare molto di sé e che si è rilevato un ottimo seguito della trilogia originale.
Lagercrantz infatti riesce a ricalcare pienamente le orme di Larsson riproducendone perfettamente lo stile, la tipologia di descrizioni e il ritmo di narrazione.
Ritroviamo, quindi, anche in questo romanzo personaggi non particolarmente approfonditi e ambientazioni descritte lo stretto necessario. C’è da aggiungere però che Lagercrantz, per permettere anche a chi non ha letto la trilogia originale di leggere il libro, spesso ripete e riassume il passato dei personaggi in moda da permettere a chi ha letto i precedenti libri di fare mente locale, ricordarsi gli avvenimenti e ripartire così da zero.
Anche in questo nuovo capitolo troviamo degli argomenti di fondo molto forti e di rilevanza sociale come la violenza sulle donne, la disabilità, nello specifico il problema dell’autismo, e il progresso scientifico come la creazione di un’intelligenza artificiale. Tematiche molto amate da Larsson, e l’ultima molto cara a Lagercrantz.
La storia narrata è davvero intrigante e coinvolgente e sa come catturare il lettore esattamente come hanno fatto i primi tre capitoli della saga, anche se il continuare, da parte dell’autore, a ripetere il passato dei personaggi per cercare di dare la possibilità di ripartire da zero rende la narrazione a tratti lenta e pesante, narrazione che oltretutto ha una grave carenza di suspance causata dalla brutta abitudine dell’autore di svelare troppe informazioni troppo presto.
Nonostante questi due piccoli problemi negativi il romanzo è davvero spettacolare e sa soddisfare appieno tutte le aspettative che chi ha amato Larsson si aspettava di trovare.

David Lagercrantz è nato in Svezia nel 1962. Giornalista e scrittore ha fatto il suo ingresso nella letteratura internazionale con il romanzo biografico Zlaba Ibrahimovic: Io, Ibra pubblicato nel 2011, ma in realtà aveva pubblicato già altre due biografie in Svezia: Gora Kropp nel 1997 e Ett Svenskt Geni nel 2000, che non sono mai state tradotte.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: La trappola, Melanie Raabe (Corbaccio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015 by
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Linda Conrads ha solo 38 anni, ma da undici vive rinchiusa nella sua casa, una villa sul lago Stanberg. Il suo mondo è la sua casa, al punto che ha rinominato ogni locale con il nome di un continente e in quel locale lei rivive i ricordi relativi ai suoi vecchi viaggi nel continente in questione. L’unico contatto con il mondo esterno è quando il suo cane, Bukowski, entrando dai suoi viaggi in giardino sporca il parquet di fango e sgocciola l’acqua piovana assorbita dal suo pelo.
Il suo periodo nero e di reclusione è iniziato quando andando a far visita alla sorella l’ha trovata morta, a terra, brutalmente assassinata. Ad aumentare ulteriormente la sua paura è l’aver visto l’assassino scappare. Una visione che ha continuato a tormentarla provocandole incubi tutte le notti, fino a quando un giorno non lo vede per caso in televisione, dandole finalmente la forza di uscire di casa e affrontare il mondo esterno. Forza derivante dalla capacità di lui di mettere talmente tanti dubbi in testa da faticare a riconoscere la raltà dalla fantasia.
Un romanzo che sa davvero tenerti legato a sé tanto da non farti staccare per tutte le circa 10 ore necessarie per finirlo.
Capacità che l’autrice ha creato tessendo una storia incredibile in uno stile tutto nuovo. Il libro infatti si apre con la soluzione del caso, già questa cosa stranissima per un giallo, e si sviluppa intorno alla cattura dell’assassino.
Altro punto a favore dell’autrice è la sua maestria nel raccontare molto profondamente le emozioni della protagonista, analizzando in profondità il senso di solitudine e di vuoto che l’attanagliano e trasmettendoli al lettore con una narrazione tutta in prima persona che riesce a farti immedesimare e provare le stesse emozioni.
Ottimo anche lo stratagemma dell’autrice per rendere partecipe e a conoscenza il lettore dei fatti del passato inserendoli tra un capitolo e un altro in capitoli tratti dal libro che sta scrivendo la protagonista, creando così un libro dentro al libro che rende il romanzo ancora più reale, come se raccontasse effettivamente dei fatti di cronaca.
Un romanzo incredibile che sa conquistare e rapire il lettore lasciandoci in attesa di una prossima opera.
Un grande successo per un’autrice esordiente.

Melanie Raabe nasce a Jena nel 1981 e cresce a Turingia, una piccola città del Nord Reno-Westfalia.
Scrittrice, giornalista, blogger, artista e attrice. Laureata in letteratura ora vive a Colonia. La trappola è stato tradotto in Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e nei paesi di lingua inglese

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ufficio stampa Corbaccio.

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:: Un’ intervista con Marisa Giaroli, a cura di Elena Romanello

7 settembre 2015 by

canMarisa Giaroli, scrittrice e poetessa, ha pubblicato vari libri in cui ha affrontato tra l’altro il tema, per certi versi attualissimo ma di cui si parla spesso a sproposito, dell’amore tra donne. La sua ultima fatica è il romanzo Canoni e contrappunti, edito da Corsiero, storia di un amore che nasce tra le due protagoniste nella bassa Padana degli ultimi decenni. Le abbiamo chiesto alcune cose su questa storia, sui libri, sull’amore.

Com’è nata l’idea di Canoni e contrappunti?

Chi scrive a mio parere deve essere molto attento a quello che accade nel mondo, intorno a lui. In questi ultimi anni si parla molto di omosessualità, nel bene e nel male, anche a livello delle istituzioni. Alcuni Stati hanno approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, si parla sempre più della Teoria del Gender.
Mentre scrivi una storia cerchi di entrare nell’animo dei personaggi, in questo caso di una persona che ama una persona dello stesso sesso ne percepisci le sofferenze, le gioie le difficoltà a portare avanti la relazione

Nella storia, il personaggio di Carmen affronta un percorso tortuoso prima di riconoscersi come lesbica. Secondo te quali sono le principali difficoltà oggi per una donna che ama le donne nel nostro Paese?

Penso che le difficoltà siano comuni per entrambi i sessi, non solo per le donne, perché a tutt’oggi i pregiudizi nei confronti degli omosessuali sono ancora molto diffusi Spesso si pensa a loro esclusivamente in termini di sessualità e pratiche sessuali, ci si limita a chiedersi come facciano l’amore e non le si considerano come persone che una propria storia, affetti autentici e profondi. Questo rende difficile mostrarsi a tutti senza veli, confidarsi apertamente, alla pari. Le cose poi si fanno ancora più difficili se si vive in un paese di provincia dove tutti sanno tutto di tutti.

Nel tuo libro ci sono ben pochi stereotipi: per te quali sono le difficoltà e i pregi di scrivere di amore tra donne?

Nei miei romanzi metto sempre in evidenza l’importanza dell’amore nella vita dell’uomo. Che ad amarsi siano persone dello stesso sesso o di sesso opposto nel mio scrivere non ha importanza. È l’amore a prevalere. Non è sempre facile parlare delle emozioni che l’amore genera si rischia spesso di cadere nel sentimentalismo. Ho raccontato la storia di una religiosa, di un notaio avanti negli anni che s’innamora di una giovane donna, di una ragazza alla ricerca della madre e ho cercato in ogni caso di esprimere l’importanza dell’amore nelle loro vite.

Cosa pensi della visione delle donne che si amano nei film, telefilm, romanzi? Quali sono stati i tuoi modelli in tal senso?

È un terreno che sta diventando sempre più fertile, c’è del buono e del meno buono, questo vale per film e romanzi.

Prossimi progetti?

Non progetto mai i miei romanzi, deve esserci qualcosa che accende la mia curiosità, il desiderio di sapere. Parto quando sento che ho qualcosa da comunicare, da condividere, quando mi sento coinvolta in una situazione.

:: Intervista a Stefania Auci, autrice di “Florence” (Baldini & Castoldi, 2015), a cura di Federica Guglietta

4 settembre 2015 by

auAvevamo già parlato di Florence, il terzo romanzo della scrittrice siciliana Stefania Auci, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi.

Oggi abbiamo il piacere di parlarne proprio con lei.

Benvenuta su Liberi di Scrivere, Stefania. Come da tua richiesta, mi permetto di darti del tu.  La prima cosa che mi viene da chiederti è: perché proprio il romanzo storico? 

Ciao e grazie a voi per l’accoglienza. Romanzo storico perché mi piace. Banale da dirsi ma è così: adoro la Storia perché credo che sia la più grande maestra del presente. E poi mi emoziona pensare alle “vite che non sono la mia”, per citare Carrére.

La tua professione di insegnante ha influito in questa scelta? 

No e sì. Essere insegnante ti permette di avere un contatto continuo e diretto con le nuove generazioni, di capire il loro linguaggio e ora più che mai c’è bisogno che i ragazzi conoscano il nostro passato, recente e non, per capire al meglio il presente. Credo che un romanzo storico possa essere un buon strumento per veicolare questo messaggio e agevolare la conoscenza.

Florence“, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi è il tuo terzo romanzo appartenente a questo genere, il primo ambientato in Italia. Gli altri due, “Fiore di Scozia” e il suo seguito “La rosa bianca” (entrambi pubblicati da Harlequin Mondadori tra il 2011 e il 2012), invece, nella Scozia di Carlo Stuart. Si tratta di epoche e background diversissimi. Con quale ti sei trovata più a tuo agio nella stesura del romanzo? 

Sono due ambienti profondamente diversi: la Scozia degli Stuart era ancora arretrata, profondamente legata a una coscienza medievale che noi non possiamo facilmente immaginare, poiché il vissuto politico della Scozia è estremamente diverso da quello italiano (sebbene ci siano state strumentazioni politiche sul punto).
L’Italia dei primi del Novecento, paradossalmente, è stata molto più difficile poiché era una nazione incerta, fragile, con un panorama politico estremamente parcellizzato e con una coscienza comune del tutto assente. Sì, Florence senza dubbio è stato il più complesso tra i due.

In Italia, quando si pensa al romanzo storico, viene automatico il rimando al Manzoni e a I promessi sposi. Eppure hai scelto un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale molto più vicino prima al realismo di Verga e al Neorealismo cinematografico e letterario, poi. 
Quanto queste correnti hanno influenzato il tuo lavoro? 

Sarò sincera: Verga mi sta sullo stomaco. Da sempre. Non posso dire lo stesso di Manzoni, di cui ho amato le descrizioni dei luoghi e le personalità così vivide e forti. Per cui sì, se devo trovare un riferimento, lo trovo in Manzoni, anche se il vero punto di riferimento per questo romanzo è nella letteratura post bellica di ambientazione anglosassone. Su tutti, un autore e un romanzo: Ford Madox Ford con il suo Parade’s end.

Parliamo più nello specifico di Florence, in cui affronti con fluidità l’inizio di un secolo complessissimo come è stato il ‘900.
Il tuo romanzo è la dimostrazione che sentimenti e materia bellica possono coesistere senza annoiare o risultare banali. 
Quanto c’è di studio dietro? Questa dicotomia nell’argomento ha rappresentato in qualche modo una sfida tra l’autrice e il suo libro? 

Tanto studio e tanta passione, dalla ricerca dei movimenti sul territorio della Marna alle costruzioni rurali e alle case – torri della campagna toscana. E poi sì, la ricerca minuziosa del luogo e del punto in cui innestare una scena che ti ronza dentro da un po’. Per me non è una sfida: è che non riesco a pensare di poter scrivere in maniera diversa. Sono una persona pignola e appassionata.

Florence” racchiude in sé più temi e filoni narrativi: troviamo guerra, amore e passione, meschinità e violenza, speranza e colpi di scena. Il tutto raccordato nello schema narrativo del diario, che qui diventa un vero e proprio diario di guerra. 
Dal punto di vista prevalentemente stilistico, quello del diario è un modus scrivendi che senti tuo?

Più che di diario, parlerei di mescolanza di strumenti: c’è l’articolo di giornale, c‘è la lettera privata, i momenti introspettivi. Ho cercato di usare gli strumenti che avevo per tirar fuori in modo quanto più preciso possibile i personaggi, dando loro una coloritura ben determinata. Per me rimane prioritario l’approfondimento psicologico del personaggio.

I personaggi del tuo romanzo, come già accennato nella recensione, sono tanti e caratterialmente ben delineati, tanto da sembrare i personaggi di un film. Hanno un volto? Ti sei ispirata a personaggi realmente esistiti? 

No, o meglio. Non dal punto di vista caratteriale. Nascono così nella mia testa ed è difficile smontarli o fargli fare qualcosa che non vogliono. Per Ludovico ho tratto spunto da Luigi Barzini, antesignano dei cronisti di guerra. Per Irene e Claudia, invece, mi sono guardata attorno è mi sono concentrata su ciò che oggi è importante per una donna, su ciò che rappresenta aspirazione e limite. A distanza di cento anni, le donne sono ancora divise tra angeli del focolare e creature in cerca di un loro posto nel mondo.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Irene. 
Nel suo essere laica, pacifista, colta, una donna che non ha nulla da spartire con i primi anni del Novecento, ma che è già protratta molto più avanti, rappresenta appieno gli esiti culturali e sociali del Novecento.
Vedi una matrice femminista in lei o è solo conseguenza naturale del tempo in cui vive? 

Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Irene è un personaggio femminista nell’accezione in cui decide di prendere in mano la sua vita e fare ciò che desidera. È una ragazza che ha le idee chiare, ma nello stesso tempo, sconta la diffidenza di un mondo profondamente maschilista da una parte, e dall’altra si trova a dover affrontare una realtà che la trova impreparata.
Irene è ciò che le ragazze di oggi cercano di essere: donne che vogliono avere le stesse opportunità di un uomo, con lo stesso salario e lo stesso rispetto. Non oggetti sessuali o lavoratrici di serie B. Sappiamo tutte che il cammino è ancora lungo. E che dobbiamo lavorare con le giovani generazioni, sia maschi che femmine, per far sì che questo accada.

Sposerai l’idea di scrivere altri romanzi storici di ambientazione nostrana?

Assolutamente sì.

Descrivi il tuo essere scrittrice in tre parole.

Coraggiosa, tenace, arrabbiata.
E grazie per la vostra gentilezza.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Castoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015 by
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

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:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015 by
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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

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:: Un ‘ intervista con Teresa Radice e Stefano Turconi, autori di “Il porto proibito”, a cura di Elena Romanello

2 settembre 2015 by

portoTeresa Radice e Stefano Turconi sono una coppia artistica e nella vita, autori tra le altre cose de Il porto proibito, graphic novel marinara tra avventura e Storia edita da Bao di cui Liberi scrivere si è già occupato. Oggi li abbiamo incontrati per parlare con loro di questa loro opera e non solo.

Qual è stato il vostro percorso di studi ed artistico?

Stefano: Che avrei fatto il fumettista lo sapevo dalle elementari, probabilmente anche da prima: i primi disegni che ho fatto, a 3 anni più o meno, erano un cowboy sul suo cavallo e un altro con Topolino, Minni, Clarabella e Pippo (un destino segnato, insomma…). Il percorso di studi è andato quindi di conseguenza: liceo artistico, accademia di Belle Arti di Brera (tanto per darsi un “tono”), scuola di illustrazione e fumetto (quella del castello Sforzesco) e Accademia Disney (dove poi ho anche insegnato). Da lì ho cominciato a pubblicare su Topolino e non ho più smesso, affiancando al lavoro sui fumetti anche quello sui libri illustrati, per diversi editori, italiani e non, fino ad arrivare, insieme a Teresa, al graphic novel.

Teresa: Anche io credo di aver saputo da sempre che nella vita desideravo raccontare storie: mi dicono spesso che a tre anni già leggevo e ricordo distintamente che, prima dell’asilo, riempivo insieme ai nonni quadernetti su quadernetti di avventure inventate… a fumetti! Alle elementari i miei compagni aspettavano con curiosità la puntata successiva delle mie interminabili storie-feuilleton che vedevano anche loro tra i protagonisti!
Un’altra mia passione, fin da piccolissima, era andare in giro, vedere posti nuovi, esplorare, incontrare gente diversa (forse perché sono figlia unica, ho sempre sentito il bisogno degli altri) : complice, credo, anche un viaggio fino a Londra con mamma e papà, su una 2Cavalli gialla, quando avevo 5 anni.
Così ho studiato lingue, unendo la voglia di viaggiare alle letterature straniere: prima al liceo, poi in università. E’ stato qui che la mia strada s’è intrecciata con quella di Topolino, perché ho partecipato a un corso di sceneggiatura per fumetti che si teneva nelle aule dell’ateneo, al termine del quale, dopo innumerevoli prove e ri-prove e una notevole selezione, sono stata ammessa in Accademia Disney.

Come è nata l’idea di Il porto proibito?

Teresa: Più che da un’idea, come ho detto anche altrove, questa storia è partita da un bisogno. Un bisogno che si è scatenato da una prima perdita… e poi da una seconda, qualche anno più tardi: due persone tuttora tra le più importanti della mia vita, senza le quali non sarei quella che sono oggi. Non è un modo di dire, è la pura verità. Se n’erano andate entrambe troppo presto, e non mi ci rassegnavo (non verrò mai a patti con questo); siccome l’unica cosa che credo un pochino di saper davvero fare è raccontare storie, sentivo che poteva essere il mio modo di farli continuare ad esserci, e inizialmente avevo questa immagine del porto inaccessibile nella nebbia, di una nave, dei marinai a bordo che in parte lo vedevano in parte no… e niente più. Ci sono voluti anni perché quest’embrione di racconto potesse crescere e prendere forma. 20 anni, per la precisione. E, soprattutto, c’è voluto Stefano, che desse corpo ai miei fantasmi.

Stefano: E c’è voluto un film, un bellissimo film: Master and Commander, di Peter Weir, che desse il via a tutto. Entrambi l’abbiamo visto al cinema, nel 2004, subito prima di incontrarci, ed entrambi ne siamo rimasti colpiti: quella era l’ambientazione, il “gusto” perfetto per la storia che Teresa aveva in mente. L’ambientazione è la guerra navale, a inizio Ottocento, tra la Royal Navy di Lord Nelson e la marina Napoleonica, l’epoca d’oro delle “tall ships” e dei grandi viaggi di esplorazione, quando le isole remote erano remote per davvero, quando doppiare capo Horn era un’impresa e circumnavigare il globo un viaggio che poteva durare anni. È proprio per “fare il pieno” di queste suggestioni che abbiamo scelto Plymouth come set. Non si tratta di un porto qualsiasi sulle coste del Devon, Plymouth è, nel mondo anglosassone, Il porto: da qui andava e veniva il corsaro sir Francis Drake, da qui è partita la Mayflower con i padri pellegrini che andavano a colonizzare l’America, è partito Cook per andare a esplorare l’Australia, e poi Darwin, per il suo giro del mondo sul brigantino Beagle, e Shackelton, verso il polo sud… insomma, per chi è appassionato di storia passeggiare sul molo del Barbican (il quartiere portuale della città) è un’emozione indescrivibile. E noi l’abbiamo fatto per una settimana, cercando e fotografando i posti dove poi avremmo ambientato le varie scene. Qui e nell’altro grande porto inglese: Portsmouth, dove c’è la più grande base storica della Royal Navy e dove c’è la Victory, la nave ammiraglia di Nelson (dove il nostro bimbo piccolo, Michele, ha fatto i primi passi, cosa di cui un giorno potrà vantarsi!).

Il vostro fumetto cita la letteratura ottocentesca: che rapporto avete con questa stagione irripetibile e chi sono i vostri maestri?

Teresa: L’incontro con i Romantici e, più in generale, la letteratura inglese dell’Ottocento, è avvenuto al liceo. La mia insegnante di letteratura inglese era una suorina appassionata di Byron, che un giorno probabilmente andrò a cercare per portarle una copia del “Porto”: è stata lei a farmi incontrare Coleridge (Wordsworth, invece, l’avevo già conosciuto al Lake District: ho cominciato molto presto a passare mesi interi di studio in Inghilterra, ospite per anni della stessa famiglia, gli Hutchinson di York). Ecco: questi tre (Wordsworth, Coleridge e Byron) li considero un po’ i miei compagni di viaggio. Quando mi sono messa a scrivere Il Porto Proibito ricordavo ancora, a distanza di vent’anni, interi brani delle loro opere a memoria, senza magari averle riprese in mano da allora.

Stefano: Io invece mi sono occupato della letteratura “ambientata” nell’Ottocento. Parlavamo prima di Master and Commander, ecco, incuriosito ho cercato i libri di Patrick O’Brian da cui il film era tratto, e ho letto il primo: Primo comando. Non mi sono più fermato. Ho l’ultimo (il ventesimo) sul comodino, ma non ho ancora trovato il coraggio di leggerlo: è incompiuto, l’autore, ottantaseienne, è morto mentre lo scriveva…
Il Porto Proibito deve molto a O’Brian: da lui, e dal suo incredibile lavoro di documentazione, abbiamo preso informazioni sulla navigazione, sulla vita a bordo, modi di dire, termini marinareschi. L’abbiamo ringraziato, (oltre che, naturalmente, nei credits) dando il suo nome (il suo vero nome) a un personaggio: l’ufficiale Patrick Russ. Lui si definiva “irlandese di nazionalità britannica”: secondo me avrebbe apprezzato…

Che differenze ci sono tra scrivere per la Disney e scrivere una propria storia, che difficoltà, che peculiarità?

Teresa: A essere sincera, non molte differenze: fatta eccezione per la complessità della trama, che è legata ovviamente anche alla lunghezza, il mio modo di procedere è identico, che si tratti di una storia Disney di una trentina di tavole (o più puntate di questa lunghezza, come ne L’Isola del Tesoro o in Pippo Reporter) o di un graphic novel dieci volte più corposo come il Porto. La verità è che sento molto mie anche le storie che facciamo per Disney, e credo di poter parlare in questo caso anche a nome di Stefano: hanno la nostra impronta, le nostre passioni dentro.
In generale, prima viene sempre una fase di documentazione (anche le nostre storie Disney sono per lo più ambientate in altre epoche, quasi mai nella nostra: non ci piace avere a che fare con troppa tecnologia, anche nella vita reale… io scrivo ancora tutto a mano, pensa un po’!). Poi cerco di stendere un soggetto che sia il più dettagliato possibile (quello del Porto erano venti pagine fittissime), in modo da sentirmi più leggera quando inizio a sceneggiare e da conoscere già ogni angolo nascosto della storia, per non cascare in buchi neri quando già mi ci sono immersa. Davvero, per me questa del soggetto è la parte più impegnativa e sfiancante. Quando ho terminato questa fase, è un po’ come se avessi già scritto l’intera storia: ora devo solo affidarmi ai personaggi e lasciarli parlare. I dialoghi sono sempre la cosa che butto giù per prima; poi li limo e li ri-limo incessantemente, fino… all’ultimissima occasione possibile! C’è chi si è lamentato che sono “verbosa” e io… non posso che confermare ;-), sono così anche nella vita (chiedete a Ste!): mi piacciono le parole. Mi piace sceglierle, rotolarmele nella testa per sentire l’effetto che fanno. Ma mi piace anche lasciare spazio alle emozioni senza balloon, dove possibile. Insomma, se mi sforzo, so anche essere “silenziosa”.

Prossimi progetti?

Teresa e Stefano: Tanti e diversissimi. Il Porto Proibito è stato emotivamente importante e adesso non è facile sapere esattamente quali priorità dare. Sul fronte Disney, stiamo lavorando a una miniserie in 5 episodi ambientata negli anni Settanta, oltre che alla proposta per un altro adattamento di romanzo inglese ottocentesco. Poi siamo in ballo con una serie di libri illustrati dedicati a Viola Giramondo, che ci occupano parecchio tempo e che per ora saranno pubblicati solo all’estero. Abbiamo idee per un paio di racconti un po’ particolari per bambini, che non è ancora detto che trovino un editore e – last but not least – c’è il nostro prossimo graphic novel grosso. Che sarà a colori e che abbiamo (quasi) tutto in testa. Ma è una storia difficile, che in questo particolare periodo ci sta facendo un po’ soffrire e dobbiamo trovare la forza e il modo giusti per raccontarla (magari, prima, anche a Caterina e Michele di BAO, la cui pazienza, prima o poi, finirà per scarseggiare…).

:: Parigi è sempre una buona idea, Nicolas Barreau (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

2 settembre 2015 by
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Non è passato neanche un mese dalla mia partenza per Parigi e, neanche a farlo apposta, in questi giorni ho avuto modo di leggere in anteprima un romanzo, prossima uscita per Feltrinelli il 3 settembre, ambientato proprio nella Ville Lumière.

Già il titolo è eloquente e vero: Parigi è sempre una buona idea. Definitela come volete “città dell’amore”, “città d’artisti”, “città delle luci”, ma a Parigi una volta nella vita bisogna andarci. Che siate innamorati o no, inguaribili romantici o non lo siate per niente, cultori dell’arte o neanche troppo.

Insomma, permettetemelo, ma potremmo ampiamente sostituire il famosissimo detto attribuito a Enrico IV, “Parigi val bene una messa” col titolo del nuovo romanzo di Barreau, già grande successo editoriale in Germania.

La storia è ambientata in uno dei quartieri più caratteristici di Parigi: St. Germain.

Ci sono stata e mi sento di dirvi che già questa scelta vale la lettura di tutto il romanzo. Il quartiere, comincia sulla Senna e lungo il suo corso finisce, fa parte del progetto di riqualificazione viaria voluto personalmente dal Barone Haussmann.
Boulevard Saint Germain è la strada principale del Quartiere latino che attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome. Non solo: attraversa anche il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti, descritto da Proust nella sua Recherche. All’angolo di rue Bonaparte il boulevard incontra l’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois.

Piccola chicca: proprio di fronte all’abbazia c’è il caffè Les Deux Magots, uno dei tre angoli del cosiddetto “Triangolo d’oro”, formato, oltre che da Les Deux Magots, dalla brasserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove s’incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi.

Sarò sicuramente passata anche in rue du Dragon, anche se non ho testimonianze fotografiche da mostrarvi: qui ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno, un campanello d’argento démodé sulla porta e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent.

La giovane Rosalie ha aperto questa cartoleria contro il volere di sua madre che, non ritenendola di bell’aspetto, aveva paura che non avesse trovato mai marito e, quindi, avrebbe voluto che continuasse quanto meno gli studi.
Invece no.

Rosalie voleva dipingere. A tutti i costi.

In poco tempo diviene famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Accanita sostenitrice dei rituali, ne ha diversi a scandire la sua giornata: il café crème la mattina, una fetta di tarte au citron nelle giornate storte, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura della papeterie.

Non è finita qui: ogni anno, nel giorno del suo compleanno, Rosalie sale i settecentoquattro gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e da lì su, lancia in aria un biglietto su cui ha precedentemente scritto un desiderio. I suoi desideri non erano mai stati esauditi, fino al giorno in cui si presentò nella sua cartoleria Max Marchais, anziano ed affermato scrittore per bambino, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta e La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti fino ad aggiudicarsi il posto d’onore in vetrina.

Per Rosalie, le sorprese continuano. Infatti, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, entra in negozio. Rosalie ne è subito attratta, eppure dovrà lottare un po’, in quanto lo sconosciuto è convinto che la storia sia sua e non di Max Marchais.

Una storia sopra le righe in una Parigi immersa tra scrittura, disegni e sentimenti. Sicuramente da leggere.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, poi ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche. Ha scritto sei romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, ma che hanno ottenuto un ottimo successo, cresciuto sempre più soprattutto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011) è un vero e proprio caso editoriale: è stato un bestseller internazionale tradotto in 34 paesi, è rimasto per oltre quattro mesi in vetta alle classifiche italiane ed è diventato un film per ZDF. Con te fino alla fine del mondo (Feltrinelli, 2012), Una sera a Parigi (Feltrinelli, 2013), La ricetta del vero amore (Feltrinelli, 2014), prequel di Gli ingredienti segreti dell’amore, e Parigi è sempre una buona idea (Feltrinelli, 2015) hanno confermato il talento di Nicolas, rendendolo uno dei giovani scrittori più amati dalle lettrici di tutto il mondo. In Germania, Parigi è sempre una buona idea, ha venduto 35.000 copie in sole tre settimane e ha raggiunto la posizione più alta di sempre per un romanzo di Barreau sulla classifica dei bestseller di “Der Spiegel”.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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Vai a Parigi con il nuovo romanzo di Nicolas Barreau!

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