:: L’amica pericolosa, Paula Daly (Longanesi, 2015), a cura di Micol Borzatta

28 settembre 2015 by

Clicca sulla cover per l’acquisto

Inghilterra. Cumbria. Natasha Wainwright, detta Natty, vive felice con il marito, Sean, e le due figlie, Felicity e Alice. Proprietaria con il marito di un albergo ritiene che la sua vita sia perfetta, ma non si accorge che invece il suo rapporto si sta deteriorando a causa delle sue disattenzioni.
Un giorno Natty riceve una chiamata dalla sua migliore amica, Eve Dalladay che conosce dai tempi dell’università, che le chiede se può fermarsi qualche tempo da loro per riprendersi dalla separazione dal marito. Natty ovviamente accetta, le fa piacere avere l’amica a casa proprio ora che Alice è impegnata con gli esami e Felicity a Parigi in gita con la scuola.
Durante la visita di Eve però Natty deve correre a Parigi perché Felicity è stata operata d’urgenza a causa di una peritonite, così deve lasciare Eve da sola con la figlia maggiore e il marito.
Al ritorno dalla Francia con la figlia, Natty scopre che il marito l’ha lasciata per Eve. Natty è sconvolta e agendo di puro istinto, un giorno che trova Eve fuori dal supermercato, le distrugge la macchina andandole addosso ripetutamente con la propria.
Eve approfitta della cosa per mettere in cattiva luce totalmente Natty, dando così il via a una guerra psicologica, guerra che ha in palio la famiglia di Natty.
Un romanzo che nonostante abbia un inizio leggermente lento sa come conquistare il lettore subito dopo poche pagine.
Usando un’alternanza tra narrazione in prima persona, quando si tratta di Natty, e narrazione in terza persona, in tutti gli altri capitoli, la Daly riesce a descrivere nei minimi particolari il dolore provato da Natty, talmente profondamente che il lettore lo percepisce come proprio, anche se non ha mai provato una situazione simile, in questo modo si crea un legame empatico che desta nel lettore la voglia di scoprire qualsiasi cosa riguardante Eve per aiutare Natty a distruggerla. A questo proposito i capitoli narrati in terza persona forniscono molte informazioni e indizi curiosi che creano sempre più domande nel lettore, alle quali potrà rispondere solo alla fine, quando tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto.
Finale a cui non manca il colpo di scena, scritto in modo che pur avendo una fine ben definita viene lasciata in sospeso come se fosse sottointesa, dando così la possibilità al lettore di scegliere un finale alternativo.
Un romanzo coinvolgente, appassionante e travolgente da leggere tutto d’un fiato. Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani.

Paula Daly vive in Cumbria, la contea del Regno Unito, teatro dei fatti del romanzo, che ospita il Lake District National Park. Sposata e madre di tre figli, per un periodo ha vissuto in Francia ed è poi tornata definitivamente in Inghilterra. Il suo romanzo d’esordio, Da quando sei scomparsa, è uscito presso Longanesi nel 2014.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia e Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il libro del destino, Grégory Samak (Editrice Nord, 2015), a cura di Micol Borzatta

27 settembre 2015 by

Clicca sulla cover per l’acquisto

La storia si apre su una scena del passato. Siamo nel 1943 e un bambino, perdendo a una partita a scacchi contro un nazista, vede uccidere la sua famiglia e gli viene amputato il dito indice della mano destra.
Salto temporale fino ai giorni nostri.
Elias Ein è un signore di cinquant’anni, ebreo, che decide di lasciare Vienna e trasferirsi a Braunau, dove acquista una vecchia villa.
Subito dopo aver terminato il trasloco, durante un giro ricognitivo della casa, scopre una botola nascosta sotto il letto nella camera azzurra. Spinto dalla curiosità decide di aprirla e vedere cosa nasconde. Una volta sceso non crede ai suoi occhi, davanti a lui ci sono svariati scaffali colmi di libri, tutti rilegati. Elias inizia a guardarli e scopre che contengono i dati biografici di gente del passato, ma non solo.
Elias finisce così il primo sopralluogo. Durante un giro in paese fa conoscenza di Sof, proprietario di un negozio di antiquariato con cui lega subito e inizia a giocare a scacchi alla sera nella sua nuova casa.
Sarà proprio questa amicizia che lo porterà a studiare meglio i volumi e a scoprire che contengono un grande segreto che gli permetterà di cambiare la storia… forse.
Il romanzo è davvero scritto molto bene, con uno stile semplice e avvincente che porta il lettore a dimenticarsi di alcune cose che non vanno, ritrovandosi trasportato nella storia, non solo di Elias, ma anche del resto dell’umanità, rivivendo avvenimenti molto importanti che hanno cambiato il mondo nella realtà.
Come accennato, ci sono alcune cose che non vanno, ma essenzialmente si possono riunire tutte in una: il libro sembra una rivisitazione del libro La biblioteca dei morti di Glenn Cooper, libro a cui il lettore pensa subito anche solo guardando la copertina che effettivamente differisce per pochissimi dettagli.
Molto interessante però il messaggio che Samak inserisce nelle ultime pagine del libro, che portano il lettore a riflettere e a prendere coscienza di quanto le nostre scelte possano incidere anche sulla vita degli altri.
Un romanzo che merita di essere letto perché se pur a primo acchito possa sembrare un plagio, a una lettura approfondita possiamo scoprire quanto sia diverso, profondo e quanto possa insegnarci.

Grégory Samak nasce nel 1972 ed è un dirigente televisivo francese. Si diploma nel 1995 alla Sorbona e nel 1998 diventa capo del personale per la televisione digitale terrestre. Nel 2005 viene nominato Direttore Generale della TN1 e partecipa all’acquisizione di TMC e la sua carriera continua la sua ascesa. Nel 2014, dopo un’auto-publishing, il suo romanzo The secret viene notato da Susanna Leo che decide di pubblicarlo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa Editrice Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 20 frammenti di gioventù vorace, Xialou Gou, (Metropoli d’Asia, 2015) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2015 by
MdA

Clicca sulla cover per l’acquisto

20 frammenti di una vita, accompagnati da venti scatti fotografici, scelti dall’autrice, per raccontare la storia di Fenfang. La protagonista di 20 frammenti di gioventù vorace di Xiaolou Gou, edito da Metropoli d’Asia, narra le vicende esistenziali di una diciassettenne in fuga dal villaggio della campagna cinese nel quale è cresciuta, per andare a Pechino e cambiare, in meglio, la propria vita. Il romanzo gioca con fine attenzione sulla radicale trasformazione che travolgerà Fenfang nel momento in cui lei, abituata ai ritmi pacati e placidi della campagna, si ritroverà travolta dalla frenesia cittadina. Nel caotico ventre di Pechino la ragazza farà tanti e diversi di lavoretti, fino a quando ci sarà l’occasione di iniziare a lavorare nel mondo del cinema. Attraverso la storia di Fenfang, la Gou ci mostra quanto, a volte, le aspirazioni delle persone vengano messe in crisi dal confronto diretto con la realtà, nel senso che la protagonista comincerà sì a lavorare al cinema, proprio come voleva, ma le faranno fare la comparsa, affidandole tutte parti secondarie di poco valore. Questo scatenerà in Fenfang un senso di frustrazione, perché il non riuscire ad evolversi e a mostrare le sue qualità, la porteranno a sentirsi un incompetente. Abbattuta per gli insuccessi cinematografici, per il collasso della relazione con Xiaoling prima, e con Ben poi, la giovane deciderà di diventare sceneggiatrice, ma anche in questo caso, trovare un produttore interessato a fare un film del suo scritto si rivelerà un percorso assai accidentato. Fenfang desidera esprimere se stessa e la propria creatività in modo libero, ma sembra non riuscirci, non tanto per qualcosa che la blocca come persona, ma perché la Cina dove vive è un mondo in cambiamento, nel quale l’arrivo della modernità deve fare i conti con i rigidi schemi e paletti imposti dal governo cinese. Le contraddizioni della Cina narrata dalla Gou si notano per esempio nella descrizione della campagna povera e contadina in opposizione ai diversi quartieri di Pechino dove la protagonista va a vivere. Ci sono zone periferiche, nelle quali la povertà domina ovunque, poi si passa e quartieri dove i vicini di casa di Fenfag si immaginano chissà che cosa su di lei, vedendo entrare più volte un uomo nel suo appartamento, o zone metropolitane nelle quali si trovano la gioventù assetata di libertà e tutti i prodotti culturali (libri, film, vestiti e altro) censurati dal governo centrale. Ogni frammento narrato dalla Gou è un pezzo della vita di Fenfang che, tra le difficoltà economiche, lavorative e sentimentali, lotta per emanciparsi e per trovare la giusta strada per il suo domani. Una battaglia compiuta nell’intento preciso di affermare la propria individualità in una società – quella cinese- che tende ad omogeneizzare il tutto. 20 frammenti di gioventù vorace è uscito ora in Italia, ma è il primo libro scritto da Xialou Gou e da lei stessa tradotto in inglese, nel 2008, a dieci anni dalla prima edizione. Arrivati alla fine si ha come la sensazione che in quella Fenfang, gracile, ma così tenace e coraggiosa di esistere come persona unica e indipendente, ci sia molto dell’autrice stessa e di tutti quei ragazzi e ragazze in cerca del proprio domani. Traduzione di Gaia Amaducci.

Xiaolu Guo è nata in un villaggio della Cina meridionale nel 1973, Xiaolu Guo è scrittrice e regista. È autrice di romanzi, poesie e saggi, in cinese e inglese, che sono stati tradotti in diverse lingue. Il suo libro più famoso, Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, ispirato aFrammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, è stato pubblicato in Italia nel 2007 (Rizzoli). Nel 2013 è stata inserita nel “Granta’s Best of Young British Novelists” (con un estratto di La Cina sono io, pubblicato quest’anno dalla Random House), che in passato ha promosso autori del calibro di Martin Amis, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan, Zadie Smith. Come regista e sceneggiatrice ha realizzato vari documentari e film, tra cui Once Upon a Time Proletarian, presentato al festival di Venezia, e She, a Chinese, vincitore del Pardo d’Oro al festival di Locarno nel 2009. Dal 2002 vive a Londra.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ufficio stampa Metropoli d’Asia.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Festival e Premio Rodari

25 settembre 2015 by

unnamedIl 23 ottobre si terranno a Omegna, città natale di Gianni Rodari, il Festival di Letteratura per Ragazzi e il Premio Rodari. Iniziative che mi sembra simpatico segnalare per il mio debito di riconoscenza verso Rodari. Se da piccolina ho imparato ad amare i libri è un po’ merito suo e quindi ecco parte del comunicato stampa che ho ricevuto:

I sogni dei bambini non finiscono mai. Il 23 ottobre 2015 prende il via la seconda edizione del Festival di Letteratura per ragazzi Città di Omegna, all’interno del quale, sabato 7 novembre verranno premiati i vincitori del Premio Rodari 2015, un premio che assegna il prestigioso riconoscimento ad autori e illustratori che con la loro arte proseguono nel segno di Gianni Rodari l’opera di incantare con storie fantastiche e poetiche.

Per questa edizione, per le sezioni albi-illustrati e fiabe e filastrocche, la giuria del Premio, presieduta da Pino Boero e composta da Maria Teresa Ferretti Rodari, Walter Fochesato, Anna Lavatelli e Alessandro Buzio, ha selezionato i due vincitori e assegnato anche tre menzioni speciali.
Mentre per la sezione teatro, una giuria, composta da ottanta ragazzi delle scuole cittadine, ha assegnato il Premio alla Compagnia Teatrale Il Dottor Bostik di Torino.

Con il titolo “H2rOdari – i racconti si trovano… nuotando sott’acqua” Gianni Rodari torna a casa.
Durante la kermesse sarà possibile anche visitare una mostra che raccoglie una grande quantità di scritti originali; tra le opere presenti, inedita al grande pubblico, c’è la poesia che Rodari scrisse al suo maestro in terza elementare, primo segno del suo futuro talento.

Giovanni Francesco Rodari, in arte Gianni Rodari, nasce il 23 ottobre 1920 a Omegna, sul Lago d’Orta.
Nel 1937 si diploma maestro, poi si iscrive all’Università Cattolica di Milano che lascia dopo pochi esami.
Durante la guerra milita nella resistenza lombarda e dopo il 1945 inizia la carriera giornalistica, scrivendo per il giornale ciclostilato Cinque punte, dirigendo poi L’Ordine Nuovo e approdando in seguito alla redazione milanese de L’Unità dove diventa responsabile della rubrica La domenica dei piccoli.
Collabora con Paese Sera, con la BBC e con la Rai, come autore della fortunata trasmissione per bambini Giocagiò. Nel 1968 accetta l’offerta di Giulio Einaudi a collaborare con la sua casa editrice e nel 1970 vince il premio Hans Christian Andersen, primo scrittore italiano a riceverlo. Nel 1973 pubblicò il saggio La grammatica della fantasia, considerato ancora testo formativo per insegnanti ed educatori per ragazzi. Si spegne a Roma il 14 aprile del 1980. La sua opera ha inaugurato una nuova stagione per la letteratura italiana per l’infanzia mutandone profondamente il segno e aprendo una nuova epoca.

Info e social:
cultura@comune.omegna.vb.it
http://www.comune.omegna.vb.it
https://www.facebook.com/festivalrodari
https://instagram.com/explore/tags/premiorodari/

:: BookCrossing – Prima tappa: Torino, 25 settembre 2015

25 settembre 2015 by
DSC09119

Torino, Piazzale Monte dei Cappuccini, davanti all’ingresso del Museo della Montagna.

Allora ci siamo, ecco la prima tappa del nostro BookCrossing Day, il libro che vedete nell’immagine è stato liberato questa mattina verso le 10 su una panca di pietra del Piazzale Monte dei Cappuccini di Torino. Sul retro ho incollato le istruzioni che sono poche e semplici: chi lo trova è invitato a leggerlo e a liberarlo a sua volta in una piazza, possibilmente di un’altra città, naturalmente fotografandolo come ho fatto io e mandandomi la foto all’indirizzo email del blog. Aprirò una pagina e posterò tutte le foto con le tappe. Non siete curiosi come me di vedere dove arriverà?

[Ora sulla panca non c’è più, quindi qualcuno l’ha preso. Siamo fiduciosi di potere postare a breve la seconda tappa].

Aggiornamento: il nostro gioco finisce qui, il libro è stato preso ma non è stato compreso lo spirito di questa specie di caccia al tesoro. Nessuno mi ha mandato la foto della seconda tappa. Un po’ di amarezza c’è ma che dire, magari ne avvierò uno nuovo, organizzandomi meglio. Grazie a tutti per aver aderito con entusiasmo all’iniziativa.

:: Mio padre in una scatola da scarpe, Giulio Cavalli (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

25 settembre 2015 by
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

Giulio Cavalli, Milano, (1977) scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010) e L’innocenza di Giulio (2012). È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.

Source: ebook inviato MoBa Comunicazione&Immagine, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa di Giulio Cavalli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015 by
punto di non ritorno

Clicca sulla cover per l’acquisto

Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Central Park, Guillaume Musso (Bompiani, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

22 settembre 2015 by
Musso

Clicca sulla cover per l’acquisto

Micol Borzatta

Alice è una poliziotta francese alle prese con delle indagini, svolte privatamente, per trovare un serial killer che due anni prima l’ha quasi uccisa facendole perdere il bambino al settimo mese di gravidanza e, indirettamente, ha causato nello stesso giorno la morte del marito.
Alice ha bisogno di svagarsi e decide di uscire a bere con tre sue amiche, beve davvero molto, ma quello che le capita ha dell’incredibile, la mattina dopo si sveglia su una panchina di Central Park, ammanettata a un uomo, con una pistola, la camicia insanguinata e nessun ricordo.
Inizia così per Alice l’indagine più importante della sua vita, scoprire cosa è successo la notte precedente, ma quello che scopre è shockante e la porterà a tentare nuovamente il suicidio.
Un thriller che in Francia ha venduto oltre un milione di copie. Un romanzo, a mio avviso, molto particolare e pieno di sorprese.
Iniziando la lettura si nota subito un andamento molto lento che diventa quasi piatto nella prima parte dei ricordi di Alice. Andando avanti a leggere si può notare che alcune descrizioni temporali sembrano non tornare, infatti la vicenda dovrebbe svolgersi tutta nell’arco delle 24 ore, ma in alcuni passi sembrano quasi 36 o 48.
Viene da domandarsi cosa ci abbiano trovato di bello i francesi, ma proprio in quel momento si arriva alla fine del romanzo con un colpo di scena che spiazza il lettore che a quel punto rimette in discussione il giudizio e l’impressione avuta fino a quel momento, capendo che lo stile particolare usato da Musso è un perfetto stratagemma per trasmettere la situazione mentale e psicologica della protagonista.
Un romanzo spettacolare che sa come stupire e che alla fine ha un unico difetto circoscritto in un lavoro di editing poco curato che causa la presenza di refusi e alcuni errori grammaticali, ma nonostante questo piccolo neo lo consiglio vivamente se si vuole una lettura che sappia travolgere la mente totalmente.

Elena Romanello

Alice, giovane poliziotta parigina, ricorda la sera precedente, ad una festa sugli Champs Elysées con gli amici, così come Gabriel, musicista jazz statunitense, sa di averla passata a Dublino a suonare in un pub: ma quella mattina loro due, due sconosciuti, si risvegliano ammanettati l’uno all’altra ad una panchina di Central Park, in piena New York, Alice tra l’altro con alcune macchie di sangue sulla camicetta. Superato l’inevitabile smarrimento iniziale, i due iniziano un’odissea in cerca della verità, che sarà quanto di più inquietante e spiazzante che si può pensare, in un microcosmo dove ci sono man mano che si va avanti sempre meno certezze.
Di che genere è un romanzo come questo? Verrebbe da dire un thriller, del thriller ha tutte le caratteristiche, a cominciare dalla ricerca di una verità in un contesto dove sono stati commessi dei crimini, anche se bisogna scoprire che crimini, quando e come. Ma Central Park è anche una storia psicologica, un viaggio nella mente umana, nei drammi della vita, negli imprevisti che capitano senza che uno li cerchi, un romanzo che si presenta con premesse e intreccio per poi stravolgere tutto nelle ultime pagine, e mostrando un’altra realtà, diversa da quella che si pensava fino a quel momento, dove tutto sommato sembrava abbastanza chiaro, con all’interno anche un vecchio caso di un serial killer che era stato uno dei maggiori successi ma anche dei peggiori drammi di Alice nel suo lavoro.
Vengono in mente film più che libri, titoli come Shutter Island di Scorsese o A beautiful mind di Ron Howard, anche se con ovvie differenze, con due personaggi che all’inizio sembrano cristallini e ben definiti ma che poi man mano cambiano, con tanti piccoli indizi che però non è facile individuare sparsi per le pagine del libro, e con quello che si può chiamare colpo di scena finale, non prevedibile se non a posteriori e con un lavoro di indagine a ritroso del lettore.
Come thriller Central park è efficace, con tutti i trucchi del genere, come viaggio nell’animo umano e nella ricerca di un antidoto al dolore è originale e spiazzante, attuale e inquietante, e alla fine il risvolto romantico non disturba poi più di tanto, anche perché pur essendo scontato alla fine fa parte di una trama che di scontato ha ben poco. Il tutto scritto da un autore francese ma che ha fatto suoi i meccanismi di azione tipici dei colleghi statunitensi, con in più però un’attenzione maggiore per la natura umana.

Guillaume Musso nasce ad Antibes nel 1974. Professore di Scienze economiche e sociali al Centro Internazionale di Valbonne e scrittore francese. Nel 2001 pubblica Skidamarink e nel 2004 L’uomo che credeva di non avere più tempo che diventa un best-seller e viene tradotto in più di venti lingue e ottiene un adattamento cinematografico.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ufficio stampa Bompiani e prestito alla biblioteca Archimede di Settimo torinese

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Primo, Maurizio Cotrona, (Gallucci HD, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 settembre 2015 by
img1935-g

Clicca sulla cover per l’acquisto

Può la nascita di un bambino mettere in crisi la stabilità di una famiglia? A quanto emerge dalle pagine di Primo di Maurizio Cotrona, è possibile. I protagonisti di questa fotografia familiare vivono in un futuro prossimo e sono Anna la mamma, Giacomo il papà, Luca il primogenito di 8 anni e Primo, che è nato per secondo, ma ha ereditato il nome del nonno paterno. Quando il piccolo viene portato a casa, per la famiglia Alfieri ci sarà una vera e propria trasformazione delle relazioni tra consanguinei. Un cambiamento che scatenerà un irreparabile e progressivo tracollo della stabilità familiare. Anna, la madre, passerà i mesi successivi al parto nel vano tentativo di riprendersi dalla brutta emorragia che ha messo a repentaglio la sua vita. Giacomo, marito e padre, sarà travolto da un vero e proprio senso di delirio di onnipotenza che lo indurrà ad imporre ai suoi congiunti, soprattutto al figlio maggiore, ferree regole da rispettare. Luca, sarà quindi obbligato a comportarsi come un adulto, ad arringarsi da solo con la scuola e con le sue questioni da bambino, ma soprattutto non dovrà avvicinarsi al fratellino neonato e fare i capricci. Pena: severe punizioni. In questa casa, che per certi aspetti assomiglia più una caserma, arriva la tata straniera Marialaura, la quale, capita la complessità caratteriale di Giacomo, provvederà a violare alcune regole da lui imposte per permettere a Luca e Primo di conoscersi e di scoprirsi fratelli. Il tempo passa, Primo cresce e tra lui e Luca nascono affetto, amicizia solidarietà. Insomma, i due bambini si scambiano l’amore che la madre non riesce dare loro perché debilitata. Riguardo al padre, ad un certo punto l’uomo, troppo stressato dalle responsabilità del lavoro e travolto dalla sua convinzione di poter controllare tutto e tutti, non riuscirà più a voler bene ai figli. Il romanzo di Cotrona, anche se ambientato in un futuro non molto lontano dal nostro (siamo nel 2020), mette in scena delle dinamiche psicologiche che fanno capire al lettore come a volte l’arrivo di una nuova vita riesca a modificare, in questo caso a destabilizzare, l’armonia di una famiglia. Luca è biondo, calmo, attento alla scrittura e ad Astro boy, mentre Primo è un bambino dai ricci neri, grande, forte (sbatte lo sportello del microonde sul viso del padre, con una foga impensabile per un bimbo) e vivace (troppo come dimostreranno i fatti). Per Giacomo i due figli diventeranno pian piano ingestibili e l’uomo, così sicuro di sé, ad un certo punto, senza rendersene conto, perderà il controllo su tutta la sua famiglia e sarà solo un foglietto di Luca a riportare lui e la moglie alla realtà: “Ha perlustrato la casa centimetro per centimetro tre volte, prima di accorgersi del foglio celeste appoggiato sul letto del figlio maggiore. Legge: ‘La notte fa meno paura di te. Per la mamma:noi ti aspettiamo sempre. Primo e Luca’ ”.Primo di Maurizio Cotrona è un romanzo dove si alternano momenti di gioia e di dolore, nel quale la protagonista è l’infanzia con tutte le sue paure e fragilità, con i suoi bisogni di aiuto e di sostegno. Necessità che però, a quanto pare, non sono solo un’esigenza per Luca e Primo, ma anche per i genitori che dovrebbero aiutarli a diventare grandi.

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973 e vive a Roma. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Malafede (Lantana, Premio PugliaLibre 2011). È membro dell’associazione culturale “BombaCarta” e della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”. Il romanzo Primo è stato uno dei vincitori del premio letterario per inediti “Io Scrittore”, assegnato da una community di oltre 3.500 lettori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Adua, Igiaba Scego (Giunti, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 settembre 2015 by
adua

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ci sono libri che non possono essere letti a casaccio, “tanto per”, negli intervalli di tempo tra una chiusa per esami universitari imminenti e l’ennesima lavatrice di colorati da fare. Proprio no.

Ci sono libri, sì quei libri che sembrano far parte di una categoria a sé, che hanno un proprio tempo e un proprio habitat. Come se decidesso loro quando essere letti, come, in quali tempi e perché.

Libri bellissimi e che ognuno dovrebbe prendere con sé, nei tempi e nei luoghi giusti, anche se sono così veri e diretti da starci male almeno nelle quarant’otto ore successive. Se non di più.

Secondo questa (infallibile) logica, Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, edito da Giunti, l’ho letto in treno, nelle tre ore che separano Roma da Milano. L’ho finito poco prima dell’arrivo in stazione, a tarda sera, con una nuova amarezza nel cuore, ma con la consapevolezza che quella fosse una lettura necessaria. Ti arricchisce, Adua.

Perché ho voluto introdurla parlando proprio, nel mio piccolo, del tema del viaggio? E, soprattutto, chi è?

“Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia…”.

Adua: una citta, una battaglia vinta, contro il primo colonialismo italiano, una donna che racconta la sua storia all’elefantino dalle grandi orecchie del Bernini in Piazza della Minerva, proprio verso il Pantheon a Roma. Quante cose sente di avere in comune con quell’elefantino di marmo che regge il peso di un piccolo obelisco proprio sotto gli occhi di tutti, in centro.

Eppure alcuni non lo notano nemmeno. Lei sì e lo prende come confidente.

Adua è una Vecchia Lira, arrivata dalla Somalia in Italia negli anni Settanta, quando aveva solo diciassette anni. Come potrete ben immaginare anche solo da questo dato, ha vita di privazioni alle spalle: l’infanzia da nomade, orfana di madre, con un padre, Zoppe, che conoscerà solo in seguito e con cui avrà sempre un rapporto conflittuale; la difficile adolescenza in Somalia, tra sentimenti scarsi e zero dimostrazioni d’affetto, il tutto aggravato dall’umiliante e dolorosa pratica dell’infibulazione, che avrebbe dovuto renderla più pura e che, invece, le ha lacerato il corpo e l’anima; l’arrivo in Italia, adescata da un regista di film erotici, con la promessa di fama e successo.

Voleva essere famosa, Adua. Voleva essere ricordata da tutti. Come la Monroe, solo color cioccolato.

Finirà per sposare un giovane Titanic, come lo chiama lei in una commistione di affetto, pena e disprezzo poi, un migrante richiedente asilo arrivato a Roma dopo lo sbarco a Lampedusa e che, prima di incontrarla e avere un tetto sulla testa, due pasti caldi al giorno e un po’ di affetto materno, bighellonava nei pressi di Termini trangugiando gin scadente. Adua lo salva per lo più per salvare se stessa. Salvarsi da un passato che la soffoca. Da un padre il cui lontano ricordo la soffoca altrettanto, ma che, purtroppo, non ha mai avuto la fortuna di capire.

Si tratta di un romanzo a due voci, ricco di flashback, repentini cambiamenti di registro linguistico e sfasature: c’è la parte di Adua, ambientata in Somalia e poi a Roma, come c’è la parte in cui a parlare è Zoppe, a Roma prima e dopo in Somalia, a fare l’interprete per il nemico, subendo soprusi e umiliazioni.

Ampio spazio è dedicato anche a una sezione denominata “Paternali”, in cui sono raccolte, secondo un personalissimo filo logico, tutte le “ramanzine”, le “sgridate”, le pene e l’amore nascosto dalla rabbia che un padre prova per la figlia lontana, ma che non ha mai (e dico proprio mai) saputo dimostrarglielo in modo amorevole.

Sono complementari, Adua e Zoppe, e nemmeno lo sanno. Complementari e speculari in un racconto che offre una visione diversa ed emotiva della Storia e del tema attualissimo dell’immigrazione. Perché, se negli anni Sessanta e Settanta erano tutti Vecchie Lire, più fortunati sul modo di raggiungere la “Terra Promessa” (che poi non è mai così bella come la si crede), ma non meno sofferenti, oggi sono (e siamo, in generale) tutti dei Titanic, col pensiero e la meta rivolte sempre altrove.

C’è molto studio dietro a questo romanzo. Nella stessa misura in cui vi troviamo del sentimento puro, nudo e crudo più tanta voglia di essere compresi.

Non troverete nulla di così forte e di così attuale in libreria di questi tempi. Da leggere assolutamente.

Igiaba Scego, classe 1974, è nata e vive a Roma. Papà Ali e mamma Kadija sono arrivati in Italia dalla Somalia a seguito del colpo di Stato di Siad Barre. Igiaba scrive per «Internazionale», «Lo Straniero» e «La Repubblica». Tra le sue pubblicazioni troviamo: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014). Esperta di transculturalità, adora gli elefanti, i gatti, il parmigiano, la cedrata e Caetano Veloso.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’ufficio stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Carne viva, Merritt Tierce (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 settembre 2015 by
viv

Clicca sulla cover per l’acquisto

Se c’è una cosa che adoro fare più di altre in campo editoriale è, sicuramente, ricevere libri in uscita per leggerli prima che gli altri possano trovarli in libreria.

Non si tratta di spocchia o chissà che, la definirei più un giusto mix tra tanta curiosità, un quanto basta di sorpresa (dato che, la maggior parte delle volte, si tratta di titoli e/o autori che non conosco) e un pizzico di adattamento, proprio perché le bozze vengono inviate in pdf e la sottoscritta con l’e-reader ha ancora, dopo mesi e mesi, un rapporto conflittuale. Di odi et amo, più odio che amore.

Direi che possiamo anche tralasciare questi (inutili) dettagli e parlare un po’ di questo libro Carne Viva (titolo originale Love Me Back), edito negli Stati Uniti nello scorso anno e in uscita per noi in Italia il prossimo 24 settembre per edizioni SUR. Grande novità per questa casa editrice romana che pubblica prevalentemente titoli di letteratura ispanica e sudamericana che, proprio con questo titolo, darà vita ad una nuova collana: BIGSUR, tutta dedicata alla narrativa americana.
Segnatevi la data e non lasciatevi scappare questo romanzo perché merita davvero e, nelle prossime righe, tenterò di dimostrarvelo senza svelarvi troppo né lasciarvi troppo sulle spine. Insomma, proprio come le anteprime letterarie che si rispettino.

Carne Viva è un romanzo nudo e crudo, un romanzo che ha il potere di attrarti e ferirti allo stesso tempo. Un pugno allo stomaco inaspettato, ma denso di realismo, anche perché pare che l’autrice si sia ispirata a sue vicende personali. Elemento, questo, non trascurabile nella narrazione e nell’intera economia del libro.

Carne Viva è un vortice senza sosta. Racconta di volti, persone e vite e lo fa senza nessun preavviso. Da subito veniamo a diretto contatto con la protagonista, Marie: ventenne, fa la cameriera in un bistrot a Dallas. Scrupolosa, attenta, quasi maniacale nel suo lavoro concorrerà a fare del ristorante uno dei locali più rinomati e conosciuti della zona.

Non me ne andavo mai senza lucidare i miei tavoli. Neanche una volta. Molte sere ero talmente esausta che non mi ricordavo da che punto avevo cominciato, e mi toccava lucidare tutto il tavolo di nuovo, per sicurezza. Per quanto fossi stanca però mi piaceva l’aria strana del locale vuoto. Il fatto che ogni sera potessimo salire su un palcoscenico sgombro e inventare tutto. Portare il Ristorante da uno stato di immacolato silenzio a un’impressionante situazione di disordine caotico, assordante, eccessivo, e poi rimettere tutto a posto come se non fosse mai entrato nessuno.

Carne Viva “vive” con Marie. Vive la vita di Marie. Senza tralasciare nulla, senza risparmiare niente. Il libro si lega a lei nei suoi eccessi, nella sua esistenza sregolata – tutt’altro di quello che dimostra nelle ore di lavoro: una figlia piccola nonostante la giovanissima età, a cui si rivolge direttamente in alcuni capitoli del romanzo, quasi fossero una serie epistolare a lei dedicata, droga, sesso occasionale, ambiente poco raccomandabile. Eppure lei va avanti, prende tutto di petto e non si ferma mai. Quello che sembra importarle di più è proprio quel voler portare avanti la rispettabilità del suo luogo lavorativo, quel pezzetto di mondo chiuso e fatto di poche certezze, che Marie rispetta sicuramente di più della sua persona.
Un romanzo che presuppone alcuni giorni di assimilazione, ma che – senza dubbio – vi terrà con gli occhi incollati dalla prima all’ultima pagina.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Source: pdf inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: intervista all’autrice qui.

:: Un’ intervista con Massimo Polidoro, vincitore del NebbiaGialla 2015, a cura di Elena Romanello

15 settembre 2015 by
MassimoPolidoro1 2

Credit: Roberta Baria

Massimo Polidoro ha esordito come scrittore di thriller dopo anni di lavoro come saggista e non solo con Il passato è una bestia feroce, di cui Liberi di scrivere si è già occupato, avvincente e crudo cold case nelle nebbie padane. Per questo libro ha vinto il premio Nebbia gialla, e per questo e altri motivi abbiamo voluto chiedergli qualcosa sul suo romanzo e non solo.

Il passato è una bestia feroce parla di un cold case, argomento che oggi va molto. Come mai hai scelto questo tipo di indagine?

I casi freddi, i misteri che prendono polvere da anni, se non addirittura da secoli a volte, sono una delle mie grandi passioni. Nel mio ruolo di saggista e segretario del CICAP, ho scritto molto sui grandi gialli e misteri della storia, da Re Artù a Jack lo Squartatore, dal mostro di Loch Ness all’assassinio del presidente Kennedy. Credo dunque fosse inevitabile che, cimentandomi con il mio primo thriller, scegliessi di dare al mio protagonista non un caso fresco di cronaca, ma un enigma di cui tutti si erano dimenticati e che ancora attendeva risposta.

Secondo te perché questo tipo di casi piace così tanto?

Credo che il bisogno di risposte sia un’esigenza connaturata dell’uomo. E, dunque, quando un fatto solleva domande, soprattutto se si tratta di un fatto tragico, e a queste domande non segue nessuna risposta, l’interesse non può che restare alto. Il caso di Jack lo Squartatore è esemplare: non è stato il più terribile serial killer della storia, c’è stato di molto peggio, eppure la sua lugubre fama continua a perseguitarci perché ancora non c’è (e forse mai ci sarà) risposta alla domanda principale: chi si nascondeva dietro quel nome?

Come sono stati i tuoi anni Ottanta e cosa pensi di quel decennio in generale, teatro dell’adolescenza dei tuoi eroi?

I miei anni Ottanta sono stati molto simili a quelli di Bruno e dei suoi amici, fatti di estati dove la scuola scompariva e ci si divertiva insieme, spensierati, ai giardini, al parco o anche pedalando sul greto dei torrenti. Dove si ascoltava tanta musica, alla radio o sui dischi, e dove magari si cercava anche di farla insieme. Finivano gli anni di piombo, diminuiva l’impegno politico e si tornava a guardare al privato. Per certi aspetti furono anni legati alla superficialità, dove spesso il look contava più dei contenuti, ma ci hanno anche regalato autentici capolavori, sia al cinema che nella musica. Per non parlare dei romanzi. Stando solo ai gialli, vengono da quegli anni IT, Il silenzio degli innocenti, Presunto innocente, Misery, The Bourne Identity, Caccia a ottobre rosso, Il momento di uccidere… e naturalmente Il nome della rosa, che ovviamente è tantissime cose ma anche un grande giallo. Erano comunque anni ancora pieni di tensione, soprattutto per quel che riguardava il conflitto “freddo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si concluse proprio alla fine del decennio, con l’arrivo di Gorbačëv e la caduta del muro di Berlino. Dunque, tutto sommato, ne ho un ricordo piacevole che si risveglia spesso quando riprendo in mano un libro o rivedo un film di quegli anni.

Qual è secondo te la principale tragedia o problema di chi era ragazzo allora, come Bruno e i suoi amici?

La tragedia di quegli anni, per tanti ragazzi, era indubbiamente la droga. Non che ora non ci sia più, ma allora, per tanti, la droga sembrava un modo senza troppe conseguenze per fuggire dalle difficoltà della vita. Le conseguenze, quasi sempre letali, invece c’erano, eccome. Mentre oggi non è più così frequente, in quegli anni probabilmente tutti conoscevamo qualcuno che era caduto nel tunnel, si era perso o cercava di uscirne.

Il libro parla di persone che scompaiono, una delle disgrazie più angoscianti. Come mai hai scelto questo e non per esempio un omicidio?

Per quello che dicevamo prima. Se Monica, la ragazza di cui non si hanno più notizie da trentatre anni, fosse stata ritrovata morta poco tempo dopo la sua scomparsa, gli interrogativi si sarebbero limitati alla ricerca del colpevole, al movente. Invece, con il fatto che un giorno è scomparsa nel nulla e nessuno sa che cosa possa esserle successo, gli interrogativi e la curiosità di sapere com’è andata sono molto più forti. E poi, tornando ai casi freddi, mi ha sempre molto colpito l’idea che certi misteri possono un giorno trovare soluzione grazie ai progressi della scienza ma anche grazie, come succede nel mio romanzo, alla perseveranza di qualcuno che vuole arrivare in fondo alla storia e non si ferma davanti a nessuna difficoltà.

Quale personaggio senti più vicino a te tra i tuoi?

Forse Bruno, ma in realtà c’è qualcosa delle mie esperienze e dei miei ricordi in tutti i ragazzi del gruppo.

Il libro finisce in maniera aperta: hai in mente nuove avventure per Bruno?

Certamente. Bruno è un tipo che sembra avere un gran talento per cacciarsi nei guai. Dunque, è inevitabile che prima o poi si trovi nuovamente alle prese con un’altra brutta gatta da pelare. Sto già lavorando alla prossima avventura che, pur restando fedele al personaggio e al suo mondo, penso sorprenderà i lettori. Uscirà nel 2016. Chi ha letto Il passato è una bestia feroce e vorrà partecipare al lancio del prossimo, come ho fatto quest’anno con la “Squadra di lancio” composta da 100 miei lettori che hanno letto il romanzo in anteprima, non deve fare altro che iscriversi alla mia newsletter: (http://eepurl.com/2P–L) sarà tra i primi a conoscere tutte le novità.