:: Pier Paolo Pasolini

6 novembre 2015 by

pasolini-10Sono passati quarant’anni. La notte tra il 1º e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini trovò la morte sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Ci sono state commemorazioni ufficiali e più personali, di gente comune, ma anche di scrittori, registi, critici. In Italia c’è il diritto di parola, per cui più o meno tutti hanno il diritto di pensare e dire cosa vogliono anche con toni violenti, accesi, forse sgradevoli. I comportamenti privati di Pasolini, per quanto alcuni oggettivamente discutibili, (sembra che tutti li conoscano nei minimi dettagli), non erano così rari e probabilmente non lo sono manco oggi. Pasolini sebbene fu anche vittima di calunnie, delle quali soffriva, era una persona trasparente, forse meno ipocrita di molti altri e ricordiamoci sempre il periodo storico in cui visse. C’era il delitto d’onore (le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate in tempi recenti con la legge n. 442 del 5 settembre 1981), l’omosessualità era un reato, si finiva in carcere (l’Italia ha abolito il reato di omosessualità nel 1980). Pasolini non fu molto amato in vita e anche da morto crea ancora divisioni e polemiche. Per molti è fonte di imbarazzo, polvere che si vorrebbe nascondere sotto il tappeto, per altri un degenerato che pure come artista non era granché. Fu espulso dal partito comunista, subì processi, rischiò il linciaggio in varie occasioni. Non cercava il consenso, l’omologazione, passare inosservato. Non assumeva diciamo un basso profilo, un po’ forse per il talento che in lui strabordava esplosivo in un po’ tutti i campi e il dono della parola. Era un talento eclettico, molto rinascimentale. Il suo cinema era visione, la telecamera si spostava in maniera amatoriale (termine che non credo avrebbe disprezzato) per poi soffermarsi in primi piani catartici, seguendo una sua idea di cinema, molto più vicina a una decriptazione onirica della realtà. Pasolini mi ha sempre spaventato, o forse l’ho sepolto anche io nell’indifferenza. Ho letto poco di cosa ha scritto, ho visto pochi suoi film. Forse troppo presto ho letto Ragazzi di vita, non avevo ancora gli strumenti critici per affrontare un testo del genere. Sono un pessimo avvocato difensore, se mai ne avesse bisogno. Per questo ho preferito non intervenire in questi giorni. E già vedo che le acque si stanno calmando, già nessuno ne parla più, la soglia di attenzione nell’epoca dei social network è molto labile. E questo è il momento migliore per riflettere, a mente lucida. Fra dieci anni ci sarà un nuovo anniversario, e questa volta ci arriverò molto più preparata, consapevole, avrò modo di farmi una mia idea non inquinata da pregiudizi, o falsa coscienza. Credo fosse un uomo generoso, quando penso a lui lo vedo sempre in compagnia di Totò, mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Dall’idea che mi sono fatta di lui, su cosa è successo in questi giorni credo avrebbe commentato così: Credo che questi siano problemi che interessino ai viventi. A coloro che attendono di morire. Io, come tutti sanno, non sono fra questi.

:: Dal 6 all’8 novembre Microeditoria di Chiari (Brescia) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2015 by

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Nutrire la mente, nutrire la gente” è il motto della tredicesima edizione della Microeditoria di Chiari (www.microeditoria.it ) che prenderà il via Venerdì 6 novembre. Per tre giorni la storica Villa Mazzotti della cittadina in provincia di Brescia, sarà animata dalla presenza di piccoli e medi editori italiani, alternati ai grandi nomi della cultura e letteratura nazionale, alle tante presentazioni di libri e ai vari appuntamenti artistici e musicali in calendario. Saranno 100 le piccole case editrici presenti, oltre 80 eventi e 10 ospiti d’eccezione, per una tre giorni di cultura a 360°, dove libri, parole scritte e parlate, intrattenimento e divertimento si mescoleranno alla perfezione. Tra gli ospiti in scaletta ricordiamo: Sabato 7 novembre, alle 16.30, Andrea Vitali. Domenica 8 novembre, viaggio letterario Inghilterra, alle 17, con Antonio Caprarica che presenterà il suo ultimo saggio Tanto sesso, siamo inglesi. Domenica 8 novembre alle 16 sarà la volta di Carlo Giuseppe Gabardini, già Olmo di Camera Cafè e ora conduttore del programma di attualità serale “Si può fare”, in onda tutti i giorni su Radio 24, che alla Microeditoria, in veste di scrittore, presenterà il suo libro Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere. E non mancheranno tanti laboratori per i bambini. La rassegna è promossa dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia, della Regione Lombardia e della Consigliera provinciale di Parita’. Sede della manifestazione la bellissima cornice di Villa Mazzotti. I tanti visitatori delle passate edizioni L’edizione (nel 2014 sono state 10.000 le presenze) testimoniano il successo crescente di un evento che, di anno in anno, incuriosisce sempre di più il pubblico grazie alle proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte durante la tre giorni. Gli stand saranno aperti con orario continuato sabato e domenica dalle 10 alle 20. Ingresso libero. Il taglio del nastro è fissato per venerdì 6 novembre alle 17.30.
Per raggiungere Villa Mazzotti, in viale Mazzini 39, a Chiari trovi le informazioni qui http://www.microeditoria.it/come-arrivare

:: Il miniaturista, Jessie Burton (Bompiani, 2015) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2015 by
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La giovanissima Petronella, detta Nella, ha poca scelta nell’Olanda opulenta di fine Seicento: deve sposarsi per garantire a se stessa un futuro, e la scelta cade sul maturo e ricco Johannes Brandt. La ragazza si trasferisce ad Amsterdam, e si scontra con un marito che la trascura, senza maltrattarla, ma non si avvicina a lei per nessun motivo, e con una cognata, Marin, che non le manifesta certo amicizia e che ha non pochi segreti da nascondere, segreti che potrebbero esserle fatali.
Il dono che riceve Nella da Johannes è una casa di bambola in miniatura, a cui si aggiungeranno man mano degli omaggi da parte di un misterioso artista, forse una donna, che raccontano aspetti sempre più segreti di una famiglia a cui la giovane si trova legata, in uno dei Paesi in cui si stava all’epoca comunque meglio, ma dove c’erano leggi anche terribili che discriminavano chi non era ligio ad una certa morale.
Avvicinandosi a questo libro, viene spontaneo pensare ad un altro celebre romanzo storico sull’Olanda di quel tempo, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier: anche Il miniaturista è una storia al femminile, basata su un’opera d’arte che esiste veramente ad Amsterdam, la casa in miniatura con bambole di una gentildonna dell’epoca. Infatti fu nella capitale olandese, centro nevralgico dell’arricchimento con i commerci verso il Nuovo Mondo, che prese il via un artigianato artistico che poi è durato fino all’epoca vittoriana, con qualche appendice oggi con prodotti rifatti su modelli antichi.
Il miniaturista esplora i segreti nascosti dietro le case di Amsterdam, quelle stesse case che oggi incantano abitanti e turisti, simbolo di una ricchezza antica ma anche testimoni di segreti inconfessabili. Nelle pagine del libro si parla alla fine di discriminazioni verso i diversi, le donne, gli omosessuali, gli abitanti delle colonie africane e americane, rinchiuse in casa senza voce, non considerati, costretti a nascondersi pena la morte. Un libro su una storia di ieri che è ancora l’oggi in certi Paesi, certo non più in Olanda, Paese visto da molti oggi come all’avanguardia per i diritti civili, con l’eredità di un passato che nacque nell’epoca in cui è ambientato il romanzo, come case, arte, cultura, ricchezza.
Il miniaturista piacerà ai cultori del romanzo storico al femminile con elementi sociologici, non è una favoletta improbabile sullo sfondo di un’epoca passata, ma una storia basata su fatti veri, un dramma che si consuma tra palazzi e canali, una testimonianza di un mondo comunque capace di affascinare, visto in aspetti quotidiani, meno noti, di vita in casa e sul lavoro. Nella, eroina dolente e figlia del suo tempo, e gli altri protagonisti delle pagine del romanzo, sanno conquistare con le loro vicende, dietro alla costruzione di questa casa in miniatura, un universo parallelo a quello reale, inquietante e affascinante. Per chi cerca storie interessanti, e per chi ama Amsterdam oggi, con i suoi misteri, i suoi tesori e la sua libertà.

Jessie Burton ha studiato all’Università di Oxford e alla Central School of Speech and Drama, dove ha interpretato ruoli in classici del teatro come Othello e Macbeth. Il miniaturista è il suo romanzo d’esordio, che l’ha portata a documentarsi su Amsterdam nel cosiddetto Secolo d’Oro, il Seicento.

Source: libro del recensore.

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:: Segnalazione – Eroi dell’ombra – il cinema delle spie raccontatato come un romanzo di Stefano Di Marino, (DB books, 2015)

4 novembre 2015 by

Cover_Eroi_del_OmbraGiusto l’altro giorno passando davanti a un televisore acceso ho visto un trailer di Spectre, il nuovo film di James Bond, in questi giorni nei cinema. Non ricordo con precisione i dettagli, ero di fretta, ma una tizia chiedeva a James Bond se fosse finito. E lui con flemma tutta britannica rispondeva: ho appena iniziato. Ecco credo che questo sia lo spirito per affrontare il mondo bondiano, ancora brulicante di vita, e in realtà la spy story più in generale. Per questo trovo che possa essere di interesse un libro come Eroi dell’ombra – il cinema delle spie raccontatato come un romanzo di Stefano Di Marino. Oltre che un narratore, Di Marino è un affabulaturore di razza, nel senso positivo del termine, specie nelle vesti di saggista. Una sua veste forse sottovalutata, ma se avete modo di leggere i suoi articoli anche solo in rete, specialmente di cinema, ve ne renderete conto, come me. La saggistica spesso è noiosa, Di Marino la sa rendere interessante. E perchè no, divertente. Ben lungi da essere un testo esaustivo, in realtà nessun saggio mai lo è, Eroi dell’ombra parla del cinema di spionaggio spazianado da criteri più generali (la spy story è una derivazione del noir) a capitoli più di approfondimento da John Le Carrè, a “l’anti Bond” Michale Caine, da Ludlum a Tom Clancy. Ho scorso il sommario e gli spunti di riflessione sono davvero numerosi. Quindi che dire, buona lettura!

:: Dimmi che credi al destino, Luca Bianchini, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

4 novembre 2015 by
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Ornella è fuggita da un passato doloroso e burrascoso e da un amore distruttivo, legato alla dipendenza da droga, andando a fare la libraia a Londra, dove ha trovato nuove amicizie e un nuovo inizio. Ma la crisi economica sta minacciando la sua Italian Bookshop, luogo molto amato da londinesi veraci e non, e Ornella chiamerà in suo aiuto Patti, amica di sempre di Milano, con nuove idee per salvarla. Ma dall’Italia arriverà anche un ultimo richiamo di aiuto da parte di qualcuno che Ornella non ha mai dimenticato, con cui deve chiudere i conti prima di iniziare veramente una nuova vita.
Un libro interessante e insolito, questo di Luca Bianchini, con dentro tanti elementi: dalla trama potrebbe sembrare l’ennesimo chick lit, ma in realtà ha vari livelli di lettura e varie tematiche, e i sentimenti sono protagonisti ma per fortuna in maniera realistica e non melensa.
Londra è la grande protagonista del libro, una città icona di tanto immaginario e simbolo di libertà e riscatto, ma anche non facile da vivere, che qui viene riletta in chiave romantica, una visione non poi così comune, con il suo cielo capace di far innamorare.
La vicenda della libreria è ispirata da una vera libreria presente nella capitale britannica, di cui Luca Bianchini si è innamorato durante i suoi viaggi, e che ha attraversato un brutto periodo, anche se Oltremanica le librerie stanno vivendo una nuova giovinezza.
Ornella è un personaggio insolito, un’eroina non certo giovane, con alle spalle il dramma della tossicodipendenza (problema sociale per decenni di cui oggi non si parla più), capace di reinventarsi ma anche di salutare per un’ultima volta chi ha amato malgrado tutto e che se ne sta andando.
Amicizia, amori, nuovi inizi, nuove possibilità, speranza: Dimmi che credi al destino racconta tutto questo, partendo dai bilanci che si fanno dopo gli anta, comunque sia andata la vita, qualunque esperienza si sia avuta, qualsiasi dramma si sia vissuto, qualsiasi gioia si abbia incontrato. Una storia che dà speranza, che aiuta a credere nelle nuove possibilità, anche quando si è stati talmente al buio da non vedere più niente, e che fa capire come passato, presente e futuro siano legati e che non possano esistere l’uno senza l’altro. Scorrevole, piacevole, umoristico, ma capace anche di colpirti e di farti riflettere: perché c’è un po’ di Ornella in chiunque ami i libri e in chiunque insegua i suoi soldi, tra entusiasmo, amarezza, felicità e dolore.

Luca Bianchini, classe 1970, torinese, è scrittore e conduttore radiofonico. Nel suo passato ci sono trent’anni di residenza a Nichelino, cittadina operaia per antonomasia, un periodo a Londra, luogo che ama molto, una collaborazione con Bolaffi e la cura di campagne pubblicitarie per FIAT, Tim, Ferrero e Suzuki.

Source: libro del recensore.

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:: La somma delle nostre follie, Shih-Li Kow (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 novembre 2015 by
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Lubak Sayong è un mondo a tratti surreale, posizionato nella penisola di Perak, in Malesia. In esso si mescolano vite e personaggi diversi, come sono differenti le storie protagoniste narrate nel romanzo La somma delle nostre follie della scrittrice Shih-Li Kow, edito in Italia da Metropoli d’Asia. L’universo umano raccontato dalla Kow è un misto di realtà e stramberie, perché i diversi personaggi si trovano catapultati in situazioni e ambienti che hanno sì tratti reali ma, spesso, le condizioni nelle quali i vari protagonisti si trovano sembrano essere fuori dalla norma. Tra le diverse voci compaiono quella di Auyong, un ex direttore di supermercato che accetta il trasferimento a Kuala Lumpur per fare il dirigente di un’azienda che produce litchi in scatola. Accanto a lui ci sono altri comprimari bizzarri come Mami Beevi, una donna anziana che ha perso tutto (compreso il suo enorme pesce preferito) a causa di una tremenda alluvione, e questo non le ha impedito di trasferirsi in una nuova casa – enorme- che trasformerà in una sorta di albergo per turisti. Nelle loro vite, in modo inaspettato, arriverà Mary Anne, un’adolescente miracolosamente scampata ad un tremendo incidente, nel quale hanno perso la vita la sorellastra di Beevi e il marito. La ragazzina era appena stata adottata dalla coppia che l’aveva prelevata dalla Casa per Fanciulle St. Mary, un orfanotrofio dove tutte le ragazzine ospitate hanno nel nome Mary. A dirigerlo suor Tan, una religiosa molto truccata e con abiti appariscenti. Per quanto riguarda l’originalità non sono da meno i tipi umani dell’espansivo transessuale Miss Boonsidik che lavora per Mami Beevi;oppure c’è Ismet, un interessante mastro vasaio; e che dire degli assurdi turisti stranieri giunti in Malesia alla ricerca di forti emozioni. Poi ci sono misteriosi ed enormi pesci assassini che non si fermano davanti a niente e nessuno, fagocitando tutto quello che trovano sulla loro strada. Questo gruppo di esseri viventi si ritrova a Perak, la località sviluppatasi in un avvallamento chiuso tra un fiume e una montagna, e qui si intrecciano, tassello dopo tassello, situazioni e rapporti umani dove l’iniziale diffidenza lascerà il posto a sentimenti e a nuovi legami affettivi. Il mondo descritto dalla Kow è composto da un’umanità messa a dura prova dal destino e dagli strani imprevisti della vita, ma ogni uomo e donna presenti ha un’innata energia interiore che li aiuterà a trovare la forza per essere combattivi. In queste pagine i diversi personaggi si incontrano e le loro esistenze sono un divenire in formazione, nel senso che tutte le relazioni presenti porteranno a dei cambiamenti nelle vite di Auyong, Mami Beevi, Mary Anne e di tutti gli altri comprimari della narrazione. Ogni vita continuerà a svilupparsi in modo stravagante, ma nonostante questo senso di follia imperante, ognuno dei protagonisti riuscirà, a volte in modo rocambolesco, a trovare il proprio equilibrio esistenziale. La somma delle nostre follie è un romanzo ironico, avvincete, curioso con situazioni inaspettate che ci mostrano le diverse sfumature, come quelle di un arcobaleno, che la vita può assumere. Traduzione Monica Martignoni.

Shih-Li Kow è nata a Kuala Lumpur nel 1968. È considerata uno dei nuovi talenti della letteratura malese. La sua raccolta di racconti Ripples and Other Stories (2008) è stata candidata a prestigiosi premi: il Commonwealth Writers’ Prize (nella categoria “Opera prima”) e il Frank O’ Connor Short Story Award. Attualmente vive a Kuala Lumpur. La somma delle nostre follie è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Il porto delle anime, Lars Kepler (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 novembre 2015 by
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Jasmin Pascal-Anderson è un soldato svedese in stanza in Kosovo quando viene quasi uccisa. Al suo risveglio scopre che due dei suoi uomini, a differenza di lei, non ce l’hanno fatta, così presa dal senso di colpa e dal dolore decide di ritirarsi dall’esercito, fare la segretaria e dedicarsi a Dante, il figlio che ha avuto da Mark, un suo commilitone.
Un giorno, mentre è a scuola con il figlio, il padre di una delle compagne di scuole di Dante muore di infarto nei corridoi della scuola, Jasmin inizia subito a dire delle frasi folli nell’orecchio del morto incitandolo a dirigersi verso un terminale e non verso il porto cinese. I soccorritori la prendono per folle e viene così rinchiusa in un ospedale psichiatrico, dove la convincono che il fantomatico porto cinese è solo nella sua testa, un sogno fatto in stato di premorte, ma che non esiste davvero.
Jasmin se ne convince e così riesce a essere dimessa, ma il padre di Dante vuole usare questo fatto per portarle via il figlio e richiedere la custodia del figlio.
Un giorno mentre Jasmin, Dante e la madre di Jasmin si stanno recando dal giudice per la custodia di Dante rimangono vittime di un incidente stradale. La madre di Jasmin muore sul colpo, Jasmin invece si ritrova nuovamente in uno stato di premorte e si ritrova nuovamente nel porto cinese.
Mentre aiutata da Ting si sta dirigendo verso il terminal dove le anime ritornano in vita è spettatrice di un’azione efferata, degli uomini stanno uccidendo un vecchio per convincere la nipotina di sei anni a donare a loro il suo pass per il ritorno in vita.
Jasmin rimane terrorizzata dal fatto e quando ritorna in vita e scopre che Dante deve essere operato, ma che per farlo devono prima fermargli il cuore, va in panico e decide così di farsi aiutare dalla sorella per fermare anche il suo cuore e poter stare al fianco del figlio in quello strano regno mentre lo guiderà al terminal.
Inizia così una corsa contro il tempo per salvare la propria vita e quella di Dante.
Un romanzo avvincente, appassionante, a volte inquietante, pieno di suspance e colpi di scena.
Molto diverso dai soliti romanzi a cui ci ha abituato Kepler, molto più simile a quelli di Glenn Cooper, trasmette un senso di angoscia e di ansia al lettore che deve a sua volta correre nella lettura perché rapito dal ritmo frenetico della narrazione, come se solo finendo il libro possa tornare anche lui nel mondo reale.
Un capolavoro che non fa rimpiangere i personaggi che abbiamo conosciuto negli altri romanzi e ci avvicina a nuovi personaggi, nuovi mondi e nuove trame.

Lars Kepler è lo pseudonimo con cui si firmano i coniugi Alexander Ahndoril, nato nel 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, nata nel 1966. Entrambi scrittori nel 2009 decidono di provare ad affrontare un romanzo giallo a quattro mani, nasce così L’ipnotista. Per evitare di mescolare le loro carriere da singoli con questo nuovo progetto decidono di usare lo pseudonimo Lars Kepler. Da allora ottengono un grandissimo successo, L’ipnotista viene richiesto per una trasposizione cinematografica. Nel 2010 pubblicano L’esecutore, nel 2011 La testimone del fuoco, nel 2012 L’uomo della sabbia, nel 2014 Nella mente dell’ipnotista, tutti con il commissario di polizia Joona Linna e l’ipnotista Erik Maria Bark, per poi nel 2015 pubblicare Il porto delle anime che si scosta completamente da tutti gli altri, con una nuova protagonista Jasmin Pascal-Anderson.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia, di Alan Hart, (Zambon, 2015)

1 novembre 2015 by
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Sia io personalmente che il mio libro «Sionismo: il vero nemico degli ebrei»  siamo considerati una spina nel fianco del regime sionista e anche dei regimi arabi corrotti e repressivi. E c’è una ragione valida: il mio libro mette il dito su una piaga tanto profonda quanto marcia. Il fatto è che non si può raccontare la verità sul sionismo senza raccontare la verità sui regimi arabi.

Come spiegherò tra breve, la verità è che, nonostante la falsa retorica del contrario, i regimi arabi non hanno mai avuto alcuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina. E ciò aiuta a spiegare perché i regimi arabi sono da sempre complici dei sionisti nel volere sopprimere una verità storica molto scomoda. Stiamo parlando dei GOVERNI arabi, non dei popoli, che invece sono tutti dalla parte dei palestinesi.
[…]
Per la maggioranza degli ebrei oggi nel mondo, il titolo del mio libro — Zionism: the real enemy of the Jews (Sionismo: il vero nemico degli ebrei) — è molto scomodo, troppo scomodo, e alcuni si sentono profondamente offesi e oltraggiati da queste parole; eppure sono convinto che se fossero ancora vivi, oggi, i tanti oppositori ebrei al sionismo di quel periodo pre-olocausto, approverebbero la mia affermazione formulata nel titolo.
[…]
La verità storica è essenziale per dare ai cittadini il potere contrattuale necessario a mettere in moto la macchina democratica in favore della giustizia per i palestinesi e della pace per tutti noi.
Senza questo potere contrattuale basato sulla padronanza della verità storica, non esiste a mio avviso alcuna possibilità di ottenere la giustizia per i palestinesi – né la pace per tutti noi. E il cancro di questo conflitto alla fine ci consumerà, tutti.
art. tradotto: qui
art. originale: http://www.alanhart.net/essence-of-the-suppressed-truth/
Poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Isaia 2, 3-4 Bibbia di Gerusalemme

Quando ero bambina, negli anni ’70 del secolo scorso, Israele era per me la terra da cui arrivavano i pompelmi. E io amavo moltissimo i pompelmi. Immaginavo che fossero coltivati in modernissimi kibbutz, sorta di comunità hippie dove tutti erano uguali e dove tutto era in comune, da ragazzi un po’ più grandi di me in salopette di jeans e camicie a fiori. E pur non essendo ebrea sognavo di trascorrervi l’estate. Sapete come sono i bambini, o almeno come erano i bambini negli anni ’70. Sono stata educata pensando che al popolo ebraico era stato dato un deserto, e ne avevano fatto un giardino. Non ricordo né a casa né a scuola di aver mai sentito anche solo espressioni antisemite. Gli ebrei erano un popolo di gente intelligente, di scrittori, di poeti, di musicisti, di architetti, di contadini. Solo crescendo scoprii che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano subito la Shoah. Qualcuno aveva pensato che fosse giusto e utile ideare un piano per cancellarli dalla faccia della terra. E l’aveva attuato. Famiglie sterminate, persone nella loro singolarità e umanità, singole persone, donne, uomini, vecchi, bambini. Morti, uccisi in fabbriche chiamate campi di concentramento. Con l’obbiettivo che non se ne salvasse uno. Se Hitler avesse vinto, avrebbe portato avanti il suo progetto in tutto il resto del mondo. La soluzione finale. Interrogandomi sul perché, perché c’è sempre un perché, la ragione più sensata, nell’insesatezza del crimine, era per ragioni economiche. Ciò che interessava degli ebrei erano le loro ricchezze, togliergliele. Israele, lo stato di Israele era quindi una sorta di risarcimento, anzi qualcosa di più colpevole, era come se il consesso degli stati civili dicesse non abbiamo fatto niente per impedire la Shoah, o almeno non ci siamo riusciti, e ora con questo senso collettivo di colpa vi diamo uno stato, con denominazione giuridica, diritti legali sanciti da una costituzione, un esercito che vi consenta di difendervi e di combattere chi vi nega il diritto all’esistenza. Anche la religione cattolica ha uno stato, lo stato Vaticano, con sue leggi, suoi ordinamenti, sue ambasciate, sue banche, un suo patrimonio. Per chi conosce anche vagamente i rudimenti di diritto internazionale, sa che avere una identità giuridica è diverso che non averla, non dico che sia meglio o peggio, semplicemente è diverso, e lo sanno bene i palestinesi. (Pochi sanno che uno stato palestinese esiste, o per lo meno hanno solo una vaga idea di dove risieda). Il sionismo, un movimento politico laico piuttosto recente, se consideriamo l’antichissima storia ebraica, nasce con l’obbiettivo di dare al popolo ebraico uno stato. Ora è bene considerare che non tutti gli ebrei sono religiosi, e non tutti gli ebrei sono sionisti, e soprattutto il nazionalismo di guerre ne ha causate non poche tanto che alcuni rabbini ultraortodossi (e non) considerano lo stato di Israele contrario alle leggi di Dio. Ma ognuno ha diritto di formulare una sua idea in proposito, e rifuggo dal concetto che si debba avere paura a esprimerla, in qualsiasi sua forma. La paura è una cattiva consigliera e a mio avviso (ma questa è una considerazione puramente personale) il più grande nemico nel processo di pace attualmente in atto in Medio Oriente. E io fermamente credo che la pace in Medio Oriente è possibile. Che non finirà tutto in un gigantesco fungo nucleare. Se la pensate, anche parzialmente come me, troverete utile e fruttuosa la lettura di Il sionismo – il vero nemico degli ebrei, del giornalista indipendente britannico Alan Hart, di cui ho letto il primo vulume Il falso messia, tradotto e prefato da Diego Siragusa. Ce ne saranno altri due, di volumi, e forse testi successivi di approfondimento. (C’è tanta confusione in merito, che ben vengano le occasioni per fare chiarezza). Che siate sionisti o meno, che siate ebrei o meno, è utile conoscere il pensiero, anche quando fosse diverso dal vostro (in alcuni punti per esempio dissento dalle sue conclusioni), di gente così intellettualmente lucida e capace di formulare ipotesi, e con una storia personale così eccezionale come quella di Alan Hart. Se sfoglierete il volume avvertirete che lo scopo principale dell’autore è lo stesso di qualsiasi uomo di buona volontà, ovvero giungere a un processo di pace per la sicurezza delle nuove generazioni. Leggevo proprio ieri che Papa Francesco afferma che negare la legittimità dello stato di Israele è una forma di antisemitismo, Hart nega questo punto e condivide anche con molti intellettuali ebrei che proprio lo stato di Israele è la causa dell’esacerbarsi dell’antisemtismo mondiale con esiti e sviluppi imprevedibili che si augura non portino a una nuova Shoah. Solitamente le conclusioni si mettono alla fine, per coronare un discorso e renderlo più incisivo, almeno queste sono le regole della retorica, ma io ho preferito isolare il cuore del testo per darvi la possibiltà di percepire che se anche commette errori (nessuno è infallibile) l’onestà intellettuale a monte è serenamente evidente. Questa non è una recensione tecnica se vogliamo, ci sono altre sedi dove poter esaminare in modo più scientifico il testo, qui mi limito a farvi partecipi dei pensieri che mi sono sorti durante la lettura. Ci ho messo circa un mese a leggerlo, leggendone poche pagine ogni sera e vedendomi scorrere sotto gli occhi i nomi dei grandi della terra, molti dei quali Hart li ha conosciuti personalmente, istaurando anche legami di amicizia (il legame con Golda Meir, Madre Israele, ebrea laica e non credente, sionista, è molto commovente). Che dire ancora di più è un testo impegnativo, non da leggere a cuor leggero, anche doloroso, venato da una sorta di pessimismo fatalista. Tutto andrà male, sembra dire, ma io ho fatto di tutto perché così non fosse. Ecco su questo non siamo d’accordo. Ma io non ho vissuto in quei territori, non ho visto bambini palestinesi massacrati nelle rovine di ospedali distrutti. Il mio idealismo ha ben poco a che fare con la sua esperienza, tuttavia non ostante gli errori, le vere e proprie colpe, gli egoismi nazionali, le vendette, ritengo che ci sia ancora spazio per il dialogo ed è difficile che due uomini che si guardano negli occhi, e si scoprono più uguali di quanto sembrino, abbiano ancora voglia di uccidersi. Ma si sa la storia la fanno i potenti, e spesso si è educati a odiarsi senza manco conoscersi. Sì, forse un po’ di pessimismo me l’ha trasmesso. Ma è stato un confronto positivo. Molto positivo. Leggo in rete che esiste una sorta di aura nera intorno a questo libro (in lingua inglese sono già usciti tutti e tre i volumi), che i mezzi di comunicazione ufficiali radio, giornali, tv lo boicottano, o anche censurano. Solo la rete sembra dargli spazio. Ecco credo che questo sia un fatto grave, antidemocratico e inutile. Sarebbe meglio leggerlo, confrontarsi, anche confutare alcune tesi se non si è d’accordo. Io personalmente non mi sento una sacra depositaria della verità, commetto errori come tutti, ma ritengo che è più pericoloso sopprimere un’idea che in un dibattito pubblico dimostrare che questa è falsa. Ecco chiudo questa recensione con un augurio, e una speranza di potere intervistare Alan Hart e anche un erede politico e spirituale di Yitzhak Rabin. Sì, sarebbe davvero interessante, dopo tutto l’ignoranza è il più potente strumento di oppressione che esista. Non lo dimentichiamo.

Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica. Autore di una biografi a di Arafat e della trilogia “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”. Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: Non prendetevela con me. Io ci ho provato.” http://www.alanhart.net

Info: domenica 8 novembre 2015, ore 10-11, presentazione del libro al Pisa Book Festival, Palazzo de Congressi di Pisa, Ingresso Lungarno Buozzi. Interviene Diego Siragusa, traduttore e curatore dell’opera. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Zambon.

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:: Un terremoto a Borgo Propizio, Loredana Limone (Salani, 2015) a cura di Micol Borzatta

1 novembre 2015 by
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Borgo Propizio è rinato a nuova vita. Il Castelluccio è stato restaurato, le case del contado sono state ridipinte, la piazza del Municipio ripavimentata a coda di pavone e il nuovo gemellaggio che mette allegria nei cuori degli abitanti. Tutta questa pace e felicità però è destinata a finire, infatti un tremendo sisma di magnitudo 5.7 con epicentro le campagne intorno al Borgo distrugge tutto quello per cui i propiziesi hanno lavorato.
La villa del comune è scoperchiata, il pavé della piazza sprofondato nella breccia che si è aperta, i lampioni piegati, le case, i negozi e gli edifici che non sono crollati sono coperti da crepe e brecce.
Oltre al loro paese, i propiziesi, piangono anche i morti causati dalla catastrofe, otto anime che purtroppo non hanno superato il disastro, ma un’altra scoperta sconvolgerà tutti buttando gli animi in uno stato ancora più di panico, infatti le vittime del sisma sono solo sette, l’ootava vittima è morta per strangolamento.
Chi ha potuto uccidere nel loro idilliaco paesino?
Una faccenda davvero complicata che coinvolgerà tutti.
Terzo romanzo ambientato a Borgo Propizio, riesce a trasmettere a ogni lettore un senso di evoluzione e ritrovamento propri dei piccoli borghi, perché grazie alla bravura di Loredana Limone di descrivere i luoghi e i personaggi realisticamente, sia chi ha letto gli altri due libri, sia chi si avventura per la prima volta tra le vie del borgo, può notare tutti i cambiamenti, le modifiche, le migliorie e le evoluzioni avvenute con il passare del tempo, dando la sensazione di tornare sempre nello stesso luogo, ma nello stesso tempo in un luogo nuovo tutto da scoprire, tenendo così sempre attivo e alto il livello di attenzione del lettore e non deludere mai le aspettative.
Un finale di saga davvero spettacolare che lascia il lettore con emozioni contrastanti tra la felicità di aver avuto la fortuna di conoscere il borgo e i suoi abitanti e la tristezza e il dolore di doverli salutare e non poter rimanere con loro a ricostruire le loro vite e il borgo stesso, rendendolo sicuramente ancora più spettacolare, perché come la fenice risorge dalle sue ceneri più bella di prima, così farà il borgo dalle sue macerie.
Come il borgo anche i personaggi hanno la loro evoluzione, infatti possiamo notare delle crisi d’identità che porteranno coppie a rompersi o l’allontanamento di altri personaggi che hanno bisogno di tempo per fare un viaggio introspettivo dentro loro stessi. Situazioni che il lettore vivrà in prima persona, trovandosi durante la lettura a voler consigliare i suoi amici. Situazioni che portano il romanzo a uscire dal genere del giallo, del noir o del poliziesco a cui potrebbe sembrare appartenere, ma lo porta nel suo reale collocamento, un romanzo sociale che parla di stralci di vita, atto a riempire il cuore del lettore di sentimenti, vita, vicissitudini di tutti i giorni, portandolo a conoscere nuovi luoghi e nuovi amici.

Loredana Limone nasce a Napoli nel 1961, ma diventa presto Milanese di adozione. A nove anni scrive la sua prima poesia per continuare successivamente con fiabe e gastronomia. Nel 2012 esordisce con Borgo Propizio che viene premiato con la menzione speciale al premio Fellini 2012. Nel 2014 esce E le stelle non stanno a guardare. Secondo volume della trilogia che si conclude nel 2015 con Un terremoto a Borgo Propizio.

Source: ebook inviato dal Borgo Propizio Fan Club.

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:: Oggi disegneremo la morte, W.L. Tochmann (Keller editore 2015), a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2015 by
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Hutu e Tutsi sono i protagonisti del reportage di Tochman edito da Keller, intitolato Oggi disegneremo la morte. Il libro è una raccolta di testimonianze compiuta dall’autore per ricostruire, in queste pagine, il quadro socio-politico che portò il Ruanda al caos  nel 1994. Conseguenza dei disordini lo sterminio di migliaia di Tutsi, per mano degli Hutu. In Ruanda ci sono tre etnie: i pigmei Twa poco numerosi, gli Hutu con i loro corpi scuri e robusti e i Tutsi intelligenti e raffinati nei modi di dire e fare, con una pelle né troppo chiara, né troppo scura. Ed è tra queste due etnie che si scatenò quell’odio che portò gli Hutu a sterminare i Tutsi. Per raccontarci il dramma accaduto una ventina di anni fa, l’autore si è recato in quella terra africana ferita in cerca di testimoni, sopravvissuti e orfani, nel tentativo, riuscito, di mettere assieme i pezzi di quella che fu una vera e propria guerra fratricida. In queste pagine il reporter polacco ci porta dentro ad un mondo e alle sue ferite, mai del tutto rimarginate, per narrarci quello che stravolse la terra ruandese. Fu un vero e proprio genocidio che causò la morte di un milione di persone la cui unica colpa, se tale può essere definita, era di appartenere alla tribù Tutsi. Nelle pagine si alternano le storie vere, dolorose, e a tratti anche molto crude, di coloro che quella strage la vissero sulla propria pelle. Dai carnefici, alle vittime sopravvissute, ai figli di coloro che morirono in quei drammatici mesi, Tochmann ci restituisce un coro di voci che travolge il lettore e lo porta a “sentire” e visualizzare con la mente le scene narrate da questi testimoni. Ci sono donne e bambini che sono sopravvissuti fingendosi morti; parenti diventati i carnefici dei loro congiunti; uomini che hanno perso tutto e che son rimasti solo con i ricordi sempre più labili di quella che era la propria famiglia. Oggi disegneremo la morte è un reportage acuto, che non si limita a rendicontare i fatti, qui l’autore fa parlare i protagonisti e permette al lettore di conoscere, attraverso le testimonianze degli intervistati, la struttura della società ruandese e scoprire che “In Ruanda la moglie serve per sfacchinare. E per il sesso. Ma anche per ricevere bastonate, dato che dalle nostre parti la violenza domestica dilaga. Il marito può tradire la moglie. Ha dalla sua parte il consenso sociale”. In tutte le pagine riecheggiano lame di machete che passano e tagliano i corpi senza il minimo indugio, violenze inaudite, stupri di massa, superstiti che a fatica cercando di ricostruirsi una vita guardando al domani senza mai dimenticare il proprio tragico passato. Oggi disegneremo la morte del polacco Tochman porta un tassello in più alla storia del genocidio del Ruanda e spinge i lettori di oggi a riflettere su quanto nel corso della Storia, passata e recente, i pregiudizi e il considerare l’altro diverso, abbia determinato, e determini, insensate carneficine. Traduzione di Marzena Borejczuk.

W.L. Tochman (1969) è reporter, scrittore, direttore dell’Istituito Polacco di Reportage di Varsavia. È autore di otto reportage e i suoi campi di interesse sono, tra gli altri, l’aspetto del cattolicesimo polacco, le conseguenze sociali delle guerre contemporanee e i genocidi. Dello stesso autore, Come se mangiassi pietre, edito da Keller nel 2010.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Affari d’oro, Madeleine Wickham (Mondadori, 2015) a cura di Micol Borzatta

31 ottobre 2015 by
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Liz e Jonathan Chambers sono due insegnanti, sposati e genitori di un’adolescente di nome Alice.
Un giorno decidono di dare una svolte alla loro vita e comprano il vecchio College del loro paese, che dopo la morte della proprietaria stava andando in perdita e rischiava la chiusura. Per fare ciò sono costretti a vendere la loro casa e si trasferiscono nel piccolo appartamentino posto all’ultimo piano del College.
Purtroppo la vendita della casa non prosegue come immaginavano, anzi è totalmente bloccata, e questo fatto unito alla tensione e allo stress causato dagli sforzi per far ripartire il College e lo poco spazio del piccolo appartamento, provocano una rottura nella coppia e un vincendevole allontanamento.
È proprio in questa situazione disastrosa che compare Marcus Whiterstone.
Marcus è uno dei due proprietari dell’agenzia immobiliare Whiterstone & Co. che si occupa della vendita della casa dei Chambers. Un giorno, mentre sta uscendo dall’ufficio, sente una signora discutere con il suo dipendente Nigel, è così che incontra Liz. Decide subito di prendere lui in mano la pratica e risolve il problema della vendita proponendo un periodo di affitto della casa così da temporeggiare e attendere il rialzo del mercato immobiliare.
La soluzione piace molto a Liz. Iniziano così a vedersi per trovare gli inquilini e procedere con la stesura dei documenti necessari. Questi incontri saranno complici nell’avvicinamento tra Liz e Marcus, facendo scoprire emozioni che da tempo non hanno con i rispettivi coniugi.
Affari d’oro è un romanzo camaleontico. Apparentemente può sembrare la classica commedia brillante, solare, leggera e spiritosa, ma in realtà è un romanzo molto profondo, mentale, sociale, che affronta temi forti e problematiche sempre più presenti nelle nostre vite.
Protagonista assoluto del romanzo è l’amore, visto sotto tutte le sue sfumature, partendo dall’amore stanco e abitudinario che procede solo per abitudine e routine delle coppie Whiterstone e Chambers, a quello giovanile di Alice, fino ad arrivare a quello spontaneo, prorompente, selvaggio di Liz e Marcus.
Il tutto viene raccontato con descrizioni psicologiche, mentali e sentimentali profonde che trasmettono al lettore le vicende in modo molto vivido, facendogli vivere la crescita e l’evoluzione che compiono i protagonisti, rendendo il tutto così reale da far pensare il lettore.
Travolgente e appassionante vivremo in prima persona la voglia di cambiare le nostre vite per cercare la felicità e godercela appieno.

Madeleine Wickham nasce a Londra nel 1969. Laureata in Economia e in Filosofia presso il New College di Oxford, ha iniziato il suo percorso lavorativo come giornalista finanziaria. Dal 1995 al 2001 scrive sette romanzi che pubblicherà con il suo nome solo dal 2010 in poi, dopo aver avuto successo con la saga I love shopping con lo pseudonimo Sophie Kinsella.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il piu bel libro di Grangé

30 ottobre 2015 by

grangéKaïken, (Il respiro della cenere) uscì in Francia il 3 settembre del 2012, sono passati quindi ben tre anni prima che desse alle stampe il suo nuovo libro Lontano, uscito lo scorso 9 settembre. Quando sono stata a Parigi era praticamente in tutte le librerie così mi è venuto in mente di leggerlo per la nostra rubrica Parla come mangi – Libri letti in lingua originale. (Presto pubblicherò la recensione). Sono 800 pagine. Diciamo è un testo piuttosto impegnativo. Niente se consideriamo che questa primavera in Francia uscirà la seconda parte, in tutto ben 1600 pagine. Una follia? Sicuramente un azzardo, ma Grangé non sembra prediligere i terreni già battuti, le consuetudini editoriali (non ha personaggi seriali, ne usa un linguaggio politicamente corretto, e via dicendo). C’è un cliche, be’ lui altamente se ne infischia e va per la sua strada, portando avanti un’ idea di thriller prettamente europeo, ben lontano da quello più di successo americano. Ha parole abbastanza dure per l’America, dove tutto è finto, di cartone. (Parole sue). Per l’occasione ho pensato di coinvolgere tutti i lettori e decretare quale è il suo libro più bello. Spero parteciperete numerosi.

In Italia i suoi libri sono tutti editi da Garzanti, ecco la bibliografia completa, un po’ per rinfrescarvi la memoria.

1994 – Il volo delle cicogne (Le vol des cicognes) 1 voto
1998 – I fiumi di porpora (Les rivières pourpres) 4 voti
2000 – Il concilio di pietra (Le concile de pierre)
2003 – L’impero dei lupi (L’Empire des loups) 1 voto
2004 – La linea nera (Le ligne noire) 1 voto
2007 – Il giuramento (Le serment des limbes) 1 voto
2008 – Miserere (Miserere) 1 voto
2009 – L’istinto del sangue (La Foret Des Manes)
2011 – Amnesia (Le Passager)
2013 – Il respiro della cenere (Kaïken)

Il volo delle cicogne
Traduzione dal francese di Idolina Landolfi.

Louis Antioche viene assoldato da un misterioso ornitologo preoccupato dal mancato ritorno delle cicogne dall’Africa. Ben presto intuisce che dietro la scomparsa dei grandi uccelli migratori si nasconde una trama ben più inquietante. Deciso a risolvere l’arcano il giovane si trova coinvolto in un’incalzante avventura, costellata di morti misteriose e atroci mutilazioni. Questa frenetica rincorsa potrà fermarsi solo a Calcutta, nel cuore della tenebra.

I fiumi di porpora
Traduzione dal francese di Idolina Landolfi

Vicino a Grenoble viene rinvenuto un cadavere orrendamente mutilato. Nella vicina regione del Lot viene profanata la tomba di un bambino di dieci anni scomparso in circostanze misteriose. I due casi si intrecciano, e così anche i destini dei due poliziotti incaricati delle indagini, tra false piste, macabre scoperte, gelosie professionali e vendette famigliari, fino all’orrore che ha dato inizio alla carneficina: un delirio scientifico che aveva condotto a un folle e crudele esperimento genetico. Un thriller che trova il perfetto equilibrio tra azione e psicologia, intelligenza dell’intreccio e fascino dei paesaggi.

Il concilio di pietra
Traduzione dal francese di Idolina Landolfi.

Diane Thiberge ha 29 anni. È una single bionda e bella, campionessa di arti marziali ed etologa, specializzata nello studio degli animali da preda.
Quando decide di adottare in Tailandia un bambino di cinque anni, Lu-Sian detto Lucien, non sa che per lei sta cominciando un incubo. Lucien, ferito in un incidente automobilistico, cade in coma e intorno a lui si inanella una sequenza di morti misteriose. Diane inizia a cogliere i contorni di un terribile complotto e per salvare il bambino dovrà riuscire a sciogliere il mistero. La pista che segue, indizio dopo indizio, è un viaggio nel passato, verso le origini dell’uomanità. Arriverà fino al cuore della taiga mongola, dove vive un popolo dai poteri straordinari e dove vige ancora la legge del Concilio di Pietra: quella dello scontro originario tra l’uomo e l’animale. Qui Diane dovrà affrontare l’ultimo combattimento.

L’impero dei lupi
Traduzione dal francese di Alessandro Perissinotto.

Anna Heymes, moglie di un alto funzionario parigino, soffre di crisi di amnesia e di terribili allucinazioni. Alla ricerca della sua identità, incontra Paul, il giovane commissario che sta indagando sull’atroce omicidio di tre ragazze turche impiegate in un laboratorio clandestino. Paul ha chiesto l’aiuto di un poliziotto in pensione dal passato turbolento, Jean-Louis Schiffer, creando così una coppia eccentrica ma tenacissima.
Inizia così una vera e propria discesa agli inferi: un viaggio nei labirinti della mente dei protagonisti, ma anche in un mondo popolato da feroci assassini e trafficanti di immigrati sans papiers, oltre che da bande terroriste che vanno dai guerriglieri no global ai Lupi grigi turchi.

La linea nera
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati.

Jacques Reverdi è un serial killer affascinato dall’emoglobina, ingabbiato nel peggior penitenziario della Malesia. Marc Dupeyrat è un giornalista. Il suo migliore amico e la sua fidanzata sono stati uccisi in circostanze terribili e vuole intervistare Reverdi per capire perché vengono commessi delitti così strani e atroci. Dal loro incontro, in circostanze imprevedibili, nascono una inchiesta sul male assoluto e una indagine su due delitti misteriosi destinati a lasciare il segno.

Il giuramento
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati.

Parigi. Nessun segno di colluttazione, blocchi di cemento legati in vita con il filo di ferro, la medaglia di san Michele stretta nella mano, come per proteggersi, e poi… un tuffo nel fiume. Sembrano non esserci dubbi: il poliziotto Luc Soubeyras ha cercato di uccidersi ed è solo un miracolo se adesso giace in coma in un letto d’ospedale.
Ma il comandante della Squadra Criminale Mathieu Durey, migliore amico di Luc dai tempi della scuola, non crede all’ipotesi del suicidio. Conosce Soubeyras meglio di chiunque altro, e sa che, da fervente cattolico qual è, non avrebbe mai potuto compiere un gesto così contrario alla sua religione. Eppure Luc è un padre di famiglia e un bravo poliziotto: chi mai avrebbe cercato di ucciderlo simulando un suicidio? A Mathieu non resta che indagare nel passato dell’amico. L’ultimo caso sui cui stava lavorando sembra solo uno tra tanti. Ma, dietro quell’apparente normalità, c’è dell’altro. C’è un’inchiesta segreta condotta da Luc all’insaputa di tutti, l’indagine sulla morte di una donna, uccisa secondo un rituale inedito. Un rituale presente in altri efferati delitti compiuti in tutta Europa, che porterà Mathieu sulle tracce di una inquietante setta, quella degli Asserviti e dei Senza Luce. I suoi membri sono accomunati da un terribile trauma: tutti si sono risvegliati dal coma, ma prima di tornare alla vita hanno vissuto un’esperienza pre-morte che li ha cambiati per sempre…

Miserere
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati e Giulio Lupieri.

Parigi, chiesa armena di Saint-Jean-Baptiste. Nell’aria riecheggiano ancora le terrificanti grida dell’esule cileno Wilhelm Goetz, organista e direttore del coro di voci bianche, appassionato cultore del Miserere di Gregorio Allegri. Il corpo dell’uomo giace ormai inerte in una pozza di sangue, i timpani perforati con indicibile violenza. Lionel Kasdan, parrocchiano di quella chiesa e poliziotto in pensione, segugio d’altri tempi, testardo quanto acuto, è il primo ad accorrere sulla scena del delitto. Un delitto apparentemente inspiegabile, considerata la reputazione di Goetz, un uomo tranquillo e riservato, dedito solo alla musica. Ma ben presto Kasdan, insieme a Cédric Volokine, poliziotto della Squadra protezione minori, capisce che dietro quell’immagine immacolata c’è ben altro. Ci sono rapporti ambigui e oscuri che Goetz instaurava con gli allievi del coro. E ferite mai sanate risalenti agli anni della dittatura in Cile. La verità va svelata, e in fretta. Perché i delitti si susseguono nelle chiese di Parigi…

L’istinto del sangue
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati

Parigi. Nel parcheggio sotterraneo di una casa di cura, le fioche luci al neon illuminano il corpo dilaniato di Marion Cantelau, un’infermiera. Intorno al cadavere fatto a pezzi, impronte di mani e piedi nudi. Sulle pareti, vergati con sangue misto a polvere d’ocra, disegni simili a graffiti preistorici. Jeanne Korowa, giovane giudice istruttore di Nanterre, non dovrebbe nemmeno trovarsi lì, vi è capitata per caso, solo per aiutare un collega. Eppure la scena del delitto le ricorda tragicamente la morte della sorella, uccisa nello stesso modo. Un macabro rituale, perpetrato più volte nel corso degli anni. Per questo non può fare a meno di gettarsi a capofitto in un’indagine parallela, illegale e molto pericolosa, visto che il numero delle vittime continua a salire. Tutte donne, tutte collegate in qualche modo allo studio di uno psicoanalista, e a un suo giovane e psicotico paziente. Jeanne è più che mai determinata a seguire fino in fondo questa pista, un sentiero accidentato di sangue e paura che la conduce fino in Nicaragua, Guatemala, nelle paludi argentine e infine a Campo Alegre, nella terrificante Foresta delle Anime.
Un luogo dove i misteri di un’antica civiltà gettano un’ombra crudele e inquietante su tutti coloro che vi si avventurano. E quando Jeanne Korowa lo capisce, forse è ormai troppo tardi…

Amnesia
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati

Il dottor Mathias Freire non è un uomo privo di ricordi. Al contrario, ne è ossessionato. Perché i suoi ricordi sono troppi e diversi. E sembrano appartenere ad altre persone. Tanto che, sempre più spesso, Mathias perde ogni sicurezza, perfino su quale sia il suo vero nome. Oggi, a Bordeaux, Mathias è uno psichiatra. È alle prese con un caso difficile, deve ipnotizzare un uomo in stato confusionale, unico testimone di un brutale assassinio alla stazione. L’ipnosi e un alibi di ferro confermano l’estraneità dell’uomo al delitto. Mathias deve indagare ancora. Ma prima di poterlo fare, scampa per un soffio a un tentativo di omicidio. Fuggito su un treno per Marsiglia, ben presto scopre di essere ricercato dalla polizia. Qualcuno ha riconosciuto in lui un clochard, non lo psichiatra che crede di essere. E lo accusa del delitto della stazione. D’un tratto Mathias non ricorda più nulla e non sa più chi è. Ha perso la memoria. È successo un’altra volta: sa che quando la ritroverà, sarà un altro. Un barbone a Marsiglia, un pittore folle a Nizza, un falsario a Parigi. Mathias deve fuggire e allo stesso tempo scoprire chi è veramente. Lui è l’ombra in agguato e allo stesso tempo la preda. Ma potrebbe anche essere l’assassino… Sulla strada della verità non ha alternative che fidarsi di un ricordo, di una sensazione, di un momento, di un incontro. E trovare il coraggio di affrontare il pericolo più grande. Sé stesso.

Il respiro della cenere
Traduzione dal francese di Doriana Comerlati

Parigi. Nel buio di un garage viene ritrovato il corpo di una donna brutalmente assassinata. Nei paraggi, un paio di guanti da chirurgo ancora intrisi di sangue. L’ennesimo spietato delitto del serial killer che da mesi spaventa la città. La sola persona in grado di occuparsi di un’indagine così complessa è il solitario ispettore Olivier Passan. L’uomo sta attraversando il periodo più difficile della sua vita: la separazione dalla moglie giapponese Naoko, la madre dei suoi due figli. Eppure non può permettersi distrazioni, perché il modus operandi dell’assassino fa pensare a una mente malata e pericolosa. Tutto porta verso un unico sospettato: Patrick Guillard, un ermafrodito abbandonato dalla madre alla nascita. Passan è convinto che il colpevole sia lui. Ma ha tra le mani pochi indizi, non c’è nessuna prova schiacciante. Proprio quando sta per incastrarlo, Guillard si dà fuoco, portando a termine il suo piano folle. Un piano che si ispira alla leggenda mitologica dell’Araba Fenice: l’uccello che una volta morto rinasce dalle proprie ceneri. Tutto sembra perduto. In realtà per Passan è solo l’inizio. Il caso non è affatto concluso e una minaccia incombe su ciò che ha di più caro: i suoi figli. L’ispettore ha bisogno di risposte. Risposte che solo Naoko, fuggita in Giappone, può dargli. Risposte che affondano le radici in quella tradizione millenaria che li univa: l’arte dei samurai. Una verità inquietante lo aspetta, nella quale tutto quello che ha sempre creduto è in realtà una bugia.

[Tutte le sinossi sono tratte dal sito Garzanti].

Allora le votazioni sono aperte nei commenti e scopriremo quale è il più bel libro di Jean-Christophe Grangé secondo i lettori di Liberi di scrivere. Fine delle votazioni sabato 7 novembre. Pronti, via.