:: Leonid, Frédéric Brrémaud e Stefano Turconi (Star Comics, 2016) a cura di Elena Romanello

19 dicembre 2016 by
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La Star Comics presenta una graphic novel che non mancherà di piacere agli amanti dei gatti, frutto di una collaborazione franco italiana tra Frederic Brrémaud e Stefano Turconi.
Nelle colorate pagine vive l’epopea di Leonid, gatto che abita in un sobborgo residenziale in mezzo al verde, dove è libero di entrare e uscire dalla sua casa e di conoscere altri gatti, sia selvatici che domestici. Il tutto sembra perfetto, tra amicizie che nascono, scorribande, pappe e coccole, finché nella fattoria in fondo alla strada alcuni agnellini vengono massacrati da qualche belva sconosciuta. Il fattore decide di liberare i suoi feroci cani da guardia, per dare la caccia all’assassino, senza tenere conto che questi animali non fanno nessuna differenza tra i gatti e sono un pericolo per tutti.
Leonid e i suoi amici a quattro zampe, felini ma non solo, iniziano a far luce su quello che è successo, scoprendo un’inquietante verità ma anche un passato tragico che torna, di qualcuno che una volta era proprio come loro, un animale coccolato e amato.
Il filone di storie con animali protagonisti, tra l’avventuroso, il fantastico e la denuncia sociale, trova in Leonid un nuovo capitolo interessante, per una storia che comprende al suo interno sia libri che graphic novel, con nomi illustri come Il vento tra i salici, La collina dei conigli e la serie Warrior Cats. Qui gli animali non sono umanizzati come avevano fatto a suo tempo due artisti come Beatrix Potter e Walt Disney, sono animali a tutti gli effetti, con le loro caratteristiche, ma nello stesso tempo sono metaforici della vita umana e dei suoi problemi e questioni.
I temi di fondo sono due: la storia di formazione e la denuncia del dramma dell’abbandono degli animali domestici. Leonid compie un processo di cambiamento, da gatto appena adulto a essere consapevole di se stesso e delle sue azioni, scoprendo realtà nascoste, che possono aver toccato i suoi simili, abbandonati, dimenticati, buttati per strada verso un destino non certo felice.
Leonid è una bella storia per i più giovani, con disegni in tinta pastello che incantano senza rinunciare al raccontare anche situazioni reali anche se restituite in toni romanzeschi, con un incontro tra mondi e modi di vita diversi sempre ricco di interesse. Ma alla fine può piacere e appassionare a tutte le età, in particolare se si amano i gatti, personaggi versatili in tanto immaginario anche fantastico e fumettistico.

Frederic Brrémaud, classe 1973, è uno sceneggiatore francese. Estremamente prolifico e versatile, ha firmato serie di successo quali, per esempio, Love (con Federico Bertolucci), Drakka (con Lorenzo De Felici) e Chats! (con Paola Antista).

Stefano Turconi, classe 1974 è un disegnatore diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, in forza poi all’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. Ha collaborato a varie testate come Topolino, PK e W.I.T.C.H., e dal 2001 comincia a collaborare con il gruppo di autori Settemondi Studio. Continua poi la sua collaborazione in casa Disney nsieme alla sceneggiatrice Teresa Radice con cui realizza la graphic novel Il Porto Proibito, uscito per Bao nel 2015 vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2015 e del Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2016.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Blogtour – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016), ultima tappa

17 dicembre 2016 by

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Chiudiamo oggi questo lunghissimo blogtour dedicato a Il rituale del male (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé, che ci ha tenuto compagnia per un po’ più di quindici giorni, questa è la diciassettesima e ultima tappa. Ringraziamo i lettori che ci hanno seguito, Grangé che ha scritto il libro, (stanno traducendo proprio in questi giorni il seguito, Congo Requiem), Garzanti per averci supportato, nelle persone di Bianca e Giulia, e in ultimo ma non meno importanti i traduttori che hanno accettato di partecipare. Spero vi sia piaciuto, noi ci abbiamo messo tutto l’impegno e ci siamo anche divertiti. Nella tappa di oggi lo scrittore Stefano Di Marino ci parlerà del libro, con il suo stile inconfondibile. Buona lettura.

֎ La trama ֎

L’aria è malvagia sull’isola di Sirling, al largo della costa bretone. Un’aria salmastra, appiccicosa, in cui l’odore del mare si mescola alle immagini di un macabro rituale, al ricordo di un uomo, uno spietato serial killer dalla firma inconfondibile. L’Uomo Chiodo, però, ha smesso di colpire da più di quarant’anni. Nel 1971. A Lontano, nel cuore del Congo.
Ma i segni di quei terribili omicidi emergono ora dal limbo del tempo in una base militare di fulgida tradizione. Il corpo di un giovane cadetto, dilaniato da un’esplosione, viene ritrovato all’interno di un bunker. I rilievi del medico legale non lasciano dubbi: il corpo è stato trafitto da centinaia di chiodi arrugginiti, gli organi asportati, gli arti orrendamente mutilati. A occuparsi del caso, stranamente, non è la polizia militare, ma la prestigiosa squadra Omicidi di Parigi, guidata dal comandante Erwan Morvan. Erwan è figlio di quel Grégoire Morvan che, proprio a Lontano, aveva messo fine alla scia di sangue dell’Uomo Chiodo, quello che sulle risorse minerarie del Congo ha costruito la propria fortuna e che ora, da una posizione defilata, comanda le leve della polizia francese. E mentre le vittime si moltiplicano e gli indizi si fanno via via più evanescenti, il fantasma dell’Uomo Chiodo torna a braccare i Morvan e a scuotere dalle fondamenta il buon nome di una famiglia in apparenza inattaccabile. Ben presto l’indagine costringe Erwan sulle tracce delle più oscure gesta di suo padre in Africa, trasformandosi in una sfida che oltrepassa le leggi dello spazio e del tempo, in cui nessuno è senza colpa e nessuno conosce la verità. Una corsa sfrenata per salvare chi ama, che condurrà Erwan lontano dalla Francia, nel cuore del Congo oscuro e sanguinoso che ha tenuto a battesimo la sua stessa esistenza.

֎ L’autore ֎

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

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֎ Stefano Di Marino legge Il rituale del male ֎

Dopo il non riuscitissimo Il respiro della cenere (Kaiken), e un film di successo mai arrivato in Italia (La Marque des Anges preso da Miserere, con Depardieu) Jean-Christophe Grangè ci regala un altro romanzo di ampio respiro (più di 700 pagine) recuperando in maniera originale alcune delle sue tematiche più forti.
Lasciando i tentativi di esplorare troppo approfonditamente la psicologia femminile, come succedeva in L’istinto del sangue (La Foret des Manes),  si concentra con Il rituale del male (Lontano) su forti psicologie maschili all’interno di una famiglia. Fondamentalmente quelle di Gregoire ed Erwan Morvan, padre e figlio, entrambi poliziotti. Specchi di generazioni e ideologie differenti. Il vecchio ha la grinta di un Gabin e un passato di gauchista diventato uomo forte del potere nelle colonie e, a modo suo, ‘padrino’ di una famiglia disastrata. Incombono ricordi di sevizie familiari (sulla moglie Maggie) e un’inchiesta di quaranta anni prima che ha condotto a uno spettacolare arresto di un serial killer bianco nella comunità degli espatriati della remota città di Lontano, in una zona impervia del Congo. Malgrado una vita di avventure, soprusi, operazioni da ‘barbouze’[1], quell’indagine portata felicemente (si fa per dire…) a termine resta un evento epocale.
Forse la chiave di volta dell’intera vicenda umana di Gregoire, dei suoi difficili rapporti con i figli. Se Erwan è quello che più gli assomiglia, pur nell’antitetica visione della legge e della famiglia, altri risultano interessanti. Il bel Loic, bisessuale, drogato, disgraziato e genio della finanza. Un disperato angelo maledetto, almeno quanto la più giovane Gaelle che s’illude di poter sfondare nel mondo dello spettacolo e invece fa la prostituta di lusso nei circoli altolocati di Parigi. E poi c’è Sofia, figlia di un finanziere italiano, ex moglie di Loic e amore segreto di Erwan.
In questo complesso quadro familiare arriva come una meteora un’indagine su un incidente a una scuola militare in Normandia, luogo d’origine della famiglia Morvan. Subito s’intuisce qualcosa di malsano e anche il sospetto di un episodio di ‘nonnismo’ degenerato in tragedia impallidisce di fronte di fronte alla brutalità di un omicidio che ha qualcosa di rituale.
Di più, le circostanze rimandano direttamente ai delitti di quel serial killer, l’Homme-clou, l’uomo dei chiodi che seviziava e riduceva le sue vittime a feticci della magia nera Yombè. Si apre, come di consueto, un sipario su un universo lontano e tropicale, in cui la follia e la crudeltà si confondono con il mondo degli spiriti e della superstizione. In breve emerge un arazzo di depravazioni, di vizi e di follia mescolati con manovre economiche e brutalità criminali.
La famiglia Morvan è sotto attacco e, pur senza appianare le loro divergenze, padre e figli devono ricompattarsi e affrontare nemici senza volto.
Abilissimo come sempre a tessere un ordito complesso tra sentimenti, ricordi, verità nascoste, Grangè fonde azione e suggestioni di avventura esotica con il mistero, l’indagine poliziesca e l’interazione dei personaggi. Più volte siamo sul punto di svelare il mistero, ma sempre qualcosa sfugge, un dettaglio non torna. Così si arriva all’ultima pagina con una rivelazione che il lettore attento ha forse presagito, ma che non viene del tutto chiarito. Potrebbe esserci un seguito oppure no. Di fondo, al thriller più angoscioso si avvicina un ritratto familiare che, partendo da un canovaccio machbethiano, arriva a impensate conclusioni.
Come nel caso di tutte le opere di Grangé Lontano è un romanzo che è qualcosa di più di un thriller. Diciamolo, per quanto io sia un sostenitore dei giallisti italiani (e ci mancherebbe) qui ci sono anni luce di distanza. Purtroppo mi pare che sia per quanto riguardi il cinema che la produzione letteraria ci sia un pregiudizio condiviso da editori, spettatori e lettori verso la produzione francese. Forse ci siamo fatti un po’ trarre in inganno da Lelouche, da Romer e da una certa produzione che ha indotto alcuni a immaginare la Francia come fornace di storie romantiche e non a tutti gradite.
Guardiamoci un po’ intorno. Da Oltralpe arrivano prodotti filmati e scritti di grande qualità, originali, non è che si limitano a imitare Maigret per tutta la vita. Grangè (come il suo imitatore Thillez, ma anche Lemaitre) è un autore di classe, molto originale. Val la pena di conoscerlo.

[1] Barbouze è un termine gergale dispregiativo usato per i membri dei vari corpi dell’ OAS (lOrganisation de l’armée secrète), la cui lotta veniva condotta in modi che nè la polizia e nè l’esercto potevano usare ufficialmente. Così agivano in maniera semi-clandestina (“barba finta”). Successivamente, questo termine è stato usato per descrivere gli agenti SDECEE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage) e gli agenti segreti tutti senza distinzione, ma sempre con una connotazione peggiorativa o burlesca.

֎ Il link a tutte le tappe ֎

:: Amy Snow, Tracy Rees (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

16 dicembre 2016 by
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Hertfordshire, profonda provincia inglese, anno di grazia 1848: l’inverno è giunto con tutta la sua carica di freddo e gelo, mentre Amy Snow, diciassette anni appena, si allontana dalla casa signorile di Hatville Court, non più desiderata nel luogo dove ha vissuto tutta la sua vita, in cerca di una nuova strada per la sua giovane vita.
Dopo la perdita dell’unica persona che lei abbia mai amato non sembra esserci del resto altra scelta: Aurelia Vennaway, la figlia unica di Lord Charles e Lady Celestina Vennaway, donna in anticipo sui suoi tempi, colta e arguta, se ne è andata a soli venticinque anni per una fatale malattia cardiaca che l’ha minata sin dall’adolescenza. Era stata Aurelia, allora bambina intraprendente e ribelle, a trovare Amy durante un’altra giornata gelida, neonata e nuda sulla neve, e a insistere perché la piccola venisse a vivere nella sua famiglia, come sguattera prima ma poi come sua cameriera e confidente. Una cosa che ai suoi genitori, provati dalla mancanza di un erede maschio, non era mai piaciuta, così come avevano digerito male le ribellioni di Aurelia ad una vita convenzionale, comunque impedita dalla sua malattia, come l’anno che aveva passato lontana da casa qualche tempo prima di andare incontro ad una rapida fine.
Amy ha ricevuto da Aurelia un piccolo lascito, ma soprattutto la prima di una serie di lettere che la accompagneranno in giro per l’Inghilterra, tra Londra e York, alla ricerca dei molti segreti dell’amica e forse di una traccia sul suo passato. Un viaggio che la aiuterà a capire meglio se stessa ma anche Aurelia, e forse a dare una nuova svolta alla sua vita.
L’Inghilterra vittoriana continua a suscitare un grande fascino in lettori e autori: Amy Snow, romanzo d’esordio di Tracy Rees, si rifà ai classici di Charles Dickens, Charlotte Bronte e Elizabeth Gaskell costruendo un intreccio di ricerca e di agnizione senza snaturare epoca e personaggi, ma nello stesso tempo creando due personaggi femminili interessanti, Amy da una parte e Aurelia dall’altra, assente e presente nei ricordi di chi l’ha conosciuta, amiche per la pelle in un mondo in cui le differenze di classe erano alla base dell’ordine sociale.
Un libro interessante per chi ama il mondo inglese dell’Ottocento, una ricerca di se stesse e del proprio posto nel mondo, condotta omaggiando la narrativa dell’epoca ma nello stesso tempo attuale e intrigante.

Tracy Rees è originaria del Galles. Si è laureata a Cambridge ed è autrice di diversi saggi. Amy Snow è il suo romanzo d’esordio, con cui ha partecipato al premio indetto dal Richard & Judy Bookclub e che è diventato un caso editoriale, segnalato anche dalla prestigiosa Historical Novel Society.

Provenienza: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: La ragazza perfetta, Gilly Macmillan, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2016 by
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Fin dall’infanzia, Zoe Maisey ha rivelato un grande talento per la musica, incoraggiata dalla madre che ha visto in lei un riscatto per una vita non felice, insieme ad un suo secondo matrimonio con un uomo ricco e alla nascita di una nuova bambina. Ma una notte causa un incidente d’auto in cui perdono la vita tre suoi coetanei e deve scontare una pena detentiva.
Il discorso sembra chiuso e Zoe Maisey è pronta ad affrontare un nuovo concerto con il fratellastro Lucas, a cui è legata e che oltre alla musica ha anche velleità di sceneggiatore cinematografico. Ma qualcuno scopre la sua esibizione e non manca di rovinarle la festa e quella stessa notte sua madre muore in condizioni misteriose.
Il tema del disagio adolescenziale non è nuovo, ma l’autrice lo tratta in maniera non banale, parlando anche di un tabù come un periodo in carcere per un incidente non voluto ma accaduto (nei Paesi anglosassoni se si guida in stato di ebrezza e si provoca un incidente mortale si va in galera, anche se si è giovani), ma anche di bullismo, droga e violenze familiari, oltre che di dipendenza affettiva.
Il romanzo procede su più piani, tra il racconto delle verità dei vari personaggi fino alla rivelazione finale: il personaggio di Zoe è interessante e ben tratteggiato, una ragazza caduta all’inferno ma capace di risollevarsi e di voler essere diversa da una madre che si rivelerà l’anello debole della catena. Risulta però essere più interessante Lucas, membro di quella nuova famiglia in cui Zoe si è trovata inserita, e dove dovrebbe trovare la sua nuova strada. Lucas condivide interessi e passioni artistiche con la sorellastra, ma nelle storie che scrive, come quella della morte di sua madre Julia per un male incurabile, forse sa dire la verità su una situazione d’inferno nascosta dietro ad una casa elegante.
La ragazza perfetta racconta quindi tante storie con tante voci, in una ricerca della verità e della giustizia, parlando anche di seconde possibilità e anche di ruolo della donna nella società, tra aspettative eccessive di madri che non sono riuscite a realizzarsi come volevano e dipendenza amorosa che come insegna la cronaca nera per troppe donne risulta essere fatale.
La vita è comunque fatta di chiaroscuri e tante verità, in cerca di una soluzione per la vita di una ragazza che doveva essere perfetta e che invece è solo umana, vittima di situazioni ma forse capace anche di cambiare e andare avanti.

Gilly Macmillan è cresciuta nel nord della California, poi è venuta in Gran Bretagna, dove ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al Burlington Magazine e alla Hayward Gallery, poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Vive a Bristol con il marito e i tre figli e ha debuttato con un altro thriller di successo, 9 giorni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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:: La notte dimenticata dagli angeli, Natsuo Kirino, (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

14 dicembre 2016 by
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L’investigatrice privata Murano Miro viene contattata dall’editrice e giornalista femminista Watanabe Fusae, per un incarico che a prima vista potrebbe sembrare poco più che semplice routine: trovare Isshiki Rina, una ragazza giunta a Tokyo qualche tempo prima, finita nel giro dei porno amatoriali e degli snuff movies, sparita e forse morta suicida.
Miro inizia a indagare, più che altro perché al momento non ha molto altro da fare, aiutata anche dal suo nuovo vicino Akihiko Tomobe, un quarantenne che gestisce un bar per gay nel quartiere di Shinjuku. Presto il suo lavoro prenderà una piega pericolosa, Miro inizierà a essere vittima di telefonate e gesti intimidatori, mentre man mano scoprirà il mondo degli appassionati di film porno a basso costo e delle case di produzione che li realizzano, dove spesso le ragazze rimangono vittime di veri e propri stupri, come avviene in uno dei film interpretati da Rina, la giovane scomparsa, mentre in un altro sembra che commetta un suicidio in diretta.
Miro indaga nelle vie di Kabukichō, il quartiere a luci rosse di Tokyo, quasi tutto in mano alla yakuza, suscitando i fastidi tra l’altro della Create Pictures, la casa produttrice dei film in questione, dove spicca il regista Yashiro Sen, personaggio decisamente ambiguo ma purtroppo non privo di fascino. Ma forse la vera strada per capire cosa è successo a Rina, che usa da anni un nome falso invece che quello vero, Yukie, non è all’interno di quel mondo spietato, violento e scabroso, ma in altri luoghi, dove la ragazza è vissuta da bambina, e nel mistero legato alla sua nascita e alla madre assente e emigrata poi negli States senza lasciare recapiti. Quando Watanabe Fusae muore all’apparenza suicida da un grattacielo Murano Miro capisce che la situazione si sta complicando sempre di più, e che la verità può essere vicina ma anche molto pericolosa, oltre a coinvolgere persone insospettabili.
Natsuno Kirino racconta di nuovo una storia di donne giapponesi di oggi, tra tradizioni, modernità, trasgressione, regole, discese agli inferi, mettendo in scena le molte contraddizioni di una società interessante ma molto contraddittoria soprattutto per quello che riguarda l’altra metà del cielo. Una storia di donne, ma anche un viaggio nell’animo umano e una ricerca della verità dietro ai comportamenti autolesionisti di una giovane, comune a molte sue coetanee e coetanei in particolare nel Paese del Sol levante, oltre che un thriller disseminato di piste e agnizioni.
Murano Miro si dimostra una nuova figura di investigatrice alla ricerca della verità, mostrando come le tematiche alla base del thriller di qualità, la voglia di giustizia, l’esame sociale, la critica di un mondo, siano valide sotto qualsiasi latitudine, come in questa Tokyo cupa e piovosa.

Natsuo Kirino è nata nel 1951 a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale. Nel 1993 si è aggiudicata il premio Edogawa Ranpo con il romanzo Pioggia sul viso. Con Le quattro casalinghe di Tokyo ha raggiunto una notorietà internazionale e ha vinto il prestigioso premio dell’Associazione giapponese degli autori di romanzi polizieschi. Le sue altre opere sono Real world, Grotesque, Morbide guance. Il suo sito ufficiale è http://www.kirino-natsuo.com/

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: L’incanto del tempo, Niccolò Gennari (Nulla Die, 2016) a cura di Micol Borzatta

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Siamo alla vigilia del ritorno della Lunga Notte. L’incanto che sta rinchiudendo il temibile Incantatore è agli sgoccioli e i quattro vecchi maghi elementali, guardiani delle quattro bacchette più potenti derivanti dal grande Albero della Luce, decidono che non rinnoveranno gli incanti e scelgono quattro maghi che dovranno andare a recuperare le quattro bacchette dal loro nascondiglio.
Per la bacchetta del vento viene scelta Xinti, che in una delle sue vite precedenti aveva già avuto dei legami con questa bacchetta.
Vite precedenti perché i maghi sono immortali, ma ogni tot anni, a loro scelta, cambiano involucro mettendo al mondo dei figli e passando al primogenito la reminescenza che man mano cresce e gli permette di rievocare tutti i ricordi delle vite passate.
Per la missione Xinti viene accompagnata da un orco, un folletto e tre umani, di cui uno è Joona, un teatrante da strada che Xinti incontrò mentre si recava a Monte Corvo, dove era stata chiamata dai grandi maghi e tra cui si era instaurato un legame.
L’inizio della missione è molto travagliato, sembra quasi dover fallire, ma la tenacia di Xinti e Joona permettono al gruppo di andare sempre avanti.
Primo romanzo di una saga sa come far innamorare il lettore per poi lasciarlo a bocca aperta con un cliffhanger finale che toglie il fiato e lascia tutti in sospeso.
La struttura del romanzo è molto ben fatta che sa unire i classici del fantasy senza cadere nei cliché. Infatti durante la lettura il lettore può trovare alcuni passaggi che possono ricordargli Il signore degli anelli, oppure Harry Potter e qualcosa anche di Deltora e della saga di Shannara, però sono solo vaghi ricordi perché effettivamente non ci sono citazioni dirette e copiature. Il tutto è narrato in maniera del tutto innovativa e travolgente.
Le descrizioni sono fatte minuziosamente, tant’è che il lettore si ritrova davvero a viaggiare per le lande gelate in direzione di Monte Corvo, oppure dentro a Bosco Rosso, a combattere con il serpente dell’incanto dell’acqua, creando in questo modo un legame empatico tra lettore e protagonisti fortissimo, che sarà poi il motivo per cui alla fine del romanzo il lettore si ritroverà sperduto, come se qualcuno gli avesse strappato qualcosa dal petto, lasciandolo in fibrillazione e in ansia ad attendere il seguito per poter ritrovare tutti i personaggi, oramai diventati degli amici, e scoprire il proseguo delle loro avventure.
Un romanzo avvincente, struggente, conturbante che non può passare inosservato.

Niccolò Gennari nasce a Pesaro nel 1978.
Dopo essersi laureato in Astronomia a Bologna frequenta un Master in Matematica applicata e uno in Astronautica e scienze da satellite.
Finiti gli studi si trasferisce a Bibione e fonda l’azienda fantasy con vari punti vendita La fata & il Drago.

Source: inviato al recensore dall’autore.

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:: Blogtour – L’ assassino, La vendetta, di Robin Hobb (Sperling & Kupfer, 2016) – ultima tappa

14 dicembre 2016 by

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Eccoci arrivati alla quinta e ultima tappa del Blogtour dedicato al romanzo di Robin Hobb, L’assassino, la vendetta, edito in Italia da sperling & Kupfer. Dopo le tappe dedicate a gli Estratti, gli Eroi, le Cover, e la Recensione, noi ci occuperemo dei luoghi e dell’ambientazione. Lascio dunque la parola a Davide Mana.

֎ I luoghi ֎

ghUno degli elementi narrativi che hanno reso Robin Hobb giustamente famosa è certamente l’abilità mostrata dall’autrice nel costruire mondi immaginari coerenti e funzionanti.
Se è indubbio che le trame e le vicende dei protagonisti della serie dei Liveship Traders hanno coinvolto milioni di lettori, è anche vero che ciò che ha catturato prima di tutto i fan dell’autrice è la profondità  del mondo incui si svolge l’azione.
L’aggettivo “immersivo” è stato spesso utlizzato per descrivere lo stile di scrittura della Hobb, e non a caso.
Il termine worldbuilding è spesso abusato, e viene talvolta utilizzato solo nel suo significato più strettamente letterale: la costruzione del mondo, con la sua mappa, la sua geografia e la sua toponomastica ben definite.
Il worldbuilding comporta in realtà  la costruzione di un mondo coerente, spesso implicito, nel quale non necessariamente l’autore ci descrive un luogo, ma ne suggerisce l’esistenza attraverso le azioni e i dialoghi, le decisioni e le convinzioni dei personaggi. Lo scopo ultimo del worldbuilding non è fornire una mappa al lettore, ma fornire un tessuto coerente che renda plausibili e motivate le vicende dei protagonisti.
In questo senso, Robin Hobb è abilissima nell'”ingannare” il lettore, mostrandogli sempre il mondo nel quale si svolge l’azione attraverso gli occhi dei suoi personaggi.
Il mondo degli Elderlings, che l’autrice ha esplorato attraverso cinque serie di romanzi (Farseer – Liveship Traders – Tawny Man – Rain Wild – Fitz and the Fool) oltre ad una serie di storie e romanzi a se stanti, prende quindi vita in maniera soggettiva e impressionista. Questa tecnica risulta particolarmente efficace ed economica da un punto di vista narrativo, coinvolge il lettore e gli offre un mondo vivo, mutevole e variegato. E naturalmente, un mondo ampio, vista la quantità  di volumi che ne hanno esplorato diverse aree, diversi periodi.
Alla base di tutto, per stessa ammissione dell’autrice, c’è una ricerca di un realismo e di una coerenza che, ad un osservatore ingenuo, potrebberoparere fuori luogo in una storia d’immaginazione. E tuttavia, è proprio nella ricerca di plausibilità  e di credibilità  che si fondano il successo e la credibilità  dei mondi di Robin Hobb.
Come l’autrice stessa ha osservato in una intervista nel 2012:

Il mondo funziona? Questo è il mio criterio. Se sto leggendo e c’è un mondo senza un’economia visibile, senza governo, religione o cultura, tendo semplicemente a metterlo da parte. Anche le ovvie contraddizioni tendono a frustrarmi (Un povero contadino in un piccolo villaggio di montagna, nel cuore della foresta, esce per mietere il suo campo di grano. Cosa? Dove?) Allo stesso modo, l’ignoranza scrittoria di certi semplici “fatti della vita”. Imparare a maneggiare una spada in due giorni è come imparare la trigonometria in mezz’ora.

Il segreto, quindi, consiste nel costruire mondi che “funzionano”, popolati di personaggi che sono parte integrante di questi mondi e che ce ne offrono una visione soggettiva e non invasiva, coinvolgendo il lettore con le loro azioni e le loro scelte, non con lunghi paragrafi espositivi.
Il genere di tecnica che pochi hanno sviluppato, ma che nellemani di Robin Hobb funziona tanto bene da sembrare semplice.

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֎ La trama ֎

C’è stato un tempo in cui FitzChevalier e il Matto erano in grado di cambiare il mondo con le loro imprese e garantire la stabilità del Regno dei Lungavista. Quel tempo è finito da un pezzo. Da quando i due amici inseparabili hanno preso strade opposte e Fitz, lasciatosi alle spalle un passato da assassino, si è trasformato in un gentiluomo di campagna, un marito devoto e un padre amorevole. Un uomo che aveva giurato di non uccidere mai più. Finché, dopo anni di silenzio, il Matto ricompare nel Regno dei Sei Ducati. Ferito, sfigurato, irriconoscibile. È riuscito a sfuggire ai suoi aguzzini e ad affrontare un viaggio pieno di difficoltà e pericoli pur di raggiungere il suo amico di sempre e chiedergli un’unica cosa: vendetta. Tornare a uccidere per lui. Distratto dalle condizioni precarie del Matto, che richiedono le sue cure, e coinvolto suo malgrado negli intrighi di corte, Fitz abbassa la guardia. Ed è così, in un solo, orribile istante, che il suo piccolo mondo di pace è sconvolto per sempre: sua figlia, la sua amatissima bambina, viene rapita da predoni misteriosi che vogliono usarla come un’arma in loro pugno. Ma anche FitzChevalier ha qualche arma segreta da sfoderare. Un’antica magia scorre ancora nelle sue vene. E per quanto la sua destrezza di assassino possa essersi appannata negli anni, ci sono abilità che, una volta imparate, non si dimenticano tanto facilmente. Ora, amici e nemici stanno per scoprire che non c’è niente di più pericoloso di un uomo che non ha più nulla da perdere.

֎ L’autrice ֎

Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden) è nata in California nel 1952 ma è cresciuta in Alaska, dove ha imparato ad allevare un cucciolo di lupo, scuoiare un alce e sopravvivere nelle terre estreme: abilità che le sono tornate molto utili quando ha sposato un uomo che dedicava metà dell’anno alla pesca al salmone. Mentre cresceva quattro figli, mandava avanti una piccola fattoria e distribuiva la posta nella sua remota comunità, Hobb ha iniziato a scrivere racconti e romanzi che hanno fatto di lei un’autrice tradotta in tutto il mondo. Ora vive a Tacoma, nello Stato di Washington.
Insieme a George R.R. Martin, è una delle firme più amate del fantasy contemporaneo e ha vinto i premi più importanti riservati a questo genere: l’Hugo Award, il Locus Award, il Nebula Award, il British Fantasy Society Best Novel Award e il Dutch Elf Fantasy Award. I suoi romanzi, bestseller da milioni di copie, compaiono regolarmente nelle classifiche dei libri più venduti negli USA, in Gran Bretagna, Francia e Germania.
www.robinhobb.com

֎ Le tappe ֎

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֎ Il giveaway  ֎

Per tutti i partecipanti la Sperlig & Kupfer mette in palio ben due libri cartacei della Hobb, una copia della nuova versione de Il ritorno e del nuovo La vendetta, vi saranno quindi ben due vincitori. Per partecipare è facile:

– Commentare almeno un post nel preblogtour, uno nell’intervista e uno nel blogtour.
– Seguire ogni tappa del Blog tour.
Opzionale (da un punto in più!)
– Condividi le varie tappe sui social!

:: Jamaica Inn, Daphne du Maurier (BEAT, 2016) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2016 by
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Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbeo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia. Sarebbe stato buio prima delle quattro.

Sebbene universalmente conosciuta per Rebecca, la prima moglie, Mia cugina Rachele, La casa sull’Estuario, (fu autrice in realtà di più di una trentina di libri nella sua lunga e fortunata carriera), Daphne du Maurier scrisse anche, nel suo periodo giovanile, un romanzo forse minore, ma di sicuro interesse, intitolato La taverna della Giamaica, che la Beat ripubblica con il titolo originale Jamaica Inn, nella nuova traduzione di Marina Vaggi. E’ un libro del 1936, Daphne aveva quasi 30 anni, e si rifaceva significativamente al romanzo gotico inglese fatto di brughiere, mari in tempesta, nebbie e, sua variante, contrabbandieri. Ebbi modo di leggerlo da ragazzina, nell’edizione del 1963 di Mondadori, tradotta molto poeticamente da Alessandra Scalero, e me ne innamorai. Per cui ho colto l’occasione di poterlo rileggere in questa nuova edizione, sicuramente più moderna e aggiornata, e devo dire, passano gli anni, ma il libro è così bello che non perde il suo smalto. La storia è ambientata nella Cornovaglia ventosa e umida di inizio Ottocento, e narra le vicissitudini di Mary Yellan, giovane orfana che dopo la morte della madre si trova a dover cercare rifugio dalla zia Patience, che vive in un remoto angolo della Cornovaglia tra picchi e scogliere. Un luogo freddo e inospitale, un amore tormentato, un pericolo incombente, insomma c’è tutto per attirare il lettore nelle strette maglie di un libro in cui la suspense e l’inaspettato la fanno da padrone. Non a caso piacque a Hitchcock, il maestro del brivido, che ne fece una trasposizione nel 39 (forse infelice) ma che rafforzò il suo amore e il senso di affinità per questa scrittrice di cui portò sullo schermo Rebecca, la prima moglie e successivamente, molti anni dopo, gli Uccelli, usando come canovaccio un suo racconto. Forse a un pubblico smaliziato dei giorni nostri molte soluzioni possono apparire prevedibili e scontate, ma la bellezza di questo libro credo risieda nell’ atmosfera che sa creare, e nella costruzione di un bellissimo personaggio femminile come quello di Mary Yellan, giovane donna affatto sottomessa o debole, o indifesa. Un personaggio protofemminista se vogliamo, che cresce durante la storia, e perde un po’ di durezza, acquistando una più morbida femminilità e una maggiore comprensione umana su cosa sia il bene o il male. Un personaggio che regge sullo stesso piano il confronto con l’ambiguo e violento zio Joss Merlyn, e il giovane Jem, di cui si innamora. Romanzo di formazione, d’amore, d’avventura e di suspense, tutto ambientato in uno scenario selvaggio e maestoso, lugubre e denso di fascino. Io quasi sempre di un autore amo le opere minori, quelle sconosciute, o poco apprezzate, capaci di racchiudere piccoli tesori, magari con anni di distanza. Per cui non mi risulta difficile dare a questo libro la giusta collocazione che si merita, tra i libri che maggiormente hanno inciso nella mia crescita di lettore e essere umano. Sempre ci sarà un posto per questo libro, il cui fascino permane inalterato dopo tanti anni dalla prima lettura. Forse i miei 15 anni non ritorneranno più, ma questo romanzo me li ricorda molto vividamente.

Daphne du Maurier (Londra, 1907 – Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele (1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fiabe Islandesi, a cura di Silvia Cosimini (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

13 dicembre 2016 by
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Fiabe Islandesi è il nuovo libro edito da Iperborea nel quale sono raccolte alcune della fiabe e delle storie popolari della terra d’Islanda, a dimostrazione del fatto che il “C’era una volta…” è, da un lato, un tratto comune delle culture a livello mondiale e, dall’altro, un bisogno delle persone di raccontarsi storie da condividere. Tante sono le fiabe scelte da Silvia Cosimini per la raccolta Fiabe Islandesi e, leggendole, si ha la possibilità di scoprire usi e costumi per certi aspetti simili, e per altri diversi, dai nostri. Certo è che queste fiabe islandesi una volta lette e poi rilette lasciano attorno alla lontana terra d’Islanda un alone di piacevole mistero e curiosità, che spinge il lettore a voler conoscere meglio quella terra nordica da noi così lontana. Accanto a principesse, a principi, a sovrani coronati, chi legge si imbatterà in creature fantastiche come animali parlanti, troll, orchesse ed elfi che si aggirano in paesaggi boschivi. Da subito si conosce il Popolo nascosto, ossia gli elfi, diventati tali quando Eva, per vergogna, non mostrò a Dio i suoi figli non ancora lavati. Dio, che vede tutto, si accorse di questi piccoli e decise che ciò che rimaneva nascosto ai suoi occhi doveva essere tale anche per gli esseri umani. Ogni fiaba è ricca di suspense, di azione, di rituali magici e incantesimi da sbrogliare, ma quello che affascina di queste storie orali, ora scritte, è il fatto che, nonostante siano nate molto tempo fa, esse contengono temi ed insegnamenti ancora attuali. Ad esempio nella Fiaba del re Oddur si affronta il tema delicato del cambiamento di sesso (transgender), nel senso che il re ogni notte lascia il mondo dove è costretto a vivere come uomo, per raggiungere quello vero di appartenenza e assumere la sua vera identità femminile di regina. Se nella nostra tradizione fiabesca siamo abituati al fatto che siano forti giovanotti a salvare le principesse in pericolo, nelle fiabe islandesi, invece, molto spesso ci sono povere contadine che dimostrano grande coraggio sfidando creature mostruose e misteriose per riportare a casa, sano e salvo, il principe imprigionato. Una vera e propria inversione di ruoli dei canoni tradizionali delle fiabe e segno evidente di figure femminili coraggiose, giovani e intraprendenti. Interessante anche la presenza di animali che accompagnano i personaggi principali, creature che una volta giunta la fine tendono a riassumere la loro vera natura di esseri umani. Il ritrovare la propria identità è sì la fine di un incantesimo maligno, ma allo stesso tempo permette a chi ne è vittima di liberarsi da una sorta di prigione e di trovare il proprio posto nel mondo. Da ricordare è che questo volume raccoglie solo una parte delle fiabe dell’Islanda, quella isola che per anni fu sotto il dominio della Danimarca e che vide messe in forma scritta e stampata i propri racconti folclorici solo nel XIX secolo. Una delle caratteristiche presenti in queste storie è il fatto che il confine tra realtà vera e soprannaturale è spesso molto labile, ma è proprio tale aspetto che rende le fiabe islandesi appassionanti per il lettore bambino e adulto.Le vicende raccolte in questo volume hanno tutte un lieto fine nel quale, dopo lotte contro creature mostruose con tre teste e orchesse inquiete, il male è sconfitto per lasciare spazio al trionfo del bene e dell’amore. Ogni vicenda narrata ha in sé elementi fantastici, ma allo stesso tempo le Fiabe Islandesi mettono in gioco valori e insegnamenti dal carattere universale (l’amicizia, l’amore per il prossimo, il rispetto per il diverso, la carità e l’aiuto verso il debole in difficoltà, l’umiltà, il rispetto delle leggi comuni) che dovrebbero essere ricordati e adottati oggi come ieri, ovunque. Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Silvia Cosimini (Montecatini Terme, 9 giugno 1966) è una traduttrice, critico letterario e insegnante italiana. Laureata in Lingue e letteratura inglese all’Università di Firenze (1992), con studi in Irlanda (Cork, Dublino) e in Galles, ha poi preso una seconda laurea, in Lingua e cultura islandese, all’Università d’Islanda (1996). Ha tradotto numerose opere di autori islandesi, classici o emergenti, dall’islandese o, più raramente, dall’inglese. Nel 2011 le è stato conferito il Premio nazionale per la Traduzione.

Nota: Per chi volesse approfondire le fiabe dei paesi nordici Iperborea ha in catalogo anche le Fiabe Danesi e le Fiabe Lapponi, comprese nella serie di volumi sulle fiabe nordiche curati da Bruno Berni.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un amore lontano, Daniela Distefano

12 dicembre 2016 by

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Anno 2097, luce solare tridimensionale, pomeriggio di afa e gelo, neve sulle Maldive, ghiaccio su Ankara, forti piogge in Siberia.
Linda prepara la cena per suo figlio che torna da scuola.
Eccolo puntuale.
“Ciao mamma.”
“Ciao caro, com’è andata oggi la lezione? Faceva caldo a Oxford?”
“No, c’era un po’ di grandine, guarda il mio dito fotografico, un tempaccio di ben quindici secondi, poi sole a picco.”
“Oh, mi dispiace, qui a Reggio Calabria il tempo non ci ha dato noie, ben trenta minuti di luce chiazzata, e ora è quasi buio.”
“A proposito, cosa c’è per cena?”
“Salmone appena pescato nel fiume norvegese Lakselva, con contorno di patate e pomodorini di Pachino che ho comprato in Sicilia proprio stamani.”
“Ottimo, anche se ho un po’ di mal di testa.”
“ Mettiti a letto, prendi il sintonizzare delle sensazioni e vai alla voce malesseri passeggeri, ti aiuterà a ritrovare l’energia giusta per il nostro pasto.”
“Farò così, grazie.”
Mamma Linda stendeva la tovaglia sulla tavola, poi con una strizzatina di palpebre chiamava il marito che si trovava in Thailandia per dirgli che la cena era pronta.
Lui arrivò nel nano-secondo successivo.
Eccoli tutti insieme, una famiglia come tante, un nucleo pronto a separarsi per poi ricongiungersi di nuovo, nell’arco di una sola giornata.
“Tutto bene a lavoro, caro?” chiese Linda al coniuge in procinto di ingollare il salmone norvegese.
“Beh, sì, nessun intoppo, solo un po’ di stanchezza: il mente-trasporto mi procura ancora vertigini.”
“Capisco.”
“E tu? Sei stata da qualche parte stamani? I pomodorini siciliani sono la fine del mondo, oppssss: scusa, non volevo allarmarti, ma è che erano davvero buoni.”
“Sempre il solito grossolano, non riesci a contenerti neanche di fronte all’evidenza che siamo davvero davanti alla fine del mondo!
E poi io so perché hai le vertigini, e non solo per il mente-trasporto.
Guarda il mio occhio filmico: sei stato nel negozio di quella pakistana-thailandese prima di venire a cenare con me, con noi, con la tua famiglia. Ora basta ne ho abbastanza dei tuoi inganni! Da domani, terapia coniugale di gruppo o divorzio istantaneo.
Ho già tutte le pratiche legali incorporate nel mio orecchio, devo solo firmare con l’unghia e sarai il mio ex marito.”
“Perché sei così drastica, io non adopero le nuove tecnologie per stanarti o per sapere se mi tradisci col pensiero.”
“Oh, suvvia! Non dire corbellerie, è da un pezzo che non vedo con chi mi tradisci mentalmente! Mi ero stancata di corriere dietro ad ogni gonna che facevi sollevare col pensiero! Erano diventate troppe le tue prede, troppe ed ero disgustata.”
“Ok, se continui così finisce che stasera vado a dormire in Alaska, non ci sono ancora stato, e questa sarebbe la volta buona!”
“Figurati! Tu in Alaska ci vai per un minuto, poi te ne ritorni in Thailandia o in Brasile dove puoi darti alla caccia delle femmine di questo pianeta!”
Linda come madre era una creatura amorevole, come moglie, invece, sapeva infierire.
Erano quasi le ventitré, il figlio di Linda andava a dormire, l’indomani avrebbe fatto una gita a Londra, poi di nuovo a Oxford, infine ritorno a Reggio Calabria.
Era una vita diversa dai secoli passati, totalmente nuova e inesplorata.
Linda adesso leggeva un libro col suo occhio sinistro, era un giallo, molto vertiginoso. Dopo che lo ebbe terminato, trangugiato fino all’ultima frase, accese una sigaretta ecologica, e si mise a pensare. Già ma a chi?
Perché finire i giorni della propria vita assieme ad un giurassico donnaiolo?
Perché lei non era mai riuscita a tradirlo neanche col pensiero?
Era perché lo amava? Ancora? Dopo tutto e nonostante tutto?
No, non era per questo. E allora azionò il suo controllo interno di fedeltà e vide che almeno in un paio di occasioni anche lei lo aveva tradito mentalmente.
Molto tempo fa, quando erano ancora due studenti della Columbia University e vivevano ad Arezzo.
Già ma come si chiamava il tizio in questione?
Linda rivisitò in un istante la memoria di quel mese, anno, ed ora.
Il nome non saltò fuori perché era uno sconosciuto incrociato nel negozio di frutta e verdura di San Francisco, però premette il tasto emozioni del suo cervelletto e scoprì di aver conservato intatto quel sentimento estemporaneo.
Lo degustò per tutta la tarda serata, poi fece una doccia calda, quindi riordinò i suoi pensieri: doveva ritrovarlo; doveva rimettersi sul cammino della gioia amorosa.
In una città svuotata, privata – nell’arco di pochi decenni – di macchine e macchinari, affidato il trasporto solo alla velocità del cervello, il verde aveva ricoperto il paesaggio urbano come se fosse ritornato quello del tardo Medioevo.
L’indomani, Linda era già in piedi quando il marito si stava radendo prima di intraprendere il solito tragitto intorno al mondo.
Il caffè era sul tavolo, accanto ad un biglietto: Stasera vestiti da top model, ti porto a Parigi!
E così tutto era rimasto uguale, il marito vuol farsi perdonare le scappatelle: proprio come un secolo, dei secoli, fa.
Linda sorseggiò il caffè e poi scelse l’abito da indossare per la cena parigina.
Sfogliò virtualmente il catalogo dei vestiti e lo acquistò con il chip –buy, un dispositivo che ti consente di comprare le cose mentalmente e poi disporne immediatamente dopo l’acquisto.
Si trattava di un abito di tessuto stretch con lavorazione double. Silhouette a tubino, con taglio sotto il seno. Vestibilità asciutta. Scollo a barchetta arrotondato. Apertura a goccia con bottone dietro. Spalle a giro. Senza maniche. Chiusura con zip invisibile sul fianco. Lunghezza sopra il ginocchio. Corpetto foderato.
Era un amore, e addosso a lei sembrava valorizzato al meglio.
Linda aveva quarantotto anni, giovanissima per gli standard di vita di adesso.
In genere, nel 2097 l’età media degli anziani si aggira intorno ai 108-115 anni.
Si muore sempre più tardi, ma poi arriva quel giorno e non sappiamo ancora perché ci tocca: la vita è diventata mostruosamente facile.
Quella mattina passò in un attimo, marito e moglie avevano azionato l’opzione nasale dell’accelerazione delle ore.
Così fu subito sera.
Il figlio era tornato da scuola nel pomeriggio, fu mandato subito dai nonni che risiedevano in Austria.
Scelsero la stagione ideale da passare in Francia: ecco la primavera in pieno gennaio.
“Pronti –su-via!”
Erano a Parigi.
Avevano camminato un po’, fianco a fianco, imbarazzati per non farlo da tempo immemore.
Nessuno dei due riusciva a dire alcunché, erano due sconosciuti che non avevano parole e interessi da scambiarsi.
“Forse dovremmo separarci, che ne pensi?”, disse lei.
“Forse, ma prima ordiniamo qualcosa: sto svenendo dalla fame.”
Si sedettero in un ristorantino che avevano visto col dito fotografico, il loro tavolo era prenotato per le ventuno, mancava ancora un minuto.
“Sei molto bella con questo tubino”, fece lui mentre adocchiava una biondina dietro la sala per drogati tecnologici.
“Molto gentile da parte tua, grazie.”
“Ehm, cosa?”
“Ho detto: grazie! Per il complimento.”
Una serata penosa, ma né lui né lei osarono accelerarla per scansare il reciproco disagio.
Pagarono col doppio applauso, poi uscirono per respirare a pieni polmoni l’aria parigina.
Un mendicante chiedeva: “Mettete un’unghia qui, ne ho davvero bisogno. Basta un’unghia e la mia vita potrà ribaltarsi.
Stavano per attraversare la strada, con l’intento di aiutarlo, ma fece prima un donatore anonimo che mise un’unghia sul braccio del barbone e questi si tramutò subito dopo nella fotocopia di Richard Gere da giovane.
Potenza della tecnologia! Miracolo della fine dei tempi.
Avanzavano come due ubriachi, stanchi della loro reciproca presenza.
Si fermarono davanti ad una Chiesa, aperta e vuota al suo interno.
Solo un piccolo crocifisso in alto, sull’ultimo oblò vicino al tetto.
Si inginocchiarono per salutare Cristo, e accesero una candela grazie ad una grattatina sulla guancia destra.
“E’ che non siamo più gli stessi.. Capisci quello che voglio dire?”, fece lei.
“Capisco perfettamente, ma devo andare urgentemente al gabinetto. Ne parliamo subito dopo, ok?”
Mentre lui, col mentre-trasporto, faceva pipì nella propria abitazione a Reggio Calabria, lei lo aspettava a Parigi seduta in uno dei tavolini all’aperto che insistevano nel centro storico della Metropoli.
“Posso sedermi, madam?”, disse qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe il tempo di dire alcunché perché lo sconosciuto si era già seduto, aveva ordinato un caffè e la scrutava con un che di indovinello sul volto enigmatico per vedere cosa avrebbe alla fine detto lei.
In effetti, era sul punto di andare in escandescenza per il modo poco ortodosso di presentarsi, poi però rimase con il volto in stand-by.
“Non, non ci siamo già visti da qualche parte noi due?”
Lo disse come se stesse parlando a se stessa, ma lui lo prese come un incoraggiamento a dire: “Pensavo la stessa cosa, mia cara.”
“Chi è lei? Se non sono indiscreta.”
“Chi è lei,madam tutta soletta nella città degli intrighi..”
Lei non rispose, lui aggiunse:
“Bene, basta con i giochi, madam. Sono qui per un motivo ben preciso.”
“E quale sarebbe, di grazia, questo motivo?”, fece lei con la fonte imperlata di goccioline di sudore.
Ieri ho ricevuto una comunicazione dal mio <<controllo sulla memoria>>, qualcuno aveva visto la mia persona entrare ed uscire da un negozio di frutta e verdura di San Francisco circa venti anni fa. Il sensore delle emozioni era al limite della sua potenza, lei mi ha inondato di emozioni, ecco perché sono qui. E’ stato bellissimo rivivere quel frangente. Volevo scoprire chi era l’artefice di questo fortunato incontro.
Ed il sensore ha individuato lei”.
“Beh, tutto bellissimo, ma io adesso sono sposata, mio marito torna a momenti, non so, sono confusa, non so cosa mi succede, io.. io..”
Dopo lo stupore iniziale, si abituò velocemente a quegli occhi scuri che la inondavano di piaceri mai emersi.
Perché no – si disse – Cosa c’è di sbagliato nel prendere un caffè con uno sconosciuto gentile che ti reclama l’attenzione. Non c’è niente di sbagliato. Siamo esseri umani, in fondo. Viviamo non solo per e con le leggi che ci siamo dati, c’è anche il mondo del subconscio, e mio marito sarà qui a momenti, potrei farlo ingelosire, ma non credo che servirà. Siamo due barche non più complementari.
Meglio capirlo subito. Meglio cogliere al volo le opportunità che ti lancia la vita dal paracadute della fortuna.
Mentre pensava tutto ciò, il marito non arrivò, lo sconosciuto, invece, si presentò.
Si chiamava John Muratti, era italoamericano, viveva a Boston e a Trieste, contemporaneamente. Aveva tre lavori, e il suo massimo interesse era la musica di Nick Drake, cantautore del secolo scorso, morto (forse suicida) nel lontano 1974.
John le impresse col dito il profumo <<dolcezza imperitura>>( in un attimo si sentì invasa dalla gioia) e le propose un salto a Kyoto, un viaggio meraviglioso nel posto più romantico della terra.
Lei fece qualche smorfia, ma poi accettò, era strafatta di profumi orientali, lui le teneva la mano, si baciarono il momento successivo nel parco pieno di fiori di Kyoto.
“Perché mi hai cercato col pensiero?”, disse John.
“Non so, volevo sapere se mio marito era davvero la mia scelta definitiva.
“E lo è?”
“In un certo qual modo. Non avrei potuto fare un figlio con nessun altro, credo.
Però non ci amiamo più da molto tempo. Per questo forse chiederò il divorzio, non penso però ad un futuro amore. Vivrò con me stessa e per mio figlio.
Serberò nella cassaforte del cervelletto i ricordi più belli, lui se ne farà una ragione.”
“Pensi che anche lui non ti ami più?”
“Non penso a nulla, voglio solo godermi questi attimi di felicità, stare con te per me è come un riscatto, una vendetta, una vittoria.”
Si sedettero in una panchina, il vento faceva volare i fiori caduti dagli alberi, era tutto un turbinio rosa e giallo, si era fatto tardi.
“Bene, ci rivedremo”, fece lui.
“Magari”, disse lei.
Si ritrovò due secondi dopo nel proprio letto, accanto il marito russava forte, però emanava uno strano odore, un profumo inebriante. Ebbe un formicolio alle narici.
Capì che l’indomani non gli avrebbe fatto una scenata, altrimenti lui – col cambia-persona – si sarebbe tramutato nuovamente in John e lei avrebbe sposato così due volte la stessa persona.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le Piege de la Belle au bois dormant, Mary Higgins Clark, Alafair Burke (Éditions Albin Michel, 2016)

12 dicembre 2016 by

maryPiccola premessa: il libro di cui parlo oggi non l’ho letto in lingua originale, ma in francese. Lo so disattende un po’ il titolo della rubrica, ma ho fatto questa piccola deroga per una migliore catalogazione, e perché non penso di aprire una rubrica di libri tradotti dall’originale in altre lingue (che non sia l’ italiano). Insomma questo sarà forse l’ unico caso. Il libro, scritto originariamente in inglese americano, si intitola The Sleeping Beauty Killer, edito da Simon & Schuster quest’anno, e scritto a quattro mani da Mary Higgins Clark e Alafair Burke, scrittrice quest’ultima che non ostante l’ingombrante cognome paterno merita attenzione per originalità, e come si dice da noi impegno e palle ferme. Non sono al corrente se ci siano propositi di traduzione in italiano, o per lo meno non so i tempi, è molto probabile che fra qualche anno uscirà per Sperling & Kupfer editore storico della Higgins Clark. Io l’ho letto nella versione francese edita da Albin Michel e tradotta da Anne Damour. Ho fatto molta meno difficoltà che a leggere Grangé,  in pratica il testo è molto più semplice, e se volete cimentarvi sono certa che non avreste difficoltà. Il titolo francese è Le Piege de la Belle au bois dormant, qualcosa come La trappola della Bella addormentata nel bosco. Non è la prima volta che Mary Higgins Clark e Alafair Burke si cimentano in un’ opera a quattro mani. Hanno già pubblicato, sempre tradotti in francese, L’affaire Cendrillon e La mariéé était en blanc, titolo che fa il verso a un capolavoro di Cornell Woolrich (titoli originali, The Cinderella Murder, in Italia è uscito Così immobile tra le mie braccia per Sperling & Kupfer, sempre quest’anno, e All Dressed in White). Tornano dunque Mary Higgins Clark alla bella età di quasi novant’anni, per la terza volta insieme con una nuova inchiesta di Laurie Moran, giornalista investigativa tv che si occupa di True Crime. Questa volta seguiamo la storia di una bellissima ragazza americana Casey Carter, che a una festa data dalla famiglia del suo fidanzato viene drogata. Il fidanzato, Hunter Raleigh l’accompagna nella villa di famiglia dove la ragazza continua a dormire in preda a uno psicofarmaco molto forte. Quando si sveglia trova il suo ragazzo moto sul letto, ucciso da alcuni colpi di pistola. Lei si ritrova polvere da sparo sulle mani r viene arrestata come l’assassina di Hunter. Il giovane apparteneva ad una ricca e importante famiglia newyorkese che ha rapporti persino con la Casa Bianca. Casey si protesta sempre innocente, anche se dichiarandosi colpevole avrebbe una pena più lieve. Invece viene condannata per omicidio non preterintenzionale. Quando viene rilasciata ha ormai 40 anni e la vita compromessa. Ma non si arrende. Quando un programma televisivo Suspicion la interpella per una trasmissione che ricordi tutta la sua odissea. Lei si professa ancora innocente, ma la sarà davvero? O se no chi è l’assassino che ha escogitato tutto quel diabolico piano? Un mystery di impianto classico, insomma, sulle tracce di un cold case, con in più lo sfondo dei grandi programmi televisivi americani dedicati ai crimini realmente accaduti, imitati anche da noi con programmi come Quarto Grado. In America hanno un taglio più investigativo e non è raro che aiutino davvero a scoprire il colpevole di crimini irrisolti, o che per cui era stato incastrato un innocente. Buona lettura.

Mary Higgins Clark, battezzata dal Corriere della Sera  “la regina del thriller psicologico” è l’acclamata autrice di numerosi bestseller internazionali che hanno venduto più di 300 milioni di copie.

Alafair Burke, figlia di un mostro sacro della letteratura americana, James Lee Burke, è una giallista americana, insegnante di diritto e giornalista di giudiziaria. È autrice di due serie crime e i suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue. Attualmente vive a New York ed è Professore di diritto penale alla facoltà di legge della Hofstra University. È autrice del libro La ragazza nel parco recentemente pubblicato da Piemme.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ophélie dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: Blogtour – I Medici- Un uomo al potere, Matteo Strukul (Newton Compton, 2016) – prima tappa

12 dicembre 2016 by

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Inizia oggi il blogtour, organizzato da Newton Compton, dedicato al romanzo storico Un uomo al potere, secondo libro di Matteo Strukul della Saga I Medici. Saga composta da tre libri Una dinastia al potere, Un uomo al potere, Una regina al potere, che sta avendo un ottimo successo internazionale, tanto che i diritti del primo volume Una dinastia al potere, sono stati venduti in ben 13 paesi e a marzo sarà già tradotto in Germania, dalla Bertelsmann Verlagsgruppe, Randhom House. Seguiranno Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti. E ancora Turchia, Olanda, Polonia, Russia, Corea, Australia e Canada.

Questo secondo episodio è incentrato sulla vita eccezionale e turbolenta di Lorenzo il Magnifico, il suo rapporto con il potere, l’influenza determinante della madre, donna forte e intrigante, il suo amore impossibile per la bella Lucrezia Donati, sarà costretto per ragioni politiche a sposare una Orsini. Il blogtour è composto da cinque tappe, che toccheranno i blog  oltre al nostro “Penna d’oro“, “Il Flauto di Pan” e “Blog Express”  e “Peccati di penna“. In questa tappa, dopo questa breve introduzione, analizzeremo in dettaglio l’incipit di questo romanzo.

֎ La trama ֎

Firenze, 1469. Lorenzo de’ Medici sta vincendo il torneo in onore della sua sposa, Clarice Orsini, appena giunta a Firenze per le nozze con l’uomo che diventerà il Magnifico. Questo matrimonio non è un passo facile per Lorenzo: il suo cuore – ne è convinto – appartiene e sempre apparterrà a Lucrezia Donati, donna di straordinaria bellezza e fascino. Eppure asseconderà il volere della madre e rafforzerà l’alleanza con una potente famiglia romana. Chiamato a governare la città e ad accettare i costi e i compromessi della politica, diviso fra amore e potere, Lorenzo sottovaluta i formidabili avversari che stanno tramando contro di lui per strappargli la guida di Firenze. Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, dopo aver sobillato Jacopo e Francesco dei Pazzi, storici nemici della famiglia de’ Medici, e stretto alleanza con Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, concepisce una congiura il cui esito per Lorenzo sarà terribile: il fratello Giuliano verrà brutalmente ucciso davanti ai suoi occhi. E da quel momento si aprirà un periodo di violenza e vendetta da cui in pochi si salveranno…

֎ L’autore ֎

È nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in 20 Paesi e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della trilogia sui Medici, Una dinastia al potere: il libro è stato il caso editoriale della Fiera di Francoforte, i diritti di traduzione sono stati venduti in vari Paesi (tra cui Germania, Spagna e Inghilterra) ed è stato sin dall’uscita ininterrottamente in cima alle classifiche italiane di vendita. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è www.matteostrukul.com

֎ L’incipit ֎

Febbraio 1469

La giostra

L’aria era fredda. Lorenzo inspirò profondamente. In sella a Folgore, avvertiva la tensione crescere. Il suo amato corsiero, dal manto color carbone, lustro e lucente, tradiva il nervosismo, scalpitando sul selciato della piazza. Girava in tondo e Lorenzo lo tratteneva a fatica.
Un mormorio si alzò come una preghiera dalle tribune e dai palchi di legno. Sospiri piovvero dalle logge e dai balconi, dalle finestre e dai porticati. Gli occhi di Lorenzo andarono a quelli di Lucrezia. Quel giorno la nobile Donati indossava un abito magnifico: la cioppa aveva la tinta dell’indaco e pareva sfumare nelle iridi d’ Ossidiana. La gamurra d’un color grigio perla era tempestata di gemme e suggeriva, prepotente, la curva del seno. Avvolta in una stola di pelliccia di volpe bianca che le cingeva le belle spalle chiare, Lucrezia aveva acconciato in maniera magnifica la gran massa ribelle di capelli neri che sembravano onde d’un mare notturno.
Lorenzo si domandò se quel giorno sarebbe riuscito a renderle onore.
Portò la mano alla sciarpa che teneva attorno al collo. Lucrezia l’aveva ricamata per lui con le proprie mani. Ne inspirò il profumo di fiordaliso e gli aprve di sprofondare nell’abbraccio dell Empireo.

Siamo a Firenze nell’inverno del 1469. Lorenzo de’ Medici, bardato di tutto punto, sta partecipando a una giostra, un torneo indetto in onore delle nozze di Braccio Martelli, suo buon amico. Strukul ci presenta per prima cosa così il protagonista: giovane, prestante, a cavallo del suo corsiero chiamato per nome, Folgore. E gli dà subito un tratto umano, tolte le vesti dell’uomo di stato e di potere. Soprattutto dando risalto al suo amore impossibile per Lucrezia Donati. Sapremo infatti, andando avanti con la lettura, che la madre gli ha organizzato un altro matrimonio, consono alla sua posizione e al ruolo politico che assumerà a Firenze. Si sa i de Medici hanno molti nemici e l’appoggio di una casata ricca e potente come quella degli Orsini risulta quasi vitale per il suo futuro politico. Ma Lorenzo resta un uomo, con propri sentimenti e passioni, e l’amore per questa bellissima nobile fiorentina resta, non ostante il dovere e gli obblighi politici e filiali. Bastano queste poche frasi dell’incipit per capire lo stile che l’autore ha deciso di adottare. Classico, lievemente solenne, attento ai dettagli, noterete termini come cioppa e gamurra, che nascono sicuramente da uno studio approfondito sulle vesti e i costumi dell’epoca. Anche solo l’uso del fiordaliso, simbolo di Firenze, è sicuramente rappresentativo come la sciarpa che emana quel profumo, simbolo del legame tra Lorenzo e Lucrezia. Amore e potere, piacere e dovere, dunque antitetici e contrapposti. Filo poi conduttore dell’intero romanzo. Strukul, salta subito all’occhio, ha scelto la terza persona, che oltre a dare un certo senso di distacco, permette all’autore, specialmente in un romanzo storico di così ampio respiro, sia di mantenere un punto di vista imparziale e esterno, sia di spaziare meglio sui luoghi e i personaggi, riportandoci sempre a quel senso di solennità di cui parlavo prima che ben si ricollega alla magnificenza e allo sfarzo del periodo storico, il Rinascimento. Dunque, a mio avviso, una scelta felice nell’economia del romanzo. Non si può giudicare certo un romanzo dal suo incipit, ma a saper vedere questo è sicuramente rivelatore e denso di significati.

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